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Il Concilio di Nicea per rendere gloria a Dio
“Il 20 maggio 2025, la Chiesa cattolica e l’insieme del mondo cristiano fanno memoria con gratitudine e gioia dell’apertura del Concilio di Nicea del 325… Questo Concilio è rimasto nella coscienza cristiana principalmente attraverso il Simbolo che raccoglie, definisce e proclama la fede nella salvezza in Gesù Cristo e nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Simbolo di Nicea professa la buona notizia della salvezza integrale degli esseri umani operata da Dio stesso in Gesù Cristo.
Dopo 1700 anni, si tratta di celebrare questo avvenimento in una dossologia, che sia una lode alla gloria di Dio, dal momento che essa si è manifestata nell’inestimabile tesoro della fede espressa dal Simbolo: l’infinita bellezza di Dio Padre, che ci salva, l’immensa misericordia di Gesù Cristo nostro Salvatore, la generosità della redenzione che è offerta a ogni persona umana nello Spirito Santo. Uniamo le nostre voci a quelle dei Padri della Chiesa, come Efrem il Siro, per cantare questa gloria”.
Così inizia il documento della Commissione Teologica Internazionale, ‘Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)’, presentato dal Dicastero della Dottrina della Fede, composto da quattro capitoli, un’introduzione ed una conclusione, ripetendo una preghiera di Efrem il Siro: ‘Gloria a Colui che è venuto presso di noi mediante il suo Primogenito! Gloria a quel Silente che ha parlato attraverso la sua voce! Gloria a quel Sublime divenuto visibile mediante la sua Epifania! Gloria a quello Spirituale, che si è compiaciuto che suo Figlio divenisse corpo, affinché, attraverso questo corpo, divenisse tangibile la sua potenza e attraverso questo corpo avessero vita i corpi dei figli del Suo popolo!’
Articolato in 124 punti, il documento è frutto della decisione della Commissione Teologica Internazionale di approfondire uno studio sull’attualità dogmatica di Nicea. Il lavoro è stato condotto da una Sottocommissione presieduta dal sacerdote francese Philippe Vallin e composta dai vescovi Antonio Luiz Catelan Ferreira ed Etienne Vetö, dai sacerdoti Mario Angel Flores Ramos, Gaby Alfred Hachem e KarlHeinz Menke, e dalle professoresse Marianne Schlosser e Robin Darling Young. Il testo è stato votato e approvato in forma specifica all’unanimità nel 2024 e poi sottoposto all’approvazione del cardinale presidente Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, presso il quale è istituita la Commissione.
Il primo capitolo ‘Un Simbolo per la salvezza: dossologia e teologia del dogma di Nicea’ (nn. 7-47) è il più corposo, offrendo “una lettura dossologica del Simbolo, per metterne in evidenza le risorse soteriologiche e quindi cristologiche, trinitarie e antropologiche”, con l’intento di dare «nuovo slancio al cammino verso l’unità dei cristiani”. Rimarcando la portata ecumenica della fede di Nicea, il testo esprime la speranza di una data comune per la celebrazione della Pasqua, più volte auspicata dal papa. In proposito il n. 43 evidenzia infatti come quest’anno rappresenti per tutti i cristiani “un’occasione inestimabile per sottolineare che ciò che abbiamo in comune è molto più forte di ciò che ci divide: tutti insieme, noi crediamo nel Dio trinitario, nel Cristo vero uomo e vero Dio, nella salvezza in Gesù Cristo, secondo le Scritture lette nella Chiesa e sotto la mozione dello Spirito Santo. Insieme, noi crediamo la Chiesa, il battesimo, la risurrezione dei morti e la vita eterna”.
Ma accogliere la ricchezza di Nicea dopo 17 secoli porta anche a percepire come quel Concilio nutra e guidi l’esistenza cristiana quotidiana: ecco perché il secondo capitolo, ‘Il Simbolo di Nicea nella vita dei credenti’ (nn. 48-69), di tenore patristico, esplora come la liturgia e la preghiera siano state fecondate nella Chiesa dopo quell’avvenimento, che costituisce una svolta per la storia del cristianesimo. Il terzo capitolo, ‘Nicea come evento teologico e come evento ecclesiale’ (nn. 70-102), approfondisce il modo in cui il Simbolo e il Concilio ‘rendono testimonianza dello stesso avvenimento di Gesù Cristo, la cui irruzione nella storia offre un accesso inaudito a Dio e introduce una trasformazione del pensiero umano’ e come essi rappresentino anche una novità nel modo in cui la Chiesa si struttura e adempie la propria missione: “Convocato dall’imperatore per risolvere una contesa locale che si era estesa a tutte le Chiese dell’Impero romano d’Oriente e a numerose Chiese dell’Occidente, per la prima volta vescovi di tutta l’Oikouménè sono riuniti in Sinodo.
La sua professione di fede e le sue decisioni canoniche sono promulgate come normative per tutta la Chiesa. La comunione e l’unità inaudite suscitate nella Chiesa dall’evento Gesù Cristo sono rese visibili ed efficaci in modo nuovo da una struttura di portata universale, e l’annuncio della buona notizia di Cristo in tutta la sua immensità riceve anche esso uno strumento di un’autorità senza precedenti”.
Infine, nel quarto e ultimo capitolo ‘Custodire una fede accessibile a tutto il popolo di Dio’ (103-120) sono messe in luce ‘le condizioni di credibilità della fede professata a Nicea in una tappa di teologia fondamentale che mette in luce la natura e l’identità della Chiesa, in quanto essa è interprete autentica della verità normativa della fede mediante il Magistero e custode dei credenti, in special modo dei più piccoli e dei più vulnerabili’.
Secondo la Commissione Teologica Internazionale la fede predicata da Gesù ai semplici non è una fede semplicistica e il cristianesimo non si è mai considerato come una forma di esoterismo riservato a una élite di iniziati, al contrario Nicea sebbene dovuta all’iniziativa di Costantino rappresenta «una pietra miliare nel lungo cammino verso la ‘libertas Ecclesiae’, che è dovunque una garanzia di protezione della fede dei più vulnerabili di fronte al potere politico’. Nel 325 il bene comune della Rivelazione è realmente messo ‘a disposizione’ di tutti i fedeli, come conferma la dottrina cattolica dell’infallibilità ‘in credendo’ del popolo dei battezzati.
Ecco le conclusioni del documento con ‘un pressante invito’ ad ‘annunciare a tutti Gesù nostra Salvezza oggi’ a partire dalla fede espressa a Nicea in una molteplicità di significati. Anzitutto la perenne attualità di quel Concilio e del Simbolo da esso scaturito sta nel continuare a lasciarsi «stupire dall’immensità di Cristo, così che tutti ne siano meravigliati’ ed a ‘rianimare il fuoco del nostro amore per lui’ perché ‘in Gesù homooúsios (consustanziale) al Padre… Dio stesso si è legato all’umanità per sempre’.
Inoltre una giornata di studio su ‘Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)’, si terrà il 20 maggio, alla Pontificia Università Urbaniana dalle 9 alle 19.30, con la partecipazione dei teologi e delle teologhe che hanno contribuito alla elaborazione del documento e di altri esperti della materia.
Giornata dei Missionari Martiri: la speranza non delude
Oggi, nella data dell’assassinio di mons. Oscar Romero, avvenuto il 24 marzo 1980 in San Salvador, si celebra la 33^ Giornata dei Missionari Martiri, in ricordo di tutti i missionari e le missionarie uccisi a causa del Vangelo. Da questo esempio di mons. Romero Missio Giovani lanciò l’idea di istituire questa Giornata per ricordare tutti coloro che mettono la propria vita al servizio del Vangelo e degli ultimi, come ha spiegato Elisabetta Vitali, Segretaria nazionale di Missio Giovani:
“Il suo impegno accanto al popolo salvadoregno in lotta contro un regime indifferente alle condizioni dei più deboli e dei lavoratori e la sua figura così vicina e attenta agli ultimi, lo resero un punto di riferimento. La sua figura affascina ancora oggi i giovani, perché capace di incarnare un simbolo di una vita cristiana attenta alla preghiera e alla Parola, così come all’attenzione per le sorelle e i fratelli rimasti ai margini della società”,
Dal rapporto annuale pubblicato dall’Agenzia Fides, sono 13 i missionari cattolici (8 sacerdoti e 5 laici) uccisi nel 2024 ed in Africa ed in America si registra il numero più alto di operatori pastorali uccisi: cinque in entrambi i continenti. Negli ultimi anni sono infatti l’Africa e l’America ad alternarsi al primo posto di questa tragica classifica. Dal 2000 al 2024 il totale dei missionari e operatori pastorali uccisi è di 608. Nel 2024 due sacerdoti sono morti a seguito di assalti violenti in due Paesi europei.
‘Andate e invitate’ è lo slogan di questa Giornata, in riferimento al brano del Vangelo di Matteo, che ha accompagnato lo scorso ottobre missionario. Nella parabola raccontata da Gesù, è il comando che il re dà ai suoi servi nel momento in cui gli invitati non si presentano al banchetto e quindi decide di invitare tutti, anche coloro che stanno ai crocicchi delle strade.
La Giornata dei Missionari Martiri di quest’anno si inserisce nel cammino di Quaresima e in quello del Giubileo ‘Pellegrini di Speranza’: “Nel cammino di questa Quaresima, accompagnati dai tanti missionari testimoni del Vangelo, insieme vogliamo ricordarli nella preghiera, impegnarci nelle nostre realtà alla luce del loro esempio e offrendo anche noi un contributo concreto frutto del nostro digiuno, per sostenere progetti di assistenza e sviluppo lì dove mancano le opportunità per un futuro più chiaro e dignitoso”.
La testimonianza dei missionari è un importante incoraggiamento: “In questa giornata di preghiera e di solidarietà, la loro testimonianza di vita vissuta alla luce della Parola incarnata nella quotidianità delle genti con cui l’hanno condivisa, richiama a vivere la propria fede con autenticità. L’esempio di tanti missionari/e, testimoni di una vita piena, incoraggia tutti/e a rinnovare l’impegno nell’aiuto ai più bisognosi, nella lotta alle ingiustizie e nel prendere posizione davanti a atti di prepotenza, ricordando che anche nelle situazioni umane più drammatiche può accendersi una luce di Speranza”.
Nella riflessione per tale Giornata don Giuseppe Pizzoli, direttore generale Fondazione Missio, ha evidenziato la necessità di ricordare la loro testimonianza: “Il coraggio, la capacità e la forza di affrontare la persecuzione (e la sua estrema conseguenza che consiste nel martirio) sono virtù che fanno dunque parte della identità e della vita quotidiana dei discepoli del Signore e devono essere assunte coscientemente, non solo perché la persecuzione appare inevitabile, ma anche perché rappresentano la via maestra per dare efficacia alla testimonianza della propria fede.
Mantenere viva la Speranza allora è il principio vitale che sorregge la missione dei discepoli anche nei momenti più bui e nelle situazioni di più aspre avversità, temprando il loro carattere e rendendo efficace la loro testimonianza… Il martire, mosso dalla speranza, non si limita a subire la morte, ma la trasforma in una testimonianza potente, capace di ispirare coraggio, resilienza e fede”.
Ecco il motivo per cui il martirio diventa testimonianza: “Il martirio, pertanto, non è solo un sacrificio personale, ma una testimonianza per gli altri credenti. Il martire diventa un simbolo di speranza per tutta la comunità. Pensiamo per esempio alla figura di san Oscar Romero: pensavano di mettere a tacere una voce scomoda ed egli è diventato invece simbolo duraturo di lotta per ideali più grandi di giustizia e di solidarietà con i più poveri, ispirando così molte altre persone, gruppi e movimenti nell’impegno per la giustizia e la libertà. In un certo senso possiamo dire che il martirio, vissuto e sostenuto dalla speranza, diventa egli stesso generatore di Speranza”.
Un ‘Museo della speranza’ racconta la Vita Consacrata
E’ stato chiamato ‘museo della speranza’ ed è stato sabato 14 dicembre dall’arcivescovo di Gaeta, mons. Luigi Vari, ed allestito nel convento dei Passionisti di Itri, in provincia di Latina, da secoli luogo di vita consacrata per i religiosi cappuccini e dal 1943, sede dei religiosi di San Paolo della Croce ed in occasione della Giornata mondiale per la vita consacrata, celebrata domenica 2 febbraio, il convento è stato denominato ufficialmente ‘il museo della speranza per la vita consacrata’, perché in esso sono custodite le opere e le storie di vita vissuta dai religiosi passionisti in tre secoli di presenza nel Lazio meridionale.
Il superiore della comunità passionista di Itri, p. Antonio Rungi, sacerdote passionista e teologo morale, Le icone mariane, i crocifissi, come i santi e altre figure di persone consacrate sono un forte richiamo alla vita consacrata, ha raccontato l’idea che ha portato alla realizzazione del museo:
“Questo luogo della storia e della cultura costituisce una valida occasione per conoscere in profondità la vita consacrata, non solo nella Congregazione della Passione, ma anche in altri ordini e congregazioni religiosi, come si è sviluppata nel tempo e su quali basi negli ultimi quattro secoli si è strutturata quotidianamente. Una rilettura del passato per guardare con speranza al presente e al futuro. Il museo è composto di quattro ampi locali, nei quali i visitatori possono confrontarsi con la spiritualità dei passionisti e di alti istituti religiosi”.
Per quale motivo un museo dedicato alla vita consacrata?
“Un duplice motivo ci ha spinto noi passionisti di Itri a realizzare negli ultimi cinque anni un museo della storia della Congregazione della Passione nel territorio del Lazio Meridionale, dall’istituzione della provincia religiosa dedicata alla Madonna Addolorata e voluta dallo stesso fondatore dei Passionisti, San Paolo della Croce, nel 1769.
Il primo motivo è quello di conservare la memoria storica e il carisma della fondazione dopo tre secoli di storia, mediante la raccolta di quadri ed oggetto di vita quotidiana attinenti alla nostra vita di consacrati. Sia nelle immagini recuperate in seguito alla chiusura di vari conventi con la rivoluzione francese e con l’unità d’Italia e sia in seguito alla chiusura di storici conventi avvenuta negli ultimi decenni di questo terzo millennio dell’era cristiana.
Il secondo motivo è di carattere ecclesiale e culturale, in quanto un museo è una narrazione visiva e visibile di un carisma, come quello della Memoria della Passione di Gesù Cristo, specifico del nostro istituto”.
Perché esso è stato denominato ‘museo della speranza per la vita consacrata’?
“Il museo è stato denominato della speranza dal sottoscritto, in quanto è stato aperto ufficialmente prima dell’inizio dell’anno giubilare 2025, indetto da papa Francesco e che è in corso di svolgimento. Come superiore della comunità passionista di Itri dal settembre scorso e fino allo scorso 2 febbraio anche come delegato arcivescovile per la vita consacrata dell’arcidiocesi di Gaeta, ho pensato di dedicare questo museo al tema della speranza, in quanto ciò che viene conservato, esposto e visitabile ha forti richiami a questa virtù teologale, che accompagna anche la visita di quanti si fermeranno a guardare le immagini sacre di Gesù Crocifisso, della Madonna soprattutto la beata Vergine Addolorata, i vari santi, in primo luogo il nostro fondatore san Paolo della Croce ed altri santi e personaggi della storia che sono stati segni e testimoni di speranza nel loro tempo”.
Quanto è importante la vita consacrata per la Chiesa?
“La risposta a questa sua domanda la troviamo in duemila anni di storia della vita consacrata, a partire dagli eremiti del deserto fino ad arrivare a San Benedetto da Norcia con il monachesimo occidentale, basato sulla vita fraterna in comunità. La storia ci racconta di quanto sia stata importante la vita consacrata nella chiesa e per la società. Teologia, Sacra Scrittura, liturgia, canto, spiritualità, cultura, arte, medicina, scienza e quanto altro dello scibile umano ed ecclesiale tutto è passato attraversi il genio maschile e femminile dei consacrati. Scuole di ogni ordine e grado sono state curate dai religiosi e religiose, Facoltà teologiche e luoghi di formazione culturale e scuole di spiritualità hanno avuto origine e sviluppo negli ordini e congregazioni di vita consacrata.
Tanti i santi che hanno dato un’evidente impronta alla vita della Chiesa nel corso di questi due millenni a partire dai più noti, come sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, sant’Antonio di Padova, san Francesco, santa Teresa d’Avila, santa Teresa di Lisieux, sant’Ignazio di Loyola, san Filippo Neri, san Paolo della Croce, sant’Alfonso Maria dei Liguori, san Giovanni Bosco e più vicino a noi e tanto venerati come san Pio da Pietrelcina. Citarli tutti sarebbe un elenco interminabile. Ognuno dei santi ha dato un contributo enorme per la santità della chiesa e per la credibilità di essa in ogni epoca”.
In quale modo un consacrato od una consacrata vive la speranza?
“Non esiste un modo unico per vivere la speranza, perché ognuno di noi, ma anche i laici possono e debbono improntare la loro esistenza su questa virtù teologale, che non è un pio desiderio di vedere il futuro in positivo, ma di vivere ogni giorno con il cuore aperto alla gioia e alla felicità. La speranza per un consacrato è Cristo stesso e la vita di dedizione che ha scelto di fare per la gloria di Dio e la santificazione personale e degli altri. Questo significa che la speranza si alimenta di fede e si esprime nella carità. Questa trilogia di virtù teologali hanno la loro forza trainante nella preghiera, nella parola di Dio e nella vita sacramentale.
Certamente la speranza è anche per un religioso credere fermamente alla pace, alla giustizia, alla fraternità universale secondo gli insegnamenti del Magistero e specialmente degli indirizzi che papa Francesco, oggi, sta dando continuamente alla Chiesa di Cristo, ci cui è il pastore universale, tanto amato e seguito da coloro che sono davvero nella Chiesa con la mente, il cuore e la vita. Per noi passionisti, la speranza è anche quella di vedere il nostro istituto crescere in santità, in vocazioni, in presenze e soprattutto in stile di vivere la passione di Cristo vicino a tanti crocifissi nel cuore, nello spirito e nel fisico dei nostri giorni”.
Nell’omelia dei Primi Vespri della festa della presentazione del Signore papa Francesco ha invitato ad un ‘ritorno alle origini’: quanto è importante questo ritorno ‘all’origine della ‘nostra vita’?
“Papa Francesco ha invitato noi religiosi ad andare alle nostre radici e origini, in quanto si parte sempre dalla fonte di un cammino spirituale e di consacrazione che trova nei fondatori e fondatrici la verità di un cammino. Tutti i carismi suscitati dallo Spirito Santo nella chiesa sono rimasti sostanzialmente inalterati,
Nella forma di esprimerli e viverli si sono modificati in ragione dei segni dei tempi e dei cambiamenti necessari che si rendono indispensabili anche negli istituti di vita consacrata. Dopo il Concilio Vaticano II la vita consacrata, compresa quella di noi passionisti, è cambiata nel modo di viverla e testimoniarla. Tante cose sono cambiare, ma una religiosa o una religiosa se ama la congregazione e la Chiesa non modifica il cuore e la gioia di vivere, ma solo le cose necessarie per rendere attuabile e visibile il carisma e la speciale consacrazione della sua vita al Signore con i tre voti o consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza”.
Come si articola il museo?
“Il museo dei passionisti di Itri è articolato su quattro locali continui, nei quali sono esposto quadri ed opere d’arte a partire dal XVI secolo fino ad attivare al XX secolo. Si tratta di dipinti, tele, oggetti religiosi e liturgici, stampe, ex-voto, materiale di ordinaria vita comunitaria nei conventi passionisti del Lazio meridionale e della Campania. Si tratta di un cammino ideale e spirituale che il visitatore può fare sostando davanti alle immagini sacre e ricavando da esse quel messaggio si salvezza e speranza di una vita migliore per l’oggi e per il domani”.
E’ possibile visitare il museo sabato dalle ore 18.00 alle ore 19.00; domenica e giorni festivi dalle ore 11.00 alle ore 12.00; oppure accedere su appuntamento ogni giorno per essere visitato con la guida di un sacerdote passionista che illustra quanto è in esso conservato ed esposto.
(Tratto da Aci Stampa)
Sesta domenica Tempo Ordinario: Beato chi confida nel Signore!
“Maledetto l’uomo che confida nell’uomo!… beato l’uomo che confida nel Signore” così scrive il profeta Geremia. La nostra fede ha base granitica perché fondata su Cristo risorto: Cristo, vero Dio e vero uomo; Cristo maestro e guida sicura. Il brano del vangelo ascoltato presenta una contrapposizione: quattro beatitudini e, subito dopo, quattro ammonimenti: ‘guai a voi…’. Gesù dichiara beati i poveri, gli affamati, gli afflitti, i perseguitati, mentre ammonisci i ricchi, i sazi, quelli che ridono e godono.
Le beatitudini proclamate da Gesù non sono un elenco di situazioni di debolezza o di fallimento, né la promessa di un ribaltamento della situazione precedente. Le beatitudini ci parlano di una battaglia della mente e del cuore; una battaglia che il cristiano è chiamato a combattere ogni giorno. E’ l’esperienza della nostra debolezza, la sofferenza della vita di fronte a difficoltà che sembrano insopportabili; è certo una esperienza dolorosa ma che non può spaventare l’uomo che pone la sua fiducia nel Signore (cfr. Ger. 17, 7-8).
Le beatitudini rappresentano il programma completo della vita cristiana; ci insegnano a mostrare misericordia, a conservare la purezza di spirito, ad amarci l’un l’altro, ad essere operatori di pace: ama il prossimo tuo come te stesso perchè è tuo fratello con pari dignità. Da qui: ‘Beati i poveri di spirito!’ Essere poveri sulle orme di Cristo Gesù significa puntare sulla fiducia in Dio e riconoscere che in noi non c’è nulla che non abbiamo ricevuto. L’anima non può e non deve essere legata ai beni terreni ma distaccata nella piena convinzione che i beni terreni sono mezzi e non fine della vita.
La vera ricchezza è la dignità della persona umana verso la quale bisogna avere il massimo rispetto. Da qui anche le altre beatitudini come consolare gli afflitti, avere fame e sete di giustizia. La ricchezza che Gesù denuncia è quella che porta ad una forma di autosufficienza; uscire da questa trappola illusoria è la via regia che porta alla vera beatitudine. E’ una vera maledizione cercare nella propria realtà la soluzione e la sicurezza. Le beatitudini ci richiamano a quella fortezza di sè che ci pone a servizio dell’uomo e al trionfo del bene sul male.
Questa è la via maestra che ci porta al regno di Dio, dove Dio tergerà ogni lacrima dagli occhi che piangono perchè possa trionfare l’amore, che è servizio. Da 0qui le parole di Gesù: “rallegratevi ed esultate perchè grande è la ricompensa nei cieli (Mt. 5, 12). Quello del Vangelo è un messaggio nuovo già adombrato da Geremia: ‘Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, benedetto l’uomo che confida nel Signore’.
L’uomo chiuso nel gretto egoismo della sua umanità sperimenta solo il suo individualismo esagerato dove contano solo le ricchezze, il piacere, la gloria. E’ proprio questo individualismo materialista ed ateo ci riporta all’origine della vita, ai nostri progenitori che, appena conobbero il bene e il male, pensarono solo di potere fare a meno di Dio e scoprirono solo di essere ‘nudi’, di avere perduto tutto, specie l’amore di Dio. Con il discorso delle beatitudini Gesù apre gli occhi: siamo chiamati alla felicità, ad essere beati, ma diventiamo tali nella misura in cui ci mettiamo dalla parte di Dio, dalla parte di ciò che non è effimero e passeggero; siamo felici se ci riconosciamo bisognosi di Dio: ‘Signore, ho bisogno di te!’
Non cercare mai la felicità, come evidenzia papa Francesco, tra i venditori di fumo, professionisti dell’illusione. Apriamo gli occhi sui valori dello spirito, sulla parola di Dio che ci scuote, ci sazia, ci dà gioia e dignità. Pratica le beatitudini e sarai vero discepolo di Gesù. La Madonna, madre di Cristo Gesù e madre della Chiesa, ci aiuti a vivere il messaggio del Vangelo con le opere e la testimonianza della vita.p
Papa ai rettori francesi: avere cura della formazione sacerdotale
“Cari Rettori, sono lieto di accogliervi in occasione del vostro pellegrinaggio giubilare, durante il quale vi siete riuniti per riflettere sulla formazione sacerdotale. Questa è un cammino di discernimento in cui voi svolgete un ruolo essenziale. Siete come l’anziano sacerdote Eli che disse al giovane Samuele: ‘Se ti chiamerà, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’. Voi siete la presenza rassicurante, la bussola per i giovani affidati alle vostre cure”: con queste parole papa Francesco ha accolto, sabato scorso, i Rettori dei Seminari Maggiori di Francia per il loro pellegrinaggio giubilare.
Durante l’incontro papa Francesco ha richiamato un’udienza generale di papa san Paolo VI sulla testimonianza: “Ciò vale sicuramente per i formatori nei seminari. La loro testimonianza coerente di vita cristiana avviene all’interno di una comunità educativa, i cui membri sono, nel seminario, il vescovo, i sacerdoti e i religiosi, i professori, il personale. Questa comunità, però, si estende là dove il seminarista viene inviato: alle parrocchie, ai movimenti, alle famiglie. La formazione comunitaria è quindi unitaria, toccando tutte le dimensioni della persona e orientando verso la missione”.
E’ stato un invito a curare le relazioni: “Affinché il seminario possa dare questa testimonianza e diventare uno spazio favorevole alla crescita del futuro sacerdote, è importante avere cura della qualità e dell’autenticità delle relazioni umane che vi si vivono, simili a quelle di una famiglia, con tratti di paternità e fraternità. Solo in questo clima può instaurarsi la fiducia reciproca, indispensabile per un buon discernimento. Il seminarista potrà allora essere sé stesso, senza paura d’essere giudicato in modo arbitrario; essere autentico nei rapporti con gli altri; collaborare pienamente alla propria formazione per scoprire, accompagnato dai formatori, la volontà del Signore per la sua vita e rispondere liberamente”.
Infatti la cura delle relazioni nei seminari è un fattore importante: “E’ certamente una grande sfida proporre una formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale a una comunità così diversificata. Il vostro compito non è facile. Ecco perché l’attenzione al percorso di ciascuno così come l’accompagnamento personale sono più che mai indispensabili.
Ecco perché è importante che le équipes di formazione accettino questa diversità, che sappiano accoglierla e accompagnarla. Non abbiate paura della diversità! Non abbiatene paura, è un dono! L’educazione all’accoglienza dell’altro, così com’è, sarà la garanzia, per il futuro, di un presbiterio fraterno e unito nell’essenziale”.
Ed ha evidenziato tre punti, di cui il primo è la cura della libertà interiore: “Il primo è quello di aver cura che nel candidato si formi una vera libertà interiore. Non abbiate paura di questa libertà! Le sfide che gli si presenteranno nel corso della sua vita richiedono che egli sappia, illuminato dalla fede e mosso dalla carità, giudicare e decidere con la propria testa, a volte controcorrente o correndo rischi, senza allinearsi a risposte preconfezionate, preconcetti ideologici o al pensiero unico del momento. Che maturino il pensiero e che maturino il cuore e che maturino le mani!”
Una libertà interiore che porta alla relazione umana: “Questi sono i tre attributi di Dio: tenerezza vicinanza e compassione. Dio è vicino, è tenero, è compassionevole. Un seminarista che non sia capace di questo, non va. È importante! Non c’è bisogno d’insistere sul pericolo rappresentato da personalità troppo deboli e rigide, o da disordini di carattere affettivo. D’altronde, l’uomo perfetto non esiste e la Chiesa è composta da membra fragili e da peccatori che possono sempre sperare di progredire; il vostro discernimento su questo punto deve essere tanto prudente quanto paziente, illuminato dalla speranza”.
L’ultimo punto evidenziato dal papa riguarda la missione: “Il sacerdote è sempre per la missione. Sebbene, naturalmente, essere sacerdote comporti una realizzazione personale, non lo si diventa per sé stessi, ma per il Popolo di Dio, per fargli conoscere e amare Cristo. Il punto di partenza di questa dinamica non può che trovarsi in un amore sempre più profondo e appassionato per Gesù, nutrito da una seria formazione alla vita interiore e dallo studio della Parola di Dio. E’ difficile immaginare una vocazione sacerdotale che non abbia una forte dimensione oblativa, di gratuità e di distacco da sé, di sincera umiltà; e questo è da verificare. Solo Gesù riempie di gioia il suo sacerdote”.
E’ stato un invito a mettersi al servizio: “Per favore, la povertà è una cosa molto bella. Servire gli altri. E state attenti al carrierismo, state attenti. State attenti alla mondanità, alla gelosia, alla vanità. Che l’amore per Dio e per la Chiesa non diventino un pretesto per l’autocelebrazione. Quando tu trovi qualche ecclesiastico che sembra più un pavone che un ecclesiastico è brutto. Che l’amore per Dio e la Chiesa non sia un pretesto: che sia vero”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco invita a celebrare la Pasqua unitariamente
“Gesù arriva nella casa delle sue amiche, Marta e Maria, quando il loro fratello Lazzaro è già morto da quattro giorni. Ogni speranza sembra ormai perduta, al punto che le prime parole di Marta esprimono il suo dolore insieme al rammarico perché Gesù è arrivato tardi… E’ quell’atteggiamento di lasciare sempre la porta aperta, mai chiusa! E Gesù, infatti, le annuncia la risurrezione dalla morte non soltanto come un evento che si verificherà alla fine dei tempi, ma come qualcosa che accade già nel presente, perché Lui stesso è risurrezione e vita… Soffermiamoci anche su questo interrogativo: ‘Credi questo? E’ una domanda breve ma impegnativa”.
Nella giornata conclusiva della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nel giorno della conversione di san Paolo, papa Francesco ha riletto la resurrezione di Lazzaro, affermando che la speranza non svanisce: “Questo tenero incontro tra Gesù e Marta, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, ci insegna che, anche nei momenti di desolazione, non siamo soli e possiamo continuare a sperare. Gesù dona vita, anche quando sembra che ogni speranza sia svanita.
Dopo una perdita dolorosa, una malattia, una delusione amara, un tradimento subito o altre esperienze difficili, la speranza può vacillare; ma se ciascuno di noi può vivere momenti di disperazione o incontrare persone che hanno perso la speranza, il Vangelo ci dice che con Gesù la speranza rinasce sempre, perché dalle ceneri della morte Egli sempre ci rialza. Gesù ci rialza sempre, ci dona la forza di riprendere il cammino, di ricominciare”.
Per questo la speranza non delude: “La speranza è quella corda alla quale noi siamo aggrappati con l’ancora sulla spiaggia. E questo non delude mai! Questo è importante anche per la vita delle Comunità cristiane, delle nostre Chiese e delle nostre relazioni ecumeniche. A volte siamo sopraffatti dalla fatica, siamo scoraggiati per i risultati del nostro impegno, ci sembra che anche il dialogo e la collaborazione tra di noi siano senza speranza, quasi destinati alla morte e, tutto ciò, ci fa sperimentare la stessa angoscia di Marta; ma il Signore viene”.
Quindi è stato un invito a credere che la speranza è nella resurrezione: “Questo messaggio di speranza è al centro del Giubileo che abbiamo iniziato… Tutti (tutti!) abbiamo ricevuto lo stesso Spirito, e questo è il fondamento del nostro cammino ecumenico. C’è lo Spirito che ci guida in questo cammino. Non sono cose pratiche per capirci meglio. No, c’è lo Spirito, e noi dobbiamo andare sotto la guida di questo Spirito”.
Ecco il motivo per cui ha ricordato l’importanza del Concilio di Nicea: “E questo Anno giubilare della speranza, celebrato dalla Chiesa cattolica, coincide con un anniversario di grande significato per tutti i cristiani: il 1700° anniversario del primo grande Concilio ecumenico, il Concilio di Nicea.
Questo Concilio si impegnò a preservare l’unità della Chiesa in un momento molto difficile, e i Padri conciliari approvarono all’unanimità il Credo che molti cristiani recitano ancora oggi ogni domenica durante l’Eucaristia. Questo Credo è una professione di fede comune, che va oltre a tutte le divisioni che nel corso dei secoli hanno ferito il Corpo di Cristo”.
Quest’anno è data un’opportunità: “L’anniversario del Concilio di Nicea rappresenta dunque un anno di grazia; rappresenta anche una opportunità per tutti i cristiani che recitano lo stesso Credo e credono nello stesso Dio: riscopriamo le radici comuni della fede, custodiamo l’unità! Sempre avanti! Quell’unità che tutti noi vogliamo trovare, che accada. Non vi viene in mente quello che diceva un grande teologo ortodosso, Ioannis Zizioulas: ‘Io so quando sarà la data dell’unità piena: il giorno dopo il giudizio finale’? Ma nel frattempo dobbiamo camminare insieme, lavorare insieme, pregare insieme, amarci insieme. E questo è molto bello!”
Ma l’anniversario del Concilio di Nicea è anche una ‘sfida’: “L’anniversario, infatti, non deve essere celebrato solo come ‘memoria storica’, ma anche come impegno a testimoniare la crescente comunione tra di noi. Dobbiamo fare in modo di non lasciarcela sfuggire, di costruire legami solidi, di coltivare l’amicizia reciproca, di essere tessitori di comunione e di fraternità”.
Una ‘sfida’ che si può concretizzare nella celebrazione pasquale in un unico giorno: “In questa Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani possiamo vivere l’anniversario del Concilio di Nicea anche come un richiamo a perseverare nel cammino verso l’unità. Provvidenzialmente, quest’anno, la Pasqua sarà celebrata nello stesso giorno nei calendari gregoriano e giuliano, proprio durante questo anniversario ecumenico.
Rinnovo il mio appello affinché questa coincidenza serva da richiamo a tutti i cristiani a compiere un passo decisivo verso l’unità, intorno a una data comune, una data per la Pasqua; e la Chiesa Cattolica è disposta ad accettare la data che tutti vogliono fare: una data dell’unità”.
Ed ha concluso l’omelia con l’invito a confermare la propria fede in Gesù attraverso la professione di fede del Credo niceno: “In Gesù la speranza è sempre possibile. Egli sostiene anche la speranza del nostro cammino comune verso di Lui. E ritorna ancora la domanda fatta a Marta e stasera rivolta a noi: ‘Tu credi questo?’ Ci crediamo nella comunione tra di noi? Crediamo che la speranza non delude?
Care sorelle, cari fratelli, questo è il tempo di confermare la nostra professione di fede nell’unico Dio e trovare in Cristo Gesù la via dell’unità. Nell’attesa che il Signore ‘torni nella gloria per giudicare i vivi e i morti’, non stanchiamoci mai di testimoniare, davanti a tutti i popoli, l’unigenito Figlio di Dio, fonte di ogni nostra speranza”.
Rondine al cinema con ‘Liliana’: il documentario sulla vita della senatrice Segre dal 20 al 22 gennaio
Arriva al cinema nelle sale di tutta Italia “Liliana”, il documentario sulla vita della senatrice Liliana Segre. Dal 20 al 22 gennaio sul grande schermo, il docu-film del regista Ruggero Gabbai ripercorrerà la testimonianza della senatrice a vita Liliana Segre legata all’arresto, alla deportazione e allo struggente ultimo addio al padre.
Una narrazione che mette in luce gli aspetti meno conosciuti della senatrice, facendo emergere una figura culturale e politica moderna e appassionata nel trasmettere alle giovani generazioni un messaggio di libertà e uguaglianza.
Messaggio ‘saldamente piantato nel cuore di Rondine’ come afferma il presidente Vaccari dal quel primo incontro a Camaldoli di oltre trent’anni fa, fino a quell’ultima testimonianza pubblica che la Segre volle donare ai giovani di Rondine il 9 ottobre 2020, un simbolico passaggio di testimone a quei giovani di Rondine che hanno rinunciato all’odio e che ogni giorno tendono la mano al ‘nemico’.
Un legame profondo quello tra Liliana e la Cittadella che insieme alla città di Arezzo trova ampio spazio nel film di Gabbai e che la città accoglie e celebra con un evento speciale all’interno della programmazione cinematografica. La proiezione del 21 gennaio dell’UCI Cinemas di Arezzo delle ore 20.15 sarà eccezionalmente introdotta da un saluto del Presidente di Rondine, Franco Vaccari insieme al sindaco di Arezzo, Alessandro Ghinelli e il vescovo Andrea Migliavacca.
Nel film, tra le pieghe della grande storia e della vita privata di Liliana Segre, si intreccia anche la storia viva di Rondine attraverso la voce del Presidente Franco Vaccari che si unisce alle persone a lei più vicine alle quali è stato affidato il racconto: i figli Luciano, Federica e Alberto (oggi amico intimo della Cittadella) i nipoti, personaggi pubblici come Ferruccio De Bortoli, Mario Monti, Geppi Cucciari, Fabio Fazio, Enrico Mentana, i carabinieri della scorta, che permettono di avvicinarsi a una Liliana più familiare e privata. E’ possibile acquistare il biglietto su: https://www.ucicinemas.it/film/2024/liliana/
Il genocidio rwandese nel racconto di Gianrenato Riccioni
“Il genocidio in Rwanda era iniziato il 6 aprile, il giorno stesso in cui era stato abbattuto l’aereo dell’allora presidente Habyarimana… Era stato tutto premeditato, addirittura dalla Cina erano stati importati centinaia di migliaia di machete, arma rudimentale e feroce, ma anche economica… A dare inizio alla carneficina fu la radio nazionale, che incitò a seviziare e uccidere ‘gli scarafaggi Tutsi’. In questo contesto, immagina un manipolo di volontari, armati solo di tanta fede e di speranza, che accettavano di entrare in Rwanda per riportare una goccia di umanità in quell’oceano di male. Avevo 38 anni, e tanta paura, ma dissi di sì e reclutai chi mi potesse seguire”:
così inizia il colloquio con il dott. Gianrenato Riccioni, medico anestesista e rianimatore all’ospedale di Macerata, ora in pensione, che con la moglie Letizia, insegnante (genitori di tre bambini), decise al termine degli anni ’80 di partire come responsabile dei progetti di Avsi, organizzazione non governativa cattolica presente in 38 Paesi, per l’Uganda.
Ed il ricordo resta ancora indelebile: “Non era una normale guerra, in Rwanda, era l’inferno. Quelli che fino a poco prima erano stati amici, parenti, addirittura sposi, ora venivano massacrati senza distinzione, con machete, bastoni chiodati, martelli. Perfino le chiese dove i Tutsi si erano rifugiati per sfuggire agli Hutu avevano le pareti rosse di sangue, sembravano dipinte. In quel delirio ero stato chiamato a organizzare in qualche modo una presenza di pace e di ricostruzione… L’estate del 1994, trent’anni fa, segnò indelebilmente la mia vita”.
Allora incominciamo dall’inizio: per quale motivo in quel tempo avete scelto di partire per l’Uganda?
“Il 29 settembre 1984, in un’udienza per i 30 anni del movimento di Comunione e Liberazione, papa san Giovanni Paolo II disse: ‘Andate in tutto il mondo è ciò che Cristo ha detto ai suoi discepoli. Ed io ripeto a voi: Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza, la pace, che si incontrano in Cristo Redentore’. Poi, nel 1985 incontrai il dott. Enrico Guffanti che aveva vissuto 4 anni in Uganda. Io e Maria Letizia, che era diventata mia moglie pochi mesi prima, fummo molto colpiti dalla sua testimonianza. Si percepiva, un’umanità, un’intensità di vita ed una gioia assolutamente desiderabili: diventammo amici”.
E quale è stato il contatto con l’Avsi?
“L’amicizia crebbe e agli inizi del 1986 offrimmo la nostra disponibilità, di medico e di insegnante, per la missione. Enrico ci presentò il dott. Arturo Alberti che, nel 1972, aveva fondato l’Avsi, una ONG nata per sostenere chi partiva per la missione”.
Quando siete partiti eravate consapevoli di ciò che stava per succedere?
“Certamente consapevoli di una realtà totalmente altro da ciò a cui eravamo abituati. Ma l’idea della guerra con le sue atrocità, anche se sapevamo dell’instabilità socio politica di quelle zone, non era nei nostri pensieri. Partimmo quindi per l’Uganda: era il 1987. Fummo mandati nel nord del Paese, a Kitgum. Incontrammo i missionari comboniani, uomini con cui nacque una compagnia stringente, che privilegio averli conosciuti.
Dopo un primo periodo scoppiò la guerra, che forse in quella terra così martoriata non era mai terminata. Centinaia di cadaveri accatastati ovunque. Ci battemmo per ottenere il diritto a curare tutti i feriti senza distinzione, amici o nemici. Alla fine delle ostilità ci chiesero di andare ad Hoima, nel sud ovest dell’Uganda. Eravamo fra i primi bianchi ad entrare nel triangolo di Luweero, territorio famoso per le atrocità avvenute fino a tutto il 1986”.
E come avete vissuto il genocidio che stava avvenendo in Rwanda?
“Nel 1994, quando scoppiò il genocidio, l’ambasciatore ci chiese di valutare, come cooperazione italiana, una disponibilità a promuovere un progetto di emergenza in Rwanda. Tornando a casa ne parlai subito con Maria Letizia. Dissi: ‘Ma io non ci penso nemmeno. Troppo pericoloso, per me e per i miei volontari!’ Ma padre Tiboni, un nostro carissimo amico missionario comboniano, mi invitò invece a considerare la possibilità di iniziare una presenza in Rwanda.
Disse che negli anni era nata un’amicizia con moltissimi ugandesi di origine hutu e tutsi. Cresciuti in Uganda desideravano tornare a casa e lui aveva a cuore queste persone. Mi chiese proprio di accettare, chiese il ‘miracolo’. Accettai, poi la realtà si sarebbe rivelata molto più drammatica di quanto avessi temuto. In quei 100 giorni più di 800.000 persone vennero uccise all’arma bianca”.
In tale situazione avete incontrato il console in Rwanda, Pierantonio Costa: “Mi portò a vedere ciò che stava accadendo, affinché io potessi costruire un progetto fattibile di presenza. Il console Costa mi condusse fuori Kigali nelle baracche di fango sulle colline, dove si erano rifugiati i Tutsi, e là dentro vidi i sopravvissuti amputati col machete, gli occhi impazziti di orrore. Soprattutto però mi impressionò l’orfanotrofio dei padri Rogazionisti a Nyanza: lì erano stati raccolti 800 bambini tutti dai 2 anni in su, perché sotto i 2 anni erano morti, uccisi o dagli Hutu o dalla diarrea. Erano hutu e tutsi insieme, chi morente, chi senza più gli arti, terrorizzati per ciò che avevano visto.
Molti erano scappati ai loro stessi parenti (zii, cugini, persino padri e fratelli) componenti di quel 40% di famiglie miste hutu e tutsi che avevano preso a massacrarsi. Costa era andato a Nyanza per portare in salvo i padri Rogazionisti, tra i quali padre Tiziano Pegorari cui gli Hutu avevano promesso la decapitazione, ma questi non se ne volevano andare. Per salvare gli 800 bambini dalla strage il console Costa circondò l’orfanotrofio con bandiere italiane e la scritta ‘Consolato d’Italia’. Funzionò e salvò le vite di questi bambini”.
Quindi cosa significò salvare la vita dei bambini?
“Significò accogliere i bisogni del bambino traumatizzato che poi sono i bisogni del bambino in qualsiasi momento della vita: essere ascoltato, essere accolto in quello che si è vissuto e si vive e aver qualcuno da guardare e da seguire. I bambini portavano i segni di quei mesi terribili: amputazioni, ferite agli arti e/o in testa, alcuni erano rimasti settimane appollaiati sugli alberi, molti non parlavano più.
Ad Avsi venne affidato l’orfanatrofio di Nyanza dove c’erano circa 800 bambini hutu e tutsi. Visitando la struttura con padre Tiziano, che ci affidò la realtà, chiesi: ‘Si, ma dove sono i bambini?’ e lui: ‘Ma sono qua!’ Entrai nelle camerate ed erano tutti lì, 800 bambini in un silenzio irreale. Il gruppo di volontari AVSI era formato da personale italiano, belga e ugandese di origine hutu e tutsi. Iniziarono i primi progetti di sostegno ai bambini traumatizzati dalla guerra e, contemporaneamente, anche un’attività di ricerca per rintracciare le famiglie originarie. Più di 500 bambini ritrovarono le loro famiglie”.
A distanza di 30 anni quale ricordo conservate di quella missione?
“Il volto e i nomi di questi amici hutu e tutsi che furono e sono la più grande testimonianza di speranza per quei bambini. La nostra esperienza si riassume bene con una espressione che stava a cuore a p. Tiboni ed a tutti noi: ‘E’ nata una nuova tribù … la tribù di Gesù Cristo e questa è la speranza per noi e per questo popolo’. Qualcuno di noi ebbe a dire: ‘Il clima di amicizia e di unità che la gente vede tra noi meraviglia tutti, e a volte meraviglia anche noi stessi’. La presenza di personale ugandese di origine hutu e tutsi, italiano, belga è stato segno tangibile e prezioso di una novità dentro la tragedia: questo amore, fuori da ogni logica umana e previsione, capace di generare speranza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Da Tallin un messaggio di speranza per l’Europa
“Da molti anni la comunità ecumenica di Taizé guida il pellegrinaggio di fiducia sulla Terra, un filo ininterrotto di incontri in molti Paesi che si è fermato più volte in Francia. Così, su iniziativa dell’Arcivescovo di Parigi e su invito delle Chiese cristiane di Parigi e della sua regione, il prossimo incontro europeo dei giovani si svolgerà nella capitale francese dal 28 dicembre 2025 al 1° gennaio 2026”: questo annuncio è stato dato al termine dell’incontro europeo dei giovani, svoltosi a Tallin, in un comunicato congiunto dal metropolita Dimitrios, presidente dei vescovi ortodossi francesi, dal pastore Christian Krieger, presidente della federazione protestante francese, e da mons. Éric de Moulins-Beaufort, presidente della conferenza episcopale francese.
Nell’annuncio i co-presidenti del Consiglio delle Chiese Cristiane di Francia, hanno dato il loro ‘pieno’ sostegno a questa scelta della comunità di Taizé, che nei mesi precedenti hanno effettuato diversi incontri per pianificare l’incontro annuale, invitando i giovani nella capitale francese:
“Questo incontro sarà una grande opportunità per incontrarci in uno spirito di preghiera e di fraternità, di condivisione e di celebrazione, e per stabilire così una testimonianza cristiana di unità nel cuore di un mondo attraversato da tante tragedie e crisi. E’ a nome delle Chiese cristiane presenti in Francia che noi, leader cattolici, ortodossi e protestanti, vi invitiamo a venire a Parigi. In effetti, anche noi parliamo con una sola voce”.
Nel messaggio conclusivo hanno richiamato la lettera di frére Matthew, che è stato il filo conduttore dell’incontro appena terminato, per ‘sperare oltre ogni speranza’: “E crediamo che questo incontro a Parigi ci permetterà di sperimentare in modo molto concreto come l’ospitalità condivisa sia un segno bello e vero di speranza. Cari giovani, ne siamo convinti: sarete accolti con calore dai credenti delle nostre rispettive comunità cristiane, e anche dalle persone di buona volontà che decideranno di aprirvi le loro porte… E fino ad allora, la nostra comunione fraterna ci rafforzi reciprocamente per un migliore servizio a Dio e ai nostri fratelli e sorelle in Cristo, al servizio dell’annuncio del Vangelo in un mondo che ha tanto bisogno di speranza”.
Infatti nell’ultima meditazione frére Matthew ha ringraziato i giovani per le loro testimonianze di comunione con l’invito a condividere nei propri Paesi di origine ciò che hanno vissuto in questi giorni: “Ciò che avete condiviso insieme vi preparerà per il viaggio di ritorno, perché sebbene ciò che viviamo in questi giorni qui a Tallinn sia importante, il suo valore aumenta quando influenza la nostra vita quotidiana”.
La sfida è quella di testimoniare Dio, che è speranza, nel mondo: “La sfida per tutti noi è come discernere la presenza di Dio nel mezzo delle nostre lotte. Pur provenendo da situazioni molto diverse, come possiamo restare persone di speranza? Nella lingua kikuyu dell’Africa orientale, uno degli attributi di Dio è che Egli è ‘degno di speranza’, il Dio in cui possiamo riporre la nostra speranza”.
Tale speranza si concretizza nella resurrezione di Cristo: “Ciò si manifesta soprattutto nella vita, morte e risurrezione di Gesù. Eppure Gesù ha veramente sperimentato la durezza dell’esistenza umana e perfino la morte. Non è scappato da lei. Perché la nostra speranza cresca veramente, significa che dobbiamo affrontare la realtà così com’è, ma vederla alla luce delle promesse di Dio. Niente, nemmeno la morte, può separarci dall’amore fedele di Dio”.
Dopo essere risorto Gesù ha invitato i discepoli ad andare in Galilea, che anche oggi è inizio per testimoniare Gesù nel mondo contemporaneo: “Gesù li precede in Galilea, dove ha avuto inizio il Vangelo. Ciò suggerisce un nuovo inizio, ma anche un ritorno alle origini. Ma le donne fuggono dal sepolcro, prese dal terrore e dallo stupore. Questo è il motivo per cui, ci viene detto, non lo hanno detto a nessuno…
In questi giorni, provenienti da contesti, Paesi, Chiese ed epoche diverse, non abbiamo sperimentato un segno della speranza che ci promette la fiducia in Cristo risorto? Poiché Cristo è la nostra pace e ci dona questa pace, da pellegrini di speranza diventiamo anche pellegrini di pace”.
L’incontro è concluso con l’invito alla preghiera: “La pace senza giustizia non è vera pace, ma esiste anche una libertà interiore che deriva dalla fiducia più semplice, che chiamiamo fede. Mentre lottiamo per una pace giusta ovunque viviamo, faremo tutto ciò che è in nostro potere per rimanere liberi dentro di noi? Ogni venerdì a Taizé preghiamo in silenzio per la pace nel nostro mondo. Potremmo non avere le risposte che desideriamo, ma stare alla presenza di Dio può far sorgere in noi intuizioni. Alcune di queste intuizioni, condividendole con gli altri, ci porteranno forse ad agire”.
Un invito all’azione come ha fatto Gesù in quanto commosso dalla folla che lo seguiva: “La sua emozione si tradurrà in un’azione gentile ed efficace. Per prima cosa guarì i malati tra la folla. Ma la notte comincia a calare. I suoi amici vogliono mandare via la folla in cerca di cibo. Gesù, invece di essere d’accordo con loro, chiede ai suoi amici di guardare quello che già hanno. Trovarono cinque pani e due pesci, il che sembrò insufficiente data la grandezza del compito.
Ringrazia per quel poco che hanno trovato, spezza il pane e gli amici distribuiscono il cibo alla folla. E ciò che resta va oltre i loro bisogni. Gesù rifiuta di rassegnarsi ad una situazione che sembra impossibile. Il pasto che segue è un assaggio di ciò che avverrà in pieno nel futuro di Dio. La nostra fame e sete saranno soddisfatte ad ogni livello”.
Frère Matthew ha invitato i giovani ad avere fiducia in Gesù ed ad agire nello stesso modo: “Questa storia può plasmare la nostra speranza che, come è scritto nella Lettera, diventa ‘come l’ancora di una barca’. Ci tiene stretti quando infuria la tempesta. Ci permette di sperimentare piccoli segni della nostra fedeltà alla chiamata che abbiamo ricevuto e alle persone che ci sono state affidate”.
Ciò che è stato ascoltato e vissuto nella capitale estone è possibile vivere anche nelle proprie comunità locali: “Inizi a pensare al tuo ritorno a casa. Quanto poco avete da offrire a Gesù affinché la speranza fiorisca nelle vostre comunità locali, nelle vostre Chiese e cappellanie? I segni più piccoli significano molto. Il profeta Geremia aveva acquistato un campo nella sua città, nonostante la minaccia della sua distruzione. Segni di speranza danno coraggio a tutti, speranza per la famiglia umana, speranza per la buona creazione di Dio”.
Sono le ‘umili’ testimonianze che rendono credibile la fede: “Più che cercare la spettacolarità, non sono forse i gesti umili di ascolto reciproco, di fiducia e di amicizia che comunicano l’essenziale del Vangelo e ci aiutano a entrare sempre più profondamente nel mistero di comunione che è il Corpo di Cristo, la Chiesa?
Da molti anni la nostra comunità di Taizé vive un pellegrinaggio di fiducia. Di tanto in tanto, questo pellegrinaggio diventa visibile, come adesso durante il nostro incontro europeo a Tallin, ma anche nel villaggio di Taizé con gli incontri settimanali dei giovani. E’ un modo per incoraggiarci a vicenda nel nostro cammino quotidiano di fede, un modo per lasciare che Cristo rinnovi la nostra speranza affinché possiamo affrontare le sfide che incontriamo ovunque siamo”.
Per tale ragione all’inizio di tale ‘pellegrinaggio’ europeo il presidente dell’Estonia, Alar Karis per tale ‘raduno’ sul tema della speranza: “Il motto dell’incontro (pellegrinaggio di fiducia) si riferisce a ciò che spesso manca nel mondo di oggi, cioè la fiducia tra persone, paesi e nazioni. Voi giovani potete dare un contributo significativo affinché la fiducia nel futuro sia maggiore di quella odierna.
La fiducia è la base di tutto, quindi è importante non solo parlarne, ma agire di conseguenza, ciascuno secondo le proprie possibilità. La fiducia alimenta anche la fiducia in se stessi e il coraggio di cui hanno bisogno i bambini, i giovani e gli adulti. Confidando gli uni negli altri e lavorando insieme, possiamo anche sperare che l’Europa di domani abbia il vostro volto e sia progettata da voi. Sarà unita e forte”.
(Foto: Taizè)
Papa Francesco: i martiri sono i testimoni della bellezza di Dio
Sono state tante le storie di martiri emerse nel convegno organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi sul tema ‘Non c’è amore più grande. Martirio e offerta della vita’, che, iniziato lunedì 11 novembre, all’Istituto Patristico Augustinianum a Roma, si è concluso oggi con l’udienza da papa Francesco. Le conclusioni, ieri pomeriggio, del prefetto del dicastero, il card. Marcello Semeraro, hanno evidenziato che ‘i martiri non sono stati e non sono degli eroi insensibili alla paura, all’angoscia, al panico, al terrore, al dolore fisico e psichico’. Infine il cardinale ha sottolineato che dalle relazioni è emerso che “il numero dei martiri cristiani non corrisponde affatto a quelli beatificati o canonizzati, ma c’è, al contrario, un intero, grande popolo di martiri”.
Nell’udienza papa Francesco ha evidenziato il tema del seminario di studio: “Esso aveva come Parola-guida quella di Gesù nel Vangelo di Giovanni: ‘Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici’. E per beatificare un martire non ci vuole il miracolo. Il martirio è sufficiente… così risparmiamo un po’ tempo… e carte e soldi. E questo dare la vita per i propri amici, è una Parola che infonde sempre conforto e speranza. Infatti, nella sera dell’Ultima Cena il Signore parla del dono di sé che si sarebbe consumato sulla croce. Soltanto l’amore può dare ragione della croce: un amore così grande che si è fatto carico di ogni peccato e lo perdona, entra nella nostra sofferenza e ci dà la forza di sopportarla, entra anche nella morte per vincerla e salvarci. Nella Croce di Cristo c’è tutto l’amore di Dio, c’è la sua immensa misericordia”.
Quindi la santità ha bisogno dell’amore di Dio, come è sottolineato nella Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium): “Per essere santi non occorre soltanto lo sforzo umano o l’impegno personale di sacrificio e di rinuncia. Prima di tutto bisogna lasciarsi trasformare dalla potenza dell’amore di Dio, che è più grande di noi e ci rende capaci di amare anche al di là di quanto pensavamo di essere capaci di fare.
Non a caso il Vaticano II, a proposito della vocazione universale alla santità, parla di ‘pienezza della vita cristiana’ e di ‘perfezione della carità’, in grado di promuovere ‘nella stessa società terrena un tenore di vita più umano’. Questa prospettiva illumina anche il vostro lavoro per le cause dei santi, un servizio prezioso che offre la Chiesa, affinché non le venga mai meno il segno della santità vissuta e sempre attuale”.
Ed ha sottolineato alcuni temi emersi dal convegno: “Durante il Convegno avete riflettuto su due forme della santità canonizzata: quella del martirio e quella dell’offerta della vita. Fin dall’antichità i credenti in Gesù hanno tenuto in grande considerazione coloro che avevano pagato di persona, con la vita stessa, il loro amore a Cristo e alla Chiesa. Facevano dei loro sepolcri dei luoghi di culto e di preghiera. Si trovavano insieme, nel giorno della loro nascita al cielo, per rinsaldare i legami di una fraternità che in Cristo Risorto oltrepassa i limiti della morte, per quanto cruenta e sofferta”.
Il martire è colui che segue Gesù, che va bel aldilà della propria confessione religiosa: “Nel martire si trovano i lineamenti del perfetto discepolo, che ha imitato Cristo nel rinnegare sé stesso e prendere la propria croce e, trasformato dalla sua carità, ha mostrato a tutti la potenza salvifica della sua Croce. Mi viene in mente il martirio di quei bravi libici ortodossi: morivano dicendo: ‘Gesù’. ‘Ma padre, erano ortodossi!’ Erano cristiani. Sono martiri e la Chiesa li venera come propri martire… Con il martirio c’è uguaglianza. Lo stesso succede in Uganda con i martiri anglicani. Sono martiri! E la Chiesa li prende come martiri”.
Ed ecco gli elementi che determinano il martirio: “Nell’ambito delle cause dei santi, il sentire comune della Chiesa ha definito tre elementi fondamentali del martirio, che restano sempre validi. Il martire è un cristiano che (primo) pur di non rinnegare la propria fede, subisce consapevolmente una morte violenta e prematura. Anche un cristiano non battezzato, che è cristiano nel cuore, confessa Gesù Cristo con il Battesimo del sangue. Secondo: l’uccisione è perpetrata da un persecutore, mosso dall’odio contro la fede o un’altra virtù ad essa connessa; e terzo: la vittima assume un atteggiamento inatteso di carità, pazienza, mitezza, a imitazione di Gesù crocifisso. Ciò che cambia, nelle diverse epoche, non è il concetto di martirio, ma le modalità concrete con cui, in un determinato contesto storico, esso avviene”.
Infine ha ribadito della commissione ‘Nuovi Martiri – Testimoni della Fede’ in occasione dell’anno giubilare: “Poiché si trattava di definire una nuova via per le cause di beatificazione e canonizzazione, stabilivo che dovesse esserci un nesso fra l’offerta della vita e la morte prematura, che il Servo di Dio avesse esercitato almeno in grado ordinario le virtù cristiane e che, soprattutto dopo la sua morte, fosse circondato da fama di santità e fama di segni.
Ciò che contraddistingue l’offerta della vita, nella quale manca la figura del persecutore, è l’esistenza di una condizione esterna, oggettivamente valutabile, nella quale il discepolo di Cristo si è posto liberamente e che porta alla morte. Anche nella straordinaria testimonianza di questa tipologia di santità risplende la bellezza della vita cristiana, che sa farsi dono senza misura, come Gesù sulla croce”.
(Foto: Santa Sede)




























