Papa Francesco invita ad educare alla pace

E’ stato mons. Stanislav Zvolenský, arcivescovo di Bratislava e Presidente della Conferenza Episcopale Slovacca, a dare il via alle Giornate Sociali Europee con una messa celebrata nella cattedrale di San Martino, il 17 marzo con un tema sull’epidemia, ‘L’Europa dopo la pandemia – verso un nuovo inizio’, anche se la guerra scoppiata in Ucraina ha focalizzato l’attenzione sul conflitto scoppiato nel cuore dell’Europa, in quanto la Slovacchia, che ospita le giornate, è in prima linea nell’accoglienza dei rifugiati.

Nella sua relazione di benvenuto, mons. Gintaras Grušas, presidente del CCEE, ha sottolineato che il percorso delle Giornate Sociali deve essere affrontato “con la speranza di aiutarci l’un l’altro a trovare un cammino con il quale possiamo contribuire al rinnovamento della Chiesa in Europa e della nostra società europea.

Una speranza che nelle ultime settimane è stata ancora più sfidata dallo scoppio della guerra nel continente europeo. Le sfide che abbiamo di fronte sono grandi, ma il nostro incontro per pregare, per analizzare la situazione attuale e per cercare soluzioni avviene nel momento opportuno”.

Il card. Jean-Claude Hollerich, presidente della COMECE, ha messo in luce che è necessario “riunire la voce dell’Insegnamento Sociale Cattolico e del Vangelo nella pratica per rispondere ad alcune delle più grandi sfide sociali del nostro tempo… Come già espresso da papa Francesco in ‘Fratelli Tutti’, ‘la prima vittima di ogni guerra è l’innata vocazione della famiglia umana alla fraternità’.

Per questo, durante questa terza edizione delle Giornate Sociali, vi invito a riscoprire insieme la nostra vocazione alla fraternità, a riflettere e a dibattere sul cammino che conduce a una giusta ripresa in Europa, senza lasciare indietro nessuno. Attraverso questa riflessione, miriamo a contribuire al processo di ricostruzione in una prospettiva cristiana”.

Nel messaggio papa Francesco ha sottolineato che la guerra lascia sgomenti: “La tragedia della guerra che si sta consumando nel cuore dell’Europa ci lascia attoniti; mai avremmo pensato di rivedere simili scene che ricordano i grandi conflitti bellici del secolo scorso.

Il grido straziante d’aiuto dei nostri fratelli ucraini ci spinge come Comunità di credenti non solo a una seria riflessione, ma a piangere con loro e a darci da fare per loro; a condividere l’angoscia di un popolo ferito nella sua identità, nella sua storia e tradizione.

Il sangue e le lacrime dei bambini, le sofferenze di donne e uomini che stanno difendendo la propria terra o scappando dalle bombe scuotono la nostra coscienza. Ancora una volta l’umanità è minacciata da un abuso perverso del potere e degli interessi di parte, che condanna la gente indifesa a subire ogni forma di brutale violenza”.

Ed ha citato Alcide De Gasperi per delineare il ‘compito dell’Europa’: “Sì, l’Europa e le Nazioni che la compongono non si oppongono tra loro e costruire il futuro non significa uniformarsi, ma unirsi ancora di più nel rispetto delle diversità.

Per i cristiani ricostruire la casa comune vuol dire ‘farsi artigiani di comunione, tessitori di unità a ogni livello: non per strategia, ma per Vangelo’. In altre parole occorre ripartire dal cuore stesso del Vangelo: Gesù Cristo e il suo amore che salva.

Questo è l’annuncio sempre nuovo da portare al mondo, anzitutto attraverso la testimonianza di vite che mostrino la bellezza dell’incontro con Dio e dell’amore per il prossimo”.

Il logo di queste giornate, ha sottolineato il papa, è quello di san Martino di Tours: “Chi ama supera la paura e la diffidenza nei confronti di quanti si affacciano alle nostre frontiere in cerca di una vita migliore: se accogliere, proteggere, accompagnare e integrare tanti fratelli e sorelle che scappano da conflitti, carestie e povertà è doveroso e umano, ancor più è cristiano.

Si trasformino i muri ancora presenti in Europa in porte di accesso al suo patrimonio di storia, di fede, di arte e cultura; si promuovano il dialogo e l’amicizia sociale, perché cresca una convivenza umana fondata sulla fraternità”.

Anche ai partecipanti al Congresso Internazionale ‘Educare alla democrazia in un mondo frammentato’, promosso dalla Fondazione Pontificia ‘Gravissimum Educationis’ fino al 19 marzo alla LUMSA, papa Francesco ha sottolineato la ‘selvaticità’ della natura umana:

“Assassini dei nostri fratelli. Grazie, mons. Guy-Réal Thivierge, per questa lettera che lei ha portato, che è una chiamata, attira l’attenzione su quello che sta succedendo. Noi parliamo di educazione, e quando uno pensa all’educazione pensa a bambini, ragazzi… Pensiamo a tanti soldati che sono inviati al fronte, giovanissimi, soldati russi, poveretti. P

ensiamo a tanti soldati giovani ucraini; pensiamo agli abitanti, i giovani, le giovani, bambini, bambine… Questo succede vicino a noi. Il Vangelo ci chiede soltanto di non guardare da un’altra parte, che è proprio l’atteggiamento più pagano dei cristiani: il cristiano, quando si abitua a guardare da un’altra parte, lentamente diventa un pagano travestito da cristiano. Per questo ho voluto incominciare con questa riflessione”.

Per il papa totalitarismo e il secolarismo sono degenerazioni della democrazia, riprendendo il pensiero di san Giovanni Paolo II: “Esercitando una sopraffazione ideologica, lo Stato totalitario svuota di valore i diritti fondamentali della persona e della società, fino a sopprimere la libertà. E’ una sopraffazione ideologica, e noi possiamo parlare delle colonizzazioni ideologiche, che vanno avanti e ci portano a questo.

Il secolarismo radicale, a sua volta ideologico, deforma lo spirito democratico in maniera più sottile e subdola: eliminando la dimensione trascendente, esso indebolisce, e a poco a poco annulla, ogni apertura al dialogo. Se non esiste una verità ultima, le idee e le convinzioni umane possono essere facilmente sfruttate per scopi di potere”.

E’ un invito ad educare i giovani alla democrazia: “Si tratta di aiutarli a capire e apprezzare il valore di vivere in un sistema democratico, sempre perfettibile ma capace di tutelare la partecipazione dei cittadini , la libertà di scelta, di azione e di espressione. E ad andare sulla strada dell’universalità contro l’uniformità. Il veleno è l’uniformità. E che i giovani imparino la differenza e anche la pratichino.

Insegnare ai giovani che il bene comune è impastato con l’amore. Non può essere difeso con la forza militare. Una comunità o una nazione che voglia affermarsi con la forza lo fa a danno di altre comunità o altre nazioni, e diventa fomentatrice di ingiustizie, disuguaglianze e violenze. La via della distruzione è facile da imboccare, ma produce tante macerie; solo l’amore può salvare la famiglia umana. Su questo, stiamo vivendo l’esempio più brutto vicino a noi”.

Inoltre è necessario educare i giovani a vivere la politica come servizio: “Tutti noi siamo chiamati a un servizio di autorità, nella famiglia, nel lavoro, nella vita sociale. Esercitare l’autorità non è facile: è un servizio. Non dimentichiamoci che Dio ci affida certi ruoli non per l’affermazione personale ma perché, con la nostra opera, cresca tutta la comunità.

Quando l’autorità va oltre i diritti della società, delle persone, diventa autoritarismo e diventa alla fine dittatura. L’autorità è una cosa molto equilibrata, ma è una cosa bellissima che dobbiamo imparare e insegnare ai giovani perché imparino a gestirla”.

L’educazione è uno strumento per il bene comune: “La preghiera per la pace va infatti accompagnata da un paziente impegno educativo, affinché i ragazzi e i giovani maturino la decisa consapevolezza che i conflitti non si risolvono con la violenza, non si risolvono con la sopraffazione, ma con il confronto e il dialogo. Ci saranno sempre dei conflitti: insegnare ai giovani come risolvere un conflitto. Non con la violenza, non con la sopraffazione ma con il confronto, il sano confronto, e il dialogo”.

(Foto: CCEE)

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