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Papa Leone XIV invita a comportarsi in modo degno del Vangelo

“Prima di concludere questa settimana di esercizi spirituali e di ritiro, ho il piacere (un momento di benedizione) di poter dire grazie soprattutto al nostro predicatore che ci ha accompagnato, aiutato, durante questi giorni a vivere un’esperienza profonda, spirituale, molto importante nel nostro cammino quaresimale, cominciando domenica con ‘Le tentazioni’, e riflettendo sull’esempio, la testimonianza di san Bernardo, la vita monastica e tanti altri elementi nella vita della Chiesa”: parole conclusive di papa Leone XIV per ringraziare il predicatore di questi esercizi spirituali, mons. Erik Varden, monaco dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e vescovo di Trondheim.

Ed ha condiviso alcuni momenti di questa settimana: “Per esempio, il riferimento al Dottore della Chiesa John Henry Newman e alla poesia ‘Il sogno di Geronzio’, dove Newman usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.

Per concludere con l’ultima predicazione che ha concluso questa settimana con la lettera dell’apostolo Paolo ai Filippesi: “Ci sono altri elementi come la libertà, la verità, tanto importanti nella nostra vita. E in tutto ciò, questa sera con la riflessione sulla speranza e sulla vera fonte della speranza che è Cristo, io sono tornato a rileggere la Lettera ai Filippesi… Ecco: questo è l’invito alla fine di questi giorni di preghiera e di riflessione, che la stessa Parola di Dio rivolge verso tutti noi: Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo”.

Infine ha ringraziato tutti coloro che hanno reso possibile gli esercizi spirituali: “A nome di tutti i presenti, allora, la ringrazio, monsignor Varden, per tutto ciò che ci ha offerto in questi giorni. La saggezza, questa testimonianza sua e della vita monastica di San Bernardo, la ricchezza delle sue riflessioni, saranno ancora per molto tempo fonte di benedizione per noi, di grazia, di incontro con Gesù Cristo.

Vorrei anche, in questo momento, ringraziare i collaboratori dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche che hanno preparato tutto il materiale per la nostra preghiera, come anche il coro che credo sia ancora presente. Grazie per aiutarci con la musica, che è tanto importante anche nella nostra preghiera. La musica (credo mons. Varden lo abbia detto in qualche momento) ci aiuta in una maniera che le parole non possono fare, elevando il nostro spirito verso il Signore”.

E nell’ultima meditazione mons. Varden  ha ricordato l’apertura del Concilio Vaticano II: “Un clima di precarietà circondava il Concilio; allo stesso tempo, questo periodo era carico di fervide speranze per una nuova società fondata sui diritti umani, sul commercio equo e sul progresso della tecnica. Il Concilio desiderava parlare delle ‘ansiose questioni sull’attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell’uomo nell’universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini’. Non ha solo affrontato i problemi: ha indicato la loro risoluzione, annunciando che Cristo, crocifisso e risorto, incarna il futuro dell’umanità”.

Ed anche oggi compito del cristiano è quello di comunicare il Vangelo: “Cristo ci chiama a comunicare speranza al mondo. Avere la speranza cristiana non significa necessariamente essere ottimisti: un cristiano rinuncia ai pii desideri, scegliendo con risolutezza la realtà. I demagoghi promettono che le cose andranno meglio, rivendicano il potere demiurgico di cambiare le comunità nello spazio di un mandato elettorale, distraendo le masse da delusioni patite con doni di pane, spettacoli circensi e diffamazione degli avversari”.

Le parole di Gesù sono chiare, ma non è un invito alla rassegnazione: “Nessuna rassegnazione in queste dichiarazioni: il Signore obbliga noi, suoi discepoli, a lavorare senza tregua per una nuova e sana umanità plasmata dalla carità, nella giustizia. Ci chiede di ‘curare i malati, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni’. Dobbiamo mettere in atto le beatitudini, facendo risplendere la gloria nascosta in esse. Ma mentre procediamo in questa direzione, ci viene ricordato: Senza di me non potete far nulla”.

Però Gesù chiede a ciascuno di agire comunicando speranza: “Egli può agire attraverso di noi se accettiamo di essere pazienti. La Quaresima ci mostra che Dio, sopportando la ferita alla sua filantropia, nella sua Passione raggiunge il culmine del suo agire. La speranza che ci affida non è la speranza in una valle di lacrime finalmente modernizzata, digitalizzata e sanificata: la nostra speranza è in un cielo nuovo, in una terra nuova, nella risurrezione dei morti. Il tempo in cui viviamo ha fame di ascoltare questa speranza proclamata”.

E, citando la storia della cantante Gracie Abrams, mons. Varden ha sottolineato che la Croce introduce nella realtà: “La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione. Radicarci in questo mistero della fede significa lavorare a una rivolta costruttiva contro inganni ricorrenti: contro l’inganno politico che la società, e lo stato, dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana;

contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di ‘salute’, usato per segnare la divisione tra vite ‘degne di essere vissute’ e vite ‘indegne’; contro l’inganno culturale che attribuisce alle ferite un potere fatale e deterministico; e contro l’inganno psicologico che si arrende alla disperazione, ipnotizzato dalla voce sussurrandoci all’orecchio, nel cuore della notte, riguardo a ferite intime: Sarà sempre così”.

Attraverso la Croce Gesù comprende la nostra umanità: “La Croce è per i credenti al tempo stesso simbolo e memoria di un evento. Il simbolo della Passione di Cristo non è qualcosa che generiamo noi: ci è stato dato. E’ lui che ci interpreta, non noi. Vale la pena insistere su questo mentre nuotiamo contro la corrente di un capitalismo simbolico impostato sulla ‘produzione di conoscenza’. In questo mondo virtuale, i ‘fatti’ sono artefatti. Narrazioni, immagini e dati vengono trafficati per perpetuare il cambiamento, quindi per un ulteriore consumo. E’ difficile capire qualcosa e cambiarla allo stesso tempo”.

Questo è il Vangelo: “La sublime prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora. Professiamo che una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva. Questo è il nostro Vangelo”.

Ed ecco la conclusione con il salmo 90: “A Clairvaux nel 1139, Bernardo predicò il suo ultimo sermone sul Salmo 90 alla vigilia di Pasqua. Vi si respira la gioia di un atleta che ha terminato la gara. La vita di un monaco, dice san Benedetto, dovrebbe essere una Quaresima continua, sempre incentrata sulla vittoria di Cristo: il tempo liturgico rivela il senso dell’esistenza in quanto tale. Bernardo esplicita il legame. Le prove della vita sono doglie del parto che ci fanno scoprire cosa significa essere vivi”.

Ed ecco l’apertura sulla Pasqua: “La mattina dopo aver predicato quest’ultimo sermone, Bernardo avrà aperto il suo Graduale per cantare l’introito di Pasqua: l’incantevole Resurrexi nella sesta modalità, ‘modus gravis’, un’espressione musicale di quella gravità che tende verso l’alto. E’ una composizione liturgica che proclama la risurrezione con silenziosa meraviglia. Eleva la lode della Chiesa davanti alla tomba vuota nell’abbraccio eterno della Santissima Trinità. Attirati finalmente in quell’abbraccio dalla vittoria pasquale di Cristo, vedremo come siamo visti, conosceremo come siamo conosciuti. Finalmente ameremo in modo perfetto.

E’ un invito ad avere gli occhi su Gesù risorto: “Per ora, ancora, conosciamo e vediamo in parte, mentre restiamo, grati, vigilanti nella notte: lavoriamo, serviamo, insegniamo, combattiamo quando serve. Ci sforziamo di amarci e onorarci a vicenda, con gli occhi fissi su Gesù, ‘autore e perfezionatore della nostra fede’. Lui, l’Agnello di Dio, è la nostra lampada. La sua luce gentile, anche quando è nascosta, è piena di letizia”.

Da Terni un invito a riscoprire l’esperienza di vita di san Valentino

“Carissimi fratelli e sorelle, la liturgia della Parola di questa domenica, nella quale la nostra Chiesa diocesana celebra la festa del s. Patrono Valentino, focalizza l’attenzione sui comandamenti di Dio. Il sostantivo ‘comandamento’, a primo impatto sembra stridere con il desiderio di libertà a cui tutte le persone aspirano e aspiriamo”: in una cattedrale gremita di fedeli è stata celebrata, domenica scorsa, la festa diocesana di san Valentino con il solenne pontificale presieduto dal vescovo Francesco Antonio Soddu, concelebrato da mons. Salvatore Ferdinandi, vicario generale della Diocesi, da p. Josline Peediakkel parroco di san Valentino, dai i vicari foranei ed episcopali, il clero diocesano.

La festa del patrono della città di Terni è per la comunità cittadina un’occasione per riflettere sull’identità della città alla luce della testimonianza di san Valentino che ha plasmato cristianamente la città di Terni durante il suo lungo ministero episcopale, come maestro, padre dei poveri e dei giovani innamorati, di custode dell’amore: “San Valentino si presenta a noi come esempio fulgido da seguire sulla via della umanità e della santità. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo.

Intelligenza, legge e cuore in Valentino sono pienamente in sintonia e connesse per formare l’ossatura robusta della persona e del santo. Egli ha vissuto una vita buona perché ha nutrito la sua esistenza con il vangelo che è il bene sommo, il cibo sano per la vita sana. Tra le tante opportunità di una esistenza nociva e a buon mercato ha saputo scegliere e coltivare questo bene e non lo ha barattato con nient’altro”.

Nell’omelia il vescovo di Terni ha sottolineato che il santo ternano sia esempio per i giovani: “In un periodo, quello di Valentino, in cui l’odio per la fede portava al disprezzo stesso per la vita fino a inculcare il male in tutte le sue dimensioni facendolo passare per ottima cosa e utile per la crescita degli individui, egli si oppose risolutamente, testimoniando una ovvietà che anche oggi necessita d’esser presa in seria considerazione: se a una persona o a qualsiasi essere vivente viene somministrato del veleno, questi si ammala e inesorabilmente è destinato a perire.

Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.

Facendo riferimento alla liturgia della Parola che focalizza l’attenzione sui comandamenti, il vescovo ha sottolineato la pedagogia dell’insegnamento di Gesù: “Oppure ancora quando a causa del suo insegnamento ben mirato ed esigente molti non lo seguirono più, ai suoi discepoli disse se volete andarvene anche voi siete liberi di farlo.

Cari fratelli e sorelle tutto questo il Signore Gesù lo fa non per umiliare o opprimere nessuno quanto piuttosto per sciogliere i vincoli di qualsiasi contenimento del bene posto da un limite umano e così proiettare la persona verso la libertà assoluta che proviene da Dio”.

Quindi la Parola di Dio insegna che per poter aderire in pienezza a tutto questo è necessaria una particolare sapienza: “Il nostro san Valentino fa parte di questa schiera eletta. Egli però non è un numero anonimo fra tanti. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo con quell’intelligenza di cui abbiamo sentito e pregato con il Salmo responsoriale: Dammi intelligenza perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore”.

E’ stato un invito a valorizzare l’esperienza di san Valentino: “Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.

Mentre nella festa della solennità di san Valentino mons. Domenico Cancian vescovo emerito di Città di Castello, ha sottolineato la vocazione del Santo: “San Valentino fa parte dell’identità del popolo di questa chiesa e della città nella forma più bella. Tutti siamo affascinati da questa persona che non è un eroe, un personaggio o un influencer, noi celebriamo un santo, testimone di Cristo e del Vangelo e di una umanità migliore.

Valentino ha risposto alla sua vocazione sia come vescovo, che come uomo, come cultore della verità e dell’amore. San Valentino è attuale e vuole dirci che la santità cristiana è opera di Dio, è grazia del Signore che trasforma la vita”.

Quindi è un santo ‘attuale’: “Un santo che è estremamente attuale che ha dato la testimonianza più alta come vescovo e come uomo, ad immagine del buon pastore Gesù, che ha dato la vita per noi. Chi segue Gesù non è un mercenario, il buon pastore invita a non approfittare invece che farsi servitore, a non servirsi invece che servire, non strumentalizzare a proprio favore. Piuttosto insegna ad accogliere l’umanità dispersa, smarrita, sbandata che non ha speranza”.

(Foto: Diocesi di Terni)

Papa Leone XIV: la missione si realizza nell’unità con Gesù

“Per la Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che segna il centenario di questa celebrazione, istituita da papa Pio XI e tanto cara alla Chiesa, ho scelto il tema ‘Uno in Cristo, uniti nella missione’. Dopo l’Anno giubilare, desidero esortare tutta la Chiesa a proseguire con gioia e zelo nello Spirito Santo il cammino missionario, che richiede cuori unificati in Cristo, comunità riconciliate e, in tutti, disponibilità a collaborare con generosità e fiducia. Riflettendo sul nostro essere uno in Cristo e uniti nella missione, lasciamoci guidare e ispirare dalla grazia divina, per ‘rinnovare in noi il fuoco della vocazione missionaria’ ed avanzare insieme nell’impegno di evangelizzazione, in ‘un’epoca missionaria nuova’ nella storia della Chiesa”.

Nel messaggio per la 100^ edizione della Giornata missionaria, che si celebra domenica 18 ottobre con il tema ‘Uno in Cristo, uniti nella missione’, papa Leone XIV richiama l’attuale contesto segnato da ‘polarizzazioni’, ‘conflitti’ e ‘sfiducia reciproca’ attraverso l’esortazione all’unità come convergenza in cui le diverse culture si esprimono ‘nella stessa fede’, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Con l’unità in Cristo il discepolo è missionario: “Al centro della missione c’è il mistero dell’unione con Cristo. Prima della sua Passione, Gesù ha pregato il Padre: ‘Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi’. In queste parole si svela il desiderio più profondo del Signore Gesù e, al tempo stesso, l’identità della Chiesa, comunità dei suoi discepoli: essere una comunione che nasce dalla Trinità e che vive della e nella Trinità, a servizio della fraternità tra tutti gli esseri umani e dell’armonia con tutte le creature”.

Quindi il cristianesimo è unione con Gesù e non idea: “L’essere cristiani non è anzitutto un insieme di pratiche o idee: è una vita in unione con Cristo, nella quale siamo resi partecipi della relazione filiale che Egli vive con il Padre nello Spirito Santo. Significa dimorare in Cristo come i tralci nella vite, immersi nella vita trinitaria. Da questa unione scaturisce la comunione reciproca tra i credenti e nasce ogni fecondità missionaria”.

Nel ricordo del Concilio di Nicea compito della Chiesa è l’unità: “Per questo la prima responsabilità missionaria della Chiesa è rinnovare e mantenere viva l’unità spirituale e fraterna fra i suoi membri. In tante situazioni noi assistiamo a conflitti, polarizzazioni, incomprensioni, sfiducia reciproca. Quando questo accade anche nelle nostre comunità, ne indebolisce la testimonianza. La missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione. In quest’ottica, sarà importante intensificare l’impegno ecumenico con tutte le Chiese cristiane, anche cogliendo le opportunità suscitate dalla comune celebrazione del 1700° anniversario del Concilio di Nicea”.

Per questo occorre rivolgere lo sguardo a Gesù, come insegna la Chiesa: “Infine, ma non per importanza, l’essere ‘uno in Cristo’ ci chiama a tenere sempre lo sguardo rivolto al Signore, perché Egli sia davvero al centro della vita personale e comunitaria, di ogni parola, azione, relazione interpersonale, così da farci dire con stupore: ‘Non vivo più io, ma Cristo vive in me’. Questo sarà possibile nell’ascolto costante della sua Parola e nella grazia dei Sacramenti, per essere pietre vive della Chiesa, chiamata oggi a raccogliere le istanze fondamentali del Concilio Vaticano II e del successivo Magistero pontificio, in particolare, di papa Francesco”.

Riprendendo le parole dell’apostolo Paolo il papa sottolinea che l’unità si realizza attraverso la missione: “Infatti, come afferma san Paolo, ‘noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore’. Ribadisco perciò le parole di san Paolo VI: ‘Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati’. Tale processo di genuina evangelizzazione comincia dal cuore di ogni cristiano per espandersi a tutta l’umanità. Pertanto, quanto più saremo uniti in Cristo, tanto più potremo compiere insieme la missione che Egli ci affida”.

Per questo il papa sottolinea che la missione è ‘compito’ del cristiano: “Nessun battezzato, infatti, è estraneo o indifferente alla missione: tutti, ciascuno secondo la propria vocazione e condizione di vita, partecipano alla grande opera che Cristo affida alla sua Chiesa. Come ha più volte ricordato Papa Francesco, l’annuncio del Vangelo è sempre un’azione corale, comunitaria, sinodale.

Per questo, essere uniti nella missione significa custodire e alimentare la spiritualità di comunione e collaborazione missionaria. Crescendo ogni giorno in tale atteggiamento, impariamo con la grazia divina a guardare i nostri fratelli e sorelle sempre di più con occhi di fede, a riconoscere con gioia il bene che lo Spirito suscita in ciascuno, ad accogliere la diversità come ricchezza, a portare i pesi gli uni degli altri e a cercare sempre l’unità che viene dall’Alto”.

Ma unità non significa omologazione, ma convergenza: “L’unità missionaria, ovviamente, non va intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso scopo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui. L’evangelizzazione si realizza quando le comunità locali collaborano tra loro e quando le differenze culturali, spirituali e liturgiche si esprimono pienamente e armonicamente nella stessa fede. Incoraggio perciò le istituzioni e le realtà ecclesiali a irrobustire il senso di comunione missionaria ecclesiale e a sviluppare con creatività le vie concrete di collaborazione tra loro per e nella missione”.

Per questo la missione nasce dall’amore: “La missione dei discepoli e della Chiesa intera è il prolungamento, nello Spirito Santo, di quella di Cristo: una missione che nasce dall’amore, si vive nell’amore e conduce all’amore. Tant’è vero che il Signore stesso, nella sua grande preghiera al Padre prima della Passione, dopo aver invocato l’unità dei discepoli così conclude: ‘L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’.

Gli Apostoli poi evangelizzarono spinti dall’amore di Cristo e per Cristo. Allo stesso modo, lungo i secoli, schiere di cristiani, martiri, confessori, missionari, hanno dato la vita per far conoscere questo amore divino al mondo. Così, la missione evangelizzatrice della Chiesa continua sotto la guida dello Spirito Santo, Spirito d’amore, sino alla fine dei tempi”.

Il messaggio si trasforma in un ringraziamento: “Desidero quindi ringraziare particolarmente i missionari e le missionarie ad gentes di oggi: persone che, come san Francesco Saverio, hanno lasciato la propria terra, la propria famiglia e ogni sicurezza per annunciare il Vangelo, portando Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o lontani culturalmente. Continuano a donarsi con gioia malgrado avversità e limiti umani, perché sanno che Cristo stesso con il suo Vangelo è la più grande ricchezza da condividere.

Con la loro perseveranza mostrano che l’amore di Dio è più forte di ogni barriera. Il mondo ha ancora bisogno di questi testimoni coraggiosi di Cristo, e le comunità ecclesiali hanno ancora bisogno di nuove vocazioni missionarie, che dobbiamo sempre avere a cuore e per le quali occorre pregare il Padre continuamente. Che Egli ci conceda il dono di giovani e adulti disposti a lasciare tutto per seguire Cristo nella via dell’evangelizzazione sino alle estremità della terra!”

La conclusione è un invito ad essere missionari, come sollecitava san Francesco d’Assisi: “Ammirando i missionari e le missionarie, rivolgo un appello speciale alla Chiesa intera: che ci uniamo tutti a loro nella missione evangelizzatrice tramite la testimonianza della vita in Cristo, la preghiera e il contributo per le missioni. Spesso, lo sappiamo, ‘l’Amore non è amato’, come ebbe a dire san Francesco d’Assisi, al quale guardiamo in modo particolare a ottocento anni dal suo transito al Cielo”.

Essere missionari, come sollecitava santa Teresa di Gesù Bambino: “Lasciamoci contagiare dal suo desiderio di vivere nell’amore del Signore e di trasmetterlo ai vicini e lontani, perché, come affermava, ‘molto si deve amare l’amore di Colui che molto ci ha amato’. Sentiamoci stimolati pure dallo zelo di santa Teresa di Gesù Bambino, che si prefisse di continuare la sua missione anche dopo la morte, dichiarando: ‘In Cielo desidererò la stessa cosa che in terra: amare Gesù e farlo amare’. Animati da queste testimonianze, impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore”.

Uomo del presente, costruttore di futuro: l’Azione Cattolica Italiana ricorda Vittorio Bachelet a 100 anni dalla nascita

A 100 anni dalla nascita di Vittorio Bachelet, la Sapienza Università di Roma, l’Azione cattolica italiana e l’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici ‘Vittorio Bachelet’ promuovono il XLVI Convegno Bachelet, in programma a Roma venerdì 20 e sabato 21 febbraio, per riflettere sull’eredità scientifica, civile e spirituale di una delle figure più alte del cattolicesimo democratico italiano, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

‘Per costruire ci vuole la speranza’: in questa espressione è racchiusa la cifra della sua testimonianza. Giurista rigoroso, servitore dello Stato, protagonista dell’attuazione del Concilio Vaticano II e della Costituzione repubblicana, Vittorio Bachelet ha attraversato una stagione segnata da profonde trasformazioni ecclesiali e istituzionali, offrendo una lezione di riformismo mite, dialogante e profondamente radicato nella centralità della persona.

Il convegno mette a fuoco l’attualità del suo pensiero in un tempo attraversato da nuove tensioni democratiche e da rigurgiti autocratici. Per Vittorio Bachelet, la democrazia era una ‘conquista e vittoria quotidiana contro la sopraffazione’, non la via più lunga ma ‘l’unica via’ per una società più giusta. La sua opera scientifica, volta a legare indissolubilmente l’amministrazione alla Costituzione, e il suo servizio come vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura testimoniano una fedeltà esigente alle istituzioni, un profondo senso dello Stato e una straordinaria capacità di mediazione e dialogo.

Accanto all’impegno civile, il ruolo svolto nell’Azione Cattolica (di cui Vittorio Bachelet è stato presidente dal 1964 al 1973) resta decisivo per comprendere la stagione post-conciliare della Chiesa italiana. La ‘scelta religiosa’, da lui promossa, non fu fuga dalla storia ma rinnovata immersione in essa: un modo di sottrarre la fede a ogni strumentalizzazione ideologica e di restituirla alla centralità dell’annuncio cristiano. Una santità laica vissuta nella responsabilità quotidiana e nella fedeltà alla coscienza, sino al giorno del suo martirio, avvenuto per mano delle Brigate rosse il 12 febbraio del 1980.

Il convegno sarà così articolato: venerdì 20 febbraio, alle ore 15.30, presso l’Aula magna del Rettorato della Sapienza Università di Roma, i saluti istituzionali della rettrice, prof.ssa Antonella Polimeni, del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, prof. Giuseppe Notarstefano, e del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli.

La sessione di apertura dei lavori approfondirà il profilo accademico, politico ed ecclesiale di Vittorio Bachelet con le relazioni del prof. Stefano Ceccanti, docente di Diritto pubblico comparato presso la Sapienza Università di Roma; di Rosy Bindi, già ministra della Repubblica; della prof.ssa Marta Margotti, docente di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Torino, coordinati dal prof. Matteo Truffelli, presidente del consiglio scientifico dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’.

Dopo la cerimonia di Primo annullo filatelico del francobollo ordinario dedicato a Vittorio Bachelet nel centenario della sua nascita, seguirà una tavola rotonda dedicata al rapporto tra Vittorio Bachelet e le giovani generazioni, nel solco dell’invito a ‘costruire nel presente l’avvenire’, con Emanuela Gitto, vicepresidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il Settore giovani, Alessio Dimo, presidente nazionale della Fuci, e Giovanni Bachelet, già docente di Fisica presso la Sapienza Università di Roma.

La giornata si concluderà alle ore 19.00, presso la Cappella universitaria della Sapienza, con la Santa Messa in memoria di Vittorio Bachelet nel centenario dalla sua nascita, presieduta dal cardinale Baldassare Reina, vicario generale di papa Leone XIV per la diocesi di Roma, concelebrata da mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico dell’Azione Cattolica Italiana e don Gabriele Vecchione, cappellano della Sapienza.

Sabato 21 febbraio, dalle ore 9.00, presso la Domus Mariae, la tavola rotonda ‘Amare Dio e amare gli uomini: Bachelet e i molti volti di un unico impegno sempre attuale’ con gli interventi del prof. Gian Candido De Martin, docente emerito di Istituzioni di diritto pubblico presso la LUISS, del prof. Renato Balduzzi, docente di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico comparato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Maria Grazia Vergari, già vicepresidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il Settore adulti, ed Ilaria Vellani, già direttore dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’, coordinati da Agatino Lanzafame, direttore dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’.

La relazione conclusiva sarà affidata al presidente nazionale Giuseppe Notarstefano, che approfondirà il significato ecclesiale e civile del centenario dedicato a Vittorio Bachelet, tra memoria, attualità e sfide, a cui seguirà la consegna del Premio ‘Vittorio Bachelet’ per tesi di laurea, edizione 2025.

Nella ‘Nostra scelta fondamentale’ nel 1970 Vittorio Bachelet scriveva: “La realtà umana in cui siamo chiamati a vivere e ad operare è una realtà straordinariamente ricca; ma, come in tutte le fasi di passaggio, si presenta come radicalmente ambigua, aperta ad ogni speranza ed insieme ad ogni timore. Noi sentiamo oscuramente di essere impari al compito che è nostro in questa svolta della storia umana che conclude una fase della sua civiltà aprendone una nuova, ancora neppure abbozzata, ma del cui parto l’umanità già soffre il travaglio.

Eppure a noi, a queste nostre generazioni, è affidato il compito di trasformare le possibilità in realtà, di allontanare i pericoli, di trasformare l’incerto destino in destino di speranza. Sappiamo ormai che lo sviluppo tecnico e quello economico, culturale, sociale non bastano a garantire questa speranza: essi sono necessari per gli uomini, e via via che si realizzano rendono più evidenti le ingiustizie, più assurde le guerre, più incomprensibili le ragioni di pura forza, più urgenti le profonde trasformazioni che consentano a tutti gli uomini di tutte le razze, di tutte le condizioni, di tutte le classi, di tutti i continenti, di vivere una vita umana e di essere corresponsabili del proprio destino”.  

Papa Leone XIV ringrazia i carabinieri per il loro servizio

“Sono lieto di accogliere voi che siete al servizio dell’ordine e della sicurezza nell’area metropolitana di Roma e nel territorio provinciale. Mi ha fatto molto piacere sapere che lo scorso Anno giubilare, pur essendo stato particolarmente impegnativo, ha rappresentato per voi un’esperienza arricchente, sia sul piano umano sia su quello professionale. Ringrazio il Signore per questo. In effetti, è stato così per tutti noi che viviamo a Roma: la testimonianza di tanti pellegrini ci ha edificato”: rivolgendosi alle forze dell’ordine della Compagnia Roma-San Pietro, papa Leone XIV afferma che il messaggio di Gesù ha permeato nei secoli strutture e modi di agire attraverso una ‘rivoluzione’ non violenta.

E ritorna agli inizi del Cristianesimo, quando si irradiò anche nei militari: “E penso agli albori del cristianesimo in questa città, quando nei vari ambienti, anche nell’esercito, cominciò a circolare la Buona Notizia di Gesù: un nuovo modo di vivere e di pensare, un Dio che è amore, misericordia, perdono; una fraternità tra tutti gli uomini e le donne che supera ogni differenza sociale ed etnica”.

Quindi il Vangelo ha cambiato la società: “Cari amici, voi siete militari e sapete bene che cosa vuol dire gerarchia, comando, obbedienza. Queste parole le usiamo anche nella Chiesa, trasformate dalla novità del Vangelo. E, analogamente, il Vangelo, lungo i secoli, ha permeato le strutture, i criteri, i modi di agire e di pensare delle civiltà dove è penetrato; lo ha fatto non con una rivoluzione violenta, ma con una trasformazione pacifica, dall’interno, attraverso le coscienze, la conversione dei cuori. Così il Vangelo ha portato ovunque il senso di Dio e dell’uomo: il rispetto assoluto della vita e della persona umana, insieme all’adorazione di Dio e di Lui solo”.

Questa è la novità del Vangelo: “E allora, riflettiamo: non è forse questo che può e deve accadere in ogni epoca, anche nel mondo e nella Roma di oggi? È così, e ne abbiamo conferma al livello più alto del Magistero della Chiesa cattolica: nel Concilio Vaticano II, negli insegnamenti e negli esempi dei Papi. Siamo chiamati a riscoprire l’essenzialità del messaggio cristiano e lo stile della Chiesa nascente, per incarnarli nel nostro mondo così diverso, molto più complesso…

Signori e Signore, vi ringrazio per il servizio che svolgete, in particolare intorno al Vaticano e nella città di Roma. Vi auguro di compierlo sempre con coscienza retta, fedeli ai principi e alle regole dell’Arma dei Carabinieri e, in quanto cristiani, fedeli al Vangelo, che riempie ogni intenzione e ogni azione con la carità di Cristo”.

Ed in un chirografo in riferimento all’organismo istituito nel 2024 per organizzare e coordinare le ‘Gmb’, il papa trasferisce la competenza al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la vita, abrogando il chirografo istitutivo e statuto, come pure atti e regolamenti finora adottati per una maggior sinergia: “Condividendo la sollecitudine del mio predecessore, papa Francesco, perché la Chiesa ponga attenzione ai bambini anche mediante l’istituzione di una giornata loro dedicata, in continuità con la decisione già assunta di collocare il Pontificio Comitato per la Giornata Mondiale dei Bambini all’interno del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e al fine di favorire ulteriormente le sinergie ed un lavoro più efficace per la realizzazione di questa nobile iniziativa, dopo essermi adeguatamente consultato”.

(Foto: Santa Sede)

Al Borgo Ragazzi Don Bosco di Roma per scoprire il volto umano

Nel giorno della festa di san Giovanni Bosco si è svolto al Borgo Ragazzi don Bosco di Roma il convegno ‘Il volto umano della devianza minorile – Comprendere per riattivare il futuro tra educazione, comunità e sistemi di intervento’, confronto ampio e partecipato che ha riunito istituzioni, educatori, esperti e rappresentanti del mondo salesiano su a una domanda centrale: come rispondere alla devianza minorile senza rinunciare allo sguardo educativo e umano sui ragazzi?

Ad aprire i lavori è stato don Emanuele De Maria, direttore del Borgo Ragazzi don Bosco, che ha letto un passaggio delle Memorie di don Bosco relativo alla sua esperienza nelle carceri. Un richiamo forte alle radici del sistema preventivo salesiano e al valore di uno sguardo capace di vedere il giovane oltre l’errore, oltre il reato. Don Emanuele ha poi presentato il Borgo, il suo impegno educativo nel territorio e le istituzioni presenti, sottolineando l’urgenza di un’alleanza tra tutti gli attori sociali.

Nel suo intervento, Alessandro Iannini, responsabile dell’area educativa emarginazione e disagio ‘Rimettere le Ali’ del Borgo Ragazzi don Bosco, ha ripercorso la nascita del Centro Minori e l’accoglienza dei primi ragazzi provenienti dal carcere, soffermandosi sul significato del titolo del convegno: “E’ necessario saper scorgere i ragazzi senza la maschera che tutti vedono, perché spesso ci si ferma a ciò che i giovani fanno, senza interrogarsi su ciò che portano dentro”.

Ecco l’appello alle Istituzioni ad investire seriamente su educazione e prevenzione, soprattutto in una fase storica in cui il dibattito pubblico sembra orientarsi prevalentemente verso sicurezza e repressione. Un richiamo già lanciato nel 2022 con il convegno ‘I ragazzi sono di chi arriva prima’: non si può restare a guardare, bisogna ‘arrivare prima’ della devianza, con politiche giovanili capaci di accompagnare la crescita dei ragazzi.

Nel saluto iniziale Giuseppe Battaglia, Assessore alle Periferie di Roma, ha riconosciuto nel Borgo Ragazzi don Bosco una realtà importante nel lavoro con i giovani, per la sua storia, per l’eredità di don Bosco e per la professionalità educativa che lo contraddistingue. Un impegno ancora più prezioso in un territorio complesso, segnato negli ultimi anni da fragilità sociali e fenomeni di criminalità diffusa: “Dare futuro significa offrire ai ragazzi alternative concrete al guadagno facile. Investire sui giovani vuol dire investire sul futuro del Paese”.

Sulla stessa linea Giovanni Battista Impagliazzo, Assessorato alle Politiche Giovanili di Roma Capitale, che ha definito il Borgo ‘un posto umano, una casa per tutti, soprattutto per chi si sente fuori posto’. Richiamando la figura di don Pino Puglisi, ha ribadito che ‘solo se si è amati si può cambiare’, sottolineando come Roma Capitale continuerà a camminare accanto al Borgo per una città più umana e inclusiva.

Don Francesco Preite, presidente di Salesiani per il Sociale, ha definito il Borgo Ragazzi don Bosco ‘eccellenza dell’Italia salesiana’, sottolineando come riscoprire il volto umano della devianza significhi restituire dignità alle persone: “La repressione non è la risposta. Il metal detector non elimina la devianza. Bisogna prevenire, educare, accompagnare”. Il Patto Educativo rappresenta proprio questo: mettere insieme risorse, competenze e responsabilità per costruire un sistema inclusivo.

Il contributo di Silvio Ciappi, criminologo clinico e psicoterapeuta, ha offerto una lettura profonda e complessa della devianza minorile contemporanea. Spesso non si tratta di ragazzi ‘a cui manca tutto’, ma di giovani apparentemente inseriti, che abitano però un profondo vuoto emotivo e relazionale.

‘Non ci sono mele marce, ma mele in un contenitore marcio’, ha affermato, descrivendo una società che alimenta il branco, la noia, la vergogna, la difficoltà per l’attenzione e l’ossessione per la performance. In questo contesto, la perdita diventa intollerabile e si trasforma in vendetta. L’unica risposta possibile è ricostruire una comunità intesa come civitas, fatta di relazioni reali, incontro, mitezza e corresponsabilità. Un luogo dove riscoprire la felicità e la differenza, mettendo ‘testa, mani e cuore’ nell’educazione.

Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati ha portato una testimonianza personale e pedagogica insieme: ‘Sono diventato educatore perché sono stato un ragazzo inquieto’. Richiamandosi esplicitamente al sistema preventivo di don Bosco, ha sottolineato la necessità di essere allo stesso tempo amico e maestro: capaci di entrare nel dolore del giovane, ma anche di indicare un limite.

Secondo Affinati, l’educatore è un testimone credibile, un ‘artista dei tempi morti’, capace di creare attenzione nei momenti informali e di accompagnare l’avventura interiore degli adolescenti. Solo se il giovane si sente realmente amato può fidarsi e affidarsi. Da qui il richiamo al ‘Villaggio Educativo’ di papa Francesco: una comunità educante che si fa carico dei ragazzi insieme.

A chiudere l’incontro è stato don Silvano Oni, cappellano del carcere minorile Ferrante Aporti di Torino, che ha offerto uno sguardo ‘da dentro’: non solo dall’interno dell’istituzione carceraria, ma soprattutto dall’interno delle vite dei giovani detenuti.

Don Silvano ha evidenziato le difficoltà strutturali del sistema: sovraffollamento, carenze strutturali e una forte tendenza alla risposta repressiva. Molti di questi ragazzi, ha spiegato, non hanno mai avuto nessuno che li aiutasse a formare una coscienza; faticano a rielaborare ciò che hanno fatto e guardano con sospetto il mondo adulto.

L’unica strada possibile è imparare a guardare la vita ‘dal basso’, senza giudizi affrettati, intercettando le domande prima delle risposte, riconoscendo il bene che ancora esiste in ciascuno. Educare alla dignità (anche attraverso la cura di sé, della scuola, dell’imparare) richiede tempo, pazienza e fiducia: “Ciò che non è oggi, sarà domani”.

(Foto: Salesiani per il sociale)

Papa Leone XIV: una voce sola per la fede

“In uno dei passi biblici che abbiamo appena ascoltato, l’apostolo Paolo si definisce ‘il più piccolo tra gli apostoli’. Egli si considera indegno di questo titolo, perché nel passato è stato un persecutore della Chiesa di Dio. Tuttavia, non è prigioniero di quel passato, ma piuttosto ‘prigioniero a motivo del Signore’. Per grazia di Dio, infatti, ha conosciuto il Signore Gesù Risorto, che si è rivelato a Pietro, quindi agli Apostoli e a centinaia di altri seguaci della Via, e infine anche a lui, un persecutore. Il suo incontro con il Risorto determina la conversione che commemoriamo oggi”: celebrando nella Basilica ostiense i secondi Vespri nella solennità della conversione di san Paolo, papa Leone XIV, chiudendo la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ha ricordato che la loro missione oggi è annunciare Cristo ed avere fiducia in Lui.

E la conversione comporta un cambiamento: “La portata di questa conversione si riflette nel cambiamento del suo nome, da Saulo a Paolo. Per grazia di Dio, colui che un tempo perseguitava Gesù è stato completamente trasformato ed è diventato suo testimone. Colui che combatteva il nome di Cristo con ferocia, ora predica il suo amore con zelo ardente, come esprime vividamente l’inno che abbiamo cantato all’inizio di questa celebrazione”.

Un cambiamento che è missione: “Mentre siamo riuniti presso le spoglie mortali dell’Apostolo delle genti, ci viene così ricordato che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui. Ogni vero incontro con il Signore, infatti, è un momento trasformativo, che dona una nuova visione e nuova direzione per assolvere il compito di edificare il Corpo di Cristo”.

Quindi è compito dei cristiani annunciare Gesù, come ha detto il papa all’inizio del pontificato: “E’ compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: ‘Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!’. Carissimi, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno in questa grande missione, nella consapevolezza che le divisioni tra noi, se non impediscono certo alla luce di Cristo di brillare, rendono tuttavia più opaco quel volto che deve rifletterla sul mondo”.

Ed ecco il richiamo al Concilio di Nicea, segno di unità tra i cattolici: “Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, ha invitato a celebrare questo anniversario a İznik, e rendo grazie a Dio per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa. Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo.

Quel momento di fraternità ci ha permesso anche di lodare il Signore per ciò che ha operato nei Padri di Nicea, aiutandoli ad esprimere con chiarezza la verità di un Dio che si è fatto prossimo a noi incontrandoci in Gesù Cristo. Possa anche oggi lo Spirito Santo trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!”

Unità che è stata al centro del cammino sinodale in vista del giubileo del 2033: “Ciò si è riflesso nelle due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, caratterizzate da un profondo zelo ecumenico e arricchite dalla partecipazione di numerosi delegati fraterni. Credo che questa sia una strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali. Mentre guardiamo al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033, impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo”.

Infine ha ricordato che questa settimana è stata ‘animata’ dai testi della comunità armena, sempre ‘attenta’ all’unità tra i cristiani: “I sussidi per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno sono stati preparati dalle Chiese in Armenia. Con profonda gratitudine il nostro pensiero va alla coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante. Al termine di questa Settimana di Preghiera, ricordiamo il santo Catholicos San Nersès Šnorhali ‘il Grazioso’, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo. Egli era in anticipo sui tempi nel comprendere che la ricerca dell’unità è un compito che spetta a tutti i fedeli e richiede la guarigione della memoria. San Nersès può anche insegnarci l’atteggiamento che dovremmo adottare nel nostro cammino ecumenico”.

Quella armena è stata una vera testimonianza cristiana: “La tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero”.

All’inizio della celebrazione il papa ha reso omaggio alla tomba dell’apostolo Paolo, insieme a lui il metropolita Polykarpos, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che durante i vespri ha letto la prima orazione e il vescovo anglicano Anthony Ball che invece ha letto la seconda. Accanto a loro anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e mons. Flavio Pace, segretario dello stesso Dicastero.

Inoltre è stato illuminato il tondo musivo di Papa Leone XIV nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, installato lungo la navata sinistra accanto a quello del suo predecessore papa Francesco e frutto di un’incredibile sinergia lavorativa tra lo Studio del Mosaico Vaticano ed il pittore Rodolfo Papa.

(Foto: Santa Sede)

Ad Assisi aperto l’anno giubilare francescano

‘Hic michi viventi lectus fuit et morienti’ (qui fu il mio letto, sia da vivo che da morente): dalle celebrazioni dell’anniversario dell’approvazione della Regola e del Natale di Greccio nel 2023 a quelle per il dono delle Stimmate nel 2024, dagli eventi per ricordare la composizione del Cantico delle creature nel 2025, all’apertura dell’VIII centenario del transito: sabato 10 gennaio dalla  basilica papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, si è aperto l’ultimo tratto del cammino giubilare francescano che culminerà il 3 ottobre (giorno della morte) e il 4 per la festa del santo. E la scritta sul libro che il Poverello tiene in mano nell’icona del 1255, san Francesco tra due angeli rappresenta uno dei simboli del Transito perché proprio quell’asse lignea dipinta dal pittore Maestro di San Francesco accolse e protesse il corpo del Poverello in vita e poi immediatamente dopo la sua morte, come lui stesso afferma.

L’avvio del Centenario in questo luogo ha segnato l’inizio di un tempo di grazia ecclesiale, che invita la Chiesa intera a tornare alle sorgenti della testimonianza francescana, là dove la vita di Francesco si è compiuta nella piena conformità a Cristo povero e crocifisso e dove Francesco (come ha sottolineato fra Massimo Travascio Custode della Porziuncola nel suo saluto iniziale) ‘ha consegnato alla Chiesa un’eredità di pace, riconciliazione e canto’, auspicando che questo Centenario non sia “memoria innocua, ma profezia viva, capace di insegnare ancora oggi a vivere e a morire secondo il Vangelo”.

Il rito è stato presieduto dal Ministro Provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna, fra Francesco Piloni, mentre mons. Domenico Sorrentino, ed il sindaco di Assisi, Valter Stoppini, hanno varcato insieme la soglia della Basilica portando un cero, successivamente acceso nella Cappella del Transito, come ha sottolineato mons. Sorrentino: “Quando quattro anni fa iniziammo proprio qui in Assisi a pensare al 2026, insieme poi ai vescovi e francescani degli altri luoghi dei Centenari, Greccio e La Verna, sapevamo che avremmo vissuto anni di grazia e così è stato. Per arrivare oggi a un’esplosione di gioia vera, quella che viene dal cuore e dall’impegno di ciascuno a recuperare Francesco in tutte le sue dimensioni… L’augurio che faccio a tutti e alla Chiesa intera è di riscoprire questo nostro Santo per riscoprire Gesù, unica fonte di gioia e pace”.

Cuore pulsante del rito è stato il cammino unitario delle sei grandi famiglie francescane, che hanno trovato in questa celebrazione una voce sola e un passo comune. Fra Massimo Fusarelli, Ministro generale dei Frati Minori, fra Carlos Alberto Trovarelli, Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, fra Roberto Genuin, Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini, Tibor Kauser OFS, Ministro generale dell’Ordine Francescano Secolare, fra Amando Trujillo Cano TOR, Ministro generale del Terzo Ordine Regolare, sr Daisy Kalamparamban CFI-TOR, Presidente della Conferenza Francescana Internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’Ordine Regolare hanno attraversato insieme le navate della Basilica, inaugurando simbolicamente il pellegrinaggio di tutto il mondo francescano. Un momento di rara forza ecclesiale, rimando all’unità di una famiglia che riconosce in Francesco una sorgente comune e ancora feconda.

Il rito si è articolato in sei momenti (Misericordia, Preghiera, Fraternità, Lavoro, Pace e Benedizione) che hanno ripercorso i passaggi essenziali del Testamento di san Francesco, accompagnati da meditazioni, testimonianze e interventi dei Ministri Generali. Al centro, l’invocazione corale della pace, affidata alla responsabilità dei credenti in un tempo segnato da conflitti, divisioni e fragilità globali. Il cammino si è concluso alla Porziuncola, segno del ‘sepolcro vuoto’ e della Pasqua vissuta da Francesco, a indicare che il Transito non è una fine, ma l’inizio di una vita pienamente consegnata a Dio e agli uomini.

Al termine della celebrazione per questo Anno Santo francescano è stata letta la ‘Lettera’che papa Leone XIV ha voluto indirizzare alla Famiglia francescana e alla Chiesa tutta per l’apertura del Centenario del Transito di san Francesco, segno della partecipazione del Santo Padre a questo evento di rilevanza universale e della sua vicinanza spirituale al cammino che da Assisi si apre per l’intera comunità ecclesiale.

Per tale motivo la Penitenzieria Apostolica ha concesso l’Indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, da potersi ottenere per tutto il corso dell’anniversario nelle chiese francescane di tutto il mondo, come reso pubblico dal Decreto promulgato nel Bollettino della Santa Sede del 10 gennaio 2026, come ha sottolineato il Custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni: “Ricordare la morte di Francesco significa per noi celebrare il miracolo della sua vita e la sua presenza viva in mezzo a noi: una benedizione che da oltre ottocento anni accompagna la Chiesa e l’intera umanità. La vita e il carisma francescani trovano la loro radice più autentica nello stesso Francesco, che continua a portare frutto nella storia, seminando misericordia, fraternità e pace”.

Anche fra Francesco Piloni OFM ha voluto commentare questa importante giornata: “Qui oggi la Chiesa riceve nuovamente un Testamento, che è un dono per tutti. Aprendo questo Centenario nel luogo del suo Transito, riconosciamo che la vita del Poverello continua a parlare a tutti noi, alla Chiesa intera, chiamandola alla conversione e alla fraternità, perché ciò che nacque qui, sulla nuda terra, è destinato ancora a fecondare il mondo”.

La cerimonia è stata aperta dal saluto di fra Massimo Travascio, custode della basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, e proseguita con la processione guidata dal presidente del rito, fra Francesco Piloni, ministro provinciale dei Frati minori di Umbria e Sardegna, assieme ai sei ministri generali ovvero fra Massimo Fusarelli (Frati minori), fra Carlos Alberto Trovarelli (Frati minori conventuali), fra Roberto Genuin (Frati minori cappuccini), Tibor Kauser (Ordine francescano secolare), fra Amando Trujillo Cano (Terzo ordine regolare) e suor Daisy Kalamparamban, presidente della Conferenza francescana internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’ordine regolare.

Per l’occasione la Penitenzieria apostolica ha concesso l’indulgenza plenaria, papa Leone XIV ha salutato l’evento con un messaggio ai ministri generali della Conferenza della Famiglia Francescana, in cui scrive: “La pace è la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto. Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane” ed ha assicurato di unirsi a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative e poi ha consegnato una preghiera dedicata al Poverello.

E’ stato quindi il momento delle riflessioni con i ministri generali che hanno raggiunto le sei stazioni laterali della basilica, ripercorrendo idealmente i passaggi cruciali del Testamento che san Francesco lasciò ai suoi frati prima di morire, la sua eredità spirituale: misericordia, preghiera, fraternità, lavoro, pace e benedizione sono stati i temi delle meditazioni, accompagnate da un testo delle Fonti francescane o del Vangelo e dall’ascolto di una testimonianza.

Al termine del rito è stato letto il messaggio inviato da papa Leone XIV e mons. Sorrentino ha annunciato il suo successore alla guida della diocesi, mons. Felice Accrocca, comunicando la promulgazione del decreto con il quale il papa istituisce uno speciale Anno giubilare francescano, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace:

“La visione francescana della pace non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato. Francesco, che chiama il sole ‘fratello’ e la luna ‘sorella’, che riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato. Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale”.

(Foto: San Francesco d’Assisi)

Ma dove si terrà il prossimo incontro europeo? In un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava

“Ma dove si terrà il nostro prossimo incontro europeo? Si terrà: in un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava; in una città segnata dall’incontro di quattro culture diverse: cattolica, protestante, ortodossa e ebraica; che ha due ottime squadre di calcio; con un nome non facile da pronunciare: il prossimo incontro europeo si terrà nella città di Łódź in Polonia!”: con un po’ di suspense per gli oltre 15000 giovani europei convocati dal 28 dicembre al 1 gennaio dalla Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca, ‘Cosa cerchi?’, il priore frére Matthew ha annunciato la città del prossimo incontro europeo in terra polacca.

Nella giornata conclusiva il priore di Taizé ha ripreso le parole scritte nella lettera di invito con l’invito di accogliere la testimonianza di chi vive nelle zone di guerra: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.

Nelle riflessioni giornaliere il priore di Taizè ha invitato i giovani a vivere nelle proprie città e parrocchie ciò che è stato sperimentato a Parigi: “Camminare insieme agli altri nelle nostre cappellanie e parrocchie può essere un grande sostegno e va di pari passo con un cammino personale. Siamo pronti a entrare sempre più nel mistero del Corpo di Cristo, la sua Chiesa, dove possiamo essere uno solo e solo tutti insieme? E come ascoltare i desideri di quelle e quelli che si sentono lontani dalla fiducia in Dio?”

Richiamando le parole di sant’Ambrogio (‘Inizia l’opera di pace dentro di te, così che, una volta in pace, tu possa portare la pace agli altri’) il priore ha fatto l’invito a non avere paura nell’annuncio, come è accaduto a Maria Maddalena dopo aver incontrato Gesù risorto: “Gli amici di Gesù erano turbati dopo la sua morte e avevano paura della persecuzione. La mattina presto del primo giorno della settimana, Maria si recò al sepolcro di Gesù. La sua tristezza era grande: la pietra che ne sigillava l’ingresso era stata rimossa e il corpo di Gesù non c’era più”.

La scintilla per un cambiamento di vita in Maria Maddalena è stata una domanda:  “L’arrivo di Gesù è preceduto dall’incontro con i messaggeri di Dio, che la interrogano sul motivo delle sue lacrime. Anche lui le chiede: ‘Donna, perché piangi?’, ma aggiunge: ‘Chi cerchi?’ Non capendo chi sia, Maria lo interroga a sua volta, pensando che sia il giardiniere.

Ma quando Gesù chiama Maria con il suo nome, lei lo riconosce e il loro rapporto personale si ricostituisce. Sorpresa e gioia la travolgono. Gesù non vuole che lei lo possieda o lo monopolizzi, ma piuttosto che viva di Lui per gli altri. La manda come apostola agli apostoli per proclamare la buona novella che Dio lo ha risuscitato dai morti. Così, la comunione tra Gesù e suo Padre diventa aperta a tutti coloro che lo amano”.

Quindi c’è un parallelo tra la domanda inziale (‘Che cosa cercate?’) e quella conclusiva (‘Chi cerchi’) del vangelo giovanneo con l’invito ad abbattere il muro della paura: “Il ‘Che cosa cercate?’ all’inizio del Vangelo di Giovanni diventa ‘Chi cerchi?’ E poco dopo, le prime parole di Gesù ai suoi amici, ancora in preda alla paura, saranno: ‘Pace a voi!’

Anche se, come Maria Maddalena, non riconosciamo Cristo come Risorto, Egli è al nostro fianco. Quando abbiamo paura, si avvicina e ci offre la sua pace. Ed affida a tutti noi una missione: non semplicemente tenere questa pace per noi, ma continuare la sua opera di riconciliazione, diventare pellegrini di pace. Saremo tra coloro che faranno di tutto per vivere la pace di Cristo per gli altri? E’ così che la speranza rinascerà nel nostro continente europeo e nel mondo”.

Questa è la speranza certa sperimentata in Ucraina: “In Ucraina, a Leopoli, Ternopil e Zaporizia, ho incontrato tante persone coraggiose che hanno pianto, ma che, spesso grazie alla loro fede, sono rialzate come Maria Maddalena per portare agli altri la buona notizia che la vita è più forte della morte. Sono segni viventi che la luce che celebriamo in questi giorni di Natale brilla davvero nell’oscurità, e che l’oscurità non è riuscita a spegnerla”.

E’ stato un invito a pregare incessantemente per la pace: “Non voglio fare grandi dichiarazioni, ma semplicemente invitarvi a pregare per la pace nelle nostre società europee, affinché diventino accoglienti verso tutti, e per l’Ucraina, testimone della lotta per la libertà e che resiste nella speranza di una pace giusta; per la Palestina (non dimentichiamo la popolazione abbandonata di Gaza) e per Israele, il Sudan, il Myanmar e tutti i Paesi dove infuria la guerra. Preghiamo anche per coloro che cercano giustizia sotto regimi oppressivi”.

Nei Vangeli gli ‘annunci’ di Gesù della morte e risurrezione (‘Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere’) vogliono indicarci la ‘strada’ verso la Sua casa ed “apre un orizzonte più ampio. Sulla strada del ritorno verso la Galilea, Gesù incontra una Samaritana e comprendiamo che, con la sua risurrezione, ci offre una comunione nello Spirito in cui possiamo adorare Dio, così come siamo e dove ci troviamo.

Quando preghiamo con altri, diventiamo la casa di Dio (il santuario si costruisce ovunque ci riuniamo nel nome di Cristo) e lì possiamo sentirci a casa. Questa comunione è anche un cammino di guarigione e di pienezza di vita che ci conduce verso la casa del Padre”.

E’ stato un invito per i giovani a ‘ricostruire’ l’Europa attraverso gesti quotidiani: “La nostra casa europea, ricostruita dopo le ferite della Seconda guerra mondiale, può sembrare di nuovo in rovina, ma saremo pronti a impegnarci con le donne e gli uomini coraggiosi che danno tutto per farla rinascere? I valori a noi cari sono sempre presenti. Come possono aprire il nostro orizzonte per vedere più lontano e operare per una casa europea dove tutte e tutti possano sentirsi a casa?

E questo attraverso gesti molto semplici: incontrarsi, scambiarsi idee e ascoltarsi anche senza capire tutto dell’altro, là dove pregare insieme non è possibile. Scopriamo così ciò che è già dato, una realtà in cui la giustizia è ben presente, ma spesso nascosta ai nostri occhi…

Così, possiamo incoraggiarci a vicenda nel nostro cammino quotidiano di fede, e lasciare che Cristo ci ponga sempre di nuovo la domanda: ‘Che cosa cerchi?’ che ci prepara ad affrontare le sfide che incontriamo ovunque ci troviamo”.

Il fronteggiare alle sfide del mondo è suggerita nella lettera data dal priore ai giovani con l’invito a meditare nel silenzio, perché ‘il Verbo si è fatto carme’: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre. E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose”.

Come consuetudine a questo incontro sono pervenuti molti messaggi tra cui quello di papa Leone XIV: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Mentre il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha scritto che i giovani sono la speranza: “La vostra presenza, il vostro cammino e il vostro impegno testimoniano una speranza viva, capace di illuminare il nostro mondo, così spesso oscurato dall’incertezza, dalla paura e dalla divisione…

Attraverso il tema che vi viene proposto (‘Che cosa cercate?’) siete invitati a rispondere ad una domanda essenziale, quella che Cristo stesso rivolge a coloro che si avvicinano a Lui all’inizio del Vangelo: ‘Che cosa cercate?’. Questa domanda permea ogni esistenza umana. Vi chiama a discernere ciò che abita nel vostro cuore: i vostri desideri, le vostre paure, i vostri sogni, ma anche la vostra sete di verità, giustizia e amore. Non abbiate paura di questa domanda. Accoglietela nel silenzio e nella preghiera, perché è spesso lì che Dio si avvicina e sussurra una via”.

(Tratto da Aci Stampa)

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