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Il Meeting di Rimini è iniziato nel segno del perdono e della pace

“Il Meeting di Rimini è un appuntamento significativo. Giunto alla sua 47^ edizione, rappresenta una storia e, in tempi di trasformazioni straordinarie, si propone di continuare a contribuire a costruire la storia, annodando, in coerenza, i fili della propria. Quest’anno il nodo è stato stretto sull’amore. Il verso conclusivo della Commedia di Dante (‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’) non esprime soltanto un sentimento di esperienza individuale”: con questo messaggio del Prsidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, si è aperto a Rimini la kermesse del Meeting dell’Amicizia tra i popoli.

Un messaggio che richiama un amore che è frutto del perdono: “L’amore che apre agli altri, oltre noi stessi e il nostro presente, è una forza interiore che assume una dimensione relazionale e, quindi, sociale, preziosa. Legare l’io al tu, al noi, spezza le solitudini e imprime direzioni ai percorsi umani”.

Un amore che apre alla ‘magnifica humanitas’: “E’ il contrario del falso realismo che conduce all’inerzia, alla sfiducia, alla rassegnazione, quando invece il destino delle comunità è quello di farsi protagoniste del proprio futuro. Lo ha richiamato il pontefice Leone XIV nella sua enciclica ‘Magnifica humanitas’. Un’umanità non chiusa dentro illusori muri e condannata all’egoismo, bensì aperta e sensibile alle ingiustizie e ai drammi di chi soffre, pronta a costruire ponti nuovi”.

Da qui può nascere una nuova visione: “Solidarietà, amicizia sociale, gratuità dell’amore possono aprire orizzonti inediti alla politica, all’economia, alla vita civile. Viviamo un tempo in cui si combattono guerre scellerate, crescono diseguaglianze mentre ristrettissime oligarchie accumulano poteri superiori a quelli di molti Stati sovrani. E’ dall’umanità delle donne e degli uomini che si possono trarre le energie per rifiutare l’omologazione, la passività, l’odio, l’avversione al diverso, allo straniero, per educare alla pace”.

E proprio le donne sono state protagoniste della giornata inaugurale, perché segnate da due sofferenze radicalmente diverse attraverso una testimonianza nella quale il dolore non è stato cancellato, ma ha trovato una strada verso l’amicizia e la speranza, come hanno raccontato nell’incontro ‘Il dolore, l’amicizia, la speranza’, ai 20.000 presenti: Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, e Nassera Kermiche, madre di Adel, uno dei due giovani responsabili dell’attentato, hanno raccontato il percorso che le ha condotte a cercarsi e a diventare ‘sorelle di dolore’.

Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, nell’introduzione, ha ricordato i fatti del 26 luglio 2016: padre Hamel, 85 anni, fu assassinato al termine della Messa nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino a Rouen; i due attentatori, tentando la fuga all’arrivo della polizia, furono uccisi. La notizia della morte del sacerdote raggiunse Roseline poco dopo, mentre Nassera apprese prima del coinvolgimento del figlio e, nel pomeriggio, della sua morte.

Scholz ha presentato le ospiti come due donne capaci di rendere visibile che l’amore può ‘muovere e trasformare le nostre esistenze in un modo del tutto imprevedibile’. La loro storia, raccolta nel libro “Sorelle di dolore”, pubblicato in Italia da Edizioni Ares e Libreria Editrice Vaticana, è diventata una testimonianza pubblica sulla possibilità che due ferite apparentemente inconciliabili non abbiano come ultimo esito l’odio o l’isolamento.

Roseline Hamel ha ripercorso le ore trascorse con il fratello alla vigilia dell’attentato. Era arrivata con la famiglia il 25 luglio, giorno di sant’Anna, per accompagnare padre Jacques durante la sua ultima settimana di lavoro prima delle vacanze. Quella sera avevano parlato anche della violenza estrema compiuta da giovani convinti di agire in nome della religione. Padre Hamel aveva osservato che quei ragazzi venivano manovrati ‘come delle marionette’ fino a non riuscire più a pensare con la propria testa, ad amare, a piangere o a riconoscere i genitori.

Durante la cena aveva poi espresso una felicità insolita per lui: ‘Devo comunicarvi una cosa importante: sono davvero felicissimo di essere qui a tavola con voi’. La mattina seguente Roseline sentì il fratello alzarsi, preparare il caffè e uscire verso la chiesa. Poco dopo, mentre la famiglia faceva colazione, una telefonata chiese conferma di una presa di ostaggi. Roseline pensò ad uno scherzo e rispose che il fratello sarebbe tornato dalla Messa entro un quarto d’ora.

Dall’altra parte anche Nassera Kermiche ha ricostruito l’inizio di quella giornata, in quanto aveva visto Adel verso le ore 7.30 e lo aveva invitato a tornare a letto. Poco dopo ricevette la telefonata di una commissaria che le chiese se il figlio fosse in casa. Convinta che fosse ancora al piano inferiore, andò a controllare e scoprì che era uscito. La commissaria le parlò dell’attentato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, senza darle altre informazioni. Nassera accese la televisione e mandò una delle figlie verso la chiesa, ma l’area era completamente bloccata. Continuò a sperare che Adel rientrasse, anche perché avrebbe dovuto essere a casa entro le ore 12.30 a causa di una restrizione: “Questa notizia ci è davvero piombata addosso come se ci fosse crollato il cielo sulla testa”.

La tragedia produsse per Nassera anche un forte isolamento sociale. Per un mese la famiglia visse fuori casa, assediata dai giornalisti, mentre lei cercava incessantemente di comprendere come suo figlio avesse potuto prendere parte all’attentato. Tentò presto di contattare le suore e i parrocchiani presenti in chiesa, ma comprese che il trauma era ancora troppo recente. Riprese comunque il lavoro, sostenuta dai figli, dai responsabili scolastici e dai colleghi, perché sentiva di dover restare in piedi per la propria famiglia e per gli studenti che la aspettavano.

Dopo la morte del fratello, Roseline ha iniziato una lunga ricerca di senso. Per mesi, ha raccontato, ha dialogato con Dio ed cercato nel Vangelo una parola capace di rispondere alle sue domande. Una storia sull’uomo schiacciato dal peso di un fardello, portato sulle spalle dall’amico proprio quando credeva di essere stato abbandonato, le offrì una prima risposta. Il dolore, tuttavia, rimaneva. Dopo un anno Roseline si sentiva pronta a lasciarsi morire, ma vedere la sofferenza dei figli e dei nipoti le fece comprendere che doveva trovare la forza di continuare.

Davanti alla Pietà della sua chiesa pregò la Vergine Maria di aiutarla a seguire i passi del fratello ‘alla ricerca della giustizia, della verità e della pace’. La svolta arrivò una mattina, davanti a una tazza di caffè, con una domanda semplice: chi poteva soffrire più di lei? Roseline cominciò a pensare alla madre di Adel. Non la conosceva, ma immaginava una donna costretta a portare insieme il dolore per la morte di un figlio e il peso di ciò che quel figlio aveva fatto: “No, non posso lasciarla da sola, perché sta soffrendo più di me”.

Dopo aver chiesto consiglio all’arcivescovo di Rouen, che la incoraggiò, Roseline iniziò a cercare un contatto. Le due donne cominciarono a sentirsi al telefono ogni due settimane. Le prime conversazioni furono brevi, poi divennero progressivamente più lunghe e profonde. Dopo circa sei mesi Roseline le chiese se avrebbe potuto incontrarla tornando a Saint-Étienne-du-Rouvray. Roseline aveva cercato la madre di Adel per non lasciarla sola e scoprì che, dall’altra parte, Nassera la stava già aspettando. Due percorsi nati separatamente cominciavano così a incontrarsi: l’una cercava di comprendere la sofferenza dell’altra, l’altra cercava di avvicinarsi alle persone ferite dall’azione di suo figlio.

Infatti Nassera ha definito la richiesta di Roseline ‘un soffio di vita’. Da quei primi contatti nacque progressivamente un rapporto che nessuna delle due avrebbe potuto immaginare dopo quanto accaduto quel 26 luglio. Uno dei momenti più significativi di questo percorso avvenne sulla tomba di Adel, che per ragioni di sicurezza deve rimanere anonima. Roseline vi lasciò un biglietto, nascosto sotto alcuni sassolini e protetto da un foglio di plastica: ‘Adel, l’anima di mio fratello, padre Hamel, mi conduce fino a te. E’ una testimonianza del suo perdono. La fede dei credenti è speranza, il perdono è la via della pace’. Pregava il Dio di Abramo affinché Adel trovasse pace e fosse riconosciuto come ‘l’anima di un figlio sensibile e amorevole’.

Nassera decise di raccogliere quel foglio e conservarlo: parole di quel peso, per lei, non potevano rimanere sepolte sotto le pietre. E Roseline lo ha spiegato al Meeting: “Mio fratello mi ha dato queste parole… E’ il primo frutto del martirio di padre Hamel”, che non significa dimenticare quanto accaduto né confondere le responsabilità. Padre Hamel rimane la vittima e Adel uno dei suoi assassini; ma significa riconoscere, senza cancellare questa verità, la sofferenza dell’altra.

(Tratto da Aci Stampa)

Bernhard Scholz: con Papa Leone XIV il Meeting offre testimonianze di pace e di perdono

Nell’editoriale del mensile di agosto di ‘Meeting News’ il presidente della Fondazione, Bernhard Scholz, ha presentato la 47^ edizione del Meeting dell’Amicizia tra i Popoli, in svolgimento dal 21 al 26 agosto a Rimini, dal titolo ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’, che avrà il punto più intenso nella visita di papa Leone XIV: “Tra pochi giorni il Meeting potrà accogliere papa Leone XIV. Per tutti noi la sua visita è motivo di profonda gratitudine e immensa gioia. Sarà un’occasione più che preziosa per incontrarlo e ascoltarlo. Sarà anche un’occasione per riscoprire la ragione stessa per cui il Meeting è nato e continua a esistere.

Per questo desideriamo accogliere il papa nel miglior modo possibile: essere in ascolto, quasi scomparire, per lasciare spazio alla sua presenza. Vorremmo che ciò che abbiamo preparato (incontri, mostre, spettacoli e il lavoro di migliaia di volontari) diventasse luogo nel quale ascoltare la sua voce e lasciarci provocare dalla sua testimonianza. Sono particolarmente lieto che il Santo Padre possa incontrare il popolo del Meeting. Attraverserà tutta la fiera, incontrerà i partecipanti del Meeting lungo il suo percorso e farà una visita al Villaggio Ragazzi prima di entrare nel Grand Auditorium”.

Un titolo del Meeting in sintonia con l’enciclica papale: “L’intenzione espressa nel titolo di questo Meeting ha trovato nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ del Santo Padre un grande conforto, un sorprendente approfondimento e un importante allargamento dell’orizzonte. Alcuni temi che papa Leone XIV ha sottolineato nell’enciclica riguarderanno diversi appuntamenti del Meeting: l’affermazione della grandezza dell’uomo e della sua dignità, la consapevolezza che i suoi limiti non lo soffocano ma lo proiettano a un dialogo con l’infinito, le riflessioni sul senso del lavoro e della ricerca, l’urgenza di una comunicazione che favorisca la dimensione relazionale della persona”.

Quindi dopo 44 anni il papa al Meeting: quale è il sentimento che si prova?

“Sentiamo una profonda gratitudine e viviamo una grande attesa piena di gioia. C’è un grande entusiasmo e sappiamo che arriveranno tanti giovani, non solo dall’Italia. Lungo il suo percorso nei padiglioni della fiera il Santo Padre incontrerà tutti partecipanti del Meeting: i bambini, i giovani, le famiglie ed anche quelli che frequentano il Meeting dalla sua prima edizione. Le parole che il papa ci rivolgerà nel grande auditorium saranno trasmesse in ogni angolo della fiera”.

Però nel XXI secolo il titolo del Meeting è ancora ‘attraente’?

“Il titolo ha suscitato una grande curiosità: com’è possibile parlare di amore in un momento di conflitti, di sempre nuove contrapposizioni, di guerre in crescendo? La risposta è una: proprio per questo. Se il principio dell’universo che investe tutto il cosmo e fino alle particelle subatomiche e investe anche la nostra vita è amore, vuol dire che per sua natura non ci si impone. Rispetta la nostra libertà e vuole essere accolto liberamente. Quindi non c’è nessun automatismo ma almeno un inizio di volontà di lasciare entrare questo amore nella propria vita.

Per questa ragione vogliamo rendere presente al Meeting esperienze di persone che hanno dato spazio a questo amore in situazione di repressione e di violenza che potrebbero giustificare l’odio e la vendetta. Sono testimoni del Libano, dell’Ucraina, della Terra Santa, della Nigeria e di situazioni di violenza dentro le nostre società che si sono impegnati anche con grandi sacrifici per la riconciliazione e l’accoglienza. Sono loro i primi a testimoniare la verità di questo titolo a tutti noi. L’attrazione sta in questo: non c’è circostanza avversa che possa essere più forte dell’amore”.

Allora, per quale motivo il Meeting si apre con le testimonianze del perdono e si chiude con la testimonianza della pace?

“Il Meeting si apre, venerdì 21 agosto alle ore 12.00, con un incontro fra la sorella di un sacerdote ucciso e la madre di uno degli attentatori che fu ucciso dalla polizia. Queste due donne si sono incontrate perché la sorella del prete ha preso sempre coscienza del dolore della madre e voleva incontrarla. Questo vuol dire che un fatto così drammatico non ha allontanato le due donne, come poteva essere ‘naturale’ ma è diventato fattore di incontro. Penso che il nostro mondo abbia urgentemente bisogno di riconoscere che non c’è ostacolo all’abbraccio dell’altro. L’unica condizione è ciò che la Sacra Scrittura chiama ‘semplicità del cuore’.

Alla chiusura del Meeting, mercoledì 26 agosto alle ore 19.00, è previsto un incontro con il card. Pier Battista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, ed alcuni giovani da diversi parti del mondo. Sarà un incontro che metterà in luce che la pace non avviene solo perché la desideriamo, ma perché ognuno si impegna lì dove è, nelle circostanze favorevoli o avverse della sua vita, a costruire con sacrifici e pazienza relazioni autentiche, relazioni vere che guardano l’altro nella sua dignità unica, irriducibile e irripetibili. Il card. Pizzaballa ha sottolineato più volte che la pace si costruisce con un vero realismo che non nega le circostanze anche brutali e atroci, ma non nega neanche, anzi cerca di affermare per quanto possibile, il bene infinito della propria vita e della vita dell’altro”.

Di conseguenza è un titolo che si collega con l’enciclica di papa Leone XIV: in quale modo il Meeting declina questa ‘magnifica umanità’?

“Con questa enciclica papa Leone XIV apre una prospettiva chiara e lungimirante per le istituzioni pubbliche, per la società civile, per gli attori economici e culturali, per ciascuno di noi: custodire l’umano in condizioni che tendono a relativizzarlo, manipolarlo o sostituirlo. Molti temi che il papa ha sottolineato nell’enciclica saranno al centro di diversi appuntamenti del Meeting: l’affermazione della grandezza dell’uomo e della sua dignità, le riflessioni sul senso del lavoro e della ricerca, l’urgenza di una comunicazione che favorisca la dimensione relazionale della persona, la considerazione che senza la ricerca della verità la democrazia tende ad atrofizzarsi.

Sono tutti temi decisivi per il nostro futuro. Io sono certo che tra le riflessioni più importanti di questa enciclica ci sono quelle che riguardano il modo con il quale noi valutiamo i nostri limiti, Il papa ci propone di guardare i nostri limiti non come un impedimento od un ostacolo alla felicità ma come un’apertura verso quell’amore che Dante ci richiama e che solo può compiere in modo vero e duraturo il nostro desiderio di una felicità senza fine.

Se invece ci proponiamo di utilizzare la tecnologia per superare i nostri limiti allora ci chiudiamo e diventiamo limite a noi stessi. Custodire l’umano vuol dire tenere sempre aperto il rapporto con l’infinito nell’impegno inevitabile e anche desiderabile con le condizioni della vita e con le risorse che ci sono date dalla natura, così come quelle che abbiamo creato con la nostra intelligenza”.

(Tratto da Aci Stampa)

Guardare la storia con gli occhi di Dio, l’attesa per il Papa a Lampedusa

“La visita del Papa è uno stimolo a saper guardare la storia, questa storia con gli occhi di Dio ed ascoltare il grido dei poveri, degli oppressi con l’orecchio di Dio. Ecco questo annuncio arriva in un’occasione, per capire dove siamo, e cercare di capire dove stiamo andando”: così, nei mesi scorsi, aveva dato l’annuncio della visita di papa Leone XIV per sabato 4 luglio a Lampedusa l’arcivescovo della diocesi di Agrigento, mons. Alessandro Damiano.

L’arrivo nell’isola siciliana avverrà alle ore 9:00 con la visita dei luoghi simbolo dell’isola e del dramma delle migrazioni. Si inizia con l’omaggio ai migranti defunti, al Cimitero locale per un omaggio floreale sulle tombe. Poi si recherà alla ‘Porta d’Europa’ per un momento di riflessione davanti al monumento che rappresenta l’approdo e la speranza, ed infine al Molo Favaloro dove benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a papa Francesco, e rivolgerà un saluto personale ad alcuni migranti presenti.

Alle ore 10.30 officerà la celebrazione eucaristica con esposizione sul palco dell’effige della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti, al termine della quale saluterà  le autorità civili e religiose, i volontari impegnati nell’accoglienza ed i bambini ammalati. La visita si concluderà alle ore 12.30.

A tal proposito mons. Antonino Raspanti, presidente della Conferenza episcopale siciliana, ha espresso gratitudine al papa: “Le Chiese di Sicilia sono veramente gioiose e grate di questa visita del successore di Pietro alla nostra terra, a quella nostra piccola isola che tanta sofferenza vede giorno per giorno… Il papa verrà a sostenerci, a sostenere la Chiesa, a sostenere tutte le persone dell’umanità che vogliono continuare a proclamare la dignità della persona umana, i diritti della persona umana, a riconoscere il male delle strutture di peccato, quei sistemi che ancora oggi si coalizzano per distruggere e continuano a distruggere tante persone, a procurare dolore e sofferenza infinita“.

Per questo motivo la visita del papa assume un significato particolare in un tempo segnato da conflitti e migrazioni, in quanto negli anni è divenuta simbolo delle tragedie del mare ma anche della solidarietà e dell’accoglienza, tantoché la sua presenza si preannuncia come un gesto di vicinanza alle comunità locali, ai migranti ed a quanti operano quotidianamente in prima linea.

Per capire l’attesa dei lampedusani abbiamo chiesto al presidente diocesano dell’Azione Cattolica Italiana, Giovanni Gueli, all’assistente diocesano don Carmelo La Magra, che è stato parroco a Lampedusa fino al 2021, ed alla responsabile ACR diocesana, Valeria Palumbo, di raccontarci il ‘clima’ delle aspettative: “C’è molta attesa e c’è molto entusiasmo a Lampedusa per la visita del papa: sarà il secondo pontefice a recarsi sull’isola, un segnale forte di attenzione e valorizzazione del territorio. La visita è vista anche come un richiamo importante al tema dei migranti e dell’accoglienza”.

Quindi Giovanni Gueli a distanza di 13 anni dalla visita di papa Francesco la situazione è migliorata?

“Dopo 13 anni dalla visita di papa Francesco, la situazione non è migliorata. Già dopo pochi mesi accadde la tragedia del naufragio del 3 ottobre, che segnò profondamente Lampedusa e mostrò quanto la situazione fosse ancora drammatica. Oggi molte persone continuano ancora a non avere vie sicure e si affidano ai trafficanti segno che l’appello del Pontefice è rimasto inascoltato”.

Valeria Palumbo ci può spiegare per quale motivo Lampedusa è baluardo di umanità?

“Lampedusa è considerata un baluardo di umanità perché, pur essendo una piccola isola, è diventata il simbolo del primo soccorso e dell’incontro con chi arriva in condizioni di estrema fragilità. Qui i migranti trovano spesso, almeno nel primo momento, salvataggio, assistenza e volti umani dopo viaggi drammatici in mare. Per questo Lampedusa è simbolicamente legata a tutto ciò che riguarda migrazioni e accoglienza. Allo stesso tempo, però, non è il luogo in cui arrivano più migranti e l’accoglienza vera e propria non ricade sulla comunità civile, perché l’intero percorso è fortemente militarizzato e gestito in modo emergenziale”.

Un punto particolare dell’isola è il santuario di Porto Salvo con una storia di accoglienza e di speranza. A don Carmelo La Magra chiediamo di spiegare cosa significa avere fede nel ‘Porto Salvo’: “Avere fede nel Porto Salvo significa riconoscere nella Madonna una presenza di protezione, accoglienza e speranza. Per i lampedusani, l’isola richiama una zattera in mezzo al mare, un approdo sicuro per chi viaggia e cerca salvezza. E’ un segno di fiducia rivolto a tutti coloro che, nei secoli, hanno affrontato il mare con il desiderio di raggiungere un porto sicuro”.

Perciò, Giovanni Gueli, dopo 13 anni è ancora valida la domanda di papa Francesco: dove è tuo fratello?

“Sì, dopo 13 anni la domanda di Papa Francesco resta ancora attualissima. E’ una domanda che continua a interpellarci finché non ci riconosciamo davvero come fratelli e finché troppe persone continuano a morire in mare. In questo senso, il messaggio del papa non è ancora stato pienamente ascoltato”.

Infine una risposta corale per raccontarci la sfida a cui è chiamata l’Azione Cattolica diocesana: “L’Azione Cattolica diocesana è chiamata a far risuonare l’invito di papa Francesco e di continuare a raccoglierlo con slancio anche oggi, traducendolo in gesti concreti. E’ una sfida di vicinanza, testimonianza e presenza, anche sull’isola, dove l’Azione Cattolica Italiana è sempre attenta a offrire aiuto e sostegno”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: l’Eucarestia insegna lo stile di vita

“Subito dopo aver rievocato l’Ultima Cena di Gesù, la Costituzione sulla Liturgia parla dell’Eucaristia con questi accenti agostiniani. Per i cristiani, prendere parte alla mensa del Signore significa infatti ‘essere formati dalla Parola di Dio, ristorarsi alla mensa del Corpo del Signore, rendere grazie a Dio’. E’ ricevendolo nella sua Parola e nell’Eucaristia che diventiamo ciò che riceviamo. Diventiamo il Corpo di cui il Capo è il Cristo risorto, assiso alla destra del Padre, il quale ci prepara un posto nei cieli: l’Eucaristia è così il sacramento del Regno che viene”: continuando la catechesi nell’udienza generale, dedicata alla Costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’, papa Leone XIV ha riflettuto ancora sulla liturgia.

Ed al centro dell’azione liturgica c’è l’eucarestia: “L’assemblea liturgica offre il Sacrificio ‘non solo per le mani del sacerdote, ma anche unita a lui’. In questa prospettiva, l’Eucaristia è la forma del sacrificio spirituale dei cristiani, in quanto via dell’unione con Dio e dell’unione reciproca. Partecipandovi, essi imparano ‘ad offrire sé stessi e, di giorno in giorno, a essere consumati, per mezzo di Cristo, nell’unità con Dio e tra di loro’.

Così, incorporandoci a Cristo, l’Eucaristia ci insegna ad adottare lo stile di vita del Signore Gesù stesso, contrassegnato dal dono gratuito di sé. Questo dono ci fa entrare, perciò, nella dinamica dell’unità, che offre un potente antidoto ai fermenti di divisione che minano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro cuore”.

Per questo è stato istituito il Lezionario: “Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha chiesto di aprire più largamente i tesori della Bibbia, perché venga offerta ai fedeli con maggiore abbondanza la mensa della Parola di Dio. La riforma liturgica ha tradotto questa richiesta in quel tesoro che è il Lezionario, cioè il libro che raccoglie tutte le Letture bibliche per le celebrazioni liturgiche. Tale ampiezza è stata attinta alla fonte più pura della Tradizione vivente, che coniuga la fedeltà alla tradizione con l’apertura a un legittimo progresso. L’inizio del capitolo II della Costituzione sulla Liturgia è intessuto di riferimenti al grande fiume della Tradizione, che va dai Padri della Chiesa fino a noi”.

Precedentemente il papa ha ricevuto autori e autrici, in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, ripetendo le parole di Paolo VI agli artisti: “Scrivere, nel modo in cui voi lo fate, è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. ‘La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere’. Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a ‘conquistarci’. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti”.

Quindi la scrittura è un gesto di umanità: “Nel vostro scrivere storie e nel delineare i vostri personaggi voi vi immedesimate in essi, ne cogliete i punti di vista, le emozioni, i sentimenti, gli atteggiamenti… In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria. E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera”.

Ma avvicina anche a Dio: “Infine, scrivere ha a che fare con Dio. Può sembrare azzardato dire questo, ma diversi teologi hanno riflettuto e scritto sulla consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico…

Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela. Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele. Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie”.

In conclusione il riferimento a papa san Paolo VI: “Per questo ripeto a voi, scrittori e scrittrici, ciò che san Paolo VI disse a tutti gli artisti: Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità, dentro i quali la grazia divina possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad essere portatori di misericordia

“Cari fratelli e sorelle, dopo una giornata ricca di incontri e di condivisione, celebrando ora con voi questa Eucaristia, voglio prima di tutto rendere grazie al Signore per il tanto bene che qui si compie ogni giorno, affidandogli l’impegno di tutti e al tempo stesso le sofferenze di cui questa terra è testimone. Vi invito anche a pregare insieme, in questa Santa Messa, per le anime dei fratelli e delle sorelle che hanno perso la vita in mare. Tutto ciò deporremo sulla Mensa con il pane e il vino, mentre ci introduciamo, con la Celebrazione vespertina della Vigilia, nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, a cui la Spagna intera è consacrata. Chiediamo al Signore che in questo momento siano vivi in noi gli stessi sentimenti di umanità, misericordia e compassione del Cuore del Salvatore”: nella celebrazione eucaristica del penultimo giorno della visita apostolica in Spagna papa Leone XIV ha esortato i 50.000 fedeli ad essere pieni di misericordia, perché la carità non diventi assistenzialismo.

Riprendendo le letture della messa della vigilia della solennità del Sacro Cuore ha ricordato la carità di Dio: “Li ha scelti non perché avessero prerogative, doti o meriti particolari, ma per puro amore, e continuerà ad amarli sempre, anche quando, per il loro cuore indurito, non corrisponderanno ai suoi sentimenti.

Questa è la carità di Dio, nella quale ha le sue radici la nostra vocazione all’amore: non fondata sul calcolo, né sul solo sentimento, né riducibile a semplice filantropia, ma pervasiva di tutto il nostro essere: fuoco per l’anima, luce per la mente, impulso irresistibile per la libertà, pace e al tempo stesso tormento per il cuore, che batte in sintonia con altri cuori, coinvolgendo tutta la persona. Perché amare è connaturale all’uomo, anzi è condizione di pienezza della sua stessa esistenza”.

Nel volto di Dio si riconosce la via della vita: “Ed è in questo volto di Dio sempre ‘innamorato’, totalmente e costantemente desideroso del nostro bene e della nostra piena felicità, che noi riconosciamo la via della vita, imparando un modo nuovo di esistere e di rapportarci, un metro diverso per valutare le scelte, uno stile rinnovato e rigenerante di fare comunione…

‘Ricambiare amore per amore’: ecco lo scambio meraviglioso, l’ ‘admirabile commercium’ da cui il Vangelo ci invita a lasciarci coinvolgere, traducendo la misura infinita dell’amore di Dio nella generosità con cui Lo serviamo, ogni giorno, nei fratelli e nelle sorelle che Lui stesso pone sul nostro cammino, specialmente in quelli più bisognosi, indifesi, incapaci di rendere il cambio. Proprio come avviene su quest’isola, nell’accoglienza, nella condivisione, nel dono disinteressato”.

Anche la seconda lettura ricorda la ‘gratuità del Cuore di Cristo’, mandato per dare la vita: “Le sue parole richiamano quelle di Gesù, che ha detto di essere venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza, e che ha ordinato al paralitico guarito: ‘alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina’. In queste espressioni riconosciamo l’invito ad abbracciare maternamente chi soffre, ma al tempo stesso a preparare e spingere chi è stato ferito a rialzarsi e a rimettersi in marcia, per una vita libera e degna”.

Per questo la carità deve integrare la persona: “Effettivamente, la nostra carità non deve essere mero assistenzialismo, ma è volta a integrare le persone, per la loro piena realizzazione (spirituale, intellettuale e fisica) e il loro inserimento degno e costruttivo nella comunità. Solo così il nostro incontrarci, anche a fronte di vicende difficili e dolorose, diventa occasione per gettare semi di speranza nel cammino dell’umanità verso un futuro migliore”.

Quindi la caratteristica del Cuore di Gesù è l’umiltà: “Il Cuore di Gesù è umile, e perciò non ne sentono i battiti i ‘dotti’ ed i ‘sapienti’, cioè quelli che hanno la presunzione di bastare a sé stessi, di sapere tutto, e di non aver bisogno né di Dio né degli altri. A questi, infatti, frastornati dai rimbombi di un “io” ridondante, onnipresente e irrequieto, manca il silenzio necessario per ascoltare in sé e nei fratelli il pulsare nascosto dell’amore”.

E l’umiltà conduce alla carità: “Gesù ci insegna invece, al contrario, che per gustare la gioia vera della vita, che è nell’amore, è necessario scendere dai piedistalli della supponenza che divide, per incontrarsi nell’umiltà che affratella… E’ proprio così. Dove c’è autentica umiltà c’è amore, e dove c’è amore c’è pace, perché solo nell’umiltà conosciamo realmente chi siamo e dunque possiamo amarci, incontrarci, donarci e perdonarci nella verità”.

Insomma è stato un invito ad essere ‘portatori’ della misericordia di Dio: “Guardiamoci perciò a vicenda, non solo in questa giornata, ma sempre, con rispetto e fiducia, e rinnoviamo, in questa consapevolezza, l’impegno a compiere in noi, nella carità, ciò che manca ai patimenti di Cristo, per il bene della Chiesa. Accesi dalla carità del suo Cuore, facciamoci portatori della sua misericordia e della sua pace, perché nel mondo cessino le guerre e cresca attorno a noi una nuova umanità, riconciliata nell’amore”.

(Foto: Santa Sede)

Voci da ‘Magnifica Humanitas’

Papa Leone XIV

“Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un ‘cambiamento d’epoca’, in cui (mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse) la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio”: partiamo da questo paragrafo della prima enciclica di papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’, per cogliere le ‘reazioni’ di alcune associazioni,

Infatti il presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, ha sottolineato che il papa ha messo in evidenza la necessità del multilateralismo: “Il papa descrive con grande lucidità una fase storica segnata dalla crisi del multilateralismo e dalla difficoltà crescente di riconoscersi dentro un destino comune. Le istituzioni internazionali nate per custodire la pace e il bene comune globale appaiono oggi più fragili, non tanto perché manchino strumenti o competenze, quanto perché si è indebolita la volontà condivisa di costruire cooperazione e fiducia”.

Inoltre ha sottolineato che il papa ha evidenziato il potere tecnologico: “Allo stesso tempo l’enciclica richiama l’attenzione su un tema che riguarda sempre più da vicino la vita delle persone: la concentrazione del potere tecnologico. Oggi dati, piattaforme e capacità di calcolo sono nelle mani di pochi soggetti privati che, di fatto, influenzano accesso, partecipazione, visibilità e perfino le forme del lavoro. E’ una questione che interpella la democrazia e la giustizia sociale. Quando la tecnologia diventa opaca, incontestabile o monopolistica, il rischio è che produca nuove dipendenze invece di ampliare gli spazi di libertà”.

Sviluppo tecnologico che non può essere solo competizione: “Come ACLI sentiamo che queste parole ci interrogano profondamente. Ci ricordano che il nostro compito non è soltanto quello di rispondere ai bisogni sociali, ma anche di contribuire a tenere aperto lo spazio pubblico, difendere la dignità del lavoro, promuovere una cittadinanza digitale inclusiva e costruire legami dove troppo spesso prevalgono divisioni e chiusure. L’enciclica di papa Leone XIV ci invita, in fondo, ad abitare meglio il nostro tempo. Ed è una responsabilità che vogliamo continuare ad assumerci”.

Anche il Gruppo Banca Etica ha accolto con speranza tale enciclica, che traccia  una linea di demarcazione etica fondamentale che interroga direttamente i mercati finanziari, l’industria tecnologica e i produttori di armamenti: “Il cuore economico dell’enciclica (paragrafi 157-164) rappresenta, per il Gruppo Banca Etica, la conferma della necessità di un cambio sistemico non più rimandabile. Il testo pontificio sferza duramente la fiducia cieca nella ‘mano invisibile del mercato’, l’illusione del PIL come unico indicatore di benessere e la deriva della ‘finanza per la finanza’, opposta a una finanza per l’economia reale e il lavoro”.

Secondo il presidente di Banca Etica, Aldo Soldi, l’enciclica è una chiara denuncia contro la rendita da capitale: “Il papa denuncia come la rendita da capitale stia soffocando il reddito da lavoro, spesso confinato ai margini. Papa Leone XIV rilancia la funzione sociale del credito: il risparmio deve trasformarsi in credito per l’economia reale, per creare lavoro dignitoso e per accompagnare le transizioni. E’ esattamente la nostra missione: fare in modo che la ricerca della giustizia non sia solamente qualcosa che interviene ‘dopo’ la produzione di ricchezza fine a se stessa, attraverso la redistribuzione, ma impregni le decisioni economiche fin dall’inizio, dalla scelta di quali imprese e progetti finanziare”.

Infine una chiara presa di posizione contro il riarmo: “La richiesta del papa di disarmare l’IA è un imperativo morale che i mercati non possono ignorare. I sistemi d’arma autonomi privano l’essere umano della responsabilità etica della scelta. Attraverso la nostra finanza etica, continueremo a fare pressione sulle aziende globali del tech e dell’aerospazio affinché firmino impegni formali a fermare lo sviluppo di tecnologie di offesa autonoma. Le risorse finanziarie mondiali devono finanziare la transizione ecologica e l’inclusione, non la robotizzazione della guerra”.

Inoltre si propongono stralci di un interessante intervento di don Cosimo Schena sull’essenza umana: “Perché qui il problema non è l’intelligenza artificiale. Le macchine fanno ciò che noi abbiamo insegnato loro a fare. La vera domanda è: che cosa sta diventando l’essere umano? Guardiamoci intorno. Persone che non riescono più a stare cinque minuti nel silenzio. Relazioni che durano meno di una storia Instagram. Gente che fotografa tutto ma non vive niente.

Persone che sorridono online mentre dentro stanno crollando nel silenzio. Ragazzi convinti di non valere abbastanza perché non raggiungono certi numeri. Adulti che dipendono emotivamente da un messaggio, da una visualizzazione, da un like. Ci avevano promesso connessione e abbiamo ottenuto dipendenza. Ci avevano promesso libertà e siamo diventati schiavi dell’approvazione. Ci avevano promesso comunicazione globale e invece abbiamo perso la capacità di guardarci negli occhi senza distrazioni”.

Questo è il ‘centro’ dell’enciclica papale: “E’ questo che mi fa paura. Non il fatto che una macchina possa imitare la voce di un uomo. Mi fa paura vedere uomini che non sanno più consolare nessuno. Persone incapaci di aspettare, di ascoltare davvero, di amare senza convenienza, di restare accanto al dolore senza scappare. Ormai anche le relazioni sembrano diventate prodotti da consumare: ‘Finché mi fai stare bene resto. Quando diventi pesante sparisco. Quando soffri troppo mi allontano. Quando non mi servi più ti sostituisco’. Abbiamo trasformato l’amore in consumo emotivo”.

Il rettore della Pontificia Università Antonianum, p. Giuseppe Buffon, ha espresso un ringraziamento al papa: “Grazie, per aver voluto cogliere nell’epoca dell’intelligenza artificiale un’opportunità per l’avanzamento dello spirito umano, rinunciando al manicheismo di ogni contrapposizione, sempre in agguato di fronte alle res novae, non denuncia di una minaccia, ma stimolo ad andare in profondità verso la scoperta della meraviglia di Dio operata nella sua creatura, non competizione con il tempo accelerato della tecnologia, ma invito a scavare nel mistero della coscienza umana, sacrario dove risuona la voce di Dio”.

Un ringraziamento per l’invito al discernimento: “Ode invece alla genialità umana, che con-creatrice dell’Altissimo necessita di quel discernimento sui rischi tecnocratici, già evidenziati da papa Francesco nella ‘Laudato sì’, metodo per il vaglio di una complessità interconnessa che eviti i riduzionismi. Ode in nome di un Francesco del Cantico che tutti riconosce fratelli e sorelle, affinché ogni potenzialità vesta il grembiule del servizio, chinandosi ai piedi soprattutto dei più poveri”.

Però a chiusura dell’articolo riportiamo alcune frasi dell’intervento alla presentazione dell’enciclica papale da parte dell’antropo co-fondatore Chris Olah: “Ogni laboratorio di AI di frontiera, incluso Anthropic, opera all’interno di una serie di incentivi e vincoli che a volte possono essere in conflitto con il fare la cosa giusta. La pressione per rimanere commercialmente redditizi e per rimanere alla frontiera della ricerca. La pressione geopolitica. E le pressioni più antiche e chiare di orgoglio e ambizione. Non importa quanto sinceramente qualcuno di noi intenda fare la cosa giusta (e credo che molti di noi lo facciano) saremo sempre influenzati da quegli incentivi”.

Insomma questa enciclica è solo un inizio: “Vorrei chiudere con una richiesta. Abbiamo bisogno di più del mondo (comunità religiose, società civile, studiosi, governi e in effetti di tutte le persone di buona volontà) di fare ciò che Sua Santità ha fatto qui: prendere sul serio questo, guardare da vicino e spingere gli eventi in una direzione migliore. Abbiamo bisogno di critici informati che diranno ai laboratori quando stiamo fallendo. Abbiamo bisogno di voci morali che gli incentivi non possano piegarsi”.

Magnifica Humanitas: apertura di speranza per costruire la civiltà dell’amore

Copertina Magnifica humanitas

“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che ‘solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo’. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza”: con un richiamo alla Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’ inizia la prima enciclica di papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’.

La presentazione è avvenuta nel giorno del 135^ anniversario della promulgazione dell’enciclica ‘Rerum Novarum’ di papa Leone XIII e si divide in cinque capitoli ed una conclusione con 245 paragrafi. Il primo capitolo (‘Un pensiero dinamico fedele al Vangelo’) ripercorre la Dottrina sociale della Chiesa nel magistero recente e nel Concilio Vaticano II, mettendone in luce ‘il carattere dinamico’ per vivere nel mondo: “Guardando a questo percorso nel suo insieme, si comprende come la Dottrina sociale della Chiesa non sia il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice, insieme al Concilio Vaticano II, ha offerto un contributo originale alla luce delle ‘cose nuove’ del proprio tempo. Ognuno, assumendo le sfide della propria epoca e leggendo con il Vangelo i mutamenti storici, ha fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità”.

Nel secondo capitolo papa Leone XIV enumera i fondamenti e principi della Dottrina sociale della Chiesa, di cui tra i primi, annovera la dignità della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio: “Ogni potere è al servizio della comunione e della missione. Ogni autorità è al servizio del popolo di Dio. Questa diaconia si manifesta non soltanto nella fede celebrata e vissuta nei Sacramenti, e nell’acquisizione di uno stile sinodale, ma anche nella condivisione concreta dei beni: sull’esempio della Chiesa delle origini, le risorse ecclesiali sono chiamate a diventare realmente comuni, perché tra noi nessuno sia bisognoso e perché la loro amministrazione sostenga la missione di annuncio del Vangelo ai più poveri”.

Il terzo capitolo (‘Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA) entra nel vivo del tema dell’intelligenza artificiale con la ‘messa’ in guardia dal ‘paradigma tecnocratico’, già denunciato da papa Francesco: “. Interrogarci su questa alternativa di progresso e sul nostro modo di interpretarlo e viverlo significa sempre, in fondo, interrogarci anche sul nostro cuore. Il modo in cui pensiamo e strutturiamo le relazioni, il lavoro, le istituzioni, infatti, manifesta i nostri valori fondamentali e, in ultima analisi, nasce da ciò che ci sta più a cuore… Come in tutta la storia umana, anche oggi questi due amori lottano nel nostro cuore per il predominio. Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi”.

Nel quarto capitolo (‘Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà’) l’enciclica guarda alla verità come bene comune ed elemento essenziale della democrazia, affinché la cultura generata dal web possa diventare spazio di maturazione per la ‘libertà interiore e pensiero critico’:

“In tale prospettiva, la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa. Chiede che questi processi siano governati con lungimiranza: da istituzioni capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi; da imprese che riconoscano nel lavoro e nella dignità un criterio di successo; da corpi intermedi e comunità educative che ricostruiscano fiducia e legami; da cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero. Solo così l’innovazione potrà diventare realmente sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio; e solo così la promessa del progresso potrà essere riconosciuta come vera, perché misurata sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna”.

Nel quinto e ultimo capitolo (‘La cultura della potenza e la civiltà dell’amore’) papa Leone XIV ha invitato a costruire la civiltà dell’amore: “Nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo, perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace. Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Lo ‘spirito di Assisi’, suscitato da san Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di papa Francesco (ad esempio nel dialogo con il Grande Imam di al-Azhar), mostra che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato”.

La conclusione riprende l’invito di san Paolo a ‘costruire’ bene nella contemplazione di Gesù: “Per questo, come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità…

Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. E’ il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra. In questo disegno, nulla di ciò che è autenticamente umano andrà perduto, ma tutto verrà purificato e riunito in Colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarle al nulla e consegnarle, redente, al Padre”.

Ed ecco l’esplosione conclusiva dell’enciclica nel ‘Magnificat’: “D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile. Dio ha già spiegato la potenza del suo braccio, ha già disperso i superbi, rovesciato i potenti, innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. Egli ha già soccorso Israele, suo servo”.

L’atteggiamento della Madre di Dio è un modello per i cristiani: “La Vergine Maria non solo ci insegna a vedere l’invisibile opera di Dio, ma indirizza anche il nostro sguardo ‘sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati’, educandoci «ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco’…

Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno. Nella fedeltà umile di ogni giorno, anche il tempo dell’IA può diventare un passaggio in cui lo Spirito fa maturare la civiltà dell’amore nella nostra vita: il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza alla luce dell’Incarnazione”.

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