Tag Archives: Verità
Mons. Claudio Giuliodori: Università Cattolica porta per l’educazione
“Quello che stiamo compiendo è un gesto molto significativo per ciascuno di noi e per la comunità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Abbiamo accolto l’invito, formulato nella Bolla di indizione, a vivere il Giubileo come occasione di conversione e di rinnovamento sia a livello personale sia come comunità accademica”: queste sono le parole iniziali dell’omelia di mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, pronunciate nella celebrazione eucaristica a san Pietro al termine del pellegrinaggio della comunità accademica, nei giorni del Giubileo del mondo educativo.
Nell’omelia il presule si è soffermato sul concetto di porta nella sua valenza simbolica e spirituale: “Con questo Spirito ci siamo messi anche noi in cammino come pellegrini di speranza e abbiamo attraversato la Porta Santa nella consapevolezza che c’è ‘bisogno anche di momenti forti per nutrire e irrobustire la speranza, insostituibile compagna che fa intravedere la meta: l’incontro con il Signore Gesù’. Viviamo questo evento di grazia con il vigore che ci infonde san Paolo, disposto addirittura ad essere separato da Cristo (anàtema) pur di vedere i fratelli di sangue ebrei entrare per la porta della salvezza”.
Ed attraversare la Porta acquista diversi significati: “Quello di attraversare la Porta Santa è un gesto semplice ma è carico di grandi significati se pensiamo che è il segno dell’incontro con la persona stessa di Gesù che si prende cura delle sue pecore…
Questo gesto ci ricorda che attraversando l’unica porta che conduce alla verità e alla pienezza della vita in Cristo, possiamo dare senso compiuto a tutte le porte che ogni giorno attraversiamo nella nostra vita, sapendo scegliere quelle strette della carità e del servizio. In esse possiamo riconoscere i tanti passaggi che nel percorso della nostra vita e nell’esperienza di ogni giorno ci fanno sperimentare la fatica e la bellezza di dimorare in Dio. Sono infatti molte le porte che siamo chiamati ad attraversare ogni giorno con il Signore”.
Eppoi c’è la ‘porta del cuore’, che conduce ad avere ‘gli stessi sentimenti’ di Gesù : “C’è la porta del cuore che ci consente di aprire il nostro intimo al Signore e di sviluppare quei sentimenti che ci fanno gustare la bellezza di stare con il Signore e di abitare il mistero del suo amore… Sono sentimenti che nascono da una profonda conversione del cuore e si traducono in atteggiamenti concreti e profetici come quelli ampiamente descritti dall’apostolo delle genti nella lettera ai Romani…
Quanto è difficile vivere con questi sentimenti in una società segnata dall’individualismo e dall’egoismo! Per questo abbiamo bisogno di una continua conversione, di un permanente stile giubilare ricordandoci delle parole del Signore che risuonano nell’Apocalisse: Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.
Un’altra porta è quella degli affetti: “C’è poi la porta degli affetti e dei legami attraverso cui si esprime il senso profondo della nostra esistenza. Molteplici e diversi sono le relazioni che danno forma alla nostra vita: da quelli più profondi maturati nella realtà familiare a quelli più diversi che si manifestano nelle amicizie fino ai tanti rapporti sociali che ci vedono impegnati nella costruzione del bene comune”.
Quindi porte in cui ognuno è chiamato a passare: “Porte esistenziali che attraversiamo ogni giorno, cariche di aspettative e speranze ma segnate anche da delusioni, amarezze e sofferenze. Siamo qui per ripensare anche alla bellezza e alla fatica di tenere le porte aperte anche di fronte alla tentazione di chiuderle. Essere pellegrini di speranza significa, da una parte, aprire sempre con coraggio e decisione la porta al bene e, dall’altra, di chiuderla con fermezza al male secondo il monito dell’Angelo alla Chiesa di Filadelfia”.
Poi la riflessione omilitica si è soffermata sulla porta universitaria: “In terzo luogo, per noi oggi è utile anche riflettere sulla porta dell’Ateneo. E’ l’ambiente dove il Signore ci ha chiamato concretamente a fare esperienza del suo amore e del suo disegno di salvezza, ciascuno secondo il proprio ruolo, professori, studenti e personale tecnico-amministrativo. E’ bello ritrovarci qui assieme dopo aver attraversato la Porta Santa e aver ascoltato il successore di Pietro nel contesto del Giubileo del mondo dell’educazione, mentre celebriamo il 60° della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis”.
Questa porta ‘universitaria’ è molto importante per la ricerca della verità: “Molte porte si sono aperte per la nostra Università, in oltre cento anni di storia, grazie alla fede, all’intelligenza e alla passione di tutti coloro che, a partire dai nostri fondatori, p. Agostino Gemelli e la beata Armida Barelli, fino ai nostri giorni, hanno tenuta spalancata con fede e coraggio la porta di Cristo sulla ricerca costante della verità, sul servizio allo sviluppo sociale nei diversi campi del sapere e dell’agire umano, sulla sfida educativa per dare in ogni stagione alle nuove generazione gli strumenti utili per essere protagonisti di una società più giusta, accogliente e pacifica”.
Ed ha ricordato il fondamentale documento del Concilio Vaticano II sull’educazione alla luce della lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’ di papa Leone XIV: “Oggi qui, sulla Cattedra di San Pietro, rinvigoriamo la nostra speranza e rinnoviamo il nostro impegno per rendere l’Ateneo dei cattolici italiani uno strumento sapiente ed efficace per la missione della Chiesa nel nostro tempo. Facciamo nostro lo Spirito e lo stile indicato da papa Leone nella lettera apostolica per il 60° della ‘Gravissimum Educationis’… Perché questo si realizzi abbiamo bisogno di essere continuamente e profondamente risanati, come evidenziato anche nel Vangelo odierno”.
Questo è lo ‘sguardo nuovo’ necessario: “Gesù smaschera l’ipocrisia dei Farisei, ma soprattutto vuole ricordare a tutti i credenti che abbiamo bisogno della sua grazia per essere guariti. E nel campo della formazione accademica serve una grazia speciale… Per avere una visione così ampia dobbiamo alzare lo sguardo, cambiare il nostro punto di vista, assumere un’altra prospettiva, operazione che solo la fede può consentire”.
Infine un invito a non ‘perdere di vista’ la porta fondamentale per generare le ‘mappe’ della speranza: “C’è, infine, un’ultima porta, la più importante che non dobbiamo mai perdere di vista; è quella del Cielo, da cui le cose si vedono in modo diverso e sempre nuovo… Non stanchiamoci allora di attraversare con Cristo le tante porte dell’esistenza lasciandoci illuminare dalla luce che già filtra dalla porta ultima e definitiva. E mentre come veri pellegrini alziamo gli occhi al cielo lavoriamo insieme, intensamente e in modo creativo, per tracciare ogni giorno quelle ‘mappe di speranza’ indicate da papa Leone”.
(Foto: Università Cattolica del Sacro Cuore)
Papa Leone XIV: le religioni collaborino per la pace
“In questi giorni si è abbattuto sulla Giamaica l’uragano ‘Melissa’, una tempesta dalla potenza catastrofica, che sta provocando violente inondazioni e in queste ore, con la stessa forza devastante, sta attraversando Cuba. Sono migliaia le persone sfollate, mentre sono state danneggiate case, infrastrutture e diversi ospedali. Assicuro a tutti la mia vicinanza, pregando per coloro che hanno perso la vita, per quanti sono in fuga e per quelle popolazioni che, in attesa degli sviluppi della tempesta, stanno vivendo ore di ansia e preoccupazione. Incoraggio le Autorità civili a fare tutto il possibile e ringrazio le comunità cristiane, insieme agli organismi di volontariato, per il soccorso che stanno prestando”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha chiesto di pregare per tutti coloro che stanno soffrendo a causa dell’uragano Melissa.
E dopo la commemorazione di ieri della commemorazione della dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ anche nell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha dedicato ad essa la catechesi, mettendo al centro della riflessione rivolte alla samaritana da Gesù: “Nel Vangelo, questo incontro rivela l’essenza dell’autentico dialogo religioso: uno scambio che si instaura quando le persone si aprono l’una all’altra con sincerità, ascolto attento e arricchimento reciproco. E’ un dialogo nato dalla sete: la sete di Dio per il cuore umano e la sete umana di Dio. Al pozzo di Sicar, Gesù supera le barriere di cultura, di genere e di religione”.
Quello di Gesù è un invito a scoprire la presenza di Dio ovunque: “Invita la donna samaritana a una nuova comprensione del culto, che non è limitato a un luogo particolare (‘né su questa montagna né a Gerusalemme’) ma si realizza in Spirito e verità. Questo momento coglie il nucleo stesso del dialogo interreligioso: la scoperta della presenza di Dio al di là di ogni confine e l’invito a cercarlo insieme con riverenza e umiltà”.
Ed ecco l’inserimento nella catechesi offerto dal documento conciliare, che non tradisce il Vangelo: “Questo luminoso Documento ci insegna a incontrare i seguaci di altre religioni non come estranei, ma come compagni di viaggio sulla via della verità; a onorare le differenze affermando la nostra comune umanità; e a discernere, in ogni ricerca religiosa sincera, un riflesso dell’unico Mistero divino che abbraccia tutta la creazione”.
Comunque il documento era sorto per ristabilire un rapporto con il mondo ebraico con una precisa condanna dell’antisemitismo: “In particolare, non va dimenticato che il primo orientamento di ‘Nostra Aetate’ fu verso il mondo ebraico, con cui San Giovanni XXIII intese rifondare il rapporto originario. Per la prima volta nella storia della Chiesa doveva così prendere forma un trattato dottrinale sulle radici ebraiche del cristianesimo, che sul piano biblico e teologico rappresentasse un punto di non ritorno… Da allora, tutti i miei predecessori hanno condannato l’antisemitismo con parole chiare. E così anch’io confermo che la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso”.
Non negando i malintesi il papa ha sottolineato la necessità del dialogo: “Anche oggi non dobbiamo permettere che le circostanze politiche e le ingiustizie di alcuni ci distolgano dall’amicizia, soprattutto perché finora abbiamo realizzato molto. Lo spirito della ‘Nostra Aetate’ continua a illuminare il cammino della Chiesa… La Dichiarazione invita tutti i cattolici (vescovi, clero, persone consacrate e fedeli laici) a coinvolgersi sinceramente nel dialogo e nella collaborazione con i seguaci di altre religioni, riconoscendo e promuovendo tutto ciò che è buono, vero e santo nelle loro tradizioni. Questo è oggi necessario praticamente in ogni città del mondo dove, a motivo della mobilità umana, le nostre diversità spirituali e di appartenenza sono chiamate a incontrarsi e a convivere fraternamente”.
Quindi il documento conciliare è un invito all’unità: “Nostra Aetate ci ricorda che il vero dialogo affonda le sue radici nell’amore, unico fondamento della pace, della giustizia e della riconciliazione, mentre respinge con fermezza ogni forma di discriminazione o persecuzione, affermando la pari dignità di ogni essere umano.
Più che mai, il nostro mondo ha bisogno della nostra unità, della nostra amicizia e della nostra collaborazione. Ciascuna delle nostre religioni può contribuire ad alleviare le sofferenze umane e a prendersi cura della nostra casa comune, il nostro pianeta Terra. Le nostre rispettive tradizioni insegnano la verità, la compassione, la riconciliazione, la giustizia e la pace”.
E’ stato un invito a non ‘abusare’ di Dio: “Dobbiamo riaffermare il servizio all’umanità, in ogni momento. Insieme, dobbiamo essere vigilanti contro l’abuso del nome di Dio, della religione e dello stesso dialogo, nonché contro i pericoli rappresentati dal fondamentalismo religioso e dall’estremismo. Dobbiamo anche affrontare lo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale, perché, se concepita in alternativa all’umano, essa può gravemente violarne l’infinita dignità e neutralizzarne le fondamentali responsabilità. Le nostre tradizioni hanno un immenso contributo da dare per l’umanizzazione della tecnica e quindi per ispirare la sua regolazione, a protezione dei diritti umani fondamentali”.
E’ questa la speranza ‘lanciata’ dal documento conciliare: “Questa speranza si fonda sulle nostre convinzioni religiose, sulla convinzione che un mondo nuovo sia possibile. ‘Nostra Aetate’, sessant’anni fa, ha portato speranza al mondo del secondo dopoguerra. Oggi siamo chiamati a rifondare quella speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente naturale degradato.
Collaboriamo, perché se siamo uniti tutto è possibile. Facciamo in modo che nulla ci divida. E in questo spirito, desidero esprimere ancora una volta la mia gratitudine per la vostra presenza e la vostra amicizia. Trasmettiamo questo spirito di amicizia e collaborazione anche alla generazione futura, perché è il vero pilastro del dialogo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a tracciare nuove mappe di speranza
“…trovarsi in questo luogo, durante l’Anno giubilare, è un dono che non possiamo dare per scontato. Lo è soprattutto perché il pellegrinaggio, per attraversare la Porta Santa, ci ricorda che la vita è viva solo se è in cammino, solo se sa compiere dei ‘passaggi’, cioè se è capace di fare Pasqua”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha celebrato la Messa con gli studenti delle Università pontificie, firmando la Lettera apostolica a 60 anni dalla dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’.
Nell’omelia della celebrazione, che ha aperto il Giubileo del mondo educativo, il papa ha chiesto che l’esperienza dello studio e della ricerca universitaria possa rendere gli studenti capaci di uno sguardo nuovo: “E’ bello pensare alla Chiesa, allora, che in questi mesi, celebrando il Giubileo, sperimenta questo essere in cammino, ricordando a sé stessa di avere costantemente bisogno di convertirsi, di dover sempre camminare dietro Gesù senza tentennamenti e senza la tentazione di sorpassarlo, di essere sempre bisognosa di Pasqua, cioè di ‘passare’ dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. Spero che ciascuno di voi senta su di sé il dono di questa speranza e che il Giubileo sia un’occasione attraverso cui la vostra vita possa ripartire”.
Il papa è partito dal Vangelo per affermare che la Parola di Dio è liberante: “Una tale suggestione possiamo coglierla proprio dalla pagina del Vangelo appena proclamata , che ci consegna l’immagine di una donna curva la quale, guarita da Gesù, può finalmente ricevere la grazia di uno sguardo nuovo, uno sguardo più grande. La condizione dell’ignoranza, che spesso è legata alla chiusura e alla mancanza di inquietudine spirituale e intellettuale, assomiglia alla condizione di questa donna: essa è tutta curva, ripiegata su sé stessa, perciò le è impossibile guardare oltre sé stessa. Quando l’essere umano è incapace di vedere aldilà di sé, della propria esperienza, delle proprie idee e convinzioni, dei propri schemi, allora rimane imprigionato, rimane schiavo, incapace di maturare un giudizio proprio”.
Il pensiero del papa va diritto al cuore del racconto evangelico: “Come la donna curva del Vangelo, il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi. In realtà, però, molte cose che contano nella vita (possiamo dire le cose fondamentali) non ce le diamo da noi stessi; le riceviamo dagli altri, giungono a noi e le accogliamo dai maestri, dagli incontri, dalle esperienze della vita”.
Invece il Vangelo è grazia: “E questa è un’esperienza di grazia, perché guarisce i nostri ripiegamenti. Si tratta di una vera e propria guarigione che, proprio come succede alla donna del Vangelo, ci permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita e di guardarle in un orizzonte più grande. Questa donna guarita ottiene la speranza, perché può finalmente alzare lo sguardo e vedere qualcosa di diverso, vedere in modo nuovo. Questo succede in particolare quando incontriamo Cristo nella nostra vita: ci apriamo a una verità capace di cambiare la vita, di distrarci da noi stessi, di farci uscire dai ripiegamenti”.
Quindi lo studio è una grazia: “Chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita. Questa è la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso: ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale”.
Però è necessario uno sguardo nuovo: “Ricordiamolo sempre: la spiritualità ha bisogno di questo sguardo a cui lo studio della teologia, della filosofia e delle altre discipline contribuiscono in modo speciale. Oggi siamo diventati esperti di dettagli infinitesimali di realtà, ma siamo incapaci di avere di nuovo una visione d’insieme, una visione che tenga insieme le cose attraverso un significato più grande e più profondo; l’esperienza cristiana, invece, ci vuole insegnare a guardare la vita e la realtà con uno sguardo unitario, capace di abbracciare tutto rifiutando ogni logica parziale”.
E’ nn’esortazione ad avere uno sguardo ‘unitario’, come molti santi: “Vi esorto allora (lo dico a voi studenti e a tutti coloro che si impegnano nella ricerca e nell’insegnamento) a non dimenticare che di questo sguardo unitario ha bisogno la Chiesa di oggi e di domani. E guardando all’esempio di uomini e donne come Agostino, Tommaso, Teresa D’Avila, Edith Stein e molti altri, che hanno saputo integrare la ricerca nella loro vita e nel cammino spirituale, anche noi siamo chiamati a portare avanti il lavoro intellettuale e la ricerca della verità senza separarli dalla vita”.
Quindi ha sottolineato l’importanza dello studio che può trasformare: “E’ importante coltivare questa unità, perché quanto accade nelle aule dell’università e negli ambienti educativi di ogni ordine e grado non rimanga un astratto esercizio intellettuale, ma diventi una realtà capace di trasformare la vita, di farci approfondire la nostra relazione con Cristo, di farci comprendere meglio il mistero della Chiesa, di renderci testimoni audaci del Vangelo nella società”.
Però allo studio si collega l’educazione: “Educare somiglia al miracolo raccontato da questo Vangelo, perché il gesto di chi educa è rialzare l’altro, rimetterlo in piedi come Gesù fa con questa donna curva, aiutarlo a essere sé stesso e a maturare una coscienza e un pensiero critico autonomi.
Le Università Pontificie devono poter continuare questo gesto di Gesù. Si tratta di un vero e proprio atto d’amore, perché c’è una carità che passa proprio attraverso l’alfabeto dello studio, della conoscenza, della ricerca sincera di ciò che è vero e per cui vale la pena vivere. Sfamare la fame di verità e di senso è un compito necessario, perché senza verità e significati autentici si può entrare nel vuoto e si può perfino morire”.
(Foto: Santa Sede)
Marina Pupella, giornalista alla ricerca della Verità
Marina Pupella giornalista e insegnante palermitana, è una cercatrice di Verità. Le abbiamo fatto alcune domande. Tu hai scelto di essere una giornalista e vai spesso all’estero a tue spese per fare dei servizi: perché?
“Sin da ragazza avevo una grande curiosità, amavo la ricerca e desideravo andare a fondo nelle cose. Non mi bastavano le semplici risposte: desideravo arrivare da sola a capire i perché e i come degli eventi. Se a questo aggiungi l’amore per la verità, qualunque essa sia, allora diventare giornalista è stata la mia scelta naturale, parafrasando quel che mi disse una volta il mio professore di letteratura inglese all’Università di Palermo.
Vado spesso all’estero, a mie spese, perché credo che per comprendere davvero una crisi o un conflitto sia fondamentale essere sul posto, parlare con i testimoni e osservare direttamente le dinamiche e le persone coinvolte. Solo così posso riportare la realtà in modo accurato, imparziale e umano, dando voce a chi non ce l’ha, arrivando persino a condividerne il dolore.
Ho dormito nei campi profughi in Libano per capire i disagi di centinaia di migliaia di sfollati, che vivono in quel limbo anche per anni, fino alla morte. Il giornalismo, per me, è diventato uno strumento per far conoscere verità importanti, popoli demonizzati per creare consapevolezza, anche se questo richiede sacrifici personali.
Andare in zone di guerra oggi sembra quasi una normalità, ma ricordo ancora la paura della prima volta. Prima di partire per un’area di guerriglia tra il Pkk e il governo turco, incontrai per caso, nella Cattedrale di Palermo, fratel Biagio Conte. Gli confidai che sarei partita da sola in un teatro di crisi e gli espressi le mie preoccupazioni. Lui, con i suoi occhi sempre sorridenti, mi disse: ‘Sorellina, non sei sola, avrai con te il migliore compagno che un uomo possa desiderare‘. Quelle parole mi hanno portato fortuna e accompagnato fino a oggi”.
In che direzione cammina il giornalismo attuale?
“Non è messo molto bene, fra fake news, AI e notizie che vengono date in fretta e talvolta senza verificare fonti e fatti. Il settore sta affrontando sfide significative: calo delle vendite, diminuzione dei lettori e perdita di fiducia nei confronti dei giornalisti. In questo contesto, la credibilità e l’indipendenza dei reporter diventano fondamentali. Il nostro compito non è solo raccogliere le informazioni, ma essere una bussola affidabile per i cittadini, orientandoli nella complessità degli eventi e guidandoli verso la verità o le verità….”
Tu sei anche insegnante, come coniughi queste tue vocazioni?
“Giornalismo e insegnamento per me vanno di pari passo. Racconto agli studenti le mie esperienze sul campo, molto filtrate ovviamente, per far capire il valore della pace e quanto le guerre ci insegnino ad apprezzare le piccole cose. Così posso mostrare loro quanto siano fortunati ad avere una scuola, dei banchi, dei compagni e tutto ciò che spesso diamo per scontato”.
Famiglia, affetti, come curi queste tematiche?
“Non sono sposata e non ho figli, quindi già questo mi alleggerisce dalle responsabilità. Ma mi sono sempre presa cura di mia madre, che era molto malata: è stata la persona che più di tutti ha creduto in me e mi ha dato la forza di affrontare ogni sfida. Le devo il coraggio, la resilienza e la sensibilità verso gli ultimi, gli invisibili… sono doni che mi ha lasciato in eredità. Poi ci sono i miei fratelli, Vittorio soprattutto, mi accompagna, mi viene a riprendere in aeroporto con i suoi immancabili litri di disinfettante! Sta in ansia fino a quando non rientro in Italia”.
(Tratto dal sito l’altroparlante)
Papa Leone XIV esorta a difendere i poveri
“Sono lieto di salutare tutti voi, leader sindacali e ospiti di Chicago, giunti a Roma per celebrare l’Anno Giubilare. Questa delegazione rappresenta migliaia di lavoratori, le cui competenze contribuiscono al bene comune e alla creazione di una società in cui tutti possono prosperare. E’ un lavoro importante e vi elogio per il vostro contributo in questo senso”: con queste parole papa Leone XIV ha salutato la delegazione dell’Union Leaders from Chicagoland (leader sindacali della città di Chicago).
Il papa li ha ringraziati per la collaborazione con la Chiesa: “In particolare, vorrei esprimere la mia gratitudine per la vostra collaborazione con la Chiesa. Il Cardinale Cupich mi ha informato dei vostri numerosi contributi, tra cui il sostegno ai seminaristi ospitando, insieme a esponenti della società civile e del mondo imprenditoriale, il banchetto annuale del Premio Rerum Novarum”.
Ha trovato anche molto interessanti le attività svolte per stimolare la partecipazione e l’impegno per il creato: “Inoltre, è incoraggiante apprendere dei progressi compiuti nell’ampliare la partecipazione e l’inclusione delle minoranze nel movimento sindacale attraverso l’apprendistato e la formazione. Allo stesso tempo, il vostro impegno per la tutela dell’ambiente, attraverso l’insegnamento delle competenze necessarie per lo sviluppo delle energie rinnovabili, non è solo encomiabile, ma anche tempestivo, data l’urgenza di prenderci cura della nostra casa comune”.
Inoltre ha molto ‘apprezzato’ l’accoglienza verso i migranti: “Soprattutto, vi prego di comprendere il mio apprezzamento per l’accoglienza di immigrati e rifugiati, in particolare per il sostegno alle dispense alimentari e ai rifugi. Pur riconoscendo che politiche appropriate sono necessarie per garantire la sicurezza delle comunità, vi incoraggio a continuare a impegnarvi affinché la società rispetti la dignità umana dei più vulnerabili. Così facendo, state mettendo in pratica l’appello del mio amato predecessore, papa Francesco, che ha esortato ogni sindacato a rinascere ogni giorno nelle periferie”.
Infine ha elogiato il loro impegno per i diritti dei lavoratori: “Durante questa settimana di pellegrinaggio, oltre ad attraversare le Porte Sante e a partecipare ad altri esercizi spirituali, state anche dedicando del tempo allo studio di importanti questioni relative ai diritti e ai doveri dei lavoratori. Prego che questo tempo sia fruttuoso sia per le vostre menti che per i vostri cuori”.
Poi ha accolto i partecipanti alla 39^ Conferenza dell’Associazione ‘MINDS International’ (rete di agenzie di stampa) sottolineando un po’ la crisi dell’informazione: “Potremmo definire un paradosso che nell’era della comunicazione le agenzie di informazione e di comunicazione attraversino un periodo di crisi. E che anche i fruitori dell’informazione siano in crisi essi stessi, scambiando spesso il falso per vero, ciò che è autentico con ciò che è invece artefatto. E tuttavia, nessuno oggi dovrebbe poter dire ‘non sapevo’. Per questo vi incoraggio nel vostro servizio, così importante; incoraggio i momenti di incontro associativo, che vi permettono di riflettere insieme”.
Però ha sottolineato che l’informazione deve essere tutelata: “L’informazione è un bene pubblico che tutti dovremmo tutelare. Per questo, ciò che è davvero costruttivo è l’alleanza tra i cittadini e i giornalisti all’insegna dell’impegno per la responsabilità etica e civile. Una forma di cittadinanza attiva è quella di stimare e sostenere gli operatori e le agenzie che dimostrano serietà e vera libertà nel loro lavoro. Allora si verifica un circolo virtuoso che fa bene al corpo sociale”.
Inoltre non ha mancato di evidenziare chi rischia la vita per informare: “Ogni giorno ci sono reporter che rischiano personalmente perché la gente possa sapere come stanno le cose. E in un tempo come il nostro, di conflitti violenti e diffusi, quelli che cadono sul campo sono molti: vittime della guerra e dell’ideologia della guerra, che vorrebbe impedire ai giornalisti di esserci. Non dobbiamo dimenticarli!
Se oggi sappiamo che cosa è successo a Gaza, in Ucraina e in ogni altra terra insanguinata dalle bombe, lo dobbiamo in buona parte a loro. Ma queste testimonianze estreme sono l’apice del tributo di quotidiana fatica di tantissimi che lavorano perché l’informazione non sia inquinata da altri fini, contrari alla verità e alla dignità della persona”.
Per questo ha invitato a ‘liberare’ l’informazione: “Occorre infatti liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait. Le agenzie di stampa sono in prima linea, chiamate ad agire nell’attuale contesto comunicativo secondo principi (purtroppo non sempre condivisi) che coniugano la sostenibilità economica dell’impresa con la tutela del diritto ad una informazione corretta e plurale”.
Infatti i giornalisti delle agenzie svolgo un compito importante: “I giornalisti delle agenzie di stampa sono a loro volta chiamati ad essere i primi sul campo, i primi a dare la notizia. E questo vale ancora più nell’era della comunicazione permanentemente live, della digitalizzazione sempre più pervasiva dei mass media. Chi lavora per un’agenzia, lo sapete bene, è chiamato a scrivere con rapidità, sotto pressione, anche in situazioni molto complesse e drammatiche. A maggior ragione, il vostro servizio è prezioso e deve essere un antidoto al proliferare dell’informazione ‘spazzatura’; pertanto richiede competenza, coraggio e senso etico”.
E’ stata un’esortazione a vigilare sulla tecnologia: “Non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione. Al riguardo, dobbiamo porci degli importanti interrogativi… Dobbiamo vigilare perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.
Per il papa, inoltre, è necessaria un’informazione libera, ricordando il monito di Hannah Arendt: “Il mondo ha bisogno di un’informazione libera, rigorosa, obiettiva… Con il vostro lavoro, paziente e rigoroso, voi potete essere un argine a chi, attraverso l’arte antica della menzogna, punta a creare contrapposizioni per comandare dividendo; un baluardo di civiltà rispetto alle sabbie mobili dell’approssimazione e della post-verità”.
Insomma è stato un invito a non svendere l’autorevolezza della comunicazione: “L’economia della comunicazione non può e non deve separare il proprio destino dalla condivisone della verità. Trasparenza delle fonti e della proprietà, accountability, qualità, obiettività sono le chiavi per restituire ai cittadini il loro ruolo di protagonisti del sistema, convincendoli a pretendere un’informazione degna di questo nome. Mi raccomando: non svendete mai la vostra autorevolezza!”
Infine nel messaggio alla rete ‘Catholic Charities Usa’, che raduna 168 agenzie diocesane, ha esortato a continuare il supporto alle persone migranti e rifugiate: “Attraverso le vostre 168 agenzie diocesane di Catholic Charities, diventate ‘agenti di speranza’ per i milioni di persone che si rivolgono alla Chiesa negli Stati Uniti d’America in cerca di compassione e cura. Molti di coloro che servite sono tra i più vulnerabili, tra cui migranti e rifugiati”.
Il ruolo di questa rete è molto importante per l’assistenza ai poveri: “Poiché non possono contare sulle proprie risorse e devono dipendere da Dio e dalla bontà degli altri, in molti modi il vostro ministero rende concreta la provvidenza del Signore per loro. Fornendo cibo, alloggio, assistenza medica, assistenza legale e molti altri gesti di gentilezza, le affiliate di Catholic Charities negli Stati Uniti mostrano quello che papa Francesco ha spesso definito lo ‘stile’ di Dio, fatto di vicinanza, compassione e tenerezza”.
Ed ha di nuovo sottolineato che i migranti sono portatori di speranza: “Mentre coloro che sono colpiti dalla povertà e dalla migrazione forzata affrontano sfide difficili, non dimentichiamo che possono anche essere testimoni di speranza non solo attraverso la loro fiducia nell’aiuto divino, ma anche attraverso la loro resilienza nel dover spesso superare molti ostacoli durante il loro viaggio. In modo speciale, i migranti e i rifugiati cattolici sono diventati missionari di speranza in molte nazioni, compresa la vostra, portando con sé una fede vibrante e le devozioni popolari che spesso rianimano le parrocchie che li accolgono”.
Infine un elogio in quanto sono ‘costruttori di ponti’: “Si potrebbe dire che, aiutando gli sfollati a trovare una nuova casa nel vostro Paese, agite anche come costruttori di ponti tra nazioni, culture e popoli. Vi incoraggio, quindi, a continuare ad aiutare le comunità che accolgono questi fratelli e sorelle appena arrivati a essere testimoni viventi di speranza, riconoscendo che hanno un’intrinseca dignità umana e sono invitati a partecipare pienamente alla vita comunitaria “.
(Foto: Santa Sede)
Radici nella Verità
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), promulgato nel 1992 da Giovanni Paolo II, rappresenta una sintesi organica e autorevole della fede cattolica, articolata in quattro pilastri: la professione di fede, la celebrazione del mistero cristiano, la vita in Cristo e la preghiera cristiana. In un’epoca segnata da un processo di scristianizzazione sempre più evidente, il Catechismo si rivela non solo come strumento didattico, ma come baluardo culturale e spirituale contro le derive del pensiero contemporaneo.
L’attuale scenario culturale è dominato da un relativismo etico che dissolve ogni riferimento oggettivo al bene e al male, da un materialismo pratico che riduce l’uomo a consumatore e produttore, e da un nichilismo che svuota di senso l’esistenza. In questo contesto, il CCC si pone come voce profetica, riaffermando la centralità della verità rivelata, la dignità trascendente della persona umana e il fine ultimo dell’uomo: la comunione con Dio. La sua attualità risiede nella capacità di offrire una visione integrale dell’uomo, fondata su Cristo, che contrasta la frammentazione antropologica del pensiero postmoderno.
Questa visione si radica nella paideia cristiana, cioè nell’ideale educativo che ha plasmato la civiltà occidentale a partire dal Vangelo. La paideia, nella sua accezione classica, mirava alla formazione dell’uomo nella sua totalità, ma è nel cristianesimo che essa trova il suo compimento: non più solo perfezionamento etico e intellettuale, ma trasformazione spirituale in Cristo. Il CCC, in questo senso, è espressione di una paideia teologica, che educa alla verità, alla libertà e alla carità. Come afferma Benedetto XVI, “educare è introdurre alla realtà tutta intera” (Discorso alla Diocesi di Roma, 2008), e il Catechismo è lo strumento privilegiato per questa introduzione.
Il Catechismo non è un testo chiuso nel passato, ma una proposta viva per il presente. Come afferma Benedetto XVI, “la fede non è un semplice sentimento religioso, ma una verità che coinvolge la ragione e orienta la libertà” (Luce del mondo, 2010). In tal senso, il CCC diventa strumento di evangelizzazione e formazione, capace di rispondere alle domande profonde dell’uomo contemporaneo. La sua struttura sistematica e il linguaggio chiaro lo rendono accessibile non solo ai teologi, ma anche ai laici desiderosi di comprendere e vivere la fede in modo consapevole.
In un mondo che ha smarrito il senso del sacro e della trascendenza, il Catechismo si propone come bussola per ritrovare la direzione. Non è un codice morale imposto dall’alto, ma una narrazione coerente della verità cristiana che illumina la vita. Come scrive san Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio (1998), “la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si eleva alla contemplazione della verità”. Il CCC, in questa prospettiva, è uno strumento per volare alto, controcorrente rispetto alla cultura dominante.
La rubrica “Radici nella Verità” nasce con l’intento di esplorare, numero dopo numero, la ricchezza del Catechismo e la sua capacità di parlare al cuore dell’uomo di oggi. In un tempo di confusione e smarrimento, riscoprire il Catechismo significa riscoprire se stessi, la propria vocazione e il senso ultimo della vita. È un invito a ritornare alla paideia cristiana, per formare uomini e donne capaci di vivere nella verità e per la verità.
Pedagogia cristiana e nuove correnti pedagogiche: un dialogo fecondo per l’educazione contemporanea
La pedagogia cristiana, lungi dall’essere un sistema chiuso e dogmatico, si presenta oggi come una proposta educativa capace di dialogare con le nuove correnti pedagogiche, offrendo una visione integrale dell’essere umano. In un tempo segnato da pluralismo culturale, crisi valoriale e frammentazione educativa, essa si distingue per la sua capacità di coniugare verità e libertà, trascendenza e immanenza, interiorità e relazione.
Il cuore della pedagogia cristiana è l’idea che ogni persona sia unica, irripetibile e chiamata a realizzare pienamente la propria vocazione. Questo principio si traduce in un metodo educativo centrato sull’incontro, sull’ascolto e sulla valorizzazione della libertà. Come afferma Luigi Giussani, ‘educare è introdurre alla realtà totale’, ovvero accompagnare il soggetto nella scoperta del senso profondo dell’esistenza.
Le nuove correnti pedagogiche, come la pedagogia umanistica, la pedagogia dell’ascolto, la pedagogia narrativa e la pedagogia esperienziale, condividono molte delle istanze fondamentali della pedagogia cristiana. Esse pongono al centro la persona, promuovono l’empatia, la riflessione critica, la partecipazione attiva e il dialogo. Tuttavia, la pedagogia cristiana aggiunge una dimensione ulteriore: quella spirituale, che apre alla trascendenza e alla ricerca del senso ultimo della vita.
In questo contesto, l’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) si configura come spazio privilegiato per l’attuazione della pedagogia cristiana. Non si tratta di una catechesi scolastica, ma di una disciplina che, nel rispetto della libertà di coscienza, offre strumenti per comprendere il cristianesimo come chiave di lettura della cultura europea e come proposta di senso per l’esistenza.
L’IRC favorisce il dialogo interculturale e interreligioso, promuove la riflessione critica e stimola la ricerca personale. Come sottolinea il Documento CEI del 2019, “l’IRC contribuisce alla formazione integrale della persona, offrendo contenuti e metodi che aiutano a cogliere il nesso tra fede e vita, tra religione e cultura”.
Proposta didattica concreta. Si propone un percorso didattico interdisciplinare dal titolo ‘Il viaggio dell’uomo: tra libertà, responsabilità e trascendenza’, rivolto agli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Il progetto prevede: Lettura e analisi di testi filosofici e religiosi (es. Guardini, Giussani, Lévinas); Laboratori narrativi in cui gli studenti raccontano esperienze significative;
Attività di role-playing su dilemmi etici e scelte di vita; Incontri con testimoni (educatori, volontari, religiosi); Produzione finale di un elaborato multimediale che esprima il percorso personale di ricerca del senso.
Questo approccio consente di integrare le istanze della pedagogia cristiana con le metodologie attive e partecipative delle nuove correnti, favorendo una formazione autentica e profonda..
Bibliografia essenziale
- Giussani, L., Il rischio educativo, Milano, Rizzoli, 1995
- Guardini, R., La coscienza cristiana, Brescia, Morcelliana, 2001
-CEI, Insegnare Religione Cattolica oggi, Roma, 2019
– Lévinas, E., Totalità e infinito, Milano, Jaca Book, 1980 –
– Lorizio, G., Pedagogia cristiana e nuove sfide educative, Roma, Città Nuova, 2020
Il prof. Savagnone racconta lo stupore dell’essere di Tommaso d’Aquino
“Il significato essenziale della cultura consiste, secondo queste parole di san Tommaso d’Aquino (‘Genus humanum arte et ratione vivit’), nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale. L’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura. La vita umana è cultura nel senso anche che l’uomo si distingue e si differenzia attraverso essa da tutto ciò che esiste per altra parte nel mondo visibile: l’uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell’esistere e dell’essere dell’uomo. L’uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea fra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere inter-umano e sociale dell’esistenza umana. Nell’unità della cultura, come modo proprio dell’esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l’uomo vive. In questa pluralità, L’uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l’unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere”.
Iniziamo con questo discorso pronunciato da papa san Giovanni Paolo II alla sede Unesco di Parigi lunedì 2 giugno 1980 per presentare il libro di Giuseppe Savagnone (‘Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino’), con cui invita il lettore a percorrere un cammino simile al suo, quando incontrò il pensiero dell’Aquinate in gioventù, trovandovi ‘una chiave di lettura della realtà alternativa alle mode culturali che oggi dominano la scena’, e un vivaio inesauribile di itinerari.
Il libro si compone di dodici conversazioni che concernono le questioni massime di una filosofia che si volge a tutta la realtà, senza operare esclusioni preliminari, tra cui frequente quella relativa alla trascendenza: un rapporto positivo tra ragione e fede, la scoperta dell’essere e delle sue leggi, l’esistenza di Dio, la creazione, l’identità della persona umana, il fascino del bene e le domande sull’amore. Nel percorso dell’autore si avvertono la meraviglia, la gratitudine, la responsabilità dinanzi all’essere e alla vita di cui fu testimone l’Aquinate.
Al prof. Giuseppe Savagnone chiediamo di spiegarci il titolo del libro, ‘lo stupore dell’essere’: “In questo tempo in cui la fretta e il consumismo rendono sempre più difficile fermarsi e ‘vedere’ davvero ciò che sta ogni giorno sotto il nostro sguardo distratto, il pensiero di Tommaso d’Aquino è un forte richiamo a riscoprire la meraviglia di fronte al miracolo e al mistero che ogni più piccola realtà costituisce. E lo stupore è anche all’origine della ricerca. Questo vale già per i singoli aspetti della realtà che, se li guadiamo con occhi nuovi (come Adamo all’alba della creazione) non appaiono affatto scontati.
Si racconta che Newton arrivò a scoprire la legge di gravitazione universale colpito dalla vista di una mela che cadeva dal ramo. Tommaso è rimasto stupito non dal modo in cui una cosa o l’altra sono, ma dal loro stesso essere. La domanda che egli si è posto, perciò, non è rivolta a spiegare i singoli fenomeni, ma il fatto stesso che ci sia qualcosa e non il nulla. Tutta la sua filosofia è una celebrazione dell’emergere dell’essere dal non essere, non una volta per tutte, in un lontanissimo inizio del cosmo, ma in ogni momento. E’ questo il prodigio a cui egli rinvia la nostra attenzione”.
Quale è stato il suo messaggio ‘alternativo’?
“Nella società della tecnica, dove gli strumenti sono ormai i veri protagonisti, siamo abituati a considerare tutto sotto il profilo dell’utile. Perfino le persone che incontriamo spesso sono importanti per noi nella misura in cui possiamo trarne dei vantaggi o del piacere. Mezzi, non fini. In realtà ciò che è utile non è, per definizione, importante, proprio perché finalizzato a qualcos’altro e non valido di per sé. La Gioconda, come ogni grande opera d’arte, non serve a niente. Ma anche un essere umano non può essere ridotto solo ai servizi che possiamo ricavarne.
Ciò ha una ricaduta esistenziale molto forte. Se cerchiamo qualcosa perché utile a qualcos’altro, e questo qualcos’altro in funzione di altro ancora, e così via, senza che ci sia nulla che vale di per sé, che senso avrebbe tutto questo?
La filosofia di Tommaso mette in primo piano, insieme all’essere, la verità, il bene ed il bello. Ciò che è importante e per cui vale la pena di vivere. Ma, se si adottasse questa prospettiva, tutte le logiche oggi dominanti nella nostra società sarebbero sovvertite. Il primato del profitto, il consumismo selvaggio, la riduzione delle persone ad ingranaggi della macchina sociale, si rivelerebbero per quello che sono: perversioni che, invece di renderci felici, sottopongono la nostra esistenza al continuo stress di una corsa senza meta”.
Ricerca intellettuale e ricerca spirituale: quale nesso esiste?
“Tommaso ha innanzi tutto testimoniato nella sua persona che un’autentica vita intellettuale deve radicarsi in una profonda esperienza spirituale di amore per il vero, per il bene, per il bello. Altrimenti c’è il rischio del narcisismo e della rincorsa al consenso, a cui tanti intellettuali del nostro tempo sono purtroppo esposti”.
Quindi lo stupore apre alla verità?
“Nella cultura contemporanea è frequente sentir ripetere che la verità non esiste, perché ognuno ha la sua. E si pretende di fondare su questo la reciproca tolleranza e il dialogo. Ma se davvero fosse così, non avrebbero più senso la ricerca (per definizione rivolta a cercare ciò che non si ha) ed il confronto con gli altri, perché ognuno dovrebbe già essere pago della verità che possiede e che nessuno, in nome della propria, avrebbe il diritto di criticare.
Lo stupore dell’essere implica la consapevolezza che la verità supera le nostre soggettive opinioni e che queste vanno sempre rimesse in discussione. Dove per verità non si intende altro che l’adeguazione alla realtà, che, nella sua inafferrabile ricchezza, costituisce la misura con cui incessantemente bisogna confrontarsi”.
Allora, in quale modo l’aquinate riesce a ‘tenere insieme’ fede e ragione?
“Spesso si sente affermare che chi ha fede non è più libero di fare una ricerca razionale obiettiva. Se per ‘obiettivo’ si intende privo di condizionamenti, ciò sarebbe assolutamente vero. Solo che allora nessuno potrebbe essere ‘obiettivo’, perché non esiste essere umano che possa guardare alla realtà senza risentire del contesto esistenziale, spirituale, culturale in cui si trova. L’ermeneutica oggi ha evidenziato che non esiste ‘uno sguardo da nessun luogo’. C’è di più.
Le grandi filosofi e scienziati hanno svolto le loro ricerche in base a un’intuizione, anteriore a tutte le possibili dimostrazioni, che li ha spinti a cercarne la verifica con argomentazioni razionali. Per Tommaso la fede è il ‘luogo’ da cui parte per guardare i diversi aspetti della realtà, ma elaborando, a partire da essa, un discorso razionale dunque obiettivo, e di valere, perciò, anche per il non credente”.
Perché ancora oggi si studia il suo pensiero?
“Può sembrare strano che un autore di ottocento anni fa abbia ancora oggi qualcosa di interessante da dirci e valga perciò la pena di scrivere o leggere un libro sul suo pensiero. Ma, alla luce di quanto abbiamo detto, dovrebbe essere chiaro che alcune scoperte del passato possono essere attualissime, proprio nella loro apparente inattualità, perché ci rimettono in discussione e possono essere il punto di partenza per progettare alternative agli schemi mentali oggi dominanti. Il pensiero di Tommaso che fu un rivoluzionario, rispetto alle certezze consolidate del suo tempo, può oggi insegnarci ad esserlo anche noi nel nostro”.
(Foto: Marcianumpress)
Santità, canonizzazioni, culto dei santi; e non solo per Carlo Acutis
Chi santifica è lo Spirito Santo mentre il papa canonizza ossia riconosce canonicamente la santità di un determinato cristiano così da essere venerato pubblicamente. L’inizio del processo di canonizzazione è una decisione umana/ecclesiale in cui vi sono diverse motivazioni e scopi non sempre raggiunti.
Alcune comunità religiose sperano che dalla beatificazione e poi canonizzazione dei fondatori ne derivi una crescita vocazionale, esito che pure ad una valutazione veloce sembra rimanere frustrato. Così che possa determinare una vitalità ecclesiale: diocesi che investono energie non solo economiche per canonizzare un fedele e nel frattempo si estinguono.
Quindi riconoscere modelli di santità e non altri è una scelta ecclesiale, o almeno così dovrebbe essere perché purtroppo a volte è di gruppi autoreferenziali e con finalità non sempre le più encomiabili.
Attualmente l’espressione santi della porta accanto sta creando problemi dovuto al fraintendimento tra chiamata universale alla santità (Lumen Gentium n. 5) – che papa Francesco ha denominato santi della porta accanto non canonizzabili (Gaudete et exultate, n. 6-9) – e santità canonizzabile che richiede le virtù eroiche (Gaudete et exultate, n. 5).
Un intervento chiarificatore in cui si riafferma che la santità canonizzabile comporta non un ordinario esercizio ma l’eroicità delle virtù che deve emergere dalla vita e non dagli scritti – da giovani, negli scritti siamo tutti santi e mistici – è riporto nel sito stesso del Dicastero per i santi: Padre-Maurizio-FAGGIONI—Santita-canonizzabile.pdf. E naturalmente gli scritti vanno raccolti tutti in modo scientifico e valutati nell’insieme, non per singoli brani.
Poi c’è da distinguere la santità certificata dalla Chiesa mediante un iter perfezionato nei secoli e l’uso che si fa del culto dei santi o come si manifesta. Se in certi periodi storici lo smembramento dei resti mortali era diffuso oggi suscita perplessità. E la canonizzazione di un determinato cristiano non significa consacrarne gli scritti e il pensiero neppure le azioni che sono pur sempre condizionate dal periodo storico.
San Francesco d’Assisi andava a Messa per vedere l’Eucarestia e poche volte per comunicarsi; secoli dopo san Pio X incoraggiava la comunione quotidiana. Questo mostra che nessun santo esaurisce e ha in sé tutti i carismi; anche in questo vale quanto espresse Hans Urs von Balthasar ossia che la verità è sinfonica.
Quindi anche circa le canonizzazioni nonché il culto dei santi ci vuole nei fedeli e nei pastori sapienza per distinguere onde non confondere; e a volte anche qualche indicazione delle competenti autorità per dire che per certi possibili candidati non è il caso non solo di procedere ma neppure d’iniziare.
(Tratto da Il Cattolico)
Solennità di Pentecoste: Vieni, Santo Spirito!
L’anno liturgico è scandito da tre feste: Natale, Pasqua e Pentecoste. Oggi è la terza solennità, vera pietra miliare; termine greco, la Pentecoste significa 50° giorno dalla Pasqua di risurrezione. Festa antichissima, già nota nel mondo ebraico che celebrava la festa del raccolto; per noi cristiani ricorda la promessa di Gesù ai suoi discepoli: ‘Non vi lascerò orfani, aspettate la promessa: lo Spirito Santo che il Padre vi manderà; allora sarete rinnovati dalla sua potenza divina’. L’avvento dello Spirito Santo è il più clamoroso intervento divino nella Storia della Chiesa e si è realizzato davanti ad una platea di testimoni.
Il racconto storico della Pentecoste, che leggiamo negli Atti degli Apostoli (Atti, 2, 1-11), presenta il ‘nuovo corso storico’ iniziato con la passione, morte e risurrezione di Cristo Gesù, l’evento che coinvolge l’uomo, la storia e il cosmo. Con la discesa dello Spirito Santo si innesta un processo di unificazione tra le varie parti della famiglia umana; da qui il miracolo della lingue: l’apostolo parla a tutti i popoli e ciascuno ascolta nella propria lingua: erano Parti, Medi, Cretesi ed Arabi; a Gerusalemme c’erano infatti Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo, la Pentecoste li radunava ogni anno da tutte le parti: dell’occidente e dell’oriente.
Lo Spirito Santo impedisce che il cristiano si chiuda in sé perché essere cristiano è amare, perdonare, servire. Lo Spirito Santo si manifesta come fuoco divino, la sua fiamma discende sugli apostoli riuniti e conferisce loro un nuovo ardore: gli Apostoli escono fuori, parlano apertamente, inizia la storia della Chiesa. I doni dello Spirito Santo imprimono nell’anima del credente quel dinamismo spirituale che caratterizza il nuovo popolo di Dio; non è il fuoco della guerra, che brucia e distrugge ma un fuoco che divampa senza bruciare; una fiamma che arde e fa riflettere e fa emergere dall’uomo la parte più bella: pentimento e conversione. Dio porta così a compimento la Nuova alleanza con lo Spirito santo che viene effuso sugli Apostoli e sulla Chiesa nascente.
Lo Spirito santo non dà un insegnamento nuovo e diverso ma rende operante l’insegnamento di Gesù Cristo. Gesù aveva detto: ‘Lo Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera’. Nasce così il nuovo popolo nel quale prevalgono, sotto l’azione dello Spirito, i valori della fratellanza, carità, gioia, fedeltà, e tutta la forza per operare il bene. Lo Spirito spinge i battezzati a proclamare e testimoniare Cristo crocifisso, morto e risorto ed assiso alla destra del Padre. E’ veramente l’inizio della storia della Chiesa.
Non è l’inizio di una nuova teoria filosofica nè di una teologia diversa; gli Apostoli hanno ricevuto da Cristo il compito di santificare e governare i popoli, rimettere i peccati, diffondere il Vangelo sino agli estremi confini della terra. La Pentecoste non è perciò un fenomeno legato ad un certo momento della storia ma è una realtà perenne che continua sino ad oggi e sino alla fine dei tempi perchè lo Spirito Santo disceso nella Chiesa non abbandonerà mai la Chiesa. E’ come un vento che guida la nostra barca a vela che si agita spesso in un mare ora calmo, ora sereno, ora in tempesta; è un vento propizio che non abbandona mai la Chiesa.
Questa azione dello Spirito, presente in ciascuno di noi, opera dove, come, quando vuole, conforme ai talenti e ai carismi che ciascuno ha ricevuto. Non c’è Chiesa di Dio senza Pentecoste; non c’è Pentecoste senza la presenza di Maria che fu presente nel cenacolo e con gli Apostoli perseveranti nella preghiera. Invochiamo oggi, più che mai, Maria, madre di Gesù e nostra, regina degli Apostoli, perché rivolga anche su di noi i suoi occhi misericordiosi. Gesù ce l’ha lasciata come ‘madre’ ed è Madre della Chiesa.




























