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Quarta domenica del Tempo ordinario: la risposta delle Beatitudini ai nostri interrogativi
Nel nostro linguaggio attuale beato è chi sta bene, chi non ha problemi, chi vive una vita soddisfacente sotto tutti i punti di vista; è beata una persona a cui non manca niente: soldi, fortuna, una bella famiglia, una bella macchina… Ebbene, siamo fuori strada, perché queste beatitudini che Gesù proclama sembrerebbero in dissonanza con i suoi perché (ad esempio ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’). I perché di Gesù ci sconvolgono, e viviamo uno scollamento notevole tra la beatitudine e il suo perché. Per rispondere a questa a questa difficoltà possiamo usare la regola delle 5 W (iniziali di Who, What, Where, When, Why), considerata la regola principale dello stile giornalistico anglosassone.
E’ beato chiunque ascolta o legge quelle parole di Gesù. Nello specifico i beati siamo noi, sei tu. Non delegare la beatitudine ai santi in paradiso. La Parola di Dio è tale quando viene proclamata e ascoltata, quando viene vissuta e assimilata. Solo allora quella Parola realizza ciò che dice. Le beatitudini sono questa realizzazione nella mia vita: beato sono io perché quella parola mi ha raggiunto e mi dà la possibilità di vivere quella promessa: ho davanti a me una strada da percorrere, non un muro ma una strada, non un muro ma un ponte
La risposta a questa domanda risiede nel dimostrare a me stesso che la Parola di Dio non è una favoletta, ma bensì la possibilità di vivere oggi la realtà e la vita stessa di Dio, il quale, pur essendo pienamente beato (chi più di Lui), si è reso maledetto: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno” (Gal 3,13). Dio si è fatto maledetto perché noi potessimo essere beati.
La Parola di Dio è come un pane appena sfornato, sempre fresco, non ha data di scadenza e non si esaurisce mai, come una sorgente che ha sempre acqua fresca e buona. Il ‘quando’ delle beatitudini è quando fai fatica, quando non capisci il senso, quando tutto ti si rivolta contro, il quando di queste beatitudini è la pandemia che stiamo attraversando: siamo beati perché anche in mezzo a una pandemia ci viene tracciata davanti una strada da percorrere: una strada in salita, faticosissima e a tratti impraticabile… eppure davanti a noi c’è una strada tutta da percorrere.
Il luogo in cui tu vivi adesso. Il luogo può essere anche un luogo spirituale e concettuale: il luogo del dolore, della fatica, il luogo della tua vita che non accetti, il momento peggiore di tutta la tua vita. In quel luogo sei chiamato a vivere la beatitudine. Quel luogo custodisce il seme di una vita nuova.
Questa è la domanda più difficile: perché sono beato? A questa domanda risponde la strada che hai davanti: sono beato perché anche in mezzo alle difficoltà, Dio rimane il Padre presente e operante, Colui che è al mio fianco di giorno e di notte, tutti i giorni della mia vita. Il perché è una domanda che diventa anche risposta: sono beato perché Dio ha cura di me, mi prende per mano e quella strada non è un imperativo a cui sottomettersi ma diventa il luogo della presenza di Dio, espressione concreta della sua compagnia.
Alle 5 W è stata aggiunta una H, How (Come), per descrivere anche lo svolgimento dell’evento. Come posso essere beato? Qui inciampiamo tutti i giorni, perché spesso vediamo la proposta di Gesù come qualcosa che tarpa le nostre ali e che blocca la nostra vita, e quindi a questa domanda rispondiamo che essere beati è impossibile. Ti do una bella notizia: anche Maria ha risposto più o meno così all’arcangelo Gabriele quando annuncia l’incarnazione del Verbo, ha chiesto il ‘come’. La risposta data a Maria ci torna molto utile: ‘Nulla è impossibile a Dio’ (Lc 1,37). In questa cornice dell’impossibilità facciamo entrare Dio, il Dio dell’impossibile.
La beatitudine non è il traguardo ma il punto di partenza, è il contratto stipulato tra me e Dio. Ogni beatitudine è una clausola di questo contratto; Dio si impegna a osservare con me. In ogni mia difficoltà c’è il seme della beatitudine, una beatitudine alla quale sono chiamato a tendere come hanno fatto tutti i santi, che hanno firmato questo contratto e gli sono rimasti fedeli.
(Tratto dal sito)
Arrivano i Re Magi
“Veniamo da lontano, dall’Oriente. Abbiamo visto una stella di notte, così brillante e sorridente che sembrava dire: Partite! Questa notte è successo un miracolo: è nato Dio”: con queste parole, si presentava Gaspare, uno dei Re Magi. Essi, infatti, durante le varie messe facevano irruzione nella chiesa di sant’Agostino e poi, sotto gli occhi pure della televisione, nella cattedrale di Reggio Calabria. E’ il giorno dell’Epifania.
Si presentano, così, d’improvviso, verso la fine delle messe (tra la meraviglia e la gioia dei fedeli), accompagnati dalla magia del suono di zampogna. Stupore generale: “L’abbiamo trovato come una vera sorpresa, – aggiunge Gaspare – tra pecore e pastori: per questo si chiamerà l’Agnello di Dio”. Alla fine, roteando nell’aria il suo turibolo d’incenso, spargerà quel gradevole profumo di rosa selvatica.
“Ci siamo continuamente persi per strada, – interrompe Melchiorre – ma come dice un proverbio arabo: ‘Se vuoi che il tuo aratro vada diritto, legalo a una stella’. E’ normale perdersi nella vita, importante è ripartire. Sì, normale è cadere, importante sarà rialzarsi. Il Bambino, nato a Betlemme, lo ripeterà ad ogni uomo: ‘Alzati e cammina! Riprendi la tua dignità’. Per questo ho portato con me dell’oro: segno di nobiltà. Perchè lui si mostrerà nobile e autorevole come un vero Re”.
Aggiunge, poi, Baldassare: “Ci siamo incontrati con tanti pezzi grossi, personaggi importanti, come re Erode o i grandi sacerdoti. Che scena! non ne sapevano nulla… Mai avremmo pensato, alla fine, di capitare in aperta campagna, in una grotta oscura e fredda, tra confusione di pecore e di montoni. Io ho portato mirra, simbolo di umanità. Sì, questo Bambino farà la nostra stessa strada di comuni mortali. Vivendo, così, le ansie, le sfide e le speranze, che abitano il cuore di ognuno. Per poi ripeterci continuamente: Coraggio! Sarò sempre con voi!”
In un cesto enorme i Magi portano i ‘proverbi del mondo’, da distribuire ovunque. Lungamente preparati dalle catechiste della parrocchia sono la saggezza antica dei popoli. Così ‘i miracoli sono sempre compiuti dagli uomini uniti’ ricorda un proverbio indiano. Mentre uno, cinese, aggiungerà: ‘La persona che parte per un viaggio, non è mai la stessa persona che ritorna’. Così è capitato, per davvero, anche ai nostri Magi. Nei loro occhi, infatti, brilla un dono più grande ancora dell’oro o dell’incenso, che portavano. La gioia.
Papa Leone XIV prega la Madre di Dio per una Chiesa nella strada
“Ave, o Maria! Rallegrati, piena di grazia, di quella grazia che, come luce gentile, rende radiosi coloro su cui riverbera la presenza di Dio”: nel pomeriggio papa Leone XIV si è recato in piazza di Spagna per l’atto di devozione alla statua della Vergine Maria nella solennità dell’Immacolata, pregando perché ‘fiorisca la speranza giubilare a Roma e in ogni angolo della terra’ e chiedendo che si aprano le porte ‘di case’ e di ‘oasi di pace in cui rifiorisca la dignità, si educhi alla non violenza, si impari l’arte della riconciliazione’.
Ai circa 30.000 fedeli, disposti in semicerchio dietro le transenne, il papa ha pregato la Madonna di ‘illuminare’ la città: “Immacolata, Madre di un popolo fedele, la tua trasparenza illumina Roma di luce eterna, il tuo cammino profuma le sue strade più dei fiori che oggi ti offriamo.
Molti pellegrini dal mondo intero, o Immacolata, hanno percorso le strade di questa città nel corso della storia e in questo anno giubilare. Un’umanità provata, talvolta schiacciata, umile come la terra da cui Dio l’ha plasmata e in cui non cessa di soffiare il suo Spirito di vita”.
Il papa ha chiesto alla Madonna di salvaguardare le persone che ancora nutrono la speranza: “Guarda, o Maria, a tanti figli e figlie nei quali non si è spenta la speranza: germogli in loro ciò che il tuo Figlio ha seminato, Lui, Parola viva che in ciascuno domanda di crescere ancora, di prendere carne, volto e voce.
Fiorisca la speranza giubilare a Roma e in ogni angolo della terra, speranza nel mondo nuovo che Dio prepara e di cui tu, o Vergine, sei come la gemma e l’aurora. Dopo le porte sante, si aprano ora altre porte di case e oasi di pace in cui rifiorisca la dignità, si educhi alla non violenza, si impari l’arte della riconciliazione”.
La preghiera del papa è stata un’invocazione per il Regno di Dio: “Venga il regno di Dio, novità che tanto sperasti e a cui apristi integralmente te stessa, da bambina, da giovane donna e da madre della Chiesa nascente. Ispira nuove intuizioni alla Chiesa che in Roma cammina ed alle Chiese particolari che in ogni contesto raccolgono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei nostri contemporanei, dei poveri soprattutto, e di tutti coloro che soffrono”.
E’ stata una preghiera in cui il papa ha chiesto un battesimo generativo: “Il battesimo generi ancora uomini e donne santi e immacolati, chiamati a diventare membra vive del Corpo di Cristo, un Corpo che agisce, consola, riconcilia e trasforma la città terrena in cui si prepara la Città di Dio.
Intercedi per noi, alle prese con cambiamenti che sembrano trovarci impreparati e impotenti. Ispira sogni, visioni e coraggio, tu che sai più di chiunque altro che nulla è impossibile a Dio, ed insieme che Dio non fa nulla da solo”.
Ecco la richiesta di essere Chiesa nella strada: “Mettici in strada, con la fretta che un giorno mosse i tuoi passi verso la cugina Elisabetta e la trepidazione con cui ti facesti esule e pellegrina, per essere benedetta, sì, ma fra tutte le donne, prima discepola del tuo Figlio, madre del Dio con noi.
Aiutaci ad essere sempre Chiesa con e tra la gente, lievito nella pasta di un’umanità che invoca giustizia e speranza. Immacolata, donna di infinita bellezza, abbi cura di questa città, di questa umanità. Indicale Gesù, portala a Gesù, presentala a Gesù”.
Ed anche nell’Angelus papa Leone XIV ha sottolineato il valore di questa solennità: “Il Signore ha concesso a Maria la grazia straordinaria di un cuore totalmente puro, in vista di un miracolo ancora più grande: la venuta nel mondo, come uomo, del Cristo salvatore… Così questa festa, che ci fa gioire per la bellezza senza macchia della Madre di Dio, ci invita anche a credere come lei ha creduto, dando il nostro assenso generoso alla missione a cui il Signore ci chiama”.
Anche il cristiano, attraverso il battesimo, può vivere la condizione della Madre di Dio: “Il miracolo che per Maria è avvenuto al suo concepimento, per noi si è rinnovato nel Battesimo: lavati dal peccato originale, siamo diventati figli di Dio, sua dimora e tempio dello Spirito Santo… Carissimi, è grande il dono dell’Immacolata Concezione, ma lo è anche il dono del Battesimo che abbiamo ricevuto!
E’ meraviglioso il ‘sì’ della Madre del Signore, ma può esserlo anche il nostro, rinnovato ogni giorno fedelmente, con gratitudine, umiltà e perseveranza, nella preghiera e nelle opere concrete dell’amore, dai gesti più straordinari agli impegni e ai servizi più feriali e quotidiani, così che ovunque Gesù possa essere conosciuto, accolto e amato e a tutti giunga la sua salvezza”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: dalla morte nasce la vita nuova
“Oggi rinnoviamo la bella consuetudine, in occasione della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, di celebrare l’Eucaristia in suffragio dei Cardinali e dei Vescovi che ci hanno lasciato durante l’anno appena trascorso, e con grande affetto la offriamo per l’anima eletta di papa Francesco, che è deceduto dopo aver aperto la Porta Santa ed impartito a Roma ed al mondo la Benedizione pasquale. Grazie al Giubileo tale celebrazione (per me la prima) acquista un sapore caratteristico: il sapore della speranza cristiana”: questa mattina papa Leone XIV ha presieduto la celebrazione eucaristica in suffragio dei cardinali (8) e dei vescovi ed arcivescovi (134) defunti nel corso dell’anno, anche per papa Francesco, scomparso lo scorso 21 aprile.
Nell’omelia papa Leone XIV ha commentato l’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus: “La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci illumina. Anzitutto lo fa con una grande icona biblica che, potremmo dire, riassume il senso di tutto questo Anno Santo: il racconto lucano dei discepoli di Emmaus. In esso si trova plasticamente rappresentato il pellegrinaggio della speranza, che passa attraverso l’incontro con Cristo risorto”.
Nell’omelia il papa ha raccontato il dolore e lo scandalo davanti alla morte di ‘un fragile’: “Il punto di partenza è l’esperienza della morte, e nella sua forma peggiore: la morte violenta che uccide l’innocente e così lascia sfiduciati, scoraggiati, disperati. Quante persone (quanti ‘piccoli’!) anche ai nostri giorni subiscono il trauma di questa morte spaventosa perché sfigurata dal peccato. Per questa morte non possiamo e non dobbiamo dire ‘laudato sì’, perché Dio Padre non la vuole, ed ha mandato il proprio Figlio nel mondo per liberarcene.
E’ scritto: il Cristo doveva patire queste sofferenze per entrare nella sua gloria e donarci la vita eterna. Lui solo può portare su di sé e dentro di sé questa morte corrotta senza esserne corrotto. Lui solo ha parole di vita eterna (trepidanti lo confessiamo qui vicino al Sepolcro di San Pietro) e queste parole hanno il potere di far ardere nuovamente la fede e la speranza nei nostri cuori”.
E la morte cede la strada alla speranza: “Quando Gesù prende il pane tra le sue mani che erano state inchiodate alla croce, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo offre, gli occhi dei discepoli si aprono, nei loro cuori sboccia la fede e, con la fede, una speranza nuova. Sì! Non è più la speranza che avevano prima e che avevano perduto. E’ una realtà nuova, un dono, una grazia del Risorto: è la speranza pasquale”.
Da questo momento nasce una vita nuova: “Come la vita di Gesù risorto non è più quella di prima, ma è assolutamente nuova, creata dal Padre con la potenza dello Spirito, così la speranza del cristiano non è la speranza umana, non è né quella dei greci né quella dei giudei, non si basa sulla sapienza dei filosofi né sulla giustizia che deriva dalla legge, ma solo e totalmente sul fatto che il Crocifisso è risorto ed è apparso a Simone, alle donne e agli altri discepoli. E’ una speranza che non guarda all’orizzonte terreno, ma oltre, guarda a Dio, a quell’altezza e profondità da dove è sorto il Sole venuto a rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte”.
Ecco, quindi, il motivo per cui si può cantare l’ultima strofa del Cantico delle Creature (‘Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale’): “L’amore di Cristo crocifisso e risorto ha trasfigurato la morte: da nemica l’ha fatta sorella, l’ha ammansita… Siamo addolorati, certo, quando una persona cara ci lascia. Siamo scandalizzati quando un essere umano, specialmente un bambino, un ‘piccolo’, un fragile viene strappato via da una malattia o, peggio, dalla violenza degli uomini”.
La speranza cristiana trasforma il corpo: “Come cristiani siamo chiamati a portare con Cristo il peso di queste croci. Ma non siamo tristi come chi è senza speranza, perché anche la morte più tragica non può impedire al nostro Signore di accogliere tra le sue braccia la nostra anima e di trasformare il nostro corpo mortale, anche il più sfigurato, ad immagine del suo corpo glorioso”.
Questo è il significato di cimitero: “Per questo, i luoghi di sepoltura, i cristiani non li chiamano ‘necropoli’, cioè ‘città dei morti’, ma ‘cimiteri’, che significa letteralmente ‘dormitori’, luoghi dove si riposa, in attesa della risurrezione…
Carissimi, l’amato Papa Francesco e i fratelli Cardinali e Vescovi per i quali oggi offriamo il Sacrificio eucaristico, questa speranza nuova, pasquale, l’hanno vissuta, testimoniata e insegnata. Il Signore li ha chiamati e li ha costituiti quali pastori nella sua Chiesa, e col loro ministero essi (per usare il linguaggio del Libro di Daniele) hanno ‘indotto molti alla giustizia’, cioè li hanno guidati sulla via del Vangelo con la saggezza che viene da Cristo, il quale è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione”.
E sempre oggi con un chirografo il papa ha stabilito che san John Henry Newman sia il Santo Patrono della Pontificia Università Urbaniana: “Considerata la richiesta del Venerato Fratello, il Signor Cardinale Luis Antonio Gokim Tagle nella sua qualità di Gran Cancelliere della Pontificia Università Urbaniana, che ha fatto sua la proposta del Delegato Pontificio Rettore Magnifico del medesimo Ateneo, dispongo che San John Henry Newman, Cardinale di Santa Romana Chiesa e Dottore della Chiesa, nato il 21 febbraio 1801 a Londra, morto l’11 agosto 1890 a Edgbaston, canonizzato il 13 ottobre 2019 in Piazza San Pietro, sia proclamato Patrono della Pontificia Università Urbaniana, affinché interceda per tale Istituzione accademica e sia, per quanti in essa si formano al servizio missionario della Chiesa, modello luminoso di fede e di ricerca sincera della verità”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a crescere in umanità
“In questi giorni il mio pensiero va spesso al popolo ucraino, colpito da nuovi, gravi attacchi contro civili e infrastrutture. Assicuro la mia vicinanza e la mia preghiera per tutte le vittime, in particolare per i bambini e le famiglie. Rinnovo con forza l’appello a fermare la guerra e a sostenere ogni iniziativa di dialogo e di pace. Chiedo a tutti di unirsi nella preghiera per la pace in Ucraina e ovunque si soffre per la guerra. Dalla Striscia di Gaza si leva sempre più intenso al Cielo il pianto delle mamme e dei papà, che stringono a sé i corpi senza vita dei bambini, e che sono continuamente costretti a spostarsi alla ricerca di un po’ di cibo e di un riparo più sicuro dai bombardamenti. Ai responsabili rinnovo il mio appello: cessate il fuoco, siano liberati tutti gli ostaggi, si rispetti integralmente il diritto umanitario!”: al termine dell’udienza generale odierna, il pensiero di papa Leone XIV è andato al popolo ucraino ed ai bambini uccisi nella Striscia di Gaza.
Mentre nell’udienza generale il papa ha invitato ancora a meditare sulla parabola del samaritano, sottolineando che la vita ‘è fatta di incontri’ con l’invito a sostare davanti a chi è bisognoso: “Oggi vorrei parlarvi di una persona esperta, preparata, un dottore della Legge, che ha bisogno però di cambiare prospettiva, perché è concentrato su sé stesso e non si accorge degli altri. Egli infatti interroga Gesù sul modo in cui si ‘eredita’ la vita eterna, usando un’espressione che la intende come un diritto inequivocabile”.
Però tale parabola è anche un momento di crescita, perché invita alla relazione, che è un cammino: “Ma dietro questa domanda si nasconde forse proprio un bisogno di attenzione: l’unica parola su cui chiede spiegazioni a Gesù è il termine ‘prossimo’, che letteralmente vuol dire colui che è vicino. Per questo Gesù racconta una parabola che è un cammino per trasformare quella domanda, per passare dal chi mi vuole bene? al chi ha voluto bene? La prima è una domanda immatura, la seconda è la domanda dell’adulto che ha compreso il senso della sua vita. La prima domanda è quella che pronunciamo quando ci mettiamo nell’angolo e aspettiamo, la seconda è quella che ci spinge a metterci in cammino”.
Gesù di proposito sceglie una parabola di ‘strada’ per un paragone con la vita: “La parabola che Gesù racconta ha, infatti, come scenario proprio una strada, ed è una strada difficile e impervia, come la vita. E’ la strada percorsa da un uomo che scende da Gerusalemme, la città sul monte, a Gerico, la città sotto il livello del mare. E’ un’immagine che già prelude a ciò che potrebbe succedere: accade infatti che quell’uomo viene assalito, bastonato, derubato e lasciato mezzo morto. E’ l’esperienza che capita quando le situazioni, le persone, a volte persino quelli di cui ci siamo fidati, ci tolgono tutto e ci lasciano in mezzo alla strada”.
Sulla strada si decide ad essere ‘umani’: “La vita però è fatta di incontri, e in questi incontri veniamo fuori per quello che siamo. Ci troviamo davanti all’altro, davanti alla sua fragilità e alla sua debolezza e possiamo decidere cosa fare: prendercene cura o fare finta di niente. Un sacerdote e un levita scendono per quella medesima strada. Sono persone che prestano servizio nel Tempio di Gerusalemme, che abitano nello spazio sacro. Eppure, la pratica del culto non porta automaticamente ad essere compassionevoli. Infatti, prima che una questione religiosa, la compassione è una questione di umanità! Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani”.
Per il papa la ‘fretta’ della religiosità impedisce la compassione, che non succede al samaritano: “E’ proprio la fretta, così presente nella nostra vita, che molte volte ci impedisce di provare compassione. Chi pensa che il proprio viaggio debba avere la priorità, non è disposto a fermarsi per un altro.
Ma ecco che arriva qualcuno che effettivamente è capace di fermarsi: è un samaritano, uno quindi che appartiene a un popolo disprezzato. Nel suo caso, il testo non precisa la direzione, ma dice solo che era in viaggio. La religiosità qui non c’entra. Questo samaritano si ferma semplicemente perché è un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto”.
Quindi la compassione esige gesti concreti, come li compie il samaritano: “La compassione si esprime attraverso gesti concreti. L’evangelista Luca indugia sulle azioni del samaritano, che noi chiamiamo ‘buono’, ma che nel testo è semplicemente una persona: il samaritano si fa vicino, perché se vuoi aiutare qualcuno non puoi pensare di tenerti a distanza, ti devi coinvolgere, sporcare, forse contaminare; gli fascia le ferite dopo averle pulite con olio e vino; lo carica sulla sua cavalcatura, cioè se ne fa carico, perché si aiuta veramente se si è disposti a sentire il peso del dolore dell’altro; lo porta in un albergo dove spende dei soldi, ‘due denari’, più o meno due giornate di lavoro; e si impegna a tornare ed eventualmente a pagare ancora, perché l’altro non è un pacco da consegnare, ma qualcuno di cui prendersi cura.
In conclusione l’invito del papa è quello di una maggior crescita in ‘umanità’: “Cari fratelli e sorelle, quando anche noi saremo capaci di interrompere il nostro viaggio e di avere compassione? Quando avremo capito che quell’uomo ferito lungo la strada rappresenta ognuno di noi. Ed allora la memoria di tutte le volte in cui Gesù si è fermato per prendersi cura di noi ci renderà più capaci di compassione. Preghiamo, dunque, affinché possiamo crescere in umanità, così che le nostre relazioni siano più vere e più ricche di compassione. Chiediamo al Cuore di Cristo la grazia di avere sempre di più i suoi stessi sentimenti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco richiama l’attenzione sull’Intelligenza Artificiale: cuore e comunità sono necessari
“Il tema dell’incontro annuale di quest’anno del World Economic Forum, ‘Collaborazione per l’era intelligente’, offre una buona opportunità per riflettere sull’intelligenza artificiale come strumento non solo per la cooperazione, ma anche per unire i popoli”: così inizia il messaggio di papa Francesco inviato a Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum, per il raduno annuale a Davos, in Svizzera.
Nel messaggio il papa ha sottolineato che l’intelligenza è un ‘dono’ essenziale: “La tradizione cristiana considera il dono dell’intelligenza come un aspetto essenziale della persona umana creata ‘a immagine di Dio’… L’IA è destinata a imitare l’intelligenza umana che l’ha progettata, ponendo così una serie unica di domande e sfide”.
Ed ha chiesto attenzione nell’uso, in quanto potrebbe minare la nozione di ‘libertà’: “A differenza di molte altre invenzioni umane, l’IA è addestrata sui risultati della creatività umana, che le consente di generare nuovi artefatti con un livello di abilità e una velocità che spesso rivaleggiano o superano le capacità umane, sollevando preoccupazioni critiche sul suo impatto sul ruolo dell’umanità nel mondo. Inoltre, i risultati che l’IA può produrre sono quasi indistinguibili da quelli degli esseri umani, sollevando interrogativi sul suo effetto sulla crescente crisi di verità nel forum pubblico.
Inoltre, questa tecnologia è progettata per apprendere e fare determinate scelte in modo autonomo, adattandosi a nuove situazioni e fornendo risposte non previste dai suoi programmatori, sollevando così questioni fondamentali sulla responsabilità etica, sulla sicurezza umana e sulle implicazioni più ampie di questi sviluppi per la società”.
Per questo è necessaria la comunità: “I progressi segnati dall’alba dell’IA richiedono una riscoperta dell’importanza della comunità e un rinnovato impegno per la cura della casa comune affidataci da Dio. Per orientarsi nelle complessità dell’IA, governi e aziende devono esercitare la dovuta diligenza e vigilanza. Devono valutare criticamente le singole applicazioni dell’IA in contesti particolari per determinare se il suo utilizzo promuove la dignità umana, la vocazione della persona umana e il bene comune…
Oggi, ci sono sfide e opportunità significative quando l’IA viene inserita in un quadro di intelligenza relazionale, in cui tutti condividono la responsabilità del benessere integrale degli altri. Con questi sentimenti, porgo i miei migliori auguri di preghiera per i lavori del Forum e invoco volentieri su tutti i partecipanti l’abbondanza delle benedizioni divine”.
Mentre negli incontri odierni papa Francesco ha ricevuto i direttori della Federazione Automobile Club d’Italia con l’invito a mettersi in pellegrinaggio: “Il pellegrinaggio comporta il rischio di sbagliare strada, di trovarci in difficoltà o di sentirci perduti. Il Giubileo può essere allora per ciascuno l’occasione di una ripartenza, il momento giusto per ricalcolare il percorso della propria vita, individuando le tappe fondamentali da non perdere e quelle che invece potrebbero diventare un ostacolo per il raggiungimento della meta.
C’è una verità: noi non siamo fatti per stare fermi, ma siamo sempre in ricerca, in cammino verso la destinazione. E quello che rimane fermo, il cuore fermo, fa come succede con l’acqua: l’acqua ferma è la prima a imputridirsi”.
Per questo ha invitato a riflettere sulla relazione tra ambiente ed educazione: “C’è bisogno di una cultura del rispetto e della sicurezza stradale, a partire dalle scuole… Assumere comportamenti responsabili, rispettare le norme, essere consapevoli dei rischi aiuta la convivenza civile e il raggiungimento dell’obiettivo ‘zero vittime sulle strade’. Questo è un obiettivo chiaro, ed è un programma ma prima di tutto un dovere. Viaggiare fa rima con imparare, incontrare e non con soffrire, piangere o, addirittura, morire”.
Ad educazione si collega la parola ambiente per una maggiore qualità della vita: “Per questo è urgente lavorare per affrontare tali sfide con serietà e determinazione, anche attraverso la creazione di alleanze per incentivare la sostenibilità. In questo settore, la tecnologia offre già rilevanti opportunità e diversi strumenti, altri certamente verranno messi a disposizione. Occorre assumere una visione ampia, cercando (come già fate) collaborazioni e azioni comuni che vadano a vantaggio di tutti, rendendo la mobilità davvero sostenibile e accessibile”.
Proseguendo negli incontri della giornata il papa ha invitato i membri della ‘Fondazione Rete Mondiale di Preghiera del Papa’ ad approfondire l’enciclica ‘Dilexit Nos’: “In essa trovate il nutrimento sostanzioso che alimenta la spiritualità del vostro lavoro, del vostro apostolato. Mi piace che questa spiritualità voi la chiamiate ‘cammino del Cuore’. E vorrei leggere questa espressione in un duplice senso: è il cammino di Gesù, del suo Cuore sacro, attraverso il mistero di incarnazione, passione, morte e risurrezione; ed è anche il cammino del nostro cuore, ferito dal peccato, che si lascia conquistare e trasformare dall’amore… Non dimenticare questa parola: custodire. Questo è opera dello Spirito Santo: non c’è cammino del cuore con Cristo senza l’acqua viva dello Spirito Santo”.
Ugualmente ai dirigenti ed al personale dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza ‘Vaticano’ ha rivolto un invito ad attraversare la Porta Santa: “Vi invito ad approfittare della Porta Santa aperta nella notte di Natale nella Basilica di San Pietro, come pure di quelle aperte successivamente nelle altre Basiliche Papali di Roma. Attraversare la Porta Santa non è un atto magico; è un simbolo, un simbolo cristiano (Gesù stesso dice: ‘Io sono la porta’), un segno che esprime il desiderio di ricominciare, e questa è una bella saggezza: ricominciare, ogni giorno ricominciare”.
E’ stato un ringraziamento per il lavoro svolto: “Si tratta di un compito, il vostro, sempre esigente – lo so –, che necessita di prontezza e coraggio e che il più delle volte si svolge nella discrezione, senza essere notati, ma che presuppone abnegazione, cura di ogni dettaglio, pazienza e disponibilità al sacrificio. La sicurezza infatti è un bene invisibile della cui importanza ci accorgiamo proprio quando, per qualche ragione, essa viene meno, e che si costruisce nel continuo e intelligente impegno di sorveglianza, notte e giorno, per ogni giorno dell’anno”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco ai cardinali: mettere al centro Cristo
Nella basilica di san Pietro, Francesco ha presieduto il Concistoro per la creazione di 21 cardinali con l’invito è a non lasciarsi abbagliare dal fascino del prestigio, dalla seduzione del potere e dell’apparenza, ma a poggiare la vita sul vero ‘cardine’, che è Gesù, in questo decimo concistoro di papa Francesco, prendendo a riferimento il vangelo dell’apostolo Marco nel momento più drammatico della sua vita:
“Pensiamo un po’ a questa narrazione: Gesù sta salendo verso Gerusalemme. La sua non è un’ascesa alla gloria di questo mondo, ma alla gloria di Dio, che comporta la discesa negli abissi della morte. Nella Città santa, infatti, Egli morirà sulla croce, per ridare la vita a noi. Eppure, Giacomo e Giovanni, che immaginano invece un destino diverso per il loro Maestro, avanzano la loro richiesta e gli chiedono due posti d’onore: ‘Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra’ (Mc 10,37)”.
E’ lo scontro tra due mentalità, che mostrano l’instabilità della persona umana, citando Alessandro Manzoni: “Il Vangelo mette in luce questo drammatico contrasto: mentre Gesù sta facendo una strada faticosa e in salita che lo porterà al Calvario, i discepoli pensano alla strada spianata e in discesa del Messia vincitore. E non dobbiamo scandalizzarci di questo, ma prendere umilmente coscienza che, per dirlo col Manzoni, ‘così è fatto questo guazzabuglio del cuore umano’ (I promessi sposi, cap. 10). Così è fatto”.
E, citando sant’Agostino che invita a tornare al ‘cuore’, papa Francesco ha messo in allerta i neo cardinali: “Questo può succedere anche a noi: che il nostro cuore perda la strada, lasciandosi abbagliare dal fascino del prestigio, dalla seduzione del potere, da un entusiasmo troppo umano per il nostro Signore. Per questo è importante guardarci dentro, metterci con umiltà davanti a Dio e con onestà davanti a noi stessi, e chiederci: dove sta andando il mio cuore?
Dove sta andando il mio cuore oggi? In quale direzione si muove? Forse sto sbagliando strada? Tornare al cuore per rimettersi sulla stessa strada di Gesù, di questo abbiamo bisogno. Ed oggi, in particolare a voi, cari Fratelli che ricevete il cardinalato, vorrei dire: badate bene a fare la strada di Gesù. E cosa significa questo?”
Papa Francesco ha avvertito la necessità di mettere al centro l’essenziale: “Fare la strada di Gesù significa anzitutto ritornare a Lui e rimettere Lui al centro di tutto. Nella vita spirituale come in quella pastorale, rischiamo a volte di concentrarci sui contorni, dimenticando l’essenziale. Troppo spesso le cose secondarie prendono il posto di ciò che è necessario, le esteriorità prevalgono su quello che conta davvero, ci tuffiamo in attività che riteniamo urgenti, senza arrivare al cuore.
E, invece, abbiamo sempre bisogno di ritornare al centro, di recuperare il fondamento, di spogliarci di ciò che è superfluo per rivestirci di Cristo. Anche la parola ‘cardine’ ci richiama a questo, indicando il perno su cui viene inserito il battente di una porta: è un punto fermo di appoggio, di sostegno. Ecco, cari fratelli: Gesù è il punto d’appoggio fondamentale, il centro di gravità del nostro servizio, il ‘punto cardinale’ che orienta tutta la nostra vita”.
E’ stato un invito ad incontrare le persone: “Fare la strada di Gesù significa anche coltivare la passione dell’incontro. Gesù non fa mai la strada da solo; il suo legame con il Padre non lo isola dalle vicende e dal dolore del mondo. Al contrario, proprio per curare le ferite dell’uomo e alleggerire i pesi del suo cuore, per rimuovere i macigni del peccato e spezzare le catene della schiavitù, proprio per questo Egli è venuto. E, così, lungo la strada, il Signore incontra i volti delle persone segnate dalla sofferenza, si fa vicino a coloro che hanno perduto la speranza, solleva quanti sono caduti, guarisce chi è nella malattia. Le strade di Gesù sono popolate di volti e di storie e, mentre passa”
La prospettiva di papa Francesco è chiara e l’ha supportata con una citazione di don Primo Mazzolari: “L’avventura della strada, la gioia dell’incontro con gli altri, la cura verso i più fragili: questo deve animare il vostro servizio di cardinali. L’avventura della strada, la gioia dell’incontro con gli altri e la cura verso i più fragili… Non dimentichiamo che stare fermi rovina il cuore e l’acqua ferma è la prima a corrompersi”.
Percorrere la strada di Gesù vuole dire diventare ‘costruttori di unità’, in quanto è un invito a non evitare la ‘croce’: “Fare la strada di Gesù significa, infine, essere costruttori di comunione e di unità. Mentre nel gruppo dei discepoli il tarlo della competizione distrugge l’unità, la strada che Gesù percorre lo porta sul Calvario.
E sulla croce Egli compie la missione che gli è stata affidata: che nessuno vada perduto, che venga finalmente abbattuto il muro dell’inimicizia e tutti possiamo scoprirci figli dello stesso Padre e fratelli tra di noi. Per questo, posando il suo sguardo su di voi, che provenite da storie e culture diverse e rappresentate la cattolicità della Chiesa, il Signore vi chiama a essere testimoni di fraternità, artigiani di comunione e costruttori di unità. Questa è la vostra missione!”
Citando le parole di san Paolo VI nel Concistoro del 1977, papa Francesco ha invitato i cardinali a seguire Gesù: “Animati da questo spirito, cari Fratelli, voi farete la differenza; secondo le parole di Gesù che, parlando della competizione corrosiva di questo mondo, dice ai discepoli: ‘Tra voi però non è così’. Ed è come se dicesse: venite dietro a me, sulla mia strada, e sarete diversi; venite dietro a me e sarete un segno luminoso in una società ossessionata dall’apparenza e dalla ricerca dei primi posti. ‘Tra voi non sia così’, ripete Gesù: amatevi l’un l’altro con amore fraterno e siate servi gli uni degli altri, servi del Vangelo”.
Ultimo atto di questa intensa giornata è stato il messaggio per l’inaugurazione della cattedrale di Notre Dame a Parigi, letto dal Nunzio Apostolico in Francia, mons. Celestino Migliore, in cui è stato ricordato il lavoro di tutti coloro che hanno reso possibile questo momento: “Rendo omaggio a tutti coloro, in particolare ai vigili del fuoco, che hanno lavorato coraggiosamente per salvare questo monumento storico dal naufragio. Rendo omaggio al deciso impegno delle autorità pubbliche e alla grande effusione di generosità internazionale che ha contribuito alla restaurazione. Questo slancio è un segno non solo di attaccamento all’arte e alla storia, ma anche di più (e quanto è incoraggiante!) il segno che il valore simbolico e sacro di un simile edificio è ancora ampiamente percepito, dal più piccolo al più grande”.
Ed ha ringraziato anche gli artigiani, che hanno riportato alla bellezza la cattedrale parigina: “Rendo omaggio anche allo straordinario lavoro dei tanti mestieri che hanno investito, dando generosamente il meglio di sé per riportare Notre-Dame al suo splendore. E’ bello e rassicurante che il saper fare di una volta sia stato sapientemente conservato e migliorato. Ma è ancora più bello che tanti lavoratori e artigiani abbiano testimoniato di aver vissuto questa avventura di restauro in un autentico approccio spirituale. Hanno seguito le orme dei loro padri la cui fede, vissuta nel loro lavoro, è stata l’unico modo per costruire un capolavoro dove nulla di profano, incomprensibile o volgare trova posto”.
E’ stato un invito per i francesi ad apprezzare questo patrimonio quale è Notre Dame: ““La rinascita di questa ammirevole Chiesa costituisca dunque un segno profetico del rinnovamento della Chiesa in Francia. Invito tutti i battezzati che entreranno con gioia in questa Cattedrale a provare un legittimo orgoglio e a riappropriarsi del proprio patrimonio di fede. Cari fedeli di Parigi e della Francia, questa residenza, in cui abita il nostro Padre celeste, è vostra; tu sei le sue pietre vive. Coloro che ti hanno preceduto nella fede lo hanno costruito per te: le innumerevoli rappresentazioni e simboli che contiene vogliono guidarti con maggiore sicurezza verso l’incontro con Dio fatto uomo e alla riscoperta del suo immenso amore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco delinea una Chiesa missionaria
“Questa domanda, davanti a una persona cieca, sembra una provocazione e invece è una prova. Gesù sta chiedendo a Bartimeo chi cerca davvero, e per quale motivo. Chi è per te il ‘Figlio di Davide’? E così il Signore inizia ad aprire gli occhi del cieco. Consideriamo tre aspetti di questo incontro, che diventa dialogo: il grido, la fede, il cammino. Anzitutto il grido di Bartimeo, che non è solo una richiesta di aiuto. E’ un’affermazione di se stesso. Il cieco sta dicendo: ‘Io esisto, guardatemi. Io non ci vedo, Gesù. Tu mi vedi?’ Sì, Gesù vede l’uomo mendicante, e lo ascolta, con gli orecchi del corpo e con quelli del cuore. Pensiamo a noi, quando per la strada incrociamo qualche mendicante: quante volte guardiamo da un’altra parte, quante volte lo ignoriamo, come se lui non esistesse”.
Così papa Francesco prima della recita dell’Angelus odierno ha sottolineato i passi verso la conversione, che dopo il ‘grido’ di aiuto, si apre alla fede, perché qualcuno presta attenzione: “Bartimeo vede perché crede; Cristo è la luce dei suoi occhi. Il Signore osserva come Bartimeo guarda a Lui. Come guardo io un mendicante? Lo ignoro? Lo guardo come Gesù? Sono capace di capire le sue domande, il suo grido di aiuto? Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi il mendicante? Gli tocchi la mano per sentire la sua carne?”
Da qui nasce un cammino: “Infine, il cammino: Bartimeo, risanato, ‘seguiva Gesù lungo la strada’. Ma ognuno di noi è Bartimeo, cieco dentro, che segue Gesù una volta che si è avvicinato a Lui. Quando tu ti avvicini a un povero e ti fai sentire vicino, è Gesù che si avvicina a te nella persona di quel povero. Per favore, non facciamo confusione: l’elemosina non è beneficenza. Quello che riceve più grazia dall’elemosina è colui che la dà, perché si fa guardare dagli occhi del Signore”.
E nell’omelia della messa conclusiva del Sinodo papa Francesco ha sottolineato il grido mendicante di Bartimeo: “La sua posizione è tipica di una persona ormai chiusa nel proprio dolore, seduta sul ciglio della strada come se non ci fosse nient’altro da fare se non ricevere qualcosa dai tanti pellegrini di passaggio nella città di Gerico in occasione della Pasqua. Ma, come sappiamo, per vivere davvero non si può restare seduti: vivere è sempre mettersi in movimento, mettersi in cammino, sognare, progettare, aprirsi al futuro. Il cieco Bartimeo, allora, rappresenta anche quella cecità interiore che ci blocca, ci fa restare seduti, ci rende immobili ai bordi della vita, senza più speranza”.
E’ stato un invito alla Chiesa ad alzarsi: “Tuttavia, dinanzi alle domande delle donne e degli uomini di oggi, alle sfide del nostro tempo, alle urgenze dell’evangelizzazione e alle tante ferite che affliggono l’umanità, sorelle e fratelli, non possiamo restare seduti. Una Chiesa seduta, che quasi senza accorgersi si ritira dalla vita e confina sé stessa ai margini della realtà, è una Chiesa che rischia di restare nella cecità e di accomodarsi nel proprio malessere.
E se restiamo seduti nella nostra cecità, continueremo a non vedere le nostre urgenze pastorali e i tanti problemi del mondo in cui viviamo. Per favore, chiediamo al Signore che ci dia lo Spirito Santo per non restare seduti nella nostra cecità, cecità che si può chiamare mondanità, che si può chiamare comodità, che si può chiamare cuore chiuso. Non restare seduti nelle nostre cecità”.
Infatti appena Gesù si china su Bartimeo egli si alza: “Dopo aver gridato verso di Lui, infatti, Gesù si è fermato e lo ha fatto chiamare. Bartimeo, da seduto che era, è balzato in piedi e, subito dopo, ha recuperato la vista. Ora, egli può vedere il Signore, può riconoscere l’opera di Dio nella propria vita e può finalmente incamminarsi dietro di Lui. Così, anche noi, fratelli e sorelle: quando siamo seduti e accomodati, quando anche come Chiesa non troviamo le forze, il coraggio e l’audacia, la parresia necessaria per rialzarci e riprendere il cammino, per favore, ricordiamoci di ritornare sempre al Signore, ritornare al Vangelo. Ritornare al Signore, ritornare al Vangelo”.
E’ questa la consegna di papa Francesco alla Chiesa: “Questa è un’immagine della Chiesa sinodale: il Signore ci chiama, ci rialza quando siamo seduti o caduti, ci fa riacquistare una vista nuova, affinché alla luce del Vangelo possiamo vedere le inquietudini e le sofferenze del mondo; e così, rimessi in piedi dal Signore, sperimentiamo la gioia di seguirlo lungo la strada. Il Signore lo si segue lungo la strada, non lo si segue chiusi nelle nostre comodità, non lo si segue nei labirinti delle nostre idee: lo si segue lungo la strada…
Fratelli, sorelle: non una Chiesa seduta, una Chiesa in piedi. Non una Chiesa muta, una Chiesa che raccoglie il grido dell’umanità. Non una Chiesa cieca, ma una Chiesa illuminata da Cristo che porta la luce del Vangelo agli altri. Non una Chiesa statica, una Chiesa missionaria, che cammina con il Signore lungo le strade del mondo”.
Ed ha concluso l’omelia ricordando il restauro della reliquia dell’antica Cattedra di san Pietro: “Contemplandola con stupore di fede, ricordiamoci che questa è la cattedra dell’amore, è la cattedra dell’unità, è la cattedra della misericordia, secondo quel comando che Gesù diede all’Apostolo Pietro non di dominare sugli altri, ma di servirli nella carità. E ammirando il maestoso baldacchino berniniano più splendente che mai, riscopriamo che esso inquadra il vero punto focale di tutta la Basilica, cioè la gloria dello Spirito Santo. Questa è la Chiesa sinodale: una comunità il cui primato è nel dono dello Spirito, che ci rende tutti fratelli in Cristo e ci eleva verso di Lui”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco invita ad aprire strade di pace attraverso il bene comune
Per papa Francesco la settimana si è aperta oggi con l’incontro con i partecipanti ai ‘Dialoghi per una Finanza Integralmente Sostenibile’, promossi dalla Fondazione ‘Centesimus Annus Pro Pontifice’ in un non facile dialogo tra finanza, umanesimo e religione: “Avete scelto di iniziare questi ‘Dialoghi’ con esponenti del sistema finanziario italiano. Un’economista mi ha detto una volta: dialogo fra economia e filosofia, religione e umanesimo è possibile. Dialogo fra finanza, teologia e umanesimo, invece, molto difficile”.
E subito ha fatto riferimento all’esperienza italiana dei Monti di Pietà come esempio virtuoso: “Un sistema, questo finanziario italiano, che ha alle spalle una storia antica, nella quale, ad esempio, i ‘Monti di Pietà’ furono un grande sprone ad aiutare i più poveri senza cadere in logiche assistenzialistiche, e favorirono prestiti per permettere alle persone di poter lavorare e, attraverso la propria attività, ritrovare la giusta dignità”.
Inoltre ha sottolineato la necessità di ragionare sul binomio di ‘fare bene’ il bene: “Mi ha colpito anche l’obiettivo primario che vi siete dati, ovvero quello di ragionare insieme agli alti vertici del mondo della finanza sulla possibilità che l’impegno di fare-bene e quello di fare-il-bene possano andare di pari passo. In altre parole, vi siete dati un compito nobile: coniugare l’efficacia e l’efficienza con la sostenibilità integrale, l’inclusione e l’etica. Voi dite giustamente che il vostro convincimento è che il magistero sociale della Chiesa possa rappresentare una bussola”.
Ed ecco un altro riferimento al ‘secolo d’oro’ spagnolo nel XVI secolo, quando la Chiesa denunciò le ‘storture della finanzi di quell’epoca: “Nel cosiddetto ‘siglo de oro’ (il XVI secolo) in Spagna il commercio della lana era un mercato fiorente che muoveva grandi capitali economici. I teologi spagnoli di quel tempo si misero a dissertare su quel tipo di commercio e diedero valutazioni etiche che mutarono con il cambiamento del contesto storico… I teologi spagnoli poterono intervenire perché conoscevano quel processo di lavoro, e quindi non si limitarono a dire: ‘bisogna cercare il bene comune’, ma spiegarono cosa non andava e chiesero precise azioni di cambiamento per il bene comune, si capisce”.
E’ stata un’esortazione a generare una nuova cultura anche nella finanza: “Il lavoro che avete fatto a Milano è incoraggiante, e forse potrebbe essere buona cosa estenderlo anche ad altri centri finanziari, promuovendo un modello di Dialogo che si diffonde e genera un cambio di paradigma. Infatti il paradigma tecnocratico resta dominante; c’è bisogno di una nuova cultura, capace di dare spazio a un’etica adeguatamente solida, a una cultura e a una spiritualità”.
Mentre ai partecipanti al convegno interreligioso promosso dal Movimento dei Focolari ha rivolto un ringraziamento per il costante cammino con i leader di altre religioni: “Ringrazio per la perseveranza con cui l’Opera di Maria porta avanti il cammino iniziato da Chiara Lubich con persone di religioni non cristiane che condividono la spiritualità dell’unità. È stato un cammino rivoluzionario, questo, che fa tanto bene alla Chiesa. E’ un’esperienza animata dallo Spirito Santo, radicata nel cuore di Cristo, nella sua sete di amore, di comunione, di fraternità”.
Quella dei ‘focolarini’ è un’esperienza che si fonda sull’amore di Dio: “Il fondamento su cui poggia questa esperienza è l’Amore di Dio che si attua nell’amore reciproco, nell’ascolto, nella fiducia, nell’accoglienza e nella conoscenza gli uni degli altri, nel pieno rispetto delle rispettive identità. Con il tempo, è cresciuta l’amicizia e la collaborazione nel cercare di rispondere insieme al grido dei poveri, nel prendersi cura del creato, nel lavorare per la pace.
Attraverso questo cammino alcuni fratelli e sorelle non cristiani hanno condiviso la spiritualità dell’Opera di Maria o alcuni suoi tratti caratteristici e li vivono in mezzo alla loro gente. Con queste persone si va oltre il dialogo, ci si sente fratelli e sorelle, si condivide il sogno di un mondo più unito, nell’armonia delle diversità”.
Per questo il dialogo interreligioso è necessario alla pace: “Carissimi, la vostra testimonianza è motivo di gioia, è motivo di consolazione, specialmente in questo tempo di conflitti, nei quali la religione viene spesso strumentalizzata per alimentare lo scontro”.
(Foto: Santa Sede)





























