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Il Meeting di Rimini è iniziato nel segno del perdono e della pace
“Il Meeting di Rimini è un appuntamento significativo. Giunto alla sua 47^ edizione, rappresenta una storia e, in tempi di trasformazioni straordinarie, si propone di continuare a contribuire a costruire la storia, annodando, in coerenza, i fili della propria. Quest’anno il nodo è stato stretto sull’amore. Il verso conclusivo della Commedia di Dante (‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’) non esprime soltanto un sentimento di esperienza individuale”: con questo messaggio del Prsidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, si è aperto a Rimini la kermesse del Meeting dell’Amicizia tra i popoli.
Un messaggio che richiama un amore che è frutto del perdono: “L’amore che apre agli altri, oltre noi stessi e il nostro presente, è una forza interiore che assume una dimensione relazionale e, quindi, sociale, preziosa. Legare l’io al tu, al noi, spezza le solitudini e imprime direzioni ai percorsi umani”.
Un amore che apre alla ‘magnifica humanitas’: “E’ il contrario del falso realismo che conduce all’inerzia, alla sfiducia, alla rassegnazione, quando invece il destino delle comunità è quello di farsi protagoniste del proprio futuro. Lo ha richiamato il pontefice Leone XIV nella sua enciclica ‘Magnifica humanitas’. Un’umanità non chiusa dentro illusori muri e condannata all’egoismo, bensì aperta e sensibile alle ingiustizie e ai drammi di chi soffre, pronta a costruire ponti nuovi”.
Da qui può nascere una nuova visione: “Solidarietà, amicizia sociale, gratuità dell’amore possono aprire orizzonti inediti alla politica, all’economia, alla vita civile. Viviamo un tempo in cui si combattono guerre scellerate, crescono diseguaglianze mentre ristrettissime oligarchie accumulano poteri superiori a quelli di molti Stati sovrani. E’ dall’umanità delle donne e degli uomini che si possono trarre le energie per rifiutare l’omologazione, la passività, l’odio, l’avversione al diverso, allo straniero, per educare alla pace”.
E proprio le donne sono state protagoniste della giornata inaugurale, perché segnate da due sofferenze radicalmente diverse attraverso una testimonianza nella quale il dolore non è stato cancellato, ma ha trovato una strada verso l’amicizia e la speranza, come hanno raccontato nell’incontro ‘Il dolore, l’amicizia, la speranza’, ai 20.000 presenti: Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, e Nassera Kermiche, madre di Adel, uno dei due giovani responsabili dell’attentato, hanno raccontato il percorso che le ha condotte a cercarsi e a diventare ‘sorelle di dolore’.
Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, nell’introduzione, ha ricordato i fatti del 26 luglio 2016: padre Hamel, 85 anni, fu assassinato al termine della Messa nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino a Rouen; i due attentatori, tentando la fuga all’arrivo della polizia, furono uccisi. La notizia della morte del sacerdote raggiunse Roseline poco dopo, mentre Nassera apprese prima del coinvolgimento del figlio e, nel pomeriggio, della sua morte.
Scholz ha presentato le ospiti come due donne capaci di rendere visibile che l’amore può ‘muovere e trasformare le nostre esistenze in un modo del tutto imprevedibile’. La loro storia, raccolta nel libro “Sorelle di dolore”, pubblicato in Italia da Edizioni Ares e Libreria Editrice Vaticana, è diventata una testimonianza pubblica sulla possibilità che due ferite apparentemente inconciliabili non abbiano come ultimo esito l’odio o l’isolamento.
Roseline Hamel ha ripercorso le ore trascorse con il fratello alla vigilia dell’attentato. Era arrivata con la famiglia il 25 luglio, giorno di sant’Anna, per accompagnare padre Jacques durante la sua ultima settimana di lavoro prima delle vacanze. Quella sera avevano parlato anche della violenza estrema compiuta da giovani convinti di agire in nome della religione. Padre Hamel aveva osservato che quei ragazzi venivano manovrati ‘come delle marionette’ fino a non riuscire più a pensare con la propria testa, ad amare, a piangere o a riconoscere i genitori.
Durante la cena aveva poi espresso una felicità insolita per lui: ‘Devo comunicarvi una cosa importante: sono davvero felicissimo di essere qui a tavola con voi’. La mattina seguente Roseline sentì il fratello alzarsi, preparare il caffè e uscire verso la chiesa. Poco dopo, mentre la famiglia faceva colazione, una telefonata chiese conferma di una presa di ostaggi. Roseline pensò ad uno scherzo e rispose che il fratello sarebbe tornato dalla Messa entro un quarto d’ora.
Dall’altra parte anche Nassera Kermiche ha ricostruito l’inizio di quella giornata, in quanto aveva visto Adel verso le ore 7.30 e lo aveva invitato a tornare a letto. Poco dopo ricevette la telefonata di una commissaria che le chiese se il figlio fosse in casa. Convinta che fosse ancora al piano inferiore, andò a controllare e scoprì che era uscito. La commissaria le parlò dell’attentato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, senza darle altre informazioni. Nassera accese la televisione e mandò una delle figlie verso la chiesa, ma l’area era completamente bloccata. Continuò a sperare che Adel rientrasse, anche perché avrebbe dovuto essere a casa entro le ore 12.30 a causa di una restrizione: “Questa notizia ci è davvero piombata addosso come se ci fosse crollato il cielo sulla testa”.
La tragedia produsse per Nassera anche un forte isolamento sociale. Per un mese la famiglia visse fuori casa, assediata dai giornalisti, mentre lei cercava incessantemente di comprendere come suo figlio avesse potuto prendere parte all’attentato. Tentò presto di contattare le suore e i parrocchiani presenti in chiesa, ma comprese che il trauma era ancora troppo recente. Riprese comunque il lavoro, sostenuta dai figli, dai responsabili scolastici e dai colleghi, perché sentiva di dover restare in piedi per la propria famiglia e per gli studenti che la aspettavano.
Dopo la morte del fratello, Roseline ha iniziato una lunga ricerca di senso. Per mesi, ha raccontato, ha dialogato con Dio ed cercato nel Vangelo una parola capace di rispondere alle sue domande. Una storia sull’uomo schiacciato dal peso di un fardello, portato sulle spalle dall’amico proprio quando credeva di essere stato abbandonato, le offrì una prima risposta. Il dolore, tuttavia, rimaneva. Dopo un anno Roseline si sentiva pronta a lasciarsi morire, ma vedere la sofferenza dei figli e dei nipoti le fece comprendere che doveva trovare la forza di continuare.
Davanti alla Pietà della sua chiesa pregò la Vergine Maria di aiutarla a seguire i passi del fratello ‘alla ricerca della giustizia, della verità e della pace’. La svolta arrivò una mattina, davanti a una tazza di caffè, con una domanda semplice: chi poteva soffrire più di lei? Roseline cominciò a pensare alla madre di Adel. Non la conosceva, ma immaginava una donna costretta a portare insieme il dolore per la morte di un figlio e il peso di ciò che quel figlio aveva fatto: “No, non posso lasciarla da sola, perché sta soffrendo più di me”.
Dopo aver chiesto consiglio all’arcivescovo di Rouen, che la incoraggiò, Roseline iniziò a cercare un contatto. Le due donne cominciarono a sentirsi al telefono ogni due settimane. Le prime conversazioni furono brevi, poi divennero progressivamente più lunghe e profonde. Dopo circa sei mesi Roseline le chiese se avrebbe potuto incontrarla tornando a Saint-Étienne-du-Rouvray. Roseline aveva cercato la madre di Adel per non lasciarla sola e scoprì che, dall’altra parte, Nassera la stava già aspettando. Due percorsi nati separatamente cominciavano così a incontrarsi: l’una cercava di comprendere la sofferenza dell’altra, l’altra cercava di avvicinarsi alle persone ferite dall’azione di suo figlio.
Infatti Nassera ha definito la richiesta di Roseline ‘un soffio di vita’. Da quei primi contatti nacque progressivamente un rapporto che nessuna delle due avrebbe potuto immaginare dopo quanto accaduto quel 26 luglio. Uno dei momenti più significativi di questo percorso avvenne sulla tomba di Adel, che per ragioni di sicurezza deve rimanere anonima. Roseline vi lasciò un biglietto, nascosto sotto alcuni sassolini e protetto da un foglio di plastica: ‘Adel, l’anima di mio fratello, padre Hamel, mi conduce fino a te. E’ una testimonianza del suo perdono. La fede dei credenti è speranza, il perdono è la via della pace’. Pregava il Dio di Abramo affinché Adel trovasse pace e fosse riconosciuto come ‘l’anima di un figlio sensibile e amorevole’.
Nassera decise di raccogliere quel foglio e conservarlo: parole di quel peso, per lei, non potevano rimanere sepolte sotto le pietre. E Roseline lo ha spiegato al Meeting: “Mio fratello mi ha dato queste parole… E’ il primo frutto del martirio di padre Hamel”, che non significa dimenticare quanto accaduto né confondere le responsabilità. Padre Hamel rimane la vittima e Adel uno dei suoi assassini; ma significa riconoscere, senza cancellare questa verità, la sofferenza dell’altra.
(Tratto da Aci Stampa)
Bernhard Scholz: con Papa Leone XIV il Meeting offre testimonianze di pace e di perdono
Nell’editoriale del mensile di agosto di ‘Meeting News’ il presidente della Fondazione, Bernhard Scholz, ha presentato la 47^ edizione del Meeting dell’Amicizia tra i Popoli, in svolgimento dal 21 al 26 agosto a Rimini, dal titolo ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’, che avrà il punto più intenso nella visita di papa Leone XIV: “Tra pochi giorni il Meeting potrà accogliere papa Leone XIV. Per tutti noi la sua visita è motivo di profonda gratitudine e immensa gioia. Sarà un’occasione più che preziosa per incontrarlo e ascoltarlo. Sarà anche un’occasione per riscoprire la ragione stessa per cui il Meeting è nato e continua a esistere.
Per questo desideriamo accogliere il papa nel miglior modo possibile: essere in ascolto, quasi scomparire, per lasciare spazio alla sua presenza. Vorremmo che ciò che abbiamo preparato (incontri, mostre, spettacoli e il lavoro di migliaia di volontari) diventasse luogo nel quale ascoltare la sua voce e lasciarci provocare dalla sua testimonianza. Sono particolarmente lieto che il Santo Padre possa incontrare il popolo del Meeting. Attraverserà tutta la fiera, incontrerà i partecipanti del Meeting lungo il suo percorso e farà una visita al Villaggio Ragazzi prima di entrare nel Grand Auditorium”.
Un titolo del Meeting in sintonia con l’enciclica papale: “L’intenzione espressa nel titolo di questo Meeting ha trovato nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ del Santo Padre un grande conforto, un sorprendente approfondimento e un importante allargamento dell’orizzonte. Alcuni temi che papa Leone XIV ha sottolineato nell’enciclica riguarderanno diversi appuntamenti del Meeting: l’affermazione della grandezza dell’uomo e della sua dignità, la consapevolezza che i suoi limiti non lo soffocano ma lo proiettano a un dialogo con l’infinito, le riflessioni sul senso del lavoro e della ricerca, l’urgenza di una comunicazione che favorisca la dimensione relazionale della persona”.
Quindi dopo 44 anni il papa al Meeting: quale è il sentimento che si prova?
“Sentiamo una profonda gratitudine e viviamo una grande attesa piena di gioia. C’è un grande entusiasmo e sappiamo che arriveranno tanti giovani, non solo dall’Italia. Lungo il suo percorso nei padiglioni della fiera il Santo Padre incontrerà tutti partecipanti del Meeting: i bambini, i giovani, le famiglie ed anche quelli che frequentano il Meeting dalla sua prima edizione. Le parole che il papa ci rivolgerà nel grande auditorium saranno trasmesse in ogni angolo della fiera”.
Però nel XXI secolo il titolo del Meeting è ancora ‘attraente’?
“Il titolo ha suscitato una grande curiosità: com’è possibile parlare di amore in un momento di conflitti, di sempre nuove contrapposizioni, di guerre in crescendo? La risposta è una: proprio per questo. Se il principio dell’universo che investe tutto il cosmo e fino alle particelle subatomiche e investe anche la nostra vita è amore, vuol dire che per sua natura non ci si impone. Rispetta la nostra libertà e vuole essere accolto liberamente. Quindi non c’è nessun automatismo ma almeno un inizio di volontà di lasciare entrare questo amore nella propria vita.
Per questa ragione vogliamo rendere presente al Meeting esperienze di persone che hanno dato spazio a questo amore in situazione di repressione e di violenza che potrebbero giustificare l’odio e la vendetta. Sono testimoni del Libano, dell’Ucraina, della Terra Santa, della Nigeria e di situazioni di violenza dentro le nostre società che si sono impegnati anche con grandi sacrifici per la riconciliazione e l’accoglienza. Sono loro i primi a testimoniare la verità di questo titolo a tutti noi. L’attrazione sta in questo: non c’è circostanza avversa che possa essere più forte dell’amore”.
Allora, per quale motivo il Meeting si apre con le testimonianze del perdono e si chiude con la testimonianza della pace?
“Il Meeting si apre, venerdì 21 agosto alle ore 12.00, con un incontro fra la sorella di un sacerdote ucciso e la madre di uno degli attentatori che fu ucciso dalla polizia. Queste due donne si sono incontrate perché la sorella del prete ha preso sempre coscienza del dolore della madre e voleva incontrarla. Questo vuol dire che un fatto così drammatico non ha allontanato le due donne, come poteva essere ‘naturale’ ma è diventato fattore di incontro. Penso che il nostro mondo abbia urgentemente bisogno di riconoscere che non c’è ostacolo all’abbraccio dell’altro. L’unica condizione è ciò che la Sacra Scrittura chiama ‘semplicità del cuore’.
Alla chiusura del Meeting, mercoledì 26 agosto alle ore 19.00, è previsto un incontro con il card. Pier Battista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, ed alcuni giovani da diversi parti del mondo. Sarà un incontro che metterà in luce che la pace non avviene solo perché la desideriamo, ma perché ognuno si impegna lì dove è, nelle circostanze favorevoli o avverse della sua vita, a costruire con sacrifici e pazienza relazioni autentiche, relazioni vere che guardano l’altro nella sua dignità unica, irriducibile e irripetibili. Il card. Pizzaballa ha sottolineato più volte che la pace si costruisce con un vero realismo che non nega le circostanze anche brutali e atroci, ma non nega neanche, anzi cerca di affermare per quanto possibile, il bene infinito della propria vita e della vita dell’altro”.
Di conseguenza è un titolo che si collega con l’enciclica di papa Leone XIV: in quale modo il Meeting declina questa ‘magnifica umanità’?
“Con questa enciclica papa Leone XIV apre una prospettiva chiara e lungimirante per le istituzioni pubbliche, per la società civile, per gli attori economici e culturali, per ciascuno di noi: custodire l’umano in condizioni che tendono a relativizzarlo, manipolarlo o sostituirlo. Molti temi che il papa ha sottolineato nell’enciclica saranno al centro di diversi appuntamenti del Meeting: l’affermazione della grandezza dell’uomo e della sua dignità, le riflessioni sul senso del lavoro e della ricerca, l’urgenza di una comunicazione che favorisca la dimensione relazionale della persona, la considerazione che senza la ricerca della verità la democrazia tende ad atrofizzarsi.
Sono tutti temi decisivi per il nostro futuro. Io sono certo che tra le riflessioni più importanti di questa enciclica ci sono quelle che riguardano il modo con il quale noi valutiamo i nostri limiti, Il papa ci propone di guardare i nostri limiti non come un impedimento od un ostacolo alla felicità ma come un’apertura verso quell’amore che Dante ci richiama e che solo può compiere in modo vero e duraturo il nostro desiderio di una felicità senza fine.
Se invece ci proponiamo di utilizzare la tecnologia per superare i nostri limiti allora ci chiudiamo e diventiamo limite a noi stessi. Custodire l’umano vuol dire tenere sempre aperto il rapporto con l’infinito nell’impegno inevitabile e anche desiderabile con le condizioni della vita e con le risorse che ci sono date dalla natura, così come quelle che abbiamo creato con la nostra intelligenza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Guardare la storia con gli occhi di Dio, l’attesa per il Papa a Lampedusa
“La visita del Papa è uno stimolo a saper guardare la storia, questa storia con gli occhi di Dio ed ascoltare il grido dei poveri, degli oppressi con l’orecchio di Dio. Ecco questo annuncio arriva in un’occasione, per capire dove siamo, e cercare di capire dove stiamo andando”: così, nei mesi scorsi, aveva dato l’annuncio della visita di papa Leone XIV per sabato 4 luglio a Lampedusa l’arcivescovo della diocesi di Agrigento, mons. Alessandro Damiano.
L’arrivo nell’isola siciliana avverrà alle ore 9:00 con la visita dei luoghi simbolo dell’isola e del dramma delle migrazioni. Si inizia con l’omaggio ai migranti defunti, al Cimitero locale per un omaggio floreale sulle tombe. Poi si recherà alla ‘Porta d’Europa’ per un momento di riflessione davanti al monumento che rappresenta l’approdo e la speranza, ed infine al Molo Favaloro dove benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a papa Francesco, e rivolgerà un saluto personale ad alcuni migranti presenti.
Alle ore 10.30 officerà la celebrazione eucaristica con esposizione sul palco dell’effige della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti, al termine della quale saluterà le autorità civili e religiose, i volontari impegnati nell’accoglienza ed i bambini ammalati. La visita si concluderà alle ore 12.30.
A tal proposito mons. Antonino Raspanti, presidente della Conferenza episcopale siciliana, ha espresso gratitudine al papa: “Le Chiese di Sicilia sono veramente gioiose e grate di questa visita del successore di Pietro alla nostra terra, a quella nostra piccola isola che tanta sofferenza vede giorno per giorno… Il papa verrà a sostenerci, a sostenere la Chiesa, a sostenere tutte le persone dell’umanità che vogliono continuare a proclamare la dignità della persona umana, i diritti della persona umana, a riconoscere il male delle strutture di peccato, quei sistemi che ancora oggi si coalizzano per distruggere e continuano a distruggere tante persone, a procurare dolore e sofferenza infinita“.
Per questo motivo la visita del papa assume un significato particolare in un tempo segnato da conflitti e migrazioni, in quanto negli anni è divenuta simbolo delle tragedie del mare ma anche della solidarietà e dell’accoglienza, tantoché la sua presenza si preannuncia come un gesto di vicinanza alle comunità locali, ai migranti ed a quanti operano quotidianamente in prima linea.
Per capire l’attesa dei lampedusani abbiamo chiesto al presidente diocesano dell’Azione Cattolica Italiana, Giovanni Gueli, all’assistente diocesano don Carmelo La Magra, che è stato parroco a Lampedusa fino al 2021, ed alla responsabile ACR diocesana, Valeria Palumbo, di raccontarci il ‘clima’ delle aspettative: “C’è molta attesa e c’è molto entusiasmo a Lampedusa per la visita del papa: sarà il secondo pontefice a recarsi sull’isola, un segnale forte di attenzione e valorizzazione del territorio. La visita è vista anche come un richiamo importante al tema dei migranti e dell’accoglienza”.
Quindi Giovanni Gueli a distanza di 13 anni dalla visita di papa Francesco la situazione è migliorata?
“Dopo 13 anni dalla visita di papa Francesco, la situazione non è migliorata. Già dopo pochi mesi accadde la tragedia del naufragio del 3 ottobre, che segnò profondamente Lampedusa e mostrò quanto la situazione fosse ancora drammatica. Oggi molte persone continuano ancora a non avere vie sicure e si affidano ai trafficanti segno che l’appello del Pontefice è rimasto inascoltato”.
Valeria Palumbo ci può spiegare per quale motivo Lampedusa è baluardo di umanità?
“Lampedusa è considerata un baluardo di umanità perché, pur essendo una piccola isola, è diventata il simbolo del primo soccorso e dell’incontro con chi arriva in condizioni di estrema fragilità. Qui i migranti trovano spesso, almeno nel primo momento, salvataggio, assistenza e volti umani dopo viaggi drammatici in mare. Per questo Lampedusa è simbolicamente legata a tutto ciò che riguarda migrazioni e accoglienza. Allo stesso tempo, però, non è il luogo in cui arrivano più migranti e l’accoglienza vera e propria non ricade sulla comunità civile, perché l’intero percorso è fortemente militarizzato e gestito in modo emergenziale”.
Un punto particolare dell’isola è il santuario di Porto Salvo con una storia di accoglienza e di speranza. A don Carmelo La Magra chiediamo di spiegare cosa significa avere fede nel ‘Porto Salvo’: “Avere fede nel Porto Salvo significa riconoscere nella Madonna una presenza di protezione, accoglienza e speranza. Per i lampedusani, l’isola richiama una zattera in mezzo al mare, un approdo sicuro per chi viaggia e cerca salvezza. E’ un segno di fiducia rivolto a tutti coloro che, nei secoli, hanno affrontato il mare con il desiderio di raggiungere un porto sicuro”.
Perciò, Giovanni Gueli, dopo 13 anni è ancora valida la domanda di papa Francesco: dove è tuo fratello?
“Sì, dopo 13 anni la domanda di Papa Francesco resta ancora attualissima. E’ una domanda che continua a interpellarci finché non ci riconosciamo davvero come fratelli e finché troppe persone continuano a morire in mare. In questo senso, il messaggio del papa non è ancora stato pienamente ascoltato”.
Infine una risposta corale per raccontarci la sfida a cui è chiamata l’Azione Cattolica diocesana: “L’Azione Cattolica diocesana è chiamata a far risuonare l’invito di papa Francesco e di continuare a raccoglierlo con slancio anche oggi, traducendolo in gesti concreti. E’ una sfida di vicinanza, testimonianza e presenza, anche sull’isola, dove l’Azione Cattolica Italiana è sempre attenta a offrire aiuto e sostegno”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: l’Eucarestia insegna lo stile di vita
“Subito dopo aver rievocato l’Ultima Cena di Gesù, la Costituzione sulla Liturgia parla dell’Eucaristia con questi accenti agostiniani. Per i cristiani, prendere parte alla mensa del Signore significa infatti ‘essere formati dalla Parola di Dio, ristorarsi alla mensa del Corpo del Signore, rendere grazie a Dio’. E’ ricevendolo nella sua Parola e nell’Eucaristia che diventiamo ciò che riceviamo. Diventiamo il Corpo di cui il Capo è il Cristo risorto, assiso alla destra del Padre, il quale ci prepara un posto nei cieli: l’Eucaristia è così il sacramento del Regno che viene”: continuando la catechesi nell’udienza generale, dedicata alla Costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’, papa Leone XIV ha riflettuto ancora sulla liturgia.
Ed al centro dell’azione liturgica c’è l’eucarestia: “L’assemblea liturgica offre il Sacrificio ‘non solo per le mani del sacerdote, ma anche unita a lui’. In questa prospettiva, l’Eucaristia è la forma del sacrificio spirituale dei cristiani, in quanto via dell’unione con Dio e dell’unione reciproca. Partecipandovi, essi imparano ‘ad offrire sé stessi e, di giorno in giorno, a essere consumati, per mezzo di Cristo, nell’unità con Dio e tra di loro’.
Così, incorporandoci a Cristo, l’Eucaristia ci insegna ad adottare lo stile di vita del Signore Gesù stesso, contrassegnato dal dono gratuito di sé. Questo dono ci fa entrare, perciò, nella dinamica dell’unità, che offre un potente antidoto ai fermenti di divisione che minano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro cuore”.
Per questo è stato istituito il Lezionario: “Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha chiesto di aprire più largamente i tesori della Bibbia, perché venga offerta ai fedeli con maggiore abbondanza la mensa della Parola di Dio. La riforma liturgica ha tradotto questa richiesta in quel tesoro che è il Lezionario, cioè il libro che raccoglie tutte le Letture bibliche per le celebrazioni liturgiche. Tale ampiezza è stata attinta alla fonte più pura della Tradizione vivente, che coniuga la fedeltà alla tradizione con l’apertura a un legittimo progresso. L’inizio del capitolo II della Costituzione sulla Liturgia è intessuto di riferimenti al grande fiume della Tradizione, che va dai Padri della Chiesa fino a noi”.
Precedentemente il papa ha ricevuto autori e autrici, in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, ripetendo le parole di Paolo VI agli artisti: “Scrivere, nel modo in cui voi lo fate, è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. ‘La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere’. Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a ‘conquistarci’. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti”.
Quindi la scrittura è un gesto di umanità: “Nel vostro scrivere storie e nel delineare i vostri personaggi voi vi immedesimate in essi, ne cogliete i punti di vista, le emozioni, i sentimenti, gli atteggiamenti… In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria. E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera”.
Ma avvicina anche a Dio: “Infine, scrivere ha a che fare con Dio. Può sembrare azzardato dire questo, ma diversi teologi hanno riflettuto e scritto sulla consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico…
Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela. Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele. Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie”.
In conclusione il riferimento a papa san Paolo VI: “Per questo ripeto a voi, scrittori e scrittrici, ciò che san Paolo VI disse a tutti gli artisti: Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità, dentro i quali la grazia divina possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a costruire la ‘Nuova Gerusalemme’
“Avete appena concluso due giornate di intenso lavoro nel Borgo Laudato Si’ di Castel Gandolfo. Vi siete riuniti per partecipare alla prima edizione dei ‘Dialoghi del Borgo’ (come ha appena spiegato il cardinale Baggio), il primo passo di un processo volto a rinnovare e a reimmaginare la guida morale in un mondo che oggi appare frammentato e dimentico delle proprie radici storiche”: questo è stato il saluto di papa Leone XIV alla prima edizione dell’iniziativa ‘I dialoghi del Borgo’ che in questi giorni ha riunito a Castel Gandolfo rappresentanti di imprese, ong, atenei, società civile e Chiesa da tutto il mondo impegnati in progetti di trasformazione ecologica, sociale ed economica.
L’ incontro, organizzato dal Centro di Alta Formazione ‘Laudato sì’ insieme a University of Notre Dame, Deloitte Switzerland e Handshake Strategies, ha affrontato temi già illustrati nell’enciclica ‘Magnifica humanitas’,: “E, fratelli, avete discusso di temi importanti, che preoccupano anche la Chiesa cattolica: l’intelligenza artificiale e il suo rapporto con l’umanità, l’invecchiamento e la vitalità, lo sport e la diplomazia e il futuro della sostenibilità. Avete esaudito il desiderio che ho espresso di recente nella mia Lettera Enciclica Magnifica humanitas”.
Dialoghi costruiti nella sinodalità: “I vostri dialoghi sono stati costruiti sulla visione di sinodalità della Chiesa cattolica, ascoltando dal basso e promovendo al tempo stesso l’unità globale. Voi siete esperti, leader e professionisti provenienti da diverse parti del mondo, che lavorano in campi diversi, con una varietà di competenze, esperienze e visioni. E nonostante questa diversità, siete tutti profondamente impegnati nella trasformazione ecologica, sociale ed economica del mondo”.
Da qui l’invito a costruire ‘la Nuova Gerusalemme’: “Dinanzi alla tentazione di costruire la ‘torre di Babele’, che rappresenta l’idolatria del profitto a scapito dei più vulnerabili e fa aumentare il rischio della disumanizzazione, siamo chiamati a contribuire alla costruzione della Nuova Gerusalemme, la civiltà dell’amore, in cui l’amore è l’unico principio guida della vita economica, politica e culturale”.
Per questo il papa ha invitato a costruire la ‘civiltà dell’amore’: “E’ questo che avete fatto nel magnifico scenario dei Giardini Pontifici del Borgo ‘Laudato Sì’, lasciando che la bellezza del creato, e del Creatore, vi ispirasse a coniugare la conoscenza locale con la responsabilità globale e a far avanzare un processo volto a plasmare una leadership coraggiosa, oggi tanto necessaria”.
Papa Leone XIV invita ad essere portatori di misericordia
“Cari fratelli e sorelle, dopo una giornata ricca di incontri e di condivisione, celebrando ora con voi questa Eucaristia, voglio prima di tutto rendere grazie al Signore per il tanto bene che qui si compie ogni giorno, affidandogli l’impegno di tutti e al tempo stesso le sofferenze di cui questa terra è testimone. Vi invito anche a pregare insieme, in questa Santa Messa, per le anime dei fratelli e delle sorelle che hanno perso la vita in mare. Tutto ciò deporremo sulla Mensa con il pane e il vino, mentre ci introduciamo, con la Celebrazione vespertina della Vigilia, nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, a cui la Spagna intera è consacrata. Chiediamo al Signore che in questo momento siano vivi in noi gli stessi sentimenti di umanità, misericordia e compassione del Cuore del Salvatore”: nella celebrazione eucaristica del penultimo giorno della visita apostolica in Spagna papa Leone XIV ha esortato i 50.000 fedeli ad essere pieni di misericordia, perché la carità non diventi assistenzialismo.
Riprendendo le letture della messa della vigilia della solennità del Sacro Cuore ha ricordato la carità di Dio: “Li ha scelti non perché avessero prerogative, doti o meriti particolari, ma per puro amore, e continuerà ad amarli sempre, anche quando, per il loro cuore indurito, non corrisponderanno ai suoi sentimenti.
Questa è la carità di Dio, nella quale ha le sue radici la nostra vocazione all’amore: non fondata sul calcolo, né sul solo sentimento, né riducibile a semplice filantropia, ma pervasiva di tutto il nostro essere: fuoco per l’anima, luce per la mente, impulso irresistibile per la libertà, pace e al tempo stesso tormento per il cuore, che batte in sintonia con altri cuori, coinvolgendo tutta la persona. Perché amare è connaturale all’uomo, anzi è condizione di pienezza della sua stessa esistenza”.
Nel volto di Dio si riconosce la via della vita: “Ed è in questo volto di Dio sempre ‘innamorato’, totalmente e costantemente desideroso del nostro bene e della nostra piena felicità, che noi riconosciamo la via della vita, imparando un modo nuovo di esistere e di rapportarci, un metro diverso per valutare le scelte, uno stile rinnovato e rigenerante di fare comunione…
‘Ricambiare amore per amore’: ecco lo scambio meraviglioso, l’ ‘admirabile commercium’ da cui il Vangelo ci invita a lasciarci coinvolgere, traducendo la misura infinita dell’amore di Dio nella generosità con cui Lo serviamo, ogni giorno, nei fratelli e nelle sorelle che Lui stesso pone sul nostro cammino, specialmente in quelli più bisognosi, indifesi, incapaci di rendere il cambio. Proprio come avviene su quest’isola, nell’accoglienza, nella condivisione, nel dono disinteressato”.
Anche la seconda lettura ricorda la ‘gratuità del Cuore di Cristo’, mandato per dare la vita: “Le sue parole richiamano quelle di Gesù, che ha detto di essere venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza, e che ha ordinato al paralitico guarito: ‘alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina’. In queste espressioni riconosciamo l’invito ad abbracciare maternamente chi soffre, ma al tempo stesso a preparare e spingere chi è stato ferito a rialzarsi e a rimettersi in marcia, per una vita libera e degna”.
Per questo la carità deve integrare la persona: “Effettivamente, la nostra carità non deve essere mero assistenzialismo, ma è volta a integrare le persone, per la loro piena realizzazione (spirituale, intellettuale e fisica) e il loro inserimento degno e costruttivo nella comunità. Solo così il nostro incontrarci, anche a fronte di vicende difficili e dolorose, diventa occasione per gettare semi di speranza nel cammino dell’umanità verso un futuro migliore”.
Quindi la caratteristica del Cuore di Gesù è l’umiltà: “Il Cuore di Gesù è umile, e perciò non ne sentono i battiti i ‘dotti’ ed i ‘sapienti’, cioè quelli che hanno la presunzione di bastare a sé stessi, di sapere tutto, e di non aver bisogno né di Dio né degli altri. A questi, infatti, frastornati dai rimbombi di un “io” ridondante, onnipresente e irrequieto, manca il silenzio necessario per ascoltare in sé e nei fratelli il pulsare nascosto dell’amore”.
E l’umiltà conduce alla carità: “Gesù ci insegna invece, al contrario, che per gustare la gioia vera della vita, che è nell’amore, è necessario scendere dai piedistalli della supponenza che divide, per incontrarsi nell’umiltà che affratella… E’ proprio così. Dove c’è autentica umiltà c’è amore, e dove c’è amore c’è pace, perché solo nell’umiltà conosciamo realmente chi siamo e dunque possiamo amarci, incontrarci, donarci e perdonarci nella verità”.
Insomma è stato un invito ad essere ‘portatori’ della misericordia di Dio: “Guardiamoci perciò a vicenda, non solo in questa giornata, ma sempre, con rispetto e fiducia, e rinnoviamo, in questa consapevolezza, l’impegno a compiere in noi, nella carità, ciò che manca ai patimenti di Cristo, per il bene della Chiesa. Accesi dalla carità del suo Cuore, facciamoci portatori della sua misericordia e della sua pace, perché nel mondo cessino le guerre e cresca attorno a noi una nuova umanità, riconciliata nell’amore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ha invitato a tessere fili nuovi
“E’ un piacere incontrarvi in questo luogo, uno spazio che non solo ospita attività sportive, artistiche e culturali, ma anche le emozioni più profonde dell’essere umano: la gioia e l’ammirazione, l’entusiasmo e la speranza, così come la tristezza e la frustrazione. In questo splendido Paese è impossibile non ammirare l’impronta di creatività che attraversa la sua storia e ne plasma l’identità”: all’All’incontro conclusivo della seconda giornata spagnole, ‘Tessere reti con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport’ nel Movistar Arena di Madrid, papa Leone XIV ha esortato a non rigettare il valore dell’eternità, caposaldo dell’identità europea, ed a intrecciarlo con il quotidiano.
Tale bellezza è visibile ovunque: “Una bellezza visibile nelle sue città, nelle sue strade e nei suoi monumenti, nelle sue piazze e nei suoi giardini, nelle sue università e chiese, nella musica, nella pittura e nella danza, nella sua gastronomia. Qui si percepisce anche l’anima delle generazioni che hanno trasformato il paesaggio e gli hanno dato un volto proprio, e questo ci rivela in ogni tratto l’intelligenza e la volontà che risiedono nell’anima umana”.
Quindi dopo aver ascoltato gli interventi il papa ha sollecitato a ‘custodire’ l’anima: “Ho ascoltato con grande interesse ciascuno degli interventi dei relatori; sono d’accordo con voi. La nostra società, infatti, possiede una straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare; tuttavia, sembra che abbiamo ancora bisogno di imparare a custodire l’anima di ciò che essa genera.
Altrimenti, corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo”.
La custodia dell’anima è realizzata solo se si è capaci di essere umani, in quanto la Chiesa è ‘esperta di umanità’: “Nel DNA dell’umanità è radicato il desiderio di bene, di bellezza e di verità; ed è a partire da questa aspirazione profondamente umana e dalla nostra esperienza plurisecolare che la Chiesa propone percorsi per una vita dignitosa e per il bene comune.
A tal proposito, san Paolo VI affermò dinanzi alle Nazioni Unite che, indipendentemente dall’opinione che si possa avere del Pontefice di Roma, la sua missione è ben nota. In quanto ‘esperta in umanità’, la Chiesa non si disinteressa di nulla di veramente umano. Per questo motivo ‘l’attitudine al dialogo è parte integrante della sua vocazione’. Oggi constatiamo come la questione decisiva rimanga la stessa: che cosa significa essere veramente umani?”
Per questo la Chiesa propone Gesù: “La Chiesa condivide con umiltà ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità… E quindi, essa non può disinteressarsi della cultura, perché attraverso di essa l’uomo in quanto uomo ‘è’ di più”.
La cultura, quindi, è un richiamo a seminare: “E proprio perché il termine ‘cultura’ evoca il concetto di ‘coltivazione’, come suggerisce la radice etimologica comune a entrambi i termini, siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate”.
Per questo è necessario il dialogo ‘sociale’: “Nei vari ambiti dell’attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano”.
Un dialogo che si confronta sul valore della dignità umana: “Tessere reti è quindi un dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana. Ciò implica, ad esempio, che l’università non volti le spalle al mondo del lavoro né rinunci alla verità; che l’attività imprenditoriale non consideri il dipendente come un semplice fattore nell’equazione dei propri interessi; che l’arte non abbia come unico fine le élite; che lo sport non sia ridotto a spettacolo o trasformato in mero business; che il progresso tecnologico tenga conto degli anziani, dei poveri e di coloro che non hanno voce”.
Però è un dialogo che scaturisce dall’amore di Dio: “Il nostro contributo al dialogo, a partire da una visione cristiana della vita, muove dalla consapevolezza che il Creatore ha intessuto l’essere umano con fili d’amore; poiché egli è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, Dio che è amore. Qui risiede il fondamento dell’inalienabile dignità umana, il cui assoluto rispetto è la base del dialogo”.
Quindi la tessitura è anche servizio: “Uno sguardo obiettivo rivela che uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un linguaggio che nobilita le persone. Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo (ed in particolare l’Europa) avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia”.
Da qui la sfida per un’Europa che sta perdendo la fede attraverso l’invito a spalancare le porte a Gesù: “Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità. E’ davvero possibile credere che l’Europa (che tanto amiamo) sarebbe la stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? E’ ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto”.
Ed infine al mondo sportivo, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II: “Permettetemi infine di rivolgere la vostra attenzione a un mondo che, come sapete, non mi è estraneo: quello dello sport. Pensiamo a quanti di noi hanno imparato il rispetto per l’avversario su un campo di gioco piuttosto che ascoltando un discorso. Quanti sportivi ci insegnano a perdere senza odiare, a vincere senza umiliare o a rialzarsi dopo essere caduti”.
Ecco la tessitura di fili nuovi: “Cari amici, vi invito quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza… Perché in tutto questo è in gioco che, in futuro, continui a risplendere la nostra magnifica umanità”.
Il discorso del papa è stato preceduto dalle testimonianze dell’attore Antonio Banderas, di due atlete, Marín e Perales, del rettore dell’Università Complutense, di rappresentanti del mondo del lavoro, che hanno invocato la difesa della dignità umana nel cambiamento portato dall’Intelligenza artificiale.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV e la ‘Magnifica Humanitas’: il papa simbolo della Resistenza culturale cristiana
“Papa Leone XIV può rappresentare il Pontefice della Resistenza culturale cristiana nel mondo contemporaneo, ossia una guida spirituale capace di custodire e rilanciare i valori più autentici del cristianesimo in un’epoca segnata da crisi spirituali, conflitti internazionali e smarrimento identitario), lo ha dichiarato Biagio Maimone, direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, il cui Presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco e Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso, nel corso di un’intervista dedicata al ruolo della Chiesa cattolica nel mondo contemporaneo e alla missione spirituale e culturale del nuovo Pontefice.
«Oggi più che mai il cristianesimo è chiamato a rafforzare la propria presenza culturale e spirituale in un mondo attraversato da profonde trasformazioni sociali, morali e geopolitiche. La missione di Leone XIV appare storica: restituire forza ai valori cristiani, custodire l’identità spirituale dell’Occidente e riaffermare il ruolo della Chiesa quale guida morale dell’umanità», ha aggiunto Maimone.
Nel cuore di un mondo attraversato da guerre, crisi spirituali, smarrimento identitario e trasformazioni culturali profonde, la figura del nuovo Pontefice, Papa Leone XIV, assume un significato che va ben oltre la sola dimensione ecclesiastica. Egli appare come il Papa della resistenza culturale cristiana, ossia il custode di quei valori spirituali, morali e sociali che hanno edificato la civiltà cristiana e che oggi sembrano essere messi in discussione dalla secolarizzazione, dal relativismo etico e da una crescente perdita del senso religioso.
In tale prospettiva si inserisce l’enciclica ‘Magnifica Humanitas’, destinata a rappresentare uno dei pilastri spirituali, culturali e antropologici del pontificato di Leone XIV. Attraverso essa, il Pontefice richiama il mondo alla centralità assoluta della dignità umana, alla necessità di ricostruire una coscienza spirituale collettiva e alla responsabilità morale delle nazioni dinanzi alle nuove fragilità dell’umanità contemporanea. ‘Magnifica Humanitas’ si presenta come un grande appello universale rivolto ai popoli affinché ritrovino il senso della fraternità, della solidarietà, della trascendenza e della sacralità della vita umana, riaffermando la persona quale centro della vita sociale, politica, culturale ed economica.
L’enciclica appare inoltre strettamente connessa al concetto di ‘resistenza culturale cristiana’ che Leone XIV sembra voler incarnare. La ‘Magnifica Humanitas’ non propone infatti una resistenza fondata sul conflitto o sulla chiusura identitaria, bensì una resistenza spirituale e morale capace di opporsi alla disumanizzazione contemporanea, al nichilismo, al relativismo etico e alla perdita del senso del sacro. In essa il cristianesimo viene presentato come forza viva di rigenerazione culturale, spirituale e civile, capace di restituire all’uomo contemporaneo valori fondamentali quali la solidarietà, la giustizia, la misericordia, il rispetto della persona e la centralità della coscienza.
‘Magnifica Humanitas’ si configura così come il manifesto spirituale di una nuova stagione della Chiesa cattolica, nella quale la fede torna ad essere non soltanto esperienza religiosa individuale, ma anche forza culturale in grado di orientare il mondo contemporaneo verso una nuova civiltà della fraternità e della pace.
Quando parlo di ‘resistenza culturale cristiana’, non intendo una chiusura verso il mondo né una contrapposizione aggressiva verso le altre culture o religioni. Al contrario, intendo la necessità storica di riaffermare con forza, dignità e consapevolezza l’identità cristiana in un’epoca nella quale altre religioni monoteiste, spesso più radicate e caratterizzate da una forte compattezza identitaria, riescono a mantenere saldo il legame dei fedeli con i propri principi spirituali.
Il cristianesimo, invece, soprattutto in Europa occidentale, attraversa una fase di indebolimento culturale e spirituale. Molti fedeli si allontanano dalla pratica religiosa, mentre i valori cristiani rischiano di essere percepiti come marginali rispetto alle logiche economiche, consumistiche e individualistiche del nostro tempo. Ecco perché la missione di Leone XIV si presenta come una missione storica: restituire forza, credibilità e centralità al messaggio cristiano.
La stessa enciclica ‘Magnifica Humanitas’ richiama con forza la necessità di opporsi alla disumanizzazione prodotta dall’individualismo esasperato, dalla cultura dell’indifferenza e dalla perdita progressiva del senso spirituale dell’esistenza. Il documento pontificio sottolinea come il progresso tecnologico ed economico non possa mai sostituire la dimensione interiore dell’uomo, né cancellare il bisogno universale di verità, amore, speranza e trascendenza. In questo senso, Leone XIV invita il mondo contemporaneo a ritrovare il senso della comunità, della responsabilità reciproca, del rispetto della sacralità della vita e della fraternità tra i popoli.
La ‘Magnifica Humanitas’ diventa dunque il cuore stesso della resistenza culturale cristiana: una resistenza che non nasce dalla paura del cambiamento, ma dalla necessità di custodire l’anima spirituale dell’umanità. Resistere, nella visione di Leone XIV, significa preservare i valori essenziali del cristianesimo in un tempo segnato dalla frammentazione morale e dalla crisi delle identità culturali. Significa riaffermare il valore della fede, della famiglia, della solidarietà, della pace e della dignità della persona umana come pilastri indispensabili per il futuro della civiltà.
La sua formazione agostiniana rappresenta un elemento decisivo.
La spiritualità di Sant’Agostino si fonda sulla ricerca della verità, sull’interiorità dell’uomo e sulla necessità di coniugare fede e ragione. Questa eredità spirituale può consentire a Leone XIV di guidare la Chiesa in una fase delicata della storia contemporanea, nella quale milioni di persone cercano punti di riferimento morali e spirituali.
Inoltre, il richiamo simbolico al nome di Papa Leone XIII non può essere casuale. Leone XIII fu il Papa della dottrina sociale della Chiesa, colui che comprese la necessità di affrontare le questioni sociali generate dalla rivoluzione industriale e dai mutamenti economici del suo tempo. Allo stesso modo, Leone XIV sembra chiamato ad affrontare le nuove questioni antropologiche, culturali e spirituali del XXI secolo.
‘Magnifica Humanitas’ si colloca idealmente proprio nel solco della grande tradizione sociale della Chiesa, riaffermando il valore del lavoro umano, della giustizia sociale, della solidarietà internazionale e della tutela delle persone più fragili. L’enciclica pone inoltre una forte attenzione al tema delle nuove povertà spirituali ed educative, che colpiscono soprattutto le giovani generazioni, spesso prive di riferimenti etici e culturali stabili.
Egli è anche un missionario. E proprio l’esperienza missionaria potrebbe renderlo il Pontefice capace di comprendere le sfide globali della contemporaneità: il dialogo tra i popoli, il rapporto con le diverse culture, la povertà spirituale dell’Occidente e il bisogno universale di speranza.
Il pontificato di Papa Francesco è stato caratterizzato dal dialogo, dalla pace, dalla misericordia e dalla ricerca della verità storica. Una delle espressioni più alte del suo magistero è stata certamente la promozione della fratellanza umana come fondamento spirituale e civile del mondo contemporaneo. Emblematico, in tal senso, è il Documento sulla Fratellanza Umana, firmato ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Azhar, che ha rappresentato uno dei momenti più significativi del dialogo interreligioso contemporaneo.
Quel documento ha posto al centro valori universali quali la pace, la convivenza, il rispetto reciproco, la libertà religiosa e la dignità umana, indicando alle nazioni una via alternativa rispetto allo scontro ideologico e alla violenza. In esso si manifesta una visione spirituale della politica internazionale, nella quale le religioni non alimentano divisioni, ma diventano strumenti di riconciliazione tra i popoli. A tale prospettiva si collega anche la nascita della Casa della Famiglia Abramitica ad Abu Dhabi, luogo simbolico nel quale le tre grandi religioni monoteiste (cristianesimo, ebraismo e islam) trovano uno spazio comune di incontro, riflessione e dialogo. Quel progetto rappresenta una delle eredità spirituali più importanti lasciate da Papa Francesco al mondo contemporaneo: dimostrare che la fede può diventare forza di unità e non motivo di contrapposizione.
Papa Francesco ha costruito ponti tra culture, religioni e nazioni, ponendo al centro dell’attenzione mondiale i poveri, gli emarginati e le vittime delle guerre. Leone XIV è chiamato a proseguire quel percorso, ma con un compito ulteriore e complementare: rafforzare la resistenza culturale cristiana, riaffermando i principi spirituali e morali del cristianesimo in una società sempre più frammentata.
In questa continuità spirituale, ‘Magnifica Humanitas’ si propone anche come una grande enciclica della pace, della fraternità universale e della rinascita spirituale dell’umanità. Leone XIV richiama con forza la necessità di superare la cultura dello scontro, della paura e dell’odio ideologico, promuovendo invece una civiltà fondata sull’incontro, sul dialogo, sulla cooperazione tra i popoli e sul riconoscimento della comune dignità umana.
La pace viene descritta non soltanto come obiettivo politico, ma come dimensione spirituale dell’esistenza umana e condizione indispensabile per la costruzione di una società autenticamente giusta. In tale visione, la ‘Magnifica Humanitas’ si collega profondamente alla missione storica della Chiesa nel XXI secolo: difendere la centralità dell’uomo contro ogni forma di violenza, disgregazione morale e perdita del senso del sacro.
L’enciclica appare dunque come il fondamento teorico e spirituale della resistenza culturale cristiana evocata da Leone XIV. Essa invita il cristianesimo a tornare protagonista della vita culturale e morale del mondo contemporaneo, non attraverso imposizioni ideologiche, ma mediante la testimonianza della verità, della misericordia, della solidarietà e della fraternità universale.
Questa resistenza culturale non deve essere interpretata come nostalgia del passato, ma come capacità di custodire valori universali: la dignità della persona, la solidarietà, la famiglia, la pace, il rispetto della vita, la giustizia sociale e la fraternità tra i popoli. In un’epoca dominata dalla comunicazione veloce e dalla superficialità, il cristianesimo può ancora offrire una visione umana profonda, capace di restituire senso all’esistenza.
Anche il turismo religioso, i pellegrinaggi e i grandi eventi spirituali possono assumere un ruolo fondamentale in questa missione culturale. I pellegrinaggi non rappresentano soltanto momenti di fede, ma anche occasioni di incontro tra popoli, riscoperta delle radici cristiane e valorizzazione del patrimonio spirituale dell’umanità. Luoghi simbolici come Città del Vaticano, Assisi, Lourdes o Santiago de Compostela continuano ad attrarre milioni di persone alla ricerca di spiritualità e significato.
In un mondo segnato dai conflitti internazionali, dalle tensioni geopolitiche e dalla crisi delle identità culturali, il ruolo del Papa assume dunque una dimensione anche politica e civile, pur restando profondamente spirituale. La Chiesa cattolica, attraverso Leone XIV, potrebbe diventare un punto di riferimento per coloro che cercano stabilità morale e speranza. La resistenza culturale cristiana, pertanto, non è una forma di chiusura ideologica, bensì un atto di responsabilità storica. Significa preservare la memoria spirituale dell’Occidente, riaffermare il valore della fede e trasmettere alle nuove generazioni un patrimonio etico e culturale che rischia di dissolversi.
L’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ insiste inoltre sul valore della cultura come strumento di elevazione spirituale e di costruzione della pace. La cultura, nella visione di Leone XIV, non rappresenta soltanto conoscenza o produzione intellettuale, ma coscienza morale dei popoli, memoria storica e capacità di riconoscere la dignità dell’essere umano oltre ogni differenza religiosa, sociale o geografica.
Accanto alla necessità di custodire i valori identitari del cristianesimo, Leone XIV appare chiamato anche a dare nuovo impulso ai grandi temi della spiritualità, della pace e del dialogo, che costituiscono le radici più profonde del messaggio evangelico. La resistenza culturale cristiana non può infatti limitarsi alla difesa della tradizione, ma deve diventare testimonianza viva di una fede capace di parlare al cuore dell’uomo contemporaneo, restituendo centralità alla dimensione spirituale dell’esistenza.
In un’epoca dominata dalla conflittualità internazionale, dalla radicalizzazione ideologica e dalla crescente tensione geopolitica, la Chiesa cattolica è chiamata a riaffermare il primato della parola, dell’incontro e del dialogo tra i popoli. In questo senso, il dialogo interreligioso non rappresenta soltanto uno strumento diplomatico, ma una vera e propria necessità spirituale e civile. Il confronto tra le fedi può contribuire a disarmare le coscienze, ad abbattere le barriere dell’odio e a costruire una civiltà fondata sul rispetto reciproco e sulla dignità umana.
Leone XIV sembra poter incarnare proprio questa sintesi tra fermezza identitaria e apertura universale. Da un lato, egli appare chiamato a custodire e rafforzare la coscienza cristiana dell’Occidente; dall’altro, a proseguire il cammino del dialogo inaugurato da Papa Francesco, affinché la Chiesa continui ad essere luogo di incontro, di mediazione e di riconciliazione.
Anche in ‘Magnifica Humanitas’ emerge con forza il tema della responsabilità morale delle istituzioni internazionali e delle classi dirigenti. Leone XIV richiama i governanti del mondo a riscoprire il valore dell’etica nella politica, sottolineando come nessuna società possa sopravvivere senza giustizia, solidarietà e rispetto della dignità umana.
La pace, nel cristianesimo, non è soltanto assenza di guerra, ma condizione spirituale dell’anima e fondamento della convivenza umana. Essa nasce dalla giustizia, dalla solidarietà, dalla misericordia e dalla capacità di riconoscere nell’altro un fratello. Per questa ragione, il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo non può essere marginale: di fronte ad una politica internazionale sempre più segnata dalla contrapposizione, dalla logica della forza e dagli interessi economici, il Pontefice può rappresentare una delle poche autorità morali capaci di richiamare le nazioni al valore della fraternità.
In tale prospettiva, la ‘resistenza culturale cristiana’ assume anche un significato spirituale e antropologico più profondo. Resistere significa preservare l’anima dell’uomo dal nichilismo, dalla perdita del senso del sacro e dalla disumanizzazione prodotta dall’individualismo contemporaneo. Significa riaffermare il valore del silenzio, della preghiera, della contemplazione e dell’impegno umano come strumenti di elevazione morale.
La Chiesa, guidata da Leone XIV, potrebbe dunque diventare il luogo nel quale fede, cultura, spiritualità e responsabilità civile tornano ad incontrarsi. Non una Chiesa chiusa nel timore del cambiamento, ma una Chiesa consapevole della propria missione storica: custodire la memoria spirituale dell’umanità e offrire speranza ad un mondo che appare sempre più smarrito.
In questa visione, ‘Magnifica Humanitas’ assume il valore di un manifesto spirituale del XXI secolo, capace di indicare all’umanità una strada fondata sulla centralità della persona, sulla fraternità universale e sulla necessità di recuperare il senso trascendente dell’esistenza.
Oggi più che mai, il mondo sembra avere bisogno non soltanto di leader politici o economici, ma di guide spirituali in grado di parlare all’anima dell’umanità. In questo scenario, Leone XIV può rappresentare il simbolo di una nuova stagione della Chiesa: una stagione nella quale il cristianesimo torna ad essere forza culturale, morale e spirituale capace di illuminare il cammino dell’uomo contemporaneo.
Voci da ‘Magnifica Humanitas’
“Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un ‘cambiamento d’epoca’, in cui (mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse) la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio”: partiamo da questo paragrafo della prima enciclica di papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’, per cogliere le ‘reazioni’ di alcune associazioni,
Infatti il presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, ha sottolineato che il papa ha messo in evidenza la necessità del multilateralismo: “Il papa descrive con grande lucidità una fase storica segnata dalla crisi del multilateralismo e dalla difficoltà crescente di riconoscersi dentro un destino comune. Le istituzioni internazionali nate per custodire la pace e il bene comune globale appaiono oggi più fragili, non tanto perché manchino strumenti o competenze, quanto perché si è indebolita la volontà condivisa di costruire cooperazione e fiducia”.
Inoltre ha sottolineato che il papa ha evidenziato il potere tecnologico: “Allo stesso tempo l’enciclica richiama l’attenzione su un tema che riguarda sempre più da vicino la vita delle persone: la concentrazione del potere tecnologico. Oggi dati, piattaforme e capacità di calcolo sono nelle mani di pochi soggetti privati che, di fatto, influenzano accesso, partecipazione, visibilità e perfino le forme del lavoro. E’ una questione che interpella la democrazia e la giustizia sociale. Quando la tecnologia diventa opaca, incontestabile o monopolistica, il rischio è che produca nuove dipendenze invece di ampliare gli spazi di libertà”.
Sviluppo tecnologico che non può essere solo competizione: “Come ACLI sentiamo che queste parole ci interrogano profondamente. Ci ricordano che il nostro compito non è soltanto quello di rispondere ai bisogni sociali, ma anche di contribuire a tenere aperto lo spazio pubblico, difendere la dignità del lavoro, promuovere una cittadinanza digitale inclusiva e costruire legami dove troppo spesso prevalgono divisioni e chiusure. L’enciclica di papa Leone XIV ci invita, in fondo, ad abitare meglio il nostro tempo. Ed è una responsabilità che vogliamo continuare ad assumerci”.
Anche il Gruppo Banca Etica ha accolto con speranza tale enciclica, che traccia una linea di demarcazione etica fondamentale che interroga direttamente i mercati finanziari, l’industria tecnologica e i produttori di armamenti: “Il cuore economico dell’enciclica (paragrafi 157-164) rappresenta, per il Gruppo Banca Etica, la conferma della necessità di un cambio sistemico non più rimandabile. Il testo pontificio sferza duramente la fiducia cieca nella ‘mano invisibile del mercato’, l’illusione del PIL come unico indicatore di benessere e la deriva della ‘finanza per la finanza’, opposta a una finanza per l’economia reale e il lavoro”.
Secondo il presidente di Banca Etica, Aldo Soldi, l’enciclica è una chiara denuncia contro la rendita da capitale: “Il papa denuncia come la rendita da capitale stia soffocando il reddito da lavoro, spesso confinato ai margini. Papa Leone XIV rilancia la funzione sociale del credito: il risparmio deve trasformarsi in credito per l’economia reale, per creare lavoro dignitoso e per accompagnare le transizioni. E’ esattamente la nostra missione: fare in modo che la ricerca della giustizia non sia solamente qualcosa che interviene ‘dopo’ la produzione di ricchezza fine a se stessa, attraverso la redistribuzione, ma impregni le decisioni economiche fin dall’inizio, dalla scelta di quali imprese e progetti finanziare”.
Infine una chiara presa di posizione contro il riarmo: “La richiesta del papa di disarmare l’IA è un imperativo morale che i mercati non possono ignorare. I sistemi d’arma autonomi privano l’essere umano della responsabilità etica della scelta. Attraverso la nostra finanza etica, continueremo a fare pressione sulle aziende globali del tech e dell’aerospazio affinché firmino impegni formali a fermare lo sviluppo di tecnologie di offesa autonoma. Le risorse finanziarie mondiali devono finanziare la transizione ecologica e l’inclusione, non la robotizzazione della guerra”.
Inoltre si propongono stralci di un interessante intervento di don Cosimo Schena sull’essenza umana: “Perché qui il problema non è l’intelligenza artificiale. Le macchine fanno ciò che noi abbiamo insegnato loro a fare. La vera domanda è: che cosa sta diventando l’essere umano? Guardiamoci intorno. Persone che non riescono più a stare cinque minuti nel silenzio. Relazioni che durano meno di una storia Instagram. Gente che fotografa tutto ma non vive niente.
Persone che sorridono online mentre dentro stanno crollando nel silenzio. Ragazzi convinti di non valere abbastanza perché non raggiungono certi numeri. Adulti che dipendono emotivamente da un messaggio, da una visualizzazione, da un like. Ci avevano promesso connessione e abbiamo ottenuto dipendenza. Ci avevano promesso libertà e siamo diventati schiavi dell’approvazione. Ci avevano promesso comunicazione globale e invece abbiamo perso la capacità di guardarci negli occhi senza distrazioni”.
Questo è il ‘centro’ dell’enciclica papale: “E’ questo che mi fa paura. Non il fatto che una macchina possa imitare la voce di un uomo. Mi fa paura vedere uomini che non sanno più consolare nessuno. Persone incapaci di aspettare, di ascoltare davvero, di amare senza convenienza, di restare accanto al dolore senza scappare. Ormai anche le relazioni sembrano diventate prodotti da consumare: ‘Finché mi fai stare bene resto. Quando diventi pesante sparisco. Quando soffri troppo mi allontano. Quando non mi servi più ti sostituisco’. Abbiamo trasformato l’amore in consumo emotivo”.
Il rettore della Pontificia Università Antonianum, p. Giuseppe Buffon, ha espresso un ringraziamento al papa: “Grazie, per aver voluto cogliere nell’epoca dell’intelligenza artificiale un’opportunità per l’avanzamento dello spirito umano, rinunciando al manicheismo di ogni contrapposizione, sempre in agguato di fronte alle res novae, non denuncia di una minaccia, ma stimolo ad andare in profondità verso la scoperta della meraviglia di Dio operata nella sua creatura, non competizione con il tempo accelerato della tecnologia, ma invito a scavare nel mistero della coscienza umana, sacrario dove risuona la voce di Dio”.
Un ringraziamento per l’invito al discernimento: “Ode invece alla genialità umana, che con-creatrice dell’Altissimo necessita di quel discernimento sui rischi tecnocratici, già evidenziati da papa Francesco nella ‘Laudato sì’, metodo per il vaglio di una complessità interconnessa che eviti i riduzionismi. Ode in nome di un Francesco del Cantico che tutti riconosce fratelli e sorelle, affinché ogni potenzialità vesta il grembiule del servizio, chinandosi ai piedi soprattutto dei più poveri”.
Però a chiusura dell’articolo riportiamo alcune frasi dell’intervento alla presentazione dell’enciclica papale da parte dell’antropo co-fondatore Chris Olah: “Ogni laboratorio di AI di frontiera, incluso Anthropic, opera all’interno di una serie di incentivi e vincoli che a volte possono essere in conflitto con il fare la cosa giusta. La pressione per rimanere commercialmente redditizi e per rimanere alla frontiera della ricerca. La pressione geopolitica. E le pressioni più antiche e chiare di orgoglio e ambizione. Non importa quanto sinceramente qualcuno di noi intenda fare la cosa giusta (e credo che molti di noi lo facciano) saremo sempre influenzati da quegli incentivi”.
Insomma questa enciclica è solo un inizio: “Vorrei chiudere con una richiesta. Abbiamo bisogno di più del mondo (comunità religiose, società civile, studiosi, governi e in effetti di tutte le persone di buona volontà) di fare ciò che Sua Santità ha fatto qui: prendere sul serio questo, guardare da vicino e spingere gli eventi in una direzione migliore. Abbiamo bisogno di critici informati che diranno ai laboratori quando stiamo fallendo. Abbiamo bisogno di voci morali che gli incentivi non possano piegarsi”.





























