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Papa Leone XIV a Lourdes per pregare per una società fraterna
“Nostra Signora di Lourdes, l’Immacolata Concezione, in questo luogo benedetto dove hai parlato, con tanta dolcezza e tenerezza, a santa Bernadette, umile figlia del popolo di Francia, per trasmettere al mondo un luminoso messaggio di preghiera, di conversione e di speranza, noi accorriamo a te con fiducia; perché tu sei la Madre che Gesù ci ha donato e sei attenta a tutti i nostri bisogni”: la seconda giornata del viaggio apostolico del papa in Francia si è conclusa con una preghiera per la pace davanti la grotta delle apparizioni mariane a Lourdes.
Una preghiera, innanzitutto, per la concordia in terra francese: “Ti preghiamo, Madre nostra, per la Francia, di cui sei la Patrona e che per tanti secoli hai circondato con la tua protezione. Ottieni per il suo popolo il dono della concordia fraterna. Possa costruire una società armoniosa, che bandisca ogni violenza e ogni odio, che consenta a ciascuno di lavorare, di fondare una famiglia e di vivere appieno la propria vita nella tranquillità e nella serenità. Che i più sfortunati e i più poveri siano sempre sostenuti.
Ottieni per la Francia governanti saggi e generosi, pronti al sacrificio di sé, capaci di affrontare le sfide e desiderosi di servire il bene comune. Che la mantengano in pace nel concerto delle nazioni. Che facciano sentire la sua voce per promuovere la difesa dei diritti umani fondamentali e la pace nel mondo, respingendo per sempre le logiche di guerra”.
Poi per la loro fede con l’invito a costruire una società fraterna: “Santa Vergine Maria, ti presentiamo il Popolo di Dio che cammina in questo Paese che tu hai tanto segnato con la tua vicinanza. Rinnova la fede e il fervore delle famiglie cristiane, così care al tuo cuore, affinché vivano giorno per giorno della presenza di Gesù, della sua grazia e del suo sostegno nelle difficoltà che attraversano.
Che siano generosamente aperte alla vita e che Dio susciti in esse vocazioni, in particolare sacerdotali e religiose. Concedi alla tua Chiesa in Francia di indicare, specialmente ai più giovani, la via luminosa del Vangelo per costruire una società giusta e fraterna a cui essi aspirano”.
Infine per la guarigione degli ammalati: “Infine, Madre piena d’amore, ti affidiamo le nostre intenzioni personali più pressanti, in particolare quelle delle persone malate e sofferenti, come pure di tutti coloro che le accompagnano, venuti insieme ad attingere forza e guarigione alla fonte di Massabielle. Ti affidiamo i nostri cari e i nostri defunti. Rimuovi, ti preghiamo, tutti gli ostacoli che ancora ci separano dal tuo amato Figlio e fa’ che Egli regni in tutti i cuori”.
Prima di partire per Lourdes il papa aveva celebrato messa in place de la Concordie con la richiesta di trasmettere vita: “Il desiderio di Dio abita nel più profondo del nostro cuore, e noi gridiamo con il Salmista:’La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente’. E’ il grido di un uomo, umile e appassionato, la cui sete più interiore ed esistenziale non smette di crescere. Ora, è Gesù Cristo, attraverso la sua incarnazione, che va incontro ad ogni uomo nella sua storia e si rivela a lui come la vera fonte d’acqua viva in grado di placare la sua sete.
Non si tratta tanto di una sete materiale, quanto piuttosto di una sete di senso, di verità e di compimento che abita nel cuore di ciascuno. Gesù risponde a questo profondo desiderio di relazione, di comunione con Dio, in cui risiede la pienezza della vita per sempre”.
L’omelia papale è stato un invito a dissetarsi: “Tutti possono allora dissetarsi a questa fonte per rinascere e ricevere il dono dello Spirito, per diventare figli di Dio, creature nuove. Fratelli e sorelle, bisogna riconoscere che quaggiù nulla riesce mai a appagarci pienamente. Quando riteniamo finalmente concluso il nostro impegno e ricompensati i nostri sforzi, molto spesso il vuoto interiore riemerge, ancora più profondo. Allora, per colmarlo, può capitare che cerchiamo nuovi piaceri, che vogliamo possedere nuove cose, che facciamo di tutto per ‘divertirci’ pur di non provare quel malessere interiore!”
Per le domande fondamentali è necessario abbeverarsi alla fonte: “L’essere umano è fondamentalmente un essere ‘desiderante’ e solo Dio può colmare questo vuoto interiore. Sì, fratelli e sorelle, Gesù Cristo, il Buon Pastore, ci guida, come il pastore guida le sue pecore, verso la fonte della felicità e della pace. Conosce ciascuno e ciascuna di noi per nome. Nulla gli sfugge dei nostri segreti, delle nostre intenzioni, delle nostre debolezze”.
Questo bere è necessario per scoprire l’amore di Dio: “Scruta le profondità del nostro cuore. Egli ha dato la sua vita per noi e continua a darla attraverso i Sacramenti. Porta sulle spalle le pecore stanche o ferite, e riporta con delicatezza quelle che si sono smarrite. Gesù rivela l’amore incondizionato di Dio per noi. Ai suoi occhi, nessuno di noi è un numero su una carta d’identità, né un codice identificativo, ma una persona, una persona unica e insostituibile”.
E l’acqua è abbondante: “Cari fratelli e sorelle, l’acqua viva dello Spirito Santo si è riversata in abbondanza e continua a portare i suoi frutti nella Chiesa attraverso i missionari e i testimoni in tutte le culture e in tutti i popoli. Essa feconda tutto ciò che si lascia toccare e trasformare da essa per produrre il suo frutto, cioè la santità di coloro che adorano il vero Dio e servono i fratelli e le sorelle con carità generosa”.
Specialmente in Francia l’acqua ha ‘prodotto’ molti santi: “In questo splendido Paese che è la Francia, molti si sono dissetati a quest’acqua viva nel corso dei secoli e hanno consacrato totalmente la propria vita al bene: i primi martiri come Blandina, Potino, Ireneo; i santi fondatori e le sante fondatrici di Ordini religiosi, i santi vescovi come Martino e Francesco di Sales; gli uomini e le donne dal cuore sensibile ai bisogni del prossimo come Vincenzo de’ Paoli, Federico Ozanam, Giovanna Jugan e tanti altri. Ancora oggi sono numerosissimi nella nostra società, nelle nostre parrocchie, nelle nostre diverse attività, coloro che continuano a impegnarsi a favore della vita, della famiglia, della verità, della pace, della fraternità, della giustizia”.
Infine ha pregato per incoraggiare i giovani e le famiglie affinchè non perdano fervore nell’annuncio: “Da questa bella città di Parigi, prego con fervore affinché l’acqua viva dello Spirito Santo si diffonda su tutta la Francia. Penso a voi, care famiglie, che nonostante le molteplici difficoltà che affrontate quotidianamente, perseverate coraggiosamente nella vostra missione. Vi ringrazio di tutto cuore per tutto il bene che si realizza attraverso di voi; e che la presenza concreta di Gesù non si esaurisca mai in voi!
Penso a voi, cari giovani: voi siete la Chiesa di oggi! Com’è bello vedere il vostro entusiasmo, il vostro dinamismo, il vostro impegno e la gioia all’interno delle comunità cristiane. Penso anche a voi, cari catecumeni e neofiti, che intraprendete il cammino della fede, della conversione e dell’iniziazione cristiana. Il dono dello Spirito Santo faccia di voi dei testimoni, pronti a diffondere intorno a voi la civiltà dell’amore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV dalla Francia indica una nuova missione per la cultura
“Costruire insieme un mondo giusto è, infatti, il fondamento stesso della cooperazione internazionale. Le nostre esperienze, abilità e competenze sono volte a edificare uno spazio accogliente verso tutti e fecondo per ciascuno, affinché ogni popolo possa crescere nella pace. Come testimone di pace rivolgo il mio cordiale saluto a voi, Rappresentanti degli Stati membri e osservatori, delle Organizzazioni internazionali, del mondo accademico e della società civile… In qualità di Pastore, vi porto la parola della Chiesa, che sempre di nuovo si fa «messaggio» e ‘colloquio’ verso tutte le genti, donne e uomini di buona volontà”: con le parole tratte dall’enciclica di papa san Paolo VI, ‘Ecclesiam Suam’, papa Leone XIV ha iniziato il viaggio apostolico in Francia dal centro della cultura, cioè l’Unesco, ricordando che cultura ed educazione contribuiscono alla pace.
Infatti la costruzione di un mondo giusto è una missione: “Il progetto di costruire insieme un mondo giusto coincide con una missione che abbiamo imparato a condividere lungo la storia. A riguardo, l’UNESCO rappresenta sia un traguardo sia uno strumento per continuare oggi, con maggiore impegno, questo compito, secondo i nostri molteplici ambiti di attività.
Nel 2027 ricorrerà il 75° anniversario della presenza della Santa Sede presso l’UNESCO: una presenza che scaturisce dalla convinzione che il futuro dipenda innanzitutto dal rispetto e dalla promozione della dignità inalienabile di ogni essere umano creato a immagine di Dio. Per questo consideriamo questa Organizzazione un interlocutore privilegiato al servizio del bene comune, che è la «forma sociale della dignità» che tutti condividiamo in modo originario e uguale”.
Ricordando le parole di papa san Giovanni Paolo II papa Leone XIV ha sottolineato l’esperienza in questo ‘campo’ della Chiesa: “Nel campo dell’educazione, la Chiesa cattolica vanta un’esperienza molto antica: da secoli le sue comunità aprono scuole e università, insegnano a leggere e a scrivere e sono presenti anche nei luoghi più poveri e remoti. Con il Patto educativo globale, il mio predecessore papa Francesco ha voluto inserire questa esperienza in un’alleanza educativa più ampia, aperta al contributo di tutti”.
Infatti la cultura nasce dalla comprensione del senso: “Ma ciò che desidero trasmettervi non sono innanzitutto le opere: è la convinzione da cui esse scaturiscono. Nessuna educazione è completa se non affronta la questione del senso. Nello stesso discorso, san Giovanni Paolo II lo ricordava: educare significa aiutare l’uomo ad ‘essere’ di più e non solo ad «avere» di più, riconoscendo anche in lui quella trascendenza della persona che appartiene alla pienezza della sua umanità”.
E qui ha chiarito il significato di essere umani: “Ogni cultura si trova coinvolta da tale interrogativo, che tocca il punto di sintesi per ogni sapere, arte e religione. Anche nel XXI secolo, dopotutto, non possiamo dare per scontato di conoscere chi sia l’uomo e che cosa comporti vivere umanamente. Ogni generazione, infatti, è chiamata a misurarsi con questa sfida culturale, specie davanti a tragedie che, purtroppo, avvengono tutt’oggi”.
Essere umani, in ultima analisi, vuol dire essere figli, che porta a scoprire la fraternità: “Anzitutto, l’uomo è colui che viene concepito e nasce: essere umani significa dunque, in primo luogo, essere figli. Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità. Per tutti gli esseri umani, la generazione comporta un legame originario, una comunione di vita che ha nella famiglia la sua sorgente e il primo contesto educativo”.
Ed ecco il riferimento alla Torre di Babele: “La Torre di Babele rappresenta un’unità imposta attraverso il dominio. Al contempo, quest’edificio svela che più il potere opprime, più si indebolisce, mostrando il suo volto disumano. Lo si vede nelle sofferenze e nelle ingiustizie che il dispotismo causa, nonché nello sfruttamento che ferisce la società e l’ambiente. Come insegna la storia, molti imperi hanno celebrato la loro prepotenza, prima di consumarsi e crollare come una torre. Il risultato di questa superbia, esaltata e distrutta, è la dispersione. La presunzione di rendersi simili a Dio e di sottomettere le genti a un unico giogo ha per esito la confusione delle lingue e l’incomprensione generale. Anziché toccare il cielo, come pretendeva, la torre di Babele collassa, con un doppio effetto negativo”.
Ed ha messo in guardia dalla costruzione della Torre di Babele: “Oggi, la tentazione di Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità, nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti quei «contatti senza legami» che riducono la vita umana al commercio. La stessa scienza, quando viene ridotta a una tecnica di potere, non serve più a elevare la persona umana, ma rischia invece di degradare i frutti dell’impegno”.
Una Torre di Babele frutto della comunicazione; “La comunicazione s’è fatta molto più rapida, ma non necessariamente più veritiera; l’informazione è abbondante, ma non coincide con la sapienza. Senza una deontologia condivisa, i più vari canali di comunicazione rischiano di moltiplicare informazioni false, o di usare parole senza significato, ostacolando il dialogo anziché favorirlo”.
Una Torre di Babele amplificata dall’Intelligenza Artificiale: “L’intelligenza artificiale accentua questo problema: sebbene questi sistemi siano in grado di correlare dati, non possono rispondere alle domande sul senso dell’esistenza umana, che affonda le sue radici nell’esperienza vissuta. Eppure gli esseri umani non possono vivere senza senso. Il senso è l’ossigeno della mente. Perciò le sfide comunicative, che sono sempre sfide educative, impongono la questione della verità come tema di giustizia sociale e di equità storica. Ecco perché l’educazione in questo ambito è essenziale, e accolgo con favore l’iniziativa dell’UNESCO attraverso il suo programma di ‘Alfabetizzazione ai media e all’informazione’ (MIL), che promuove l’uso responsabile dei media e degli strumenti digitali”.
Questa è una verità che è nel ‘cuore’ del papa: “Infatti, senza la verità, il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza e alla volontà arbitraria dei potenti. Gli altri vengono così esclusi nel nome del profitto, e gli innocenti vengono uccisi nel nome della libertà. Anziché rispettare la legge, chi detiene il potere la invoca quando serve ai propri interessi e la ignora quando li limita, trattando persino la giustizia come una merce da comprare e vendere. Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e rispecchiare la dignità umana”.
Ripercorrendo la sfida di papa Benedetto XVI e papa Francesco, ha sottolineato l’esigenza di un’educazione che testimonia la verità: “Chi opera nel campo dell’educazione sa che solo la verità ci fa liberi. Chi insegna e chi fa ricerca sa che l’errore ci rende schiavi dell’ignoranza e della superstizione. Ogni volta che avvertiamo ostacoli alla nostra missione, ricordiamoci che c’è una sola terra per tutti, e una sola, comune natura umana. L’essere umano non può essere compreso separando ciò che appartiene a un insieme: corpo e anima, vita personale e relazioni, il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. Tutto fa parte dell’unità della nostra esistenza”.
Questo è il compito che attende, quello di un nuovo pensiero di ecologia: “Perciò coltivare la terra implica coltivare l’umanità che la abita. L’educazione e la scienza sono chiamate a questo compito. Infatti, come insegna l’etimologia del termine, ogni cultura è coltivazione. Rinnovo quindi l’appello dei miei Predecessori a prenderci cura della persona umana e del creato insieme: papa Benedetto XVI ha parlato della necessità di un’ecologia della persona umana, mentre papa Francesco ha sviluppato la prospettiva dell’ecologia integrale”.
Per questo è importante il compito delle religioni: “Nel collaborare a quest’opera, le tradizioni religiose svolgono un ruolo culturalmente necessario e insostituibile, e le religioni esprimono le nostre domande sull’origine della vita e sulla sua fine, elaborando il senso primo e ultimo dell’esistenza, che si riflette nelle scelte quotidiane.
Infatti, quando gli uomini e le donne di buona volontà orientano le loro azioni verso Dio, il pluralismo delle culture non si disperde nel disordine di Babele. L’umanità si ritrova invece in una ricerca comune di senso, orientata verso un destino che non è la morte. Noi non siamo in cammino verso il nulla. Ecco perché l’anima umana, nel suo rapporto con Dio, avverte ancora più intensamente la chiamata a coltivare la pace attraverso un’alleanza tra popoli che si riconoscono come figli dello stesso Padre e come fratelli e sorelle tra di loro”.
E nel saluto alle autorità il papa ha ricordato le radici cristiane della Francia: “Dai tempi di sant’Ireneo e del battesimo di Clodoveo, l’anima della vostra patria si è sviluppata attingendo dal cristianesimo un genio spirituale, culturale, intellettuale, artistico e missionario, che oggi risplende in tutto il mondo. È così che nella Francia del XVI secolo fiorì l’umanesimo, che cercava di unificare l’eredità greco-romana e la fede cristiana.
Ai celebri pensatori del Rinascimento, e poi del Grand Siècle, seguirono quelli dell’Illuminismo, e la Francia portò allora al mondo vere e proprie conquiste; tra queste, il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa. Questa costante attenzione alla dignità intrinseca di ogni persona umana trova eco nel vostro motto nazionale. Libertà, uguaglianza e fraternità non sono semplici parole incise sui frontoni dei vostri edifici pubblici, ma rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione”.
Ma ha denunciato anche il pericolo di assoggettarsi completamente alla scienza tecnologica: “Vi è oggi la tentazione di aspettarsi dalla scienza una soluzione e un conforto per tutte le nostre sofferenze. Il rischio è spesso quello di cadere nell’illusione. Quando la scienza e la tecnologia non sono guidate dalla coscienza, possono proporre soluzioni immediate che sembrano rispondere ai desideri e alle sofferenze degli uomini e delle donne, ma che in realtà possono allontanarli gravemente dal bene a cui aspirano profondamente.
A volte constato con preoccupazione le attuali derive delle società che rischiano di distorcere la scienza e la tecnologia trasformandole in imprese lucrative che favoriscono le manipolazioni genetiche, la maternità surrogata, l’acquisto di organi o l’offerta di una morte programmata. Non dimentichiamo che il rispetto reciproco e la tutela della vita di ogni persona umana sono una responsabilità di ciascuno e di tutti, che inizia con una conversione dell’intelletto e del cuore e richiede un impegno reale e disinteressato verso i nostri fratelli e le nostre sorelle”.
Ed ecco il richiamo alla laicità: “Come non vedere in un simile impegno anche l’espressione della giusta laicità della città terrena? Il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria. Infatti, la vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa”.
Una sana laicità non esclude la religione: “Una giusta laicità non consiste quindi nell’escludere la religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma nell’impegnarsi affinché lo Stato e le istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le loro forze al servizio del bene comune, affinché il mondo abbia la vita. A questo proposito, esprimo il mio apprezzamento per il lavoro svolto nell’ambito dell’Istanza di dialogo tra la Santa Sede, la Chiesa cattolica in Francia e il Governo francese. Effettivamente, l’instancabile opera della Chiesa cattolica, attraverso la ricchezza delle sue espressioni e istituzioni, è certamente preziosa e lodevole per il benessere dell’intera società”.
Ed ha concluso con un richiamo alla guerra che non è mai inevitabile: “Infatti, si sta diffondendo sempre più la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza, alimentando una nuova corsa agli armamenti difficilmente controllabile. In realtà, la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia.
Vi esorto quindi a non rassegnarvi mai alla prospettiva di una guerra considerandola “inevitabile”, ma a promuovere senza sosta il dialogo e la diplomazia, al fine di preservare società pacifiche, rispettose della dignità e dei diritti della persona e dei popoli. Di fronte ai rumori di guerra e alle crisi multiformi che scuotono il nostro mondo, la Francia ha la vocazione di rimanere un instancabile artefice della pace e del multilateralismo, in particolare all’interno della nostra cara Europa”.
(Foto: Santa Sede)
L’attualità della Dichiarazione ‘Nostra Aetate’
“Il 28 ottobre 1965, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra Aetate ‘sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane’ apriva un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra cattolici, ebrei e credenti di altre fedi e tradizioni spirituali. Molto più di un semplice testo, essa segnava un cambiamento profondo nella comprensione e nell’espressione del rapporto della Chiesa con i credenti di altre religioni. In tale Dichiarazione, in modo esplicito, la Chiesa affermava che ‘nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni’, invitando i fedeli a considerare con stima e rispetto ‘quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine’.
Redatta nel contesto della vitalità creativa e fraterna del Concilio, essa mantiene una grande attualità in un mondo attraversato, da una parte, da atteggiamenti generalizzati di chiusura e, dall’altra, da una ricerca di convivenza entro una cittadinanza universale fondata sulla fratellanza e sul riconoscimento reciproco”: nella ricorrenza della Dichiarazione conciliare che aprì un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra cattolici e credenti di altre fedi, i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso pubblicano la Nota ‘Un cammino di speranza’.
Una riflessione congiunta per ribadire l’invito a contrastare i fondamentalismi, abbandonare logiche di difesa o conquista, tutelare la libertà religiosa ed edificare la fraternità: “A sessant’anni di distanza dalla sua pubblicazione, ‘Nostra Aetate’ continua a ispirare le scelte pastorali e teologiche della Chiesa e ad alimentare quel dialogo che è la forma stessa del darsi della vita umana ed è divenuto vieppiù indispensabile nelle società del nostro tempo. Tale dialogo, però, costituisce anche una sfida permanente: come coniugare fedeltà all’identità cristiana e apertura sincera all’alterità?
Come vivere concretamente l’appello a una fratellanza universale in società segnate da una crescente diversità culturale e religiosa, dalla guerra e dalla violenza, e caratterizzate da una spinta crescente verso la secolarizzazione? Questo documento commemorativo intende ripercorrere le tappe essenziali del dialogo interreligioso dopo Nostra Aetate, valutarne le conquiste e le sfide, e tracciare alcune prospettive per l’avvenire”.
Un percorso storico che costruisce l’importanza di questa dichiarazione: “La Dichiarazione Nostra aetate nasce dopo la seconda guerra mondiale e inizialmente non era riferita al dialogo con le altre religioni, ma si poneva come risposta alle tragiche conseguenze dell’antisemitismo culminato nella Shoah. San Giovanni XXIII, già molto sensibile a questa tematica, dopo un incontro con l’ebreo Jules Isaac, reso possibile dalla mediazione della fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche, Maria Vingiani, incaricò il cardinale Augustin Bea di stilare un testo conciliare volto a risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico.
Tale progetto venne sviluppato nelle sessioni del Concilio Vaticano II ed ha trovato una forma concreta in un testo che, come l’evangelico granello di senape (cf. Mc 4,31-32), è cresciuto oltre ogni previsione, fino a diventare un grande albero che ha incluso, oltre al rapporto con il giudaismo, il dialogo con le diverse religioni. In esso si riconosce il disegno di un’accoglienza sempre più universale, che la Chiesa desidera offrire ai fratelli e alle sorelle delle altre tradizioni religiose, nel rispetto e nella ricerca condivisa della verità”.
Un cammino che riconosce le radici del dialogo: “Il dialogo cattolico-ebraico, nella sua forma ufficiale e istituzionale, trova il suo fondamento nel n. 4 della Dichiarazione. Si tratta della prima espressione magisteriale che riconosce chiaramente le radici ebraiche del cristianesimo. In essa, si fa riferimento al brano di Rm 9,4-5, nel quale si attesta che agli israeliti appartengono i patriarchi e che Cristo proviene da loro secondo la carne. La Dichiarazione afferma anche che ‘dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo’…
Per dirla con l’evangelista Giovanni, secondo la reinterpretazione del teologo protestante K. Barth, la Parola si fece ‘carne ebraica’ e venne ad abitare in mezzo a noi. Questa dimora di Gesù è l’ebraismo del suo tempo, che è il terreno originario da cui si è sviluppata la Ecclesia ex circumcisione e poi la Ecclesia ex gentibus (si veda in proposito il mosaico della Basilica di Santa Sabina a Roma)”.
Il documento del Concilio Vaticano II evidenzia l’importanza del dialogo interreligioso: “Il rispetto e la stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei rapporti con l’ebraismo, che permettono di superare atteggiamenti di esclusione, disprezzo o indifferenza che a lungo avevano prevalso.. In questo senso, la Dichiarazione si colloca nell’antropologia della relazione di ‘Gaudium et Spes’, in cui l’altro non è percepito come una minaccia, ma riconosciuto come un interlocutore con cui costruire, in uno spirito di reciprocità, una società più giusta e fraterna”.
Ciò è alla base del dialogo con gli ebrei: “Sia l’ebraismo odierno che il cristianesimo contemporaneo si basano sulla Parola rivelata nel Primo Testamento e affondano le loro radici nell’ebraismo dei tempi di Gesù. Quest’ultimo, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., si trasformò col tempo soprattutto in ebraismo rabbinico, mentre il cristianesimo primitivo si sviluppò a partire dal movimento avviato da Gesù e dai suoi discepoli, distinguendosi dalle varie forme di ebraismo nel corso del tempo. Con l’ebreo Gesù, i primi cristiani adottarono effettivamente principi dell’ebraismo di allora e li adattarono alla nuova situazione post-pasquale… Questo ricco patrimonio comune è una solida base, un vero tesoro per il dialogo ebraico-cristiano”.
Il documento è un invito a non disperdere il patrimonio spirituale in comune: “Tenendo presente un tale ricco patrimonio spirituale comune a ebrei e cristiani, è facile capire che il dialogo ebraico-cristiano non può essere considerato una pratica accessoria per i cristiani, avendo come scopo soltanto di conoscere meglio l’ebraismo, oppure di coltivare rapporti diplomatici o anche solo l’amicizia con il popolo ebraico: si tratta piuttosto di prendere piena consapevolezza della propria identità originaria. L’alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile e ciò interpella costantemente la Chiesa.
Ciò non significa per i cristiani che esistano due vie di salvezza e che l’alleanza con il popolo ebraico sia parallela alla via di salvezza cristiana: la Chiesa insegna che Cristo è l’unico redentore. Tuttavia, tale alleanza irrevocabile ha un significato teologico. Più un cristiano conosce e ama le radici ebraiche della propria tradizione, più egli comprende sé stesso nella sua pratica di fede e la sua identità religiosa si rafforza, anche se, affinché ciò avvenga, è essenziale che il cristiano conosca bene la propria tradizione di fede e che vi sia ben radicato.
Quando, in riferimento all’ebraismo, affermiamo che non possiamo fare a meno gli uni degli altri, ciò implica anche che la religiosità degli attuali ebrei, e non solo quella legata al Primo Testamento, è rilevante per i cristiani… La religiosità ebraica, infatti, può essere considerata come un effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace, che essi hanno accolto, e per questa ragione si tratta di un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci. Di fondamentale importanza è, perciò, l’approfondimento biblico, esegetico, liturgico e teologico della relazione con l’ebraismo, secondo i principi esposti nelle Costituzioni conciliari Dei Verbum e Lumen Gentium”.
E ricorda la lotta all’antisemitismo del documento conciliare: “Tale solidarietà con il popolo ebraico include anche la comune lotta contro l’antisemitismo… L’antisemitismo si è manifestato in modi crudeli lungo la storia, anche nei nostri tempi, ma il suo punto più buio è rappresentato certamente dall’evento della Shoah”
Per questo i conflitti si riversano anche sul dialogo ebraico-cristiano: “I conflitti che negli ultimi anni sono divampati in Medio Oriente hanno lasciato il loro segno anche sul dialogo ebraico-cristiano. Molti ponti di comunicazione hanno vacillato e continuano ad essere messi alla prova per la differente lettura degli eventi succedutisi, spesso non univoca anche all’interno delle rispettive comunità religiose. Tuttavia i pilastri del dialogo credente, edificati in sessant’anni di lavoro comune, sono rimasti saldi. Su di essi è possibile e necessario costruire, traendo ancora ispirazione dalle raccomandazioni dei Padri conciliari a crescere nella mutua conoscenza e stima”.
Questo è il messaggio della Dichiarazione conciliare: “Sessant’anni dopo la Dichiarazione ‘Nostra Aetate’, la Chiesa cattolica guarda al cammino percorso con profonda gratitudine. In sei decenni, questo testo, breve ma audace, ha trasformato radicalmente il volto delle relazioni interreligiose. La Chiesa è passata da un atteggiamento spesso riservato o distante a un coraggioso cammino di dialogo sincero, di incontro rispettoso e di cooperazione fraterna. Questa eredità costituisce ormai un patrimonio vivente e irrinunciabile, che continua a interpellare i credenti di oggi e li impegna a proseguire questa avventura umana e spirituale, così vitale per il nostro tempo”.
Ecco l’attualità della Dichiarazione: “In un mondo al contempo profondamente interconnesso e frammentato, il messaggio di ‘Nostra Aetate’ rimane dunque di grande attualità. La fratellanza tra credenti di diverse tradizioni religiose non è un semplice ideale, ma un’esigenza morale, spirituale e sociale. Di fronte alle sfide contemporanee (estremismi religiosi, migrazioni globali, secolarizzazione, crisi ecologiche e sociali) le religioni sono chiamate a trasformare il mondo e la società perché siano espressioni fraterne della volontà di Dio. Questo impegno passa necessariamente attraverso una rinnovata educazione al dialogo, in particolare presso le giovani generazioni, per superare paure e pregiudizi e radicare una vera cultura dell’incontro”.
A Brindisi la Missione popolare dei Missionari del Preziosissimo Sangue
Fino al 4 ottobre la parrocchia San Vito Martire di Brindisi vivrà la Missione popolare guidata dai Missionari del Preziosissimo Sangue. La Missione prenderà ufficialmente il via sabato 19 settembre alle ore 18.30 con la Santa Messa di apertura e il conferimento del mandato missionario, presieduti da mons. Giovanni Intini, Arcivescovo di Brindisi-Ostuni:
“Viviamo i giorni di questa Missione popolare non come uno dei tanti eventi ecclesiali che si possono programmare per far notare la nostra visibilità sul territorio, ma come un mandato divino, attraverso il quale lo Spirito Santo ci concede di parlare al cuore delle donne e degli uomini della comunità che vive sul territorio della parrocchia San Vito Martire in Brindisi, per chiedere a tutti: ‘Conosci il dono di Dio?”, afferma mons. Giovanni Intini.
La Missione diventa così un invito a raggiungere ‘sulle strade della vita donne, uomini, giovani, bambini e famiglie», per costruire legami di comunione, amicizia e fraternità’: “La Congregazione fondata da san Gaspare del Bufalo il 15 agosto 1815, fedele allo spirito del Fondatore e alla lunga tradizione delle Missioni popolari, continua ancora oggi a offrire un servizio prezioso alla Chiesa attraverso la predicazione e l’impegno missionario” affermano don Flavio Calicchia e don Vito Veneziano Broccia, impegnati nelle attività del Centro per l’Evangelizzazione della Provincia Italiana.
“La Missione al popolo – continuano i missionari – è un’occasione straordinaria in cui la Chiesa sceglie di ‘uscire’, di farsi pellegrina tra le persone, per portare il Vangelo lì dove la vita quotidiana si svolge. Non è riservata a pochi, ma aperta a tutti: famiglie, giovani, anziani, malati, realtà associative, scuole, ambienti sportivi e culturali. Nessun ambito dell’esistenza è escluso, perché in ciascuno di essi batte il cuore della vita umana, con le sue speranze e le sue fatiche. Al centro c’è la vicinanza, riflesso della logica del Vangelo: Gesù si è fatto prossimo, condividendo la storia e donando la sua presenza come sorgente di speranza”.
In un passaggio della lettera ai parrocchiani, il parroco don Claudio Cenacchi evidenzia che: “I missionari verranno tra noi come il Buon Pastore alla ricerca della pecorella smarrita, per ricordarci che il Signore è vicino: è dietro la porta e aspetta solo che gli si apra. Egli continua a bussare con estrema delicatezza”. L’idea della Missione, sottolinea, nasce “dall’inquietudine di sapere che molte persone sono lontane e che, attraverso la normale vita parrocchiale, non si riesce a raggiungerle, ma anche dal profondo bisogno di rinnovare la nostra azione pastorale e dalla consapevolezza che ogni battezzato (quindi la Chiesa stessa) è per sua natura missionario secondo il mandato del Risorto. La vera misura della nostra vita cristiana sta proprio nel desiderio di portare Gesù a tutti e tutti a Gesù”.
Tra gli appuntamenti principali, sabato 26 settembre alle ore 18.30 è prevista la Santa Messa prefestiva con l’intronizzazione della statua della Madonna di Fatima. Domenica 27 settembre, alle 18.00, si terrà la Marcia per la Pace, con partenza da piazza Tirolo (liscio) e conclusione in Cattedrale con un omaggio floreale sulla tomba del venerabile Matteo Farina. Durante le due settimane di predicazione, ci sarà la presenza di diversi Missionari del Preziosissimo Sangue, seminaristi della stessa Congregazione, suore Adoratrici del Sangue di Cristo, famiglie missionarie e numerosi giovani laici.
Dalla Chiesa un tempo per i martiri
Ecco i nuovi martiri del XXI secolo e si calcola che siano circa 1.700.: per riflettere sulla loro identità, sulle loro motivazioni e valorizzare i loro atti di sacrificio, il Dicastero delle Cause dei Santi organizza, martedì 15 settembre, presso l’Istituto Patristico Augustinianum un convegno dal titolo ‘Il XXI secolo: un nuovo tempo di martiri?’, ad un anno dalla messa presieduta da papa Leone XIV nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, per commemorare i martiri e i testimoni della fede del XXI secolo, nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Croce, come ha sottolineato il card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi:
“La santità non è solo quella ufficialmente canonizzata, è significata, ma non esaurita dalle canonizzazioni. Non si esclude, ovviamente, che, per alcuni degli iscritti nel Catalogo si possa, verificatesi le condizioni richieste, avviare un procedimento di beatificazione e canonizzazione. Ciò che, però, s’intende evidenziare sono piuttosto la ‘misura alta della vita cristiana ordinaria’ indicata da Giovanni Paolo II in Novo millennio ineunte n. 30 e la santità ‘della porta accanto’ richiamata da papa Francesco nell’esortazione apostolica ‘Gaudete et exsultate’ nn. 6-8”.
Per il card. Semeraro “la santità cristiana ha anche un valore antropologico, ben sottolineato da Benedetto XVI… Il valore ecumenico dell’iniziativa, già percepito con profondità sia da papa Giovanni Paolo II, che nella Lettera enciclica ‘Ut unum sint’, parlava di un ‘martirologio comune’ dei cristiani, sia, più recentemente, da papa Francesco, che istituendo la Commissione all’interno del Dicastero delle Cause dei Santi, ha sottolineato che il suo operato ‘permetterà di affiancare ai martiri, riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, le testimonianze documentate (e sono molte) di questi nostri fratelli e sorelle, all’interno di un panorama vasto in cui risuoni l’unica voce della martyria dei cristiani”.
Mentre il prof. Andrea Riccardi, vicepresidente della Commissione Nuovi Martiri – Testimoni della Fede, ha proposto una riflessione storica e culturale sul martirio: “L’ispirazione del convegno nasce da un aspetto della vita di papa Giovanni Paolo II che si è sempre sentito compagno dei martiri, ma si è sempre anche chiesto il motivo per cui fosse sopravvissuto all’attentato del 13 maggio 1981. E la risposta che si dava era ‘per testimoniare la grazia della resistenza, fino al dono della vita, di tanti uomini e donne di tutte le condizioni”.
Lo storico ha risposto alla domanda posta dal titolo del convegno: “Papa Francesco l’ha intuito istituendo questa Commissione. Il tempo del martirio continua. Lo suggerisce la cronaca. Non si tratterà di un convegno scientifico, ma di una riflessione che si radica in una coscienza matura della Chiesa rispetto al valore e del significato del martirio. La Commissione ha sentito la necessità di elaborare storicamente e culturalmente su questa esperienza della Chiesa del XXI secolo, osservando i tanti volti del martirio”.
Mons. Fabio Fabene, segretario del Dicastero delle Cause dei Santi e presidente della Commissione Nuovi Martiri – Testimoni della Fede, ha infine presentato il programma del convegno, che si prefigge di ‘analizzare il fenomeno del martirio contemporaneo’. L’incontro si svolgerà in due sessioni: dalle ore 9 alle 13 e dalle ore 15.30 alle 18.30. I partecipanti saranno ricevuti da Papa Leone XIV mercoledì 16 settembre prima dell’udeinza generale.
Nella prima sessione mattutina, monsignor Fabio Fabene, dopo una preghiera, aprirà i lavori e lascerà la parola al card. Fridolin Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, ed al prof. Andrea Riccardi. Nel pomeriggio interverranno Sandra Sarti, presidente di Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia; suor Nicoletta Vittoria Spezzati, consultore storico del Dicastero Cause delle Cause dei Santi; la giornalista Lucia Capuzzi, e suor Alice Drajea Jurugo, delle Suore del Sacro Cuore di Gesù. Il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, aprirà i lavori del pomeriggio dedicati alle testimonianze dalla Terra Santa. Seguiranno le relazioni di Paolo Affatato, giornalista di Fides, e del prof. Roberto Regoli, della Pontificia Università Gregoriana. Successivamente contribuiranno alla riflessione il prof. Gianni La Bella, dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, e mons. Marco Gnavi, segretario della Commissione.
Mentre il card. Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre, e presidente della Conferenza Episcopale Brasiliana e del CELAM, durante la conferenza stampa Conferenza dedicata al quarto Incontro Sinodale ‘Fratelli Tutti: dialogo socio-ambientale Nord-Sud’, ha sottolineato la necessità di costruire percorsi di ascolto: “Siamo qui per ascoltarci a vicenda, per scoprire i sogni che ci uniscono al fine di rendere possibile una vita migliore per tutti e non soltanto per alcuni. Ricordiamo che la crisi socio ambientale colpisce l’intera umanità, soprattutto i più poveri. E per questo è fondamentale per unire le voci.
Dobbiamo costruire con urgenza i percorsi verso un futuro dignitoso e giusto per tutti e creare questi spazi per promuovere autentici momenti di ascolto e dialogo, di sinodalità convinti che sia necessario riunire una pluralità di persone e istituzioni altamente rappresentative per discernere insieme e creare con coraggio i consensi e gli accordi che ci portano ad agire in modo deciso e responsabile”.
A prendere parte ai lavori anche mons. Daniel Flores, vicepresidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti: “Dobbiamo lavorare per trovare modi in cui la diversità possa esprimersi, anche per dimostrare l’unità della Chiesa e della comunità nel suo insieme. Creiamo spazi per consentire a chi la pensa diversamente di parlarsi e di ascoltarsi per poi poter collaborare. Per noi è importante fare questo anche in America. E’ importante collaborare, vogliamo trovare un modo per promuovere il dialogo camminando insieme.
Una cosa che cerchiamo di fare in America è creare opportunità per chi non ne ha, per parlare ed esprimersi, è fondamentale per un ordine sociale più giusto e questo è importante anche per la Chiesa. Questi incontri ci ricordano che dal punto di vista cattolico la storia non è sempre legata a chi ha più potere, c’è anche amicizia sociale e dobbiamo dare alle voci di esprimersi. La priorità per la chiesa degli Stati Uniti è creare spazi dove i poveri possano esprimersi, importante per una democrazia e anche per i legislatori sentire cosa pensa chi è ai margini. I vescovi vogliono e sono disponili a parlare con i membri del governo in modo amichevole, parliamo con l’amministrazione e con il Congresso, non vogliamo infiammare o provocare, ma discutere del bene comune”.
Presente anche Liz Schuler, presidente della Federazione Americana del Lavoro e Congresso delle Organizzazioni Industriali: “Noi rappresentiamo milioni di lavoratori e siamo qui perché crediamo nel dialogo sociale, essenziale per promuovere il bene comune. Noi ci sediamo con i governi per migliorare le comunità, dal dialogo si creano rapporti duraturi, quando tutti si presentano per ascoltare siamo in grado di andare avanti a vantaggio di tutti. Noi abbiamo parlato di come Magnifica Humanitas riporta molte delle nostre preoccupazioni. Noi siamo qui per scegliere un percorso migliore insieme ai lavoratori. Per dare un futuro di speranza e di giustizia. Siamo pronti a lavorare con chi è interessato alla promozione di un futuro positivo per tutti”.
Il Cortile di Francesco ad Assisi all’insegna della ‘bella notizia’
Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco, torna ad Assisi dal 10 al 13 e dal 17 al 20 settembre il ‘Cortile di Francesco’, l’evento culturale dei frati del Sacro Convento, arrivato alla XII edizione, che ha avrà come titolo ‘Una bella notizia’: tema centrale sarà infatti quello della vita, intesa in senso olistico come integrazione tra felicità, relazioni, benessere, cultura e spiritualità, di cui san Francesco, proprio nell’ottocentesimo anniversario della sua morte, è testimone indiscusso.
Nato come versione ‘francescana’ del Cortile dei Gentili, promosso dall’allora Pontificio Consiglio della cultura come dialogo tra credenti e non credenti, il ‘Cortile di Francesco’ si è configurato negli anni sempre più come uno spazio di accoglienza reciproca di intellettuali e persone comuni, esperti e artisti, persone di successo e amici ‘sconosciuti’. Caratteristica peculiare del Cortile di Francesco è proprio l’interdisciplinarietà: l’obiettivo è quello di affrontare le tematiche da diverse prospettive e diversi approcci, nel tentativo di raggiungere il più possibile un approccio organico e completo, che è fonte di vera sapienza, come ha dichiarato fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio della comunicazione del Sacro Convento:
“Nel panorama culturale contemporaneo caratterizzato per la specializzazione e l’analisi, un approccio plurale e sintetico come quello che si sperimenta al Cortile di Francesco, può essere un contributo significativo nella ricerca di strade e cammini condivisi per affrontare con creatività e in un’ottica di giustizia, le molteplici sfide del nostro tempo, le quali (benché complesse e globali nei loro esiti) non cessano tuttavia di avere radici e implicazioni molto concrete nell’esistenza di ciascuno.
In questo senso il Cortile di Francesco non affronta le tematiche in astratto, ma è un esercizio comune, corale, fraterno, a partire dalle competenze individuali – che siano scientifiche, critiche, estetiche, istituzionali, volitive o religiose (a servizio della vita, che è sempre estremamente concreta) delle persone. La qualità dell’esistenza, per come ci è testimoniato da Francesco d’Assisi, si misura essenzialmente dalle relazioni che ci edificano e che plasmano l’orientamento del nostro vivere comune”.
Allora quale è la ‘bella notizia’ di questa edizione del Cortile di Francesco?
“La bella notizia è la vita di san Francesco. In lui vediamo che è possibile e bella per tutti noi un’esistenza fondata non sul sospetto, sulla diffidenza, sulla competizione, ma sulla collaborazione, sulla stima reciproca, sulla fraternità. E questa è più che mai una bella notizia… e per questo è anche una necessità. Per questo il Cortile di Francesco, qui ad Assisi, sceglie di mettere al centro la vita intesa in senso olistico. Una sintesi armonica tra felicità, relazioni, benessere, cultura, spiritualità e nuove tecnologie. Sembra un programma ambizioso, lo so. Ma in realtà è qualcosa di molto concreto. Perché la vita non si vive per compartimenti stagni. La spiritualità non è separata dal benessere, le relazioni non sono separate dalla cultura.
Tutto sta insieme o cade miseramente insieme. E san Francesco ne è un testimone straordinario. La parola biblica che ci guida è Shalom, comunemente tradotta con pace, ma che in realtà significa molto di più. Include integrità, completezza, armonia. E’ questa la bella notizia: che una vita così è possibile. Che san Francesco ce lo ha mostrato. E che ottocento anni dopo, la sua intuizione è ancora una parola significativa, autentica, fresca, capace di interrogarci e ispirarci, al di là delle nostre divergenze di fede o ideologiche”.
Ad inizio agosto si è svolto ‘Go! Franciscan Youth Meeting’, che ha coinvolto molti giovani: per quale motivo san Francesco ancora affascina i giovani?
“Credo che Francesco affascini i ragazzi perché non ha abbandonato i sogni che ha coltivato da giovane (come ogni giovane) e ha continuato a inseguirli. I ragazzi trovano in lui l’ispirazione per crescere senza dover rinunciare agli ideali che sentono autentici, senza cedere a quella disillusione o a quel cinismo con cui noi adulti spesso qualifichiamo le aspirazioni giovanili: la vita è bella non perché si hanno più cose o si ricoprono ruoli più importanti, ma perché si è più uniti agli altri, si vivono relazioni significative, si ha cura di chi e di ciò che è accanto a noi. Francesco si è spogliato, letteralmente, di tutto ciò che non era essenziale. Ed in quella nudità ha trovato una libertà che pochi osano anche solo immaginare.
I giovani lo sentono. Non hanno bisogno che glielo spieghiamo noi. Basta portarli ad Assisi, basta raccontare la sua storia senza addolcirla, e qualcosa scatta. Perché Francesco è stato giovane molto moderno. Figlio di un mercante, cercava di affermare se stesso a tutti i costi. Poi qualcosa cambiò attraverso degli incontri significativi. E quella trasformazione, quella conversione radicale, parla ancora oggi con una forza disarmante. In Francesco i ragazzi intuiscono la possibilità concreta di un’esistenza realizzata non nel segno del possesso, ma delle relazioni”.
In quale modo è possibile riconoscere la bellezza di san Francesco?
“Diceva Pavel Florenskij che ‘l’amore realizzato è la bellezza’. La bellezza di Francesco è allora proprio la sua vita completamente donata (a Dio ed agli uomini), tutta spesa per costruire legami di unità e di fraternità nella misericordia, nel perdono, nella pace. Ed è una bellezza che dopo 800 anni non è ancora svanita: continua ad affascinare, anzi a suscitare discepoli e amici, certamente all’interno della famiglia francescana ‘ufficiale’, ma anche al di fuori di essa.
Coloro che si lasciano ispirare da san Francesco d’Assisi sono uomini, donne, religiosi, sacerdoti e laici, cattolici e non, persone semplici o di grande cultura, che nei cinque continenti da otto secoli sono la presenza del suo spirito nel mondo. San Francesco non ha e non è un’eredità da museo: è una presenza viva, operante. In questi suoi discepoli, in questa sua famiglia, è tuttora presente come radice, come forza e come criterio di discernimento evangelico.
Ma la bellezza di Francesco si riconosce anche in qualcosa di più immediato: nella semplicità con cui sapeva guardare ogni cosa. Il sole, la luna, il fratello lebbroso, il lupo di Gubbio, l’avversario. San Francesco non divide il mondo tra sacro e profano, tra degno e indegno. Questa è bellezza. E’ capacità di vedere la realtà intorno a sé. E’ un’arte rara, che si può imparare, se ci si mette in ascolto della sua testimonianza, che riconosce in ogni cosa un dono prezioso di Dio e del prossimo”.
Quindi san Francesco è stato un uomo libero: in quale modo comunicare ai giovani questa libertà?
“Francesco è libero, profondamente, radicalmente libero. La libertà che il mondo ci propone ogni giorno è una libertà dai legami, dagli impegni, da tutto ciò che vincola. Questo tipo di pensiero ci fa credere che gli ostacoli alla nostra libertà vengano da fuori, dagli altri, dalla storia, dalla natura. Francesco al contrario sperimenta la libertà come libertà da sé per amare senza limiti, e questo fa della sua vita e della sua storia qualcosa di straordinariamente affascinante e attraente.
In questo senso il ‘Cortile di Francesco’ (anche nelle proposte rivolte ai giovani) offre esperienze grazie alle quali può emergere come la qualità della vita personale, nelle sue varie dimensioni, non dipenda dall’accrescimento dell’io e dal moltiplicarsi di beni ed esperienze individuali, quanto piuttosto dall’arricchimento reciproco in un’ottica di mutuo dono di sé.
Questo è proprio il cuore dell’esperienza del ‘Cortile di Francesco’: egli ci ha lasciato una grande eredità, la fraternità, ed essa non è semplicemente un atteggiamento emotivo o un’attitudine morale. E’ un vero e proprio contenuto culturale, che rivela come la vita umana cresce qualitativamente , si arricchisce davvero, solo quando il contributo di ciascuno è valorizzato per il bene comune in un’ottica di servizio, di rispetto e di disponibilità ad apprendere dalla visione e dall’esperienza altrui. Anche i giovani possono così gustare questa libertà non attraverso un manuale, ma condividendo esperienze con persone che, come loro, cercano di essere libere da sé per accogliere e lasciarsi arricchire autenticamente dagli altri”.
Pace e perdono: in quale modo riattualizzare queste due parole francescane?
“Diversi panel ed esperienze tornano sul tema della pace e del perdono, della resilienza e della rinascita, ma in particolare vorrei sottolineare quello di venerdì 11 settembre, una data che di per sé porta già il peso di una ferita aperta nel mondo. Si tratta di una tavola rotonda sulla pace con fra Marco Moroni, mons. Felice Accrocca, Marco Tarquinio e Alessandro Piccinini, a partire da una duplice ispirazione: quella di san Francesco appunto e quella di un profeta di pace del nostro tempo, mons. Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi dal 1985 fino alla morte. Parlare di pace il giorno in cui il mondo ricorda una delle sue ferite più brucianti significa ribadire che l’umanità non è destinata a considerare la pace come una tregua nel ritmo incessante della guerra, ma come una strada veramente possibile, e per questo doverosa, anzitutto per ciascuno di noi.
Riattualizzare la pace francescana significa capire che essa non è qualcosa da trovare fuori, ma è un cammino in cui ognuno ha realmente la sua parte, perché comincia da sé e dalle relazioni che viviamo. La pace è appunto shalom, quella pienezza di vita che tiene insieme tutto. Ed il perdono è la porta attraverso cui questa pace diventa possibile. Senza perdono, la pace è solo una tregua. Con il perdono, fondato sulla verità e la giustizia, la pace diventa un vero avanzamento (un salto di qualità) nella vita umana su questo pianeta”.
Ad 800 anni dalla morte, come declinare san Francesco oggi?
“Ottocento anni. Eppure Francesco è qui. Non come un fossile da museo, non come un semplice personaggio del passato. Francesco è qui perché il suo spirito continua a essere all’opera nel mondo.
Ricordare la morte di Francesco significa celebrarne la vita, ciò che egli è stato, che è per noi, e che è in mezzo a noi. Sabato 19 settembre, con il prof. Marco Guida, docente alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed con il rettore dell’Università degli Studi di Perugia, prof. Massimiliano Marianelli, parleremo proprio di questo: dell’eredità del Santo. Accoglierla significa sviluppare uno stile di vita, una postura interiore, uno sguardo sul mondo fatto di fiducia e di rispetto.
Giovedì 17 settembre ci sarà una riflessione sulla povertà francescana, con fra Pietro Maranesi e Massimo Mercati, presidente ed amministratore delegato di Aboca. Perché la povertà di san Francesco non è miseria; è libertà per la condivisione, per la giustizia, per la fraternità. E’ dire: se possedere cose o ruoli può diventare un ostacolo nelle relazioni, con Dio e con il prossimo, preferisco custodire un cuore e una mente capaci di vivere senza la preoccupazione di dover difendere qualcosa e senza la paura che gli altri mi possano privare di qualcosa.
E poi c’è un gesto bellissimo che chiude le giornate: tra il 18 e il 20 settembre, gli infioratori di Spello realizzeranno un grande tappeto floreale nella piazza inferiore della basilica. La bellezza al servizio della memoria. Il fiore che sboccia proprio lì dove riposano i resti mortali di Francesco. Quindi declinare san Francesco oggi significa tutto questo e molto altro. Significa portare la sua intuizione (la fraternità è possibile; la vita intera può essere bella notizia) dentro le domande del presente. Significa non lasciarlo nel passato, ma lasciarlo parlare. Ed ascoltarlo davvero”.
Il programma completo della kermesse è consultabile sul sito www.cortiledifrancesco.it.
(Tratto da Aci Stampa)
L’uguaglianza che ci manca: con Borgognoni parliamo del ‘farmaco’ cristiano
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”: dall’art. 3 della Costituzione Italiana prende lo spunto l’84 Corso di Studi Cristiani alla Cittadella ‘Laudato Sì’ di Assisi, dal 20 al 23 agosto, dal tema ‘L’uguaglianza che ci manca’, organizzato dalla Pro Civitate Christiana, in collaborazione con il Coordinamento delle Teologhe Italiane ed il patrocinio della regione Ummbia, aperto dal già presidente del Consiglio e della Commissione europea, Romano Prodi, e dal vescovo di Assisi, Nocera Umbra, Gualdo Tadino e di Foligno, mons. Felice Accrocca.
Al teologo Mariano Borgognoni, presidentte di Pro Civitate Christiana, chiediamo di spiegarci quale è l’uguaglianza che ci manca: “Quella che riconosce le diversità ma non le trasforma in ingiustizia, discriminazione, ghettizzazione. Quella che riconosce uguali diritti alla cura, all’istruzione, alla dignità del lavoro. Quella che partendo dall’articolo 3 della Costituzione si impegna a rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo pieno della persona umana. Quella che accorcia le distanze di reddito e le possibilità di avere opportunità di crescita individuale e di coesione sociale. Quella per la quale si sono spese le migliori energie e le più genuine passioni politiche. Quella che dà sostanza alla libertà. Quella di cui, accogliendo l’invettiva nietzschiana ‘il cristianesimo ha seminato nel mondo il veleno dell’uguaglianza’, la nostra fede dovrebbe continuare a diffondere il farmacos”.
Come tradurre l’uguaglianza nella fraternità francescana?
“La difficoltà che storicamente si è determinata nel tenere insieme libertà ed uguaglianza, per cui abbiamo avuto nei diversi esperimenti di modello sociale libertà senza uguaglianza e uguaglianza senza libertà, sta a dirci che solo un fondamento etico può garantirne la coesistenza. E questo fondamento etico può essere la fraternità, il sentire l’altro non come l’inferno, ma come un volto che chiama a cura, a condivisione, a solidarietà. Certo la fraternità francescana aveva una forte radice in Cristo, nel quale riconoscersi fratelli (e sorelle) tutti, nella relazione con ogni vivente che come noi ‘geme nelle doglie del parto’. Uguali perché figli di una stessa energia creatrice, Padre e Madre di tutti”.
Un’uguaglianza che si è realizzata a Barbiana: perché è ancora un caso ‘isolato’?
“A Barbiana si è individuata la radice della disuguaglianza, perfino nell’uguaglianza formale che legittima la disuguaglianza sostanziale, come viene in chiaro nella Lettera a una professoressa. E’ il colmo dell’ingiustizia far parti uguali tra disuguali. Risuona forte lo spirito del Vangelo: la scelta preferenziale per i poveri e della Costituzione: toglier via gli ostacoli che impediscono ai cittadini di essere uguali nei diritti e nei doveri. Barbiana è un caso isolato perché non ha mai voluto essere un modello ed è questa la forza del suo messaggio, che in forme diverse, dentro contesti socio-culturali diversi parla ancora oggi ai molti che si spendono per assicurare la parola, il cibo, l’assistenza, la costruzione di prospettive di inclusione alle tante ‘Barbiane’ dei nostri giorni”.
In quale modo la pace può realizzare l’uguaglianza?
“Pace e uguaglianza sono sorelle gemelle. La guerra serve ad affermare il dominio del più forte, la rapina delle risorse materiali e lo sfruttamento delle risorse umane di popoli e Stati sottomessi. La preparazione della guerra succhia enormi risorse sottratte alla cura dell’ambiente, della salute, dell’istruzione, al soddisfacimento dei diritti che dovrebbero essere universalmente garantiti. Non stiamo parlando di storia passata ma del presente. Per il riarmo è autorizzato lo sfondamento di ogni tetto di bilancio. Ciò che era considerato un sacro e inviolabile principio può ora essere violato. Questo produce morti e feriti dalla riduzione in povertà, e in povertà anche avendo uno o più lavori, ancor prima di quelli che producono e produrranno i conflitti aperti e quelli che, verosimilmente, si apriranno. Allora la lotta per la pace è immediatamente lotta per l’uguaglianza. La critica della ragion bellica è anche critica delle disuguaglianze presenti”.
In quale modo il cammino sinodale può realizzare la convivialità delle differenze?
“Pace e uguaglianza sono sorelle gemelle. La guerra serve ad affermare il dominio del più forte, la rapina delle risorse materiali e lo sfruttamento delle risorse umane di popoli e Stati sottomessi. La preparazione della guerra succhia enormi risorse sottratte alla cura dell’ambiente, della salute, dell’istruzione, al soddisfacimento dei diritti che dovrebbero essere universalmente garantiti. Non stiamo parlando di storia passata ma del presente. Per il riarmo è autorizzato lo sfondamento di ogni tetto di bilancio. Ciò che era considerato un sacro e inviolabile principio può ora essere violato. Questo produce morti e feriti dalla riduzione in povertà, e in povertà anche avendo uno o più lavori, ancor prima di quelli che producono e produrranno i conflitti aperti e quelli che, verosimilmente, si apriranno. Allora la lotta per la pace è immediatamente lotta per l’uguaglianza. La critica della ragion bellica è anche critica delle disuguaglianze presenti”.
Il cammino sinodale può realizzare la convivialità delle differenze?
“Intanto c’è nella Chiesa una gigantesca esigenza/urgenza di declericalizzazione e depatriarcalizzazione. Quindi più voce e possibilità di governo a laici e donne ed anche accesso ai ministeri. Insomma uscire da una situazione nella quale i ruoli essenziali sono coperti solo da maschi ‘ordinati’ ed i fedeli sono prevalentemente donne. D’altra parte la ‘Pro Civitate Christiana’ è nata per questo: annunciare il Vangelo ai crocicchi delle strade da battezzate e battezzati. Il cammino sinodale potrà produrre anche scelte importanti in questa direzione? Forse, ma intanto è un cambiamento di metodo che può trasformare le differenze da isole che non si parlano a protagonisti di un cammino comune. Certo purché alla fine non si avviti su se stesso senza assumere decisioni. Penso che una spolverata di democrazia non farebbe male alla Chiesa, che deve essere più non meno che democratica”.
Dopo 84 anni perché continuare il Corso di Studi Cristiani?
“Chi sa? Ci sarà anche un pò di ostinazione! Ma la mediazione culturale della fede è il ‘marchio di fabbrica’ della Pro Civitate Christiana. Il dialogo è il suo metodo. L’essere un luogo dal quale non parla un santone ma uno spazio di confronto con tutte le fedi e le culture che hanno a cuore il bene comune il suo stile. Questo è stato e continua ad essere il Corso. Durante il Corso inaugureremo una ‘Sala del silenzio e della pace’, intitolata a p. Ernesto Balducci. Sarà un luogo dove ogni forma di spiritualità potrà sentirsi a casa e noi vogliamo continuare ad essere una comunità della soglia, che accoglie nella libertà e nel rispetto le donne e gli uomini del nostro tempo, nella convinzione che le differenze possano farci crescere tutti in umanità”.
Milano accende la ‘rivoluzione della parola’: al MIND nasce il World Meeting del Dialogo
Una parola può dividere oppure costruire ponti. Può alimentare contrapposizioni oppure diventare uno strumento capace di avvicinare persone, culture e religioni. E’ da questa consapevolezza che, nella cornice del MIND – Milano Innovation District, nell’ambito del Milano Latin Festival, ha preso il via il World Meeting del Dialogo, della Parola e della Comunicazione Socio-Umanitaria tra i Popoli, il progetto internazionale dedicato al valore della comunicazione come strumento di pace, inclusione e fraternità.
La tre giorni milanese (29-31 luglio) ha rappresentato l’anteprima del grande appuntamento istituzionale che si terrà il 12 ottobre a Palazzo Reale a Milano, dove esponenti delle istituzioni, della diplomazia, del mondo accademico, religioso, giornalistico e della società civile si confronteranno sul ruolo della parola e della comunicazione nelle grandi sfide del nostro tempo.
Milano, città da sempre crocevia di culture, innovazione e relazioni internazionali, diventa così il punto di partenza di una riflessione globale sulla necessità di una comunicazione più responsabile, capace di promuovere il dialogo interculturale, il rispetto dei diritti umani e la dignità di ogni persona.
Al centro dell’incontro il contributo di Biagio Maimone, direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS, presieduta da mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di papa Francesco, che ha richiamato il valore della comunicazione come responsabilità culturale e morale:
“Si tratta di una tre giorni che anticipa il grande evento internazionale del World Meeting che si terrà a Palazzo Reale il 12 ottobre. La qualità della comunicazione determina la qualità della convivenza. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una parola che non alimenti la paura, l’odio o la contrapposizione, ma che sappia parlare al cuore dell’uomo, risvegliare le coscienze e generare responsabilità.
La comunicazione non è soltanto trasmissione di informazioni: è una forza culturale, educativa e morale capace di costruire ponti tra persone, popoli e religioni. Nel solco del magistero di Papa Francesco e del costante richiamo di papa Leone XIV alla cultura dell’incontro, siamo chiamati a restituire alla parola la sua più alta vocazione: essere strumento di verità, fraternità, giustizia e pace”.
Secondo Maimone, il futuro della convivenza dipenderà anche dalla capacità di scegliere parole capaci di includere e restituire dignità: “La pace nasce anche dalla responsabilità con cui comunichiamo, perché ogni parola può diventare un seme di divisione oppure un ponte verso l’altro”.
Ad accompagnare la nascita del progetto è stato Héctor Villanueva, direttore del Salone delle Nazioni del Milano Latin Festival, vicepresidente della Federazione Eurandina e ideatore dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, che ha sottolineato il valore dell’integrazione e il ruolo dei nuovi italiani nella costruzione della società contemporanea.
Villanueva ha evidenziato come il dialogo tra culture rappresenti una risorsa fondamentale per il futuro, perché la conoscenza reciproca permette di superare stereotipi e diffidenze, trasformando le differenze in una ricchezza condivisa.
Diana De Marchi, consigliera comunale di Milano e Presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili, ha ribadito il valore della parola e dell’educazione. Da insegnante e rappresentante istituzionale, De Marchi ha sottolineato come la formazione delle nuove generazioni passi dalla capacità di comunicare, ascoltare e rispettare l’altro, confermando il proprio impegno nel percorso del World Meeting.
Sul tema dell’ascolto si è soffermato Marcello Guadalupi, presidente della Fondazione Commercialisti di Milano, richiamando il ruolo delle professioni nella costruzione di relazioni basate sulla fiducia e sulla responsabilità. Una società più giusta, secondo Guadalupi, nasce anche dalla capacità dei professionisti e delle istituzioni di ascoltare realmente i bisogni delle persone.
Un intervento di respiro internazionale è arrivato da Nabil Bougarech del gruppo Allatra, che ha richiamato l’impegno nella difesa dei diritti umani e nella promozione di una cultura della cooperazione presente in numerosi Paesi del mondo.
Il World Meeting si inserisce nel solco dei principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dell’UNESCO e del Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi, riaffermando che pace e sicurezza si costruiscono attraverso dialogo, responsabilità, giustizia e riconoscimento della dignità di ogni individuo.
L’iniziativa è promossa da Héctor Villanueva e Biagio Maimone, con la collaborazione dell’UNAR e il coinvolgimento di istituzioni, enti e associazioni impegnati nella promozione dei diritti umani, dell’inclusione e della cultura della pace.
L’Azione Cattolica Italiana ha dedicato un minuto alla pace
‘Un minuto per la pace’: con questo appello alla preghiera domenica 7 giugno si è svolta l’iniziativa ‘Pax et bonum. Nel segno di San Francesco. Diritto internazionale e fraternità’, promossa dall’Istituto di Diritto internazionale della pace ‘Giuseppe Toniolo’, dall’Azione Cattolica italiana e dal Fiac: in questa data, nel 2014, si teneva l’incontro ‘Invocazione per la Pace’, promosso da papa Francesco, che insieme ai leader di Israele e Palestina piantò un albero di Ulivo nei Giardini Vaticani.
Il convegno internazionale ha affrontato il tema della fraternità come chiave interpretativa delle sfide contemporanee, mettendo in dialogo diritto internazionale, democrazia, dialogo interreligioso, Dottrina sociale della Chiesa e governance globale, nel segno di san Francesco, a 800 anni dalla morte, moderato dalla giornalista Giuseppina Paterniti.
Nella sua relazione introduttiva, il prof. Vincenzo Buonomo, rettore della Pontifica Università Urbaniana, ha individuato alcuni elementi di legame tra il Santo di Assisi ed il diritto internazionale, come “l’idea che la forza non crea comunione, il superamento della categoria del ‘nemico’ e la visione etica che precede le regole: la fraternità è una norma base dei rapporti internazionali, che si manifesta con termini come solidarietà, cooperazione, sviluppo integrale, e attraverso il concetto di responsabilità comune ma differenziata. Il multilateralismo è l’effetto concreto della fraternità: il modo in cui si uniscono e non si annullano le diversità”.
Shahrzad Houshmand Zadeh, lettrice di lingua e letteratura persiana all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, ha proposto una riflessione sul dialogo interreligioso come autentica pratica di fraternità, mettendo in luce le profonde affinità spirituali tra San Francesco e la tradizione islamica. Partendo dal Documento sulla Fratellanza Umana di Abu Dhabi, ha descritto un ‘filo d’oro’ che unisce culture e religioni nel segno della pace e dell’incontro. Come san Francesco, anche la spiritualità islamica riconosce “nell’orgoglio, nell’individualismo e nell’arroganza le radici della divisione e della violenza, indicando invece nella spoliazione di sé e nell’amore per Dio la via della fraternità universale”.
Inoltre il presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto Toniolo, Sandro Calvani, ha illustrato la riforma delle Organizzazioni internazionali alla luce del principio di sussidiarietà e fraternità: “Si intende passare a un modello più vicino alle realtà locali. La fraternità è declinata in azioni concrete per un’inclusione ‘radicale’ e per la sostenibilità, a partire dalla maggiore rappresentanza a favore del Sud globale. Questa visione fraterna mira a trasformare l’ONU da un’arena di scontro tra potenze militari a una piattaforma di cooperazione per il bene comune globale. Una sostituzione del diritto della forza con quello della forza del diritto”.
Le conclusioni dei lavori sono state affidate al presidente dell’Azione Cattolica italiana Giuseppe Notarstefano: “Oggi più che mai abbiamo bisogno di trovare modalità di costruzione comune. È questo l’impegno che l’Azione Cattolica si assume facendo una scelta ‘popolare’: elaborare una proposta che sia realmente vicina alle persone. Costruire in modo popolare significa tessere legami intergenerazionali e territoriali, intrecciando competenze, sensibilità e vocazioni differenti per affrontare le complessità del nostro tempo.
Il nostro è un progetto per tornare ad abitare la diversità, riscoprendo la bellezza dello stare insieme. Come credenti, siamo chiamati a stare dentro la storia in modo diverso, alternativo, valorizzando le differenze come un fattore di unità. Non dobbiamo limitarci a cercare solo ciò che già ci unisce, ma dobbiamo avere il coraggio di cercarci di più proprio là dove siamo differenti. Questa missione si traduce anche nel rilancio della tutela dei beni globali e in una partecipazione attiva che valorizzi il cammino sinodale della Chiesa, spingendoci a ripensare cosa significhi davvero essere sinodali e quale cultura esprima questa scelta”.
Partendo dal libro ‘Combattere la guerra’ chiediamo al prof. Sandro Calvani di spiegarci le distorsioni della democrazia: cosa intende per ‘ipo-democrazia’ e per ‘ipo-diplomazia’ e che legame c’è fra questi due processi?
“Dopo il 1989, con la fine della Guerra Fredda, il treno ad alta velocità della trasformazione del mondo in un sistema più giusto e più pacifico sembrava aver scelto i due binari sicuri della democrazia per il buon governo dei beni comuni e della diplomazia per la risoluzione dei contenziosi internazionali. Per la prima volta nella storia, dunque, a metà degli anni Novanta, il numero delle democrazie ha superato quelle delle autocrazie. Due decenni dopo, però, a partire dal 2016, il rapporto di forze si è invertito di nuovo. E, da allora, la tendenza si è ulteriormente consolidata: nel mondo ci sono 91 autocrazie e 88 democrazie.
Molte di queste ultime, incluse quelle mature, stanno subendo fenomeni involutivi in termini di rispetto dei diritti umani, indipendenza del giornalismo e della magistratura, separazione tra Stato e religioni, pur mantenendo libere elezioni, nelle quali però l’influenza della grande finanza diventa sempre più imponente. L’avvento di queste ipo-democrazie genera le condizioni per ipo-diplomazie”.
In quale modo?
“I protagonisti del confronto internazionale sulle risorse e sui beni comuni globali sono di nuovo dei leader guerrieri che, nella maggior parte dei casi, non rappresentano la volontà di dialogo e di pace dei loro popoli, proprio come successe dopo gli anni ’30 del secolo scorso. La diplomazia non ha perso improvvisamente capacità, competenze e buona volontà; è stata messa da parte dai decisori politici, spesso incompetenti e prepotenti, i quali pensano che il diritto della forza, magari anche quello della sorpresa e dell’improvvisazione ottengano risultati migliori della forza del diritto e del dialogo duraturo, ben informato ed esperto”.
Da dove ripartire per costruire pace?
“Nel lungo termine, l’educazione alla pace e alla cittadinanza globale darà risultati duraturi nelle prossime generazioni, quando gli iperimperi delle armi e dei mercati globalizzati saranno sostituiti dalla iper-democrazia di un’alleanza mondiale tra le Nazioni davvero Unite. Nel breve occorrono il ‘cessate il fuoco’ che miliardi di persone stanno chiedendo a gran voce e una condanna unanime da parte di tutti gli umanisti, della società civile e delle imprese contro i leader guerrieri»
Un suo libro invita ad attraversare le frontiere: in quale modo?
“Il messaggio centrale della buona novella di Gesù è stato quello di non accettare differenze divisive. La parabola del ‘buon Samaritano’ è una risposta ad una diversità divisiva. Era la strada della Samaria, che era dei ‘nemici’, e Lui contrapponeva a quella forma di religiosità di un sacerdote, che non si ferma lungo la strada a soccorrere il malcapitato, ad una forma di superamento della frontiera che dice: lo vedo. Quindi è un nuovo modo di vedere il ‘diverso’: mi fermo’, cioè non continuo per la mia strada; scendo dal cavallo, lo aiuto e verso olio sulle ferite. Quindi trovo la soluzione giusta, che sono i dieci verbi contenuti nella parabola, che sono il messaggio dell’attraversamento.
A conclusione ci sono gli ultimi tre verbi:portare alla locanda, che significa aver mobilitato le istituzioni pubbliche a fare il proprio dovere; poi ha promesso,cioè aiutare l’intermediazione e la sussidiarietà della struttura pubblica a fare meglio; e, se non è sufficiente, al ritorno metterà quello che non è stato sufficiente, quindi un’aggiunta, che significa presenza del volontariato e del Terzo Settore. Queste associazioni potrebbero operare una trasformazione necessaria in questo nuovo paradigma che dobbiamo vivere nelle sfide della guerra, dell’ambiente e della migrazione. Tali sfide vanno vissute attraverso l’attualizzazione della parabola del buon Samaritano, cioè di una persona che riesce ad attraversare la diversità di razza, di opinione, di generazione, di cultura in modo da vivere una comunità che costruisce la fraternità”.
Allora come è possibile combattere la guerra?
“Nel mio ultimo libro, ‘Combattere la guerra’, articolo soprattutto la parola ‘conversazione’, in cui analizzo due modi di concepire la pace: uno riguarda la conservazione, cioè lasciare tutto come sta senza nessuna innovazione. L’altro modo di concepire la pace è la conversazione, che è anagramma di conservazione, che significa vivere insieme l’altro verso, che è diverso, in modo che non diventi avverso. Vivere insieme le esperienze delle persone di frontiera: nei trattati europei si parla di Paesi limitrofi, che vuol dire confine di nutrimento.
Allora il Paese limitrofo è il Paese che ci nutre ed a sua volta è nutrito da noi, cioè significa supportarsi a vicenda aldilà della frontiera. Con questo modo di ‘costruzione’ abbiamo fermato le guerre in Europa per 70 anni, dopo molti secoli. Allora il modo di costruire la pace, a partire dalle frontiere, significa allargare l’Europa a tutti coloro che vogliono accettare questi principi di pace, anche ad altri popoli del Mediterraneo, affinchè non sia più un mare tra le terre, ma sia un’unica terra in cui possiamo vivere insieme, rispettando quei principi già noti a molti popoli vicini all’Europa”.
Questi principi sono contenuti nell’enciclica ‘Pacem in terris’: perché è stata inascoltata?
“Nell’enciclica ci sono quattro fondamenti che papa san Giovanni XXIII ha proposto, quali la verità, la giustizia, la solidarietà e la libertà. A questi principi il mondo si disse d’accordo, tantoché anche l’ONU ne assunse il valore, nei decenni successivi la verità non è più univoca; l’ingiustizia sta sempre più crescendo nel mondo,; la solidarietà non esiste; ma soprattutto è iniziata a scomparire la libertà, che è il fondamento della pace. Dopo gli anni Sessanta sono aumentate le dittature e di conseguenza sono diminuiti quei pilastri su cui costruire la pace. Anni dopo questa enciclica papa san Paolo VI invocò un nuovo cammino, che è quello del progresso dei popoli; mentre papa san Giovanni Paolo II aveva delineato la pace come rispetto della persona ed oggi papa Leone XIV delinea l’ineludibilità della vita fraterna. O l’umanità vive insieme o scomparirà”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV a pranzo con l’invito ad essere costruttore di ponte
“Grazie per essere qui. Sono venuto senza discorso, ma con fame. Con fame di giustizia, fame di autentica carità, fame per una Chiesa che veramente sa aprire le porte, accogliere, ricevere tutti. Una Chiesa dove c’è amore per tutti e dove nessuno è nemico, dove tutti sappiamo vivere la riconciliazione, il perdono, la pace”: anche se sono giornate di riposo papa Leone XIV oggi ha pranzato con 200 persone in difficoltà assistite dalla Diocesi di Roma, tra cui 35 bambini, a Borgo Laudato sì, nei giardini pontifici di Castel Gandolfo, per una giornata di ‘accoglienza e fraternità’.
Nel breve discorso di saluto ha chiesto di fare un ponte per eliminare l’ingiustizia: “Sapete molto bene che il Papa ha come titolo, fra i diversi, ‘Pontefice’: costruttore di ponti. E noi oggi vorremmo fare un ponte con tutti voi, con le vostre famiglie e con la società nella quale vogliamo vivere, vivere con giustizia. Un luogo dove si possono eliminare le cause della povertà, dove si possono eliminare le cause delle ingiustizie che ancora esistono nel nostro mondo: questa è la Chiesa che vogliamo essere”.
E’ stato un richiamo alla mensa eucaristica: “E io ringrazio tutti voi e tutti coloro responsabili che hanno organizzato questo bellissimo pranzo, questo evento, perché quando ci troviamo insieme, quando viviamo questo spirito di incontro tutti insieme alla mensa, l’unica mensa dove anche Gesù è presente con noi, stiamo veramente costruendo un mondo diverso, un mondo di speranza, un mondo che è luce.
Tante volte questa realtà è proprio rotta dalla violenza, dall’odio, dalla discriminazione: lavoriamo insieme, cerchiamo di vivere sempre questa esperienza di Chiesa, di giustizia, di pace e di amore. Ed allora, chiediamo che il Signore ci benedica e benedica questo cibo, questa mensa comune che vogliamo condividere”.
Inoltre ha inviato all’Inviato Speciale alla XII Assemblea Plenaria della Federazione delle Conferenze dei Vescovi dell’Asia (FABC), card. Osvaldo Gracias, arcivescovo emerito di Bombay: “Per questo motivo, preghiamo, pensiamo con saggezza e lavoriamo costantemente, ponendo Dio prima delle nostre azioni e l’uomo al centro delle nostre scelte. Perché così le pietre scartate (i poveri, i malati, i migranti, i piccoli) saranno trasformate in pietre angolari; allora nascerà una casa comune, solida e ospitale, dove carità e verità si incontrano e giustizia e pace si uniscono in un abbraccio”.
E’ un invito ad essere ‘costruttori di comunione’: “Per questo dobbiamo desiderare questa benedizione e implorarla da Dio, affinché diventiamo costruttori di comunione e non architetti della Babilonia di questo mondo; Servitori del futuro Regno, non costruttori di torri destinate a crollare. Perciò, con cuore pastorale e paterno, desideriamo esortare tutti a cessare l’opera di costruzione di un’altra Babilonia e a unire le nostre forze per costruire il vero bene, affinché l’umanità e di conseguenza la Chiesa non perdano la loro bellezza e il mondo non possa più riconoscere nei cuori degli uomini la casa e il tempio divino dove Cristo desidera dimorare”.
Ed in un’ulteriore lettera all’Inviato Speciale alle celebrazioni del 35° anniversario del rinnovamento delle strutture della Chiesa di rito latino in Ucraina [Santuario Nazionale della Madre di Dio del Sacro Scapolare a Berdychiv, card. Paolo Riccardo Gallagher, il papa ha ricordato la testimonianza dei fedeli ucraini: “Allo stesso tempo, la Chiesa cattolica in quella regione fu oggetto di una crudele persecuzione istituita e attuata dal potere civile, che aveva l’obiettivo di annientarla completamente tra la popolazione. Dopo anni difficili, la Chiesa romana in quella regione ha ritrovato vita e crescita e sta ora celebrando il 35° anniversario della ricostituzione delle sue istituzioni. Quest’anno ricorre anche il 25° anniversario del viaggio apostolico di San Giovanni Paolo II in Ucraina”.
(Foto: Vatican News)





























