Giubileo dei detenuti: Luciana Delle Donne spiega le ragioni

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L’ultimo appuntamento giubilare è quello dedicato ai detenuti, che si svolge fino ad oggi in Vaticano, dove papa Leone XIV presiede la messa nella basilica di san Pietro nella giornata conclusiva. Inoltre per questo evento giubilare si sono organizzando alcune iniziative promosse dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (DSSUI), che ha promosso i ‘Giochi della Speranza’ in collaborazione con la Fondazione ‘Giovanni Paolo II per lo sport’, con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e con la rete di magistrati ‘Sport e Legalità’.

I ‘Giochi della Speranza’ sono una ‘piccola olimpiade in carcere’, che si sono svolti per la prima volta a Roma nello scorso giugno. A tal riguardo, suor Alessandra Smerilli, segretario del DSSUI, ha affermato che “per chi vive la detenzione, lo sport assume un valore importante perché educa al rispetto, alla disciplina, al lavoro di squadra; aiuta a riconoscere i propri limiti ed a scoprire nuove energie. In carcere lo sport non è solo movimento: è un’esperienza di libertà possibile, di relazione, di fiducia restituita”.

Per questo la Fondazione ‘Giovanni Paolo II per lo sport’ ha spiegato che l’iniziativa ‘Giochi della Speranza’ vorrebbe creare “un modello replicabile anche in altri istituti di pena, per permettere anche alle persone recluse di vivere in armonia e serenità questo momento di gioco ma soprattutto per valorizzare sempre di più lo sport come strumento di crescita personale e reinserimento sociale dei detenuti”. Mentre venerdì 12 dicembre all’Università LUMSA di Roma si è svolto il convegno, intitolato ‘Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento Penitenziario, nell’anno del Giubileo della Speranza e nel triduo del Giubileo dei Detenuti’. Infine nel pomeriggio si svolge all’Auditorium della Conciliazione la commedia musicale ‘Oltre le grate’.

Per comprendere meglio le ragioni di questo evento giubilare abbiamo incontrato la fondatrice del brand ‘Made in carcere’, Luciana Delle Donne, chiedendo di spiegarci la ragione per cui la Chiesa ha indetto un giubileo anche per le detenute ed i detenuti: “Papa Francesco aveva fatto scelte molto forti e simboliche, perché i detenuti e le detenute sono persone scomode che nessuno vorrebbe vedere. Per questo papa Francesco ha testimoniato il modo in cui bisogna trasformare l’approccio nella vita.

L’idea di mettersi al servizio dell’altro mi rende particolarmente felice, perché è proprio quello che sento di fare. E’ una vocazione: quindi l’aver ricevuti questi premi è significativo, perché sono associati al bene, perché la fede e la filosofia cattolica implicano che l’universo restituisca il bene a chiunque. Quindi la preghiera di richiesta di aiuto è fondamentale; occorre abituarsi a chiedere aiuto ed a comprendere che l’altro ti può aiutare è una ricchezza, perchè dare e darsi è la nuova frontiera della ricchezza”.

Quali segni potrebbe offrire ai detenuti la società civile?

“Intanto l’accettazione di questa condizione, perché un detenuto, come diceva papa Francesco, non è sbagliato, ma ha commesso uno sbaglio; però sta ‘pagando’ e quindi deve essere reinserito attraverso le esperienze, come la nostra ‘Made in carcere’ , dove lì trasferiamo una ‘cassetta degli attrezzi’ per vivere in modo corretto e dignitoso nella società civile”.

Perché ‘Made in carcere’?

“E’ una seconda chance offerta alle donne detenute e allo stesso tempo alle stoffe di scarto destinate al macero. Il brand ‘Made in carcere’ nasce nel 2007 da un’idea della cooperativa sociale pugliese ‘Officina Creativa’, che inizia ad offrire un contratto di lavoro alle donne detenute per reati minori, proponendo ore di attività sartoriali all’interno delle stesse strutture di reclusione.

‘Made in carcere’ è una risposta concreta alla crisi, incoraggiata da quell’80% di donne carcerate che, dopo aver imparato un nuovo mestiere, non delinquono più lasciata la prigione. Così da 20 anni le impiegate del carcere femminile ‘Borgo S. Nicola’ di Lecce ricevono mensilmente un regolare stipendio cucendo braccialetti, borse e vestiti ecosostenibili ricavati da tessuti riciclati”.

Perché fare impresa sociale in carcere?

“La nostra sfida è stata quella di organizzare il lavoro di una cooperativa sociale (e quindi non-profit) come una qualsiasi impresa commerciale (produzione, logistica, marketing…). Ma con una differenza: ogni settore può (e deve) soccorrere gli altri in caso di bisogno. Ognuno di noi è cliente e fornitore dell’altro. Fare impresa sociale non è un ossimoro e persino in carcere lo abbiamo sperimentato”.

Quanto è importante il lavoro per chi vive in carcere?

​​“E’ fondamentale. Fa sentire le persone vive e soprattutto consente loro di riacquistare dignità e co​n ​​il ​tempo una nuova identità. Ricevere una busta paga per chi vive in carcere rappresenta un motivo di riscatto ed autostima. Le persone riescono a mantenere i figli fuori, ad avere una vita più decorosa e non sono un peso per chi sta fuori dal carcere. ​La percezione del​ tempo è completamente diversa tra le donne in stato di detenzione che lavorano e quelle che non lavorano: per le prime il tempo vola, per le altre il tempo non passa mai”.

In cosa consiste questa economia ‘circolare’?

“Abbiamo dimostrato che in un contesto di disagio si può fare qualcosa di impossibile. Dalla prigione si può creare un’economia circolare, dove tutti gli attori vincono coniugando etica ed estetica. Non solo vincono quelle donne che riacquistano una dignità ricostruendo il loro percorso di vita, ma diventa protagonista anche il mercato, che acquista oggetti rigenerati e sostenibili”.

In quale modo ‘Made in carcere’ può diventare un modello di giustizia riparativa?

“Made in carcere è un modello che dà spazio a tante altre realtà, perché è pieno di sfaccettature, perché esso è un metodo. Anche la consapevolezza che queste persone hanno commesso un reato e stanno ‘pagando’ aiuta a capire che hanno commesso un reato con la possibilità di riparare al danno”. 

Quando è venuto in mente questo desiderio di aiutare le donne in carcere?

“Quando ho capito che era complicato attivare un asilo, che era il mio primo obiettivo. Senza immaginare poi quanto fosse complesso entrare in un carcere. Ma ho pensato fosse più facile occuparmi di quelle mamme che avevano lasciato i figli fuori dal carcere. Aiutare loro significava aiutare anche il resto della famiglia, in particolare i figli”.

Allora quali difficoltà ha incontrato prima di collaborare con maison blasonate?

“Non mancano mai le delusioni o i fallimenti: chi genera cambiamento e costruisce innovazione ha sempre tutti contro. Molti hanno paura del cambiamento e sono rinchiusi nella loro comfort zone. Siamo stati pionieri del lavoro in carcere utilizzando materiali di recupero. Da una parte c’era il mercato curioso di questa nuova esperienza, anche se non è stato facile sdoganare la parola carcere; dall’altra le istituzioni: il sistema carcere non era abituato, soprattutto al sud, a mettersi a disposizione per il lavoro.

Continua peraltro ad esserci sempre il problema del sottodimensionamento delle risorse, contro il sovraffollamento dei detenuti, quindi è veramente complesso; le direzioni e la polizia penitenziaria sono però nostri compagni di viaggio e ci sostengono. Nonostante le tante difficoltà il nostro è diventato un modello sistemico di riferimento”.

Inoltre con i ragazzi ha scelto anche di dare vita ad una linea che si chiama ‘pane di vita’?

“Realizziamo nel carcere di Bari una forma di panettone con fichi secchi, mandorle e nocciole tostate ed ha un sapore fantastico combinato con il lavoro di questi ragazzi, che vivono un momento difficile, in quanto non hanno riferimenti di adulti, che li aiutano ad imparare a sognare, sperare ed avere fiducia in se stessi. Con ‘Pane di vita’ facciamo questo”.

Onorificenza al merito della Repubblica Italiana, Premio ‘Madre Maria Teresa Fasce’ a Cascia e premio ‘La Fornarina’ a San Ginesio sono alcuni riconoscimenti ricevuti in questi anni: cosa si prova a ricevere questi premi?

“Sono forti emozioni perché ripagano di tutta la fatica quotidiana fatta ed avere riconoscimenti così importanti e profondi è motivante. Dedico questi riconoscimenti a tutte le colleghe e colleghi, partner, ambassador, imprenditori, manager e altri stakeholder di questo lungo viaggio che continua con tanti prossimi progetti”.

(Foto: Made in carcere)

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