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Papa Leone XIV invita a cambiare mentalità
“Cari fratelli e sorelle in Cristo, come pellegrino di pace e di unità, vengo in mezzo a voi e vi esprimo la gioia di trovarmi qui a visitare la vostra regione e soprattutto a condividere il vostro cammino, le vostre fatiche, le vostre speranze. Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli”: all’inizio dell’omelia della celebrazione eucaristica che ha concluso la giornata a Bamenda papa Leone XIV ha ringraziato i 20.000 fedeli che lo hanno accolto con canti e danze, musica dal ritmo travolgente, applausi fragorosi in questa zona del nord-ovest del Camerun, ferita da tensioni e violenze.
Ed il papa lo ha sottolineato: “Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra:
le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani”.
Oltre a ciò si aggiungono anche i problemi che provengono da fuori ad alimentare la sfiducia: “Ed alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.
Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione”.
E la rassegnazione prende il sopravvento: “E’ vero, quando una situazione si è consolidata da tempo, il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento. Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene”.
Per questo la testimonianza degli Apostoli è un sollievo: “Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose. Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire”.
E’ stato un invito a ‘nascere dall’alto’: “Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno, ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità”.
E’ stato un invito all’obbedienza a Dio: “Fratelli e sorelle, la consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola. Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini. Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio”.
Tale obbedienza invita a non mescolare la fede cattolica con altre credenze: “E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche. Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita ad essere operatori di pace
“E’ una gioia per me stare con voi in questa regione che ha sofferto così tanto. Come le vostre testimonianze hanno appena dimostrato, l’esperienza vissuta della sofferenza da parte della vostra comunità ha solo reso più forte la vostra convinzione che Dio non ci ha mai abbandonati! In Dio, nella sua pace, possiamo sempre ricominciare da capo!”: nella cattedrale di san Giuseppe papa Leone XIV ha ascoltato il dolore di profughi e operatori di pace nell’incontro per la pace con le testimonianze del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Fru Asaah Angwafor IV, del Moderatore Emerito della Chiesa Presbiteriana, Fonki Samuel Forba, dell’Imam della Moschea Centrale di Buea, Mohammad Abubakar.
Partendo dalla profezia di Isaia che annuncia la pace il papa ha esortato a non scoraggiarsi nell’annuncio: “Mi ha accolto con queste parole, e ora vorrei rispondere: quanto sono belli anche i tuoi piedi, polverosi da questa terra macchiata di sangue ma fertile che è stata maltrattata, eppure è ricca di vegetazione e frutta. I tuoi piedi ti hanno portato fino a qui, e nonostante le difficoltà e gli ostacoli, sono rimasti sulla strada della bontà. Che tutti noi continuiamo sulla via della bontà che conduce alla pace.
Sono grato per le vostre parole di benvenuto, perché è vero: sono qui per proclamare la pace. Eppure trovo che tu stia proclamando la pace a me e al mondo intero. Come uno di voi ha osservato, la crisi che ha avuto un impatto su queste regioni del Camerun ha avvicinato le comunità cristiane e musulmane che mai. In effetti, i vostri leader religiosi si sono riuniti per stabilire un Movimento per la Pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti opposte”.
E’ stato un elogio al loro ‘lavoro’ per la pace: “Vorrei che questo accadesse in tanti altri luoghi del mondo. Il vostro testimone, il vostro lavoro per la pace può essere un modello per il mondo intero! Gesù ci ha detto: Beati gli operatori di pace! Ma guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per il proprio guadagno militare, economico o politico, trascinando ciò che è sacro nelle tenebre e nelle porcherie”.
Da questa città, infatti, si può irradiare la ‘luce’ con l’invito a non perdere sapore: “Sì, mie care sorelle e fratelli, voi che avete fame e sete di giustizia, che siete poveri, misericordiosi, mansueti e puri di cuore, voi che avete pianto – siete la luce del mondo! Bamenda, oggi sei la città sulla collina, splendente agli occhi di tutti! Sorelle e fratelli, siate il sale che continuamente dà sapore a questa terra.
Non perdere il sapore, anche negli anni a venire! Amare tutti i momenti condivisi che vi hanno unito in questi tempi di dolore. Cerchiamo a tutti questo giorno di cuore quando ci siamo riuniti per lavorare per la pace! Siate come olio versato sulle ferite dei vostri fratelli e sorelle”.
Quindi ha ringraziato le donne, che hanno cura di chi ha subito violenza: “E’ un compito enorme che passa invisibile giorno dopo giorno, e come ci ha ricordato suor Carine, è anche pericoloso. I padroni di guerra fingono di non sapere che ci vuole solo un momento per distruggere, eppure una vita spesso non è sufficiente per ricostruire.
Chiudono un occhio sul fatto che miliardi di dollari vengono spesi per uccidere e devastare, ma le risorse necessarie per la guarigione, l’istruzione e il restauro non sono da nessuna parte. Coloro che derubano la vostra terra delle sue risorse generalmente investono gran parte del profitto nelle armi, perpetuando così un ciclo infinito di destabilizzazione e morte”.
Quindi ha ‘accusato’ coloro i quali alimentano le guerre: “E’ un mondo stravolto, uno sfruttamento della creazione di Dio che deve essere denunciato e rifiutato da ogni coscienza onesta. Dobbiamo fare un cambiamento decisivo, una vera conversione, che ci condurrà nella direzione opposta, su un percorso sostenibile ricco di fraternità umana. Il mondo è devastato da una manciata di tiranni, eppure è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle di supporto! Sono i discendenti di Abramo, numerosi come le stelle nel cielo e i granelli di sabbia sulla riva del mare”.
E’ stato un invito ad accettare il prossimo con un abbraccio di pace: “Guardiamo gli occhi degli altri: siamo queste persone immense! La pace non è qualcosa che dobbiamo inventare: è qualcosa che dobbiamo abbracciare accettando il nostro prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Non scegliamo i nostri fratelli e sorelle: dobbiamo semplicemente accettarci a vicenda! Siamo una famiglia, che abita la stessa casa: questo meraviglioso pianeta che le culture antiche hanno curato attraverso millenni”.
Ha concluso l’incontro con un pensiero di papa Francesco: “Così, il mio amato predecessore ci ha esortato a camminare insieme, ognuno di noi secondo la propria vocazione, estendendo i confini delle nostre comunità, a cominciare da sforzi concreti a livello locale, per amare il prossimo, chiunque e ovunque lui o lei sia. Voi siete testimoni di questa rivoluzione silenziosa!
Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non è degenerata in una guerra religiosa, e che tutti stiamo ancora cercando di amarci l’un l’altro! Andiamo avanti con coraggio, senza perderci d’animo, e soprattutto, insieme, sempre insieme! Camminiamo insieme, innamorati, cerchiamo sempre la pace”.
E fuori dalla Cattedrale il papa ha invitato tutti ad essere operatori di pace: “Miei cari fratelli e sorelle, oggi il Signore ha scelto tutti noi per essere operai che portano la pace in questa terra! Diciamo tutti una preghiera al Signore, che la pace regnerà veramente in mezzo a noi, che mentre liberiamo queste colombe bianche, simbolo di pace, che la pace di Dio sarà su tutti noi, su questa terra, e ci terrà tutti uniti nella sua pace. Lodate il Signore!”
Prima che il papa prendesse la parola si sono alternate le testimonianza, come quella del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Angwafor III: “Cogliamo questa opportunità per ringraziare il Papa per la grande opera di evangelizzazione svolta dalla Chiesa negli anni passati e ancora oggi, nonché per i servizi sociali che la Chiesa ha offerto alla nostra gente. La maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università. Speriamo che la Chiesa continui a migliorare la vita delle persone attraverso questi servizi.
Uno dei frutti positivi di questa crisi che ha scosso le nostre regioni del Camerun è che essa ha avvicinato come non mai le Chiese cristiane e la religione musulmana. La persecuzione e la sofferenza non conoscono né fede né razza, né lingua né colore. La persona che soffre ha bisogno di conforto, e l’essere umano che è in guerra ha bisogno di pace, qualunque sia il suo credo”.
Mentre l’imam Mohamad Abubakar ha raccontato alcuni episodi di violenza contro i fedeli: “La comunità islamica è lieta della sua presenza qui in qualità di rappresentante di Dio, che è l’artefice di tutto ciò che è buono, che è portatore di Pace e che ama l’intera umanità. Il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamende, uccidendo tre persone e ferendone altre nove. Il 14 gennaio 2025 diversi uomini armati hanno aperto il fuoco su degli allevatori di bestiame della comunità etnica Mbororo, uccidendo almeno quindici persone, tra cui otto bambini.
La comunità islamica ha sofferto in molte città e in molti villaggi anglofoni, e ci sono state vittime musulmane in quello che è ormai noto come il massacro di Ngabur, nel quale nel 2020 sono stati uccisi 23 civili. Ringraziamo Dio perché questa crisi non è degenerata in una guerra religiosa e continuiamo a cercare di amarci gli uni gli altri nonostante le nostre religioni diverse. Santo Padre ci aiuti ad avere la pace”.
Ed anche suor Carine Tangiri Mangu ha raccontato il loro rapimento: “Da quando è iniziata questa crisi, svolgiamo il nostro lavoro con tanta paura e grande insicurezza. Il 14 novembre, mentre tornavamo da Bamenda a Elak-Oku, dove insegniamo nella scuola primaria, suor Mediatrix ed io siamo state rapite da alcuni uomini armati nei pressi di Baba 1 e portate nella boscaglia, dove siamo state tenute in ostaggio per tre giorni e tre notti.
Per tutti quei giorni e quelle notti non abbiamo dormito né mangiato. Siamo state spostate in moto da un posto all’altro, a volte all’una di notte per evitare di essere localizzati. Abbiamo iniziato uno sciopero della fame e abbiamo spiegato ai nostri rapitori che stavamo semplicemente svolgendo il nostro lavoro per i poveri e che non avevamo niente a che vedere con la politica.
Hanno preteso che dessimo loro dei numeri di telefono per poter richiedere un riscatto. E’ stato un momento difficile per noi, perché, oltre a essere sballottate da un posto all’altro non potevamo né lavarci, né mangiare o bere acqua a nostro piacimento o addirittura dormire. A mantenere viva la nostra speranza è stato il Rosario, che abbiamo recitato in continuazione per tutti quei giorni”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita la Chiesa a portare riconciliazione
“Cari fratelli e sorelle, la parola divina attraversa la storia e la rinnova con la voce umana del Salvatore. Oggi ascoltiamo il Vangelo, buona notizia per tutti i tempi, in questa basilica di Annaba dedicata a sant’Agostino, Vescovo dell’antica Ippona. Lungo i secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome, ma i santi sono rimasti come nostri patroni e testimoni fedeli di un legame con la terra, che viene dal cielo. E’ proprio questa la dinamica che il Signore illumina nella notte di Nicodemo: è questa la forza che Cristo infonde alla debolezza della sua fede e alla tenacia della sua ricerca”: con queste parole omilitiche papa Leone XIV ha concluso la sua visita nella terra di Sant’Agostino con la celebrazione della Messa nella Basilica dedicata al fondatore dell’ordine agostiniano.
L’omelia papale è un invito ad ascoltare la Parola di Dio: “Ecco l’invito per ogni uomo e ogni donna che cerca la salvezza! Dall’appello di Gesù scaturisce la missione per la Chiesa tutta, e quindi per la comunità cristiana d’Algeria: nascere nuovamente dall’alto, cioè da Dio. In questa prospettiva, la fede vince le fatiche terrene e la grazia del Signore fa fiorire il deserto. Eppure la bellezza di quest’esortazione porta con sé una prova, che il Vangelo ci chiama ad attraversare insieme”.
Il brano evangelico è un invito ad una nuova vita: “Le parole di Cristo, infatti, hanno tutta la forza di un dovere: dovete rinascere dall’alto! Tale imperativo suona ai nostri orecchi come un comando impossibile. Ascoltando con attenzione Colui che lo dà, capiamo però che non si tratta di una dura imposizione, né di una forzatura o, tanto meno, di una condanna al fallimento. Al contrario, il dovere espresso da Gesù è per noi un dono di libertà, perché ci rivela una possibilità insperata: possiamo rinascere dall’alto, grazie a Dio.
Dobbiamo farlo, dunque, secondo la sua volontà d’amore, che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita, che inizia con la fede. Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo”.
Quindi non si deve avere paura di porre le domande essenziali: “L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza. Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo. Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore. Di nuovo, sant’Agostino ce ne offre l’esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione”.
Lo stile dei cristiani quindi è quello narrato nel libro degli Atti degli Apostoli: “Sì, dunque: i cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra. Come abbiamo ascoltato poco fa, gli Atti degli Apostoli ne danno testimonianza raccontando lo stile che contraddistingue l’umanità rinnovata dallo Spirito Santo. Anche oggi occorre accogliere e realizzare questo canone apostolico, meditandolo come autentico criterio di riforma ecclesiale: una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace”.
Una vita nuova come invito all’unità: “Questa unità spirituale è una concordia: parola che significa bene la comunione di cuori che palpitano insieme, perché uniti a quello di Cristo. La Chiesa nascente non si basa dunque su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra”.
Unità che si concretizza nella giustizia: “Al contrario, la fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo.
Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi. Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione”.
Da qui il compito per i cristiani: “Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso. Insieme a voi, fratelli nell’episcopato, e a voi, presbiteri, rinnoviamo costantemente questa missione per il bene di quanti ci sono affidati, affinché la Chiesa intera sia, nel suo servizio, messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo”.
In conclusione è un invito alla testimonianza: “In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete. La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un granello incandescente, che spande profumo perché dà gloria al Signore e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle. Quest’incenso è un piccolo, prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione, ma invita a rivolgere i nostri cuori a Dio, incoraggiandoci l’un l’altro a perseverare nelle difficoltà del tempo presente”.
Solo in questo modo si diffonde la misericordia: “Dal turibolo del nostro cuore si levano infatti la lode, la benedizione, la supplica, diffondendo il soave odore della misericordia, dell’elemosina e del perdono. La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente. Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV visita Ippona sui passi di sant’Agostino
Sotto una pioggia insistente questa mattina papa Leone XIV ha visitato la città di sant’Agostino: Annaba (Ippona), che nei secoli successivi ad Agostino fu conquistata prima dai bizantini ed infine distrutta dagli arabi nel VII secolo, che poi la ricostruirono con il nome di Annaba. Delle vestigia di epoca romana sono rimasti visibili il foro pavimentato e circondato da portici colonnati; il teatro; il mercato; terme severiane; cisterne; mosaici figurati. Non mancano nemmeno elementi di epoca cristiana, tra cui figurano la Basilica Pacis, nella quale sant’Agostino svolse il suo ministero episcopale, e annesso battistero.
Al termine della breve visita il papa ha raggiunto la Casa di accoglienza ‘Ma Maison’ gestita dalle Piccole Sorelle dei Poveri, dedite da anni alla cura dei più fragili, inclusi i musulmani, ringraziando per l’accoglienza: “Vi ringrazio di accogliermi in questa casa! Sono contento perché qui abita Dio, perché dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio. Ringrazio le Piccole Sorelle dei Poveri insieme al Personale della Casa. Grazie, Madre Filomena, per il benvenuto che mi ha rivolto.
Grazie, caro monsignor Desfarges, per le Sue parole, le sue toccanti parole! AscoltandoLa e vedendo la Sua presenza qui in mezzo ai fratelli e alle sorelle anziani, viene spontaneo lodare Dio e ringraziarlo”.
Ha concluso la breve visita con un ringraziamento in quanto nella fraternità si realizza la speranza: “Ringrazio il Signor Salah Bouchemel per la sua testimonianza, così bella e consolante. Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza! Sì perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne.
Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli, con gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel vostro servizio quotidiano, nella vostra amicizia, nel vivere insieme”.
(Foto: Santa Sede)
Seconda Domenica di Pasqua: domenica della divina misericordia
Gesù è veramente risorto! Quest’annuncio ancora oggi ci coinvolge tutti come singoli e come società. E’ un annuncio che conferisce pace e gioia ma non cessa di essere un mistero d’accogliere con fede e amore. Siamo cristiani perché Cristo è veramente risorto; Egli è il Dio con noi. Gesù aveva dato l’annuncio della sua risurrezione attraverso le pie donne, che si erano recate al suo sepolcro, e sono divenute ambasciatrici di Cristo. Laddove i suoi nemici erano rimasti sconfitti dalla notizia della sua risurrezione, appresa dai soldati che facevano la guardia, i discepoli di Gesù viceversa erano ancora tremanti, chiusi nel cenacolo, per paura dei Capi del popolo e del Sinedrio.
Gesù risorto, come aveva predetto ‘i pubblicani e le prostitute avranno il primo posto nel regno dei cieli’, si servì di Maria Maddalena, che aveva pianto per i suoi peccati, aveva lavato con le lacrime i piedi a Gesù, per annunciare ufficialmente ai suoi discepoli e al mondo intero la sua ‘risurrezione’. Maria Maddalena diventa così ambasciatrice come il Buon Ladrone sarà il primo ad entrare nel Regno dei cieli; Gesù dall’alto della croce gli disse infatti ‘oggi sarai con me in paradiso’.
Dopo l’annuncio Gesù va a trovare i suoi ancora chiusi nel Cenacolo, entra a porte chiuse, dà il lieto annuncio: ‘la pace sia con voi’! Avere fede significa accettare che Gesù è il Signore, è il Risorto: verità fondamentale per gli apostoli, i suoi amici che dovranno essere i testimoni nel mondo di questa verità. Il Cenacolo è figura chiara della Chiesa in cammino. Quella sera, però, Tommaso, uno degli Apostoli, non era con loro quando venne Gesù a porte chiuse. Gesù è venuto per tutti, vuole tutti salvi; si è sacrificato in Croce per tutti e per ciascuno di noi.
Otto giorni dopo Gesù ritorna dai suoi dove c’era Tommaso, l’incredulo che aveva detto: l’avete visto, ma non l’avete toccato! Poteva essere un fantasma. ‘Se non metto il mio dito nelle sue piaghe, se non tocco i chiudi, se non metto la mano nel suo costato, io non crederò mai’. Tommaso crederà non alle parole dei suoi compagni e amici me solo vedendo le ferite di Gesù, procurate dai chiodi, e il suo cuore squarciato.
Un amore grande che si misura non a parole ma guardando e toccando con mano cosa Gesù ha sofferto per noi, per l’uomo. Tommaso, in fondo, aveva detto: Siete stupidi; dite di averlo visto, d’avere parlato con Lui ma non l’avete toccato; io invece sono diverso: voglio vedere e toccare con mano.
A Gesù interessa una cosa sola: i suoi discepoli sono chiamati ad essere i testimoni della sua risurrezione, la loro fede deve essere ben salda e radicata nel fiducioso abbandono al suo amore, che si è sacrificato; se voglio capire quanto Egli ci ha amato, devo constatare quanto Egli ha sofferto per me. Le ferite riportate dal Signore, i segni dei chiodi e del cuore aperto sono le testimonianze di questo amore misericordioso; ecco perché Gesù vuole sciogliere ogni dubbio ed incertezza.
Da qui la seconda venuta nel Cenacolo otto giorni dopo, presente questa volta Tommaso, l’incredulo. Tommaso rimane così una figura memoranda che fa emergere nella Chiesa la misericordia materna del Signore Gesù. Gesù risorto entra a porte chiuse, sta in mezzo ai suoi e si rivolge proprio a Tommaso: ‘Metti qua il tuo dito, guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio costato: non essere incredulo, ma credente’.
Gesù non compie miracoli per farsi riconoscere ma mostra le sue ferite; non fa discorsi teologici o disquisizioni esegetiche su quanto era scritto nel Libro Sacro ma i segni della sua passione e morte costituiscono la testimonianza più forte della sua risurrezione, già preannunciata ed ora attuata. Gesù è vero figlio di Dio, il suo messaggio è divino, la sua Chiesa deve essere santa (chiamata alla santità). Nasce e si consolida così la comunità cristiana del futuro.
Quella comunità che ama, crede ed annuncia Gesù Cristo e la sua risurrezione. L’ottavo giorno dopo la Pasqua questa prima comunità cristiana era riunita in casa, come noi oggi siamo riuniti nella casa del Signore per ascoltare la Parola di Dio ed operare la ‘frazione del pane’. Sull’altare infatti è preparato il pane e il vino come nell’ultima cena; pane e vino che, grazie alla misericordia di Dio, diventeranno corpo, sangue, anima e divinità di nostro signore Gesù Cristo.
E’ la comunità riunita che Gesù saluta: ‘Pace a voi’. Era quella infatti una assemblea dove i Discepoli volevano rigenerarsi ad una speranza viva, ricolma di gioia anche se, come scrive l’apostolo Pietro, per un poco di tempo si rimane afflitti da varie prove. La nostra fede, infatti, più preziosa dell’oro, che viene purificato con il fuoco, è purificata da prove e sofferenze. Da qui nasce la gioia pasquale, la gioia della nostra vita, nonostante le sofferenze, le persecuzioni, le guerre, le incomprensioni.
Davanti al richiamo di Gesù a Tommaso: ‘Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno’, c’è la beatitudine per me e per te, amico che ascolti; ancora una volta Gesù il Risorto, oggi, dalla croce, mostra le sue ferite, i segni del suo amore misericordioso. A noi però l’impegno di vivere la gioia del nostro battesimo, della nostra rinascita a figli di Dio, mentre con umiltà chiediamo perdono delle nostre colpe.
Rinascere, rinnovarsi, come vedi, è una necessità della vita, il rinnovamento non può essere solo quello fisiologico: anche gli animali e le piante si rinnovano ma è un progresso che non oltrepassa le soglie del fisico e dell’istinto. E’ necessario invece migliorare ogni giorno, contrastando il passo alla vecchiaia per rimanere sempre giovani e sulla breccia.
E’ necessario vincere con l’amore individualismo ed egoismo che spesso attanagliano il nostro spirito e non ci permettono di accogliere l’altro come fratello. Se vuoi andare oltre, bisogna vivere di Fede; è la sola che ci permette di cogliere l’amore misericordioso di Dio e pregare ‘Padre nostro, che sei nei cieli’. E’ questo il mio augurio domenicale.
Papa Leone XIV agli atleti: siate testimoni di pace
“Vi accolgo con gioia, poco dopo la fine dei Giochi Invernali di Milano-Cortina, che hanno diffuso nel mondo, insieme a competizioni di altissimo livello, anche un nobile messaggio umano, culturale e spirituale”: incontrando i partecipanti ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina papa Leone XIV ha affermato che la filosofia del’vincere senza umiliare’ e della sconfitta ‘senza perdere sé stessi’ si applica anche alla politica e alle relazioni tra popoli.
Esprimendo gratitudine al Dicastero per la Cultura e l’Educazione che, con Athletica Vaticana, ha curato la preparazione dell’incontro con un ringraziamento al presidente Luciano Buonfiglio, del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), e il Presidente Marco Giunio De Sanctis, del Comitato Italiano Paralimpico (CIP), il papa ha sottolineato che anche lo sport è linguaggio:
“Davvero lo sport, quando viene autenticamente vissuto, non resta soltanto una prestazione: è una forma di linguaggio, un racconto fatto di gesti, di fatica, di attese, di cadute e di ripartenze. Durante i Giochi abbiamo visto non solo corpi in movimento, ma storie: storie di sacrificio, di disciplina, di tenacia. In modo particolare, nelle competizioni paralimpiche abbiamo osservato come il limite possa diventare luogo di rivelazione: non qualcosa che ostacola la persona, ma che può essere trasformato, persino trasfigurato in ritrovate qualità. Voi atleti siete diventati biografie che ispirano moltissime persone”.
Quindi lo sport aiuta nella crescita personale e comunitaria: “Lo sport, infatti, concorre alla maturazione del nostro carattere, richiede una spiritualità salda ed è una forma feconda di educazione. Dallo sport si impara a conoscere il proprio corpo senza idolatrarlo, a governare le emozioni, a competere senza perdere il senso della fraternità, ad accogliere la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza”.
Insomma lo sport è anche un allenamento mentale: “Allenando la mente, insieme alle membra, lo sport è autentico quando resta umano, cioè quando rimane fedele alla sua prima vocazione: essere scuola di vita e di talento. Una scuola nella quale si impara che il vero successo si misura dalla qualità delle relazioni: non dall’ammontare dei premi, ma dalla stima reciproca, dalla gioia condivisa nel gioco”.
Inoltre lo sport aiuta ad un dialogo di pace: “Nel tempo attuale, così segnato da polarizzazioni, rivalità e conflitti che sfociano in guerre devastanti, il vostro impegno assume un valore ancora maggiore: lo sport può e deve diventare davvero uno spazio di incontro! Non un’esibizione di forza, ma un esercizio di relazione. Ho voluto ricordare, in occasione di questi Giochi, il valore della tregua olimpica. Voi, con la vostra presenza, avete reso visibile questa possibilità di pace come una profezia niente affatto retorica: spezzare la logica della violenza per promuovere quella dell’incontro”.
Al contempo il papa ha messo in guardia contro le’scorciatoie’: “Al contempo, sappiamo bene che lo sport porta con sé anche delle tentazioni: quella della prestazione a ogni costo, che può condurre fino al doping. Quella del profitto, che trasforma il gioco in mercato e lo sportivo in divo. Quella della spettacolarizzazione, che riduce l’atleta a un’immagine o a un numero. Contro queste derive, la vostra testimonianza è essenziale”.
E’ stato un invito ad offrire una testimonianza di pace nella società: “Portate l’idea che si possa gareggiare senza odiarsi. Che si possa vincere senza umiliare. Che si possa perdere senza perdere sé stessi. E questo vale anche oltre lo sport. Vale nella vita sociale, nella politica, nelle relazioni tra i popoli. Perché lo sport, se vissuto bene, diventa un laboratorio di umanità riconciliata, dove la diversità non è una minaccia, ma una ricchezza. In un’epoca di grandi sfide climatiche, questi Giochi ci ricordano anche il legame tra sport e natura e il nostro dovere di prenderci cura della casa comune”.
Infine ha invitato a guardare il Crocifisso, riprendendo una frase di papa san Giovanni Paolo II: “Oggi, in questa sala, guardiamo alla Croce degli Sportivi (la Croce olimpica e paralimpica) che dai Giochi di Londra 2012 a quelli di Milano-Cortina raccoglie preghiere, attese e speranze, paure e sofferenze delle donne e degli uomini che, a ogni età, condividono le loro esperienze sportive. Davanti a questo supremo ed essenziale Segno di dedizione, rinnoviamo il desiderio di dare il nostro meglio, insieme, in ogni attività.
Cari atleti, ringrazio tutti voi per il vostro impegno. Prego che Gesù Cristo, il ‘vero atleta di Dio’, ispiri a ciascuno sfide sempre più virtuose e doni la forza per viverle con passione. Mentre vi accompagno con la mia benedizione, vi affido una missione: continuare a far sì che la persona rimanga al centro dello sport in tutte le sue espressioni”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita ad annunciare la Resurrezione agli oppressi
“Invio il mio pensiero a quanti, in diverse parti del mondo, partecipano alle iniziative promosse in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia luogo di inclusione e di pace”: al termine della recita del Regina Coeli’ papa Leone XIV ha invitato a chiedere la pace per tutto il mondo, anche attraverso il linguaggio universale di fraternità e inclusione insito nello sport a cui oggi è dedicata, sotto l’egida dell’Onu, la Giornata internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace.
Prima della recita della preghiera del tempo pasquale papa Leone XIV ha invitato i pellegrini ad esultare per la nuova vita donataci dalla Pasqua: “Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù”.
Oggi il Vangelo invita alla scelta di credere ad uno dei due racconti su uno stesso episodio: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio.
Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato. Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva”.
E’ stato un invito a soppesare la veridicità della notizia ed a non credere alle fake news: “Questo contrasto ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte”.
Gesù Risorto invita a non temere la paura della morte: “Come alle donne giunte al sepolcro, anche a noi oggi Gesù dice: ‘Non temete! Andate ad annunciare’. Egli stesso diventa così la buona notizia da testimoniare nel mondo: la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita. Come il Risorto, sempre vivo e presente, libera il passato da una fine distruttiva, così l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro”.
Proprio per questa ‘forza propulsiva’ del Vangelo il papa ha esortato tutti ad annunciare la speranza agli ‘oppressi’: “Carissimi, quanto è importante che questo Vangelo raggiunga soprattutto quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze! Penso ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione.
Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti. Quando viene proclamata nel mondo, infatti, la Buona Novella rischiara ogni ombra, in ogni tempo”.
E’ stato anche un invito a non dimenticare la testimonianza di papa Francesco: “Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.
Ed anche il patriarca di Gerusalemme, card. Pier Battista Pizzaballa, nell’omelia pasquale ha invitato ad abbandonare le proprie sicurezze: “Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva ‘di buon mattino’, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. E’ un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte…
Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi”.
La resurrezione cambia i pensieri di ciascuno: “Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù ‘al suo posto’: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. Ed invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca”.
La Pasqua è una vita ‘altra’: “La Pasqua non ci promette una vita ‘facile’. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente”.
Quindi la Pasqua è una porta da attraversare: “Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù ‘passò facendo del bene’, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio”.
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Da Monaco papa Leone XIV invita a non cedere all’idolatria
A conclusione della celebrazione eucaristica papa Leone XIV è ritornato a Roma dalla visita apostolica nel Principato di Monaco, dove era stato accolto con canti, danze e testimonianze. Quindi nello stadio ‘Louis II’ papa Leone XIV si è chiesto il motivo per cui Gesù è stato condannato a morte:
“Perché ha risuscitato Lazzaro dalla morte; perché ha ridato vita al suo amico, davanti alla cui tomba pianse, unendosi al dolore di Marta e Maria. Proprio Gesù, che è venuto nel mondo per liberarci dalla condanna della morte, alla morte viene condannato. Non si tratta di una fatalità, ma di una volontà precisa e ponderata”.
Il motivo è prettamente ‘politico’, in quanto il ‘potere’ è attanagliato dalla paura: “Il verdetto di Caifa e del sinedrio nasce infatti da un calcolo politico, che ha alla base la paura: se Gesù continuasse a dare speranza, trasformando il dolore del popolo in gioia, ‘verranno i romani’ e devasteranno il paese. Invece di riconoscere nel Nazareno il Messia, cioè il Cristo tanto atteso, i capi religiosi vedono in Lui una minaccia.
Il loro sguardo è distorto, al punto che sono proprio i dottori della Legge a violarla. Dimenticando la promessa di Dio al suo popolo, essi vogliono uccidere l’innocente, perché dietro la loro paura c’è l’attaccamento al potere. Se però gli uomini scordano la Legge che comanda di non uccidere, Dio non scorda la promessa che prepara il mondo alla salvezza”.
Il potere infatti è ossessionato dalla vita: “Siamo così testimoni di due moti opposti: da una parte la rivelazione di Dio, che mostra il suo volto come Signore onnipotente e salvatore, dall’altra l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli. Non è quello che accade oggi? Al loro punto d’incrocio sta il segno di Gesù: dare la vita”.
La vita come segno di contraddizione: “E’ un segno che trova nel risuscitato Lazzaro il suo anticipo, la profezia più prossima di quel che al Cristo accadrà nella sua passione, morte e risurrezione. In quella Pasqua, il Figlio porterà a compimento l’opera del Padre con la potenza dello Spirito Santo: come all’inizio dei tempi Dio ha dato vita all’essere dal nulla, così nella pienezza dei tempi riscatta ogni vita dalla morte, che ne rovina il creato”.
Una vita testimoniata dalla giustizia: “Da questa redenzione vengono la gioia della fede e la forza della nostra testimonianza, in ogni luogo e in ogni tempo. Nella storia di Gesù è infatti riassunta la vicenda di tutti noi, a cominciare dai più piccoli e oppressi: ancora oggi, quanti calcoli si fanno nel mondo per uccidere innocenti; quante finte ragioni si pretendono per toglierli di mezzo! Davanti all’insistenza del male, però, sta l’eterna giustizia di Dio, che sempre ci riscatta dai nostri sepolcri, come con Lazzaro, e ci dona nuova vita”.
Infatti la vita è possibile solo grazie alla misericordia: “Il Signore libera dal dolore infondendo speranza, converte la durezza di cuore trasformando il potere in servizio, proprio mentre manifesta il vero nome della sua onnipotenza: misericordia. E’ la misericordia che salva il mondo: si prende cura di ogni esistenza umana, da quando sboccia nel grembo a quando appassisce e in ogni sua fragilità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, la cultura della misericordia respinge la cultura dello scarto”.
Quindi la salvezza rende possibile la liberazione, consentendo l’abbattimento degli ‘idoli’: “Anzitutto, la liberazione assume la forma di una purificazione dagli ‘idoli’, dagli ‘abomini’. Che cosa sono? Con questo termine, il profeta indica tutte quelle cose che rendono schiavo il cuore, che lo comprano e lo corrompono. La parola idolo significa ‘piccola idea’, cioè una visione diminuita, che rimpicciolisce non solo la gloria dell’Onnipotente, trasformandolo in un oggetto, ma la mente dell’uomo”.
Quindi la salvezza consente un ampio sguardo della realtà: “Gli idolatri sono dunque persone di corte vedute: guardano a ciò che rapisce i loro occhi, annebbiandoli. E così, proprio le cose grandi e buone di questa terra diventano idoli, trasformandosi in forme di schiavitù non per chi ne è privo, ma per chi se ne ingozza, lasciando il prossimo nella miseria e nella mestizia. L’affrancamento dagli idoli è allora liberazione da un potere che si è fatto predominio, dalla ricchezza che degrada in bramosia, dalla bellezza truccata in vanità”.
E con una citazione di sant’Agostino il papa ha invitato a non cedere all’idolatria bellica: “Il Signore cambia la storia del mondo chiamandoci dall’idolatria alla vera fede, dalla morte alla vita. Perciò, cari fratelli e sorelle, dinanzi alle molte ingiustizie che feriscono i popoli e alla guerra che dilania le nazioni, si leva costante la voce del profeta Geremia, proclamata oggi come salmo: ‘Cambierò il loro lutto in gioia / li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni’.
La purificazione dall’idolatria, che rende gli uomini schiavi di altri uomini, si compie come santificazione, dono di grazia che rende gli uomini figli di Dio, fratelli e sorelle tra di loro. Questo dono illumina il nostro presente, perché le guerre che lo insanguinano sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro. Ogni vita spezzata è una ferita al corpo di Cristo. Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere”.
E’ stato un invito a guardare sempre più alla resurrezione compiuta in Lazzaro: “Nella lunga Quaresima del mondo, proprio mentre il male imperversa e l’idolatria rende indifferenti i cuori, il Signore prepara la sua Pasqua. Il segno di quest’evento è l’uomo: è Lazzaro, chiamato dal sepolcro; siamo noi, peccatori perdonati; è il Crocifisso Risorto, autore della salvezza. Egli è ‘la via, la verità e la vita’, che sostiene il nostro pellegrinaggio e la missione della Chiesa nel mondo: donare la vita di Dio. Compito sublime e impossibile, senza donare la nostra vita al prossimo. Compito appassionante e fecondo, quando il Vangelo illumina i nostri passi”.
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Papa Leone XIV invita i monegaschi a tenere lo sguardo fisso su Gesù
Nella tarda mattinata papa Leone XIV aveva incontrato i giovani ed i catecumeni nella chiesa di santa Devota, patrona del Principato di Monaco, e dopo aver ascoltato le testimonianze di alcuni giovani ha parlato di lei, come “giovane coraggiosa, che ha saputo testimoniare la sua fede di fronte alla violenza dei persecutori, fino al martirio. Il suo corpo, dalla Corsica, è provvidenzialmente arrivato fin qui, su quella che oggi è la costa monegasca”.
La sua vita è testimonianza capace di produrre ‘frutti’: “Volevano annientarla, cancellare ogni suo ricordo, e invece il suo sacrificio ha portato il messaggio di pace e d’amore del Vangelo ancora più lontano. Questo ci aiuta a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio. Non solo, ma ci ricorda anche che la testimonianza della fede è un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani, ben oltre le nostre stesse aspettative e possibilità”.
Ed accanto a santa Devota ha proposto san Carlo Acutis: “In questa chiesa, recentemente, alla memoria della santa Martire Devota si è unita quella di san Carlo Acutis, altro giovane innamorato di Gesù, fedele all’amicizia con Cristo fino alla fine, pur in tempi e con modalità completamente diversi: nella carità, nell’apostolato sul web, di cui lo veneriamo patrono, e da ultimo nella malattia”.
Da qui l’invito ad imitarli: “Carissimi giovani, questi due santi ci incoraggiano e ci spingono a imitarli. Anche oggi, infatti, come è stato ricordato, la fede incontra sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità. Ne sono prova i tanti uomini e donne di ogni età che, in numero crescente, desiderano conoscere il Signore e chiedono il Battesimo”.
E, citando il card. Martini, ha invitato i giovani a sperimentare l’amore di Dio: “Ma ciò che dà solidità alla vita è l’amore: l’esperienza fondamentale dell’amore di Dio, prima di tutto, e poi, di riflesso, quella illuminante e sacra dell’amore vicendevole. Ed amarsi, se da una parte richiede apertura a crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità”.
Con l’amore di Dio l’inquietudine dei giovani si acquieta: “Solo così l’inquietudine trova pace (anche noi desideriamo la pace!) e si riempie il vuoto interiore di cui parlava Andreia, non con cose materiali e passeggere, nemmeno con i consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze condizionanti, artificiali, a volte persino violente.
Da queste cose bisogna sgomberare la porta del cuore, perché l’aria sana e ossigenante della grazia possa tornare a rinfrescarne e vitalizzarne le stanze, e perché il vento forte dello Spirito Santo possa riprendere a gonfiare le vele della nostra esistenza, spingendola verso la felicità vera”.
Ecco l’invito a vivere la Settimana Santa, porta della Pasqua: “E se questo conta per la vita spirituale e per la preghiera, allo stesso modo vale per l’esercizio della carità… Le parole e i gesti della testimonianza e della speranza non si improvvisano e non ce li diamo da noi stessi: vengono da un profondo rapporto con Dio, in cui noi per primi troviamo le risposte fondamentali della vita. Se il canale del suo agire in noi è aperto, e se è aperto lo scambio reciproco, con cui facciamo di tale rapporto d’amore un dono comune e condiviso, possiamo avere fiducia che le parole giuste e la forza necessaria ad agire verranno, al momento opportuno”.
Ed ecco l’invito a vivere la frase di sant’Agostino (‘Ama e fa ciò che vuoi’) nella quotidianità: “Cari giovani, non abbiate paura di donare tutto, il vostro tempo, le vostre energie, a Dio e ai fratelli, di spendervi fino in fondo per il Signore e per gli altri. Solo così troverete un gusto sempre nuovo e un senso sempre più profondo nella vita. Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza, per superare le derive del nostro tempo e affrontarne le sfide, e soprattutto per riscoprire il sapore buono dell’amore di Dio e del prossimo…
Portate il Vangelo nelle scelte del vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo la cultura della cura. Fate di tutto un dono a Dio e vivete tutto come una missione, che vi vuole gli uni per gli altri amici in Cristo e fedeli compagni di cammino”.
Mentre nella celebrazione dell’Ora Media con la comunità cattolica il papa aveva evidenziato il dono della comunione: “Gesù Cristo, il giusto, intercedendo per l’umanità presso il Padre, ci riconcilia con Lui e tra di noi… Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende ‘avvocato’ a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro.
Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa”.
Ed ecco la Chiesa a difesa dell’umanità: “Penso allora a una Chiesa chiamata a farsi ‘avvocato’, cioè a difendere l’uomo: tutto l’uomo e tutti gli esseri umani. Si tratta di un cammino di discernimento critico e profetico teso a promuovere ‘uno sviluppo integrale dell’umanità, che ne rispetti la dignità e l’identità autentica, come anche il fine ultimo, che rimanda a un mistero di comunione piena col Dio Trinità e tra noi’.
Questo è il primo servizio che l’annuncio del Vangelo deve rendere: illuminare la persona umana e la società affinché, alla luce di Cristo e della sua Parola, scoprano la propria identità, il significato della vita umana, il valore delle relazioni e della solidarietà sociale, lo scopo ultimo dell’esistenza e il destino della storia”.
Quindi è stato un invito a tenere fisso lo sguardo su Gesù: “Carissimi, tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, nostro avvocato presso il Padre, genera una fede radicata nel rapporto personale con Lui, una fede che si fa testimonianza, capace di trasformare la vita e rinnovare la società. Questa fede ha bisogno di essere annunciata con strumenti e linguaggi nuovi, anche digitali, e ad essa tutti devono essere introdotti e formati con continuità e creatività. Ciò vale in particolare per coloro che si stanno aprendo all’incontro con Dio, ai catecumeni e ai ricomincianti, verso i quali vi raccomando un’attenzione particolare”.
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Paolo Naldini: l’arte contribuisce alla pace
Nei mesi scorsi a Kharkiv, l’Università Beketov (bombardata più volte dall’inizio della guerra) aveva ospitato il ‘Terzo Paradiso’ dell’artista Michelangelo Pistoletto: un’opera ‘open source’ che chiunque, previa autorizzazione della ‘Fondazione Pistoletto’, poteva reinterpretare e riprodurre gratuitamente. Il simbolo del ‘Terzo Paradiso’ ed il marchio del Mean (Movimento Europeo Azione Nonviolenta) sono stati riprodotti su un muro interno dell’università, come un murales di pregiatissima fattura. Studenti, professori e volontari hanno potuto aggiungere la propria firma od un disegno. Il corridoio nel quale era stato riprodotto il murales, bianchissimo, riverniciato di fresco, non era stato scelto a caso: collegava la parte dell’edificio colpita dai missili con la parte illesa.
Gli studenti d’arte hanno offerto la propria visione dell’opera, riproducendola su carta o su tela e modificandola secondo la propria intenzione espressiva: dalla matita, all’acrilico, al collage, sono state impiegate tecniche pittoriche molto diverse tra loro. Nel frattempo, su un grande schermo, è stato proiettato il videomessaggio che Michelangelo Pistoletto aveva inviato all’Università ed al Mean, come ringraziamento per l’iniziativa e come spiegazione dei significati dell’opera, la quale incarna nel modo più sintetico e simbolico possibile un’idea di composizione dei conflitti, di ritrovata armonia, di produzione del nuovo e del bello da elementi che sono in rapporto di contrasto e opposizione tra loro.
Nel videomessaggio l’artista esortava a sprigionare una forza creativa capace di costruire una ‘pace preventiva’: “Dobbiamo creare un sistema dove l’uomo non è più capace di mangiare l’altro uomo, non lo vuole più fare! Per fare questo bisogna costruire un sistema di pace che non viene dopo la guerra, ma viene prima. La pace deve essere preparata prima di fare la guerra”.
Riferendosi a quell’evento, a 5 anni dall’invasione russa dell’ Ucraina, il direttore della Fondazione Pistoletto, Paolo Naldini, ha affermato: “E’ molto più facile fare la guerra che la pace; per questo la prima è amata dagli uomini di poco valore. La seconda si costruisce con enorme fatica, spesso senza riconoscimento e poche risorse, perchè la guerra fa fare affari che accrescono il denaro, mentre la pace previene immenso dolore e spese maledette: purtroppo, per molti, è difficile scegliere la strada della prevenzione, ci vuole immaginazione e visione, due cose che l’arte coltiva e produce. Anche per questo ogni società ha radicalmente bisogno degli artisti, dei curatori, delle guide e dei direttori dei musei, degli insegnanti e degli amante dell’arte”.
Per quale motivo a Kharkiv era stata esposta l’opera ‘Terzo Paradiso’?
“Nelle mie conversazioni con Angelo Moretti e Doriano Zurlo del MEAN, la funzione sociale dell’arte è sempre stata al centro della nostra attenzione. Sottolineo che la mia partecipazione come attivista non è disgiunta dalla mia attività come artista e portatore delle istanze, delle pratiche dell’arte nel sistema contemporaneo. Con Doriano avevamo valutato le condizioni che i nostri ospiti italiani ci rappresentavano e, in particolare, le possibilità di cooperare con l’Accademia e l’Università.
Per me era importante che la nostra presenza fosse non solo di testimonianza, ma anche di ascolto, o meglio di abilitazione, di invito e incoraggiamento alla produzione del pensiero e della pratica artistica. Dunque non si trattava per me di portare un nostro artefatto o manufatto che rappresentasse la nostra individuale personalità calata in quel contesto, ma al contrario che ci si ritrovasse in uno spazio comune di cura e di co-creazione in cui gli artisti e le istituzioni di Kharkiv potessero raccontare la loro storia in un contesto come quello che stanno vivendo”.
Cos’è il ‘Terzo Paradiso’?
“Il ‘Terzo Paradiso’ è una formula, un simbolo che esprime l’universale dinamica di tensione e connessione, di incontro tra gli opposti nella natura e in ogni altra situazione di fenomeno, compresi i fenomeni sociali. Una formula che rappresenta come da due elementi opposti possa prodursi e generarsi un fenomeno e una terza entità che prima non esisteva.
Questa è la formula della creazione. Il ‘Terzo Paradiso’ ha questa denominazione perché la prima applicazione era dedicata alla paradigmatica opposizione dualista natura-artificio. Ed era dunque da questa applicazione che derivava l’individuazione di un primo paradiso ordinato dalla natura, con un secondo, che vi si opponeva attraverso l’artificio operato dagli umani. Pur provenendo pienamente dalla natura, vi si contrapponeva con una dimensione di artificio, dalle prime abitazioni, ai vestiti, alle colture, alla sporta per raccogliere le bacche, fino alle città e alle più avanzate tecnologie digitali”.
In quale modo l’arte può ‘battere’ l’indifferenza?
“L’arte nasce da un sentire, da un sentimento che coglie la realtà individuandone qualcosa che non accontenta l’artista, ma, se c’è, da una forma di critica rispetto al reale; nel reale manca qualcosa, o quel che c’è non va bene. L’arte, dunque, nasce da una prima posizione di critica sul reale, ma la critica non basta. Quindi dall’immagine alla forma, all’iperforma, alla performance, c’è il percorso che collega l’estetica all’etica, nella loro pratica artistica. Portando con sé la radice di un senso e di un’emozione che ha scatenato la ricerca artistica, la pratica dell’arte estende il movimento dell’emozione al fruitore dell’arte stessa e al contesto che ospita l’arte nella sua traiettoria di distribuzione come sensibile nel mondo dell’umanità.
Questo movimento di emozione porta con sé, come un’onda di energia o elettromagnetica, un’informazione che la materia che ne viene raggiunta assume ed inizia a vibrare della stessa onda. Inoltre, si estende e si espande questa emozione alle realtà circostanti pur senza trasferimento di materia, come vediamo avvenire con la luce o le onde elettromagnetiche. L’arte e gli artisti sono dunque centrali di produzione e trasmissione di onde di emozioni e movimento che attraversano la società e che attivano la società; sono quindi quelle onde che arrivano a toccare i nervi, il cuore e lo spirito delle persone avvolte o sommerse dalla apatia che, in qualche modo, la legge di conservazione dell’energia tende a far assumere loro”.
Allora l’arte può costruire la pace?
“L’arte può contribuire a costruire la pace generando quelle onde di connessione emozionale e concettuale come un pensiero che viene trasmesso di corpo in corpo, di luogo in luogo, di Stato in Stato, di popolo in popolo, formando una piattaforma in cui la circolazione dell’emozione e del sentimento di identificazione con l’altro sia la base di un antidoto alle dinamiche distruttive della guerra.
L’arte permette di vedere il mondo con l’occhio dell’altro e di sentire le emozioni che l’altro sente attraverso le nostre stesse corde e nervi emozionali. Esistono dei circuiti neuronali che afferiscono al concetto di neuroni specchio: le emozioni che vediamo e leggiamo nelle espressioni, nelle vicende altrui, sono da vissute ed esperite come se le vivessimo noi stessi.
Questa capacità di empatia strutturale cablata nei nostri sistemi nervosi è la base per vedere l’altro, leggere le sue emozioni, ascoltando le sue canzoni, conoscendo le sue storie, entrando nei suoi territori, nella sua casa, gustando i sapori della sua cucina, della sua tradizione, i profumi e gli odori del suo mondo. Vederli attraverso l’operare dell’arte intensifica la condivisione empatica e l’interpretazione del mondo attraverso l’occhio altrui.
Ciò pone le basi di una resistenza agli attacchi delle forze della distruzione, dell’odio, della paura e dell’insicurezza che pure abitano sulla nostra interiorità emozionale e nel nostro spirito. L’arte quindi è forse il più profondo antidoto alle dinamiche distruttive e di odio, perché agisce attivando gli stessi sistemi di percezione e di sensazione che attiviamo nel nostro sentire quotidiano”.
(Foto: Fondazione Pistoletto)




























