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Papa Leone XIV agli universitari: costruiamo un mondo nuovo

“Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore. Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede. Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione”: con questo saluto è iniziata questa mattina la visita di papa Leone XIV all’Università ‘Sapienza’, affermando che occorre ‘lavorare’ insieme per la ricerca dell’amicizia tra i popoli.

Dopo il saluto iniziale, in cui ha sottolineato che chi studia cerca Dio, il papa ha evocato il diritto allo studio per tutti, con uno specifico riferimento ad un ‘corridoio umanitario’ per gli studenti di Gaza: “La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra.

competitAd esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza. E’ dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare. Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti”.

Con un riferimento a sant’Agostino il papa ha invitato i giovani a ‘scoprire’ il desiderio verso lo studio: “Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo”.

E’ stato questo che ha animato sant’Agostino: “Sapete che sono legato spiritualmente a sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza. A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare. Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande”.

Questo dialogo è stato anche un invito a non farsi ingabbiare dal malessere: “Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni”.

Ecco il motivo per cui la competitività è una menzogna: “E’ la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande”.

Al contempo ha chiamato gli adulti ad assumere le proprie responsabilità verso un mondo pacificato: “Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria.

In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido ‘mai più la guerra!’ dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali”.

Per questo ha ‘tuonato’ forte contro il riarmo: “Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti”.

Ed ecco il pensiero a Gaza ed all’Ucraina: “Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale ‘sì’ alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!”

Altro punto di impegno comune ha riguardato l’ecologia, riprendendo l’enciclica ‘Laudato sì’: “In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia. Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare.

Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra”.

Per questo sono necessarie l’intelligenza e l’audacia dei giovani: “C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia. Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo. Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza”.

Infine si è rivolto anche agli insegnanti: “Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità”.

E prima di ritornare in Vaticano un invito a collaborare per un nuovo mondo: “Collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo!”

Ed a tal proposito anche nel messaggio per il 60^ anniversario della fondazione dell’università cattolica boliviana ‘San Pablo’ ha ribadito la necessità della formazione: “Pertanto, l’università esiste per promuovere la formazione integrale della persona, poiché la vera educazione ‘propone la formazione della persona umana in relazione al suo fine ultimo e al bene delle diverse società di cui l’uomo è membro’…  Da questa prospettiva, la verità, ricercata con rigore intellettuale ed onestà scientifica, trova il suo orizzonte e il suo criterio ultimo nella carità, poiché dire la verità è, per i cristiani, un atto d’amore che edifica, guarisce e guida la persona verso la sua pienezza”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: invita a custodire i vulnerabili

“Il tema che avete scelto quest’anno, ‘Human Compassion and Empathy in Modern Times’ è particolarmente opportuno per il nostro mondo attuale. Di fatto, questi non sono sentimenti marginali, ma piuttosto atteggiamenti fondamentali di entrambe le nostre tradizioni religiose e aspetti importanti di ciò che significa vivere una vita autenticamente umana”: ricevendo i partecipanti al Colloquio promosso dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso e dal Royal Institute for Inter-Faith Studies, papa Leone XIV, questa mattina, ha ricordato il valore condiviso della compassione nelle tradizioni cristiana e musulmana.

Citando l’esortazione apostolica ‘Dilexi te’ il papa ha sottolineato il valore della compassione nelle due religioni: “La tradizione musulmana associa la compassione, ra’fa, con la misericordia quale dono posto da Dio nel cuore dei credenti, e uno dei nomi divini, al-Ra’uf, ci ricorda che la compassione ha sempre origine in Dio stesso.

Similmente, nella tradizione cristiana, la Sacra Scrittura rivela un Dio che non rimane indifferente alla sofferenza… In Gesù Cristo questa compassione divina diventa visibile e tangibile. Dio va oltre il vedere e l’ascoltare, assumendo la nostra natura umana al fine di diventare l’incarnazione vivente della compassione. Seguendo l’esempio di Gesù, la compassione cristiana diventa un partecipare o ‘soffrire con’ gli altri, specialmente con i più svantaggiati”.

La compassione, come aveva detto papa Leone XIII, è una componente importante per la società: “Per le nostre tradizioni, la compassione umana e l’empatia non sono un qualcosa in più o qualcosa di facoltativo, bensì una chiamata di Dio a riflettere la sua bontà nella nostra vita quotidiana.

Questa convinzione, pertanto, ha implicazioni sociali. Papa Leone XIII ha insegnato che i poveri e gli emarginati meritano un’attenzione e un aiuto speciale da parte della società e dello Stato. A tale riguardo, desidero esprimere il mio apprezzamento per i generosi sforzi del Regno Hashemita di Giordania nell’accogliere rifugiati e assistere i bisognosi in circostanze difficili”.

Il rischio invece  che si corre è quello dell’apatia: “Cari amici, purtroppo la compassione e l’empatia oggi rischiano di scomparire. I progressi tecnologici ci hanno resi più connessi che mai, ma possono portare anche all’indifferenza. Il flusso costante di immagini e video delle difficoltà degli altri può rendere i nostri cuori insensibili piuttosto che commuoverli… Questo genere di apatia sta diventando una delle sfide spirituali più serie del nostro tempo”.

Per questo il papa ha sollecitato i fedeli delle due religioni a ‘ravvivare’ la società: “In questo contesto, cristiani e musulmani, attingendo alla ricchezza delle rispettive tradizioni, sono chiamati a una missione comune: ravvivare l’umanità laddove si è raffreddata, dare voce a coloro che soffrono e trasformare l’indifferenza in solidarietà. La compassione e l’empatia possono essere i nostri strumenti, poiché hanno il potere di ripristinare la dignità dell’altro”.

Ugualmente ai membri della ‘Vatican Observatory Foundation’, organizzazione con sede negli Usa che sostiene e promuove le attività della Specola Vaticana, il papa ha ricordato la necessità della verità: “Oggi, tuttavia, sia la scienza sia la religione affrontano una minaccia diversa e forse più insidiosa: quella di quanti negano l’esistenza stessa della verità oggettiva”.

Per questo ha ribadito la necessità della responsabilità condivisa nella cura del pianeta e nel benessere dei vulnerabili: “Troppe persone nel nostro mondo rifiutano di riconoscere ciò che la scienza e la Chiesa insegnano chiaramente: che abbiamo la solenne responsabilità di custodire il nostro pianeta e di garantire il benessere di coloro che lo abitano, specialmente i più vulnerabili, la cui vita è messa a repentaglio dallo sfruttamento sconsiderato sia delle persone sia del mondo naturale. E’ proprio per questo che l’adesione della Chiesa ad una scienza rigorosa ed onesta rimane non solo preziosa, ma anche essenziale”.

Per questo ha espresso gratitudine alla fondazione: “Il vostro impegno consente agli scienziati del Vaticano di impegnarsi in modo costruttivo con il grande pubblico e con la comunità scientifica mondiale. La vostra generosità permette alla Specola Vaticana di condividere la meraviglia dell’astronomia con studenti di tutto il mondo e di proporre laboratori e scuole estive a quanti lavorano in scuole cattoliche e parrocchie. Ed è, in definitiva, la vostra dedizione a far sì che i telescopi e i laboratori dell’Osservatorio rimangano ciò che sono sempre stati destinati a essere: luoghi in cui s’incontra la gloria del creato di Dio con riverenza, con profondità e gioia”.

Infine ha ricordato il fine della Fondazione: “Non dobbiamo mai perdere di vista la visione teologica che anima tutto ciò. La nostra è una religione dell’Incarnazione. La Scrittura ci insegna che sin dal principio Dio si è fatto conoscere attraverso le cose che ha creato, e che Dio ha tanto amato il suo creato da mandare suo Figlio perché vi entrasse e lo salvasse.

Non sorprende, quindi, che persone dalla fede profonda si sentano spinte a esplorare le origini e il funzionamento dell’universo. Il forte desiderio di comprendere il creato più a fondo non è altro che il riflesso di quel desiderio inquieto di Dio che dimora nel profondo di ogni animo”.

(Foto: Santa Sede)

Seconda Domenica di Pasqua: domenica della divina misericordia

 Gesù è veramente risorto! Quest’annuncio ancora oggi ci coinvolge tutti come singoli e come società. E’ un annuncio che conferisce pace e gioia ma non cessa di essere un mistero d’accogliere con fede e amore. Siamo cristiani perché Cristo è veramente risorto; Egli è il Dio con noi. Gesù aveva dato l’annuncio della sua risurrezione attraverso le pie donne, che si erano recate al suo sepolcro, e sono divenute ambasciatrici di Cristo. Laddove i suoi nemici erano rimasti sconfitti dalla notizia della sua risurrezione, appresa dai soldati che facevano la guardia, i discepoli di Gesù viceversa erano ancora tremanti, chiusi nel cenacolo, per paura dei Capi del popolo e del Sinedrio.

Gesù risorto, come aveva predetto ‘i pubblicani e le prostitute avranno il primo posto nel regno dei cieli’, si servì di Maria Maddalena, che aveva pianto per i suoi peccati, aveva lavato con le lacrime i piedi a Gesù, per annunciare ufficialmente ai suoi discepoli e al mondo intero la sua ‘risurrezione’. Maria Maddalena diventa così ambasciatrice come il Buon Ladrone sarà il primo ad entrare nel Regno dei cieli; Gesù dall’alto della croce gli disse infatti ‘oggi sarai con me in paradiso’.

Dopo l’annuncio Gesù va a trovare i suoi ancora chiusi nel Cenacolo, entra a porte chiuse, dà il lieto annuncio: ‘la pace sia con voi’! Avere fede significa accettare che Gesù è il Signore, è il Risorto: verità fondamentale per gli apostoli, i suoi amici che dovranno essere i testimoni nel mondo di questa verità. Il Cenacolo è figura chiara della Chiesa in cammino.  Quella sera, però, Tommaso, uno degli Apostoli, non era con loro quando venne Gesù a porte chiuse. Gesù è venuto per tutti, vuole tutti salvi; si è sacrificato in Croce per tutti e per ciascuno di noi.

Otto giorni dopo Gesù ritorna dai suoi dove c’era Tommaso, l’incredulo che aveva detto: l’avete visto, ma non l’avete toccato! Poteva essere un fantasma. ‘Se non metto il mio dito nelle sue piaghe, se non tocco i chiudi, se non metto la mano nel suo costato, io non crederò mai’. Tommaso crederà non alle parole dei suoi compagni e amici me solo vedendo le ferite di Gesù, procurate dai chiodi, e il suo cuore squarciato.

Un amore grande che si misura non a parole ma guardando e toccando con mano cosa Gesù ha sofferto per noi, per l’uomo. Tommaso, in fondo, aveva detto: Siete stupidi; dite di averlo visto, d’avere parlato con Lui ma non l’avete toccato; io invece sono diverso: voglio vedere e toccare con mano.

A Gesù interessa una cosa sola: i suoi discepoli sono chiamati ad essere i testimoni della sua risurrezione, la loro fede deve essere ben salda e radicata nel fiducioso abbandono al suo amore, che si è sacrificato; se voglio capire quanto Egli ci ha amato, devo constatare quanto Egli ha sofferto per me. Le ferite riportate dal Signore, i segni dei chiodi e del cuore aperto sono le testimonianze di questo amore misericordioso; ecco perché Gesù vuole sciogliere ogni dubbio ed incertezza.

Da qui la seconda venuta nel Cenacolo otto giorni dopo, presente questa volta Tommaso, l’incredulo. Tommaso rimane così una figura memoranda che fa emergere nella Chiesa la misericordia materna del Signore Gesù. Gesù risorto entra a porte chiuse, sta in mezzo ai suoi e si rivolge proprio a Tommaso: ‘Metti qua il tuo dito, guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio costato: non essere incredulo, ma credente’.

Gesù non compie miracoli per farsi riconoscere ma mostra le sue ferite; non fa discorsi teologici o disquisizioni esegetiche su quanto era scritto nel Libro Sacro ma i segni della sua passione e morte costituiscono la testimonianza più forte della sua risurrezione, già preannunciata ed ora attuata. Gesù è vero figlio di Dio, il suo messaggio è divino, la sua Chiesa deve essere santa (chiamata alla santità). Nasce e si consolida così la comunità cristiana del futuro.

Quella comunità che ama, crede ed annuncia Gesù Cristo e la sua risurrezione. L’ottavo giorno dopo la Pasqua questa prima comunità cristiana era riunita in casa, come noi oggi siamo riuniti nella casa del Signore per ascoltare la Parola di Dio ed operare la ‘frazione del pane’. Sull’altare infatti è preparato il pane e il vino come nell’ultima cena; pane e vino che, grazie alla misericordia di Dio, diventeranno corpo, sangue, anima e divinità di nostro signore Gesù Cristo.

E’ la comunità riunita che Gesù saluta: ‘Pace a voi’. Era quella infatti una assemblea dove i Discepoli volevano rigenerarsi ad una speranza viva, ricolma di gioia anche se, come scrive l’apostolo Pietro, per un poco di tempo si rimane afflitti da varie prove. La nostra fede, infatti, più preziosa dell’oro, che viene purificato con il fuoco, è purificata da prove e sofferenze. Da qui nasce la gioia pasquale, la gioia della nostra vita, nonostante le sofferenze, le persecuzioni, le guerre, le incomprensioni.

Davanti al richiamo di Gesù a Tommaso: ‘Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno’, c’è la beatitudine per me e per te, amico che ascolti; ancora una volta Gesù il Risorto, oggi, dalla croce, mostra le sue ferite, i segni del suo amore misericordioso. A noi però l’impegno di vivere la gioia del nostro battesimo, della nostra rinascita a figli di Dio, mentre con umiltà chiediamo perdono delle nostre colpe.

Rinascere, rinnovarsi, come vedi, è una necessità della vita, il rinnovamento non può essere solo quello fisiologico: anche gli animali e le piante si rinnovano ma è un progresso che non oltrepassa le soglie del fisico e dell’istinto. E’ necessario invece migliorare ogni giorno, contrastando il passo alla vecchiaia per rimanere sempre giovani e sulla breccia.

E’ necessario vincere con l’amore individualismo ed egoismo che spesso attanagliano il nostro spirito e non ci permettono di accogliere l’altro come fratello.  Se vuoi andare oltre, bisogna vivere di Fede; è la sola che ci permette di cogliere l’amore misericordioso di Dio e pregare ‘Padre nostro, che sei nei cieli’. E’ questo il mio augurio domenicale.            

A Torino la Giornata della Memoria per le vittime innocenti delle mafie

In occasione della XXXI Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, Torino accoglie la manifestazione organizzata da Libera-Gruppo Abele. Il 21 marzo sarà così, ancora una volta, un abbraccio sincero ai familiari delle vittime innocenti delle mafie, senza dimenticare chi ha perso la vita nelle stragi, nel terrorismo e nel dovere. L’intero territorio piemontese si prepara ad accompagnare il cammino verso questo appuntamento, che coinciderà con la chiusura del trentennale di Libera.

Il programma della giornata di sabato 21 marzo, invece, prevede la partenza del corteo da Piazza Solferino alle 9 per arrivare in piazza Vittorio alle 11, dove inizierà la lettura dei 1117 nomi delle vittime innocenti delle mafie. Semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie. A mezzogiorno ci sarà l’intervento conclusivo di don Luigi Ciotti.

E’ stato proprio don Ciotti a lanciare un appello: “La trentunesima giornata riprende una parola di allora: fame di verità e di giustizia. La parola da sottolineare con forza è fame, questo bisogno oggi più che mai di verità e di giustizia, è il diritto alla verità, perché l’ottanta per cento dei familiari delle vittime, che cammineranno e apriranno il corteo e giungono da ogni parte d’Italia, non conosce la verità. Eppure le verità passeggiano per le vie del nostro Paese, l’omertà uccide la verità e la speranza, ma soprattutto senza verità non si può costruire giustizia”.

Erano circa 300 i nomi delle vittime innocenti letti in piazza del Campidoglio il 21 marzo 1996, durante la I Giornata della Memoria e dell’impegno. Dopo trentuno anni, l’elenco che sarà letto dal palco di Torino conta 1117 nomi. I nomi inseriti quest’anno in elenco sono 16, di cui 5 minori. Un lungo elenco, ogni anno arricchito di nuovi nomi, di nuove storie, ha aggiunto don Ciotti: “Vorrei ricordare Mauro Rostagno e voglio ripetere le sue parole quando disse, lui che è stato ucciso: ‘Spesso è accaduto che anche persone che ci vogliono bene ci hanno consigliato di parlare il meno possibile di mafia, perché dicono che in questo modo ci facciamo cattiva pubblicità e di questo non abbiamo bisogno. Il miglior modo per farci pubblicità non è quello di dire o di non dire se qua c’è la mafia o meno, ma riuscire a batterla, ad eliminarla. Questa è la migliore pubblicità che potremmo fare a noi stessi, a tutto il Paese, a tutti quelli che ci vogliono bene’. E’ questo il senso di continuare a camminare insieme anche per le vie di Torino”.

Ed ha spiegato la scenta della città: “A Torino, come in tutta Italia, le situazioni di vulnerabilità sociale aprono varchi che le mafie e le economie criminali possono sfruttare per consolidare consenso e potere. Per questo il contrasto passa anche dalla capacità di riconoscere i bisogni sociali, di costruire comunità inclusive e di fare in modo che nessuno resti escluso, perché sono i diritti il vero argine contro le mafie. In questa prospettiva, Libera accompagna percorsi di studio, monitoraggio civico, denuncia e impegno sociale, promuovendo un’alleanza tra cittadini, istituzioni e territori. La Giornata del 2026 a Torino e in Piemonte vuole essere dunque un’occasione per riportare al centro queste storie, rileggere le trasformazioni del territorio e rilanciare insieme un impegno collettivo capace di generare futuro”.

La Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie nasce nel 1996 in Campidoglio, quando viene letto per la prima volta l’elenco delle vittime innocenti, curato da Saveria Antiochia, madre di Roberto Antiochia. Da allora è divenuta un appuntamento annuale di partecipazione civile, memoria viva e responsabilità condivisa, che coinvolge scuole, associazioni e comunità di tutta Italia.

Negli anni, attorno a questo impegno, sono nate esperienze concrete: uso sociale dei beni confiscati, percorsi educativi e formativi, reti internazionali, progetti di giustizia rigenerativa e sostegno a chi ha scelto di rompere con i circuiti mafiosi. Nel 2023 è nato a Roma ExtraLibera, spazio multimediale dedicato alle nuove generazioni per raccontare in modo innovativo la memoria e il fenomeno mafioso.

Milano, Giornata contro discriminazione razziale: a Palazzo Pirelli la conferenza ‘La Parola strumento di Pace, di Verità e di Giustizia’

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, oggi dalle ore 15.00 alle 18.00, si terrà a Milano la conferenza dal titolo ‘La Parola strumento di Pace, di Verità e di Giustizia’, che si svolgerà presso la Sala Ghilardotti di Palazzo Pirelli, sede del Consiglio Regionale della Lombardia, in via Fabio Filzi 22.

L’evento è promosso dal Consigliere regionale Paolo Romano, promotore dell’iniziativa istituzionale, e si avvale del contributo di Héctor Villanueva, CEO e Founder di Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, nonché ideatore e promotore del progetto ‘Milano Siamo Noi’. Villanueva è da anni impegnato nella promozione del dialogo interculturale e nella valorizzazione delle comunità migranti quali attori attivi dello sviluppo territoriale.

Attraverso Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, ha promosso numerose iniziative orientate alla cooperazione tra i popoli, alla diffusione della cultura della solidarietà e alla costruzione di reti tra istituzioni, associazioni e società civile. Il progetto ‘Milano Siamo Noi’ si inserisce in questa visione come piattaforma civica finalizzata a rafforzare il senso di appartenenza condivisa, riconoscendo la pluralità culturale quale elemento costitutivo dell’identità contemporanea della città.

Il tema della conferenza richiama il valore della parola quale dispositivo etico e sociale. In una società caratterizzata da pluralismo culturale e religioso, la qualità del linguaggio pubblico incide direttamente sulla coesione collettiva. La comunicazione, in questa prospettiva, può generare conflitto oppure favorire comprensione, riconoscimento reciproco e integrazione.

La conferenza si aprirà con i saluti istituzionali del Dott. Paolo Romano, Consigliere Regionale della Lombardia e promotore dell’iniziativa, il cui impegno istituzionale ha reso possibile la realizzazione dell’evento presso il Consiglio Regionale, e con i saluti del Dott. Mattia Peradotto, Direttore e Coordinatore dell’UNAR – Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari Opportunità, Ufficio per la promozione della Parità di Trattamento e la Rimozione delle Discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica, figura di riferimento a livello nazionale nelle politiche di contrasto al razzismo e alle discriminazioni.

La conferenza vedrà la partecipazione del giornalista e scrittore Biagio Maimone, direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, il cui presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, già segretario personale di Sua Santità papa Francesco e coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso. autore del volume ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’, Maimone è riconosciuto per il suo contributo allo studio del dialogo interreligioso e interculturale, ponendo al centro l’etica della parola.

Secondo Maimone, “la parola non è mai neutra: può dividere o unire, escludere o includere, ferire o guarire”. In una società contemporanea segnata da razzismo, disuguaglianze economiche e discriminazioni, la comunicazione consapevole diventa un atto etico e spirituale: “usare la parola con responsabilità significa riconoscere l’altro nella sua piena umanità e costruire ponti invece di muri”.

“La comunicazione – continua Maimone – è uno strumento di coesione sociale e di trasformazione interiore: ogni parola può avvicinare le persone o allontanarle, può alimentare giustizia e dignità oppure perpetuare esclusione e ingiustizia”. La parola, quindi, assume una dimensione spirituale: non solo veicolo di informazioni, ma pratica concreta di umanesimo, capace di guidare la società verso maggiore inclusione, dialogo e solidarietà.

In questo contesto, il linguaggio etico diventa anche strumento di contrasto al razzismo e alla discriminazione, valorizzando differenze culturali e religiose come risorsa condivisa e promuovendo un rinnovato senso di responsabilità collettiva: ‘comunicare significa prendersi cura della comunità e contribuire alla costruzione di un mondo più giusto’, conclude Maimone.

Seguiranno gli interventi dell’Amb. Juan Carlos Castrillón, Console Generale dell’Ecuador a Milano e Presidente del Gruppo Consolare dell’America Latina e dei Caraibi nel Nord Italia; della Dott.ssa Diana Alessandra De Marchi, Consigliera delegata alle Politiche del Lavoro, Politiche Sociali e Pari Opportunità della Città Metropolitana di Milano; del Dott. Federico Bottelli, Presidente della Commissione Casa e Piano Quartieri del Comune di Milano; della Dott.ssa Giulia Pelucchi, Presidente del Municipio 8 del Comune di Milano; del Dott. Marcello Guadalupi, Milano PerCorsi Srl – Impresa Sociale; di Nabil Bougarech, Movimento Internazionale Sociale ALLATRA / ALLATRA TV Italia; di Maria Cristina Toma, Toma Style; di Indira Acosta, Donne per le Donne; di Susan Simayai, Festival Lo Spirito del Pianeta; di Fabio Nalin, Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese; di Carlos Gamarra, Studio Gamarra e Associati – Consulenza aziendale e migratoria in Consulenza del Lavoro Milano; di Ammr Mohamed AbdelSayed, dottorando presso l’Università di Bologna, ricercatore sui processi di integrazione delle persone con background migratorio, con particolare attenzione alle relazioni con la Pubblica Amministrazione e ai percorsi partecipativi; e di

Graziela Saez, Milano Golden Fashion. Seguiranno ulteriori interventi su prenotazione.

L’iniziativa si propone come spazio di confronto tra istituzioni e società civile, con particolare attenzione al ruolo dei “nuovi italiani” e delle donne nei processi di partecipazione civica. Le comunità migranti vengono riconosciute come componenti strutturali del tessuto urbano, capaci di contribuire allo sviluppo culturale, economico e relazionale del territorio lombardo, in una prospettiva di rinnovato umanesimo inclusivo.

Il richiamo alla parola quale strumento di pace si colloca idealmente nella tradizione di quanti, nel corso della storia, hanno contrastato il razzismo e le discriminazioni attraverso l’impegno civile e morale, da Martin Luther King Jr. a Nelson Mandela, fino alle più recenti prese di posizione di papa Francesco, che ha più volte denunciato la ‘cultura dello scarto’ e ogni forma di esclusione, e di papa Leone XIV, nel cui magistero si richiama con forza il principio della dignità della persona e della giustizia tra i popoli.

La Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, istituita dalle Nazioni Unite nel 1966, si celebra ogni anno il 21 marzo, in memoria del Massacro di Sharpeville.

La ricorrenza richiama l’impegno della comunità internazionale nel contrasto al razzismo e nella promozione dell’uguaglianza e della dignità umana. In tale cornice, la conferenza milanese si configura come un significativo momento di riflessione pubblica sul ruolo della comunicazione e della cooperazione interculturale nella costruzione di una società più inclusiva, consapevole e orientata alla pace.

Papa Leone XIV: giustizia ricerca della verità nella carità

Apertura anno giudiziario

“Il vostro lavoro, discreto e silenzioso, contribuisce in modo significativo al corretto funzionamento dell’assetto istituzionale dello Stato e, più profondamente, alla credibilità dell’ordinamento giuridico che lo regge. La giustizia autentica, tuttavia, non può essere compresa soltanto nelle categorie tecniche del diritto positivo. Alla luce della missione che orienta l’azione della Chiesa, essa appare anche come esercizio di una forma ordinata di carità, capace di custodire e promuovere la comunione”: aprendo l’Anno Giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, papa Leone XIV ha sottolineato che l’amministrazione della giustizia contribuisce anche alla tutela del valore dell’unità, ‘elemento essenziale della vita ecclesiale’.

Nel ringraziamento del lavoro svolto il papa ha sottolineato il rapporto tra giustizia ed unità: “In questo nostro primo incontro desidero pertanto condividere con voi alcune riflessioni sul rapporto che intercorre tra l’amministrazione della giustizia e il valore dell’unità. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto nella giustizia una virtù fondamentale per l’ordine della vita personale e comunitaria.

A questo proposito, Sant’Agostino ricordava che l’ordine della società nasce dall’ordine dell’amore, affermando che ‘ordinata dilectio est iustitia’. Quando l’amore è rettamente ordinato, quando Dio è posto al centro e il prossimo è riconosciuto nella sua dignità, allora l’intera vita personale e sociale ritrova il suo giusto orientamento”.

Dall’ordine dell’amore nasce la giustizia: “Da questo ordine dell’amore nasce anche l’ordine della giustizia. L’amore autentico, infatti, non è mai arbitrario o disordinato, ma riconosce la verità delle relazioni e la dignità di ogni persona. Per questo la giustizia non è soltanto un principio giuridico, ma una virtù che contribuisce a edificare la comunione e a rendere stabile la vita della comunità”.

Questa prospettiva è stata approfondita da san Tommaso d’Aquino: “La riflessione teologica e giuridica della tradizione cristiana ha approfondito ulteriormente questa prospettiva. In particolare, San Tommaso, basandosi sul diritto romano, definisce la giustizia come ‘constans et perpetua voluntas ius suum unicuique tribuendi’, vale a dire la volontà costante e perpetua di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Con questa definizione il Dottore Angelico mette in luce il carattere stabile e oggettivo della giustizia, che non dipende da interessi contingenti, ma si radica nella verità di ciascuna persona e nella ricerca del bene comune”.

Infatti la giustizia è indirizzata al bene comune: “Alla luce di questa tradizione si comprende anche il legame profondo tra giustizia e carità. La sapienza teologica ha espresso tale relazione con l’affermazione secondo cui ‘caritas perfecta, perfecta iustitia est’. perché nella pienezza della carità la giustizia trova il suo compimento più autentico. Ne consegue che, laddove non vi sia una vera giustizia, non può sussistere neppure un autentico diritto, poiché il diritto stesso nasce dal riconoscimento della verità dell’essere e della dignità di ogni persona”.

Solo se è equa la giustizia si apre alla carità: “La giustizia, così concepita, è la virtù cardinale che ci chiama ‘a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune’. In questo riconoscimento si apre la via alla carità, perché soltanto quando le relazioni sono ordinate secondo verità diventa possibile quella comunione che è il frutto più alto dell’amore.

La restaurazione della giustizia diventa dunque condizione dell’avvento della carità, che è dono dello Spirito e il principio di unità nella Chiesa. In questa prospettiva si comprende anche come l’amore e la verità non possano essere separati: solo amando si conosce la verità, e l’amore della verità conduce a scoprire la carità come suo compimento”.

In questo senso la giustizia, quando pratica la carità, è segno di unità: Per questa ragione la giustizia, quando è esercitata con equilibrio e fedeltà alla verità, diventa uno dei più solidi fattori di unità nella comunità. Essa non divide, ma rafforza i legami che uniscono le persone e contribuisce a edificare quella fiducia reciproca che rende possibile la convivenza ordinata”.

In modo particolare nello Stato del Vaticano la giustizia ha un significato particolare: “L’amministrazione della giustizia non si limita infatti alla risoluzione delle controversie, ma contribuisce alla tutela dell’ordine giuridico e alla credibilità delle istituzioni. L’osservanza delle garanzie procedurali, l’imparzialità del giudice, l’effettività del diritto di difesa e la ragionevole durata dei processi non rappresentano soltanto strumenti tecnici del procedimento giudiziario. Essi costituiscono le condizioni attraverso le quali l’esercizio della funzione giurisdizionale acquista particolare autorevolezza e contribuisce alla stabilità istituzionale”.

In questo senso la giustizia è un ministero a favore del popolo di Dio: “La giustizia nella Chiesa non è mero esercizio tecnico della norma, ma ministero al servizio del Popolo di Dio. Essa richiede, oltre che competenza giuridica, anche sapienza, equilibrio e una costante ricerca della verità nella carità. Ogni decisione, ogni processo e ogni giudizio sono chiamati a riflettere quella ricerca della verità che sta al cuore della vita della Chiesa”.

Ecco il motivo per cui la giustizia diventa un ‘fattore di stabilità’: “Quando la giustizia è esercitata con integrità e fedeltà alla verità, essa diventa un fattore di stabilità e di fiducia all’interno della società, generando come naturale conseguenza l’unità. Continuate dunque a svolgere questo servizio con integrità, prudenza e spirito evangelico.

La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia, poiché entrambe trovano la loro pienezza in Cristo. Così il diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventa uno strumento prezioso per edificare la comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV alla Rota Romana: nei giudizi cercare equilibrio tra verità e carità

“In questo nostro primo incontro vorrei anzitutto esprimere il mio apprezzamento per il vostro lavoro, che è un servizio prezioso alla funzione giudiziaria universale che compete al Papa e di cui il Signore vi ha chiamato ad essere partecipi. ‘Veritatem facientes in caritate’: ecco un’espressione che può essere applicata alla vostra missione quotidiana nell’amministrazione della giustizia”: con questa citazione papa Leone XIV ha ricevuto i prelati del Tribunale della Rota Romana per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, chiedendo di orientare l’attività giudiziale secondo i criteri di verità e carità.

Perciò ha ripreso questo importante punto già affrontato dai papi precedente, che riguarda l’esercizio della giustizia secondo la verità: “Si tratta del rapporto della vostra attività con la verità che è insita nella giustizia. In questa occasione intendo proporvi alcune riflessioni sullo stretto nesso che intercorre tra la verità della giustizia e la virtù della carità. Non si tratta di due principi contrapposti, né di valori da bilanciare secondo criteri puramente pragmatici, ma di due dimensioni intrinsecamente unite, che trovano la loro armonia più profonda nel mistero stesso di Dio, che è Amore e Verità”.

Per questo il papa ha evidenziato il rischio di relativizzazione: “Tale correlazione postula una costante e accurata esegesi critica, poiché, nell’esercizio dell’attività giurisdizionale, emerge non di rado una tensione dialettica tra le istanze della verità oggettiva e le premure della carità. Si ravvisa, talvolta, il rischio che un’eccessiva immedesimazione nelle vicissitudini, spesso travagliate, dei fedeli possa condurre a una pericolosa relativizzazione della verità.

Infatti, una malintesa compassione, pur apparentemente mossa da zelo pastorale, rischia di offuscare la necessaria dimensione di accertamento della verità propria dell’ufficio giudiziale. Ciò può accadere, oltre che nell’ambito delle cause di nullità matrimoniale, ove potrebbe indurre a deliberazioni di sapore pastorale prive di un solido fondamento oggettivo, anche in qualunque tipo di procedimento, inficiandone il rigore e l’equità”.

Di contro può accadere che si eserciti anche una giustizia troppo rigida: “D’altro lato, può a volte darsi un’affermazione fredda e distaccata della verità che non tiene conto di tutto ciò che esige l’amore alle persone, omettendo quelle sollecitudini dettate dal rispetto e dalla misericordia, che devono essere presenti in tutte le fasi di un processo”.

Quindi nell’orientarsi occorre tener conto delle parole dell’apostolo Paolo per un’azione secondo verità: “Veritatem facientes in caritate: non si tratta solo di adeguarsi a una verità speculativa ma di ‘fare la verità’, cioè una verità che deve illuminare tutto l’agire. E ciò deve essere compiuto ‘nella carità’, che è il grande motore che porta a fare giustizia vera…

Il vostro agire, pertanto, sia mosso sempre da quel vero amore al prossimo che cerca al di sopra di tutto la sua salvezza eterna in Cristo e nella Chiesa, che comporta l’adesione alla verità del Vangelo. Troviamo dunque l’orizzonte in cui va collocata tutta l’attività giuridica ecclesiale: la salus animarum quale suprema legge nella Chiesa. In questo modo, il vostro servizio alla verità della giustizia è un contributo d’amore alla salvezza delle anime”.

Alla luce di ciò l’azione deve essere impostata per adempiere ad una giusta sentenza: “Anzitutto, l’agire dei vari protagonisti del processo deve essere interamente improntato dal desiderio fattivo di contribuire a far luce sulla sentenza giusta cui pervenire, con una rigorosa onestà intellettuale, una competenza tecnica e una coscienza retta…

Lo scopo che accomuna tutti gli operatori nei processi, ciascuno nella fedeltà al proprio ruolo, è la ricerca della verità, che non si riduce all’adempimento professionale, ma è da intendersi come espressione diretta della responsabilità morale. A ciò muove in primo luogo la carità, sapendo però andare oltre le esigenze della sola giustizia, per servire nella misura del possibile il bene integrale delle persone, senza stravolgere la propria funzione ma esercitandola con pieno senso ecclesiale”.

Ecco lo scopo per cui è necessario trovare la verità nella carità: “Il servizio alla verità nella carità deve risplendere in tutto l’operato dei tribunali ecclesiastici. Ciò deve poter essere apprezzato da tutta la comunità ecclesiale e specialmente dai fedeli coinvolti: da coloro che chiedono il giudizio sulla loro unione matrimoniale, da chi è accusato di aver commesso un delitto canonico, da chi si considera vittima di una grave ingiustizia, da chi rivendica un diritto. I processi canonici devono ispirare quella fiducia che proviene dalla serietà professionale, dal lavoro intenso e premuroso, dalla dedizione convinta a ciò che può e deve essere percepito come una vera vocazione professionale”.

Per questo è necessaria la tempestività nei processi: “I fedeli e l’intera comunità ecclesiale hanno diritto a un retto e tempestivo esercizio delle funzioni processuali, perché è un cammino che incide sulle coscienze e sulle vite… In questo senso, uno stile ispirato alla deontologia deve permeare anche il lavoro degli avvocati quando essi assistono i fedeli nella difesa dei loro diritti, tutelando gli interessi di parte senza mai oltrepassare quanto in coscienza si ritiene giusto e conforme alla legge.

I promotori di giustizia e i difensori del vincolo sono cardini nell’amministrazione della giustizia, chiamati per la loro missione a tutelare il bene pubblico. Un approccio meramente burocratico in un ruolo di tale importanza recherebbe un pregiudizio evidente alla ricerca della verità”.

Per il papa il processo è un discernimento: “Il processo non è di per sé una tensione tra interessi contrastanti, come a volte viene frainteso, ma è lo strumento indispensabile per discernere la verità e la giustizia nel caso. Il contradittorio nel processo giudiziale, di conseguenza, è un metodo dialogico per l’accertamento del vero. La concretezza del caso, infatti, richiede sempre che siano appurati i fatti e confrontate le ragioni e le prove a favore delle varie posizioni, sulla base delle presunzioni di validità del matrimonio e di innocenza dell’indagato, fino a prova contraria.

L’esperienza giuridica maturata testimonia il ruolo imprescindibile del contraddittorio e l’importanza decisiva della fase istruttoria. Il giudice, mantenendo l’indipendenza e l’imparzialità, dovrà dirimere la controversia secondo gli elementi e gli argomenti emersi nel processo”.

E’ un invito a non abbandonare lo studio per una missione esigente: “Si rivela quindi fondamentale che si continui a studiare e applicare il diritto matrimoniale canonico con serietà scientifica e fedeltà al Magistero. Questa scienza è indispensabile per risolvere le cause seguendo i criteri stabiliti dalla legge e dalla giurisprudenza della Rota Romana, i quali, nella maggioranza dei casi, non fanno altro che dichiarare le esigenze del diritto naturale.

Cari amici, la vostra missione è alta ed esigente. Siete chiamati a custodire la verità con rigore ma senza rigidità e a esercitare la carità senza omissione. In questo equilibrio, che è in realtà una profonda unità, si deve manifestare la vera sapienza giuridica cristiana”.

Prima dell’incontro con il papa mons. Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, nell’omelia della messa per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana aveva invitato i prelati uditori, gli officiali e i collaboratori del Tribunale a non far mancare mai ‘carità e prudenza’ nel loro servizio, che li porta spesso ad esprimersi ‘su situazioni personali, matrimoniali e canoniche anche molto dolorose’.

(Foto: Santa Sede)

‘Taglio Basso’: i media italiani trascurano i poveri

La povertà resta ai margini dell’informazione italiana e quando entra nell’agenda dei media, lo fa spesso in modo episodico, legato a eventi eccezionali o a fatti di cronaca, con una rappresentazione riduttiva e talvolta stereotipata: ciò è emerso dal rapporto ‘Taglio basso. Come la povertà fa notizia’, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, presentato nei giorni scorsi nella sede del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti di Roma.

La ricerca nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale vengono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo. L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel perodo settembre 2024 – giugno 2025.

I dati mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali.

In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione, come ha sottolineato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana: “La stampa, la televisione, la radio, il web contribuiscono a formare le coscienze e a promuovere la libertà, perché una società ben informata diventa in grado di partecipare e, dunque, di scegliere…

Proprio perché crediamo nel ruolo prezioso dell’informazione, siamo convinti che raccontare la povertà e farlo mantenendo fede alle dimensioni della verità e della giustizia, sia una responsabilità che interpella tutti. Ognuno nel proprio ambito è chiamato a fare la sua parte per far sì che chi vive nel bisogno non resti anche senza voce”.

Il campione selezionato ha permesso di incrociare dati relativi al racconto televisivo e al dibattito sui social media, coprendo tre generi informativi, quali 7 telegiornali a diffusione nazionale trasmessi in fascia prime time (OdP): Tg1 20:00, Tg2 20:30, Tg3 19:00, Tg4 18:55, Tg5 20:00, Studio Aperto 18:30 e Tg La7 20:00, che nel complesso raggiungono un pubblico di oltre 10.000.00 di spettatori. Complessivamente sono state analizzate 1.912 edizioni (755 nel 2024 e 1.157 nel 2025).

Per quanto riguarda i talk show televisivi il monitoraggio ha incluso 18 programmi, per un totale di 1.218 puntate corrispondenti a 1.822 ore e 39 minuti di programmazione trasmessi in prima e seconda serata da Rai, Mediaset, La7 e Nove. Infine per gli influencer su facebook il campione h riguardato 12 account facebook, 10 giornalisti e 2 giornaliste, con un numero di follower compreso fra gli 80.000 ed i 2.500.000 circa, che hanno complessivamente pubblicato 18.904 post.

Dal rapporto risulta che la povertà è un tema trascurato nei TG: compare in 708 notizie, pari al 2% dei servizi. Si tratta di una presenza episodica, legata soprattutto a eventi eccezionali, a ricorrenze e fatti di cronaca. La Rai ha prodotto oltre metà dei servizi (53,5%), seguita da Mediaset e La7, ma le differenze tra testate sono minime. L’attenzione cresce in quattro momenti: novembre e dicembre 2024 (elezioni USA, G20, legge di bilancio, crisi e iniziative natalizie), aprile 2025 (morte di papa Francesco e lavoro povero) e maggio 2025 (elezione del nuovo papa e dati Eurostat).

Nel 73% dei casi la povertà resta un tema accessorio: tre servizi su quattro si concentrano sulla dimensione materiale (74%). Il 62% delle notizie adotta una prospettiva unidimensionale. La maggior parte tratta la povertà ‘in generale’, mentre le forme abitativa, lavorativa, relazionale, alimentare ricevono attenzione più limitata. Il focus è soprattutto sulla povertà italiana (47%). Alcuni Paesi molto poveri non ricevono attenzione: Asia (4%), Africa (2%); inoltre l’Italia delle periferie e delle zone rurali restano poco rappresentate, con percentuali di copertura rispettivamente del 3% e dello 0,1%. Solo l’8% dei servizi sulla povertà si avvale di dati quantitativi o studi di istituti di ricerca, associazioni e organismi internazionali (tra cui Caritas). Nel 18% dei casi si rileva un’associazione con stereotipi o pregiudizi. Le principali associazioni negative riguardano l’accostamento con illegalità e criminalità (13,6%), con il background migratorio (10,5%), le dipendenze (3,7%) e i disturbi mentali (2,7%).

Nel 76% del tempo si parla di povertà materiale, ma prevale un approccio multidimensionale (59%) che integra riferimenti a salute, istruzione, relazioni e partecipazione, anche se il 41% del dibattito resta confinato a una lettura economica. Le forme più trattate sono la povertà lavorativa e quella abitativa, mentre è minoritaria l’attenzione a donne, giovani, famiglie, povertà educativa o sanitaria. Il frame dominante è quello politico-economico (52%), seguito da quello misto politico-solidaristico.

Rimane marginale l’approccio esclusivamente caritatevole. Dei 520 minuti di parola affidati agli ospiti, un terzo (32%) è stato occupato da giornaliste/i e opinioniste/i, seguiti da rappresentanti del mondo politico e delle istituzioni (24%), e gente comune (13%). Quasi del tutto assenti gli ospiti della società civile, delle associazioni, delle Chiese locali.

Anche l’attenzione verso la povertà dei 12 influencer più attivi su Facebook è estremamente bassa: solo lo 0,8% dei quasi 19.000 post pubblicati tra settembre 2024 e giugno 2025 tratta, anche marginalmente, il tema. La presenza è discontinua, con picchi in occasioni legate ad eventi di spettacolo o alla morte di papa Francesco, ricordato per il suo impegno verso i più fragili. Nel 79% dei casi la povertà non è centrale, ma accessoria rispetto ad altri contenuti. Prevale la povertà assoluta (57%), seguita da quella relativa; marginale la povertà estrema. Il 71% dei post si concentra sulla dimensione materiale, mentre la natura multidimensionale della povertà appare raramente.

Le categorie più frequenti sono ‘povertà in generale’ ed ‘emarginazione’, mentre tra le forme specifiche domina la povertà abitativa. Il 97% dei post manca di qualsiasi dato statistico ed un terzo dei post contiene almeno uno stereotipo, ovvero la correlazione della povertà con qualche condizione altra/diversa dalla povertà ma pregiudizievolmente associata alla povertà, in modi talvolta colpevolizzanti. L’associazione più ricorrente è quella della povertà con l’incapacità o difetto (16%), in post strumentali al dibattito social-politico.

(Foto: Caritas Italiana)

Con Maria Pia Veladiano per capire la ‘polvere’ degli abusi nella Chiesa

“Mi unisco poi alla Chiesa in Italia che oggi ripropone la Giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, perché cresca la cultura del rispetto come garanzia di tutela della dignità di ogni persona, specialmente dei minori e dei più vulnerabili”: al termine della recita dell’Angelus domenicale papa Leone XIV ha pregato per le vittime degli abusi nella Chiesa, che si è celebrata martedì 18 novembre con il titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.

Prendiamo spunto da questa giornata per un’intervista a Maria Pia Veladiano (‘profondamente credente’, si definisce, già vincitrice del Premio Calvino e finalista al Premio Strega con ‘La vita accanto’), preside in pensione ed autrice del libro ‘Dio della polvere’, che vede Chiara, una donna di fede e fisioterapista, di fronte ad un vescovo, un uomo perbene, ma forse perbene non è abbastanza per un vescovo. Quell’incontro è solo il primo di una schermaglia che metterà in discussione le strutture del potere e l’inerzia che spesso è complice dell’omertà. Perché Chiara ha bussato alla porta del vescovado per una ragione: Luna, una ragazza giovanissima arrivata nel suo studio di fisioterapia, è stata vittima di una violenza, ed anche se lei non ne vuole parlare, il suo corpo parla per lei.

Con la sua scrittura intensa e diretta, Mariapia Veladiano entra nel cuore del tema più scottante per la Chiesa cattolica, quello degli abusi spesso taciuti sui giovani e le donne con un romanzo profondamente umano, che ha il ritmo serrato di un dialogo in cui entrambi sono determinati a salvare ciò che hanno di più caro: la Chiesa e la vita di una ragazza.


Iniziamo dal titolo: quale è il suo significato?

“La polvere è quella che si caccia sotto il tappeto per nascondere la mancanza di pulizia. Un tentativo di non affrontare la verità. Il romanzo racconta il dialogo serrato, a volte feroce, fra Chiara e un vescovo. Chiara è una fisioterapista e chiede giustizia per una sua paziente che ha subito violenza da un prete. Il vescovo è un uomo perbene, di sicuro non un violentatore, ma è parte di una struttura di potere, la Chiesa, che queste cose le vuole nascondere e ancora nascondere.

Il vescovo mette in campo tutti gli argomenti che tradizionalmente la Chiesa ha confezionato per non affrontare il problema dei preti che abusano sessualmente dei ragazzi e delle ragazze: sono casi rari, mele marce e non vale la pena di starcisi sopra troppo; chissà cosa è successo davvero, i bambini dicono bugie, le vittime esagerano; sono cose vecchie, meglio non rinvangarle. E lei, Chiara, contesta, protesta, si infuria perché l’unica cosa che conta, quando il male è stato compiuto, è rendere giustizia alle vittime e nel racconto della Chiesa le vittime non ci sono. C’è solo il prete da salvare. Contro la polvere dell’ipocrisia che corrode il Vangelo, combatte Chiara”.

Perché  ha deciso di affrontare questo tema?

“C’è da chiedersi perché non lo affrontino in tanti, vista la dimensione del problema. Papa Francesco in un’intervista del 2014 a Repubblica ha ammesso che il 2% dei preti sono pedofili. Ma le indagini dicono che sono almeno il doppio.  Noi abbiamo in Italia 35.000 preti cattolici. Il 2% vuol dire 700. Secondo lo psicoterapeuta Richard Sipe, specializzato in abusi del clero, ogni prete pedofilo, grazie alla prassi di spostarlo di parrocchia in parrocchia quando esce lo scandalo, abusa almeno di duecento, duecentocinquanta bambini e bambine nella sua vita. Il calcolo è facile.

Sicuri che non si debba parlarne? In ogni caso io l’ho potuto fare perché seguo il tema da sempre, sono redattrice del ‘Regno’, una rivista che da almeno 30 anni si occupa con competenza e rigore del tema della pedofilia del clero nel mondo. Perché la verità è che sia pure con lentezza le chiese di molti Paesi stanno affrontando in modo adeguato questo scandalo, noi no, in Italia tutto tace. Un romanzo permette di sentire il dolore dei personaggi, muove l’emozione insieme alla conoscenza. Forse può aiutare a capire la violenza più dei numeri e delle ricerche.

In Chiara come si ‘conciliano’ fede e ricerca della verità?

“Anche qui, c’è da chiedersi come fanno  a vivere bene i cristiani informati dei fatti, per così dire, cioè quelli che sanno delle violenze eppure le nascondono o le minimizzano. Come si fa a vivere una fede in Gesù Cristo venuto per liberare i piccoli e i poveri e poi non voler vedere le violenze dei preti? La verità della fede chiede la giustizia. L’unico posto in cui la Chiesa può stare quando sa di un abuso è vicino alla vittima. Quando la Chiesa ha nascosto e negato, come è capitato in Irlanda, ha pagato un prezzo altissimo. I fedeli della Chiesa cattolica d’Irlanda sono più che dimezzati dopo la pubblicazione dei rapporti sulle violenze sessuali sistemiche operate dal clero e soprattutto nascoste dai vescovi. La Chiesa irlandese ha perso credibilità. Non si può tacere”.

Come è possibile non ‘perdere’ la fede?

“Nel romanzo il vescovo ad un certo punto lo chiede a Chiara: ‘Senta, ma mi dice perché crede ancora?’ e lei gli risponde: ‘Non siete così importanti sa, vescovo. Potete togliermi il sonno, non la fede’. Questo è. Pensare che la fede dipenda dai preti è una forma di clericalismo, e c’è questo clericalismo, eccome. Ma la fede è un rapporto personale profondo con Dio. Di sicuro però una Chiesa che nasconde la violenza e umilia le vittime tiene lontano, molto lontano. Alla fine è naturale cercare luoghi di fede, o semplicemente di umanità, più autentica”.

In quale modo la Chiesa può ‘riparare’?

“Il male fatto è grande, perché tocca i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze. La strada è indicata dalle Chiese che l’hanno già percorsa, come quella francese o tedesca. Promuovere indagini indipendenti, ci vuole terzietà, lo dicono tutti gli esperti. Un’istituzione potente non si guarisce da sola, non è questione di buona o cattiva volontà. Semplicemente non vede abbastanza, tende all’autodifesa. Poi, riconoscere i fatti, ascoltare le vittime, stare dalla loro parte sempre. Infine trovare meccanismi di prevenzione. E’ evidente che c’è un problema di formazione dei preti.

Le linee guida per la formazione dei seminaristi riportano una visione della donna che non si può nemmeno immaginare, oggi. La donna è ‘esempio di preghiera, servizio, abnegazione, tenera vicinanza al prossimo, testimone di umile, generoso, disinteressato servizio’. Quando leggo queste parole durante gli incontri c’è chi ride e dice: la mamma di una volta, insomma. Altri dicono: la perpetua insomma. Non è bello questo. Chiara lo dice al vescovo: se foste più fedeli al Vangelo trovereste modi di condividere la responsabilità della Chiesa con le donne.  Sono convinta che se le donne fossero più presenti nei posti di responsabilità, la violenza del clero sui minori sarebbe un problema molto meno grave”.

Nella Chiesa italiana c’è volontà di ascoltare le vittime?

“No! E non lo dico io, lo dice la Pontificia commissione per la tutela dei minori che il 16 ottobre scorso ha pubblicato il suo secondo rapporto, da quando è costituita. Lì si legge: “La Commissione rileva una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi” e rileva che al questionario sugli abusi e le misure di tutela dei minori inviato alle 226 diocesi italiane, solo 81 hanno risposto e rileva anche che la Conferenza episcopale italiana ‘non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni/denunce e di analisi in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni’.

In realtà in Italia solo la diocesi di Bolzano-Bressanone ha promosso e pubblicato un’indagine indipendente sugli abusi del clero a partire dalla data della sua fondazione. Un lavoro serio. Il vescovo Muser ha recentemente detto che nel passato ci sono stati errori da parte della Chiesa, ma che ora tutto il tema sarà seguito anche da esperti terzi che aiuteranno a far bene. Un modello da seguire”.

Come credente quanto è stato difficile affrontare questo tema?

“Lo sdegno e l’incredulità in me sono cresciuti con il crescere delle testimonianze delle vittime. All’estero, la Chiesa ha affrontato questo tema e ci sta lavorando, in Italia ancora no. In Irlanda se ne parla da 30 anni, negli Stati Uniti l’inchiesta ‘Spotlight’ del Boston Globe risale al 2001 ma le prime indagini datano 1992. La Germania ha fatto un lavoro d’inchiesta notevole, in Francia nel 2021 è stato pubblicato un rapporto dettagliato sugli abusi nella chiesa dal 1950 al 2020 frutto del lavoro certosino della CIASE, una Commissione indipendente e terza a cui la Conferenza episcopale francese ha affidato l’indagine”.

Per quale motivo questa ‘anomalia’ italiana?

“In Italia, quando emergono casi di abuso, c’è la tendenza a considerarli singoli ed isolati e non sistemici. I giornalisti americani che lavorano in Italia e si occupano di questi temi sostengono che c’è un’anomalia anche nel giornalismo italiano”.

(Tratto da Aci  Stampa)

Dall’Azione Cattolica Italiana un invito a tenere ‘alta’ l’attenzione sul Venezuela

‘Avvoltoi vestiti da prete’: così il ministro dell’Interno venezuelano Diosdado Cabello alcuni mesi aveva attaccato i vescovi del Venezuela, colpevoli di aver chiesto la liberazione dei detenuti politici in vista delle canonizzazioni di madre Carmen Rendiles e il dottor José Gregorio Hernández. Ma dietro l’insulto si nasconde una verità scomoda: in Venezuela, la Chiesa cattolica è diventata l’ultimo baluardo di resistenza contro un regime che non tollera più neppure la preghiera. Infatti, mentre il mondo celebra María Corina Machado, premio Nobel per la Pace 2025, i vescovi venezuelani pagano il prezzo della loro scelta di campo: stare dalla parte degli ultimi, dei perseguitati, di chi chiede giustizia.

In Venezuela, la Conferenza episcopale non ha mai nascosto la sua posizione: il Paese è in mano a un’autocrazia che getta i cittadini nella paura, tra arresti arbitrari, crisi economica e declino democratico. I vescovi, da anni, denunciano le violazioni dei diritti umani, le elezioni truccate, la persecuzione dei dissidenti. La Chiesa cattolica venezuelana non è nuova a questo ruolo. Già sotto Hugo Chávez, i vescovi avevano denunciato la deriva autoritaria.

Nel frattempo al card. Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas e presidente della ‘Fondazione Azione Cattolica Scuola di Santità Pio XI’, in viaggio dall’aeroporto internazionale di Maiquetía verso Madrid per adempiere ad alcuni impegni ecclesiastici, è stato ritirato il documento di viaggio ed è stato costretto a tornare a Caracas. I vescovi venezuelani, ribadendo al cardinale la solidarietà di tutta la Chiesa locale, hanno chiesto alle autorità di aprire un’indagine approfondita per far luce sull’accaduto.

In una lettera aperta indirizzata proprio a tutto l’episcopato venezuelano con la quale è stata raccontata la vicenda, il cardinale ha voluto esprimere il suo dolore ed il suo rincrescimento ma anche ricordare la speranza del Natale: “La forza risiede nella vulnerabilità del presepe, nella fragilità della verità che si costruisce nella pace, senza violenza e senza soprusi. La speranza nasce dal lavoro continuo per il bene di tutti, soprattutto degli esclusi”.

Ed in Italia è stata l’Azione Cattolica Italiana ad  esprimere solidarietà al card. Baltazar Enrique Porras Cardozo, per quanto accaduto nei giorni scorsi in Venezuela; al porporato è stato infatti impedito dalle autorità del governo Maduro di lasciare il Paese per recarsi in Spagna e partecipare ad alcuni impegni ecclesiali già programmati, con rientro previsto per il 21 dicembre. Un viaggio ordinario, legato al suo servizio pastorale e alle responsabilità che svolge da anni nella Chiesa venezuelana e universale:

“Il fermo del passaporto, avvenuto senza una motivazione giuridicamente chiara, è stato giustificato con presunti ‘problemi’ nel documento. Una spiegazione di carattere burocratico che, nei fatti, si traduce in una limitazione della libertà di movimento e in una violazione di diritti fondamentali riconosciuti dal diritto internazionale.

‘Qualcosa che fa male – ha dichiarato lo stesso cardinale Porras – perché viola i diritti che abbiamo come cittadini’. Un fatto avvenuto peraltro il 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani. In una lettera aperta ai vescovi del Venezuela, il cardinale ha ricordato come senza uguaglianza di diritti e senza accesso all’informazione non possano esistere giustizia ed equità. Parole misurate ma nette, che richiamano l’attenzione sulle difficoltà di chi vive in contesti in cui la legalità è spesso negata e il dissenso viene vietato”.

Per questo la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha ritenuto il fermo del passaporto al card. Porras Cardozo un fatto grave “quanto accaduto a un pastore stimato e riconosciuto per il suo impegno nel dialogo e nella riconciliazione. Un episodio che colpisce non solo una persona, ma l’intera comunità ecclesiale venezuelana e quanti operano a favore della giustizia, della pace e della promozione umana”.

Inoltre la presidenza ha evidenziato anche la situazione in cui si trova Alberto Trentini: “Non possiamo inoltre non richiamare la situazione dolorosa di Alberto Trentini, nostro connazionale detenuto ingiustamente in Venezuela. La sua vicenda rappresenta una ferita aperta, un’altra testimonianza della drammatica condizione di un paese in cui il potere politico sembra aver smarrito ogni briciolo di senso del diritto, del limite e della responsabilità. Ricordare Alberto e chiedere che la sua situazione venga finalmente chiarita e risolta è un dovere di coscienza, oltre che un impegno di umanità”.

Dopo questi evento l’Azione Cattolica Italiana ha invitato la comunità internazionale “a mantenere alta l’attenzione su quanto accade in Venezuela. Ogni atto di prevaricazione, ogni violazione della libertà personale o religiosa, ogni intimidazione nei confronti di cittadini, pastori o operatori sociali rappresenta un passo ulteriore verso l’isolamento e l’ingiustizia, e allontana la possibilità di un futuro di pace e democrazia per milioni di venezuelani costretti a vivere in condizioni sempre più difficili. Nel rinnovare al cardinale Porras la nostra vicinanza e il nostro sostegno, ci uniamo alla Chiesa del Venezuela e a tutti coloro che continuano ad essere testimoni di speranza verità e libertà”.

(Foto: Instagram)

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