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Papa Leone XIV in Camerun: la pace deve essere vissuta
“… sono molto felice di entrare in questo Orfanotrofio che è diventato per voi la vostra casa. In questo luogo, è innanzitutto il vostro Padre del Cielo che vi accoglie con amore come suoi figli. Egli vuole manifestarvi la sua tenerezza e stringervi al suo cuore, e anch’io desidero farlo, nel suo Nome. Voi formate una vera famiglia e qui incontrate fratelli e sorelle che condividono con voi una storia dolorosa. E in questa famiglia il vostro Fratello maggiore è Gesù! Questa fraternità riunita attorno a Lui vi rende forti, vi aiuta a portare insieme i pesi della vita e vi fa sperimentare la vera gioia”: con la visita all’orfanotrofio Ngul Zambia si è conclusa la prima giornata in Camerun del papa, seconda tappa del viaggio apostolico in Africa; orfanotrofio che accoglie bimbi e giovani dai 18 mesi ai 20 anni, alcuni abbandonati dalle famiglie, altri disabili o espulsi da istituti per reati o uso di droghe.
E, rivolgendosi a loro, ha detto che Dio non dimentica nessuno: “Cari bambini, so che molti di voi hanno attraversato prove difficili. Alcuni hanno conosciuto il dolore dell’assenza attraverso la perdita dei genitori o dei propri cari. Altri hanno sperimentato la paura, il rifiuto, l’abbandono, la mancanza, l’incertezza. Siete chiamati a un futuro più grande delle vostre ferite.
Siete portatori di una promessa. Perché là dove può esserci miseria, sofferenza o ingiustizia, Dio è presente e conosce i vostri volti, vi è vicinissimo. Il Vangelo ci ricorda che Gesù aveva una speciale benevolenza per i bambini come voi, li metteva al centro. Sappiate che Lui guarda ognuno di voi, oggi, con lo stesso affetto”.
Infine ha salutato il personale, gli educatori ed i volontari: “La vostra premura ha il volto della misericordia divina. Attraverso di essa e la vostra dedizione, offrite ben più di un sostegno materiale: offrite a questi bambini una presenza, un ascolto, una famiglia, un futuro. Tramite voi si manifesta la tenerezza di Dio, una tenerezza fedele, che non viene meno nelle prove e non delude mai. Vi ringrazio per tutto ciò che fate e vi invito a perseverare con coraggio in questa bella opera intrapresa”.
Mentre, appena atterrato nella terra camerunese, papa Leone XIV ha incontrato le autorità ed il Corpo democratico, incitandoli a costruire il bene comune: “Vengo tra voi come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace. La mia visita esprime l’affetto del successore di Pietro per tutti i camerunesi, nonché il desiderio di incoraggiare ciascuno a proseguire, con entusiasmo e perseveranza, nella costruzione del bene comune. Viviamo un tempo, infatti, in cui la rassegnazione dilaga e il senso di impotenza tende a paralizzare il rinnovamento che i popoli avvertono profondamente”.
Nel discorso il papa ha chiesto di ‘rafforzare’ la cooperazione per garantire la libertà e la dignità di ogni persona: “Quanta fame e sete di giustizia! Quanta sete di partecipazione, di visioni, di scelte coraggiose e di pace! E’ mio grande desiderio raggiungere il cuore di tutti, in particolare dei giovani, chiamati a dare forma, anche politica, a un mondo più equo. Intendo inoltre manifestare la volontà di rafforzare i legami di cooperazione tra la Santa Sede e la Repubblica del Camerun, fondati sul rispetto reciproco, sulla dignità di ogni persona umana e sulla libertà religiosa”.
E’ stato un invito alla pace ed all’armonia: “Le tensioni e le violenze che hanno colpito alcune regioni del Nord-Ovest, del Sud-Ovest e dell’Estremo Nord hanno provocato profonde sofferenze: vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani che non vedono un futuro. Dietro le statistiche ci sono volti, storie, speranze ferite. Di fronte a situazioni così drammatiche, all’inizio dell’anno in corso ho invitato l’umanità a rifiutare la logica della violenza e della guerra, per abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia.
Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza. La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza”.
Quindi è stato un invito a vivere la pace: “E’ un dono di Dio, che si sviluppa in un’opera paziente e collettiva. È responsabilità di tutti, in primo luogo delle autorità civili. Governare significa amare il proprio Paese e anche i Paesi vicini; vale anche nelle relazioni internazionali il comandamento: ama il tuo prossimo come te stesso! Governare significa ascoltare realmente i cittadini, stimare la loro intelligenza e la loro capacità di contribuire a costruire soluzioni durature ai problemi”.
Pace non solo tra nazioni, ma anche pace all’interno della nazione: “Associazioni, organizzazioni di donne e di giovani, sindacati, ONG umanitarie, leader tradizionali e religiosi: tutti svolgono un ruolo insostituibile nella tessitura della pace sociale. Sono loro i primi a intervenire quando sorgono tensioni; sono loro che accompagnano gli sfollati, sostengono le vittime, aprono spazi di dialogo e incoraggiano la mediazione locale. La loro vicinanza al territorio permette di comprendere le cause profonde dei conflitti e di intravvedere risposte adeguate”.
Per questo ha sottolineato l’importanza della società civile: “La società civile contribuisce inoltre a formare le coscienze, a promuovere la cultura del dialogo e il rispetto delle differenze. In questo modo, è al suo interno che si prepara un futuro meno esposto all’incertezza. Vorrei sottolineare con gratitudine il ruolo delle donne.
Spesso, purtroppo, sono le prime vittime di pregiudizi e violenze, eppure restano instancabili artefici di pace. Il loro impegno nell’istruzione, nella mediazione e nella ricostruzione del tessuto sociale è ineguagliabile e rappresenta un freno alla corruzione e agli abusi di potere. Anche per questo la loro voce deve essere pienamente riconosciuta nei processi decisionali”.
Da qui la richiesta del papa: “L’autorità pubblica è chiamata ad essere ponte, mai fattore di divisione, anche dove sembra regnare l’insicurezza. La sicurezza è una priorità, ma va sempre esercitata nel rispetto dei diritti umani, unendo rigore e magnanimità, con particolare attenzione ai più vulnerabili. Una pace autentica nasce quando ciascuno si sente protetto, ascoltato e rispettato, quando la legge è un argine sicuro all’arbitrio del più ricco e del più forte”.
Una pace che nasce dalla testimonianza: “A ben vedere, fratelli e sorelle, le alte cariche che ricoprite esigono una duplice testimonianza. La prima testimonianza si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato a servizio del popolo e specialmente dei più poveri; la seconda testimonianza si realizza collegando le vostre responsabilità istituzionali e professionali a un’integra condotta di vita.
Perché si affermino la pace e la giustizia, infatti, occorre rompere le catene della corruzione, che sfigurano l’autorità, svuotandola di autorevolezza. Occorre liberare il cuore da quella sete di guadagno che è idolatria: il vero guadagno è lo sviluppo umano integrale, ossia la crescita equilibrata di tutti gli aspetti che rendono la vita in questa terra una benedizione”.
Infine un invito alla Chiesa ed ai giovani: “Grazie a Dio, ai giovani camerunesi non manca una profonda spiritualità, che resiste ancora all’omologazione del mercato. Si tratta di un’energia che rende preziosi i loro sogni, radicati nelle profezie che alimentano la loro preghiera e i loro cuori. Le tradizioni religiose, quando non vengono stravolte dal veleno dei fondamentalismi, ispirano profeti di pace, giustizia, perdono e solidarietà. Favorendo il dialogo interreligioso e coinvolgendo i leader religiosi nelle iniziative di mediazione e riconciliazione, la politica e la diplomazia possono avvalersi di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le radicalizzazioni e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco.
La Chiesa cattolica in Camerun, attraverso le sue opere educative, sanitarie e caritative, desidera continuare a servire tutti i cittadini senza distinzioni. Desidera collaborare lealmente con le autorità civili e con tutte le forze vive della nazione per promuovere la dignità umana e la riconciliazione. Dove possibile, intende facilitare la cooperazione con altri Paesi e i legami fra i camerunesi nel mondo e le loro comunità di provenienza”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV visita Ippona sui passi di sant’Agostino
Sotto una pioggia insistente questa mattina papa Leone XIV ha visitato la città di sant’Agostino: Annaba (Ippona), che nei secoli successivi ad Agostino fu conquistata prima dai bizantini ed infine distrutta dagli arabi nel VII secolo, che poi la ricostruirono con il nome di Annaba. Delle vestigia di epoca romana sono rimasti visibili il foro pavimentato e circondato da portici colonnati; il teatro; il mercato; terme severiane; cisterne; mosaici figurati. Non mancano nemmeno elementi di epoca cristiana, tra cui figurano la Basilica Pacis, nella quale sant’Agostino svolse il suo ministero episcopale, e annesso battistero.
Al termine della breve visita il papa ha raggiunto la Casa di accoglienza ‘Ma Maison’ gestita dalle Piccole Sorelle dei Poveri, dedite da anni alla cura dei più fragili, inclusi i musulmani, ringraziando per l’accoglienza: “Vi ringrazio di accogliermi in questa casa! Sono contento perché qui abita Dio, perché dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio. Ringrazio le Piccole Sorelle dei Poveri insieme al Personale della Casa. Grazie, Madre Filomena, per il benvenuto che mi ha rivolto.
Grazie, caro monsignor Desfarges, per le Sue parole, le sue toccanti parole! AscoltandoLa e vedendo la Sua presenza qui in mezzo ai fratelli e alle sorelle anziani, viene spontaneo lodare Dio e ringraziarlo”.
Ha concluso la breve visita con un ringraziamento in quanto nella fraternità si realizza la speranza: “Ringrazio il Signor Salah Bouchemel per la sua testimonianza, così bella e consolante. Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza! Sì perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne.
Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli, con gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel vostro servizio quotidiano, nella vostra amicizia, nel vivere insieme”.
(Foto: Santa Sede)
Stella di un mattino che non tramonta
La nuova pubblicazione di fra Fabio Nardelli, concepita come uno strumento teologico-pastorale per il Centenario della Pasqua di san Francesco (1226-2026) al fine di presentare la figura di Francesco d’Assisi quale uomo ancora ‘vivo’ oggi: è uscita la nuova pubblicazione di fra Fabio Nardelli, ‘Stella di un mattino che non tramonta’.
L’espressione ‘stella di un mattino che non tramonta’ richiama indirettamente il libro del Siracide 50,6 e intende descrivere lo splendore della santità di Francesco d’Assisi nelle ‘nubi’ del suo tempo, ma soprattutto intende cogliere l’attualità di questo uomo ‘confermato a Cristo’ che, dopo ottocento anni, ancora parla alla vita della Chiesa.
Otto secoli non sono pochi: eppure alla vicenda di Francesco d’Assisi è riconosciuta una forza d’attualità non indifferente. In occasione del centenario della Pasqua di san Francesco (1226-2026) si intende ripercorrere l’esperienza del Poverello di Assisi, particolarmente segnata dalla chiamata evangelica e vivere in fraternità e nella missionarietà.
Il modello che ha guidato Francesco di Assisi per animare la vita itinerante è quello dei discepoli di Gesù che vanno in missione. La vocazione di frate Francesco non è monastica: egli sa che la sua vita si realizza nel mondo, tra la gente, perché è stato chiamato a formare una ‘Fraternità in missione’. La realtà della fraternità missionaria, dall’esperienza originaria fino ai giorni nostri, si presenta come un dato essenziale e identitario.
Dopo un breve inquadramento di carattere introduttivo, che mette in luce la figura del Santo di Assisi, l’attenzione si concentrerà su alcune caratteristiche proprie della sua esperienza spirituale: egli, infatti, in quanto uomo convertito, evangelico, ecclesiale, missionario è attuale. In conclusione, si cercheranno di cogliere nella sua esperienza alcuni elementi significativi per il rinnovamento della Chiesa nel Terzo Millennio.
A conclusione di ogni capitolo, inoltre, sono stati pensati dei ‘riquadri’ di carattere magisteriale, che contengono il pensiero di alcuni pontefici, in ordine cronologici, riguardo alla figura di san Francesco, nel tentativo di presentarne un’attualizzazione nel contesto ecclesiale post-conciliare.
La proposta di frate Francesco, ancora viva e attuale, dopo ottocento anni, è un dono dello Spirito nella storia della Chiesa che si presenta come impegno comune e fraterno per vivere pienamente la chiamata evangelizzatrice, superando anche i confini culturali e religiosi. Il santo di Assisi rilancia la necessità di un legame stretto tra minorità, fraternità e missionarietà, che sono realtà interconnesse a tal punto che l’una non ha ragione di esistere senza l’altra.
Da itinerante e inviando i suoi frati per il mondo, egli obbediva alla chiamata di Dio che lo orientava solamente al Vangelo. L’esistenza di Francesco d’Assisi è un’unica risonanza della parola di Dio e quindi una sua manifestazione e, pertanto, ciò che dà inizio alla sua vita e alla storia dell’Ordine francescano è sicuramente la parola di Dio, che egli percepisce nel suo cuore e scopre negli avvenimenti, portandolo a considerare la sua esistenza come una ‘grazia ricevuta’.
Fra Fabio Nardelli è frate minore e sacerdote della Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi. E’ docente di ecclesiologia presso la Pontificia Università Antonianum. E’ socio ordinario dell’Associazione Teologica Italiana.
Ha partecipato come membro del terzo Gruppo di Studio del Sinodo universale La missione nell’ambiente digitale. E’ autore di diversi contributi e volumi di ecclesiologia, tra cui ‘La Chiesa popolo missionario’ (Cittadella, 2023), ‘Un popolo missionario e sinodale’ (Cittadella, 2024), ‘Missionari tutti. Il cammino nel mondo digitale’ (Dicastero per la Comunicazione, 2025) e ‘Riforma nella Chiesa’ (Cittadella, 2025).
Papa Leone XIV: il Giovedì Santo è un invito al servizio
“Varchiamo questa soglia non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti a titolo speciale da Gesù stesso: come invitati alla Cena nella quale il pane e il vino diventano per noi Sacramento di salvezza. Partecipiamo infatti a un banchetto durante il quale Cristo ‘avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò fino alla fine’: il suo amore si fa gesto e cibo per tutti, rivelando la giustizia di Dio. Nel mondo, proprio lì dove il male imperversa, Gesù ama definitivamente, per sempre, con tutto sé stesso”: nella Messa in Coena Domini, celebrata nella basilica di San Giovanni in Laterano, che apre il Triduo pasquale, papa Leone XIV pone al centro la lavanda dei piedi come momento per liberarlo dalle idolatrie.
In questo modo la lavanda dei piedi diventa l’azione del cristiano, che non può essere separata dall’Eucarestia: “Il gesto del Signore fa tutt’uno con la mensa alla quale ci ha invitato. E’ un esempio del sacramento: mentre ne conferma il senso, ci consegna un compito che vogliamo assumere come nutrimento per la nostra vita. L’evangelista Giovanni sceglie la parola greca upódeigma per raccontare l’evento cui è stato presente: significa ‘ciò che è mostrato proprio sotto gli occhi’.
Quel che il Signore ci fa vedere, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto di più che un modello morale. Egli ci consegna infatti la sua stessa forma di vita: lavare i piedi è gesto che fa sintesi della rivelazione di Dio, segno esemplare del Verbo fatto carne, sua memoria inconfondibile. Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza”.
Con questo gesto Gesù sovverte il rapporto con il prossimo e con Dio: “Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto”.
E’ un gesto che invita ad imparare ad amare: “Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore. Abbiamo bisogno del suo esempio per imparare ad amare, non perché ne siamo incapaci, ma proprio per educare noi stessi, gli uni gli altri, all’amore vero. Imparare ad agire come Gesù, Segno che Dio imprime nella storia del mondo, è il compito di tutta una vita”.
E’ un invito ad imparare da Gesù, secondo l’invito di papa Francesco: “Non ci chiede infatti di ricambiarlo verso di Lui, ma di condividerlo fra noi: ‘Dovete lavare i piedi gli uni agli altri’… Egli non parlava di un astratto imperativo, un comando formale e vuoto, ma esprimeva il suo obbediente fervore per la carità di Cristo, fonte ed esempio della nostra carità. L’esempio dato da Gesù, infatti, non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore”.
Solo se ci lascia servire da Gesù saremo capaci di ‘servire’ il prossimo: “Allora, davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi… Sì, tutta la storia biblica converge in Gesù, vero agnello pasquale. Attraverso di Lui le figure antiche trovano pieno significato, perché il Cristo salvatore celebra la Pasqua dell’umanità, aprendo per tutti il passaggio dal peccato al perdono, dalla morte alla vita eterna”.
Ed in questo giorno si manifesta la carità verso il popolo di Dio: “Rinnovando i gesti e le parole del Signore, proprio questa sera facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro. L’intrinseco legame tra i due Sacramenti rappresenta la perfetta donazione di Gesù, sommo Sacerdote ed Eucaristia vivente in eterno: nel pane e nel vino consacrati sta infatti il ‘Sacramento d’amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura’…
Il Giovedì Santo è perciò giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica. L’adorazione eucaristica di questa sera, in ogni parrocchia e comunità, sia tempo per contemplare il gesto di Gesù, mettendoci in ginocchio come ha fatto Lui, e chiedendo la forza di imitarlo nel servizio con lo stesso amore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV sottolinea l’importanza del dono degli organi
“Sono contento di accogliervi in occasione degli Stati generali della Rete trapiantologica nazionale, e ringrazio la Pontificia Accademia per la Vita che segue questo importante settore. La vostra presenza testimonia l’impegno di tanti operatori sanitari, professionisti e volontari, che, con competenza e dedizione, sono al servizio della vita umana nei momenti di maggiore fragilità”: incontrando i partecipanti dell’incontro promosso dal Centro nazionale per i trapianti, papa Leone XIV ha incoraggiato la ricerca scientifica del settore nel rispetto della dignità della persona.
L’udienza avviene nella ricorrenza della prima donazione italiana: “Voi ricordate una ricorrenza importante: infatti settant’anni fa avvenne la prima donazione italiana, quando il beato don Carlo Gnocchi chiese che le sue cornee fossero prelevate dopo la sua morte e trapiantate a due giovanissimi assistiti della sua Opera, i quali poterono tornare a vedere. Quel gesto, compiuto in un contesto ancora privo di una normativa organica, suscitò un’ampia riflessione nella società italiana e contribuì ad avviare un percorso di definizione legislativa”.
E’ stato un gesto molto importante anche per la Chiesa: “Proprio poche settimane dopo quel gesto di don Gnocchi, papa Pio XII offrì un primo orientamento morale su questi temi, riconoscendo la liceità del prelievo a fini terapeutici, nel rispetto della dignità del corpo umano e dei diritti delle persone coinvolte. Fin dall’inizio, dunque, la riflessione della Chiesa ha accompagnato lo sviluppo della medicina dei trapianti, riconoscendone il valore e indicando, insieme, i criteri etici necessari”.
Quindi la donazione degli organi riveste un momento importante per la Chiesa: “San Giovanni Paolo II, nell’enciclica ‘Evangelium vitae’, ha ricordato che tra i gesti che alimentano la cultura della vita ‘merita particolare apprezzamento la donazione di organi compiuta in forme eticamente accettabili’. Si tratta infatti di un’azione che unisce la generosità del dono alla responsabilità morale che lo accompagna.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma, a sua volta, che ‘la donazione di organi dopo la morte è un atto nobile e meritorio ed è da incoraggiare come manifestazione di generosa solidarietà richiamando al tempo stesso la necessità del consenso e il rispetto della dignità della persona. Occorre sempre vigilare per evitare ogni forma di mercificazione del corpo umano e garantire ai trapianti criteri giusti e trasparenti”.
Inoltre il trapianto richiama l’importanza della relazione: “La medicina dei trapianti ci ricorda che la relazione di cura, di fiducia e di responsabilità reciproca costituisce una condizione imprescindibile perché il trapianto possa realizzarsi. La possibilità stessa di salvare vite attraverso i trapianti dipende infatti dalla generosità dei donatori”.
Quindi il papa ha richiamato l’importanza della fraternità: “Papa Francesco ha sottolineato che la donazione non si esaurisce nella sua utilità sociale, pur così importante, ma si configura come espressione della fraternità universale. Ha ribadito inoltre che essa deve rimanere un atto gratuito, capace di testimoniare una cultura dell’aiuto, del dono, della speranza e della vita. E’ un richiamo quanto mai prezioso in un tempo in cui tutto rischia di essere valutato secondo la logica del prezzo, dell’efficienza o dell’interesse”.
E’ stato un incoraggiamento a proseguire nella ricerca: “Colgo a mia volta questa occasione per incoraggiare la ricerca scientifica, che continua ad aprire prospettive importanti per la medicina dei trapianti. Essa è chiamata a sviluppare soluzioni sempre più efficaci per rispondere al fabbisogno di organi e alle necessità dei pazienti, in un contesto in cui la domanda supera ancora di molto la disponibilità. E’ necessario che tale impegno proceda sempre insieme a una riflessione responsabile, affinché il progresso scientifico rimanga orientato al bene integrale della persona e al rispetto della sua dignità”.
E’ stato anche un incoraggiamento a sensibilizzare su tale tema: “Incoraggio infine le istituzioni e il mondo del volontariato a proseguire nell’opera di informazione e sensibilizzazione, perché possa crescere una cultura della donazione sempre più consapevole, libera e condivisa, capace di riconoscere in questo gesto un segno di solidarietà, di fraternità e di speranza”.
Mentre nei giorni precedenti era stato presentato dalla Pontificia Accademia per la Vita la versione aggiornata del documento ‘La prospettiva degli Xenotrapianti – Aspetti scientifici e considerazioni etiche’, che apre con cautela ma convinzione al trapianto di organi, tessuti o cellule tra specie diverse (principalmente da maiali geneticamente modificati a esseri umani) per rispondere alla cronica carenza di organi.
Infatti secondo il prof. Emanuele Cozzi, docente all’Università di Padova, nonostante i 170.000 trapianti effettuati nel mondo, si copre meno del 10% del fabbisogno reale: “Circa otto persone muoiono ogni giorno in attesa di un trapianto”, evidenziando come l’ingegneria genetica abbia compiuto passi ‘straordinari’ nel rendere gli organi suini compatibili con il sistema immunitario umano, superando anche i rischi di biosicurezza e trasmissione di infezioni. Mentre Daniel Hurst, esperto di xenotrapiantologia, ha ricordato come negli USA l’attesa media per un rene sia di 5 anni: “Siamo in una fase avanzata; dal 2022 sono partiti studi su pazienti per uso compassionevole che hanno dato risultati incoraggianti su cuore, rene e fegato”.
Mons. Renzo Pegoraro, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha spiegato il senso del contributo ecclesiale: “E’ una bella esperienza di dialogo interdisciplinare tra biologia, filosofia, etica e teologia. La Chiesa vuole offrire un contributo ai credenti e alla comunità scientifica su come continuare la ricerca in sicurezza, garantendo il benessere animale e la tutela del paziente… Occorre definire meglio le regole sui brevetti. Parliamo di organi per la cura: l’accesso deve essere garantito a chiunque ne abbia bisogno, evitando discriminazioni”.
(Foto: Santa Sede)
Maimone lancia ‘Religious Tourism for Peace’ per promuovere la pace e il dialogo tra i popoli
In un contesto internazionale segnato da conflitti, tensioni e crisi umanitarie, con particolare riferimento alla guerra in Iran che coinvolge civili e comunità religiose, emerge con urgenza la necessità di strumenti capaci di favorire il dialogo, l’incontro e la costruzione di ponti tra i popoli. Il turismo religioso si configura, in questo scenario, non come semplice esperienza di viaggio, ma come pratica di mediazione culturale, spirituale e umanitaria, capace di promuovere comprensione, tolleranza, coesione sociale, rispetto per la vita e la salvaguardia dei valori universali.
Secondo Biagio Maimone, coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMRT), intervistato da una radio locale, “il turismo religioso non si limita a un fenomeno ricreativo, ma costituisce un percorso complesso di interazione culturale, spirituale e filosofica. I cammini di fede rappresentano esperienze di apprendimento, introspezione e confronto che vanno al di là della semplice visita turistica. Favoriscono la nascita di un nuovo umanesimo, fondato sul dialogo tra culture e sulla costruzione di legami duraturi tra le comunità, radicati nel rispetto della vita, nella fraternità e nella solidarietà universale”.
Maimone sottolinea la necessità di promuovere e difendere il turismo religioso, evitando che sia ridotto a mero prodotto commerciale: “Va valorizzato e tutelato e per questo è indispensabile istituire una sede istituzionale dedicata, che coordini le politiche nazionali, favorisca la formazione degli operatori e garantisca un approccio etico, rispettoso dei luoghi sacri, delle comunità ospitanti e della sacralità della vita”.
Il coordinatore richiama il magistero di papa Francesco, che pone al centro della riflessione ecclesiale il dialogo interculturale, la fraternità e l’incontro tra popoli come strumenti fondamentali per la pace globale. Evoca anche la figura storica di papa Leone XIV, simbolo di come la spiritualità possa costruire legami duraturi tra fede, cultura e territorio, e rappresenti un esempio per un turismo religioso in grado di generare coesione sociale, responsabilità civica e un profondo rispetto per la vita e la dignità umana.
Secondo Maimone, “l’organismo istituzionale proposto avrebbe il compito di promuovere il turismo religioso come veicolo di pace e dialogo tra i popoli, coordinare le politiche nazionali e internazionali, valorizzare i territori rispettando le loro identità culturali e spirituali, sostenere percorsi formativi per operatori specializzati, garantire che i luoghi sacri siano tutelati da logiche commerciali preservandone il significato profondo, e diffondere la cultura della pace, dell’incontro e della vita attraverso esperienze di pellegrinaggio e percorsi spirituali”.
Maimone evidenzia come “il turismo religioso rappresenti, soprattutto in un periodo segnato da conflitti come quello in Medio Oriente, una concreta opportunità di costruzione di ponti tra culture e comunità diverse. Non si tratta solo di visitare un luogo sacro, ma di vivere un’esperienza che educa alla comprensione reciproca, rafforza la coesione sociale, nutre lo spirito e contribuisce a sviluppare un nuovo umanesimo globale fondato sulla pace, sulla vita, sulla cultura del dialogo e sulla fratellanza tra i popoli.
No alla guerra, sì alla pace. Il turismo religioso unisce, collega e sviluppa la cultura della pace e la cura dei territori, promuovendo la cooperazione tra popoli di diversa etnia e religione senza alcuna distinzione. ‘Religious Tourism for Peace’ è lo slogan della Rete Mondiale del Turismo Religioso: un invito universale a viaggiare con il cuore, a comprendere, rispettare e proteggere la vita in tutte le sue forme, costruendo un mondo più giusto, solidale, pacifico e spiritualmente consapevole”.
La Rete Mondiale del Turismo Religioso nasce con l’obiettivo di sviluppare pace, dialogo interculturale, rispetto della vita e coesione tra i popoli, affermandosi come piattaforma internazionale per il rilancio umano e sociale dei territori e delle comunità. In un mondo sempre più interconnesso ma diviso da guerre e tensioni, il turismo religioso può diventare un laboratorio di pace, un mezzo per promuovere il dialogo interculturale, rafforzare la cultura della pace e costruire ponti tra i popoli.
Card. Zuppi: la Chiesa forma coscienze libere
“All’inizio di questa sessione desidero rinnovare la nostra vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate ancora una volta dalla violenza dei conflitti, dall’insicurezza, dalla paura, dalla sofferenza di popolazioni intere… Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato… Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti.
Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.
Ed ha ricordato il martirio dei cristiani: “In questo quadro ricordiamo il martirio di padre Pierre Al-Rahi, che ha scelto di rimanere accanto alla sua comunità fino alla fine, testimoniando con la sua vita e con il suo sangue la fedeltà al Vangelo e alla missione pastorale affidatagli. Il suo sacrificio rimane per la nostra Chiesa un luminoso seme di speranza, di riconciliazione e di pace. La sua memoria ci riporta al cuore del Vangelo: una Chiesa che non arretra davanti al dolore, che rimane accanto al suo popolo, che condivide la sorte della gente e continua, proprio per questo, a essere presenza di prossimità, di amore e di pace. Avviene così per tanti cristiani vittime di violenza e testimoni di Vangelo. Sono ‘Gente di primavera’, come ricorderemo domani 24 marzo, XXXIV Giornata dei missionari martiri, nella memoria di mons. Oscar Romero”.
Per questo ha sottolineato che solo il papa ha levato la voce per la pace: “La voce del Santo Padre sulla pace è tra le poche che richiamano a una visione umana e ragionevole dei rapporti tra i popoli. È una voce cristiana che dà voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce, che non hanno possibilità o libertà per esprimere la loro grande sofferenza e le loro aspirazioni alla fine della violenza. E sempre desideriamo unirci coralmente alla voce del Papa, come abbiamo fatto nella recente Giornata di preghiera dedicata alla pace, in tutte le Chiese d’Italia”.
Ecco il motivo per cui la comunità cristiana deve essere missionaria: “Bisogna andare incontro alle persone in ricerca, spaesate, inquiete su di sé e sul futuro. Questo richiede un atteggiamento umano e pastorale, carico di disponibilità e attenzione. Quanti si sono recati ad Assisi, numerosi e raccolti (oltre 370.000 pellegrini da tutte le parti del mondo), a vedere le spoglie di san Francesco, non cercavano nella memoria del Santo una testimonianza del Vangelo sine glossa? Questa ricerca si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa, che appaiono non sempre attrattivi, forti, luminosi”.
Missione che è apertura al dialogo: “E’ chiaro che, di fronte a tante domande di senso, è necessaria un’estroversione missionaria e una capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione. Ma questa attitudine fondamentale non è disgiunta dalla necessità di costruire comunità vere nelle nostre parrocchie e nel nostro mondo. E’ un tema su cui ho più volte insistito, del resto evidente ai vostri occhi e alla vostra azione pastorale. E’ il tema, ad esempio, di dovere accogliere quanti, adulti, accedono o riscoprono il Battesimo e di avviare il dialogo con i tanti che non incontriamo”.
Tale realizzazione è possibile grazie alle comunità: “Solo le comunità possono realizzare l’estroversione missionaria e incarnare un atteggiamento dialogico con quanti sono in ricerca… Comunità autentiche sono alla base di una responsabilità sinodale, che non sia uno slogan, un laboratorio astratto o un fatto istituzionale. Dopo il Covid, in parecchie parrocchie del nostro Paese, si è vista una faticosa ripresa di presenza di quelli che erano fedeli un po’ anonimi…
In questo senso bisogna suscitare e supportare uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, ‘tessitori di fraternità’, capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. Si tratta di coinvolgere tutti nella creazione di un tessuto ecclesiale comunitario. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione dell’unità nella comunione tra noi, con il Vescovo di Roma, nostro Primate, con tutta la Chiesa”.
E nel ricordo del ‘convegno’ di Roma del 1976 il card. Zuppi ha invitato a coniugare la missione con la promozione umana: “Il binomio evangelizzazione e promozione umana dice ancora tanto della specifica vocazione della Chiesa a comunicare il Vangelo, ma anche di far crescere la società italiana che stava affrontando allora tempi non facili, segnati com’erano dal terrorismo. No, non ci rinchiuderemo in un’irrilevanza pigra, per conservare noi stessi, per farci proteggere dal freddo della storia!
La Chiesa è ben di più che un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo! Lo diciamo con molta umiltà, ma con la consapevolezza della densità teologica, religiosa, umana, sociale che comporta il nostro essere Chiesa. Questo non è senso di superiorità o isolamento, tantomeno mancare alle nostre responsabilità”.
In questo modo si esplica la ‘presenza’ dei cattolici: “La presenza ecclesiale non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo. La Chiesa, infatti, non vive per sé stessa. Non si comprende a partire dalle sue strutture, pur necessarie, né dal solo profilo istituzionale…
Chi pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona. La Chiesa è popolo di Dio, non una somma di individualità; è comunione, non autosufficienza; è pellegrina nella storia, non padrona della storia; è segno, non fine a sé stessa; è strumento, non protagonista autoreferenziale”.
Proprio per questo la fede ha una dimensione sociale: “Questa consapevolezza non va mai data per scontata. Ci sono sempre infatti alcuni rischi. Tra questi, quello del disimpegno; quello di sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune. Non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità”.
Responsabilità anche politica: “C’è poi il rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa. La comunità cristiana, invece, resta fedele a una distinzione alta e necessaria: riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto. Come ci ha ricordato papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste”.
L’impegno è un modo di essere Chiesa: “I discepoli di Gesù Cristo sono continuamente chiamati a comprendere cosa significa costruire il bene comune e mettersi al servizio del disegno di Dio sull’umanità. Per questo, è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri… Questo modo di essere Chiesa non ci può vedere chiusi in sacrestia. I discepoli di Cristo percorrono le strade infangate o polverose, abitano in mezzo alla gente per essere segno di speranza. I sogni e le sofferenze delle persone, soprattutto degli ultimi, non ci troveranno mai indifferenti”.
Papa Leone XIV: l’accoglienza è un’esperienza
“Sono lieto di incontrarvi e di condividere con voi qualche riflessione sul tema che state affrontando come ‘Cattedra dell’Accoglienza’, nata dall’esperienza spirituale dell’Associazione Fraterna Domus con il sostegno fattivo di altre realtà ecclesiali e sociali. Queste vostre giornate sono animate dalla consapevolezza che la vocazione cristiana è orientata a generare comunione tra le persone, e la comunione nasce dalla capacità di accogliere gli altri, offrendo ascolto, ospitalità e assistenza”: ricevendo la ‘Cattedra dell’accoglienza’ papa Leone XIV ha invitato i partecipanti ad essere ‘educatrici ed educatori dell’accoglienza’ e a continuare a ‘promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società’.
Per questo il papa ha sottolineato il valore etimologico della parola, centrale per la relazione: “Una possibile etimologia della parola ‘accogliere’, centro di ogni vostra attività, risale al latino accipere che significa ‘ricevere’, ‘prendere con sé’. Al centro di ogni autentica accoglienza vi è, infatti, una relazione che nasce dalla grazia di un incontro”.
Quindi l’accoglienza è un’esperienza: “Facciamo esperienza di tanti tipi di incontro e quindi di accoglienza: l’incontro con le persone che ci amano, con i familiari, con i colleghi, e anche con persone estranee, a volte ostili. Quando un incontro è vero, da esperienza personale può trasformarsi e, progressivamente, diventare capace di coinvolgere gli altri dando vita a un’esperienza comunitaria”.
E’ stato un ringraziamento all’associazione per aver dedicato il tema di quest’anno ai giovani: “In un tempo attraversato da profonde trasformazioni culturali e sociali, i giovani, che sono naturalmente il futuro della società e della Chiesa, in realtà ne costituiscono già il presente vivo e generativo. Le loro domande e le loro inquietudini, infatti, invitano a rinnovare lo stile dei nostri rapporti.
Accogliere persone giovani significa, anzitutto, mettersi in ascolto delle loro voci, incrociare i loro sguardi e riconoscere che, nelle loro esistenze e nei loro linguaggi, lo Spirito continua a operare e a suggerirci percorsi rinnovati di presenza e custodia. Vorrei soffermarmi proprio su queste due parole (presenza e custodia), che concorrono a illuminare il senso cristiano dell’accoglienza”.
La presenza è importante perché segna un punto di riferimento: “Ognuno di noi, fin dal primo istante di vita, cresce in una realtà sociale. La famiglia, la parrocchia, la scuola, l’università, il lavoro rappresentano modelli di società dove si intrecciano diverse dimensioni: psicologica, giuridica, morale, pedagogica, culturale. Sono spazi di elezione identitaria il cui compito primario è delineato proprio dalla presenza. Essere presenti nella vita degli altri significa condividere tempo, esperienze, significati, offrendo punti di riferimento stabili nei quali gli altri possano riconoscersi e crescere”.
Per questo il ‘modello’ è la Famiglia di Nazaret: “Guardando alla Santa Famiglia di Nazaret (al cui modello di ispira la Fraterna Domus), ogni comunità accogliente può riscoprire la propria chiamata e imparare a orientarsi nel cammino del servizio. L’episodio evangelico di Maria e Giuseppe che smarriscono Gesù e, angosciati, lo ritrovano dopo tre giorni nel Tempio ci insegna che la presenza dell’altro non è un automatismo, ma l’esito di una ricerca costante. E’ accaduto a ciascuno di noi di smarrire qualcuno o qualcosa a cui eravamo molto legati. In quel momento ci siamo accorti di quanto quella presenza fosse preziosa”.
Ugualmente succede per la fede: “Così succede anche nella vita di fede: diamo per scontata la presenza di Gesù nella nostra esistenza, finché all’improvviso sembra che Egli non sia più dove lo abbiamo lasciato. Avvertiamo un senso di smarrimento. In realtà, non è Lui che si è perso, ma noi che ci siamo allontanati. Quando avviene questo, siamo chiamati a cercarlo con fiducia, con il coraggio di percorrere strade inesplorate, guardando il mondo con occhi nuovi, carichi di speranza. In questo modo si smetterà di cercare un Dio a propria misura per incontrarlo dove Egli abita. Cercare Gesù significa, dunque, passare dalla sicurezza delle nostre convinzioni alla responsabilità dell’incontro, imparando a vedere e ad accogliere la presenza di Dio che è sempre oltre”.
Quindi la presenza rimanda alla custodia, chiedendo di prendere ad esempio san Giuseppe: “E’ proprio quello che ha fatto san Giuseppe custodendo la famiglia affidatagli dal Signore. In lui riconosciamo che accogliere, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare accanto all’altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura. Questo atteggiamento appartiene anzitutto a Dio, che la Bibbia mostra come il custode del suo popolo”.
Infatti il salmo 121 ricorda il valore di custodire (‘Non si addormenterà, non prenderà sonno / il custode d’Israele. / Il Signore è il tuo custode’): “Da questa prospettiva comprendiamo che anche la famiglia umana è chiamata a preservare ciò che le è stato affidato: le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli, soprattutto di coloro che soffrono e che sono più fragili. Così Giuseppe ci dimostra che presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell’altro”.
Queste sono le due ‘lampade’ che conducono verso la santità: “Queste due parole possono rappresentare due lampade nel vostro percorso verso un’accoglienza capace di aprire sentieri di santità, in una prospettiva mai autoreferenziale, sempre relazionale e fraterna, così come ci ricorda l’enciclica ‘Fratelli tutti’, là dove afferma: ‘Solo una cultura sociale e politica che comprenda l’accoglienza gratuita potrà avere futuro’ per le nuove generazioni”.
Concludendo l’incontro il papa ha ringraziato ed incoraggiato l’associazione per l’impegno nell’accoglienza: “Carissimi, vi ringrazio per il vostro impegno silenzioso e discreto. Vi incoraggio a essere educatrici ed educatori dell’accoglienza. Coltivate il carisma dell’accoglienza nell’ascolto dello Spirito Santo, il cui frutto, ci dice san Paolo, ‘è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé’. Così potrete continuare a generare insieme ambienti capaci di promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società”.
(Foto: Santa Sede)
I vescovi stimolano al bisogno di Europa
“E’ bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! Questo è l’invito che papa Leone XIV, a conclusione del Giubileo della Speranza, ha rivolto a tutte le nostre Chiese affinché il tempo che si apre sia ‘l’inizio della speranza’. Come presidenti di Conferenze Episcopali Europee, sentiamo la responsabilità di accogliere l’invito del papa e di condividerlo. Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza. Molti nostri concittadini sono angosciati e disorientati”: riscoprire l’anima dell’Europa e rinnovare l’impegno per il bene comune in un tempo segnato da guerre, divisioni e incertezze globali è il cuore dell’appello ‘Cristiani per l’Europa. La forza della speranza’, diffuso dai presidenti delle Conferenze Episcopali di Francia, Italia, Germania e Polonia, firmato dal card. Jean-Marc Aveline, dal card. Matteo Maria Zuppi, da mons. Georg Bätzing e da mons. Tadeusz Wojda, che raccolgono l’invito del papa ad essere ‘pellegrini di speranza’ ed a vivere il tempo presente come ‘inizio della speranza’.
Nel testo i vescovi descrivono un mondo segnato da polarizzazioni, violenze e timori diffusi tra i cittadini: “L’ordine internazionale è minacciato. In questa situazione, l’Europa deve riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al ‘bene comune’. Potremo farlo riflettendo su ciò che ha contribuito a fondare l’Europa. Dal punto di vista storico, dopo le civiltà ellenistica e romana, il cristianesimo è stato uno dei fondamenti essenziali del nostro continente. Ha plasmato in larga misura il volto di un’Europa umanista, solidale e aperta al mondo”.
In questo contesto, l’Europa è chiamata a riscoprire la propria identità per offrire un contributo essenziale al bene comune globale: “Oggi viviamo in un’Europa pluralistica, caratterizzata da diversità linguistiche, differenze culturali regionali e numerose tradizioni religiose e spirituali. Sebbene i cristiani siano meno numerosi, ciò non impedisce loro di tornare, con coraggio e perseveranza, al fondamento della loro speranza”.
Per questo i presidenti delle quattro conferenze episcopali hanno ripercorso le tappe che hanno portato alla ‘costruzione’ dell’Europa: “All’indomani di una guerra devastante, con lo sterminio di milioni di persone per ragioni razziali, religiose e identitarie, l’urgenza di costruire un mondo nuovo si è imposta come un’evidenza.
Molti laici cattolici hanno concepito, con determinazione, l’Europa come una casa comune e si sono impegnati a sviluppare un nuovo quadro internazionale, in particolare attraverso la creazione delle Nazioni Unite. L’obiettivo era la realizzazione di una società riconciliata, concepita come punto di convergenza e garanzia del rispetto reciproco delle specificità, un baluardo di libertà, uguaglianza e pace”.
Così nella dichiarazione fondativa della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, i fondatori avevano sottolineato l’idea di un’Europa solidale: “I padri fondatori dell’Europa, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ispirati dalla loro fede cristiana, non erano ingenui sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile. ‘Poiché amavano Cristo, amavano anche l’umanità e si impegnarono per unirla’, come ha più volte sottolineato san Giovanni Paolo II, ricordando il ruolo dei cristiani nella costruzione dell’Europa”.
Quindi l’Europa non è solo un mercato: “L’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori. Nel rispetto dello stato di diritto e rifiutando le logiche esclusiviste dell’isolazionismo e della violenza, opterà per la risoluzione sovranazionale dei conflitti, scegliendo meccanismi e alleanze adeguati.
Dovrà essere sempre pronta a riprendere il dialogo, anche in casi di conflitto, e adoperarsi per la riconciliazione e la pace. L’Europa è chiamata a ricercare alleanze che gettino le basi per un’autentica solidarietà tra i popoli”.
L’appello si chiude con la constatazione di un bisogno di Europa: “Nonostante i numerosi movimenti euroscettici in diversi Paesi del Continente, gli europei si sono riavvicinati gli uni agli altri, soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Un quadro internazionale sta morendo e uno nuovo deve ancora nascere…
Il mondo ha bisogno dell’Europa. E’ questa l’urgenza che i cristiani devono far propria per potersi poi impegnare con decisione, ovunque si trovino, per il suo futuro con la stessa viva consapevolezza dei padri fondatori. ‘Vissuta come impegno disinteressato al servizio della città, al servizio dell’uomo, la politica può diventare un impegno d’amore verso il proprio simile’, spiegava Robert Schuman. In nome della loro fede, i cristiani sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale”.
L’ostensione delle spoglie di san Francesco come evento teologico. Maimone (RMTR): Una svolta nel risveglio della spiritualità francescana
Nel quadro delle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, l’ostensione delle sue spoglie presso la Basilica papale di San Francesco in Assisi si configura come evento di alta densità teologica. Non semplice memoria storica, ma gesto ecclesiale che rende visibile la radicalità della sequela Christi vissuta dal Poverello: spogliazione, minorità, fraternità universale.
In questa prospettiva si colloca la riflessione di Biagio Maimone, corrispondente per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMTR), la cui formazione negli studi francescani ha inciso profondamente sulla sua visione culturale e spirituale. Il suo percorso accademico e formativo nell’ambito della spiritualità francescana ha radicato in lui una concezione della povertà non come privazione, ma come categoria teologica di libertà e solidarietà.
Per Maimone, l’ostensione rappresenta un passaggio decisivo: ‘una svolta nel risveglio della spiritualità francescana’, poiché richiama la coscienza contemporanea alla necessità di una conversione interiore. La corporeità del Santo esposta alla venerazione diviene segno eloquente di un itinerario esistenziale: spogliarsi dell’effimero per rivestirsi dell’essenziale, secondo la logica evangelica della kenosi.
Sotto la sua guida in Italia, la Rete Mondiale del Turismo Religioso si ispira a quella che egli definisce un ‘turismo dell’anima’: non mero spostamento geografico, ma percorso interiore. Un turismo sostenibile nel senso più profondo, radicato nella visione francescana della custodia del creato e della dignità umana. La sostenibilità, in questa chiave, non è solo ambientale, ma spirituale: implica la trasformazione della persona, chiamata a intraprendere un cammino di spogliazione e rivestimento, di conversione e responsabilità.
Proprio a questo principio si collega l’enciclica ‘Laudato sì’, che rinnova la prospettiva francescana della cura del creato come vocazione universale, intrecciando la tutela ambientale con la giustizia sociale e la fraternità. L’esperienza del pellegrinaggio e del turismo spirituale si colloca così all’interno di una visione integrale della sostenibilità, che abbraccia la dimensione ecologica, culturale e interiore della vita umana.
Assisi diviene così paradigma di una esperienza che unisce contemplazione e impegno. Il pellegrinaggio si trasforma in itinerarium vitae, attraversamento della propria interiorità alla luce del Vangelo. La povertà francescana diventa criterio di giustizia sociale e solidarietà verso i più deboli, dimensione che segna profondamente l’azione culturale e comunicativa di Maimone.
In tale orizzonte si inserisce anche il suo impegno come direttore della comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, voluta da papa Francesco per tradurre la carità in azioni concrete a favore dei bambini e delle famiglie più fragili. La Fondazione, presieduta da mons. Yoannis Lazhi Gaid, rappresenta un esempio tangibile di quella ‘Chiesa del dialogo’ che si fa prossimità operosa e costruzione di ponti tra culture e popoli.
L’ostensione delle spoglie del Santo, dunque, non resta confinata alla dimensione liturgica, ma si apre a un significato più ampio: richiama la necessità di un umanesimo rinnovato, fondato sulla povertà evangelica, sulla sostenibilità integrale secondo lo spirito di Laudato sì e sulla solidarietà concreta. A ottocento anni dalla morte del Poverello, la sua testimonianza continua a indicare un cammino che attraversa la storia e interpella la coscienza dell’uomo contemporaneo, invitandolo a spogliarsi del superfluo per rivestirsi di fraternità.




























