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L’appello di papa Leone XIV ad aiutare il Medio Oriente cristiano
“So che per voi sostenere le Chiese Orientali non è anzitutto un lavoro, ma una missione esercitata in nome del Vangelo che, come indica la parola stessa, è annuncio di gioia, che rallegra anzitutto il cuore di Dio, il quale non si lascia mai vincere in generosità. Grazie perché, insieme ai vostri benefattori, seminate speranza nelle terre dell’Oriente cristiano, mai come ora sconvolte dalle guerre, prosciugate dagli interessi, avvolte da una cappa di odio che rende l’aria irrespirabile e tossica. Voi siete la bombola di ossigeno delle Chiese Orientali, sfinite dai conflitti. Per tante popolazioni, povere di mezzi ma ricche di fede, siete una luce che brilla nelle tenebre dell’odio. Vi prego, col cuore in mano, di fare sempre tutto il possibile per aiutare queste Chiese, così preziose e provate”: con queste parole papa Leone XIV ha incontrato il card. Claudio Gugerotti, gli altri Superiori del Dicastero, gli Officiali ed i membri delle Agenzie della ROACO (Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali).
Durante l’incontro ha ricordato le violenze subite ed anche compiute dalle Chiese orientali: “La storia delle Chiese cattoliche orientali è stata spesso segnata dalla violenza subita; purtroppo non sono mancate sopraffazioni e incomprensioni pure all’interno della stessa compagine cattolica, incapace di riconoscere e apprezzare il valore di tradizioni diverse da quella occidentale. Ma oggi la violenza bellica sembra abbattersi sui territori dell’Oriente cristiano con una veemenza diabolica mai vista prima”.
Ma anche quelle attuali: “Ne ha risentito pure la vostra sessione annuale, con l’assenza fisica di quanti sarebbero dovuti venire dalla Terra Santa, ma non hanno potuto intraprendere il viaggio. Il cuore sanguina pensando all’Ucraina, alla situazione tragica e disumana di Gaza, e al Medio Oriente, devastato dal dilagare della guerra. Siamo chiamati noi tutti, umanità, a valutare le cause di questi conflitti, a verificare quelle vere e a cercare di superarle, e a rigettare quelle spurie, frutto di simulazioni emotive e di retorica, smascherandole con decisione. La gente non può morire a causa di fake news”.
Ha tracciato anche una strada in cui anche i cristiani possono portare pace: “E mi chiedo: da cristiani, oltre a sdegnarci, ad alzare la voce e a rimboccarci le maniche per essere costruttori di pace e favorire il dialogo, che cosa possiamo fare? Credo che anzitutto occorra veramente pregare. Sta a noi fare di ogni tragica notizia e immagine che ci colpisce un grido di intercessione a Dio. E poi aiutare, come fate voi e come molti fanno, e possono fare, attraverso di voi.
Ma c’è di più, e lo dico pensando specialmente all’Oriente cristiano: c’è la testimonianza. E’ la chiamata a rimanere fedeli a Gesù, senza impigliarsi nei tentacoli del potere. E’ imitare Cristo, che ha vinto il male amando dalla croce, mostrando un modo di regnare diverso da quello di Erode e Pilato: uno, per paura di essere spodestato, aveva ammazzato i bambini, che oggi non cessano di essere dilaniati con le bombe; l’altro si è lavato le mani, come rischiamo di fare quotidianamente fino alle soglie dell’irreparabile”.
Quindi l’invito è lo sguardo a Gesù: “Guardiamo Gesù, che ci chiama a risanare le ferite della storia con la sola mitezza della sua croce gloriosa, da cui si sprigionano la forza del perdono, la speranza di ricominciare, il dovere di rimanere onesti e trasparenti nel mare della corruzione. Seguiamo Cristo, che ha liberato i cuori dall’odio, e diamo l’esempio perché si esca dalle logiche della divisione e della ritorsione. Vorrei ringraziare e idealmente abbracciare tutti i cristiani orientali che rispondono al male con il bene: grazie, fratelli e sorelle, per la testimonianza che date soprattutto quando restate nelle vostre terre come discepoli e come testimoni di Cristo”.
E la memoria ritorna all’attentato alla chiesa di Damasco: “Cari amici della ROACO, nel vostro lavoro voi vedete, oltre a molte miserie causate dalla guerra e dal terrorismo (penso al recente terribile attentato nella chiesa di sant’Elia a Damasco) anche fiorire germogli di Vangelo nel deserto. Scoprite il popolo di Dio che persevera volgendo lo sguardo al Cielo, pregando Dio e amando il prossimo. Toccate con mano la grazia e la bellezza delle tradizioni orientali, di liturgie che lasciano abitare a Dio il tempo e lo spazio, di canti secolari intrisi di lode, gloria e mistero, che innalzano un’incessante richiesta di perdono per l’umanità. Incontrate figure che, spesso nel nascondimento, vanno ad aggiungersi alle grandi schiere dei martiri e dei santi dell’Oriente cristiano. Nella notte dei conflitti siete testimoni della luce dell’Oriente”.
Infine l’invito a tutti i cristiani ad una maggiore conoscenza della ‘cultura’ delle Chiese orientali: “Vorrei che questa luce di sapienza e di salvezza sia più conosciuta nella Chiesa cattolica, nella quale sussiste ancora molta ignoranza al riguardo e dove, in alcuni luoghi, la fede rischia di diventare asfittica anche perché non si è realizzato il felice auspicio espresso più volte da san Giovanni Paolo II…E c’è bisogno pure di incontro e di condivisione dell’azione pastorale, perché i cattolici orientali oggi non sono più cugini lontani che celebrano riti ignoti, ma fratelli e sorelle che, a motivo delle migrazioni forzate, ci vivono accanto. Il loro senso del sacro, la loro fede cristallina, resa granitica dalle prove, e la loro spiritualità che profuma del mistero divino possono giovare alla sete di Dio latente ma presente in Occidente”.
La giornata ‘papale’ era stata aperta dall’incontro con i vescovi delle congregazioni redentoriste e scalabriniane: “Tutti e due furono fondatori, diventarono vescovi e seppero rispondere alle sfide di sistemi sociali ed economici che, se da una parte aprivano nuove frontiere a vari livelli, dall’altra si lasciavano alle spalle tanta miseria inascoltata e tanti problemi, creando sacche di degrado di cui nessuno sembrava volersi occupare…
Anche nel nostro mondo l’opera del Signore sempre ci precede: ad essa siamo chiamati a conformare le nostre menti e i nostri cuori attraverso un sapiente discernimento; e sono convinto che il confronto che avete promosso sarà molto utile a questo scopo. Vi incoraggio, perciò, a mantenere e a coltivare anche per il futuro questi rapporti di aiuto fraterno, con generosità e disinteresse, per il bene di tutto il Gregge di Cristo”.
(Foto: Santa Sede)
Nel ricordo del card. Hossu papa Leone XIV condanna ogni violenza
Ieri pomeriggio in Cappella Sistina papa Leone XIV ha commemorato il card. Iuliu Hossu (1885-1970), beato romeno, vescovo greco-cattolico martire della fede durante la persecuzione comunista, ricordando il suo impegno coraggioso nel ‘salvare dalla morte migliaia di ebrei’, durante l’Olocausto, beatificato nel 2019 da papa Francesco, definito “un apostolo della speranza: il beato cardinale Iuliu Hossu, vescovo greco-cattolico di Cluj-Gherla, pastore e martire della fede durante la persecuzione comunista in Romania. Oggi, in un certo senso, egli entra in questa Cappella, dopo che san Paolo VI, il 28 aprile 1969, lo creò cardinale in pectore, mentre era in prigione per essere rimasto fedele alla Chiesa di Roma”.
Infatti questo è un anno particolare: “Quello in corso è un anno speciale dedicato al cardinale Iuliu Hossu, simbolo di fratellanza al di là di ogni confine etnico o religioso. Il suo processo di riconoscimento quale ‘Giusto tra le Nazioni’, avviato nel 2022, si basa sul suo impegno coraggioso di sostenere e salvare gli ebrei della Transilvania del Nord quando, tra il 1940 e il 1944, i nazisti attuarono il tragico piano di deportarli nei campi di sterminio”.
Ed ha ripercorso la sua vita: “Correndo rischi enormi per sé e per la Chiesa Greco-Cattolica, il Beato Hossu intraprese numerose azioni in favore degli ebrei, per evitarne la deportazione. Nella primavera del 1944, mentre a Cluj-Napoca (in ungherese Kolozsvár) e in altre città della Transilvania si preparava la loro ghettizzazione, egli mobilitò il clero e i fedeli greco-cattolici, pubblicando il 2 aprile 1944 una lettera pastorale, di cui abbiamo testimonianza tramite Moshe Carmilly-Weinberger, ex rabbino capo della Comunità ebraica di Cluj-Napoca, in cui lanciò un richiamo vibrante e profondamente umano… Secondo la testimonianza dello stesso ex Rabbino capo, il Cardinale Hossu, negli anni 1940-1944, contribuì a salvare dalla morte migliaia di ebrei della Transilvania settentrionale”.
Il papa ha sottolineato che egli è stato uomo di fede: “La speranza del grande Pastore è stata quella dell’uomo fedele, il quale sa che le porte del male non prevarranno contro l’opera di Dio. La sua vita è stata una testimonianza di fede vissuta fino in fondo, nella preghiera e nella dedizione al prossimo. Fu un uomo di dialogo e un profeta di speranza, e papa Francesco lo ha beatificato il 2 giugno 2019 a Blaj”.
Ricordando le parole dell’omelia di papa Francesco sul significato del martirio il papa ha sottolineato lo ‘spirito’ del martire: In quell’occasione, nell’omelia, citò una sua frase come sintesi della sua vita: ‘Dio ci ha mandato in queste tenebre della sofferenza per donare il perdono e pregare per la conversione di tutti’. Queste parole esprimono l’essenza dello spirito dei martiri: fede incrollabile in Dio, senza odio ma con la misericordia che trasforma la sofferenza in amore verso i persecutori. Esse rimangono ancora oggi un invito profetico a superare l’odio attraverso il perdono e a vivere la fede con dignità e coraggio”.
Proprio per rimanere fedele ai martiri la Chiesa chiede sempre il rispetto della dignità umana: “Vicina alle sofferenze del popolo ebraico, culminate nel dramma dell’Olocausto, la Chiesa sa bene cosa significano dolore, emarginazione e persecuzione. Proprio per questo sente l’impegno a costruire una società incentrata sul rispetto della dignità umana come esigenza della coscienza”.
Per questo il papa ha sottolineato che il messaggio del card. Hossu è ancora attuale: “Ciò che egli ha fatto per gli ebrei della Romania, le azioni che ha compiuto per proteggere il prossimo, nonostante ogni rischio e pericolo, lo mostrano come modello di uomo libero, coraggioso e generoso fino al sacrificio supremo. Ecco perché il suo motto ‘La nostra fede è la nostra vita’ dovrebbe diventare il motto di ciascuno di noi”.
In conclusione l’auspicio del papa è una ferma presa di posizione contro ogni forma di violenza: “Auspico che il suo esempio, che ha anticipato i contenuti poi espressi nella dichiarazione ‘Nostra Aetate’ del Concilio Ecumenico Vaticano II, di cui è prossimo il sessantesimo anniversario, come pure la vostra amicizia, siano una luce per il mondo di oggi: diciamo ‘no’ alla violenza, ad ogni violenza, ancor più se perpetrata contro persone inermi e indifese, come bambini e famiglie!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ai rappresentanti religiosi per una fraternità di pace
“Con grande gioia rivolgo il mio saluto cordiale a tutti voi, Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, come pure di altre religioni, che avete voluto prendere parte alla celebrazione inaugurale del mio ministero di Vescovo di Roma e Successore di Pietro. Mentre esprimo affetto fraterno a Sua Santità Bartolomeo, a Sua Beatitudine Theofilos III e a Sua Santità Mar Awa III, a ciascuno di voi sono sentitamente grato: la vostra presenza e la vostra preghiera sono per me di grande conforto e incoraggiamento”: con questo saluto papa Leone XIV questa mattina ha ricevuto in udienza i rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali e di altre religioni con l’esortazione ad un impegno comune, libero da condizionamenti ideologici e politici, per la pace nel mondo. Incoraggia il cammino ecumenico, invitandoli a proseguire il dialogo fra ebrei e cristiani ed a fondare ‘sul rispetto reciproco e sulla libertà di coscienza’ le relazioni con i musulmani.
E’ stato un richiamo necessario a continuare il cammino proposto da papa Francesco sulla necessità della fraternità, mosso dallo Spirito Santo: “Uno dei punti forti del pontificato di papa Francesco è stato quello della fraternità universale. Su questo lo Spirito Santo lo ha davvero ‘spinto’ a far avanzare a grandi passi le aperture e le iniziative già intraprese dai pontefici precedenti, soprattutto a partire da san Giovanni XXIII”.
E’ stato un cammino necessario per la valorizzazione dell’incontro con un esplicito richiamo all’enciclica ‘Fratelli tutti’: “Il papa della ‘Fratelli tutti’ ha promosso sia il cammino ecumenico sia il dialogo interreligioso, e lo ha fatto soprattutto coltivando le relazioni interpersonali, in modo tale che, senza nulla togliere ai legami ecclesiali, fosse sempre valorizzato il tratto umano dell’incontro. Dio ci aiuti a fare tesoro della sua testimonianza!”
E non poteva mancare un chiaro richiamo al Concilio niceno: “La mia elezione è avvenuta mentre ricorre il 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea. Quel Concilio rappresenta una tappa fondamentale per l’elaborazione del Credo condiviso da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali. Mentre siamo in cammino verso il ristabilimento della piena comunione tra tutti i cristiani, riconosciamo che questa unità non può che essere unità nella fede. In quanto Vescovo di Roma, considero uno dei miei doveri prioritari la ricerca del ristabilimento della piena e visibile comunione tra tutti coloro che professano la medesima fede in Dio Padre e Figlio e Spirito Santo”.
Ed il Concilio di Nicea è un richiamo a sant’Agostino: “In realtà, quella per l’unità è sempre stata una mia costante preoccupazione, come testimonia il motto che ho scelto per il ministero episcopale: In Illo uno unum, un’espressione di Sant’Agostino di Ippona che ricorda come anche noi, pur essendo molti, ‘in Quell’unico, cioè Cristo, siamo uno’. La nostra comunione si realizza, infatti, nella misura in cui convergiamo nel Signore Gesù. Più siamo fedeli e obbedienti a Lui, più siamo uniti tra di noi. Perciò, come cristiani, siamo tutti chiamati a pregare e lavorare insieme per raggiungere passo dopo passo questa meta, che è e rimane opera dello Spirito Santo”.
Per questo papa Leone XIV proseguirà il cammino intrapreso da papa Francesco: “Consapevole, inoltre, che sinodalità ed ecumenismo sono strettamente collegati, desidero assicurare la mia intenzione di proseguire l’impegno di Papa Francesco nella promozione del carattere sinodale della Chiesa Cattolica e nello sviluppo di forme nuove e concrete per una sempre più intensa sinodalità in campo ecumenico”.
Però questo cammino deve coinvolgere tutti: “Il nostro cammino comune può e deve essere inteso anche in un senso largo, che coinvolge tutti, nello spirito di fraternità umana a cui accennavo sopra. Oggi è tempo di dialogare e di costruire ponti. E pertanto sono lieto e riconoscente per la presenza dei Rappresentanti di altre tradizioni religiose, che condividono la ricerca di Dio e della sua volontà, che è sempre e solo volontà d’amore e di vita per gli uomini e le donne e per tutte le creature”.
E’ un richiamo alla Dichiarazione di Abu Dhabi, sottoscritta nel 2019: “Voi siete stati testimoni dei notevoli sforzi compiuti da papa Francesco in favore del dialogo interreligioso. Attraverso le sue parole e le sue azioni, ha aperto nuove prospettive di incontro, per promuovere ‘la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio’. E ringrazio il Dicastero per il Dialogo Interreligioso per il ruolo essenziale che svolge in questo paziente lavoro di incoraggiamento agli incontri e agli scambi concreti, volti a costruire relazioni basate sulla fratellanza umana”.
Un saluto particolare è stato rivolgo agli ebrei, ricordando ka dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’: “A motivo delle radici ebraiche del cristianesimo, tutti i cristiani hanno una relazione particolare con l’ebraismo. La Dichiarazione conciliare ‘Nostra aetate’ sottolinea la grandezza del patrimonio spirituale comune a cristiani ed ebrei, incoraggiando alla mutua conoscenza e stima. Il dialogo teologico tra cristiani ed ebrei rimane sempre importante e mi sta molto a cuore. Anche in questi tempi difficili, segnati da conflitti e malintesi, è necessario continuare con slancio questo nostro dialogo così prezioso”.
Ed un saluto è stato rivolto anche ai mussulmani: “I rapporti tra la Chiesa Cattolica e i musulmani sono stati segnati da un crescente impegno per il dialogo e la fraternità, favorito dalla stima per questi fratelli e sorelle ‘che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini’. Tale approccio, fondato sul rispetto reciproco e sulla libertà di coscienza, rappresenta una solida base per costruire ponti tra le nostre comunità”.
L’incontro è stato concluso da un appello alla pace: “A tutti voi, Rappresentanti delle altre tradizioni religiose, esprimo la mia gratitudine per la vostra partecipazione a questo incontro e per il vostro contributo alla pace. In un mondo ferito dalla violenza e dai conflitti, ognuna delle comunità qui rappresentate reca il proprio apporto di saggezza, di compassione, di impegno per il bene dell’umanità e la salvaguardia della casa comune.
Sono convinto che, se saremo concordi e liberi da condizionamenti ideologici e politici, potremo essere efficaci nel dire ‘no’ alla guerra e ‘sì’ alla pace, ‘no’ alla corsa agli armamenti e ‘sì’ al disarmo, ‘no’ a un’economia che impoverisce i popoli e la Terra e ‘sì’ allo sviluppo integrale. La testimonianza della nostra fraternità, che mi auguro potremo mostrare con gesti efficaci, contribuirà certamente a edificare un mondo più pacifico, come desiderano in cuor loro tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la centralità è Gesù Cristo
“So di poter contare su ognuno di voi per camminare con me mentre continuiamo come Chiesa, come comunità di amici di Gesù, come credenti ad annunciare la buona notizia, ad annunciare il Vangelo”: sono le prime parole in inglese pronunciate nell’omelia della Messa pro Ecclesia con i cardinali nella Cappella Sistina da papa Leone XIV con l’invito a testimoniare la fede negli ambienti in cui ‘è considerata una cosa assurda’, perché ‘si preferiscono tecnologia, denaro, successo, potere, piacere’.
Continuando l’omelia in italiano il papa si è soffermato sulla professione di fede dell’apostolo Pietro: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre. In Lui Dio, per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo, fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità.
E nella risposta l’apostolo sottolinea le cose necessarie per la salvezza: “Pietro, nella sua risposta, coglie tutte e due queste cose: il dono di Dio e il cammino da percorrere per lasciarsene trasformare, dimensioni inscindibili della salvezza, affidate alla Chiesa perché le annunci per il bene del genere umano. Affidate a noi, da Lui scelti prima che ci formassimo nel grembo materno, rigenerati nell’acqua del Battesimo e, al di là dei nostri limiti e senza nostro merito, condotti qui e di qui inviati, perché il Vangelo sia annunciato ad ogni creatura”.
Per questo Gesù vuole sapere dagli apostoli cosa pensa la gente: “Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni… Pensando alla scena su cui stiamo riflettendo, potremmo trovare a questa domanda due possibili risposte, che delineano altrettanti atteggiamenti”.
Infatti a Gesù interessa anche il pensiero del ‘mondo’: “C’è prima di tutto la risposta del mondo. Matteo sottolinea che la conversazione fra Gesù e i suoi circa la sua identità avviene nella bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon, ma anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà. Questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo ‘mondo’ non esiterà a respingerlo e a eliminarlo”.
Per questo Gesù insiste con gli apostoli: “C’è poi l’altra possibile risposta alla domanda di Gesù: quella della gente comune. Per loro il Nazareno non è un ‘ciarlatano’: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele. Per questo lo seguono, almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anche essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi”.
In questo consiste la vitalità evangelica: “Colpisce, di questi due atteggiamenti, la loro attualità. Essi incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente (magari espresse con un linguaggio diverso, ma identiche nella sostanza) sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”.
Per questo papa Francesco aveva sempre invitato ad annunciare il Vangelo anche in luoghi dove è la mancanza di fede attraverso la ‘gioia’: “Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco”.
Quindi è necessario annunciare Gesù Figlio di Dio: “Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto”.
Per compiere tale annunzio è necessario avere un rapporto ‘personale’ con Gesù: “E’ essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia”.
Ha concluso l’omelia con un richiamo di sant’Ignazio di Antiochia per ribadire la centralità di Gesù nel mondo e non di chi annuncia il Vangelo: “Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio questa mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale, secondo la celebre espressione di sant’Ignazio di Antiochia. Egli, condotto in catene verso questa città, luogo del suo imminente sacrificio, scriveva ai cristiani che vi si trovavano: ‘Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo’.
Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo (e così avvenne), ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.
(Foto: Santa Sede)
Conclusi i Novendiali: san Pietro rinnova la fede in Gesù Cristo
Mentre il presbiteriano Donald Trump ha il desiderio di diventare papa (il presbiterianesimo nasce soprattutto dalla riforma calvinista), ieri pomeriggio nella basilica di san Pietro, si sono concluse le celebrazioni eucaristiche dei Novendiali in suffragio di papa Francesco, presieduta dal protodiacono del Collegio cardinalizio, card. Dominique Mamberti, nella terza domenica dopo Pasqua, in cui Gesù invita gli apostoli alla sequela:
“L’episodio rammenta quello della prima pesca miracolosa, narrato da Luca, quando Gesù aveva chiamato Simone, Giacomo e Giovanni, annunciando a Simone che sarebbe diventato pescatore di uomini. Da quel momento, Pietro l’aveva seguito, a volte nell’incomprensione e perfino nel tradimento, ma nell’incontro di oggi, ultimo prima del ritorno di Cristo presso il Padre, Pietro riceve da lui il compito di pascere il suo gregge”.
In questa pagina evangelica la parola che emerge è quella del riconoscimento attraverso l’amore: “L’amore è la parola chiave di questa pagina evangelica. Il primo a riconoscere Gesù è ‘il discepolo che Gesù amava’, Giovanni, che esclama ‘è il Signore!’, e Pietro subito si getta in mare per raggiungere il Maestro. Dopo che avessero condiviso il cibo, ciò che avrà acceso nel cuore degli Apostoli il ricordo dell’ultima cena, inizia il dialogo tra Gesù e Pietro, la triplice domanda del Signore e la triplice risposta di Pietro”.
Riprendendo gli insegnamenti di papa san Giovanni Paolo II e di papa Benedetto XVI il protodiacono ha sottolineato che l’amore è la missione della Chiesa: “Questa missione è l’amore stesso, che si fa servizio alla Chiesa e a tutta l’umanità… Abbiamo tutti ammirato quanto papa Francesco, animato dall’amore del Signore e portato dalla Sua grazia, sia stato fedele alla sua Missione fino all’estremo consumo delle sue forze. Ha ammonito i potenti che bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini e ha proclamato all’umanità intera la gioia del Vangelo, il Padre Misericordioso, Cristo Salvatore.
L’ha fatto nel suo Magistero, nei suoi viaggi, nei suoi gesti, nel suo stile di vita. Ero vicino a lui il giorno di Pasqua, alla loggia delle benedizioni di questa Basilica, testimone della sua sofferenza, ma soprattutto del suo coraggio e della sua determinazione di servire il Popolo di Dio fino alla fine”.
E la missione della Chiesa si rivela nella sua capacità di adorazione: “L’adorazione è una dimensione essenziale della missione della Chiesa e della vita dei fedeli… Questa capacità che dà l’adorazione non era difficile da riconoscere in papa Francesco. La sua intensa vita pastorale, i suoi innumerevoli incontri, erano fondati sui lunghi momenti di preghiera che la disciplina ignaziana aveva improntato in lui…
E tutto quanto egli faceva, lo faceva sotto lo sguardo di Maria. Ci rimarranno nella memoria e nel cuore le sue centoventisei soste davanti alla Salus Populi Romani. E ora che riposa vicino all’amata Immagine, lo affidiamo con gratitudine e fiducia all’intercessione della Madre del Signore e Madre nostra”.
Mentre nel penultimo giorno dei Novendiali il card. Ángel Fernández Artime, già pro-prefetto del dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, ha incentrato l’omelia sul valore della preghiera per i morti: “Sant’Alfonso Maria de’ Liguori insegna che pregare per i morti è la più grande opera di carità. Quando aiutiamo materialmente i nostri vicini, condividiamo beni effimeri, ma quando preghiamo per loro lo facciamo con beni eterni. In modo simile è vissuto il Santo Curato d’Ars, patrono universale dei sacerdoti”.
Ed ha spiegato il significato di questa particolare preghiera: “Pregare per i morti significa, quindi, amare coloro che sono morti ed è ciò che facciamo ora per papa Francesco, radunati come Popolo di Dio, insieme ai pastori e in modo particolare questa sera con una presenza molto significativa di consacrate e consacrati. Il Santo Padre Francesco si è sentito molto ben voluto dal Popolo di Dio e sapeva che anche gli appartenenti alle diverse espressioni della vita consacrata lo amavano; pregavano per il suo ministero, per la persona del papa, per la Chiesa, per il mondo”.
La preghiera è molto importante per ‘testimoniare’ Gesù: “Fratelli e sorelle, è vero che tutti noi, tutta questa assemblea in quanto battezzati, siamo chiamati ad essere testimoni del Signore Gesù, morto e risorto. Ma è altrettanto vero che noi, consacrati e consacrate, abbiamo ricevuto questa vocazione, questa chiamata al discepolato che ci chiede di testimoniare il primato di Dio con tutta la nostra vita”.
La preghiera è una ‘missione’ affidata in modo particolare alle persone consacrate: Questa missione è particolarmente importante quando (come oggi in molte parti del mondo) si sperimenta l’assenza di Dio o si dimentica troppo facilmente la sua centralità. Allora possiamo assumere e fare nostro il programma di San Benedetto Abate, sintetizzato nella massima ‘nulla anteporre all’amore di Cristo’.
E’ stato il Santo Padre Benedetto XVI a sfidarci in questo modo: all’interno del Popolo di Dio le persone consacrate sono come sentinelle che scorgono e annunciano la vita nuova già presente nella nostra storia… Siamo, dunque, chiamati ad essere nel mondo segno credibile e luminoso del Vangelo e dei suoi paradossi. Senza conformarci alla mentalità di questo secolo, ma trasformandoci e rinnovando continuamente il nostro impegno”.
Nel riconoscimento di Gesù si coglie la gioia della Pasqua: “E’ solo la presenza di Gesù Risorto che trasforma ogni cosa: il buio è vinto dalla luce; il lavoro inutile diventa nuovamente fecondo e promettente; il senso di stanchezza e di abbandono lascia il posto a un nuovo slancio e alla certezza che Lui è con noi. Quanto accaduto per i primi e privilegiati testimoni del Signore può e deve diventare programma di vita per tutti noi”.
Nel frattempo oggi i cardinali si riuniscono per le Congregazione generali sia la mattina che nel pomeriggio; mentre per martedì 6 maggio è prevista soltanto una sessione la mattina, ma potrebbero eventualmente aggiungerne un’altra il pomeriggio se necessario.
(Foto: Santa Sede)
Novendiali: papa Francesco artefice di unità
Da mercoledì 7 maggio i cardinali elettori si riuniranno nella Cappella Sistina, immersi nella bellezza degli affreschi michelangioleschi, mentre continuano i preparativi, sia un punto di vista logistico, sia soprattutto per ragionare intorno alle questioni che il 266^ successore di Pietro dovrà affrontare in comunione con tutta la Chiesa. Intanto sul tetto della Cappella Sistina è stato montato il comignolo, mentre i cardinali hanno parlato di evangelizzazione e di Chiese orientali, di testimonianza dell’unità, ma anche dell’importanza del Codice di Diritto canonico, dell’ermeneutica della continuità negli ultimi tre pontificati, della liturgia e della sinodalità.
Nel frattempo proseguono le cerimonie dei Novendiali, nei quali il card. Claudio Gugerotti, già Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ha sottolineato la fede nella resurrezione: “La risurrezione, infatti, come ci ricorda la prima Lettura, non è un fenomeno intrinseco alla natura umana. E’ Dio che ci fa risorgere, mediante il suo Spirito. Dalle acque del Battesimo noi siamo emersi come nuove creature, familiari di Dio, suoi intimi o, come dice San Paolo, figli adottivi e non più schiavi…
A questo grido si associa la creazione intera che, nelle doglie del parto, aspetta la sua guarigione. Sembrano avere così poco valore oggi il creato e la persona umana. Eppure tra noi ci sono cardinali, come quelli provenienti dall’Africa, che sentono spontaneamente la bellezza del frutto di queste doglie, perché una nuova vita è per i loro popoli un valore inestimabile”.
Nella resurrezione la creazione prende nuova forza: “Intorno a noi non facciamo altro che percepire il grido della creazione e in essa quello di chi è destinato alla gloria ed è la finalità per la quale la creazione è stata voluta: la persona umana. Grida la terra ma soprattutto grida una umanità travolta dall’odio, a sua volta frutto di una profonda svalutazione del valore della vita che, come abbiamo sentito, per noi cristiani è partecipazione alla famiglia di Dio, fino alla concorporeità e consanguineità con il Cristo Signore, che stiamo celebrando in questo sacramento dell’Eucaristia”.
Infatti nell’omelia il card. Gugerotti ha sottolineato il valore della vita: “Chi ama la sua vita la perderà, ci ricorda il Vangelo secondo Giovanni, e chi odia la propria vita la troverà. In questa frase così estrema il Signore esprime la nostra specificità di cristiani, considerati dal mondo seguaci di un perdente, di uno sconfitto della vita, che attraverso la morte, e non attraverso l’edificazione di un regno terreno, ha salvato il mondo e redento ciascuno di noi”.
Tale vangelo della vita è sempre stato insegnato da papa Francesco: “Papa Francesco ci ha insegnato a raccogliere il grido della vita violata, ad assumerlo e presentarlo al Padre, ma anche ad operare per alleviare concretamente il dolore che suscita questo grido, a qualsiasi latitudine e negli infiniti modi con cui il male ci indebolisce e ci distrugge”.
Nonostante le incomprensioni del passato oggi la Chiesa sta ritornando a respirare con due polmoni: “Papa Francesco, che ci ha insegnato ad amare la diversità e la ricchezza dell’espressione di tutto ciò che è umano, oggi credo esulti al vederci insieme per la preghiera per lui e per l’intercessione di lui. E noi ancora una volta ci impegniamo, mentre molti di loro sono costretti a lasciare le loro antiche terre, che furono Terra Santa, per salvare la vita e vedere un mondo migliore, a sensibilizzarci, come aveva voluto il nostro papa, per accoglierli e aiutarli nelle nostre terre a conservare la specificità del loro apporto cristiano, che è parte integrante del nostro essere Chiesa cattolica”.
E le liturgie orientali sono ricche di bellezza: “La loro liturgia è tutta intessuta di questo stupore. E così, ad esempio, in questo tempo liturgico, la tradizione bizantina ripete senza fine questa esperienza ineffabile, dicendo, cantando e comunicando agli altri: ‘Cristo è risorto dai morti, calpestando con la morte la morte, e ai morti dei sepolcri ha elargito la vita’. E lo ripetono costantemente, come per farlo entrare nel cuore proprio e degli altri.
Questo stesso stupore esprime anche la liturgia armena, nel pregare con le parole di quel san Gregorio di Narek che proprio Papa Francesco volle ascrivere tra i Dottori della Chiesa e che la tradizione ha reso parte integrante dell’eucologia eucaristica… Ecco solo due esempi della forza vibrante con cui l’emozione del cuore si mescola in oriente alla lucidità della mente per descrivere la nostra immensa povertà salvata dall’infinità dell’amore di Dio”.
Mentre nel sesto giorno dei Novendiali il card. Víctor Manuel Fernández, già Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha evidenziato la tenerezza di papa Francesco nell’annunciare Cristo: “Papa Francesco è di Cristo, appartiene a Lui, e ora che ha lasciato questa terra è pienamente di Cristo. Il Signore ha preso Jorge Bergoglio con se sin dal suo battesimo, e lungo tutta la sua esistenza. Lui è di Cristo, che ha promesso per lui la pienezza della vita.
Sapete con quanta tenerezza parlava di Cristo papa Francesco, come godeva il dolce nome di Gesù, come buon gesuita. Lui sapeva bene di essere suo, e sicuramente Cristo non l´ha lasciato, non l´ha perso. Questa è la nostra speranza che celebriamo con gioia pasquale sotto la luce preziosa di questo Vangelo di oggi. Non possiamo ignorare che stiamo celebrando pure la giornata dei lavoratori, che stavano tanto a cuore a papa Francesco”.
E’ stato un ricordo particolare nella giornata della festa del lavoro: “Ma permettetemi presentare pure papa Francesco come un lavoratore. Lui non solo parlava del valore del lavoro, ma tutta la sua vita è stato uno che viveva la sua missione con grande sforzo, passione e compromesso. Per me è stato sempre un mistero capire come poteva sopportare, anche essendo un uomo grande e con diverse malattie, un ritmo di lavoro così tanto esigente. Lui non solo lavorava al mattino con diverse riunioni, udienze, celebrazioni ed incontri, ma anche tutto il pomeriggio. E mi è sembrato veramente eroico che con le pochissime forze che aveva nei suoi ultimi giorni si è fatto forte per visitare un carcere”.
Al termine ha ricordato la particolare devozione del papa a san Giuseppe: “Infine, fatemi ricordare l’amore di Papa Francesco verso san Giuseppe, quel forte e umile lavoratore, quel falegname di un piccolo paese dimenticato, che col suo lavoro si prendeva cura de Maria e di Gesù. E ricordiamo pure che quando Papa Francesco aveva un grosso problema, metteva un pezzetto di carta con una supplica sotto l’immagine di san Giuseppe”.
(Foto: Santa Sede)
Seconda domenica di Pasqua: Tommaso ‘mio Signore e mio Dio’
Gesù visita la sua Chiesa (i suoi discepoli) il giorno stesso della sua risurrezione: l’indomani del sabato. In verità né i Romani né i Greci conoscevano la settimana: per i Romani il mese si divideva in calende, idi e none; per i Greci il mese era costituito da tre decadi. La settimana è di origine ebraica: in essa il settimo giorno era il sabato. Nel mondo cristiano è festa l’indomani del sabato detto ‘dies Domini’: il giorno in cui i discepoli esultarono per il Cristo risorto, come Egli stesso aveva detto.
La giornata era iniziata all’insegna della paura; paura per i discepoli ancora traumatizzati per la passione e morte di Gesù in croce; paura per i Giudei che temevano Gesù vivo perché tutti andavano da Lui; di Gesù morto perchè aveva assicurato: dopo tre giorni risusciterò. La risurrezione di Gesù è stata la novità sconvolgente: mentre tutti temono, Gesù risorge e la sua risurrezione appare l’evento reale, storico, attestato subito da molti ed autorevoli testimoni.
Gesù risorto lo stesso giorno va a trovare i suoi discepoli nel cenacolo e conferisce loro tre doni. la pace, la gioia, e la missione da compiere: ‘Pace a voi; come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi’: Io sono, dice Gesù, l’alfa e l’omega; il primo e l’ultimo, il Vivente; ero morto ora vivo per sempre. Gesù si presenta vivo ai suoi discepoli, chiusi nel cenacolo per la paura, e presenta loro le sue piaghe.; dona ai suoi discepoli la pace come frutto della sua vittoria sulla morte e sul peccato.
Chi crede avrà la vita eterna e può invocare Dio: ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La risurrezione di Gesù, dirà sant’Agostino, è la nostra speranza perchè ci introduce in un nuovo futuro. La sua risurrezione non è un semplice ritorno alla vita precedente; è il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova che interesserà ciascuno di noi, l’umanità; perché come Cristo è risorto anche noi risorgeremo. Questo evento introduce l’uomo alla vita eterna. La risurrezione di Gesù è l’evento che intere generazioni hanno accolto con fede sincera e testimoniato con il sangue.
Quel giorno Tommaso non era presente quando Gesù venne ed entrò a porte chiuse; informato dell’avvenimento, incredulo, disse: ‘Se non vedo lo con i miei occhi e non metto il dito nelle sue piaghe, non credo’. Tommaso esige una esperienza personale, chiede l’incontro con il Risorto: non una fede per sentito dire ma una fede illuminata; non chiede di vedere il viso di Gesù ma toccare le sue piaghe. La liturgia bizantina la definisce: ‘felice incredulità’; infatti servì a Gesù per dare a tutti ancora una prova della sua risurrezione già precedentemente annunziata.
Otto giorni dopo Gesù viene incontro all’incredulità di Tommaso invitandolo a toccare le sue piaghe. E’ certo un insegnamento per tutti; è come se Gesù dicesse oggi: non sei in pace? tocca le mie piaghe, da esse scaturisce la misericordia divina. Le paghe di Gesù sono un vero tesoro: sei triste?, sei angosciato?, hai problemi di qualsiasi natura?; dalle piaghe di Gesù scaturisce la pace; attraverso le sue piaghe riacquisti la vera gioia; quella che solo Gesù può donarci. Con la pace e la gioia nel cuore sei chiamato a vivere la tua missione di cristiano e di figlio di Dio.
Gesù infatti oggi affida a me, a te, a ciascuno di noi il compito di attuare e perpetuare la sua missione: ‘Come il Padre ha mandato me, Io mando voi!’ Essere cristiano oggi significa essere testimoni credibili della sua passione, morte e risurrezione: ‘Mio Signore e mio Dio’, disse Tommaso toccando le piaghe di Gesù. Amico che ascolti, gioisci , oggi è Pasqua perchè Gesù è risorto e anche noi risorgeremo. Affidiamoci con fede vera all’intercessione di Maria, regina del cielo e della terra, e nostra dolcissima mamma.
A Genova la democrazia nasce dalla Resistenza
“E’ per me un’occasione importante poter essere qui con tutti voi per celebrare oggi, qui a Genova, l’ottantesimo anniversario della liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Una regione, la Liguria, che, ricca di virtù patriottiche, tanto ha contribuito alla conquista della libertà del nostro popolo. Rendiamo onore alle popolazioni che seppero essere protagoniste nel sostenere e affiancare i partigiani delle montagne e delle città”.
Per celebrare 80 anni della Liberazione il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha scelto Genova, che è il simbolo di un contributo decisivo della Resistenza italiana alle sorti del conflitto, in quanto a seguito dell’insurrezione avvenuta tra la sera del 23 e il 26 aprile 1945 rappresenta l’unico caso europeo in cui un intero dispositivo militare tedesco si arrende alle forze della Resistenza senza alcun intervento bellico da parte degli Alleati che sono sopraggiunti il giorno successivo.
Ed ha raccontato la ‘lezione morale’ della Liguria, in cui molte città sono state insignite al valore civile: “Dalla città di Genova, Medaglia d’oro al valor militare per la lotta di Liberazione che (recita la motivazione) ‘piegata la tracotanza nemica otteneva la resa del forte presidio tedesco, salvando così il porto, le industrie e l’onore’, alla città di Savona, Medaglia d’oro, insignita per ‘l’ostinazione a non subire la vergogna della tirannide’, alle Province di Imperia e di La Spezia, anch’esse Medaglie d’oro. Così come alle Città di La Spezia e di Albenga, alla Provincia di Genova, insignite di Medaglia d’oro al valor civile per la Resistenza. Alle Croci di guerra assegnate, con la stessa motivazione, ai Comuni di Rossiglione, San Colombano Certenoli in val Cichero, Zignago, Albenga.
Dalla Liguria è venuta allora una forte lezione sulla moralità della Resistenza, sulle ragioni di fondo che si opponevano al dominio dell’uomo sull’uomo, si opponevano a un conflitto nato non per difendere la propria comunità ma come aggressione alla libertà di altri popoli”.
Una resistenza, quella ligure, imperniata sulla fraternità nel ricordo di Aldo Gastaldi: “Un’esperienza che ha tratto ispirazione da una figura, quella di Aldo Gastaldi, il partigiano ‘Bisagno’, comandante della Divisione Garibaldi-Cichero, protagonista di un impegno per la Patria, la giustizia, la libertà, considerato come servizio d’amore, oltre che esercizio di responsabilità. Morto drammaticamente un mese dopo la Liberazione, Medaglia d’oro al valor militare, la Chiesa di Genova ha determinato di dare avvio al processo canonico di beatificazione di questo Servo di Dio”.
Insomma una città che insieme si ribellò alla dittatura nazi-fascista: “E la fabbrica, le fabbriche, si manifestarono, una volta di più, luoghi di solidarietà, scuole di democrazia, con la crescita di coscienza sindacale, e la costituzione delle squadre di difesa operaia. Con gli scioperi nel Savonese e nello Spezzino alla fine del 1943 e nel 1944, che conferirono una forte spinta all’allargamento del consenso verso il movimento partigiano. Gli scioperi a Genova del 1943 sino al giugno del 1944, sino allo sciopero insurrezionale del 1945. Il crollo del fronte interno del regime si manifestava giorno dopo giorno”.
Molti scelsero la Resistenza perché volevano la pace: “Il Bando Graziani per l’arruolamento nei reparti fascisti aveva dato un involontario contributo ai partigiani: posti di fronte al dilemma o repubblichini o in fuga, molti giovani sceglievano la strada della montagna, superando ogni attendismo. I partigiani facevano terra bruciata dei tentativi repubblichini di organizzazione amministrativa: bruciare i registri anagrafici della Rsi impediva, di fatto, sia le requisizioni dei beni dei cittadini, sia i tentativi di coscrizione obbligatoria… L’aspirazione profonda del popolo italiano, dopo le guerre del fascismo, era la pace”.
E dalla Resistenza nacque l’Europa: “La Resistenza cresceva in tutti i Paesi europei sotto dominazione nazista. Si faceva strada, dalla causa comune, la solidarietà, in grado di superare le eredità delle recenti vicende belliche. Anche dalle diverse Resistenze nacque l’idea dell’Europa dei popoli, oggi incarnata dalla sovranità popolare espressa dal Parlamento di Strasburgo. Furono esponenti antifascisti coloro che elaborarono l’idea d’Europa unita, contro la tragedia dei nazionalismi che avevano scatenato le guerre civili europee”.
Dalle Resistenze nacque l’Europa dei popoli: “Difendere la libertà dei popoli europei è compito condiviso. Ora, l’eguaglianza, l’affermazione dello Stato di diritto, la cooperazione, la stessa libertà e la stessa democrazia, sono divenuti beni comuni dei popoli europei da tutelare da parte di tutti i contraenti del patto dell’Unione Europea.
La libertà delle diverse Patrie è divenuta la liberazione dell’Europa da chi pretendeva di sottometterla. E fu una lotta così vera da coinvolgere anche persone che i nazisti pretendevano opporre ai partigiani”.
Ed ha ricordato in quale modo Genova si liberò: “Da questi principi fondativi viene un appello: non possiamo arrenderci all’assenteismo dei cittadini dalla cosa pubblica, all’astensionismo degli elettori, a una democrazia a bassa intensità. Anche per rispettare i sacrifici che il nostro popolo ha dovuto sopportare per tornare a essere cittadini, titolari di diritti di libertà.
Il rovinio del posticcio regime di Salò, la progressiva sconfitta del nazismo apparivano ormai irreversibili e a Genova, importante bastione industriale, si posero le condizioni dell’insurrezione e, come abbiamo ascoltato, un esercito agguerrito si arrendeva al popolo. Ridurre le forze tedesche a trattare con i partigiani non fu facile”.
Alla liberazione della città ci fu la partecipazione della Chiesa: “Preziosa fu la mediazione dell’arcivescovo di Genova, il Cardinale Pietro Boetto (dichiarato ‘giusto fra le nazioni’ per il soccorso prestato agli ebrei) per giungere a siglare la resa del comando tedesco nella sua residenza di Villa Migone, tra il generale Meinhold e il presidente del CLN Remo Scappini (‘Giovanni’). Sarebbe toccato al partigiano Pittaluga (Paolo Emilio Taviani) annunciare la mattina seguente: Genova è libera”.
A questo punto il presidente della Repubblica ha ricordato che la pace nasce dalla resistenza di tutti, consegnandoci la lezione di papa Francesco: “Non ci può essere pace soltanto per alcuni. Benessere per pochi, lasciando miseria, fame, sottosviluppo, guerre, agli altri. E’ la grande lezione che ci ha consegnato papa Francesco… Ecco perché è sempre tempo di Resistenza, ecco perché sono sempre attuali i valori che l’hanno ispirata”.
Infine ha ricordato anche la resistenza della città contro la barbarie delle Brigate Rosse per difendere la democrazia:: “A Genova si espresse e si affermò il respiro della libertà. Un’anima che non sarebbe mai stata tradita. Un patto, un impegno, che non sarebbero venuti meno neppure quando, negli anni ‘70, il terrorismo tentò di aggredire le basi della nostra convivenza democratica.
E dalle fabbriche venne una risposta coraggiosa, esigente, che si riassume nel nome di Guido Rossa. La sua testimonianza appartiene a quei valori di integrità e coraggio delle persone che, anche qui, edificarono la Repubblica. Viva la Liguria partigiana, viva la libertà, viva la Repubblica”.
(Foto: Quirinale)
Papa Francesco nel cuore dell’Azione Cattolica
“Con il ritornello del salmo responsoriale ‘la pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo’ abbiamo fatto risuonare in modo intenso e solenne l’espressione ascoltata nel brano degli Atti degli Apostoli. San Pietro usa questa citazione veterotestamentaria per spiegare la figura e l’opera di Gesù davanti alle autorità religiose, ai capi del popolo e agli anziani che lo interrogavano sulla guarigione di un uomo infermo e sulla predicazione con cui annunciava che il Signore Gesù, da loro condannato e messo a morte, era risorto”: è l’inizio dell’omelia di mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana, nel giorno precedente al funerale di papa Francesco con 170.000 fedeli, che hanno reso omaggio a papa Francesco.
Nell’omelia l’assistente dell’Azione Cattolica Italiana ha sottolineato il valore della ‘pietra scartata’: “Lo facciamo anche pensando alla figura di papa Francesco mentre gli rivolgiamo l’ultimo saluto e ci prepariamo alle esequie che saranno celebrate domani. Il suo pontificato infatti può essere letto, sotto diversi aspetti, proprio nella prospettiva della ‘pietra scartata’ che diviene ‘pietra d’angolo’. In primo luogo, con il suo incisivo e ricco Magistero ci ha ricordato che la fede cristiana è radicata sulla persona di Gesù Cristo, Dio fatto uomo, che per salvarci non ha usato le armi del potere, del dominio e della sopraffazione”.
La pietra scartata è una pietra di scandalo: “Gesù ci ha insegnato invece la via della misericordia, del servizio e della carità che si nutre di dialogo, perdono incondizionato e arriva fino all’amore dei nemici. Un Messia scomodo e fuori di ogni logica mondana che per questo è stato scartato e sentito come pericoloso in quanto ‘sasso d’inciampo e pietra di scandalo’.
Ma proprio attraverso di lui, buon samaritano, pastore premuroso, che ci ha chiesto di imitarlo nella lavanda dei piedi e di fare memoria del dono della Sua vita nell’Eucaristia, abbiamo capito che la Chiesa è edificata sulla ‘pietra scartata’ e che non esiste nessun’altra architettura altrettanto solida e sicura per edificare la Chiesa e diffondere la civiltà dell’amore”.
Una pietra angolare che è stata base del pontificato di papa Francesco, che ha promosso un rinnovamento della Chiesa: “Rimarranno certamente come elementi fondamentali di questa ‘riedificazione’ dal forte afflato conciliare: la sua visione di una ‘Chiesa in uscita’ ed ‘ospedale da campo’ capace di assumere un coraggioso profilo missionario e di avventurarsi su territori socio-culturali nuovi e impervi; ancora, la sua determinazione nel condurre la Chiesa sulle frontiere più avanzate delle sfide epocali che il mondo sta affrontando (riportare le periferie al centro, lo sviluppo sostenibile, la fratellanza umana, la pace e la concordia tra i popoli) proponendo in modo instancabile e a tutti parole e azioni davvero evangeliche; inoltre, il suo desiderio di rinnovare il volto della Chiesa rendendolo più trasparente, più essenziale, più a misura dei poveri e degli emarginati, appunto di tutti coloro che sono ‘scartati’ dal mondo mentre, secondo l’insegnamento e la testimonianza del Signore, sono il paradigma e il tesoro della vita della Chiesa”.
Quindi è stato un papa che avviato processi: “La testimonianza, nello stesso tempo scomoda e coraggiosa, di Papa Francesco, anche alla luce del grande impatto mediatico, appare molto più incisiva, ossia vera ‘pietra angolare’, di quanto si potesse immaginare sia nella capacità di entrare nel cuore della gente, soprattutto la più semplice e umile, sia nello scuotere la coscienza dei potenti, che stanno accorrendo numerosi per le esequie.
Forse non hanno recepito gli appelli e i reiterati inviti a coltivare la pace e ad assumere come paradigma politico l’attenzione agli ultimi, ma certamente ne hanno apprezzato l’alto profilo spirituale e il rigore morale. Chissà che questo seme gettato in terra come pietra scartata, non possa produrre il frutto sperato e divenire davvero “pietra d’angolo” anche sugli odierni scenari politici e culturali”.
Infine ha ricordato l’incontro degli aderenti dell’Azione Cattolica con il papa esattamente un anno fa: “Il Signore continua ad essere in mezzo a noi e ad offrirci il pane spezzato, rassicurandoci che gettando le reti sulla Sua Parola la pesca non potrà che essere abbondante. In questi giorni tristi del distacco dal successore di Pietro, papa Francesco, che ha guidato la Chiesa negli ultimi dodici anni, ci conforta e ci sostiene la certezza che nello splendore della luce pasquale, il Risorto continua ad effondere lo Spirito Santo che saprà certamente illuminare i cardinali chiamati ad eleggere il nuovo pontefice. La nostra preghiera sale pertanto a Dio perché accolga e ricompensi Papa Francesco per il bene fatto alla Chiesa e all’umanità e ci prepari ad accogliere il nuovo successore di Pietro che Dio vorrà donarci”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)





























