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Il Meeting di Rimini è iniziato nel segno del perdono e della pace

“Il Meeting di Rimini è un appuntamento significativo. Giunto alla sua 47^ edizione, rappresenta una storia e, in tempi di trasformazioni straordinarie, si propone di continuare a contribuire a costruire la storia, annodando, in coerenza, i fili della propria. Quest’anno il nodo è stato stretto sull’amore. Il verso conclusivo della Commedia di Dante (‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’) non esprime soltanto un sentimento di esperienza individuale”: con questo messaggio del Prsidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, si è aperto a Rimini la kermesse del Meeting dell’Amicizia tra i popoli.

Un messaggio che richiama un amore che è frutto del perdono: “L’amore che apre agli altri, oltre noi stessi e il nostro presente, è una forza interiore che assume una dimensione relazionale e, quindi, sociale, preziosa. Legare l’io al tu, al noi, spezza le solitudini e imprime direzioni ai percorsi umani”.

Un amore che apre alla ‘magnifica humanitas’: “E’ il contrario del falso realismo che conduce all’inerzia, alla sfiducia, alla rassegnazione, quando invece il destino delle comunità è quello di farsi protagoniste del proprio futuro. Lo ha richiamato il pontefice Leone XIV nella sua enciclica ‘Magnifica humanitas’. Un’umanità non chiusa dentro illusori muri e condannata all’egoismo, bensì aperta e sensibile alle ingiustizie e ai drammi di chi soffre, pronta a costruire ponti nuovi”.

Da qui può nascere una nuova visione: “Solidarietà, amicizia sociale, gratuità dell’amore possono aprire orizzonti inediti alla politica, all’economia, alla vita civile. Viviamo un tempo in cui si combattono guerre scellerate, crescono diseguaglianze mentre ristrettissime oligarchie accumulano poteri superiori a quelli di molti Stati sovrani. E’ dall’umanità delle donne e degli uomini che si possono trarre le energie per rifiutare l’omologazione, la passività, l’odio, l’avversione al diverso, allo straniero, per educare alla pace”.

E proprio le donne sono state protagoniste della giornata inaugurale, perché segnate da due sofferenze radicalmente diverse attraverso una testimonianza nella quale il dolore non è stato cancellato, ma ha trovato una strada verso l’amicizia e la speranza, come hanno raccontato nell’incontro ‘Il dolore, l’amicizia, la speranza’, ai 20.000 presenti: Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, e Nassera Kermiche, madre di Adel, uno dei due giovani responsabili dell’attentato, hanno raccontato il percorso che le ha condotte a cercarsi e a diventare ‘sorelle di dolore’.

Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, nell’introduzione, ha ricordato i fatti del 26 luglio 2016: padre Hamel, 85 anni, fu assassinato al termine della Messa nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino a Rouen; i due attentatori, tentando la fuga all’arrivo della polizia, furono uccisi. La notizia della morte del sacerdote raggiunse Roseline poco dopo, mentre Nassera apprese prima del coinvolgimento del figlio e, nel pomeriggio, della sua morte.

Scholz ha presentato le ospiti come due donne capaci di rendere visibile che l’amore può ‘muovere e trasformare le nostre esistenze in un modo del tutto imprevedibile’. La loro storia, raccolta nel libro “Sorelle di dolore”, pubblicato in Italia da Edizioni Ares e Libreria Editrice Vaticana, è diventata una testimonianza pubblica sulla possibilità che due ferite apparentemente inconciliabili non abbiano come ultimo esito l’odio o l’isolamento.

Roseline Hamel ha ripercorso le ore trascorse con il fratello alla vigilia dell’attentato. Era arrivata con la famiglia il 25 luglio, giorno di sant’Anna, per accompagnare padre Jacques durante la sua ultima settimana di lavoro prima delle vacanze. Quella sera avevano parlato anche della violenza estrema compiuta da giovani convinti di agire in nome della religione. Padre Hamel aveva osservato che quei ragazzi venivano manovrati ‘come delle marionette’ fino a non riuscire più a pensare con la propria testa, ad amare, a piangere o a riconoscere i genitori.

Durante la cena aveva poi espresso una felicità insolita per lui: ‘Devo comunicarvi una cosa importante: sono davvero felicissimo di essere qui a tavola con voi’. La mattina seguente Roseline sentì il fratello alzarsi, preparare il caffè e uscire verso la chiesa. Poco dopo, mentre la famiglia faceva colazione, una telefonata chiese conferma di una presa di ostaggi. Roseline pensò ad uno scherzo e rispose che il fratello sarebbe tornato dalla Messa entro un quarto d’ora.

Dall’altra parte anche Nassera Kermiche ha ricostruito l’inizio di quella giornata, in quanto aveva visto Adel verso le ore 7.30 e lo aveva invitato a tornare a letto. Poco dopo ricevette la telefonata di una commissaria che le chiese se il figlio fosse in casa. Convinta che fosse ancora al piano inferiore, andò a controllare e scoprì che era uscito. La commissaria le parlò dell’attentato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, senza darle altre informazioni. Nassera accese la televisione e mandò una delle figlie verso la chiesa, ma l’area era completamente bloccata. Continuò a sperare che Adel rientrasse, anche perché avrebbe dovuto essere a casa entro le ore 12.30 a causa di una restrizione: “Questa notizia ci è davvero piombata addosso come se ci fosse crollato il cielo sulla testa”.

La tragedia produsse per Nassera anche un forte isolamento sociale. Per un mese la famiglia visse fuori casa, assediata dai giornalisti, mentre lei cercava incessantemente di comprendere come suo figlio avesse potuto prendere parte all’attentato. Tentò presto di contattare le suore e i parrocchiani presenti in chiesa, ma comprese che il trauma era ancora troppo recente. Riprese comunque il lavoro, sostenuta dai figli, dai responsabili scolastici e dai colleghi, perché sentiva di dover restare in piedi per la propria famiglia e per gli studenti che la aspettavano.

Dopo la morte del fratello, Roseline ha iniziato una lunga ricerca di senso. Per mesi, ha raccontato, ha dialogato con Dio ed cercato nel Vangelo una parola capace di rispondere alle sue domande. Una storia sull’uomo schiacciato dal peso di un fardello, portato sulle spalle dall’amico proprio quando credeva di essere stato abbandonato, le offrì una prima risposta. Il dolore, tuttavia, rimaneva. Dopo un anno Roseline si sentiva pronta a lasciarsi morire, ma vedere la sofferenza dei figli e dei nipoti le fece comprendere che doveva trovare la forza di continuare.

Davanti alla Pietà della sua chiesa pregò la Vergine Maria di aiutarla a seguire i passi del fratello ‘alla ricerca della giustizia, della verità e della pace’. La svolta arrivò una mattina, davanti a una tazza di caffè, con una domanda semplice: chi poteva soffrire più di lei? Roseline cominciò a pensare alla madre di Adel. Non la conosceva, ma immaginava una donna costretta a portare insieme il dolore per la morte di un figlio e il peso di ciò che quel figlio aveva fatto: “No, non posso lasciarla da sola, perché sta soffrendo più di me”.

Dopo aver chiesto consiglio all’arcivescovo di Rouen, che la incoraggiò, Roseline iniziò a cercare un contatto. Le due donne cominciarono a sentirsi al telefono ogni due settimane. Le prime conversazioni furono brevi, poi divennero progressivamente più lunghe e profonde. Dopo circa sei mesi Roseline le chiese se avrebbe potuto incontrarla tornando a Saint-Étienne-du-Rouvray. Roseline aveva cercato la madre di Adel per non lasciarla sola e scoprì che, dall’altra parte, Nassera la stava già aspettando. Due percorsi nati separatamente cominciavano così a incontrarsi: l’una cercava di comprendere la sofferenza dell’altra, l’altra cercava di avvicinarsi alle persone ferite dall’azione di suo figlio.

Infatti Nassera ha definito la richiesta di Roseline ‘un soffio di vita’. Da quei primi contatti nacque progressivamente un rapporto che nessuna delle due avrebbe potuto immaginare dopo quanto accaduto quel 26 luglio. Uno dei momenti più significativi di questo percorso avvenne sulla tomba di Adel, che per ragioni di sicurezza deve rimanere anonima. Roseline vi lasciò un biglietto, nascosto sotto alcuni sassolini e protetto da un foglio di plastica: ‘Adel, l’anima di mio fratello, padre Hamel, mi conduce fino a te. E’ una testimonianza del suo perdono. La fede dei credenti è speranza, il perdono è la via della pace’. Pregava il Dio di Abramo affinché Adel trovasse pace e fosse riconosciuto come ‘l’anima di un figlio sensibile e amorevole’.

Nassera decise di raccogliere quel foglio e conservarlo: parole di quel peso, per lei, non potevano rimanere sepolte sotto le pietre. E Roseline lo ha spiegato al Meeting: “Mio fratello mi ha dato queste parole… E’ il primo frutto del martirio di padre Hamel”, che non significa dimenticare quanto accaduto né confondere le responsabilità. Padre Hamel rimane la vittima e Adel uno dei suoi assassini; ma significa riconoscere, senza cancellare questa verità, la sofferenza dell’altra.

(Tratto da Aci Stampa)

XX domenica del Tempo Ordinario: il cuore di madre e… il cuore di Dio

Gesù si era appena accostato ai confini di Israele quando viene avvicinato da una donna (una madre) che lo supplica in favore della figlia gravemente provata. La donna non fa parte del popolo ebreo, era una cananea, ed invoca Gesù chiamandolo ‘Figlio di David’ e dicendo ‘Kirie, eleison! Signore, abbi pietà  di me!’ Davanti all’apparente indifferenza di Gesù, i discepoli intervengono ed intercedono (anche per togliersi un fastidio d’attorno). La donna si avvicina, si prostra e dimostra   una grande fede, un grande fervore, una grande pietà:  (soffre ed intercede per la figlia); ha una grande umiltà (si prostra ai piedi di Gesù; ha una grande costanza (non si ritira al primo insuccesso); soprattutto nutre fede e speranza: spera contro ogni speranza e proprio questa Fede strappa il miracolo. 

Gesù le aveva detto: non sei una donna ebrea, i miracoli sono riservati ai figli e non ai cani. Fragile ma indomita, il cuore della madre non si arrende: come vera madre pensa solo alla sua bambina. La donna non disprezza le parole di Gesù; sa bene di non poter accampare pretese, tuttavia riconosce  la grandezza del cuore di Dio e con fede profonda: ‘è vero, dice la donna cananea, che il pane dei figli non va gettato ai cani, però i cani hanno il diritto di nutrirsi con le briciole che cadono sotto il tavolo del padrone’. E’ la svolta decisiva dell’episodio. La donna confessa di essere venuta non per cercare ‘il pane dei figli’, ma solo briciole, avanzi, il pane perduto e destinato ai cagnolini. La donna è fermamente convinta che davanti a Dio non ci sono figli e non-figli, uomini e cagnolini, ma uomini da saziare, malati da guarire, gente che soffre di qualsiasi estrazione sociale e religiosa.

Gesù rimane come folgorato dalla fede viva di questa donna, si commuove davanti alle lacrime di una mamma che supplica per la sua figlia, e dice subito: ‘Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto quello che desideri!’ Ieri, come oggi, amici carissimi, c’è molta fede sulla terra, dentro e fuori della Chiesa, sotto il cielo della Palestina come in Italia e nel mondo intero; c’è fede anche in mezzo a tanti che vivono solo ai margini della Chiesa. 

Grande è il numero delle mamme che magari non conoscono il Credo o il catechismo, ma sanno bene che Dio ha un cuore di madre, per questo Gesù si è fatto uomo ed è morto sulla croce, per questo Gesù morendo sulla croce ci ha lasciato Maria, sua madre, come madre nostra.  Dall’alto della croce Gesù morente si rivolge a Maria e le dice: ‘Donna, ecco tuo figlio’, i tuoi figli  sono, d’oggi innanzi, Giovanni, gli Apostoli, la gente che soffre ed ha bisogno, i bimbi che piangono e nessuno li consola, i giovani alle prese con la droga e l’alcool, i papà o le mamme disperati, la gente che soffre e non sa a chi rivolgersi, i popoli vittime delle guerre e quanti ti invocano ‘rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.

Gesù si rivolge a Giovanni: ‘Giovanni, ecco tua madre’: quando hai bisogno, quando ti senti solo, incompreso, alle prese con qualsiasi  problema di sorta: mia madre è tua madre. Abbiamo celebrato la solennità della Madonna assunta in cielo anima e corpo, rivolgiamo a Lei, supplici, la nostra preghiera: ‘Santa Maria, madre di Dio e nostra, prega per noi, siamo peccatori ma figli tuoi’. Ciò che conta davanti a Dio, oggi, non sono tanto le prescrizioni legali quanto la nostra conversione, la nostra fede viva in Cristo Gesù che ha dato vita alla nuova Alleanza; la fede in Cristo Gesù, che ha rotto la barriere tradizionali facendo di tutti gli uomini un nuovo Regno: ebrei e pagani, uomini e donne, ricchi e poveri, bianchi e uomini di colore, liberi e schiavi.

Un Regno dove siamo chiamati ad essere figli e pregare: ‘Padre nostro che sei nei cieli’.  Davanti a Dio c’è l’uomo creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Con la Nuova Alleanza Gesù, istituendo la Chiesa, dice ai suoi Apostoli: ‘Andate in tutto il mondo … come il Padre ha mandato me, così io mando voi …  fate miei discepoli tutte le genti’. Il miracolo apparentemente procrastinato da Gesù  nei riguardi della donna cananea volle essere solo un richiamo per il popolo ebreo: ‘Non ho trovato tanta fede quanto in questa donna che è una cananea, una pagana’. Invochiamo, amici carissimi, la Madonna, madre di Gesù e madre della Chiesa perché oggi su tutti rivolga i suoi occhi materni, occhi misericordiosi e ci porti a Cristo Gesù, frutto benedetto del suo seno.                                       

Fra Fusarelli: santa Chiara è donna di pace e di preghiera

“Il Signore vi benedica e vi custodisca. Mostri a voi la sua faccia e abbia misericordia di voi. Rivolga il suo volto verso di voi e dia pace a voi, sorelle e figlie mie, e a tutte le altre che verranno e rimarranno in questa nostra comunità e a tutte quelle, sia presenti che future, che persevereranno sino alla fine in tutti gli altri monasteri di signore povere… Il Signore sia sempre con voi, e ora voi siate sempre con lui. Amen”: con queste parole di benedizione di santa Chiara, il ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, p. Massimo Fusarelli, conclude la lettera in occasione della festa di santa Chiara.

Chiara nasce ad Assisi, nel 1193, dalla nobile famiglia di Favarone degli Offreducci. E’ ancora bambina quando in città scoppia una guerra civile tra i nobili e la nascente borghesia e Chiara deve rifugiarsi, con la sua famiglia, a Perugia, dove rimane fino alla giovinezza. Tornata ad Assisi, con il desiderio di appartenere solo a Cristo e attratta dall’esempio di san Francesco, la notte della Domenica delle Palme 1212 abbandona la casa paterna ed, alla Porziuncola, abbraccia la ‘Forma di Vita evangelica sulle orme del Signore e della sua santissima Madre’.

La sua vita si consuma nel piccolo chiostro del monastero di san Damiano, in una gioiosa sequela di Cristo povero e crocifisso. All’età di 30 anni per Chiara inizia una lunga malattia che la renderà inferma. Malgrado ciò continua ad essere per le sue sorelle una madre premurosa, una guida sapiente e un esempio di vita veramente evangelica. A San Damiano, l’11 agosto 1253 compie il suo transito al cielo.

Nella lettera il ministro generale la chiama ‘donna di pace’: “La memoria annuale di Santa Chiara, ‘ancella di Cristo e delle sorelle povere e pianticella del padre santo’, ritorna come profezia luminosa: donna di unità e di pace, generatrice di riconciliazione in tempi di conflitto. Chiara, custode dell’eredità di Francesco, l’ha narrata con la propria vita, testimoniandola quotidianamente. Metterci quest’anno all’ascolto di Chiara ci sostiene in quella speranza che la vita e la morte del Poverello continuano ad ispirare e di cui il nostro tempo ha grande bisogno. Poco prima della sua morte, Francesco consegna a Chiara e alle sue sorelle la sua Ultima Volontà”.

Da qui deriva la ‘propensione’ ad essere un’operatrice di pace per riparare il cuore: “La chiamata ad essere operatori di pace è dunque insita nella vocazione cristiana. San Francesco nel Testamento ricorda che ‘il Signore mi rivelò che dicessimo: Il Signore vi dia pace!’: dono e responsabilità per adempiere il mandato di ‘riparare’ quel tempio e casa del Signore, che è il cuore umano e insieme la Chiesa, la creazione, il mondo intero. Chiara ‘tanto bene guardò el monasterio et l’Ordine et se medesima da tucte le contagioni deli peccati’. La custodia vigilante è il primo passo dell’amore: proteggere il cuore di ciascuna e la comunità dal peccato che provoca in noi quella divisione da cui scaturiscono risentimenti, rancori, avidità, brama di possedere, e ultimamente violenza”.

Una pace attuata quotidianamente nella città: “Anche Chiara, che per lunghi anni ha vissuto nella contemplazione di quel Cristo inchiodato e vivente, custode con le sue sorelle di quella parola della e dalla croce, vi ascolta l’eco di quella chiamata che viene da Cristo Povero e Crocifisso, che è la nostra pace e che Lei ama restando sui suoi passi.

Questa sequela prende forma nella vita quotidiana: nelle relazioni di ogni giorno, nella gestione dei conflitti, nella custodia reciproca, nell’intercessione per il mondo: ‘Con la vostra preghiera potete guarire le piaghe di tanti fratelli… Così scopriamo che intercedere non ci separa dalla vera contemplazione’. La pace è frutto e manifestazione di una vita alla sequela del Signore”.

Per questo fra Fusarelli ha sottolineato tre parole importanti per la santa di Assisi: “Ecco tre parole chiave: vigilanza, sollecitudine e custodia per camminare insieme e veder crescere in loro e tra loro la pace vera, che rivela la comunione con Dio, manifestata in quella tra le sorelle, che è il vertice a cui tende la forma di vita: ‘E amandovi a vicenda nella carità di Cristo, dimostrate al di fuori con le opere l’amore che avete nell’intimo, in modo che, provocate da questo esempio, le sorelle crescano sempre nell’amore di Dio e nella mutua carità’. Chiara chiama questo cammino l’ ‘onestà del santo vivere insieme’, che consiste proprio in una vita unificata in quella carità e obbedienza reciproca che abitano un cuore pacificato perché affidato, mite e umile”.

Però la pace deriva dalla ‘confidenza’ con Dio: “Questa confidenza filiale verso Dio è la fonte della pace interiore. Questa la radice della santa unità delle sorelle, che non è frutto di strategie e compromessi umani, ma espressione di questo cammino di trasformazione. Ecco allora che il ‘santo vivere insieme’ diventa proposta alternativa in un tempo segnato dalla bramosia di potere, dall’identificazione con i ruoli forti, dalla distrazione che non si accorge dell’altro e dimentica Dio, rendendoci diffidenti e distratti”.

Una pace che non è in antitesi con quella di san Francesco, perché l’obiettivo è sempre Dio: “Se Francesco irradia la pace camminando per le strade del mondo, Chiara la irraggia dal piccolo luogo di San Damiano. Due modalità, un’unica sorgente: restare sulle orme di Cristo povero e crocifisso, amato perdutamente.

Francesco cerca l’incontro con i Saraceni a Damietta; Chiara difende Assisi dai Saraceni con la preghiera eucaristica. Francesco pacifica il lupo di Gubbio, simbolo dell’aggressività degli uomini che ferisce tutta la creazione; Chiara pacifica i cuori attraverso la riconciliazione. Entrambi ci mostrano come la pace evangelica attraversi le situazioni di conflitto e le risani con l’amore che vince l’odio perché lo supera”.

Da questa pace deriva il perdono, che ‘custodisce’ il cuore: “Questa trama paziente dell’unità si misura con una realtà concreta: ci sono degli ostacoli. Chiara parla dei ‘lacci’ che legano il cuore. Francesco riprende questo tema nell’Audite Poverelle, invitando le sorelle a vivere ‘sempre en veritate’, libere per seguire le orme di Cristo Povero. Il perdono è parte della sequela. La riconciliazione comunitaria è un cammino continuo: quando il peccato ferisce gravemente il corpo della fraternità, tutta la comunità ne porta il peso insieme, nessuna sorella è abbandonata a se stessa”.

Per questo santa Chiara lo scrive nella Regola: “La Regola al cap. 10 descrive poi con concretezza anche il caso più frequente: quando parole o gesti creano turbamento tra due sorelle. Chiara chiede che chi ha dato motivo di conflitto faccia il primo passo, subito, perché non c’è preghiera autentica mentre si è in rottura con una sorella. Il gesto è preciso: prostrarsi ai piedi dell’altra chiedendo perdono; e poi, meraviglia: chiederle di intercedere per sé presso il Signore. Chi in quel momento si sente come nemica diventa il tuo intercessore davanti a Dio e nessun’altra è più adatta”.

Ed a conclusione della lettera si citano due importanti episodi in santa Chiara è in preghiera per ottenere la pace: “Questi episodi non sono semplici aneddoti devozionali. Ci mostrano una donna che vive l’armonia come azione concreta: nella riconciliazione in seno a una famiglia; nella ricostruzione dei legami spezzati; nell’assalto dei Saraceni come fiducia che trasforma la violenza; nell’assedio di Vitale la conversione e la preghiera come armi disarmate e disarmanti”.

In questo modo “Sorella Chiara è fermento di concordia dal piccolo luogo che ha scelto sulle pendici del monte Subasio. Non è un isolamento o una fuga, ma luogo da cui irradia una forza di pacificazione che raggiunge il mondo”.

Dialoghi approfondisce il tema delle fedi nel cambiamento

Questo numero di ‘Dialoghi’, rivista trimestrale dell’Azione Cattolica Italiana, affronta una delle grandi domande del nostro tempo: come le fedi abitano il cambiamento e come, a loro volta, contribuiscono a generarlo. Il dossier ‘Fedi e cambiamento’, curato da Pina De Simone e Sihem Djebbi, esplora il rapporto tra tradizioni religiose, trasformazioni storiche e crisi contemporanee: dal senso cristiano della tradizione alle nuove prospettive delle eco-teologie, dalle teologie decoloniali ai messianismi che tornano a interrogare il presente. Un percorso che mostra come credere significhi anche dare forma al tempo, orientandolo verso un futuro possibile.

Il primo piano del numero propone una intensa intervista di Vittoria Prisciandaro a Cettina Militello, decana delle teologhe italiane, a ottant’anni dal voto alle donne e dalla nascita della Repubblica. Una riflessione che intreccia memoria, teologia e impegno civile, interrogando il ruolo delle donne nella Chiesa e nella democrazia, il permanere di stereotipi culturali e la necessità di rinnovare linguaggi e pratiche ecclesiali.

Tra gli altri contributi, la sezione ‘Secondo noi…’ riflette sul possibile protagonismo delle donne nel cambiamento; gli ‘Sguardi’ propongono un’analisi del rinnovato interesse religioso in alcune aree d’Europa; ‘Estremi confini’ racconta l’esperienza del Neema Hospital a Nairobi, esempio di sanità al servizio dei più fragili. Completano il numero gli approfondimenti culturali e le recensioni, insieme al ricordo di Paolo Trionfini, storico del cattolicesimo italiano e studioso dell’Azione cattolica.

Nell’introduzione a questo numero Claudia Nicole Cappiello, incaricata regionale per il Settore giovani di Azione Cattolica della Basilicata e membro di redazione di ‘Dialoghi’ pone l’interrogativo sul ruolo delle donne: “I dati statistici ci parlano di una società disfunzionale, con un alto numero di femminicidi, di violenza di genere e di differenze salariali tra uomo e donna. Allora è lecito, a ottant’anni dal primo voto delle donne in occasione del Referendum tra Repubblica e Monarchia del 1946, interrogarsi su quale sia il vero ruolo della donna oggi nella società e nella Chiesa. Cettina Militello ci racconta la sua testimonianza di vita e di fede nell’intervista posta in primo piano, in cui emerge tutta la difficoltà provata per imporre la sua voce in un ambiente prettamente maschile e sicuramente non pronto ad ascoltarla”.

La domanda fondamentale è quello dell’attualità: “Ogni storia non può non essere considerata a partire dal contesto storico in cui si è sviluppata e sicuramente negli ultimi anni la situazione è in cambiamento. Guardare al rapporto tra donne, Chiesa e società non significa quindi nascondere le difficoltà di chi ha dovuto lottare per affermarsi e trovare il proprio posto del mondo o per potersi esprimere con libertà, facendo risuonare una voce che spesso è sentita più che ascoltata. Ma è giusto anche riconoscere i passi in avanti che sono stati compiuti, i processi avviati e i cambiamenti in atto”.

Claudia Nicole Cappiello pone la domanda da dove può iniziare il cambiamento: “Riandando alla nostra storia associativa, come non ricordare che tra le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, il 2 giugno 1946, ben cinque provenivano dalla Gioventù Femminile di Azione Cattolica. In ambito ecclesiale fu poi il Concilio Vaticano II a rappresentare uno spartiacque per l’affermazione del ruolo delle donne, facendo partecipare alle varie assise ventitré rappresentanti femminili, di cui tredici laiche. Sebbene col ruolo di uditrici, riuscirono a far valere il proprio punto di vista, imponendosi come voci autorevoli in un contesto già in movimento e spingendosi verso un traguardo, quello della pari dignità di genere, che molti consideravano ancora un’utopia”.

Ed in questo cambiamento è inclusa anche la Chiesa: “Il cammino continua oggi col processo sinodale, dove la voce delle donne è più che fondamentale. La storia ci insegna, quindi, quanto le donne possano essere protagoniste dei cambiamenti che viviamo, se davvero si dà spazio a esse e se si accoglie la ricchezza che viene proprio dalla diversità uomo-donna. Allo stesso tempo, riconosciamo che (proprio come la Militello afferma nell’intervista) sono ancora molti i passi da compiere per un pieno riconoscimento del ruolo femminile nella società e nella Chiesa.

Tra ministerialità e sacramentalità, sono molte le questioni che tutto ciò apre e che potremmo rileggere secondo una prospettiva che appare fondamentale, quella del rispetto e della dipendenza reciproca di ogni individuo, al fine di edificare il regno di Dio come l’unico corpo di Cristo, seppur nel riconoscimento della diversità e alterità di ognuno. Di fronte a tutto ciò, un elemento appare fondamentale: perché la Chiesa e la società possano cambiare è necessario comprendere quanto questo cambiamento parli alla vita e alla fede delle persone”.

Alla scoperta del cuore di Cathy

D): Il cuore di Cathy – la bontà non è un gioco è una rivisitazione eccezionale acquistabile solo su Lulu.com o dall’autrice. La storia narra di Cathy, una ragazza capricciosa che segue le sue passioni e i suoi interessi come le passano per la testa, nonostante una vita è complessa: ama lo stalliere della tenuta, suo fratello è il padrone è depresso e nemico da sempre del suo innamorato, la casa è quasi perduta per dei debiti non pagati e Cathy si trova imprigionata da una proposta di matrimonio che non vuole. Attratta dai racconti di brughiera sulla figura della Volpe, una donna forte, coraggiosa che raccoglie ‘pezzi di cuore’ ovvero le persone che ama salvandole, Cathy decide di essere buona. Questa storia ne ricorda un’altra, ma molto diversa. Come mai questa scelta di spezzare il canone?

R): Non è per spezzare il canone. Sono rimasta legata, seppur scioccata dalla durezza e crudeltà di alcune parti della storia originale, letta per caso proprio quando usciva il film, ma io non lo sapevo, e l’idea di rabbonire i personaggi non è solo mia. Già la RAI, nel 2004, aveva rabbonito e modificato molto la storia di Cime Tempestose. Nel mio contesto di libro scritto a due mani come se fosse un GDR di improvvisazione dove io scrivo una o più parti, mi è stata affidata Cathy. Ahimè, il gioco è proprio come ‘la volpe’,come è stata soprannominata l’insieme di caratteristiche emotive  dei personaggi che gestisco,  avrebbe  interpretato Cathy che, mi dispiace per gli altri fan, ma non è ‘santa’ neanche lei. Per Cime tempestose, il personaggio che io ritengo buono non è tra i più gettonati- la coppia.

D):E’ stata una sfida quindi interpretare un ruolo che ‘ti piace poco’ o non è il tuo preferito trasformandolo in una eroina positiva che invece di fare intrighi o essere egoista pensa almeno a chi le sta attorno?

R):In realtà mi sarebbe piaciuto perché mi è stato proposto più volte di fare storie dove dovevo interpretare personaggi di quel romanzo o che venivano in contatto con essi, ma mai Cathy. Era mio desiderio segreto farlo e vedere cosa sarebbe saltato fuori da ciò che io ho chiamato ‘storia esperimento’. E’ stato molto bello vederla cambiare e crescere.

 

D):Come vive Cathy la sua nuova vita improntata sulla bontà: gli altri di Cime tempestose la accettano passivamente o cercano di ”cambiarla” per farla tornare come prima?

R):Per gli altri è solo il suo ultimo capriccio, ma lei vuole dimostrare a tutti i costi che può smettere di essere frivola e egocentrica per dedicarsi a chi ha intorno. Con questa consapevolezza, inizia la sua avventura convinta che tutti la capiranno perché chi è buono vince sempre.  La storia si basa sul cambiamento radicale di una persona rischiando persino la propria vita pur di riunire tutte le persone a cui tiene allo stesso tavolo.

 D):Cosa ottiene Cathy con il suo nuovo atteggiamento?

R):A suo fratello insegna che, anche se è vedovo, l’amore non finisce se ha altri intorno a cui rivolgere il suo affetto. L’amore non finisce con la coppia. Ci sono i figli, i fratelli…. Gli insegna che quello che tutti chiamano ‘debito di gratitudine’ può essere il primo passo di un cambiamento, almeno da parte di chi ha deciso di riscattare i suoi debiti per amore e non per interesse.  Al suo innamorato respinto ha poco da insegnare perché è già buono, gli dona l’arrendevolezza definitiva, ma è lui a darle la cosa più importante: la capacità di essere sincera con se stessa e con gli altri, mostrando davvero che il bene si può realizzare. Allo stalliere dimostra che si può vivere senza odio o stando sempre sulla difensiva. Basta una sola persona che ti ama per non sentirsi solo.

D):Cathy, conoscendo i personaggi che la circondano,  dovrà lottare duramente per realizzare il suo sogno- la salvezza per tutti-. Con chi dovrà discutere più a lungo sull’importanza del bene sul male e del perdono al posto della vendetta?

R):La lotta più difficile è tra la nuova Cathy e l’amore della sua vita. Lui non accetta questa persona che perdona tutti, anche chi ha causato loro problemi, che ama amici e nemici senza distinzioni chiamandoli ‘pezzi di cuore’ e asserendo che non può perderne uno, che tutti hanno lo stesso peso perché per lei sono importanti. Sarà proprio lui a mettere a rischio la salute della sua innamorata, facendola vagare sotto la violenta pioggia inglese nonostante il rischio della sua febbre cronica per rincorrerlo e spiegargli di nuovo il suo punto di vista. Proprio il suo non voler accettare la nuova natura di lei, ma il desiderio di non perderla, seppur diventata ciò che non comprende, lo porterà a rivedere le sue priorità quando rischia di perderla.

 D):La chiusura della storia contiene questa frase: ‘La Volpe ha vinto. Non come un fantasma che vaga tra le rocce, ma come una donna viva, potente e finalmente, a modo suo, onesta’. Come mai ‘a suo modo’?

R):Perché è solo agli inizi, ha appena aperto gli occhi e pensa solo alla sua famiglia. Se ci fosse un seguito, potrebbe occuparsi di altri grazie alla sua nuova consapevolezza.

 D):Cosa sono effettivamente i pezzi di cuore per te?

R):I pezzi di cuore sono le persone che occupano  uno spazio nel tuo cuore e possono calpestarlo o farlo fiorire. Ognuno è un pezzo di cuore per qualcuno e viceversa.

D):Perché proponi questo racconto anche alle famiglie?

R):Perché tratta della famiglia e dei legami al suo interno e perché può piacere ai bambini e ai ragazzi per come è stato scritto. A scuola potrebbero persino recitarlo.

 D):Credi che davvero il perdono sia meglio della vendetta?

R): Credo che riuscire a perdonare sempre sarebbe bello, anche se capisco che è difficile e per molti impossibile. Mi ci metto anche io, nessuno è perfetto, ma sarebbe bello poter perdonare subito tutti. Ho perdonato alcune persone, tempo fa, nonostante fossero passati anni, e il mio modo è stato riuscire a capire il loro motivo. Anche se non condivido né la motivazione né i gesti volti a far soffrire, è stato bello poterle perdonare perché io mi sono sentita meglio. Mi rendo conto che non si può sempre perdonare subito, soprattutto se per farlo ci vuole una profonda comprensione del problema dell’altro. L’importante è riuscirci. Non ci si deve sforzare, viene da sé. Non condividere non significa non capire perché l’altro ha male interpretato qualcosa creando un’idea errata. Vuol dire riconoscere che quell’idea è distorta.

D):Nei suoi discorsi, Cathy parla spesso di comprensione e di aver inteso. Hai fatto fare a lei lo stesso percorso che hai fatto tu?

R):Sì. Riguardando per alcune informazioni che per me erano curiosità, la pagina Wikipedia, ho visto gli schemi della genealogia e delle relazioni affettive positive e negative tra i personaggi. Ad esmpio, tra Cathy e Hindley c’era la linea affetto, quindi ho pensato fosse giusto che lei provasse a salvarlo, esattamente come con Edgar e Heathcliff.

 D):La famiglia d’origine e l’amicizia sono davvero così importanti per te?

R):Sì. A  volte chiamiamo amore ciò che non lo è, ma siamo in grado di  sentimenti enormi per persone che non hanno il nostro stesso sangue e diciamo che fanno parte della nostra famiglia. Sono quelle persone che restano, che ti rialzano quando cadi e non ti calpestano se sbagli di nuovo. Gli amici veri sono quelli che teniamo accanto perché accettano la nostra vera natura,magari non la pensano come noi su tutto, ma sono dalla nostra parte. E la famiglia d’origine di sangue, fortunato chi ce l’ha o l’ha avuta buona è altrettanto importante perché sai che condividete quanto sopra, ma anche lo stesso  patrimonio genetico. La famiglia è il posto dove cresci, sei protetto e ti nascondi se vuoi piangere senza paura del giudizio. E’ ciò per cui lotteresti fino alla fine perché sai che fa parte di te e non può essere toccata. Loro accolgono e difendono te e viceversa.

D): Anche se è sentimentale, l’archetipo dei tuoi racconti è la volpe, perché?

R): In questi ultimi soltanto. Volpe perché anche se è buona, non è una vittima passiva che non nota ciò che le viene fatto. Se perdona non lo fa per dovere, ma perché comprende. Se cerchiamo nel web, anche lì troviamo qualcosa. Da la Stanza nel Bosco, possiamo prendere alcune caratteristiche: Intuizione, capacità di muoversi tra i mondi e di edere nel buio delle coscienze. Qui, nei miei ultimi esperimenti, sono caratteristiche volte esclusivamente per il bene (risolvere i problemi e aiutare le persone comprendendo i veri bisogni di esse. Questo può provocare un ribaltamento di ciò che tutti pensano di quella persona dentro il racconto, ma anche tra i lettori).In un video su Facebook del 2 gennaio 2026, si spiega come, secondo l’araldica, la volpe sia in grado di seguire il suoi istinto. La mia volpe, infatti, agisce di impulso per proteggere chi ama. Lei dice ‘di pancia’ perché fa quel che sente guidata da ciò che prova. Il suo istinto è strettamente collegato ai suoi sentimenti.

D): Il tuo collaboratore negli esperimenti usa spesso le metafore degli animali?

R): Sì. C’è il lupo, persona forte, protettiva , cinica, a volte ironica,  combattiva ma piena di amore (lupo positivo); il lupo, persona forte, combattiva e cinica e tutto il resto eccetto i sentimenti – se ci sono si esprimono con l’ossessione -, ma improntata sul successo personale. (affarista spietato/lupo cattivo); il Leone ferito, una figura simile al lupo, ma in una situazione di nobiltà d’animo o di rango. In fine, esiste il sorcio verde. Esso rappresenta l’invidia, per il verde, e la capacità di insinuarsi e nascondersi nei buchi per nascondersi dopo aver disseminato il dubbio velenoso. Esso è sostituito, a volte, dalla Vipera. Il Lupo cattivo si distingue per la sua ferocia, essere l’ombra che insegue gli altri, la paura e l’inganno. Il Lupo buono, porta in sé anche lealtà e intelligenza (comuni alla volpe).

Fonti per i riferimenti online: Lupo:RSI- Radio Televisione Svizzera;YouTube- Alla ricerca dell’anima; FantasyStore; Reddit; identitario.org; Volpe:La Stanza nel Bosco; www.pelosofisicamente.com; Frammenti Rivista; Passione in Verde; Facebook- TBM Truccabimbi magico.

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Lancio del progetto ‘Donne e Intelligenza Artificiale’: un nuovo ecosistema per il futuro delle giovani nel mercato del lavoro

Si è concluso l’evento online di lancio del progetto ‘Donne e Intelligenza Artificiale’, tenutosi mercoledì 20 maggio. L’iniziativa, finanziata nell’ambito dell’Avviso 3/2024 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, si propone l’ambizioso obiettivo di abbattere le barriere di genere nel mondo del lavoro e dell’Intelligenza Artificiale, offrendo alle giovani donne strumenti concreti e competenze d’avanguardia.

Il cuore del progetto risiede nella creazione di un vero e proprio ecosistema di supporto e formazione. Attraverso percorsi mirati, le partecipanti potranno acquisire competenze chiave sull’uso dell’Intelligenza Artificiale (IA), trasformando la tecnologia in una leva strategica per facilitare e accelerare il loro ingresso nel mercato occupazionale.

Il progetto è, inoltre, possibile grazie alla collaborazione di un solido partenariato: FISH_ETS (ente capofila), AISM, ANFFAS, UILDM, FAIP, AVI Umbria, ASBI, LEDHA, FISH Calabria, FISH Basilicata, UILDM Mazara Del Vallo.

“L’Intelligenza Artificiale non è solo il futuro, ma il presente del mercato del lavoro. Con questo progetto vogliamo garantire che le giovani donne non siano spettatrici di questa trasformazione, ma protagoniste attive, dichiara il presidente della FISH Vincenzo Falabella. Ringraziamo il Ministero e tutto il partenariato per aver creduto in una visione che unisce inclusione sociale, empowerment femminile e innovazione digitale”.

Durante l’evento, i relatori hanno illustrato le linee guida del progetto, le iniziative previste e le future tappe del percorso formativo, che vedrà il coinvolgimento di esperti del settore, aziende partner e istituzioni. Le attività del progetto prenderanno il via nelle prossime settimane. Per maggiori informazioni su come partecipare e per seguire i prossimi appuntamenti, è possibile visitare i siti web del partenariato o i canali social dedicati.

Il rapporto sulle donne del Sinodo

‘Non c’è nulla, nel solo fatto di essere donna, che impedisca di assumere ruoli di guida nella Chiesa’: è uno dei passaggi chiave del Rapporto finale del Gruppo 5, uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da papa Francesco nel 2024 per elaborare pareri e proposte su questioni emerse nel corso del Sinodo sulla Sinodalità. Questo Gruppo era incaricato, sotto il coordinamento dal Dicastero per la Dottrina della Fede, di approfondire ‘questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali’, tra cui il tema della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, ha consegnato il suo report conclusivo alla Segreteria generale del Sinodo.

Questo Gruppo (dopo quello sulla missione digitale e la formazione dei sacerdoti) ha trasmesso il proprio studio, frutto di un articolato percorso di ascolto, analisi, ricerca e dialogo con episcopati e università, secondo volontà di papa Leone XIV, che ha stabilito che, man mano che i vari rapporti verranno consegnati, siano diffusi ‘in spirito di trasparenza’.

Il Rapporto finale del Gruppo 5 è suddiviso in tre parti. La prima parte racconta la storia del Gruppo 5 del Sinodo sulla Sinodalità e illustra i passaggi storici e metodologici della stesura del Rapporto finale. La seconda parte offre una sintesi ragionata dei temi emersi dall’approfondimento sinodale ed è composta da cinque paragrafi: Onorare una promessa, Questioni di fondo (I): natura relazionale dell’essere umano; Questioni di fondo (II): la potestas; Questioni di fondo (III): i ministeri; Punto di fuga: la dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. La terza parte del Rapporto finale offre numerose appendici di approfondimento delle questioni teologiche, pastorali e canonistiche affrontate nella seconda parte; in esse si includono diverse proposte e informazioni inviate al Gruppo 5.

In questa breve sintesi, appare opportuno ricordare due temi particolarmente svilupparti in questa sezione del Rapporto finale.

Il primo tema riguarda  il fatto che la riflessione sulla partecipazione delle donne nella Chiesa non può prescindere dal considerare il maschile e il femminile insieme, come parte di una medesima missione, in un contesto ecclesiologico di comunione. Pertanto, occorre riflettere in particolare circa la riformulazione degli ambiti di competenza del ministero ordinato. Infatti ‘la configurazione del sacerdote con Cristo Capo (vale a dire, come fonte principale della grazia) non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto’ (Es. ap. Evangelii gaudium, n. 104).

Piuttosto, “quando si afferma che il sacerdote è segno di ‘Cristo capo’, il significato principale è che Cristo è la fonte della grazia: Egli è il capo della Chiesa ‘perché ha il potere di comunicare la grazia a tutte le membra della Chiesa’. Per questo è bene ricordare, come ribadito da san Giovanni Paolo II, che ‘anche se la Chiesa possiede una struttura ‘gerarchica’, tuttavia tale struttura è totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo’ (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem 27). Ciò è di fondamentale importanza per comprendere la natura dell’autorità detenuta dalla gerarchia, in quanto ‘sua chiave e suo fulcro non è il potere inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al popolo’. E’ chiaro che tali affermazioni magisteriali hanno delle conseguenze concrete per la vita ecclesiale. Ridefinire questi ambiti di competenza potrebbe aprire al riconoscimento di nuovi spazi di responsabilità per le donne nella Chiesa. In questo contesto si apre la possibilità di nuovi ministeri, anche per la guida di comunità, per le laiche e i laici, le religiose e i religiosi.

Il secondo tema ha a che fare con la riscoperta della dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. Infatti, insieme ai ministeri conosciuti ‘si affiancano ministeri non istituiti ritualmente, ma esercitati con stabilità’. Questo fatto era già stato riconosciuto da san Giovanni Paolo II: ‘accanto al ministero ordinato, altri ministeri, istituiti o semplicemente riconosciuti, possono fiorire a vantaggio di tutta la comunità, sostenendola nei suoi molteplici bisogni’ (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, n. 46).

Questi servizi non istituiti ritualmente rispondono a un vero bisogno del popolo di Dio e non rappresentano il semplice compimento di un desiderio personale. Sono, in verità, arricchiti da carismi seminati dallo Spirito, che è sempre datore di tutti i doni di cui necessita il bene del corpo ecclesiale. Si deve così pensare che, lì dove c’è un bisogno per l’evangelizzazione, lo Spirito conferisca già a qualcuno un carisma per rispondervi. Restare unicamente nel tracciato della vita ministeriale istituita, in merito alla partecipazione delle donne alla guida della Chiesa, ci racchiude e impoverisce.

Questa strada ministeriale potrebbe coinvolgere solo alcune donne con certe caratteristiche, capacità e stile più legati a una forma di essere e agire. I ministeri sono certamente un grande bene, ma non risolvono la necessità di promuovere la possibile fecondità di tutte le donne per la vita della Chiesa. I carismi hanno una maggiore presenza capillare che permette di arrivare lì dove le solite strutture non hanno la capacità di penetrare. Non sono una realtà soggettiva e marginale, ma un dono oggettivo di fronte a tanti urgenti bisogni della gente ordinariamente non esauditi dalle vie strutturali della Chiesa.

Infine il contributo di papa Leone XIV: “Papa Leone XIV ha dimostrato il suo sostegno al ruolo delle donne nella Chiesa, sia con le parole sia con le azioni. Per esempio, in un’udienza con i rappresentanti degli istituti religiosi femminili, ha elogiato le religiose per la loro disponibilità «nei confronti dei più deboli: bambini, ragazze e ragazzi poveri, orfani, migranti, a cui si sono aggiunti col tempo anziani e malati, oltre a tanti altri ministeri di carità.Il Santo Padre ha aggiunto: Le alterne vicende del vostro passato e la vivacità del presente fanno toccare con mano come la fedeltà alla sapienza antica del Vangelo sia il miglior propellente per chi, spinto dallo Spirito Santo, intraprende nuove vie di donazione, votate all’amore di Dio e del prossimo in ascolto attento dei segni dei tempi”.

FISH: per 8 marzo oltre ai fiori anche il rispetto dei diritti!

In occasione della Giornata internazionale della donna ricordiamo che la vera uguaglianza si realizza solo quando ogni donna, comprese le donne con disabilità, vede pienamente riconosciuti, rispettati e tutelati i propri diritti, la propria dignità e la propria voce.

Le donne con disabilità incontrano ancora barriere nell’occupazione, nella leadership, nell’accesso alla giustizia. Subiscono discriminazioni ed esclusioni e sono più esposte a violenza e ad ulteriori e specifiche modalità di abuso. Tra queste rientrano l’abuso farmacologico, la negazione di cure e ausili indispensabili per l’autonomia nonché lo sfruttamento economico. In molti casi, la violenza si consuma all’interno delle relazioni di prossimità: familiari, partner, assistenti o operatori sanitari.

La condizione di dipendenza legata al bisogno di supporto può trasformarsi in uno strumento di controllo, generando paura e silenzio. Il timore di perdere l’assistenza necessaria alla vita quotidiana rappresenta infatti un potente deterrente alla denuncia. Inoltre spesso le parole delle donne con disabilità non vengono considerate credibili, con il conseguente aggravarsi della condizione di vulnerabilità.

Vi sono inoltre gravi discriminazioni in ambiti particolarmente delicati come quello della salute, dei diritti sessuali e riproduttivi. Pratiche quali la sterilizzazione forzata, l’aborto forzato o la gestione coatta della contraccezione costituiscono violazioni inaccettabili dell’autodeterminazione. Le donne con disabilità intellettiva o psicosociale, quelle con elevati bisogni di sostegno o che vivono in contesti istituzionalizzati risultano particolarmente esposte a tali abusi.

“In questa giornata dedicata alle donne, non possiamo ignorare la realtà di milioni di cittadine con disabilità per le quali la piena dignità resta un traguardo ancora sbarrato. La vera parità non è uno slogan, ma si realizza solo quando la voce e l’autodeterminazione di ogni donna vengono garantite senza riserve. Oggi, purtroppo, le donne con disabilità restano intrappolate in barriere sistemiche, dall’occupazione alla leadership, fino alla giustizia, subendo una discriminazione multipla che le espone a intollerabili esclusioni e violenze”, dichiara il presidente della FISH Vincenzo Falabella.

Nel nostro paese permangono criticità anche sul piano giuridico, istituti come l’interdizione e l’amministrazione di sostegno continuano ad essere applicati secondo una logica di “miglior interesse“, spesso definita da terzi, senza un effettivo ascolto della volontà e delle preferenze della persona interessata mentre il consenso è il presupposto fondamentale di ogni relazione affettiva, sanitaria e sociale che deve essere libero, informato, consapevole e sempre revocabile. Per le donne con disabilità tuttavia questo diritto viene ancora troppo spesso messo in discussione, limitato o addirittura negato.

Un approccio che si pone in contrasto con l’articolo 12 della convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità il quale riconosce la piena capacità giuridica delle persone con disabilità e promuove modelli di supporto alle decisioni fondati sul rispetto della loro autodeterminazione.

È quindi necessario garantire e rafforzare l’accesso alla giustizia per tutte le donne e le ragazze con disabilità, intervenire in modo concreto sui sistemi giuridici, sulle prassi istituzionali e sulle barriere strutturali che ancora oggi ne limitano l’effettiva partecipazione e tutela. Difendere i loro diritti significa costruire una società davvero equa, rispettosa della dignità di tutte le persone.

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