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Seconda Domenica di Pasqua: domenica della divina misericordia

 Gesù è veramente risorto! Quest’annuncio ancora oggi ci coinvolge tutti come singoli e come società. E’ un annuncio che conferisce pace e gioia ma non cessa di essere un mistero d’accogliere con fede e amore. Siamo cristiani perché Cristo è veramente risorto; Egli è il Dio con noi. Gesù aveva dato l’annuncio della sua risurrezione attraverso le pie donne, che si erano recate al suo sepolcro, e sono divenute ambasciatrici di Cristo. Laddove i suoi nemici erano rimasti sconfitti dalla notizia della sua risurrezione, appresa dai soldati che facevano la guardia, i discepoli di Gesù viceversa erano ancora tremanti, chiusi nel cenacolo, per paura dei Capi del popolo e del Sinedrio.

Gesù risorto, come aveva predetto ‘i pubblicani e le prostitute avranno il primo posto nel regno dei cieli’, si servì di Maria Maddalena, che aveva pianto per i suoi peccati, aveva lavato con le lacrime i piedi a Gesù, per annunciare ufficialmente ai suoi discepoli e al mondo intero la sua ‘risurrezione’. Maria Maddalena diventa così ambasciatrice come il Buon Ladrone sarà il primo ad entrare nel Regno dei cieli; Gesù dall’alto della croce gli disse infatti ‘oggi sarai con me in paradiso’.

Dopo l’annuncio Gesù va a trovare i suoi ancora chiusi nel Cenacolo, entra a porte chiuse, dà il lieto annuncio: ‘la pace sia con voi’! Avere fede significa accettare che Gesù è il Signore, è il Risorto: verità fondamentale per gli apostoli, i suoi amici che dovranno essere i testimoni nel mondo di questa verità. Il Cenacolo è figura chiara della Chiesa in cammino.  Quella sera, però, Tommaso, uno degli Apostoli, non era con loro quando venne Gesù a porte chiuse. Gesù è venuto per tutti, vuole tutti salvi; si è sacrificato in Croce per tutti e per ciascuno di noi.

Otto giorni dopo Gesù ritorna dai suoi dove c’era Tommaso, l’incredulo che aveva detto: l’avete visto, ma non l’avete toccato! Poteva essere un fantasma. ‘Se non metto il mio dito nelle sue piaghe, se non tocco i chiudi, se non metto la mano nel suo costato, io non crederò mai’. Tommaso crederà non alle parole dei suoi compagni e amici me solo vedendo le ferite di Gesù, procurate dai chiodi, e il suo cuore squarciato.

Un amore grande che si misura non a parole ma guardando e toccando con mano cosa Gesù ha sofferto per noi, per l’uomo. Tommaso, in fondo, aveva detto: Siete stupidi; dite di averlo visto, d’avere parlato con Lui ma non l’avete toccato; io invece sono diverso: voglio vedere e toccare con mano.

A Gesù interessa una cosa sola: i suoi discepoli sono chiamati ad essere i testimoni della sua risurrezione, la loro fede deve essere ben salda e radicata nel fiducioso abbandono al suo amore, che si è sacrificato; se voglio capire quanto Egli ci ha amato, devo constatare quanto Egli ha sofferto per me. Le ferite riportate dal Signore, i segni dei chiodi e del cuore aperto sono le testimonianze di questo amore misericordioso; ecco perché Gesù vuole sciogliere ogni dubbio ed incertezza.

Da qui la seconda venuta nel Cenacolo otto giorni dopo, presente questa volta Tommaso, l’incredulo. Tommaso rimane così una figura memoranda che fa emergere nella Chiesa la misericordia materna del Signore Gesù. Gesù risorto entra a porte chiuse, sta in mezzo ai suoi e si rivolge proprio a Tommaso: ‘Metti qua il tuo dito, guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio costato: non essere incredulo, ma credente’.

Gesù non compie miracoli per farsi riconoscere ma mostra le sue ferite; non fa discorsi teologici o disquisizioni esegetiche su quanto era scritto nel Libro Sacro ma i segni della sua passione e morte costituiscono la testimonianza più forte della sua risurrezione, già preannunciata ed ora attuata. Gesù è vero figlio di Dio, il suo messaggio è divino, la sua Chiesa deve essere santa (chiamata alla santità). Nasce e si consolida così la comunità cristiana del futuro.

Quella comunità che ama, crede ed annuncia Gesù Cristo e la sua risurrezione. L’ottavo giorno dopo la Pasqua questa prima comunità cristiana era riunita in casa, come noi oggi siamo riuniti nella casa del Signore per ascoltare la Parola di Dio ed operare la ‘frazione del pane’. Sull’altare infatti è preparato il pane e il vino come nell’ultima cena; pane e vino che, grazie alla misericordia di Dio, diventeranno corpo, sangue, anima e divinità di nostro signore Gesù Cristo.

E’ la comunità riunita che Gesù saluta: ‘Pace a voi’. Era quella infatti una assemblea dove i Discepoli volevano rigenerarsi ad una speranza viva, ricolma di gioia anche se, come scrive l’apostolo Pietro, per un poco di tempo si rimane afflitti da varie prove. La nostra fede, infatti, più preziosa dell’oro, che viene purificato con il fuoco, è purificata da prove e sofferenze. Da qui nasce la gioia pasquale, la gioia della nostra vita, nonostante le sofferenze, le persecuzioni, le guerre, le incomprensioni.

Davanti al richiamo di Gesù a Tommaso: ‘Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno’, c’è la beatitudine per me e per te, amico che ascolti; ancora una volta Gesù il Risorto, oggi, dalla croce, mostra le sue ferite, i segni del suo amore misericordioso. A noi però l’impegno di vivere la gioia del nostro battesimo, della nostra rinascita a figli di Dio, mentre con umiltà chiediamo perdono delle nostre colpe.

Rinascere, rinnovarsi, come vedi, è una necessità della vita, il rinnovamento non può essere solo quello fisiologico: anche gli animali e le piante si rinnovano ma è un progresso che non oltrepassa le soglie del fisico e dell’istinto. E’ necessario invece migliorare ogni giorno, contrastando il passo alla vecchiaia per rimanere sempre giovani e sulla breccia.

E’ necessario vincere con l’amore individualismo ed egoismo che spesso attanagliano il nostro spirito e non ci permettono di accogliere l’altro come fratello.  Se vuoi andare oltre, bisogna vivere di Fede; è la sola che ci permette di cogliere l’amore misericordioso di Dio e pregare ‘Padre nostro, che sei nei cieli’. E’ questo il mio augurio domenicale.            

Papa Leone XIV agli atleti: siate testimoni di pace

“Vi accolgo con gioia, poco dopo la fine dei Giochi Invernali di Milano-Cortina, che hanno diffuso nel mondo, insieme a competizioni di altissimo livello, anche un nobile messaggio umano, culturale e spirituale”: incontrando i partecipanti ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina papa Leone XIV ha affermato che la filosofia del’vincere senza umiliare’ e della sconfitta ‘senza perdere sé stessi’ si applica anche alla politica e alle relazioni tra popoli.

Esprimendo gratitudine al Dicastero per la Cultura e l’Educazione che, con Athletica Vaticana, ha curato la preparazione dell’incontro con un ringraziamento al presidente Luciano Buonfiglio, del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), e il Presidente Marco Giunio De Sanctis, del Comitato Italiano Paralimpico (CIP), il papa ha sottolineato che anche lo sport è linguaggio:

“Davvero lo sport, quando viene autenticamente vissuto, non resta soltanto una prestazione: è una forma di linguaggio, un racconto fatto di gesti, di fatica, di attese, di cadute e di ripartenze. Durante i Giochi abbiamo visto non solo corpi in movimento, ma storie: storie di sacrificio, di disciplina, di tenacia. In modo particolare, nelle competizioni paralimpiche abbiamo osservato come il limite possa diventare luogo di rivelazione: non qualcosa che ostacola la persona, ma che può essere trasformato, persino trasfigurato in ritrovate qualità. Voi atleti siete diventati biografie che ispirano moltissime persone”.

Quindi lo sport aiuta nella crescita personale e comunitaria: “Lo sport, infatti, concorre alla maturazione del nostro carattere, richiede una spiritualità salda ed è una forma feconda di educazione. Dallo sport si impara a conoscere il proprio corpo senza idolatrarlo, a governare le emozioni, a competere senza perdere il senso della fraternità, ad accogliere la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza”.

Insomma lo sport è anche un allenamento mentale: “Allenando la mente, insieme alle membra, lo sport è autentico quando resta umano, cioè quando rimane fedele alla sua prima vocazione: essere scuola di vita e di talento. Una scuola nella quale si impara che il vero successo si misura dalla qualità delle relazioni: non dall’ammontare dei premi, ma dalla stima reciproca, dalla gioia condivisa nel gioco”.

Inoltre lo sport aiuta ad un dialogo di pace: “Nel tempo attuale, così segnato da polarizzazioni, rivalità e conflitti che sfociano in guerre devastanti, il vostro impegno assume un valore ancora maggiore: lo sport può e deve diventare davvero uno spazio di incontro! Non un’esibizione di forza, ma un esercizio di relazione. Ho voluto ricordare, in occasione di questi Giochi, il valore della tregua olimpica. Voi, con la vostra presenza, avete reso visibile questa possibilità di pace come una profezia niente affatto retorica: spezzare la logica della violenza per promuovere quella dell’incontro”.

Al contempo il papa ha messo in guardia contro le’scorciatoie’: “Al contempo, sappiamo bene che lo sport porta con sé anche delle tentazioni: quella della prestazione a ogni costo, che può condurre fino al doping. Quella del profitto, che trasforma il gioco in mercato e lo sportivo in divo. Quella della spettacolarizzazione, che riduce l’atleta a un’immagine o a un numero. Contro queste derive, la vostra testimonianza è essenziale”.

E’ stato un invito ad offrire una testimonianza di pace nella società: “Portate l’idea che si possa gareggiare senza odiarsi. Che si possa vincere senza umiliare. Che si possa perdere senza perdere sé stessi. E questo vale anche oltre lo sport. Vale nella vita sociale, nella politica, nelle relazioni tra i popoli. Perché lo sport, se vissuto bene, diventa un laboratorio di umanità riconciliata, dove la diversità non è una minaccia, ma una ricchezza. In un’epoca di grandi sfide climatiche, questi Giochi ci ricordano anche il legame tra sport e natura e il nostro dovere di prenderci cura della casa comune”.

Infine ha invitato a guardare il Crocifisso, riprendendo una frase di papa san Giovanni Paolo II: “Oggi, in questa sala, guardiamo alla Croce degli Sportivi (la Croce olimpica e paralimpica) che dai Giochi di Londra 2012 a quelli di Milano-Cortina raccoglie preghiere, attese e speranze, paure e sofferenze delle donne e degli uomini che, a ogni età, condividono le loro esperienze sportive. Davanti a questo supremo ed essenziale Segno di dedizione, rinnoviamo il desiderio di dare il nostro meglio, insieme, in ogni attività.

Cari atleti, ringrazio tutti voi per il vostro impegno. Prego che Gesù Cristo, il ‘vero atleta di Dio’, ispiri a ciascuno sfide sempre più virtuose e doni la forza per viverle con passione. Mentre vi accompagno con la mia benedizione, vi affido una missione: continuare a far sì che la persona rimanga al centro dello sport in tutte le sue espressioni”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad annunciare la Resurrezione agli oppressi

“Invio il mio pensiero a quanti, in diverse parti del mondo, partecipano alle iniziative promosse in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia luogo di inclusione e di pace”: al termine della recita del Regina Coeli’ papa Leone XIV ha invitato a chiedere la pace per tutto il mondo, anche attraverso il linguaggio universale di fraternità e inclusione insito nello sport a cui oggi è dedicata, sotto l’egida dell’Onu, la Giornata internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace.

Prima della recita della preghiera del tempo pasquale papa Leone XIV ha invitato i pellegrini ad esultare per la nuova vita donataci dalla Pasqua: “Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù”.

Oggi il Vangelo invita alla scelta di credere ad uno dei due racconti su uno stesso episodio: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio.

Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato. Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva”.

E’ stato un invito a soppesare la veridicità della notizia ed a non credere alle fake news: “Questo contrasto ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte”.

Gesù Risorto invita a non temere la paura della morte: “Come alle donne giunte al sepolcro, anche a noi oggi Gesù dice: ‘Non temete! Andate ad annunciare’. Egli stesso diventa così la buona notizia da testimoniare nel mondo: la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita. Come il Risorto, sempre vivo e presente, libera il passato da una fine distruttiva, così l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro”.

Proprio per questa ‘forza propulsiva’ del Vangelo il papa ha esortato tutti ad annunciare la speranza agli ‘oppressi’: “Carissimi, quanto è importante che questo Vangelo raggiunga soprattutto quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze! Penso ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione.

Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti. Quando viene proclamata nel mondo, infatti, la Buona Novella rischiara ogni ombra, in ogni tempo”.

E’ stato anche un invito a non dimenticare la testimonianza di papa Francesco: “Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.

Ed anche il patriarca di Gerusalemme, card. Pier Battista Pizzaballa, nell’omelia pasquale ha invitato ad abbandonare le proprie sicurezze: “Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva ‘di buon mattino’, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. E’ un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte…

Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi”.

La resurrezione cambia i pensieri di ciascuno: “Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù ‘al suo posto’: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. Ed invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca”.

La Pasqua è una vita ‘altra’: “La Pasqua non ci promette una vita ‘facile’. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente”.

Quindi la Pasqua è una porta da attraversare: “Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù ‘passò facendo del bene’, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio”.

(Foto: Santa Sede) 

Da Monaco papa Leone XIV invita a non cedere all’idolatria

A conclusione della celebrazione eucaristica papa Leone XIV è ritornato a Roma dalla visita apostolica nel Principato di Monaco, dove era stato accolto con canti, danze e testimonianze. Quindi nello stadio ‘Louis II’ papa Leone XIV si è chiesto il motivo per cui Gesù è stato condannato a morte:

“Perché ha risuscitato Lazzaro dalla morte; perché ha ridato vita al suo amico, davanti alla cui tomba pianse, unendosi al dolore di Marta e Maria. Proprio Gesù, che è venuto nel mondo per liberarci dalla condanna della morte, alla morte viene condannato. Non si tratta di una fatalità, ma di una volontà precisa e ponderata”.

Il motivo è prettamente ‘politico’, in quanto il ‘potere’ è attanagliato dalla paura: “Il verdetto di Caifa e del sinedrio nasce infatti da un calcolo politico, che ha alla base la paura: se Gesù continuasse a dare speranza, trasformando il dolore del popolo in gioia, ‘verranno i romani’ e devasteranno il paese. Invece di riconoscere nel Nazareno il Messia, cioè il Cristo tanto atteso, i capi religiosi vedono in Lui una minaccia.

Il loro sguardo è distorto, al punto che sono proprio i dottori della Legge a violarla. Dimenticando la promessa di Dio al suo popolo, essi vogliono uccidere l’innocente, perché dietro la loro paura c’è l’attaccamento al potere. Se però gli uomini scordano la Legge che comanda di non uccidere, Dio non scorda la promessa che prepara il mondo alla salvezza”.

Il potere infatti è ossessionato dalla vita: “Siamo così testimoni di due moti opposti: da una parte la rivelazione di Dio, che mostra il suo volto come Signore onnipotente e salvatore, dall’altra l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli. Non è quello che accade oggi? Al loro punto d’incrocio sta il segno di Gesù: dare la vita”.

La vita come segno di contraddizione: “E’ un segno che trova nel risuscitato Lazzaro il suo anticipo, la profezia più prossima di quel che al Cristo accadrà nella sua passione, morte e risurrezione. In quella Pasqua, il Figlio porterà a compimento l’opera del Padre con la potenza dello Spirito Santo: come all’inizio dei tempi Dio ha dato vita all’essere dal nulla, così nella pienezza dei tempi riscatta ogni vita dalla morte, che ne rovina il creato”.

Una vita testimoniata dalla giustizia: “Da questa redenzione vengono la gioia della fede e la forza della nostra testimonianza, in ogni luogo e in ogni tempo. Nella storia di Gesù è infatti riassunta la vicenda di tutti noi, a cominciare dai più piccoli e oppressi: ancora oggi, quanti calcoli si fanno nel mondo per uccidere innocenti; quante finte ragioni si pretendono per toglierli di mezzo! Davanti all’insistenza del male, però, sta l’eterna giustizia di Dio, che sempre ci riscatta dai nostri sepolcri, come con Lazzaro, e ci dona nuova vita”.

Infatti la vita è possibile solo grazie alla misericordia: “Il Signore libera dal dolore infondendo speranza, converte la durezza di cuore trasformando il potere in servizio, proprio mentre manifesta il vero nome della sua onnipotenza: misericordia. E’ la misericordia che salva il mondo: si prende cura di ogni esistenza umana, da quando sboccia nel grembo a quando appassisce e in ogni sua fragilità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, la cultura della misericordia respinge la cultura dello scarto”.

Quindi la salvezza rende possibile la liberazione, consentendo l’abbattimento degli ‘idoli’: “Anzitutto, la liberazione assume la forma di una purificazione dagli ‘idoli’, dagli ‘abomini’. Che cosa sono? Con questo termine, il profeta indica tutte quelle cose che rendono schiavo il cuore, che lo comprano e lo corrompono. La parola idolo significa ‘piccola idea’, cioè una visione diminuita, che rimpicciolisce non solo la gloria dell’Onnipotente, trasformandolo in un oggetto, ma la mente dell’uomo”.

Quindi la salvezza consente un ampio sguardo della realtà: “Gli idolatri sono dunque persone di corte vedute: guardano a ciò che rapisce i loro occhi, annebbiandoli. E così, proprio le cose grandi e buone di questa terra diventano idoli, trasformandosi in forme di schiavitù non per chi ne è privo, ma per chi se ne ingozza, lasciando il prossimo nella miseria e nella mestizia. L’affrancamento dagli idoli è allora liberazione da un potere che si è fatto predominio, dalla ricchezza che degrada in bramosia, dalla bellezza truccata in vanità”.

E con una citazione di sant’Agostino il papa ha invitato a non cedere all’idolatria bellica: “Il Signore cambia la storia del mondo chiamandoci dall’idolatria alla vera fede, dalla morte alla vita. Perciò, cari fratelli e sorelle, dinanzi alle molte ingiustizie che feriscono i popoli e alla guerra che dilania le nazioni, si leva costante la voce del profeta Geremia, proclamata oggi come salmo: ‘Cambierò il loro lutto in gioia / li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni’.

La purificazione dall’idolatria, che rende gli uomini schiavi di altri uomini, si compie come santificazione, dono di grazia che rende gli uomini figli di Dio, fratelli e sorelle tra di loro. Questo dono illumina il nostro presente, perché le guerre che lo insanguinano sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro. Ogni vita spezzata è una ferita al corpo di Cristo. Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere”.

E’ stato un invito a guardare sempre più alla resurrezione compiuta in Lazzaro: “Nella lunga Quaresima del mondo, proprio mentre il male imperversa e l’idolatria rende indifferenti i cuori, il Signore prepara la sua Pasqua. Il segno di quest’evento è l’uomo: è Lazzaro, chiamato dal sepolcro; siamo noi, peccatori perdonati; è il Crocifisso Risorto, autore della salvezza. Egli è ‘la via, la verità e la vita’, che sostiene il nostro pellegrinaggio e la missione della Chiesa nel mondo: donare la vita di Dio. Compito sublime e impossibile, senza donare la nostra vita al prossimo. Compito appassionante e fecondo, quando il Vangelo illumina i nostri passi”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita i monegaschi a tenere lo sguardo fisso su Gesù

Nella tarda mattinata papa Leone XIV aveva incontrato i giovani ed i catecumeni nella chiesa di santa Devota, patrona del Principato di Monaco, e dopo aver ascoltato le testimonianze di alcuni giovani ha parlato di lei, come “giovane coraggiosa, che ha saputo testimoniare la sua fede di fronte alla violenza dei persecutori, fino al martirio. Il suo corpo, dalla Corsica, è provvidenzialmente arrivato fin qui, su quella che oggi è la costa monegasca”.

La sua vita è testimonianza capace di produrre ‘frutti’: “Volevano annientarla, cancellare ogni suo ricordo, e invece il suo sacrificio ha portato il messaggio di pace e d’amore del Vangelo ancora più lontano. Questo ci aiuta a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio. Non solo, ma ci ricorda anche che la testimonianza della fede è un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani, ben oltre le nostre stesse aspettative e possibilità”.

Ed accanto a santa Devota ha proposto san Carlo Acutis: “In questa chiesa, recentemente, alla memoria della santa Martire Devota si è unita quella di san Carlo Acutis, altro giovane innamorato di Gesù, fedele all’amicizia con Cristo fino alla fine, pur in tempi e con modalità completamente diversi: nella carità, nell’apostolato sul web, di cui lo veneriamo patrono, e da ultimo nella malattia”.

Da qui l’invito ad imitarli: “Carissimi giovani, questi due santi ci incoraggiano e ci spingono a imitarli. Anche oggi, infatti, come è stato ricordato, la fede incontra sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità. Ne sono prova i tanti uomini e donne di ogni età che, in numero crescente, desiderano conoscere il Signore e chiedono il Battesimo”.

E, citando il card. Martini, ha invitato i giovani a sperimentare l’amore di Dio: “Ma ciò che dà solidità alla vita è l’amore: l’esperienza fondamentale dell’amore di Dio, prima di tutto, e poi, di riflesso, quella illuminante e sacra dell’amore vicendevole. Ed amarsi, se da una parte richiede apertura a crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità”.

Con l’amore di Dio l’inquietudine dei giovani si acquieta: “Solo così l’inquietudine trova pace (anche noi desideriamo la pace!) e si riempie il vuoto interiore di cui parlava Andreia, non con cose materiali e passeggere, nemmeno con i consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze condizionanti, artificiali, a volte persino violente.

Da queste cose bisogna sgomberare la porta del cuore, perché l’aria sana e ossigenante della grazia possa tornare a rinfrescarne e vitalizzarne le stanze, e perché il vento forte dello Spirito Santo possa riprendere a gonfiare le vele della nostra esistenza, spingendola verso la felicità vera”.

Ecco l’invito a vivere la Settimana Santa, porta della Pasqua: “E se questo conta per la vita spirituale e per la preghiera, allo stesso modo vale per l’esercizio della carità… Le parole e i gesti della testimonianza e della speranza non si improvvisano e non ce li diamo da noi stessi: vengono da un profondo rapporto con Dio, in cui noi per primi troviamo le risposte fondamentali della vita. Se il canale del suo agire in noi è aperto, e se è aperto lo scambio reciproco, con cui facciamo di tale rapporto d’amore un dono comune e condiviso, possiamo avere fiducia che le parole giuste e la forza necessaria ad agire verranno, al momento opportuno”.

Ed ecco l’invito a vivere la frase di sant’Agostino (‘Ama e fa ciò che vuoi’) nella quotidianità: “Cari giovani, non abbiate paura di donare tutto, il vostro tempo, le vostre energie, a Dio e ai fratelli, di spendervi fino in fondo per il Signore e per gli altri. Solo così troverete un gusto sempre nuovo e un senso sempre più profondo nella vita. Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza, per superare le derive del nostro tempo e affrontarne le sfide, e soprattutto per riscoprire il sapore buono dell’amore di Dio e del prossimo…

Portate il Vangelo nelle scelte del vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo la cultura della cura. Fate di tutto un dono a Dio e vivete tutto come una missione, che vi vuole gli uni per gli altri amici in Cristo e fedeli compagni di cammino”.

Mentre nella celebrazione dell’Ora Media con la comunità cattolica il papa aveva evidenziato il dono della comunione: “Gesù Cristo, il giusto, intercedendo per l’umanità presso il Padre, ci riconcilia con Lui e tra di noi… Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende ‘avvocato’ a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro.

Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa”.

Ed ecco la Chiesa a difesa dell’umanità: “Penso allora a una Chiesa chiamata a farsi ‘avvocato’, cioè a difendere l’uomo: tutto l’uomo e tutti gli esseri umani. Si tratta di un cammino di discernimento critico e profetico teso a promuovere ‘uno sviluppo integrale dell’umanità, che ne rispetti la dignità e l’identità autentica, come anche il fine ultimo, che rimanda a un mistero di comunione piena col Dio Trinità e tra noi’.

Questo è il primo servizio che l’annuncio del Vangelo deve rendere: illuminare la persona umana e la società affinché, alla luce di Cristo e della sua Parola, scoprano la propria identità, il significato della vita umana, il valore delle relazioni e della solidarietà sociale, lo scopo ultimo dell’esistenza e il destino della storia”.

Quindi è stato un invito a tenere fisso lo sguardo su Gesù: “Carissimi, tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, nostro avvocato presso il Padre, genera una fede radicata nel rapporto personale con Lui, una fede che si fa testimonianza, capace di trasformare la vita e rinnovare la società. Questa fede ha bisogno di essere annunciata con strumenti e linguaggi nuovi, anche digitali, e ad essa tutti devono essere introdotti e formati con continuità e creatività. Ciò vale in particolare per coloro che si stanno aprendo all’incontro con Dio, ai catecumeni e ai ricomincianti, verso i quali vi raccomando un’attenzione particolare”.

(Foto: Santa Sede)

Paolo Naldini: l’arte contribuisce alla pace

Nei mesi scorsi a Kharkiv, l’Università Beketov (bombardata più volte dall’inizio della guerra) aveva ospitato il ‘Terzo Paradiso’ dell’artista Michelangelo Pistoletto: un’opera ‘open source’ che chiunque, previa autorizzazione della ‘Fondazione Pistoletto’, poteva reinterpretare e riprodurre gratuitamente. Il simbolo del ‘Terzo Paradiso’ ed il marchio del Mean (Movimento Europeo Azione Nonviolenta) sono stati riprodotti su un muro interno dell’università, come un murales di pregiatissima fattura. Studenti, professori e volontari hanno potuto aggiungere la propria firma od un disegno. Il corridoio nel quale era stato riprodotto il murales, bianchissimo, riverniciato di fresco, non era stato scelto a caso: collegava la parte dell’edificio colpita dai missili con la parte illesa.

Gli studenti d’arte hanno offerto la propria visione dell’opera, riproducendola su carta o su tela e modificandola secondo la propria intenzione espressiva: dalla matita, all’acrilico, al collage, sono state impiegate tecniche pittoriche molto diverse tra loro. Nel frattempo, su un grande schermo, è stato proiettato il videomessaggio che Michelangelo Pistoletto aveva inviato all’Università ed al Mean, come ringraziamento per l’iniziativa e come spiegazione dei significati dell’opera, la quale incarna nel modo più sintetico e simbolico possibile un’idea di composizione dei conflitti, di ritrovata armonia, di produzione del nuovo e del bello da elementi che sono in rapporto di contrasto e opposizione tra loro.

Nel videomessaggio l’artista esortava a sprigionare una forza creativa capace di costruire una ‘pace preventiva’: “Dobbiamo creare un sistema dove l’uomo non è più capace di mangiare l’altro uomo, non lo vuole più fare! Per fare questo bisogna costruire un sistema di pace che non viene dopo la guerra, ma viene prima. La pace deve essere preparata prima di fare la guerra”.

Riferendosi a quell’evento, a 5 anni dall’invasione russa dell’ Ucraina, il direttore della Fondazione Pistoletto, Paolo Naldini, ha affermato: “E’ molto più facile fare la guerra che la pace; per questo la prima è amata dagli uomini di poco valore. La seconda si costruisce con enorme fatica, spesso senza riconoscimento e poche risorse, perchè la guerra fa fare affari che accrescono il denaro, mentre la pace previene immenso dolore e spese maledette: purtroppo, per molti, è difficile scegliere la strada della prevenzione, ci vuole immaginazione e visione, due cose che l’arte coltiva e produce. Anche per questo ogni società ha radicalmente bisogno degli artisti, dei curatori, delle guide e dei direttori dei musei, degli insegnanti e degli amante dell’arte”.

Per quale motivo a Kharkiv era stata esposta l’opera ‘Terzo Paradiso’?

“Nelle mie conversazioni con Angelo Moretti e Doriano Zurlo del MEAN, la funzione sociale dell’arte è sempre stata al centro della nostra attenzione. Sottolineo che la mia partecipazione come attivista non è disgiunta dalla mia attività come artista e portatore delle istanze, delle pratiche dell’arte nel sistema contemporaneo. Con Doriano avevamo valutato le condizioni che i nostri ospiti italiani ci rappresentavano e, in particolare, le possibilità di cooperare con l’Accademia e l’Università.

Per me era importante che la nostra presenza fosse non solo di testimonianza, ma anche di ascolto, o meglio di abilitazione, di invito e incoraggiamento alla produzione del pensiero e della pratica artistica. Dunque non si trattava per me di portare un nostro artefatto o manufatto che rappresentasse la nostra individuale personalità calata in quel contesto, ma al contrario che ci si ritrovasse in uno spazio comune di cura e di co-creazione in cui gli artisti e le istituzioni di Kharkiv potessero raccontare la loro storia in un contesto come quello che stanno vivendo”.

Cos’è il ‘Terzo Paradiso’?

“Il ‘Terzo Paradiso’ è una formula, un simbolo che esprime l’universale dinamica di tensione e connessione, di incontro tra gli opposti nella natura e in ogni altra situazione di fenomeno, compresi i fenomeni sociali. Una formula che rappresenta come da due elementi opposti possa prodursi e generarsi un fenomeno e una terza entità che prima non esisteva.

Questa è la formula della creazione. Il ‘Terzo Paradiso’ ha questa denominazione perché la prima applicazione era dedicata alla paradigmatica opposizione dualista natura-artificio. Ed era dunque da questa applicazione che derivava l’individuazione di un primo paradiso ordinato dalla natura, con un secondo, che vi si opponeva attraverso l’artificio operato dagli umani. Pur provenendo pienamente dalla natura, vi si contrapponeva con una dimensione di artificio, dalle prime abitazioni, ai vestiti, alle colture, alla sporta per raccogliere le bacche, fino alle città e alle più avanzate tecnologie digitali”.

In quale modo l’arte può ‘battere’ l’indifferenza?

“L’arte nasce da un sentire, da un sentimento che coglie la realtà individuandone qualcosa che non accontenta l’artista, ma, se c’è, da una forma di critica rispetto al reale; nel reale manca qualcosa, o quel che c’è non va bene. L’arte, dunque, nasce da una prima posizione di critica sul reale, ma la critica non basta. Quindi dall’immagine alla forma, all’iperforma, alla performance, c’è il percorso che collega l’estetica all’etica, nella loro pratica artistica. Portando con sé la radice di un senso e di un’emozione che ha scatenato la ricerca artistica, la pratica dell’arte estende il movimento dell’emozione al fruitore dell’arte stessa e al contesto che ospita l’arte nella sua traiettoria di distribuzione come sensibile nel mondo dell’umanità.

Questo movimento di emozione porta con sé, come un’onda di energia o elettromagnetica, un’informazione che la materia che ne viene raggiunta assume ed inizia a vibrare della stessa onda. Inoltre, si estende e si espande questa emozione alle realtà circostanti pur senza trasferimento di materia, come vediamo avvenire con la luce o le onde elettromagnetiche. L’arte e gli artisti sono dunque centrali di produzione e trasmissione di onde di emozioni e movimento che attraversano la società e che attivano la società; sono quindi quelle onde che arrivano a toccare i nervi, il cuore e lo spirito delle persone avvolte o sommerse dalla apatia che, in qualche modo, la legge di conservazione dell’energia tende a far assumere loro”.

Allora l’arte può costruire la pace?

“L’arte può contribuire a costruire la pace generando quelle onde di connessione emozionale e concettuale come un pensiero che viene trasmesso di corpo in corpo, di luogo in luogo, di Stato in Stato, di popolo in popolo, formando una piattaforma in cui la circolazione dell’emozione e del sentimento di identificazione con l’altro sia la base di un antidoto alle dinamiche distruttive della guerra.

L’arte permette di vedere il mondo con l’occhio dell’altro e di sentire le emozioni che l’altro sente attraverso le nostre stesse corde e nervi emozionali. Esistono dei circuiti neuronali che afferiscono al concetto di neuroni specchio: le emozioni che vediamo e leggiamo nelle espressioni, nelle vicende altrui, sono da vissute ed esperite come se le vivessimo noi stessi.

Questa capacità di empatia strutturale cablata nei nostri sistemi nervosi è la base per vedere l’altro, leggere le sue emozioni, ascoltando le sue canzoni, conoscendo le sue storie, entrando nei suoi territori, nella sua casa, gustando i sapori della sua cucina, della sua tradizione, i profumi e gli odori del suo mondo. Vederli attraverso l’operare dell’arte intensifica la condivisione empatica e l’interpretazione del mondo attraverso l’occhio altrui.

Ciò pone le basi di una resistenza agli attacchi delle forze della distruzione, dell’odio, della paura e dell’insicurezza che pure abitano sulla nostra interiorità emozionale e nel nostro spirito. L’arte quindi è forse il più profondo antidoto alle dinamiche distruttive e di odio, perché agisce attivando gli stessi sistemi di percezione e di sensazione che attiviamo nel nostro sentire quotidiano”.

(Foto: Fondazione Pistoletto)

Papa Leone XIV invita a comportarsi in modo degno del Vangelo

“Prima di concludere questa settimana di esercizi spirituali e di ritiro, ho il piacere (un momento di benedizione) di poter dire grazie soprattutto al nostro predicatore che ci ha accompagnato, aiutato, durante questi giorni a vivere un’esperienza profonda, spirituale, molto importante nel nostro cammino quaresimale, cominciando domenica con ‘Le tentazioni’, e riflettendo sull’esempio, la testimonianza di san Bernardo, la vita monastica e tanti altri elementi nella vita della Chiesa”: parole conclusive di papa Leone XIV per ringraziare il predicatore di questi esercizi spirituali, mons. Erik Varden, monaco dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e vescovo di Trondheim.

Ed ha condiviso alcuni momenti di questa settimana: “Per esempio, il riferimento al Dottore della Chiesa John Henry Newman e alla poesia ‘Il sogno di Geronzio’, dove Newman usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.

Per concludere con l’ultima predicazione che ha concluso questa settimana con la lettera dell’apostolo Paolo ai Filippesi: “Ci sono altri elementi come la libertà, la verità, tanto importanti nella nostra vita. E in tutto ciò, questa sera con la riflessione sulla speranza e sulla vera fonte della speranza che è Cristo, io sono tornato a rileggere la Lettera ai Filippesi… Ecco: questo è l’invito alla fine di questi giorni di preghiera e di riflessione, che la stessa Parola di Dio rivolge verso tutti noi: Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo”.

Infine ha ringraziato tutti coloro che hanno reso possibile gli esercizi spirituali: “A nome di tutti i presenti, allora, la ringrazio, monsignor Varden, per tutto ciò che ci ha offerto in questi giorni. La saggezza, questa testimonianza sua e della vita monastica di San Bernardo, la ricchezza delle sue riflessioni, saranno ancora per molto tempo fonte di benedizione per noi, di grazia, di incontro con Gesù Cristo.

Vorrei anche, in questo momento, ringraziare i collaboratori dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche che hanno preparato tutto il materiale per la nostra preghiera, come anche il coro che credo sia ancora presente. Grazie per aiutarci con la musica, che è tanto importante anche nella nostra preghiera. La musica (credo mons. Varden lo abbia detto in qualche momento) ci aiuta in una maniera che le parole non possono fare, elevando il nostro spirito verso il Signore”.

E nell’ultima meditazione mons. Varden  ha ricordato l’apertura del Concilio Vaticano II: “Un clima di precarietà circondava il Concilio; allo stesso tempo, questo periodo era carico di fervide speranze per una nuova società fondata sui diritti umani, sul commercio equo e sul progresso della tecnica. Il Concilio desiderava parlare delle ‘ansiose questioni sull’attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell’uomo nell’universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini’. Non ha solo affrontato i problemi: ha indicato la loro risoluzione, annunciando che Cristo, crocifisso e risorto, incarna il futuro dell’umanità”.

Ed anche oggi compito del cristiano è quello di comunicare il Vangelo: “Cristo ci chiama a comunicare speranza al mondo. Avere la speranza cristiana non significa necessariamente essere ottimisti: un cristiano rinuncia ai pii desideri, scegliendo con risolutezza la realtà. I demagoghi promettono che le cose andranno meglio, rivendicano il potere demiurgico di cambiare le comunità nello spazio di un mandato elettorale, distraendo le masse da delusioni patite con doni di pane, spettacoli circensi e diffamazione degli avversari”.

Le parole di Gesù sono chiare, ma non è un invito alla rassegnazione: “Nessuna rassegnazione in queste dichiarazioni: il Signore obbliga noi, suoi discepoli, a lavorare senza tregua per una nuova e sana umanità plasmata dalla carità, nella giustizia. Ci chiede di ‘curare i malati, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni’. Dobbiamo mettere in atto le beatitudini, facendo risplendere la gloria nascosta in esse. Ma mentre procediamo in questa direzione, ci viene ricordato: Senza di me non potete far nulla”.

Però Gesù chiede a ciascuno di agire comunicando speranza: “Egli può agire attraverso di noi se accettiamo di essere pazienti. La Quaresima ci mostra che Dio, sopportando la ferita alla sua filantropia, nella sua Passione raggiunge il culmine del suo agire. La speranza che ci affida non è la speranza in una valle di lacrime finalmente modernizzata, digitalizzata e sanificata: la nostra speranza è in un cielo nuovo, in una terra nuova, nella risurrezione dei morti. Il tempo in cui viviamo ha fame di ascoltare questa speranza proclamata”.

E, citando la storia della cantante Gracie Abrams, mons. Varden ha sottolineato che la Croce introduce nella realtà: “La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione. Radicarci in questo mistero della fede significa lavorare a una rivolta costruttiva contro inganni ricorrenti: contro l’inganno politico che la società, e lo stato, dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana;

contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di ‘salute’, usato per segnare la divisione tra vite ‘degne di essere vissute’ e vite ‘indegne’; contro l’inganno culturale che attribuisce alle ferite un potere fatale e deterministico; e contro l’inganno psicologico che si arrende alla disperazione, ipnotizzato dalla voce sussurrandoci all’orecchio, nel cuore della notte, riguardo a ferite intime: Sarà sempre così”.

Attraverso la Croce Gesù comprende la nostra umanità: “La Croce è per i credenti al tempo stesso simbolo e memoria di un evento. Il simbolo della Passione di Cristo non è qualcosa che generiamo noi: ci è stato dato. E’ lui che ci interpreta, non noi. Vale la pena insistere su questo mentre nuotiamo contro la corrente di un capitalismo simbolico impostato sulla ‘produzione di conoscenza’. In questo mondo virtuale, i ‘fatti’ sono artefatti. Narrazioni, immagini e dati vengono trafficati per perpetuare il cambiamento, quindi per un ulteriore consumo. E’ difficile capire qualcosa e cambiarla allo stesso tempo”.

Questo è il Vangelo: “La sublime prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora. Professiamo che una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva. Questo è il nostro Vangelo”.

Ed ecco la conclusione con il salmo 90: “A Clairvaux nel 1139, Bernardo predicò il suo ultimo sermone sul Salmo 90 alla vigilia di Pasqua. Vi si respira la gioia di un atleta che ha terminato la gara. La vita di un monaco, dice san Benedetto, dovrebbe essere una Quaresima continua, sempre incentrata sulla vittoria di Cristo: il tempo liturgico rivela il senso dell’esistenza in quanto tale. Bernardo esplicita il legame. Le prove della vita sono doglie del parto che ci fanno scoprire cosa significa essere vivi”.

Ed ecco l’apertura sulla Pasqua: “La mattina dopo aver predicato quest’ultimo sermone, Bernardo avrà aperto il suo Graduale per cantare l’introito di Pasqua: l’incantevole Resurrexi nella sesta modalità, ‘modus gravis’, un’espressione musicale di quella gravità che tende verso l’alto. E’ una composizione liturgica che proclama la risurrezione con silenziosa meraviglia. Eleva la lode della Chiesa davanti alla tomba vuota nell’abbraccio eterno della Santissima Trinità. Attirati finalmente in quell’abbraccio dalla vittoria pasquale di Cristo, vedremo come siamo visti, conosceremo come siamo conosciuti. Finalmente ameremo in modo perfetto.

E’ un invito ad avere gli occhi su Gesù risorto: “Per ora, ancora, conosciamo e vediamo in parte, mentre restiamo, grati, vigilanti nella notte: lavoriamo, serviamo, insegniamo, combattiamo quando serve. Ci sforziamo di amarci e onorarci a vicenda, con gli occhi fissi su Gesù, ‘autore e perfezionatore della nostra fede’. Lui, l’Agnello di Dio, è la nostra lampada. La sua luce gentile, anche quando è nascosta, è piena di letizia”.

Da Terni un invito a riscoprire l’esperienza di vita di san Valentino

“Carissimi fratelli e sorelle, la liturgia della Parola di questa domenica, nella quale la nostra Chiesa diocesana celebra la festa del s. Patrono Valentino, focalizza l’attenzione sui comandamenti di Dio. Il sostantivo ‘comandamento’, a primo impatto sembra stridere con il desiderio di libertà a cui tutte le persone aspirano e aspiriamo”: in una cattedrale gremita di fedeli è stata celebrata, domenica scorsa, la festa diocesana di san Valentino con il solenne pontificale presieduto dal vescovo Francesco Antonio Soddu, concelebrato da mons. Salvatore Ferdinandi, vicario generale della Diocesi, da p. Josline Peediakkel parroco di san Valentino, dai i vicari foranei ed episcopali, il clero diocesano.

La festa del patrono della città di Terni è per la comunità cittadina un’occasione per riflettere sull’identità della città alla luce della testimonianza di san Valentino che ha plasmato cristianamente la città di Terni durante il suo lungo ministero episcopale, come maestro, padre dei poveri e dei giovani innamorati, di custode dell’amore: “San Valentino si presenta a noi come esempio fulgido da seguire sulla via della umanità e della santità. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo.

Intelligenza, legge e cuore in Valentino sono pienamente in sintonia e connesse per formare l’ossatura robusta della persona e del santo. Egli ha vissuto una vita buona perché ha nutrito la sua esistenza con il vangelo che è il bene sommo, il cibo sano per la vita sana. Tra le tante opportunità di una esistenza nociva e a buon mercato ha saputo scegliere e coltivare questo bene e non lo ha barattato con nient’altro”.

Nell’omelia il vescovo di Terni ha sottolineato che il santo ternano sia esempio per i giovani: “In un periodo, quello di Valentino, in cui l’odio per la fede portava al disprezzo stesso per la vita fino a inculcare il male in tutte le sue dimensioni facendolo passare per ottima cosa e utile per la crescita degli individui, egli si oppose risolutamente, testimoniando una ovvietà che anche oggi necessita d’esser presa in seria considerazione: se a una persona o a qualsiasi essere vivente viene somministrato del veleno, questi si ammala e inesorabilmente è destinato a perire.

Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.

Facendo riferimento alla liturgia della Parola che focalizza l’attenzione sui comandamenti, il vescovo ha sottolineato la pedagogia dell’insegnamento di Gesù: “Oppure ancora quando a causa del suo insegnamento ben mirato ed esigente molti non lo seguirono più, ai suoi discepoli disse se volete andarvene anche voi siete liberi di farlo.

Cari fratelli e sorelle tutto questo il Signore Gesù lo fa non per umiliare o opprimere nessuno quanto piuttosto per sciogliere i vincoli di qualsiasi contenimento del bene posto da un limite umano e così proiettare la persona verso la libertà assoluta che proviene da Dio”.

Quindi la Parola di Dio insegna che per poter aderire in pienezza a tutto questo è necessaria una particolare sapienza: “Il nostro san Valentino fa parte di questa schiera eletta. Egli però non è un numero anonimo fra tanti. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo con quell’intelligenza di cui abbiamo sentito e pregato con il Salmo responsoriale: Dammi intelligenza perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore”.

E’ stato un invito a valorizzare l’esperienza di san Valentino: “Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.

Mentre nella festa della solennità di san Valentino mons. Domenico Cancian vescovo emerito di Città di Castello, ha sottolineato la vocazione del Santo: “San Valentino fa parte dell’identità del popolo di questa chiesa e della città nella forma più bella. Tutti siamo affascinati da questa persona che non è un eroe, un personaggio o un influencer, noi celebriamo un santo, testimone di Cristo e del Vangelo e di una umanità migliore.

Valentino ha risposto alla sua vocazione sia come vescovo, che come uomo, come cultore della verità e dell’amore. San Valentino è attuale e vuole dirci che la santità cristiana è opera di Dio, è grazia del Signore che trasforma la vita”.

Quindi è un santo ‘attuale’: “Un santo che è estremamente attuale che ha dato la testimonianza più alta come vescovo e come uomo, ad immagine del buon pastore Gesù, che ha dato la vita per noi. Chi segue Gesù non è un mercenario, il buon pastore invita a non approfittare invece che farsi servitore, a non servirsi invece che servire, non strumentalizzare a proprio favore. Piuttosto insegna ad accogliere l’umanità dispersa, smarrita, sbandata che non ha speranza”.

(Foto: Diocesi di Terni)

Papa Leone XIV: la missione si realizza nell’unità con Gesù

“Per la Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che segna il centenario di questa celebrazione, istituita da papa Pio XI e tanto cara alla Chiesa, ho scelto il tema ‘Uno in Cristo, uniti nella missione’. Dopo l’Anno giubilare, desidero esortare tutta la Chiesa a proseguire con gioia e zelo nello Spirito Santo il cammino missionario, che richiede cuori unificati in Cristo, comunità riconciliate e, in tutti, disponibilità a collaborare con generosità e fiducia. Riflettendo sul nostro essere uno in Cristo e uniti nella missione, lasciamoci guidare e ispirare dalla grazia divina, per ‘rinnovare in noi il fuoco della vocazione missionaria’ ed avanzare insieme nell’impegno di evangelizzazione, in ‘un’epoca missionaria nuova’ nella storia della Chiesa”.

Nel messaggio per la 100^ edizione della Giornata missionaria, che si celebra domenica 18 ottobre con il tema ‘Uno in Cristo, uniti nella missione’, papa Leone XIV richiama l’attuale contesto segnato da ‘polarizzazioni’, ‘conflitti’ e ‘sfiducia reciproca’ attraverso l’esortazione all’unità come convergenza in cui le diverse culture si esprimono ‘nella stessa fede’, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Con l’unità in Cristo il discepolo è missionario: “Al centro della missione c’è il mistero dell’unione con Cristo. Prima della sua Passione, Gesù ha pregato il Padre: ‘Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi’. In queste parole si svela il desiderio più profondo del Signore Gesù e, al tempo stesso, l’identità della Chiesa, comunità dei suoi discepoli: essere una comunione che nasce dalla Trinità e che vive della e nella Trinità, a servizio della fraternità tra tutti gli esseri umani e dell’armonia con tutte le creature”.

Quindi il cristianesimo è unione con Gesù e non idea: “L’essere cristiani non è anzitutto un insieme di pratiche o idee: è una vita in unione con Cristo, nella quale siamo resi partecipi della relazione filiale che Egli vive con il Padre nello Spirito Santo. Significa dimorare in Cristo come i tralci nella vite, immersi nella vita trinitaria. Da questa unione scaturisce la comunione reciproca tra i credenti e nasce ogni fecondità missionaria”.

Nel ricordo del Concilio di Nicea compito della Chiesa è l’unità: “Per questo la prima responsabilità missionaria della Chiesa è rinnovare e mantenere viva l’unità spirituale e fraterna fra i suoi membri. In tante situazioni noi assistiamo a conflitti, polarizzazioni, incomprensioni, sfiducia reciproca. Quando questo accade anche nelle nostre comunità, ne indebolisce la testimonianza. La missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione. In quest’ottica, sarà importante intensificare l’impegno ecumenico con tutte le Chiese cristiane, anche cogliendo le opportunità suscitate dalla comune celebrazione del 1700° anniversario del Concilio di Nicea”.

Per questo occorre rivolgere lo sguardo a Gesù, come insegna la Chiesa: “Infine, ma non per importanza, l’essere ‘uno in Cristo’ ci chiama a tenere sempre lo sguardo rivolto al Signore, perché Egli sia davvero al centro della vita personale e comunitaria, di ogni parola, azione, relazione interpersonale, così da farci dire con stupore: ‘Non vivo più io, ma Cristo vive in me’. Questo sarà possibile nell’ascolto costante della sua Parola e nella grazia dei Sacramenti, per essere pietre vive della Chiesa, chiamata oggi a raccogliere le istanze fondamentali del Concilio Vaticano II e del successivo Magistero pontificio, in particolare, di papa Francesco”.

Riprendendo le parole dell’apostolo Paolo il papa sottolinea che l’unità si realizza attraverso la missione: “Infatti, come afferma san Paolo, ‘noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore’. Ribadisco perciò le parole di san Paolo VI: ‘Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati’. Tale processo di genuina evangelizzazione comincia dal cuore di ogni cristiano per espandersi a tutta l’umanità. Pertanto, quanto più saremo uniti in Cristo, tanto più potremo compiere insieme la missione che Egli ci affida”.

Per questo il papa sottolinea che la missione è ‘compito’ del cristiano: “Nessun battezzato, infatti, è estraneo o indifferente alla missione: tutti, ciascuno secondo la propria vocazione e condizione di vita, partecipano alla grande opera che Cristo affida alla sua Chiesa. Come ha più volte ricordato Papa Francesco, l’annuncio del Vangelo è sempre un’azione corale, comunitaria, sinodale.

Per questo, essere uniti nella missione significa custodire e alimentare la spiritualità di comunione e collaborazione missionaria. Crescendo ogni giorno in tale atteggiamento, impariamo con la grazia divina a guardare i nostri fratelli e sorelle sempre di più con occhi di fede, a riconoscere con gioia il bene che lo Spirito suscita in ciascuno, ad accogliere la diversità come ricchezza, a portare i pesi gli uni degli altri e a cercare sempre l’unità che viene dall’Alto”.

Ma unità non significa omologazione, ma convergenza: “L’unità missionaria, ovviamente, non va intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso scopo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui. L’evangelizzazione si realizza quando le comunità locali collaborano tra loro e quando le differenze culturali, spirituali e liturgiche si esprimono pienamente e armonicamente nella stessa fede. Incoraggio perciò le istituzioni e le realtà ecclesiali a irrobustire il senso di comunione missionaria ecclesiale e a sviluppare con creatività le vie concrete di collaborazione tra loro per e nella missione”.

Per questo la missione nasce dall’amore: “La missione dei discepoli e della Chiesa intera è il prolungamento, nello Spirito Santo, di quella di Cristo: una missione che nasce dall’amore, si vive nell’amore e conduce all’amore. Tant’è vero che il Signore stesso, nella sua grande preghiera al Padre prima della Passione, dopo aver invocato l’unità dei discepoli così conclude: ‘L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’.

Gli Apostoli poi evangelizzarono spinti dall’amore di Cristo e per Cristo. Allo stesso modo, lungo i secoli, schiere di cristiani, martiri, confessori, missionari, hanno dato la vita per far conoscere questo amore divino al mondo. Così, la missione evangelizzatrice della Chiesa continua sotto la guida dello Spirito Santo, Spirito d’amore, sino alla fine dei tempi”.

Il messaggio si trasforma in un ringraziamento: “Desidero quindi ringraziare particolarmente i missionari e le missionarie ad gentes di oggi: persone che, come san Francesco Saverio, hanno lasciato la propria terra, la propria famiglia e ogni sicurezza per annunciare il Vangelo, portando Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o lontani culturalmente. Continuano a donarsi con gioia malgrado avversità e limiti umani, perché sanno che Cristo stesso con il suo Vangelo è la più grande ricchezza da condividere.

Con la loro perseveranza mostrano che l’amore di Dio è più forte di ogni barriera. Il mondo ha ancora bisogno di questi testimoni coraggiosi di Cristo, e le comunità ecclesiali hanno ancora bisogno di nuove vocazioni missionarie, che dobbiamo sempre avere a cuore e per le quali occorre pregare il Padre continuamente. Che Egli ci conceda il dono di giovani e adulti disposti a lasciare tutto per seguire Cristo nella via dell’evangelizzazione sino alle estremità della terra!”

La conclusione è un invito ad essere missionari, come sollecitava san Francesco d’Assisi: “Ammirando i missionari e le missionarie, rivolgo un appello speciale alla Chiesa intera: che ci uniamo tutti a loro nella missione evangelizzatrice tramite la testimonianza della vita in Cristo, la preghiera e il contributo per le missioni. Spesso, lo sappiamo, ‘l’Amore non è amato’, come ebbe a dire san Francesco d’Assisi, al quale guardiamo in modo particolare a ottocento anni dal suo transito al Cielo”.

Essere missionari, come sollecitava santa Teresa di Gesù Bambino: “Lasciamoci contagiare dal suo desiderio di vivere nell’amore del Signore e di trasmetterlo ai vicini e lontani, perché, come affermava, ‘molto si deve amare l’amore di Colui che molto ci ha amato’. Sentiamoci stimolati pure dallo zelo di santa Teresa di Gesù Bambino, che si prefisse di continuare la sua missione anche dopo la morte, dichiarando: ‘In Cielo desidererò la stessa cosa che in terra: amare Gesù e farlo amare’. Animati da queste testimonianze, impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore”.

Uomo del presente, costruttore di futuro: l’Azione Cattolica Italiana ricorda Vittorio Bachelet a 100 anni dalla nascita

A 100 anni dalla nascita di Vittorio Bachelet, la Sapienza Università di Roma, l’Azione cattolica italiana e l’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici ‘Vittorio Bachelet’ promuovono il XLVI Convegno Bachelet, in programma a Roma venerdì 20 e sabato 21 febbraio, per riflettere sull’eredità scientifica, civile e spirituale di una delle figure più alte del cattolicesimo democratico italiano, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

‘Per costruire ci vuole la speranza’: in questa espressione è racchiusa la cifra della sua testimonianza. Giurista rigoroso, servitore dello Stato, protagonista dell’attuazione del Concilio Vaticano II e della Costituzione repubblicana, Vittorio Bachelet ha attraversato una stagione segnata da profonde trasformazioni ecclesiali e istituzionali, offrendo una lezione di riformismo mite, dialogante e profondamente radicato nella centralità della persona.

Il convegno mette a fuoco l’attualità del suo pensiero in un tempo attraversato da nuove tensioni democratiche e da rigurgiti autocratici. Per Vittorio Bachelet, la democrazia era una ‘conquista e vittoria quotidiana contro la sopraffazione’, non la via più lunga ma ‘l’unica via’ per una società più giusta. La sua opera scientifica, volta a legare indissolubilmente l’amministrazione alla Costituzione, e il suo servizio come vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura testimoniano una fedeltà esigente alle istituzioni, un profondo senso dello Stato e una straordinaria capacità di mediazione e dialogo.

Accanto all’impegno civile, il ruolo svolto nell’Azione Cattolica (di cui Vittorio Bachelet è stato presidente dal 1964 al 1973) resta decisivo per comprendere la stagione post-conciliare della Chiesa italiana. La ‘scelta religiosa’, da lui promossa, non fu fuga dalla storia ma rinnovata immersione in essa: un modo di sottrarre la fede a ogni strumentalizzazione ideologica e di restituirla alla centralità dell’annuncio cristiano. Una santità laica vissuta nella responsabilità quotidiana e nella fedeltà alla coscienza, sino al giorno del suo martirio, avvenuto per mano delle Brigate rosse il 12 febbraio del 1980.

Il convegno sarà così articolato: venerdì 20 febbraio, alle ore 15.30, presso l’Aula magna del Rettorato della Sapienza Università di Roma, i saluti istituzionali della rettrice, prof.ssa Antonella Polimeni, del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, prof. Giuseppe Notarstefano, e del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli.

La sessione di apertura dei lavori approfondirà il profilo accademico, politico ed ecclesiale di Vittorio Bachelet con le relazioni del prof. Stefano Ceccanti, docente di Diritto pubblico comparato presso la Sapienza Università di Roma; di Rosy Bindi, già ministra della Repubblica; della prof.ssa Marta Margotti, docente di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Torino, coordinati dal prof. Matteo Truffelli, presidente del consiglio scientifico dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’.

Dopo la cerimonia di Primo annullo filatelico del francobollo ordinario dedicato a Vittorio Bachelet nel centenario della sua nascita, seguirà una tavola rotonda dedicata al rapporto tra Vittorio Bachelet e le giovani generazioni, nel solco dell’invito a ‘costruire nel presente l’avvenire’, con Emanuela Gitto, vicepresidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il Settore giovani, Alessio Dimo, presidente nazionale della Fuci, e Giovanni Bachelet, già docente di Fisica presso la Sapienza Università di Roma.

La giornata si concluderà alle ore 19.00, presso la Cappella universitaria della Sapienza, con la Santa Messa in memoria di Vittorio Bachelet nel centenario dalla sua nascita, presieduta dal cardinale Baldassare Reina, vicario generale di papa Leone XIV per la diocesi di Roma, concelebrata da mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico dell’Azione Cattolica Italiana e don Gabriele Vecchione, cappellano della Sapienza.

Sabato 21 febbraio, dalle ore 9.00, presso la Domus Mariae, la tavola rotonda ‘Amare Dio e amare gli uomini: Bachelet e i molti volti di un unico impegno sempre attuale’ con gli interventi del prof. Gian Candido De Martin, docente emerito di Istituzioni di diritto pubblico presso la LUISS, del prof. Renato Balduzzi, docente di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico comparato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Maria Grazia Vergari, già vicepresidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il Settore adulti, ed Ilaria Vellani, già direttore dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’, coordinati da Agatino Lanzafame, direttore dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’.

La relazione conclusiva sarà affidata al presidente nazionale Giuseppe Notarstefano, che approfondirà il significato ecclesiale e civile del centenario dedicato a Vittorio Bachelet, tra memoria, attualità e sfide, a cui seguirà la consegna del Premio ‘Vittorio Bachelet’ per tesi di laurea, edizione 2025.

Nella ‘Nostra scelta fondamentale’ nel 1970 Vittorio Bachelet scriveva: “La realtà umana in cui siamo chiamati a vivere e ad operare è una realtà straordinariamente ricca; ma, come in tutte le fasi di passaggio, si presenta come radicalmente ambigua, aperta ad ogni speranza ed insieme ad ogni timore. Noi sentiamo oscuramente di essere impari al compito che è nostro in questa svolta della storia umana che conclude una fase della sua civiltà aprendone una nuova, ancora neppure abbozzata, ma del cui parto l’umanità già soffre il travaglio.

Eppure a noi, a queste nostre generazioni, è affidato il compito di trasformare le possibilità in realtà, di allontanare i pericoli, di trasformare l’incerto destino in destino di speranza. Sappiamo ormai che lo sviluppo tecnico e quello economico, culturale, sociale non bastano a garantire questa speranza: essi sono necessari per gli uomini, e via via che si realizzano rendono più evidenti le ingiustizie, più assurde le guerre, più incomprensibili le ragioni di pura forza, più urgenti le profonde trasformazioni che consentano a tutti gli uomini di tutte le razze, di tutte le condizioni, di tutte le classi, di tutti i continenti, di vivere una vita umana e di essere corresponsabili del proprio destino”.  

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