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Papa Leone XIV: nel rapporto tra fede e ragione il volto di Dio
“Avete riflettuto su tematiche di urgente attualità, che mi stanno molto a cuore, come anche ai miei predecessori san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco: la sostenibilità ambientale e la custodia del creato sono infatti impegni irrinunciabili per la sopravvivenza del genere umano e hanno un immediato riflesso sull’organizzazione delle nostre società e sulla possibilità di una convivenza umana pacifica e solidale”: è l’inizio del discorso di papa Leone XIV nell’udienza concessa ai partecipanti alla Pontificia Accademia di Teologia al termine del seminario internazionale sul tema Creato, Natura, Ambiente per un mondo di Pace.
Nel discorso che ha concluso il seminario il papa ha sottolineato la necessità di un impegno per superare le barriere culturali e sociali: “Allo stesso tempo, qualsiasi sforzo per migliorare le condizioni ambientali e sociali del nostro mondo richiede l’impegno di tutti, ciascuno per la sua parte, in un atteggiamento di solidarietà e collaborazione che superi barriere e limiti regionali, nazionali, culturali e anche religiosi. L’orizzonte interculturale e interreligioso che avete dato al vostro Seminario è di auspicio per ulteriori e sempre più intensi scambi, per iniziative incisive e feconde”.
Tale impegno corrisponde al nuovo profilo dell’Accademia teologica: “Ciò corrisponde al rinnovato profilo dell’Accademia di Teologia voluto da papa Francesco, che ha dato una nuova configurazione a questa Istituzione plurisecolare della Santa Sede. Avendo come bussola la Lettera apostolica ‘Ad theologiam promovendam’ che, poco meno di due anni fa, ha accompagnato la promulgazione dei nuovi Statuti e delle linee programmatiche, vorrei in particolare soffermarmi sullo slancio missionario e dialogico dell’impresa teologica a venire”.
Ecco il motivo per cui la teologia è il fondamento della missione: “La teologia è, certamente, una dimensione costitutiva dell’azione missionaria ed evangelizzatrice della Chiesa: essa ha le sue radici nel Vangelo e il suo fine ultimo nella comunione con Dio, che è lo scopo dell’annuncio cristiano. Proprio perché rivolta ad ogni uomo in ogni tempo, l’opera di evangelizzazione è costantemente interpellata dai contesti culturali e richiede una teologia ‘in uscita’, che unisce il rigore scientifico alla passione per la storia; una teologia perciò incarnata, intrisa dei dolori, delle gioie, delle attese e delle speranze dell’umanità delle donne e degli uomini del nostro tempo”.
E’ stato un invito a coniugare fede e ragione, riprendendo il pensiero di sant’Agostino: “La sintesi tra questi diversi aspetti può essere offerta da una teologia sapienziale, sul modello di quella elaborata dai grandi Padri e Maestri dell’antichità, che, docili allo Spirito, seppero coniugare fede e ragione, riflessione, preghiera e prassi.
Significativo, in tal senso, è l’esempio sempre attuale di sant’Agostino, la cui teologia non è mai stata una ricerca puramente astratta ma sempre frutto dell’esperienza di Dio e della relazione vitale con Lui. Un’esperienza iniziata già prima del Battesimo, quando egli si sentì guidato nell’intimo del cuore da una luce ineffabile, e poi proseguita lungo il cammino della sua vita, anche attraverso una riflessione teologica incarnata e capace di rispondere alle esigenze spirituali, dottrinali, pastorali e sociali del suo tempo”.
Da qui il richiamo al pensiero dei teologi per un percorso esistenziale: “Se Agostino ha avviato questo percorso con un’impronta esistenziale e affettiva, partendo dall’interiorità e riconoscendo la ‘Verità che abita dentro di noi’, San Tommaso d’Aquino lo ha sistematizzato con gli strumenti della ragione aristotelica, costruendo un solido ponte tra la fede cristiana e la scienza di tutti, intendendo la teologia come una sapida scientia, ossia sapientia”.
In questo senso la teologia è vita: “La teologia è dunque questa sapienza che apre orizzonti esistenziali più grandi, dialogando con le scienze, la filosofia, l’arte e l’esperienza umana tutta. Il teologo o la teologa è una persona che vive, nel suo stesso teologare, l’ansia missionaria di comunicare a tutti il ‘sapere’ ed il ‘sapore’ della fede, perché possa illuminare l’esistenza, riscattare i deboli e gli esclusi, toccare e guarire la carne sofferente dei poveri, aiutarci a costruire un mondo fraterno e solidale e condurci all’incontro con Dio”.
Per questo è importante la Dottrina Sociale della Chiesa: “Testimonianza significativa del sapere della fede a servizio dell’uomo, in tutte le sue dimensioni – personali, sociali e politiche – è la Dottrina sociale della Chiesa, chiamata oggi a dare risposte sapienti anche alle sfide digitali. La teologia ne è direttamente interpellata, perché non basta un approccio esclusivamente etico al complesso mondo dell’intelligenza artificiale; occorre invece riferirsi a una visione antropologica che fondi l’agire etico e, dunque, ritornare alla domanda di sempre: chi è l’uomo, qual è la sua dignità infinita, irriducibile ad ogni androide digitale?
E’ stato un invito a studiare la teologia: “Vi invito, pertanto, a coltivare una teologia fondata sull’incontro personale e trasformante con Cristo e tesa a incarnarsi nelle concrete vicende dell’umanità odierna. Vi incoraggio a dialogare, oltre che con la filosofia, anche con la fisica, la biologia, le scienze economiche, quelle giuridiche, la letteratura, la musica, per arricchirsi e arricchire, per portare il lievito buono del Vangelo nelle differenti culture, nell’incontro con credenti di altre fedi religiose e con i non credenti”.
Un dialogo che deve svilupparsi sia all’interno che all’esterno della Chiesa: “Per questo dialogo ad extra c’è bisogno, come sapete, del dialogo ad intra, cioè tra i teologi, nella consapevolezza che il volto di Dio può essere cercato solo camminando insieme. Mi auguro perciò che l’Accademia diventi luogo di incontro e di amicizia tra i teologi, luogo di comunione e condivisione in cui poter camminare insieme verso Cristo”.
Mentre nel video messaggio di ieri il papa ha ringraziato il popolo di Lampedusa nel ricordo di papa Francesco per la proposta di candidatura dei ‘Gesti di Accoglienza’, partendo da Lampedusa a Patrimonio Immateriale UNESCO: “I frutti dello Spirito, cari amici, sono abbondanti fra di voi. Mi ricordate ciò che scrisse l’apostolo Paolo ai cristiani di Tessalonica… La posizione geografica di Lampedusa e Linosa, infatti, da sempre fa di voi una porta d’Europa. Negli ultimi decenni, ciò ha richiesto alla vostra comunità un enorme impegno di accoglienza, che dal cuore del Mediterraneo vi ha portati nel cuore della Chiesa…, perché la vostra fede e la vostra carità sono ormai note a tutti. È un patrimonio immateriale, ma reale”.
E’ stato un invito a ‘combattere’ l’indifferenza della globalizzazione: “La globalizzazione dell’indifferenza, che papa Francesco denunciò proprio a partire da Lampedusa, sembra oggi essersi mutata in una globalizzazione dell’impotenza. Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare. Cosa posso fare io, davanti a mali così grandi?”
A tale domanda il papa ha invitato a riscoprire la riconciliazione: “Il male si trasmette da una generazione all’altra, da una comunità all’altra. Ma anche il bene si trasmette e sa essere più forte! Per praticarlo, per rimetterlo in circolo, dobbiamo diventare esperti di riconciliazione. Bisogna riparare ciò che è infranto, trattare con delicatezza le memorie che sanguinano, avvicinarci gli uni agli altri con pazienza, immedesimarci nella storia e nel dolore altrui, riconoscere che abbiamo gli stessi sogni, le stesse speranze. Non esistono nemici: esistono solo fratelli e sorelle. E’ la cultura della riconciliazione. Servono gesti di riconciliazione e politiche di riconciliazione”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: trasmettere ciò che si è ricevuto
“Come sapete, oggi nella Chiesa universale si celebra la memoria liturgica del martirio di san Giovanni Battista. La sua figura può aiutarci molto a riflettere sulla missione degli evangelizzatori oggi nella Chiesa e nel mondo attuali… Se rileggiamo con attenzioni i primi capitoli del quarto Vangelo possiamo scoprire qual è la chiave di ogni scuola di evangelizzazione: rendere testimonianza di ciò che si è contemplato, dell’incontro che si è avuto con il Dio della vita… Questa è la missione della Chiesa, questa è la missione di ogni cristiano”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i membri della ‘Scuola di Evangelizzazione Sant’Andrea’, indicando come modelli san Giovanni Battista e l’evangelista Giovanni.
Ciò che indica san Giovanni Battista è il cammino del cristiano: “Cari fratelli e sorelle, questa è la nostra vocazione come battezzati, pertanto dobbiamo trasmettere ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto, affinché tutti diveniamo uno in Cristo. In questi giorni di pellegrinaggio, vi invito in modo particolare a contemplare le vite dei santi che, come san Giovanni Battista, sono stati fedeli seguaci di Gesù Cristo, manifestandolo in parole e in opere di bene”.
Inoltre oggi è stato reso pubblico un video messaggio di papa Leone XIV alla provincia agostiniana di Villanova, negli USA, registrato nel periodo di riposo a Castel Gandolfo; “Mentre registro questo messaggio sono lontano dal caldo di Roma e sto trascorrendo un po’ di tempo a Castel Gandolfo per pregare, riflettere e riposare un po’. Vi farà piacere sapere che la chiesa parrocchiale di questa cittadina fuori Roma è dedicata a san Tommaso da Villanova, conosciuto come padre dei poveri, un frate e vescovo agostiniano straordinariamente dotato che ha dedicato la propria vita al servizio dei poveri”.
Per il papa è importante essere partecipe dell’Ordine di sant’Agostino: “Come agostiniani cerchiamo ogni giorno di essere all’altezza dell’esempio del nostro padre spirituale, sant’Agostino. Essere riconosciuto come agostiniano è un onore molto sentito. Devo tanto di ciò che sono allo spirito e agli insegnamenti di sant’Agostino, e sono grato a tutti voi per i molti modi in cui le vostre vite mostrano un profondo impegno verso i valori di veritas, unitas, caritas”.
Ed ha tracciato un breve ritratto: “Sant’Agostino, come sapete, è stato uno dei grandi fondatori del monachesimo, vescovo, teologo, predicatore, scrittore e dottore della Chiesa. Ma questo non è avvenuto dalla sera alla mattina. La sua vita è stata piena di tentativi ed errori, proprio come le nostre”.
Però la sua conversione è dovuta alla madre: “Tuttavia, attraverso la grazia di Dio, attraverso le preghiere di sua madre, Monica, e della comunità di brave persone intorno a lui, Agostino è riuscito a trovare la via della pace per il suo cuore inquieto. La vita di sant’Agostino e la sua vocazione a guidare servendo, ricordano a tutti noi che possediamo doti e talenti donati da Dio e che il nostro scopo, la nostra realizzazione e la nostra gioia derivano dal restituirli nell’amorevole servizio a Dio e al nostro prossimo”.
Inoltre ha ricordato gli agostiniani missionari in America: “Siamo sostenuti dall’esempio di frati agostiniani come padre Matthew Carr e padre John Rossiter, il cui spirito missionario li ha spinti, alla fine del Settecento, ad andare a portare la buona novella del Vangelo nel servizio degli immigrati irlandesi e tedeschi, in cerca di una vita migliore e di tolleranza religiosa”.
E’ un’eredità che non va dispersa: “Ancora oggi siamo chiamati a portare avanti questa eredità di servizio amorevole verso tutto il popolo di Dio. Nel Vangelo Gesù ci ricorda di amare il prossimo, e questo ci sfida, ora più che mai, a ricordarci di vedere oggi il prossimo con gli occhi di Cristo, che tutti noi siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, attraverso l’amicizia, le relazioni, il dialogo e il rispetto reciproco. Possiamo vedere oltre le nostre differenze e scoprire la nostra vera identità di fratelli e sorelle in Cristo”.
Quindi è un invito ad essere costruttori di pace: “Sant’Agostino ci ricorda che prima di parlare dobbiamo ascoltare, e come Chiesa sinodale siamo incoraggiati a impegnarci nuovamente nell’arte di ascoltare attraverso la preghiera, il silenzio, il discernimento e la riflessione. Abbiamo l’opportunità e la responsabilità di ascoltare lo Spirito Santo; di ascoltarci gli uni gli altri; di ascoltare le voci dei poveri e delle persone ai margini, le cui voci hanno bisogno di essere udite. Sant’Agostino ci esorta a prestare attenzione e ad ascoltare il Maestro interiore, la voce che parla da dentro ognuno di noi. E’ nei nostri cuori che Dio ci parla”.
Per questo ha chiesto di ascoltare con l’attenzione del cuore: “Il mondo è pieno di rumore, e le nostre menti e i nostri cuori possono essere sommersi da diversi tipi di messaggi. Questi messaggi possono alimentare la nostra irrequietezza e rubare la nostra gioia. Come comunità di fede, cercando di costruire una relazione con il Signore, possiamo noi cercare di filtrare il rumore, le voci divisive nelle nostre menti e nei nostri cuori, e aprirci agli inviti quotidiani a imparare a conoscere meglio Dio e il suo amore. Quando sentiamo la voce amorevole e rassicurante del Signore, la possiamo condividere con il mondo mentre cerchiamo di diventare una cosa sola in Lui”.
(Foto: Santa Sede)
Al Meeting di Rimini le storie dei cristiani che nel mondo portano il perdono
Giornate intense quelle finora vissute al Meeting dell’Amicizia tra i popoli alla fiera di Rimini, che sul tema dei versi di Eliot (‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’) stanno offrendo la testimonianza di cristiani che cercano di costruire prospettive di vita con mattoni nuovi, anche se non sempre è facile, come ha raccontato p. Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, che nel presentare il docufilm di Luca Mondellini, ‘Osama, in viaggio verso casa’, che narra il prezioso lavoro di Osama Hamdan come architetto e restauratore, evidenziando il suo impegno nella preservazione di siti religiosi ebraici, cristiani e musulmani per una visione del patrimonio culturale come strumento attivo di dialogo e costruzione della pace, rappresentando un esempio concreto di come la conservazione dei beni culturali possa fungere da ponte tra diverse comunità e tradizioni, ha raccontato la realtà che stanno vivendo i cristiani in Terra Santa:
“La situazione a Gaza è drammatica. Continuano i bombardamenti ed è iniziata da qualche giorno una grande operazione di terra. Manca l’indispensabile: cibo, acqua, cure mediche, farmaci, elettricità. La gente soffre, ha fame, ha paura. E’ disumano dover sopportare tanto dolore e tanta umiliazione. Anche in Cisgiordania la situazione va peggiorando, sono aumentati gli scontri fra i coloni israeliani e la popolazione, sono saliti i livelli di povertà in modo sempre più evidente. E’ difficile trovare lavoro a causa delle conseguenze della guerra e per le molte limitazioni al movimento.
I cristiani che vivono in Terra Santa stanno affrontando difficoltà notevoli. A Gaza sono sostenuti dalle parrocchie, che li hanno ospitati fin dall’inizio, ma anche le scorte, utilizzate con parsimonia, stanno finendo. Negli anni scorsi la pandemia e, da quasi venti mesi, la guerra hanno fatto cancellare i pellegrinaggi nei Luoghi Santi. Il lavoro nel settore turistico è la maggior fonte di reddito per i cristiani locali e la mancanza di pellegrini ha fatto salire i livelli di povertà, soprattutto in Cisgiordania. Le difficoltà economiche sono quelle più evidenti perché vengono a mancare necessità importanti per il sostentamento delle famiglie, manca il cibo e manca la possibilità di curarsi. Manca la prospettiva di un futuro per i figli e si cerca di trasferirsi in nazioni più sicure. Tantissime famiglie di Betlemme e di Gerusalemme lo hanno fatto dal 7 ottobre 2023 ad oggi”.
E sempre dal Medio Oriente è giunta la testimonianza del vicario apostolico di Aleppo, mons. Hanna Jallouf, durante l’incontro ‘La presenza della comunità cristiana in Siria e la libertà religiosa’ , raccontando la vita dei cristiani: “La guerra è iniziata nel 2011. Eravamo 10.000 cristiani nella provincia di Idlib, con 11 preti e 4 famiglie religiose. Eravamo greci ortodossi, armeni ortodossi, latini e protestanti. Dai 10.000 siamo rimasti 700 persone, poi tutti sono scappati via. Siamo rimasti noi due francescani per servire la gente che è rimasta. Tocca a noi fare tutto: celebrazione delle messe, servizio liturgico, battesimi, matrimoni, funerali, tutti i riti.
E’ vero, era la guerra; però la guerra ci ha anche unito sotto una sola fede e un solo Cristo. Ho chiamato la gente che è rimasta: quelli che sono entrati da noi, i jihadisti, non sanno né greco, né latino, né armeno; sanno solo che tutti siamo fedeli. Se ci arriva un pezzo di pane, lo dividiamo tra noi. E così è andata avanti”.
Poi il ‘colpo di Stato’ e l’incontro con i miliziani dell’Isis: “I primi ad entrare sono stati l’Esercito Libero, poi è venuto l’ISIS, dopo l’ISIS è arrivata Jabhat al-Nusra, fonte della rivoluzione, e poi Hay’at Tahrir al-Sham, alla fine. Quindi sono quattro tipi di rivoluzionari, uno differente dall’altro.
Il primo incontro con l’ISIS è stato scioccante, perché basta sentire il nome di ISIS e uno trema. Due giorni dopo il loro ingresso, viene uno, bussa alla porta del convento, chiede di me. La suora apre la porta, dicendo che non c’è. Poi la suora viene da me ed io sono impallidito, perché non sapevo come comportarmi. Sono andato a fare una preghiera: ‘Dio, Signore, questo gregge che ho non è mio, è tuo. Dammi soltanto la saggezza di saper fare e saper rispondere’.
L’indomani, alle nove in punto, due macchine blindate arrivano e si fermano alla porta del convento. Tutti armati, con i Kalashnikov a tracolla, cinture minate. Uno alto un metro e novanta, con le spalle larghe, scende, mi saluta con arroganza e mi dice: ‘Sono Abou Ayyub al-Tunisi’. Io, allo stesso tono, rispondo: ‘Sono padre Hanna Jallouf’. Perché nella psicologia, al primo incontro, se tu stai all’altezza, allora c’è rispetto; se no ti ammazza, ti stermina.
‘Va bene, avanti, si accomodi’. Voleva entrare al convento. ‘Dove vai? Qui è terra sacra: non puoi entrare con le armi, per favore mettile fuori’. Si è infuriato: ‘Noi entriamo con le nostre armi dove vogliamo, scassiamo le porte, scassiamo tutto; anche nelle moschee possiamo fare quello che vogliamo’. Io rispondo: ‘Se tu credi che le tue armi ti proteggano, benvenuto. Avanti’. Allora è entrato lui con un altro, già coperto in faccia”.
Con il passare dei giorni la fiducia è arrivata: “In quei giorni che sono rimasti da noi avevano molta fiducia nei cristiani. Se volevano qualcosa, per esempio acqua o da bere, o così, chiedevano a noi: mai hanno chiesto un bicchiere d’acqua ai musulmani. E di più: i musulmani intorno, che avevano preso le nostre macchine e i nostri strumenti di agricoltura, di notte cominciavano a restituirli e ci dicevano: ‘Per favore non dite che erano rubati e chi li ha rubati, sennò questi ci ammazzano: o tagliano la testa o tagliano la mano’. Sono rimasti da noi 105 giorni. Non è rimasto nessun fornicatore, nessun ladro, nessun bugiardo: tutti sono scappati via per paura di essere sterminati”.
Ha concluso la sua testimonianza sottolineando la necessità di testimoniare il Vangelo attraverso la vita: “Non alziamo il Vangelo proclamandolo a parole soltanto: dobbiamo proclamare il Vangelo con la nostra vita. Perché a Knaye abbiamo parlato ai musulmani dicendo che il cristiano non mente, il cristiano è fedele, il cristiano ha la porta di casa aperta a tutti i pellegrini, il cristiano è leale. Questi sono i valori che il cristiano deve vivere. Non soltanto bere alcol o altre cose, o vestire con la minigonna e tutto questo. Noi dobbiamo essere pacificatori, portatori del messaggio di Cristo, perché siamo chiamati a questo compito”.
Mentre dall’Africa la suora missionaria agostiniana, Lourdes Miguélez Matilla, ha raccontato la sua esperienza maturata grazie anche alla fedeltà dei martiri a Cristo ed al popolo algerino: “La mia vita ormai si era radicata in questo popolo. Avevo iniziato a conoscere e ad amare la gente e sentivo il loro affetto e la loro fiducia. Ormai mi trattavano come una di loro. E poi ho scoperto l’importanza di stabilire delle relazioni basate sul rispetto e sull’accettazione delle differenze e di vivere con la condivisione della fede. Di fatto, sul lavoro, parliamo di Dio molto di più con i musulmani, con gli algerini, rispetto a quando ci ritroviamo tra cristiani.
Ho appreso che non ero andata lì ad imporre qualcosa, anzi, ero lì per condividere, per lavorare insieme e per valorizzarlo. Poco a poco, il mio cuore e il mio essere si aprirono e le relazioni umane cominciarono ad approfondirsi, fino al punto da crearmi delle amicizie solide, fedeli e durature che ho tuttora. Grazie a queste amicizie è cresciuta la mia fiducia in Cristo e il mio desiderio di seguirlo ancora più da vicino. E’ aumentata anche la mia fiducia nei confronti della Chiesa e del popolo algerino”.
Però dopo il martirio dei 19 beati aveva dovuto abbandonare il Paese, ma ora è ritornata: “Adesso il nostro centro di accoglienza e di amicizia è un luogo conosciuto e apprezzato in tutto il quartiere. E con l’aiuto di animatrici algerine, organizziamo tutta una serie di laboratori di cucito, di bigiotteria, di pittura per le donne. Ogni mese diamo spazio a una famiglia algerina che viene dalla Francia per distribuire derrate a 70 famiglie povere che ci chiedono di selezionare con anticipo.
E le stanze in cui vivevano le sorelle che sono state assassinate e che rimasero deserte per tanti anni, adesso sono state trasformate in uno spazio di vita, solidarietà, di felicità e speranza. Sono un luogo in cui si imparano cose, si rompono barriere e si condivide tutto. E senza quasi cercarlo, ci siamo trasformate ad essere un luogo di ascolto e di aiuto per molte persone con problemi familiari, di salute, solitudine, povertà. E questa fiducia ce la offrono perché sanno che siamo delle religiose. E credo che la nostra umile presenza contribuisca ad alleviare la sofferenza delle persone e a motivarle, a incitarle di fronte alle difficoltà e a rendere la vita più umana, più attraente e più bella. La nostra presenza, allo stesso tempo, è raggiante e discreta e si ispira alla vita di Gesù a Nazareth”.
Mentre dal Sud Sudan è arrivata la testimonianza di mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, 1.200.000 abitanti di cui 400.000 cattolici: “Annunciare il Vangelo e sostenere la dignità e la promozione umana sono le due traiettorie del nostro impegno. L’educazione è la chiave, Solo il 2% dei bambini frequenta la primaria, il 5-6% le superiori. Le tre scuole nelle parrocchie principali e i duemila iscritti all’Università Cattolica sono reali segni di speranza… La nostra prima azione pastorale è infondere speranza. In questi anni sono stato sfamato, nascosto, protetto. Ho toccato con mano l’enorme generosità di questo popolo”,
Ed infine: “La Chiesa in Sud Sudan ha sempre evangelizzato anche valorizzando l’importanza dell’istruzione come strumento importante verso una piena liberazione da schiavitù legate alla cultura tradizionale, all’appartenenza di sangue e alla posizione economica. Nelle scuole cattoliche vediamo una nuova generazione emancipata da narrative di pregiudizio, di paura e di rancore, e pronte a riscrivere una nuova storia di comprensione, di coraggio, e di riconciliazione”.
Anche dall’Europa sono giunte testimonianze di perdono, come quella della giornalista-documentarista russa Katerina Gordeeva, che ha raccontato la guerra dal fronte ucraino-russo vissuto dalle popolazioni, e nello scorso anno ha vinto il premio ‘Anna Politkovkskaja’ come giornalista indipendente per i reportage sulle guerre in Cecenia, Iraq e Afghanistan, presentando il libro ‘Oltre la soglia del dolore’, una raccolta di 24 storie ucraine e russe che raccontano la tragedia della guerra, vissuta dalla popolazione dei due Stati, come ha scritto nella prefazione Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace e caporedattore di Novaja Gazeta: “Katerina Gordeeva è diventata un’alternativa unipersonale ad una colossale macchina di propaganda”.
Lei stessa ha spiegato il motivo: “Ho deciso di raccogliere le voci di russi e ucraini sul campo, di documentare tutto, perché un domani i miei figli possano conoscere la storia per come è stata, non per come l’ha narrata la propaganda. E perché se in futuro ci saranno dei processi, queste testimonianze possano servire alla verità e alla giustizia”.
Nel reportage, diventato libro, Katerina Gordeeva ha incontrato molte persone, tutte segnate fisicamente o mentalmente dal conflitto, come Danila, mutilata ad una gamba, o Rita, che ha sposato un coreano e ha deciso che in Ucraina non tornerà mai più e poco importa se la prenderanno i russi o se resterà in mano agli ucraini: “Aveva studiato come otorino pediatrico, in mezzo alla confusione della guerra si ritrova nel sangue, a ricucire gli arti strappati dalle esplosioni delle bombe, e a domandarsi se è per questo che ha studiato, se è per questo che deve vivere”.
Un racconto che non lascia alibi alla nostra dimenticanza: “Ho girato tanti video di queste interviste, ma le voci di quella gente mi tormentavano e ho scelto di metterle anche su carta. Anche se oggi c’è poco spazio per il giornalismo indipendente in Russia, ci sono le persone”, come la piccola Katja: “Stavo parlando con la madre, una sarta il cui marito, muratore, si trovava al fronte. Parlavamo della guerra e la donna raccontava dei morti, dei mutilati, della paura del futuro. Non so da quanto tempo stessimo lì. All’improvviso quella bimba, che poco prima stava guardando Peppa Pig, comincia a tirare dei piccoli pugni alla mamma implorandola di smetterla di parlare di queste cose. ‘E di cosa dovremmo parlare, Katja?’, le ho domandato con l’oscena speranza dell’adulto che i bambini, nella loro purezza, sappiano tutto e meglio. ‘Del bene’, mi ha risposto.’“Del bene?’. ‘Sì’. Poi ha serrato le spalle e ha chiesto solo alla madre di prenderla in braccio e di poter andare a dormire”.
Ed ha detto che non è possibile far finta che la guerra non generi dolore, perché non ci ‘tocca’: “Io sono rimasta sconvolta quando ho capito che i miei concittadini erano disposti a far finta di niente, a nascondere la testa sotto terra, per conservare una presunta normalità. Non tutti, certo, perché non posso tacere ad esempio lo straordinario moto umano di famiglie che si sono fatte in quattro per ospitare i profughi ucraini nelle loro case, a Rostov o nei centri di accoglienza temporanei…. Oltre la soglia del dolore c’è la vita. E, come mi ha detto una profuga ucraina, forse un livello superiore di misericordia”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: i migranti sono messaggeri di speranza
“La 111^ Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato, che il mio predecessore ha voluto far coincidere con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario, ci offre l’occasione di riflettere sul nesso tra speranza, migrazione e missione”: nel messaggio intitolato ‘Migranti, missionari di speranza’, che si celebra il 4-5 ottobre, papa Leone XIV riflette sul nesso tra speranza, migrazione e missione.
La mobilità umana è generata per lo più dalla ricerca di una felicità che guerre, ingiustizie, crisi climatica mettono a dura prova: “Il contesto mondiale attuale è tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi, che obbligano milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove. La generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana.
La prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro”.
Quindi chi si muove va alla ricerca della speranza: “Questo collegamento tra migrazione e speranza si rivela distintamente in molte delle esperienze migratorie dei nostri giorni. Molti migranti, rifugiati e sfollati sono testimoni privilegiati della speranza vissuta nella quotidianità, attraverso il loro affidarsi a Dio e la loro sopportazione delle avversità in vista di un futuro, nel quale intravedono l’avvicinarsi della felicità, dello sviluppo umano integrale”.
Per questo la loro migrazione può essere rintracciata nel libro della Genesi: “In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza. Il loro coraggio e la loro tenacia è testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere e che dona loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee”.
Essi ricordano la dimensione ‘pellegrina’: “I migranti e i rifugiati ricordano alla Chiesa la sua dimensione pellegrina, perennemente protesa verso il raggiungimento della patria definitiva, sostenuta da una speranza che è virtù teologale. Ogni volta che la Chiesa cede alla tentazione di ‘sedentarizzazione’ e smette di essere civitas peregrina (popolo di Dio pellegrinante verso la patria celeste), essa smette di essere ‘nel mondo’ e diventa ‘del mondo’. Si tratta di una tentazione presente già nelle prime comunità cristiane”.
Quindi possono essere ‘pellegrini’ di speranza: “In modo particolare, migranti e rifugiati cattolici possono diventare oggi missionari di speranza nei Paesi che li accolgono, portando avanti percorsi di fede nuovi lì dove il messaggio di Gesù Cristo non è ancora arrivato o avviando dialoghi interreligiosi fatti di quotidianità e di ricerca di valori comuni. Essi, infatti, con il loro entusiasmo spirituale e la loro vitalità possono contribuire a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite ed appesantite, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale”.
Per questo l’evangelizzazione si realizza con la testimonianza: “Si tratta di una vera missio migrantium (missione realizzata dai migranti) per la quale devono essere assicurate un’adeguata preparazione e un sostegno continuo frutto di un’efficace cooperazione inter-ecclesiale. Dall’altro lato, anche le comunità che li accolgono possono essere una testimonianza viva di speranza.
Speranza intesa come promessa di un presente e di un futuro in cui sia riconosciuta la dignità di tutti come figli di Dio. In tal modo migranti e rifugiati sono riconosciuti come fratelli e sorelle, parte di una famiglia in cui possono esprimere i loro talenti e partecipare pienamente alla vita comunitaria”.
Al Meeting di Rimini la mostra ‘Chiamati due volte’ racconta i martiri di Algeria
Diciannove fra religiosi e religiose uccisi 30 anni fa. Dalla prima suora delle Piccole Sorelle dell’Assunzione, suor Paul-Hélène Saint-Raymond, assassinata nella biblioteca organizzata per i ragazzi nella Casba di Algeri, fino al vescovo, mons. Pierre Claverie, ucciso in un attentato insieme al suo amico musulmano Mohammed Bouchikhi. Fra il 1992 e il 2002 il terrorismo colpisce l’Algeria facendo 150.000 vittime tra cui molti imam. Fra le vittime ci sono 19 martiri cristiani che 7 anni fa sono stati proclamati beati a Orano. Alcuni di loro sono diventati famosi nel mondo grazie al film ‘Uomini di Dio’ (2010) che ha raccontato la storia del sacrificio dei monaci di Tibhirine.
Questa vicenda dei 19 costituisce il racconto di ‘Chiamati due volte. I martiri d’Algeria’, mostra che è esposta fino al 27 agosto al ‘Meeting per l’amicizia fra i popoli’ a Rimini e realizzata da ‘Oasis’, fondazione internazionale nata nel 2004 per iniziativa del card. Angelo Scola, con l’obiettivo di favorire la conoscenza tra cristiani e musulmani e creare spazi di dialogo sulla base della reciproca rilevanza culturale, e dalla Libreria Editrice Vaticana, che ne pubblica anche il catalogo, con il sostegno della Fondazione Cariplo.
Il titolo della mostra (‘Chiamati due volte’) allude al fatto che i 19 martiri sono stati fedeli due volte: alla loro vocazione religiosa ed al popolo algerino con cui vivevano. Il percorso-itinerario della mostra comprende interviste ed testimonianze in video raccolte a Roma, Parigi, in Normandia, a Lione, a Tunisi e in Algeria. Fra gli intervistati il card. Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri; il postulatore della causa di beatificazione Thomas Georgeon; il regista del film ‘Uomini di Dio’, Xavier Beauvois; il domenicano p. Adrien Candiard, autore della pièce teatrale ‘Pierre e Mohamed’; Bruno De Chergé, nipote di frère Christian De Chergé, il priore del monastero di Tibhirine; Bruno Laurentin, nipote di frère Luc, medico di Tibhirine che viveva la propria professione come modalità di servire Cristo. Per finire con le sorelle di suor Bibiane Leclercq, la nipote del padre bianco Jean Chevillard, la nipote di suor Odette Prévost e altre testimonianze di parenti e amici.
All’interno della mostra sono presentati anche oggetti che appartenevano ai monaci di Tibhirine, fra cui la croce pettorale del priore, il microscopio di frère Luc, il piano di irrigazione del monastero redatto da frère Paul Favre-Miville, il rosario del padre bianco Jean Chevillard, ucciso a Tizi Ozou. Ci sono anche abiti, come quello di frère Christian De Chergé e di mons. Pierre Claverie. Il percorso della Mostra si presenterà al visitatore con una grande parete esterna su cui sono raffigurati i ritratti di tutti e 19 i martiri.
I membri del Comitato Scientifico della mostra sono il card. Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano; il card. Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri; p. Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione dei martiri d’Algeria; Marie-Dominique Minassian, responsabile del progetto di ricerca ‘Gli scritti di Tibhirine’; Nadjia Kebour, docente al PISAI di Roma; mons. Diego Sarrió, vescovo di Laghouat in Algeria e già preside del PISAI di Roma; Anna Pozzi, giornalista del mensile ‘Mondo e Missione’ del PIME; p. Jean-Jacques Pérennès, già direttore della Scuola biblica di Gerusalemme, biografo di Pierre Claverie. Mentre i curatori della Mostra sono Alessandro Banfi, Michele Brignone, Martino Diez, Claudio Fontana e Chiara Pellegrino della Fondazione Oasis e Lorenzo Fazzini della Libreria Editrice Vaticana.
Ad uno dei curatori della mostra organizzata dalla Fondazione internazionale Oasis e dalla Libreria Editrice Vaticana con il sostegno della Fondazione Cariplo, Alessandro Banfi, direttore della comunicazione della Fondazione Internazionale Oasis, abbiamo chiesto di spiegare il motivo, per cui bisogna ricordare con una mostra i 19 martiri di Algeria?
“La vicenda è poco nota in Italia, nonostante che sette anni fa i 19 fra religiose e religiosi cristiani, caduti sotto i colpi del terrorismo islamista nel cosiddetto ‘decennio nero’ dell’Algeria, siano stati proclamati beati dalla Chiesa cattolica. Alla loro fama contribuì molto, 15 anni fa, il film francese ‘Uomini di Dio’ del regista Xavier Beauvois, dedicato alla vicenda dei sette monaci di Tibhirine. Il Meeting, 30 anni dopo dalla loro morte, approfondisce e racconta la storia di questi testimoni della fede in terra musulmana, ‘martiri del dialogo’ come sono stati chiamati. Si tratta di suore, frati e sacerdoti che hanno scelto di rimanere in Algeria, per stare accanto al popolo, restando fedeli alla propria missione, nonostante le esplicite minacce dei terroristi. Ed hanno offerto la loro vita per gli altri”.
Ma cosa c’entra questa mostra con il titolo del Meeting di quest’anno?
Il titolo di quest’anno, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’, è una citazione del poeta Thomas Stern Eliot che evoca le ‘pietre vive’ su cui edificare nuove costruzioni. Ebbene i martiri sono stati a loro modo, ed ancor di più lo sono ora, costruttori di civiltà e di pace in Paesi di fede diversa, dove è permesso il culto, ma anche dove la libertà religiosa è sempre messa in discussione dagli estremisti. I luoghi deserti sono quelli dell’odio e della violenza.
Restare in luoghi, per così dire, desertificati dall’estremismo e disumanizzati dal terrorismo è stata la testimonianza specifica dei 19 martiri d’Algeria. Tanti muoiono, anche fra i cristiani ed i religiosi in tanti posti del mondo, e non sempre vengono proclamati beati martiri. Il motivo per cui invece loro sono stati portati alla gloria degli altari dalla Chiesa è che hanno scelto liberamente di donare la propria vita di fronte alle minacce. Come p. Massimiliano Kolbe nel lager. Nella mostra ci saranno video con interviste a testimoni diretti, sopravvissuti, parenti delle vittime, esperti. E saranno anche esposti oggetti appartenuti ai martiri.
In quale senso questi 19 martiri sono stati chiamati ‘due volte’?
Due volte nel senso che la loro vita è stata donata una prima volta attraverso la loro fedeltà a Gesù Cristo nell’ambito della loro specifica vocazione. E una seconda volta nella radicalità di continuare a donarsi agli altri in una condizione di evidente pericolo. Come dice il postulatore della causa di beatificazione, il frate trappista Thomas Georgeon, in una delle interviste video che saranno proposte nella Mostra: ‘C’è il primo incontro che ha portato questi martiri in Algeria che è l’incontro con Cristo. E poi questo incontro con Cristo si è sviluppato in un incontro con l’altro, nell’alterità. Sono martiri dell’alterità perché hanno accettato di andare all’incontro o di vivere l’incontro con l’altro diverso da me. Passando oltre i pregiudizi sulla cittadinanza, sulla fede, sulla religione… Per andare a incontrare la persona che c’era davanti a loro, cioè l’altro’.
Forse un po’ cinicamente resta da chiedersi: le vite di questi martiri sono state forse inutili? Cercavano il dialogo e sono stati uccisi… Nel testamento lasciato da frère Christian De Chergé, il priore di Tibhirine, scritto qualche mese prima il loro rapimento e la loro uccisione, questa questione è già presente. Scrive infatti De Chergé, prevedendo la sua fine per mano dei terroristi islamisti: ‘La mia morte sembrerà evidentemente dare ragione a quelli che mi hanno frettolosamente trattato da ingenuo o da idealista: Dica adesso cosa ne pensa! Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con Lui i suoi figli dell’islam così come Lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della Sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione e ristabilire la somiglianza giocando con le differenze’.
Proprio a proposito di questa riflessione, il card. Angelo Scola, già arcivescovo di Milano e patriarca di Venezia, nonché fondatore di Oasis, ha scritto nel suo ultimo libro, ‘Nell’attesa di un nuovo inizio’: ‘Ho letto e riletto più volte questo testo straordinario con grande emozione perché esprime, con delicati toni poetici e con profonda sensibilità teologica, un interesse nei confronti dell’Islam che ho sempre avuto e che ho coltivato soprattutto nell’ultima parte della mia vita con l’istituzione della Fondazione Oasis. Anche a me è capitato spesso, senza ovviamente toccare i vertici della riflessione di padre de Chergé, di chiedermi per quale misterioso disegno di Dio oltre un miliardo di uomini e donne sono fedeli all’Islam. Ed ho cominciato a intravvedere e a capire che il Signore ci dona la grazia e ci offre la possibilità di lasciarci trasformare da essa in una misura che non avremmo mai immaginato quando nella Chiesa si è iniziato a parlare di dialogo interreligioso’.
A distanza di 30 anni quale significato assume questo martirio?
“E’ una testimonianza che è stata feconda per la Chiesa algerina e che porta frutti ovunque. E’ la testimonianza di una Chiesa che quando sembra sconfitta dalla storia e più fragile riesce a raggiungere i cuori delle persone. Di tutti. I martiri d’Algeria ci spingono ad elevare lo sguardo e allo stesso tempo ci ricordano che non c’è niente di più grande che dare la vita per i propri amici”.
(Foto: Fondazione Oasis)
Don Tonio Dell’Olio racconta i profeti di speranza: Tonino Bello e Giovanni Rossi
“Noi dovremmo avere il coraggio di annunciare Gesù Cristo ai ‘lontani’, perché ho l’impressione che non abbiamo più questa sfida. Dobbiamo annunciarLo con la testimonianza e con la gioia. Don Giovanni Rossi ci ha insegnato questo. Il mondo è cambiato, ma sicuramente alcune intuizioni di don Giovanni sono ancora in piedi. Invece con don Tonino Bello sono stato diretto collaboratore ed in punto di morte mi chiese di assumere il coordinamento nazionale di Pax Christi. Quando arrivò in diocesi a Molfetta capimmo che era una persona diversa dal canone vescovile. Aveva come anello episcopale la fede nuziale di sua madre, in cui fece incidere la croce, perché doveva essere un patto con il popolo di Dio, che ci viene affidato. Infatti lui parlava di una Chiesa del grembiule, che ha il coraggio di mettersi al servizio attraverso l’annuncio del Vangelo”.
Queste sono le parole con cui don Tonio Dell’Olio, che è stato fino allo scorso maggio presidente dell Pro Civitate Christiana di Assisi, ha concluso il ‘cammino giubilare’,caratterizzante l’anno 2024-2025, che ha preso spunto dalla lettera di indizione del Giubileo, ‘Spes non confundit’, organizzato da don Rino Ramaccioni, rettore dell’Abbazia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, le organizzazioni di volontariato Sermit di Tolentino e Sermirr di Recanati, sulle figure del fondatore dell’associazione assisiate, don Giovanni Rossi, e del presidente di Pax Christi, mons. Tonino Bello: ‘Tonino Bello e Giovanni Rossi: profeti di speranza’.
“La pace è convivialità. E’ mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi. E l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da togliere dalle nebbie dell’omologazione, dell’appiattimento. Un volto da contemplare, da guardare e da accarezzare e la carezza è un dono. La carezza non è mai un prendere per portare a sé, è sempre un dare”, diceva mons. Tonino Bello. Per quale motivo insisteva sulla convivialità delle differenze?
“La convivialità delle differenze è un’apertura mentale e ‘cardiaca’ per la pace; oggi ce ne rendiamo conto che se nelle guerre in atto in Ucraina ed in Terra Santa ed in tutte le altre guerre in atto fosse stata affermata questa realtà della convivialità delle differenze ai conflitti si sarebbe trovata una soluzione di pace. Il nostro compito educativo, ma anche politico, deve essere quello di esercitarsi nella palestra della diversità e nell’accoglienza del ‘diverso’, che non è una semplice tolleranza, ma stare attorno ad una tavola. Convivialità indica questo”.
E la ‘marcia dei 500’ a Sarajevo nel 1992 resta il simbolo della convivialità?
“Certamente! In quella marcia don Tonino Bello, gravemente malato (morirà quattro mesi dopo), rinasce, perché intuisce la forza dei civili, che possono fare interposizione tra le parti in guerra, con il proprio corpo, come fece nel 1240 ad Assisi santa Chiara, sentendo che i Saraceni, dopo aver distrutto Spoleto, erano in marcia verso Assisi, che ha chiesto di essere portata sul sagrato, ponendosi con il proprio corpo ed il Corpo di Cristo, che è l’Eucarestia, tra la città di Assisi ed i Saraceni che arrivano, pregando per la salvezza di Assisi, come narrano le Fonti francescane. Io non so cosa sia successo, ma di fronte a santa Chiara, che non si è barricata in città come atto di guerra, i Saraceni se ne vanno.
In questo modo santa Chiara ha salvato la città. In questo episodio si può vedere una dimensione politica (cioè per il bene della città) della vita contemplativa. Don Tonino aveva intuito questo e diceva che bisognava andare a Sarajevo per mostrare la nostra presenza solidale a chi soffre. Questa è stata la grande intuizione di pace. In quell’occasione a Sarajevo siamo andati a trovare la comunità ortodossa, mentre nella sinagoga abbiamo incontrato i fratelli ebrei, mentre nella moschea quelli mussulmani ed i nostri fratelli cattolici nella basilica della città.
Nel discorso a Sarajevo don Tonino disse che quelli erano gli eserciti del futuro. Quindi nella luce del Vangelo è avvenuto un incontro tra le fedi nella diversità dei credi, che può essere la strada maestra per portare alla pace. Ce lo ricorda la data del 27ottobre 1986, quando ad Assisi san Giovanni Paolo II convocò i rappresentanti delle diverse religioni con la ‘sfida’ di passare dalla contrapposizione, che storicamente si è registrata tra le fedi, ad un incontro. Non è soltanto la Chiesa che deve usare il ‘grembiule’, come diceva don Tonino, ma tutte le religioni”.
Però anche don Giovanni Rossi aveva il desiderio di portare Cristo nella ‘piazza’ culturale degli anni Quaranta dello scorso secolo?
“Sì, perché la vera sfida di don Giovanni era quella della cultura, cercando di ‘impastare’ il Vangelo con il dato culturale, con l’aria che respiriamo, alla fine dei conti. In questo senso, anche coloro che sono lontani o apparentemente lontani dalla fede, possono mostrare una disponibilità al dialogo ed all’incontro. In questo cammino la storia della Pro Civitate Christiana, grazie all’ispirazione ed all’indirizzo dato da don Giovanni Rossi,, continua a seguire”.
Infine dal 21 al 24 agosto si svolge il Corso di Studi Cristiani, intitolato ‘Il tempo delle cose imprevedibili. Il realismo della speranza, il cammino della liberazione: per quale motivo don Giovanni Rossi ha dato vita a questi corsi di Studi cristiani?
“Mi viene da sorridere, perché siamo arrivati all’83^ edizione. E non so se in Italia esista da tanti anni un’iniziativa così longeva! Fin dalla sua fondazione la ‘Pro Civitate Christiana’ ha centrato la sua azione con un’opera di mediazione culturale attraverso l’organizzazione di incontri, seminari e corsi di studio su temi di spiritualità, cultura, educazione, attualità, dialogo interculturale. La formazione è considerata una strada privilegiata per il cambiamento. In questa direzione la ‘Pro Civitate Christiana’ propone percorsi educativi rivolti a tutti. Sono ancora un punto di riferimento importante gli incontri con le diverse categorie della società: operai, operatori culturali, imprenditori, studenti… a tutti loro era rivolto lo sguardo di don Giovanni Rossi e dei volontari.
La cura e l’attenzione che veniva riservata a quei momenti di formazione è il modello che guida ancora oggi la ‘Pro Civitate Christiana’. L’attenzione alla salvaguardia del creato, l’indagine attenta nei confronti di alcuni protagonisti della cultura, la ricerca biblica, la spiritualità e lo sviluppo delle scienze umane costituiscono la via maestra per la proposta formativa che si svolge nello spazio di ‘Cittadella Laudato sì’, sulle pagine della rivista ‘Rocca’ e nelle pubblicazioni di ‘Cittadella Editrice’.
Quest’anno cercheremo di approfondire la teologia della speranza, che ha trovato nel teologo Moltmann un grande ispiratore, e la teologia della liberazione, iniziata da Gutierrez. Quindi cercheremo una continuazione di queste iniziazioni, sulla scorta dell’anno giubilare, che stiamo vivendo, per cui siamo tutti pellegrini della speranza. Ci saranno testimonianze del card. Zuppi e di Cercas, che ha scritto da ateo il libro sul viaggio di papa Francesco in Mongolia, ‘Un folle di Dio ai confini del mondo’, che ricalca l’esperienza di p. Matteo Ricci, o la teologa Simonelli, o il paroliere Mogol sui versi della speranza con l’apertura del convegno dei concerto di due musicisti dalla Terra Santa”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Catania mons. Renna proclama un anno giubilare agatino
“Al termine di questa giornata nella quale abbiamo fatto memoria e ringraziato il Signore per gli 899 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, in quella memoria liturgica che viene denominata traslazione, vi annuncio con gioia che ho chiesto alla Penitenzieria Apostolica, l’organo della Santa Sede preposto dal Santo Padre per le celebrazioni giubilari, che in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie della nostra santa, nel 2026, sia proclamato un anno giubilare agatino per l’arcidiocesi di Catania. Ho già ricevuto risposta positiva: l’anno giubilare inizierà l’11 gennaio prossimo, festa del Battesimo del Signore e proseguirà fino al 18 agosto del 2026, giorno della Dedicazione della Cattedrale”.
Lo ha annunciato domenica scorsa l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, dopo aver annunciato per il 2026 la celebrazione dell’Anno giubilare agatino per i 900 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, fissando anche due importanti appuntamenti: “Il fulcro dei festeggiamenti saranno le due date delle festività del 4-5-6 febbraio, nelle quali interverrà sua Eminenza il cardinal Mario Grech, Segretario del Sinodo universale, di origine maltese, la grande isola a noi vicina che ha come patrona secondaria sant’Agata.
E poi, ho chiesto che il Santo Padre invii un legato pontifico con un suo personale messaggio per i festeggiamenti del 16 e 17 agosto del 2026, nei quali faremo commemorazione dell’arrivo delle reliquie di sant’Agata a Catania”.
Nell’annuncio mons. Renna ha ricordato il gesto del vescovo verso la santa: “La lettera del vescovo Maurizio, che le accolse in questa giornata nel 1126, ci dice che egli stesso andò incontro a sant’Agata a piedi nudi e con una veste bianca, con i segni cioè della penitenza e con il desiderio della vita nuova: un forte richiamo alla veste battesimale che dobbiamo tenere sempre pura e senza macchia per presentarla così al Signore, ricca solo di carità. Quel gesto del mio predecessore vescovo, che trova riscontro nell’abito che voi devoti indossate, il sobrio sacco bianco con il copricapo di colore nero, ci dice che il vero fulcro dei festeggiamenti di sant’Agata è il nostro cuore”.
Quindi il nucleo dei festeggiamenti giubilari è il cuore: “E’ il nostro cuore l’altare da cui sale l’incenso della nostra preghiera e dell’amore a Dio, di una vita impegnata nella carità, che ama il prossimo come sé stesso. L’anno giubilare agatino, come questo anno 2025, ci viene dato per cambiare i nostri cuori… Non mancherà un segno eloquente che dica che la nostra fede si traduce in carità: un’opera di carità per i bisogni della nostra Catania, che rimanga nel tempo, oltre questo anno. Durante l’anno il velo di sant’Agata, segno del suo patrocinio su tutta la Arcidiocesi, sarà pellegrino nelle varie città e paesi della nostra Chiesa locale”.
Per questo ha chiesto tre impegni: “Il primo: la cura dei ragazzi e dei piccoli nelle famiglie. Non lasciateli per strada, collaborate con le scuole e le parrocchie, cari adulti. Nel 2026, a Natale, vorrò benedire tutti i bambini e le bambine che porteranno il nome, come primo nome, di Agata o Agatino o Salvatore, in onore dello sposo di sant’Agata, Gesù Salvatore: che si torni nelle famiglie a dare nomi cristiani, non di personalità che non possono essere esempi di vita cristiana e che non possiamo invocare il giorno del battesimo dei nostri bambini. Ma nel dare un nome cristiano, cari adulti, dovete impegnarvi all’educazione cristiana e umana dei vostri figli, sottraendoli da ciò che può nuocere al loro futuro, cioè alla malavita, alle dipendenze di ogni tipo, alla superficialità”.
Il secondo impegno è un invito a fare rete: “L’altro impegno morale per tutti coloro che hanno a cuore la cosa pubblica, politici, amministratori di enti, imprenditori, uomini e donne delle istituzioni culturali: sappiate far rete perché Catania risorga nella concordia, nella cura di sé: via le lotte intestine, via gli interessi personali, via tutto ciò che ha frenato lo sviluppo di questa città e la sua pulizia morale”.
Il terzo impegno è un invito ai giovani ed agli educatori: “Prendete sant’Agata ad amica della vostra giovinezza. E voi sacerdoti, catechisti, educatori, volontari, sappiate che questi giovani hanno bisogno di chi stia loro accanto, di chi ‘perda’, anzi doni loro il proprio tempo facendoli sentire amati”.
Mentre nell’omelia l’arcivescovo di Catania ha ricordato quello che successe 899 anni prima: “Carissimi fratelli e sorelle, all’alba del 17 agosto di ottocento novantanove anni fa un grido di gioia, secondo una attestata tradizione, si diffondeva nella nostra città: le reliquie di sant’Agata tornavano a Catania; era finalmente possibile venerare la santa catanese di cui era rimasta viva la memoria nonostante per più di un secolo la vita cristiana fosse stata mortificata, ma non cancellata. Il legame tra Agata e Catania non si era interrotto, ma da quel 17 agosto del 1126 si è ravvivato. Questo legame non va vissuto mai automaticamente, ma va’ sempre purificato, rinnovato, attualizzato”.
Quindi ha spiegato il significato della divisione ‘evangelica’: “Ai tempi di sant’Agata molte famiglie vivevano una divisione al loro interno a causa della fede, perché uno sceglieva di essere cristiano, mentre i suoi parenti lo avversavano e arrivavano persino ad ucciderlo, così come accadde per santa Barbara di Nicomedia, che secondo una tradizione fu uccisa dal suo stesso padre”.
Ecco il motivo per cui ha richiamato un episodio di Piergiorgio Frassati: “Mi ha colpito un episodio della vita del beato Piergiorgio Frassati, in cui suo padre Alfredo si lamentò con il parroco perché aveva visto che Piergiorgio recitava il rosario prima di addormentarsi, e il sacerdote per tutta risposta gli disse: Cosa vuoi, che si addormenti con accanto un romanzaccio?”
Tale divisione avviene sempre: “E’ la divisione fra Quinziano, Afrodisia da una parte ed Agata dall’altra. E’ quella che vediamo quando c’è chi sceglie la strada della legalità, come la giovane eroina siciliana Rita Atria che prese le distanze dal modo di agire della sua famiglia e collaborò con il giudice Borsellino. Quante persone ripudiano un modo di fare discutibile e per questo vengono segnate a dito ed escluse: si crea una divisione, che se da alcuni viene vissuta con violenza, da chi è sempre pronto a ricorrere alla corruzione e alle armi, nei santi martiri trova risposta nella mitezza e nella giustizia”.
Ricordando chi soffre per le guerre ha invitato ad offrire una testimonianza cristiana nello stile di sant’Agata: “Sant’Agata ha saputo giudicare il tempo in cui era urgente dare testimonianza a Cristo e non si è tirata indietro. Anche noi vogliamo fare come lei! E’ tempo di una testimonianza cristiana più coerente e verace. E’ tempo di aiutare la nostra città e i nostri quartieri a risorgere. E’ tempo di dare uno sviluppo nuovo al volontariato che si prenda cura dei più fragili e di impegnarsi in una politica che abbia a cuore la concordia per affrontare i problemi.
Noi agiamo in base a ciò che sentiamo dentro, ed oggi vogliamo riascoltare le motivazioni che hanno portato sant’Agata a testimoniare Gesù Cristo. Sant’Agostino diceva che noi agiamo sempre in base a ciò che ci piace di più (delectatio victrix): che ci piaccia di più ciò che piace a Dio, ciò che ci rende graditi a lui, così come è stato sant’Agata. Così saremo anche sicuri di fare ciò che è bene per gli altri, nostri fratelli in Cristo”.
Papa Leone XIV: nelle differenze l’unità delle Chiese
“Oggi è la grande festa della Chiesa di Roma, generata dalla testimonianza degli Apostoli Pietro e Paolo e fecondata dal loro sangue e da quello di molti altri martiri. Anche ai nostri giorni, in tutto il mondo, vi sono cristiani che il Vangelo rende generosi e audaci persino a prezzo della vita. Esiste così un ecumenismo del sangue, una invisibile e profonda unità fra le Chiese cristiane, che pure non vivono ancora tra loro la comunione piena e visibile. Voglio pertanto confermare in questa festa solenne che il mio servizio episcopale è servizio all’unità e che la Chiesa di Roma è impegnata dal sangue dei Santi Pietro e Paolo a servire la comunione tra tutte le Chiese”: con queste parole prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato ‘la grande festa della Chiesa di Roma’ nella solennità dei santi Pietro e Paolo, sottolineando che anche in questo tempo ci sono cristiani che muoiono per i valori del Vangelo.
Questa persecuzione avviene ancora oggi perché la visione proposta da Gesù è un ‘rovesciamento’ di prospettiva: “La pietra, da cui Pietro riceve anche il proprio nome, è Cristo. Una pietra scartata dagli uomini e che Dio ha reso pietra angolare. Questa Piazza e le Basiliche Papali di San Pietro e di San Paolo ci raccontano come quel rovesciamento continui sempre. Esse si trovano ai margini della città antica, ‘fuori le mura’, come si dice fino ad oggi.
Ciò che a noi appare grande e glorioso è stato prima scartato ed espulso, perché in contrasto con la mentalità mondana. Chi segue Gesù si trova a camminare sulla via delle Beatitudini, dove la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la fame e la sete di giustizia, l’operare per la pace trovano opposizione e anche persecuzione. Eppure, la gloria di Dio brilla nei suoi amici e lungo il cammino li plasma, di conversione in conversione”.
Ma il giubileo ricorda che la persecuzione è vinta con la speranza, nonostante i nostri errori: “Cari fratelli e sorelle, sulle tombe degli Apostoli, meta millenaria di pellegrinaggio, anche noi scopriamo che possiamo vivere di conversione in conversione. Il Nuovo Testamento non nasconde gli errori, le contraddizioni, i peccati di quelli che veneriamo come i più grandi Apostoli. La loro grandezza, infatti, è stata modellata dal perdono. Il Risorto, più di una volta, è andato a prenderli per rimetterli sul suo cammino. Gesù non chiama mai una volta sola. E’ per questo che tutti possiamo sempre sperare, come ci ricorda anche il Giubileo”.
E prima, nella celebrazione eucaristica della solennità dei santi Pietro e Paolo papa Leone XIV ha ricordato due aspetti fondamentali della Chiesa, quali la comunione ecclesiale e la vitalità della fede: “Anzitutto, la comunione ecclesiale. La liturgia di questa Solennità, infatti, ci fa vedere come Pietro e Paolo sono stati chiamati a vivere un unico destino, quello del martirio, che li ha associati definitivamente a Cristo”.
Con una sottolineatura importante, quella di una fede non ‘pacifica’: “Tuttavia, questa comunione nell’unica confessione della fede non è una conquista pacifica. I due Apostoli la raggiungono come un traguardo a cui approdano dopo un lungo cammino, nel quale ciascuno ha abbracciato la fede e ha vissuto l’apostolato in modo diverso.
La loro fraternità nello Spirito non cancella le diversità dalle quali sono partiti: Simone era un pescatore di Galilea, Saulo invece un rigoroso intellettuale appartenente al partito dei farisei; il primo lascia subito tutto per seguire il Signore; il secondo perseguita i cristiani finché viene trasformato da Cristo Risorto; Pietro predica soprattutto ai Giudei; Paolo è spinto a portare la Buona Notizia alle genti”.
Quindi una fede non ‘pacifica’, ma ‘comunionale’: “Carissimi, la storia di Pietro e Paolo ci insegna che la comunione a cui il Signore ci chiama è un’armonia di voci e di volti e non cancella la libertà di ognuno. I nostri Patroni hanno percorso sentieri diversi, hanno avuto idee differenti, a volte si sono confrontati e scontrati con franchezza evangelica. Eppure ciò non ha impedito loro di vivere la concordia apostolorum, cioè una viva comunione nello Spirito, una feconda sintonia nella diversità”.
La vita di questi due santi è un insegnamento di comunione: “Tutto questo ci interroga sul cammino della comunione ecclesiale. Essa nasce dall’impulso dello Spirito, unisce le diversità e crea ponti di unità nella varietà dei carismi, dei doni e dei ministeri. E’ importante imparare a vivere così la comunione, come unità nella diversità, perché la varietà dei doni, raccordata nella confessione dell’unica fede, contribuisca all’annuncio del Vangelo”.
E’ un cammino a cui tutti siamo chiamati: “Su questa strada siamo chiamati a camminare, proprio guardando a Pietro e Paolo, perché di tale fraternità abbiamo tutti bisogno. Ne ha bisogno la Chiesa, ne hanno bisogno le relazioni tra laici e presbiteri, tra i presbiteri e i Vescovi, tra i Vescovi e il Papa; così come ne hanno bisogno la vita pastorale, il dialogo ecumenico e il rapporto di amicizia che la Chiesa desidera intrattenere con il mondo. Impegniamoci a fare delle nostre diversità un laboratorio di unità e di comunione, di fraternità e di riconciliazione perché ciascuno nella Chiesa, con la propria storia personale, impari a camminare insieme agli altri”.
Tale cammino interpella la vitalità della ‘nostra’ fede: “Nell’esperienza del discepolato, infatti, c’è sempre il rischio di cadere nell’abitudine, nel ritualismo, in schemi pastorali che si ripetono senza rinnovarsi e senza cogliere le sfide del presente. Nella storia dei due Apostoli, invece, ci ispira la loro volontà di aprirsi ai cambiamenti, di lasciarsi interrogare dagli avvenimenti, dagli incontri e dalle situazioni concrete delle comunità, di cercare strade nuove per l’evangelizzazione a partire dai problemi e dalle domande posti dai fratelli e dalle sorelle nella fede”.
Infatti la fede è incentrata sulla domanda che Gesù pone agli apostoli su sé stesso (‘Ma voi, chi dite che io sia?’): “Ogni giorno, ad ogni ora della storia, sempre dobbiamo porre attenzione a questa domanda. Se non vogliamo che il nostro essere cristiani si riduca a un retaggio del passato, come tante volte ci ha ammoniti Papa Francesco, è importante uscire dal rischio di una fede stanca e statica, per chiederci: chi è oggi per noi Gesù Cristo? Che posto occupa nella nostra vita e nell’azione della Chiesa? Come possiamo testimoniare questa speranza nella vita di tutti i giorni e annunciarla a coloro che incontriamo?”.
Ed ha concluso l’omelia con un invito al discernimento, che dipende da come la comunione è vissuta: “Fratelli e sorelle, l’esercizio del discernimento, che nasce da questi interrogativi, permette alla nostra fede e alla Chiesa di rinnovarsi continuamente e di sperimentare nuove vie e nuove prassi per l’annuncio del Vangelo. Questo, insieme alla comunione, deve essere il nostro primo desiderio. In particolare, oggi vorrei rivolgermi alla Chiesa che è in Roma, perché più di tutte essa è chiamata a diventare segno di unità e di comunione, Chiesa ardente di una fede viva, Comunità di discepoli che testimoniano la gioia e la consolazione del Vangelo in tutte le situazioni umane”.
Al termine ha salutato gli arcivescovi che hanno ricevuto il pallio ed i membri delle Chiese ortodosse presenti alla celebrazione eucaristica: “Nella gioia di questa comunione, che il cammino dei santi Pietro e Paolo ci invita a coltivare, saluto i fratelli Arcivescovi che oggi ricevono il Pallio. Carissimi, questo segno, mentre richiama il compito pastorale che vi è affidato, esprime la comunione con il Vescovo di Roma, perché nell’unità della fede cattolica, ciascuno di voi possa alimentarla nelle Chiese locali a voi affidate.
Desidero poi salutare i membri del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina: grazie per la vostra presenza qui e per il vostro zelo pastorale. Il Signore doni la pace al vostro popolo! E con viva riconoscenza saluto la Delegazione del Patriarcato Ecumenico, qui inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo”.
(Foto: Santa Sede)
Oggi il Giugno Antoniano si chiude con il concerto del Coro e Orchestra Kerigma
Volge al termine la rassegna 2025 del Giugno Antoniano. L’evento finale di chiusura del cartellone sarà questa sera, nel Sagrato della Basilica di Sant’Antonio alle ore 20.45, il concerto-testimonianza del Coro e Orchestra Kerigma. La formazione di 50 elementi (20 musicisti e 30 cantanti) è composta principalmente da giovani provenienti da alcune parrocchie delle Diocesi di Padova, Venezia, Treviso e Vicenza che frequentano il percorso del Cammino Neocatecumenale.
Diretto dal M° Stefano Pietrocarlo, con direttore del coro il M° Matteo Ferrara e l’arrangiamento della prof.ssa Annie Fontana, il gruppo, attraverso la musica classica, moderna e il canto, offre con i suoi spettacoli un’originale testimonianza di vita cristiana attraverso suoni e voci.
Nato nel settembre 2016 per iniziativa di un gruppo di giovani, il coro-orchestra ‘Kerigma’ coinvolge sia coristi a livello amatoriale, che orchestrali professionisti e studenti di Conservatori o Licei Musicali del Veneto (pianoforte, arpa, archi, fiati e percussioni).
La formazione ha al suo attivo circa 30 concerti. Tra questi da ricordare negli scorsi anni il concerto nella Chiesa di San Francesco a Treviso, in quella di San Francesco a Brescia, ai Santi Apostoli a Venezia e, di particolare rilievo, i concerti di Natale in onore della “Sacra Famiglia di Nazareth” nella Pontificia Basilica di Sant’Antonio a Padova.
In repertorio la compagine ha più di 30 brani, sia di musica classica, da Bach, Vivaldi, Haendel, fino a composizioni moderne come gli Inni delle Giornate Mondiali della Gioventù, alcuni brani di don Marco Frisina, noto autore di canti liturgici conosciuti e apprezzati in Italia e all’Estero, spesso anche tradotti, fino alle colonne sonore del M° Ennio Morricone.
Il Direttore dei Kerigma e fondatore dell’ensemble, Stefano Pietrocarlo, cura la preparazione di tutta la formazione e gli arrangiamenti di vari brani, mentre Annie Fontana si occupa dell’arrangiamento, oltre che di comporre pezzi originali scritti appositamente per questa formazione.
Le esibizioni si aprono con la lettura di un passo del Nuovo Testamento, dal Vangelo o da una lettera di San Paolo, a cui segue un breve commento. Tra i diversi brani musicali vengono inseriti anche un paio di momenti con testimonianze di vita cristiana a cura dei giovani coristi e musicisti.
Il Giugno Antoniano 2025 è organizzato da Comune di Padova, Pontificia Basilica di S. Antonio, Provincia di S. Antonio di Padova dei Frati Minori Conventuali, Diocesi di Padova, Veneranda Arca di S. Antonio, Messaggero di sant’Antonio Editrice, Arciconfraternita di Sant’Antonio, Centro Studi Antoniani, Museo Antoniano, con la collaborazione di Ordine Francescano Secolare di Padova, Associazione Corsia del Santo – Placido Cortese, Associazione culturale Palio Arcella.
La realizzazione della manifestazione è possibile grazie al contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Camera di Commercio di Padova, Confindustria Veneto Est. Il Giugno Antoniano 2025 ha inoltre il patrocinio del Comune di Camposampiero (PD) e del Progetto Antonio 800 della Provincia Italiana di S. Antonio di Padova. La media partnership è in collaborazione con «Messaggero di sant’Antonio», «Messaggero dei Ragazzi», Telepace e Rete Veneta del Gruppo Medianordest. A tutte queste realtà va il vivo ringraziamento di quanti organizzano la manifestazione.





























