Tag Archives: Sviluppo

Azione contro la fame presenta la mappa delle 10 (+3) principali emergenze alimentari globali

Azione Contro la Fame presenta le Giornate Contro la Fame, una grande mobilitazione annuale che coinvolgerà famiglie, aziende, istituzioni, media, testimonial, content creator, scuole e ristoranti con un obiettivo comune: garantire a tutte le persone il diritto al cibo e a un’alimentazione sana, in Italia e nel mondo.

“Oggi più che mai serve un approccio integrato, capace di rispondere alle emergenze ma anche di costruire autonomia nel lungo periodo: questo è l’unico modo per spezzare davvero il ciclo della fame e della malnutrizione. E questo vale ovunque — non solo nelle geografie lontane, ma anche nelle fasce più vulnerabili delle nostre città. Con Giornate Contro la Fame vogliamo attivare quante più persone possibili perché fermare la fame è possibile.”- dichiara Simone Garroni, direttore di ‘Azione Contro la Fame’ Italia.

Nei giorni scorsi presso la Triennale di Milano si è tenuto il primo appuntamento legato all’iniziativa: la presentazione della “Mappa delle 10 (+3) principali emergenze alimentari globali”. Il report, integrando i dati dello State of Food Security and Nutrition in the World 2025 (SOFI) e del Global Report on Food Crises 2025 (GRFC), fornisce un quadro completo delle crisi più significative nel mondo. Il documento non si limita ai numeri: raccoglie testimonianze dirette, propone una lettura dai Paesi oggetto di analisi, basata sui progetti di aiuto di Azione Contro la Fame e indica possibili interventi concreti per migliorare le situazioni di crisi.

La mappa analizza i 10 Paesi con il maggior numero di persone in insicurezza alimentare acuta (IPC Fase 3 o superiore): Nigeria, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Bangladesh, Etiopia, Yemen, Afghanistan, Pakistan, Myanmar e Siria. Qui si concentrano oltre 196.000.000 persone che soffrono la fame acuta, due terzi del totale mondiale. A questa analisi si aggiungono tre contesti particolarmente critici perché combinano un’elevata incidenza della fame e un rischio concreto di carestia (IPC Fase 5): la Striscia di Gaza, il Sud Sudan e Haiti.

“In tutti questi contesti noi di Azione Contro la Fame lavoriamo da anni. I tagli ai finanziamenti, le barriere all’intervento umanitario e la mancanza di sicurezza interrompono le catene di approvvigionamento e rallentano le operazioni umanitarie, compromettendo la distribuzione di aiuti salvavita.” – commenta Garroni – “Non è il momento di effettuare tagli. E’ il momento di garantire finanziamenti adeguati e accesso umanitario”.

“Mi chiamo Zuwaira Shehu e vivo in un piccolo villaggio nello Stato di Sokoto, in Nigeria. La vita qui è dura: il cibo non basta e l’acqua non è pulita, così i bambini si ammalano spesso. Ho perso cinque figli nello stesso mese. Anni dopo sono diventata di nuovo madre, ma anche la mia bambina si è ammalata. Era debole e temevo la stessa sorte. Gli operatori l’hanno accolta e curata gratuitamente. Dopo due giorni, ha riaperto gli occhi e pochi giorni dopo siamo potute tornare a casa. E’ stata la prima paziente guarita in questa clinica” racconta Zuwaira, assistita nella clinica locale nello Stato di Sokoto.

“Cerco altre parole, ma non credo possano davvero esprimere ciò che abbiamo vissuto. Abbiamo perso familiari, cugini, amici e i luoghi che amavamo esistono ormai solo nei nostri ricordi. Le nostre vite di prima della guerra sembrano dimenticate per sempre” narra un residente sfollato nel nord di Gaza.

Nel mese di novembre 2025 presso la Camera dei Deputati sarà presentato l’ ‘Atlante della Fame in Italia’, un report sull’insicurezza alimentare, l’accesso al cibo e le politiche di welfare nel nostro Paese realizzato in collaborazione con Percorsi di Secondo Welfare (Laboratorio di ricerca e informazione dell’Università degli Studi di Milano) e ISTAT. Anche nel nostro Paese, infatti, oltre 1.500.000 persone nell’ultimo anno hanno vissuto momenti o periodi in cui non avevano risorse economiche sufficienti per acquistare il cibo necessario e quasi 5 milioni non hanno accesso a una alimentazione adeguata.

Dal 16 ottobre al 31 dicembre 2025 andrà in onda una campagna nazionale con la partecipazione di Miriam Candurro, Germano Lanzoni e Giorgio Pasotti, diffusa sui principali media offline e online, con spot TV, iniziative di comunicazione e contenuti sviluppati insieme a divulgatori e content creator. Tutti gli appuntamenti è possibile andare su: azionecontrolafame.it/giornate-contro-la-fame.

Le Giornate Contro la Fame sono sostenute da una vasta rete di partner, tra cui Capgemini, Cielo e Terra, Radio Deejay e Radio Capital, EDUCatt, Ferrari Trento, FIPE, Fondazione Conad, Fondazione De Agostini, Fondazione SNAM, Gastronomika, Gruppo Enercom, Metro Italia, Michelin Italiana, Reporter Gourmet, Sole365, Surgiva, The Fork e Ticketmaster Italia. Una collaborazione che dimostra come la lotta contro la fame richieda l’impegno condiviso di imprese, istituzioni e cittadini, in un’ottica di corresponsabilità e impegno globale.

La Chiesa verso COP30 per una giustizia climatica

Oggi è stato presentato un documento sui temi della giustizia climatica, della conversione ecologica e della cura della Casa Comune, che è stato frutto del discernimento collettivo delle Chiese dell’Africa, dell’America Latina e dei Caraibi e dell’Asia in preparazione alla COP30, intitolato ‘Un llamado por la justicia climática y la casa común: conversión ecológica, transformación y resistencia a las falsas soluciones’ e redatto dal Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM), dalla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (FABC) e dal Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM), coordinate dalla Pontificia Commissione per l’America Latina (PCAL).

Presentando il documento il  card. Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre, e presidente del CELAM e della CNBB, ha sottolineato che questo documento non è un gesto ‘isolato’, ma trae ispirazione dall’enciclica ‘Laudato sì’: “E’ il frutto di un processo sinodale, di un discernimento spirituale e comunitario tra Chiese sorelle del Sud del mondo: Africa, Asia e America Latina e Caraibi. Contiene i principali punti di difesa, proposte e denunce avanzate dalla Chiesa, in conformità con il Magistero di papa Francesco e papa Leone XIV, in relazione alla crisi climatica e alle questioni in discussione alla COP30”.

Il documento stabilisce un’importante relazione, per cui non esiste giustizia climatica senza conversione ecologica, e non esiste conversione ecologica senza resistenza alle ‘false soluzioni’: “Dal cuore dell’Amazzonia, sentiamo un grido che grida: come possiamo permettere che un mercato senza regole etiche decida il destino degli ecosistemi più vitali del pianeta? Come possiamo accettare che la soluzione climatica sia un affare per pochi e un sacrificio per i popoli indigeni, gli afrodiscendenti e le comunità locali? Abbiamo urgente bisogno di prendere coscienza della necessità di cambiamenti negli stili di vita, nella produzione e nel consumo”.

Il documento è una denuncia degli ‘interessi’ capitalisti: “Denunciamo il mascheramento di interessi dietro nomi come ‘capitalismo verde’ ed ‘economia di transizione’, che perpetuano logiche estrattive e tecnocratiche. Rifiutiamo la finanziarizzazione della natura, i mercati del carbonio, le ‘monocolture energetiche senza previa consultazione’, la recente apertura di nuovi pozzi petroliferi, ancora più grave in Amazzonia, e l’attività mineraria abusiva in nome della sostenibilità”.

L’arcivescovo ha ribadito il valore della conversione ecologica: “Siamo convinti che la conversione ecologica non sia un’opzione per i cristiani, ma un’opzione evangelica, e crediamo, con speranza pasquale, che sia ancora possibile cambiare. Naturalmente. Lo faremo con i piedi per terra e il cuore nel Regno”.

Anche il card. Filipe Neri Ferrão, arcivescovo di Goa e Damão, presidente della FABC indiana, ha sottolineato la valenza pastorale del documento: “E’ un appello alla coscienza di fronte a un sistema che minaccia di divorare il creato, come se il pianeta fosse solo un’altra merce. Il documento che presentiamo è il riflesso di un discernimento collettivo, in prospettiva sinodale e in comunione con le Chiese d’Africa e d’America Latina. Non si tratta solo di cambiare le politiche; si tratta di cambiare i cuori”.

L’intervento si è focalizzato sulla situazione ambientale asiatica: “In Asia, milioni di persone stanno già subendo gli effetti devastanti del cambiamento climatico: tifoni, migrazioni forzate, perdita di isole, inquinamento dei fiumi… E nel frattempo, avanzano false soluzioni: mega infrastrutture, spostamenti per un’energia ‘pulita’ che non rispetta la dignità umana, e attività minerarie senza anima in nome delle batterie verdi”.

Ed ha chiesto maggiore responsabilità agli Stati più ‘sviluppati’: “E’ necessario che i Paesi più sviluppati riconoscano e si assumano il proprio debito sociale ed ecologico, in quanto principali responsabili storici dell’estrazione di risorse naturali e delle emissioni di gas serra. Si stima che questo debito climatico del Nord del mondo raggiungerà i 192 trilioni di dollari entro il 2050. Inoltre, si stima che circa due trilioni di dollari vengano sottratti ogni anno al Sud del mondo, attraverso meccanismi aziendali, bancari e governativi. Chiediamo pertanto finanziamenti per il clima equi e accessibili per le comunità e le organizzazioni locali, comprese le donne, che non generino ulteriore debito, per garantire la resilienza nel Sud del mondo”.

E’ stata anche una richiesta precisa alla Chiesa: “Allo stesso modo, come Chiesa, al di là delle critiche, vogliamo promuovere alternative: programmi educativi, nuovi percorsi economici basati sulla decrescita, economie circolari, spiritualità ecologica, politiche di protezione, accompagnamento di donne e ragazze ((le più colpite) e rafforzamento delle reti interreligiose per la difesa della vita”.

Mentre dall’Africa il card. Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo e presidente del SECAM, ha ribadito che il documento è un ‘grido di dignità’: “Noi, pastori del Sud del mondo, chiediamo la giustizia climatica come diritto umano e spirituale…. E’ necessaria un’azione urgente per evitare impatti irreversibili sul clima e sui sistemi naturali. Chiediamo pertanto un’economia che non si basi sul sacrificio dei popoli africani per arricchire altri”.

E la cura è un impegno della Chiesa africana: “Come Chiesa in Africa, ci impegniamo a rafforzare la spiritualità della cura, a formare le nuove generazioni a un’etica ecologica e a costruire un’alleanza intercontinentale del Sud del mondo per dire con una sola voce: ‘Il tempo dell’indifferenza è finito’. L’Africa vuole vivere. L’Africa vuole respirare. L’Africa vuole contribuire a un futuro di giustizia e pace per tutta l’umanità. E lo farà con la sua fede, la sua speranza e la sua invincibile dignità”.

Infine la dott.ssa Emilce Cuda, segretaria della Pontificia Commissione per l’America Latina, ha ripercorso le tappe del cammino: “Le Chiese del sud del mondo, consapevoli che ‘non si salva da sole’, come ci ha insegnato il nostro caro papa Francesco, hanno iniziato a costruire ponti come espressione della cattolicità che le costituisce. Frutto di questo lavoro comunitario, questo è il documento congiunto che è presentato oggi al papa ed alla stampa, come anticipazione di quanto verrà presentato tra cinque mesi a Belém. Esso costituisce di per sé un esempio concreto di questa pratica di costruzione di ponti, tipica della virtuosa capacità di organizzazione comunitaria che contraddistingue le Chiese cattoliche del Sud del mondo, capace di superare: la parte, il conflitto, lo spazio e l’ideologia”.

Riprendendo le parole di papa Leone XIV, la segretaria ha sottolineato il motivo per cui la Chiesa è presente alla prossima COP: “Come apostoli missionari di una Chiesa sinodale, andremo alla COP30 per costruire quella pace in mezzo a questa guerra a pezzi contro il creato, dove molti moriranno e moriranno ancora di più se non agiamo, come consigliano gli scienziati delle Nazioni Unite. Lo facciamo perché, come dice papa Leone XIV, la Chiesa ‘cerca sempre di essere vicina soprattutto a coloro che soffrono’. E la nostra gente soffre perché, nel Sud del mondo, la vita dipende da una collina”.

(Foto: Osservatore Romano)

I cattolici per un’Europa di pace

Oggi pomeriggio molte persone si ritrovano a Roma per chiedere la pace nel mondo e soprattutto in Europa e per contrastare la proposta della presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen di mobilitare oltre € 800.000.000 per il riarmo dell’Europa e riscoprire il significato dato dai ‘padri’ costituenti,  ponendo al centro nuovi paradigmi di sviluppo, sostenibilità e inclusione. Quindi occorre superare l’individualismo in favore di una visione personalistica, in quanto la persona si realizza attraverso gli altri, non a prescindere da loro.

Per questo alcune associazioni cattoliche ambrosiane (Acli Milano Monza e Brianza, Aggiornamenti Sociali, Azione Cattolica Ambrosiana, Associazione ‘Città dell’Uomo’, Comunità di Sant’Egidio, CVX Milano, Fondazione Culturale ‘San Fedele’, Movimento dei Focolari) hanno sottoscritto un documento, intitolato ‘Insieme per un sogno di pace’, in cui ribadiscono che l’Europa è nata da un sogno:

“L’Unione europea si è progressivamente costruita, nel corso dei decenni, nel segno della democrazia, della pace e del benessere, divenendo una realtà concreta, certamente non priva di limiti e difetti, ma pur sempre uno spazio in cui la convivenza tra popoli e nazioni, il rispetto dei diritti e delle libertà, lo sviluppo sociale ed economico, il welfare diffuso non hanno eguali al mondo.

Noi scommettiamo ancora su questa Europa, che più volte la Chiesa, e lo stesso papa Francesco, ci hanno indicato come processo culturale, sociale e politico esemplare. Un’Europa da migliorare, riformare e rafforzare, che deve sempre tornare alle sue radici storiche per poter guardare al futuro”.

Ecco l’invito a riscoprire il ‘grande’ progetto europeo di De Gasperi, Schumann ed Adenauer: “Avvertiamo la minaccia alla sicurezza del continente che proviene dall’aggressione russa all’Ucraina, la quale ha generato innumerevoli vittime, dolore e distruzione. Comprendiamo gli sforzi dei nostri governanti, nel difficile frangente internazionale, per sostenere il popolo ucraino nella sua lotta per la libertà e per una ‘pace giusta e duratura’.

Alla luce della ‘vocazione’ alla pace della ‘nostra patria Europa’ occorrono una riflessione e un’urgente iniziativa comune sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, e una decisa azione a sostegno del multilateralismo su scala globale, consapevoli che le ingenti spese per il riarmo dei singoli Stati rischiano di generare un’ulteriore spirale di guerra”.

Anche la Comunità di Sant’Egidio è presente alla manifestazione per ribadire che l’Europa ha bisogno della riscoperta del suo umanesimo: “In questo momento storico, attraversato da troppe guerre e da una violenza diffusa, è necessario che emerga, senza ulteriori rinvii, un vero soggetto comune europeo.

Si sente infatti con urgenza il bisogno che l’Europa offra, ad un mondo sempre più disorientato, non un piano di riarmo che va contro il suo spirito costituente, ma la sua civiltà, fatta di umanesimo, diritti umani e dialogo, fortemente radicata nei valori della pace e dell’integrazione, che sono il fondamento dell’Unione dopo il secondo conflitto mondiale”.

Ugualmente il presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano, su Avvenire ha spiegato la partecipazione dell’associazione alla manifestazione: “Ritrovare una nuova soggettività dell’Europa, in questo momento è importante, è pertanto utile una mobilitazione dal basso che indichi questa strada. Occorre però che essa possa avviare un percorso decisivo verso la costruzione comune del bene. Solo in questo quadro sarà possibile accettare, senza pericolosi rischi, il confronto sulla comune capacità di difesa”.

Per questo è necessario ‘riattivare’ il multiculturalismo, come ha detto nei giorni precedenti il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella: “Riteniamo che questo sia il tempo favorevole perché l’Europa esprima la propria visione di politica estera ispirata alla cooperazione internazionale e tesa alla ripresa del multilateralismo, orizzonte all’interno del quale è possibile comprendere ogni altra iniziativa sul piano della difesa comune e della sicurezza, vigilando che sia un percorso davvero ‘comune’ e che non si presti a possibili speculazioni…

Nel quadro non chiaro della ricomposizione in atto, e di fronte alle sfide epocali che si stanno presentando, guardiamo con grande speranza ma anche con grande convinzione al progetto europeo, come concreto contributo al superamento di una fase piena di incertezze e di incognite, frutto di una polarizzazione portata sino all’estremo della disgregazione”.

Infine, anche ‘Rondine – Cittadella della Pace’ partecipa alla manifestazione con i suoi studenti, come ha sottolineato il presidente Franco Vaccari: “Rondine non porterà bandiere, ma storie. Storie di dolore e di speranza, di giovani, che hanno visto e vissuto la guerra e hanno scelto una strada diversa: quella di disarmarsi, prima di tutto dall’odio e dai pregiudizi. Quella di ascoltare e fare spazio all’altro con le sue differenze ritrovandosi nella comune desiderio di spendersi per la pace a partire dal proprio passo possibile”. 

Infatti da 27 anni i giovani che arrivano a Rondine, dai vari luoghi di guerra del mondo, hanno guardato e guardano all’Europa come a un simbolo ed ad una possibilità di pace: “Loro ci hanno insegnato a rinnovare la scommessa sull’Europa, anche quando è cresciuto il dubbio, la disaffezione. Come spesso avviene, gli altri ci fanno riscoprire il bene che possediamo e non possiamo perdere…

Una pace declamata ma non vissuta genera fastidio, non speranza. Se vuole essere autentica, la pace ha bisogno di aggettivi: attiva, propositiva, giusta. Deve essere cultura della società civile, ma anche responsabilità civile e politica: perché la pace non si dichiara, si costruisce. Non ho certezze  ma nel dubbio scelgo di non avere rimpianti. E non ho paura di stare sulla soglia di questa piazza”.

(Foto: Rondine – Cittadella della Pace)

Tende di Natale di AVSI: educazione è speranza di sviluppo

“Educazione è speranza: il titolo scelto per la Campagna ‘Tende di Natale’ di quest’anno è teso tra due poli: educazione, che per AVSI è la condizione necessaria per lo sviluppo giusto, sostenibile e duraturo, e speranza, cioè ciò che ci tiene in piedi e ci permette di vivere in pienezza in ogni circostanza, anche nelle più drammatiche. Lavorando in Paesi feriti da conflitti e crisi che tendono a cronicizzarsi, crediamo che lo sviluppo non sia qualcosa che si possa imporre dall’esterno, né che sia riducibile all’offerta di assistenza, che può precipitare poi in forme di assistenzialismo.

Lo sviluppo chiede un lavoro comune, è un percorso lungo che si può intraprendere solo insieme e inizia là dove si apre la possibilità di un’educazione vera. Dove, all’interno di una relazione personale, la persona è accompagnata a scoprire la propria dignità irriducibile e il bene che è l’altro. Lo sviluppo per AVSI è possibile solo grazie a un’educazione così intesa che è capace di mettere in moto la persona, anche la più vulnerabile”.

Prendiamo spnnto dall’articolo di ‘Buone Notizie’ dell’ong AVSI per presentare la campagna ‘Tende di Natale’, intitolata ‘Educazione è speranza’, con la responsabile dell’ufficio stampa dell’ong, Anna Zamboni: perchè ‘educazione è speranza’?

Per AVSI, l’educazione è la condizione necessaria per raggiungere uno sviluppo giusto, sostenibile e duraturo, in cui la persona venga accompagnata a scoprire il proprio valore. Un’educazione, quindi, per tutti e tutte, che permetta di mettere in moto ogni individuo, anche il più vulnerabile.
Da questo tipo di educazione, ne consegue la speranza, ovvero ciò che permette alle persone di restare in piedi e vivere in pienezza in ogni circostanza, anche nelle più drammatiche”.

Come sostenere la speranza di uno sviluppo?

Lavorando in Paesi segnati da conflitti e crisi che tendono a cronicizzarsi, crediamo che lo sviluppo non sia qualcosa che possa essere imposto dall’esterno, né che possa ridursi alla semplice offerta di assistenza, che rischia di sfociare in forme di assistenzialismo. Al contrario, lo sviluppo per AVSI è possibile solo grazie a un’educazione inclusiva così intesa, capace di fornire ad ogni persona, indipendentemente dall’età o dal paese di provenienza, gli strumenti per cambiare la propria vita e immaginare un futuro migliore”.

Quest’anno quali progetti sostengono le ‘Tende di Natale’?

“La Campagna Tende si articola, come ormai da decenni, in una serie di eventi e incontri nelle scuole, nelle aziende, nelle università e nei luoghi di aggregazione. Iniziative che invitano tutti a donare per sostenere i nostri progetti, ma anche a coinvolgersi in prima persona nell’organizzazione di eventi di sensibilizzazione su alcune tematiche legate ai Paesi in cui operiamo.

La Campagna Tende 2024-25 ci invita a sostenere progetti che alimentano concretamente, giorno dopo giorno, la speranza. In Uganda, a sostegno del Meeting Point International e delle Scuole Luigi Giussani, luoghi di educazione continua per centinaia di bambini e ragazzi. In Ecuador, dove la ‘Fundación Sembrar’ sostiene i rifugiati venezuelani, offrendo loro accoglienza, integrazione e formazione.

In Camerun, presso il ‘Centro Edimar’, che si prende cura dei giovani più in difficoltà, accompagnandoli a ritrovare il loro posto nella comunità. In Italia, dove l’associazione ‘Emmaus’ accoglie chi fugge dalla guerra, offrendo conforto e opportunità di crescita. In Palestina, per rafforzare i programmi educativi del Patriarcato di Gerusalemme. Ed infine, in Libano, precipitato ancora una volta in una crisi profonda, e dove il ‘Centro Fada2i’ promuove attività educative nel Sud, permettendo di sperare ancora che l’attuale emergenza possa lasciare un giorno spazio a pace e ricostruzione. Link alla campagna: https://shorturl.at/2K0PB oppure con bonifico bancario intestato a Fondazione AVSI presso Unicredit SPA IBAN: IT 22 T 02008 01603 000102945081 BIC (Swift code): UNCRITMM; anche con conto corrente postale n. 000000522474 intestato a Fondazione AVSI Onlus Ong”.

In quale modo ‘lo sguardo’ può diventare accoglienza?

“Lo sguardo può diventare accoglienza nel momento in cui si presta attenzione a certe tematiche e si sceglie di guardare alla differenza non con diffidenza, ma con apertura, ponendo attenzione a tematiche e persone troppo spesso dimenticate”.

In quale modo AVSI sostiene la popolazione in Libano?

“AVSI è presente in Libano dal 1996 e, nonostante le difficoltà affrontate, non se n’è mai andata. Attualmente, 60 membri del nostro staff si trovano nel Paese. Con l’escalation del conflitto, la situazione umanitaria è catastrofica: oltre 1.200.000 persone sono sfollate e vivono nelle scuole adibite a rifugio o per strada. Da settembre 2024, AVSI ha assistito oltre 16.000 persone distribuendo beni di prima necessità, come acqua, cibo, materassi, coperte, kit igienico-sanitari, e realizzando attività psicosociale. I bisogni, però, sono continui e c’è ancora tanto lavoro da fare. Ogni donazione ricevuta è un aiuto concreto”.

(Tratto da Aci Stampa)

La CEI ha l’obiettivo della ‘Fame zero’

Il mondo è tornato a livelli di sottoalimentazione paragonabili a quelli del 2008-2009 e si allontana così sempre più dal raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile 2, ‘Fame zero’, entro il 2030: è quanto emerge dal nuovo rapporto delle Nazioni Unite ‘Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2024’, secondo cui nel 2023 circa 733.000.000 persone (una persona su undici)– hanno sofferto la fame: in 2.033.000.000, nel mondo, hanno dovuto fare i conti con l’insicurezza alimentare.

Comunque per i vescovi, i conflitti rimangono la principale causa, ma anche le condizioni metereologiche estreme acuite dai cambiamenti climatici hanno un impatto disastroso sulla produzione agricola. Inoltre, in molti Paesi l’inflazione sta causando un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, aggravando ulteriormente le condizioni delle popolazioni locali.

Riprendendo il messaggio di papa Francesco alla FAO nello scorso anno la Cei ha supportato le popolazioni con le offerte dell’8xmille: “Oggi più che mai, affinché nessuno sia lasciato indietro, serve una grande sinergia in grado di coinvolgere i governi, le imprese, il mondo accademico, le istituzioni internazionali, la società civile e gli individui. Da parte sua, la Chiesa italiana, per far fronte alla mancanza di cibo, attraverso il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, grazie ai fondi dell’8xmille, ha finanziato dal 1991 a oggi 416 progetti per un totale di € 47.000.000 di euro in 80 Paesi di tutti i continenti. Si tratta di iniziative in risposta ad emergenze, per la prevenzione, l’adattamento o la mitigazione dell’impatto negativo dei cambiamenti climatici, per l’avvio, il sostegno e il potenziamento di pratiche agricole in una prospettiva di sostenibilità”.

Ed ha citato alcune situazioni di aiuto: “Tutti i progetti nascono dall’ascolto dei bisogni dei territori e puntano a consentire alle persone e alle comunità locali di essere protagoniste del loro sviluppo. Come in India, nel Tamil Nadu, dove la Diocesi di Dindigul, grazie a questi fondi è riuscita a fornire orientamento e formazione, favorendo l’avvio di orti biologici.

Ha individuato 500 famiglie in 30 villaggi, alle quali sono stati anche forniti semi e piantine: insalata, fagioli, noce di cocco, coriandolo, curry, zenzero, peperoncino verde, melanzane. Tutto rigorosamente biologico per aiutare il pianeta, ma anche per trovare finalmente un mercato redditizio… Tutto il villaggio è stato coinvolto nella sensibilizzazione e nella cura degli orti, inclusa la raccolta dei rifiuti e la loro preparazione per poi utilizzarli come concime”.

In Perù è stato dato vita ad iniziative per combattere l’insicurezza alimentare: “Anche in Perù, nella parrocchia di San Andrés de Huaycán, nel distretto di Ate a Lima, le famiglie più povere si sono organizzate in quelle che vengono chiamate ‘Ollas Comunes’, una sorta di mense condivise, per far fronte alla fame, aggravata da una disoccupazione crescente e dall’aumento dei prezzi degli alimenti di base. L’insicurezza alimentare nel Paese causa malnutrizione cronica in molti bambini di età inferiore ai 5 anni, e problemi di anemia nel 38% dei piccoli tra i 6 e i 35 mesi.

Ogni ‘Olla’ fornisce 80 razioni di cibo al giorno per un totale di 3600 persone al giorno. Con il ricavato dalle vendite delle razioni a prezzi calmierati si pagano i servizi idrici, l’elettricità e le forniture di gas. Il progetto ha consentito, grazie anche all’ASPEm, di rafforzare gli interventi del Banco Alimentare locale con operatori socio-pastorali, di migliorare l’organizzazione delle ‘Ollas Comunes’ e il sistema di recupero degli alimenti e riduzione degli sprechi delle aziende alimentari di Ate. Complessivamente l’iniziativa ha coinvolto 20 organizzazioni di ‘Ollas Comunes’, 80 donne, 400 famiglie e 90 operatori socio-pastorali”.

Però la preoccupazione della Chiesa italiana è rivolta al continente africano, portando l’esempio dell’Angola: “In particolare la fame sta aumentando in modo allarmante nel continente africano, dove coinvolge 1 persona su 5. Oltre ai necessari interventi di emergenza per far fronte alle ricorrenti crisi, carestie e siccità, anche in Africa la Conferenza Episcopale Italiana sostiene interventi attraverso i quali, grazie alle Chiese e ai partner locali, si cerca di mantenere la massima attenzione e rispetto verso le singole comunità, la diversità culturale e le specificità tradizionali. Perché non ci può essere cambiamento senza ascolto e pieno coinvolgimento di tutti.

Così è avvenuto in Angola, nella provincia di Cuando Muango, nella Diocesi di Menongue, dove più di 77.000 famiglie hanno problemi dovuti alla siccità nonostante la presenza nella regione di fiumi importanti. La Diocesi ha costruito un centro di piscicoltura con varie vasche per allevare la tilapia e produrre 150 kg di pesce al giorno. Sono state create le vasche, acquistate le pompe, allestito uno stabile per la preparazione degli alimenti e effettuate sessioni formative per la popolazione locale per favorire anche la commercializzazione del pesce prodotto”.

Cei ed Aiuto alla Chiesa che Soffre stanziano € 2.000.000 per il supporto in Libano

La Presidenza della CEI, ha stanziato € 1.000.000 dai fondi dell’8xmille, che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, per far fronte alle necessità della popolazione del Libano. L’erogazione, attraverso il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, servirà a fornire accoglienza e assistenza umanitaria alle centinaia di migliaia di profughi e sfollati, assicurando aiuti d’urgenza in ambito alimentare e socio-sanitario, supporto psicosociale e accompagnamento.

In questo modo sarà possibile rispondere alle numerose richieste della Caritas e di altri enti e soggetti ecclesiali locali, già impegnati sul territorio, con i quali negli ultimi 30 anni sono stati realizzati 143 progetti di sviluppo in diversi settori per quasi € 34.000.000, sempre con il sostegno della CEI, come ha affermato l’arcivescovo di Bologna, card. Matteo Zuppi, presidente della CEI:

“Le Chiese in Italia si uniscono al grido del Santo Padre per esprimere ai fratelli e alle sorelle del Libano e di tutto il Medio Oriente vicinanza e solidarietà: siamo con voi! Mentre continuiamo a invocare il dono della pace, ci rivolgiamo a quanti hanno responsabilità politiche affinché tacciano le armi e si imbocchi la via del dialogo e della diplomazia. Al contempo, ci facciamo prossimi concretamente a quanti vivono sulla propria pelle il dramma della guerra e della violenza”.

Infatti la Chiesa italiana è accanto alla popolazione locale, come racconta il dossier ‘Libano: nel buio della notte’ che, con dati e testimonianze, fa il punto sui 143 progetti finanziati dal 1991 attraverso il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli. Con quasi € 34.000.000 provenienti dai fondi 8xmille sono state sostenute iniziative in diversi settori, in particolare istruzione e accompagnamento di bambini e ragazzi, formazione e sensibilizzazione per educare alla pace e alla convivenza, inclusione, sanità, attività per lo sviluppo integrato economico e sociale.

Significativo l’impegno per percorsi di uscita dalla tossicodipendenza e di sostegno e inclusione comunitaria delle persone con disabilità. Pronte anche le risposte a situazioni di emergenza come l’assistenza umanitaria ai profughi e agli sfollati e aiuti d’urgenza, supporto psicosociale, formazione, accompagnamento.

Il dossier traccia un quadro economico e politico, che ha colpito il Libano negli ultimi 5 anni: “Duramente provato da cinque anni di crisi finanziaria e dalla paralisi istituzionale, il Libano è ancora una volta teatro di guerra. Dopo il conflitto del 1982 e quello del 2006, da cui è uscito in ginocchio, il Paese si trova di nuovo al centro di bombardamenti e operazioni militari che hanno causato finora più di 1200 morti e centinaia di migliaia di sfollati.

Gli scontri (intensificatisi a seguito dell’uccisione del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah) hanno provocato morte e distruzione che vanno ad aggravare le condizioni socioeconomiche già precarie. In un Rapporto di maggio 2024 la Banca Mondiale ha rilevato che negli ultimi dieci anni la popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà è passata dal 12 al 44%, con sproporzioni a livello geografico e punte del 70% (come nel distretto settentrionale di Akkar, al confine con la Siria).

Già prima del recente inasprimento del conflitto, gli scontri tra Hezbollah e l’esercito israeliano nel sud del Paese avevano causato 95.000 sfollati e, secondo il Ministero dell’Agricoltura, i bombardamenti avevano distrutto quasi 2.000 ettari di terra, con danni a proprietà e infrastrutture che si aggirano attorno a $ 1.500.000.000.

Da due anni il Libano si trova con un governo dimissionario e senza un Capo di Stato. La paralisi politica ha impedito l’elezione del successore di Michel Aoun, il cui mandato da Presidente della Repubblica è scaduto a ottobre 2022. Gli scontri tra Hezbollah e l’esercito israeliano hanno cristallizzato una polarizzazione tra il partito-milizia ed i suoi rivali   politici locali. A ciò si aggiunge la decisione di rinviare, per la terza volta in tre anni, le elezioni municipali.

Oltre ai campi con rifugiati palestinesi, il Libano ospita inoltre circa 2.000.000 di siriani. Nei confronti di questi ultimi, in un clima di crescente tensione, a maggio 2024 si sono inserite nuove misure restrittive. Più di 50.000 libanesi e siriani che vivono in Libano sono già entrati in Siria a causa dell’acuirsi del conflitto”.

Nell’introduzione, riprendendo gli appelli dei papi per il Libano, il dossier chiede un deciso impegno della diplomazia internazionale: “In un Medio Oriente sempre più in fiamme, c’è bisogno dell’impegno deciso della diplomazia e della comunità internazionale, ma anche di un lavoro educativo e solidale nella quotidianità con iniziative concrete nel segno del dialogo, per aiutare la popolazione libanese a rialzarsi e a mantenere sempre accesa la speranza di tornare ad essere un progetto di pace.

Il futuro sarà pacifico solo se comune. Lo sanno bene quanti ogni giorno danno concretezza alla cultura dell’incontro, del vivere insieme nella pace e nella fratellanza tra tutte le tradizioni religiose. In queste pagine vogliamo dar voce a loro, operatori di concordia e di rinnovamento. Occorre attraversare la notte per giungere all’alba, ma attingendo alle radici del vivere insieme nel rispetto e nel pluralismo: il popolo libanese, come il cedro, saprà resistere anche a questa tempesta e ritornare a seminare pace”.

Anche Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) ha annunciato una campagna di emergenza per raccogliere almeno € 1.000.000 per aiutare la Chiesa in Libano, avendo già contattato le sette diocesi e le cinque congregazioni religiose più direttamente coinvolte nelle operazioni di soccorso e sta raccogliendo i fondi necessari per soddisfare i loro bisogni, che nella maggior parte dei casi includono cibo, prodotti sanitari, materassi e coperte, farmaci e altri beni di prima necessità.

Molti dei cristiani nel sud del Libano sono agricoltori rimasti senza reddito a causa della distruzione dei loro campi e delle loro piantagioni. Anche le scuole cattoliche, la maggior parte delle quali ha aperto le lezioni online, avranno bisogno di assistenza poiché i genitori, nelle regioni più colpite dalla guerra, a causa della mancanza di reddito faranno fatica a pagare le tasse scolastiche.

Sebbene la crisi stia colpendo l’intero Paese, le aree più minacciate si trovano nelle regioni di confine tra Israele e Libano. I cristiani costituiscono una parte significativa della popolazione di quest’area e ne sono direttamente colpiti. Per migliaia di loro salvarsi significa rompere i legami familiari, poiché le madri e i figli cercano rifugio nelle strutture della Chiesa o nelle case dei parenti in zone più sicure, mentre i padri restano nella casa di famiglia per prevenire il furto di proprietà.

Delle Site (Ucid): governo è consapevole, senza natalità niente sviluppo

 “Un incontro positivo perché nel Governo c’è finalmente maggiore consapevolezza che in assenza di una linea d’investimento importante sulla natalità non è possibile garantire la crescita sostenibile e lo sviluppo economico del Paese” lo afferma Benedetto Delle Site, presidente del Movimento Giovani dell’Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti), che con una delegazione di associazioni del network Ditelo sui tetti e del Forum delle associazioni familiari ha incontrato a Palazzo Chigi una delegazione del Governo composta dal Ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, il Ministro per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, il Ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, il Ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, il Viceministro al Lavoro e alle politiche sociali, Maria Teresa Bellucci e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano.

“Nonostante le costrizioni per l’indebitamento del Paese e i vincoli di bilancio – continua Delle Site – c’è la volontà da parte del Governo di condividere con le nostre associazioni un percorso che consenta di mettere in cima alle priorità nazionali il sostegno alla natalità e la cura della fragilità, e di attivarsi in questo senso anche a livello europeo e internazionale.”

“Come imprenditori cattolici – ha sottolineato leader nazionale dei giovani dell’Ucid – crediamo che anche la dimensione professionale debba assumere l’emergenza demografica come primaria necessità del Paese, abbattendo gli eccessivi ostacoli che l’organizzazione e la disciplina del lavoro frappongono alla possibilità di avere figli per i lavoratori. In tal senso va approvata con urgenza la proposta di legge di Cisl per l’attuazione dell’art. 46 della Costituzione, al fine di sostenere accordi decentrati e partecipazione dei lavoratori che diano la maggiore concretezza al lavoro delle madri e dei padri”.

“C’è grande soddisfazione – conclude Delle Site – per l’annunciato sforzo di mantenere la riduzione del cuneo fiscale. Si chiede, però, di confermare l’esonero dai contributi sociali per le mamme lavoratrici introdotto dalla legge di bilancio 2024 e di introdurre un mater premium sul costo che il datore di lavoro sostiene per il salario di madri di figli piccoli o durante la gestazione.”

Papa Francesco: promuovere la giustizia sociale

Questa mattina papa Francesco ha ricevuto in udienza i membri del Movimento internazionale di studenti cattolici ‘Pax Romana’ a Roma per un convegno, apprezzando l’impegno “a promuovere la giustizia sociale e lo sviluppo umano integrale, ispirato dalla fede cattolica e dalla sua visione di un mondo sempre più conforme al disegno d’amore di Dio per la famiglia umana”.

Interloquendo con i giovani il papa ha esortato i giovani studenti ad essere ‘protagonisti della rivoluzione della carità e del servizio’, con la citazione dell’esortazione apostolica ‘Christus vivit’: “La vostra presenza, la vostra attività (in contesti accademici, negli ambienti di lavoro o per le strade delle città) persegue questo fine operando per costruire un mondo più compassionevole, armonioso e fraterno.

Penso, ad esempio, all’opera di educazione e di formazione condotta dai vostri centri in Francia, Thailandia e Kenya, basata sulla testimonianza del Vangelo e sulla dottrina sociale della Chiesa. Promuovendo un senso di cittadinanza globale e incoraggiando l’azione a livello locale, il vostro Movimento prepara i giovani ad approfondire la comprensione delle più urgenti questioni sociali del nostro tempo, e li abilita a promuovere cambiamenti efficaci nelle proprie comunità, servendo così da lievito evangelico”.

Quindi li ha incoraggiati a partecipare alla vita della Chiesa: “In questi giorni, mentre procediamo nell’attuale Sinodo sulla sinodalità, vorrei incoraggiarvi, come singoli e tutti insieme, a coinvolgervi nel percorso sinodale della Chiesa, fatto di cammino condiviso, di ascolto, di partecipazione e di impegno in un dialogo aperto al discernimento, e così pure ad essere attenti alla dolce voce dello Spirito Santo”.

E’ stato anche un invito affinché l’Anno Santo diventi un personale rinnovamento di vita: “Vi incoraggio inoltre ad accogliere la prossima celebrazione dell’Anno Santo 2025 come speciale occasione di rinnovamento personale e di arricchimento spirituale in unione con tutta la Chiesa. L’eloquente simbolo della Porta Santa attraversata dai fedeli a Roma, ci ricorda che noi siamo tutti pellegrini, tutti in cammino, chiamati insieme a un’unione più profonda col Signore Gesù e alla disponibilità alla forza della sua grazia, che trasforma la nostra vita e il mondo in cui viviamo”.

Eppoi ai Movimenti Popolari, in occasione del Simposio organizzato per il X Anniversario del primo incontro mondiale dei Movimenti Popolari, che si tenne in Vaticano nel 2014, i papa ha affermato: “La terra, la casa e il lavoro sono diritti sacri. Che nessuno vi tolga questa convinzione, che nessuno vi privi di questa speranza, che nessuno spenga i vostri sogni”.

Nel discorso papa Francesco ha evidenziato che “Il grido degli esclusi può anche risvegliare le coscienze assopite di tanti leader politici che sono, alla fine, quelli che devono far rispettare i diritti economici, sociali e culturali… Vi chiedo di confrontarvi tra di voi e continuate a combattere l’economia criminale con l’economia popolare… Capisco che è difficile, ma è necessario. I bambini non possono essere un bene di scambio in mano dei trafficanti di persone. Se non ci prendiamo cura dei bambini, il popolo non ha futuro”.

Ed infine ha proposto una riflessione sulla necessità di ‘fermare’ il crimine organizzato: “Voi avete l’obbligo di evitare la propagazione dell’odio. Anche l’obbligo che le reti vengano disseminate per la ludopatia o per promuovere crimine organizzato. Dobbiamo per favore qualche cosa. Ed iniziate a pagare le tasse, è importante. Nessuno resti tagliato fuori ed a nessuno vengano negati i beni basici della sussistenza”.

Inoltre con una lettera ai cardinali del Collegio cardinalizio il papa ha chiesto ‘uno sforzo ulteriore’ per impiantare la riforma economica della Santa Sede: “Per queste ragioni, è doveroso ora uno sforzo ulteriore da parte di tutti affinché un ‘deficit zero’ non sia solo un obiettivo teorico, ma una meta effettivamente realizzabile.

La riforma ha posto le basi per l’attuazione di politiche etiche che consentano di migliorare il rendimento economico del patrimonio esistente. A ciò si accompagna l’esigenza che ciascuna Istituzione si adoperi per reperire risorse esterne per la propria missione, facendosi esempio di una gestione trasparente e responsabile al servizio della Chiesa”.

L’obiettivo può essere raggiunto con le riforme già richieste e messe in atto: “Gli anni trascorsi hanno dimostrato che le richieste di riforma sollecitate nel passato da tanti esponenti nel Collegio Cardinalizio sono state lungimiranti e hanno permesso di acquisire una maggiore coscienza del fatto che le risorse economiche al servizio della missione sono limitate e vanno gestite con rigore e serietà perché gli sforzi di quanti hanno contribuito al patrimonio della Santa Sede non siano dispersi”.

Insomma il papa ha chiesto essenzialità e concretezza come è in uso nelle famiglie: “Sul versante della riduzione dei costi, occorre dare un esempio concreto affinché il nostro servizio sia realizzato con spirito di essenzialità, evitando il superfluo e selezionando bene le nostre priorità, favorendo la collaborazione reciproca e le sinergie. Dobbiamo essere consapevoli che oggi siamo di fronte a decisioni strategiche da assumere con grande responsabilità, perché siamo chiamati a garantire il futuro della missione”.

Per questo è necessario ‘solidarietà’ tra uffici: “Le Istituzioni della Santa Sede hanno molto da imparare dalla solidarietà delle buone famiglie. Così come in queste famiglie coloro che godono di una buona situazione economica vengono in aiuto dei membri più bisognosi, gli Enti che registrano un avanzo dovrebbero contribuire a coprire il deficit generale. Questo significa avere cura del bene della nostra comunità, agendo con generosità, nel senso evangelico del termine, come presupposto indispensabile per chiedere generosità anche all’esterno”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco in Papua Nuova Guinea invita a cessare le violenze tribali

“Rivolgo il mio saluto all’intero popolo del Paese, augurandogli pace e prosperità. E fin d’ora esprimo la mia gratitudine alle Autorità per l’aiuto che offrono a molte attività della Chiesa nello spirito di mutua collaborazione per il bene comune. Nella vostra Patria, un arcipelago con centinaia di isole, si parlano più di ottocento lingue, in corrispondenza ad altrettanti gruppi etnici: questo evidenzia una straordinaria ricchezza culturale e umana; e vi confesso che si tratta di un aspetto che mi affascina molto, anche sul piano spirituale, perché immagino che questa enorme varietà sia una sfida per lo Spirito Santo, che crea l’armonia delle differenze!”

E’ il saluto rivolto dal papa alle autorità di Papua Nuova Guinea, seconda tappa del viaggio apostolico, alle autorità di questo Stato dalla cultura antica e dalla giovane indipendenza dalle grandi potenze che gli hanno fatto concorrenza per secoli e ancora oggi continuano a farlo, in cui metà popolazione è sotto la soglia della povertà, nonostante le ricchezze naturali:

“Il vostro Paese, poi, oltre che di isole e di idiomi, è ricco anche di risorse della terra e delle acque. Questi beni sono destinati da Dio all’intera collettività e, anche se per il loro sfruttamento è necessario coinvolgere più vaste competenze e grandi imprese internazionali, è giusto che nella distribuzione dei proventi e nell’impiego della mano d’opera si tengano nel dovuto conto le esigenze delle popolazioni locali, in modo da produrre un effettivo miglioramento delle loro condizioni di vita”.

Però tali ‘ricchezze’ invitano alla responsabilità per uno sviluppo sostenibile: “Questa ricchezza ambientale e culturale rappresenta al tempo stesso una grande responsabilità, perché impegna tutti, i governanti insieme ai cittadini, a favorire ogni iniziativa necessaria a valorizzare le risorse naturali e umane, in modo tale da dar vita a uno sviluppo sostenibile ed equo, che promuova il benessere di tutti, nessuno escluso, attraverso programmi concretamente eseguibili e mediante la cooperazione internazionale, nel mutuo rispetto e con accordi vantaggiosi per tutti i contraenti”.

Ma uno sviluppo sostenibile è raggiunto solo in tempo di pace e con la collaborazione delle popolazioni: “Condizione necessaria per ottenere tali risultati duraturi è la stabilità delle istituzioni, la quale è favorita dalla concordia su alcuni punti essenziali tra le differenti concezioni e sensibilità presenti nella società. Accrescere la solidità istituzionale e costruire il consenso sulle scelte fondamentali rappresenta infatti un requisito indispensabile per uno sviluppo integrale e solidale. Esso richiede inoltre una visione di lungo periodo e un clima di collaborazione tra tutti, pur nella distinzione dei ruoli e nella differenza delle opinioni”.

Quindi un invito a cessare le guerre tribali, molto forti nel Paese: “Auspico, in particolare, che cessino le violenze tribali, che causano purtroppo molte vittime, non permettono di vivere in pace e ostacolano lo sviluppo. Faccio pertanto appello al senso di responsabilità di tutti, affinché si interrompa la spirale di violenza e si imbocchi invece risolutamente la via che conduce a una fruttuosa collaborazione, a vantaggio dell’intero popolo del Paese. Nel clima generato da questi atteggiamenti, potrà trovare un assetto definitivo anche la questione dello status dell’isola di Bougainville, evitando il riaccendersi di antiche tensioni”.

Solo in questo modo il Paese può prosperare: “Consolidando la concordia sui fondamenti della società civile, e con la disponibilità di ciascuno a sacrificare qualcosa delle proprie posizioni a vantaggio del bene di tutti, si potranno mettere in moto le forze necessarie a migliorare le infrastrutture, ad affrontare i bisogni sanitari ed educativi della popolazione e ad accrescere le opportunità di lavoro dignitoso”.

Il papa, quindi, ha invitato alla speranza ed ad un buon uso dei beni: “Tuttavia, anche se a volte ce ne dimentichiamo, l’essere umano ha bisogno, oltre che del necessario per vivere, di una grande speranza nel cuore, che lo faccia vivere bene, gli dia il gusto e il coraggio di intraprendere progetti di ampio respiro e gli consenta di elevare lo sguardo verso l’alto e verso vasti orizzonti. L’abbondanza dei beni materiali, senza questo respiro dell’anima, non basta a dar vita a una società vitale e serena, laboriosa e gioiosa, anzi, la fa ripiegare su sé stessa”.

E’ stato un invito a non dimenticare i valori e gli ideali: “L’aridità del cuore le fa perdere l’orientamento e dimenticare la giusta scala dei valori; le toglie slancio e la blocca fino al punto (come accade in alcune società opulente) che essa smarrisce la speranza nell’avvenire e non trova più ragioni per trasmettere la vita.

Per questo è necessario orientare lo spirito verso realtà più grandi; occorre che i comportamenti siano sostenuti da una forza interiore, che li metta al riparo dal rischio di corrompersi e di perdere lungo la strada la capacità di riconoscere il significato del proprio operare e di eseguirlo con dedizione e costanza”.

Infine ha ricordato il motto di questo viaggio che è essenziale per un popolo: “Lo ricordano anche il logo e il motto di questa mia visita in Papua Nuova Guinea. Il motto dice tutto con una sola parola: ‘Pray – Pregare’. Forse qualcuno, troppo osservante del ‘politicamente corretto’, potrà stupirsi di questa scelta; ma in realtà si sbaglia, perché un popolo che prega ha un futuro, attingendo forza e speranza dall’alto. E anche l’emblema dell’uccello del paradiso, nel logo del viaggio, è simbolo di libertà: di quella libertà che niente e nessuno può soffocare perché è interiore, ed è custodita da Dio che è amore e vuole che i suoi figli siano liberi”.

E’ stato un invito ai cattolici ad amare con sincerità Gesù: “Per tutti coloro che si professano cristiani (la grande maggioranza del vostro popolo) auspico vivamente che la fede non si riduca mai all’osservanza di riti e di precetti, ma che consista nell’amore, nell’amare Gesù Cristo e seguirlo, e che possa farsi cultura vissuta, ispirando le menti e le azioni e diventando un faro di luce che illumina la rotta. In questo modo, la fede potrà aiutare anche la società nel suo insieme a crescere e a individuare buone ed efficaci soluzioni alle sue grandi sfide”.

E non poteva non ricordare il beato Pietro To Rot, beatificato da san Giovanni Paolo II, non dimenticando le donne: “Il suo esempio, insieme a quelli del Beato Giovanni Mazzucconi, del PIME, e di tutti i missionari che hanno annunciato il Vangelo in questa vostra terra, vi doni forza e speranza… Eccellenza, Lei ha parlato delle donne. Non dimentichiamo che sono loro a portare avanti un Paese. Le donne hanno la forza di dare vita, di costruire, di far crescere un Paese. Non dimentichiamo le donne che sono al primo posto dello sviluppo umano e spirituale…

Il Vangelo si incultura e le culture vanno evangelizzate. Possa questo Regno di Dio trovare piena accoglienza in questa terra, così che tutte le popolazioni della Papua Nuova Guinea, con la varietà delle loro tradizioni, vivano insieme in armonia e diano al mondo un segno di fraternità”.

(Foto: Santa Sede)

151.11.48.50