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Dialoghi approfondisce il tema delle fedi nel cambiamento
Questo numero di ‘Dialoghi’, rivista trimestrale dell’Azione Cattolica Italiana, affronta una delle grandi domande del nostro tempo: come le fedi abitano il cambiamento e come, a loro volta, contribuiscono a generarlo. Il dossier ‘Fedi e cambiamento’, curato da Pina De Simone e Sihem Djebbi, esplora il rapporto tra tradizioni religiose, trasformazioni storiche e crisi contemporanee: dal senso cristiano della tradizione alle nuove prospettive delle eco-teologie, dalle teologie decoloniali ai messianismi che tornano a interrogare il presente. Un percorso che mostra come credere significhi anche dare forma al tempo, orientandolo verso un futuro possibile.
Il primo piano del numero propone una intensa intervista di Vittoria Prisciandaro a Cettina Militello, decana delle teologhe italiane, a ottant’anni dal voto alle donne e dalla nascita della Repubblica. Una riflessione che intreccia memoria, teologia e impegno civile, interrogando il ruolo delle donne nella Chiesa e nella democrazia, il permanere di stereotipi culturali e la necessità di rinnovare linguaggi e pratiche ecclesiali.
Tra gli altri contributi, la sezione ‘Secondo noi…’ riflette sul possibile protagonismo delle donne nel cambiamento; gli ‘Sguardi’ propongono un’analisi del rinnovato interesse religioso in alcune aree d’Europa; ‘Estremi confini’ racconta l’esperienza del Neema Hospital a Nairobi, esempio di sanità al servizio dei più fragili. Completano il numero gli approfondimenti culturali e le recensioni, insieme al ricordo di Paolo Trionfini, storico del cattolicesimo italiano e studioso dell’Azione cattolica.
Nell’introduzione a questo numero Claudia Nicole Cappiello, incaricata regionale per il Settore giovani di Azione Cattolica della Basilicata e membro di redazione di ‘Dialoghi’ pone l’interrogativo sul ruolo delle donne: “I dati statistici ci parlano di una società disfunzionale, con un alto numero di femminicidi, di violenza di genere e di differenze salariali tra uomo e donna. Allora è lecito, a ottant’anni dal primo voto delle donne in occasione del Referendum tra Repubblica e Monarchia del 1946, interrogarsi su quale sia il vero ruolo della donna oggi nella società e nella Chiesa. Cettina Militello ci racconta la sua testimonianza di vita e di fede nell’intervista posta in primo piano, in cui emerge tutta la difficoltà provata per imporre la sua voce in un ambiente prettamente maschile e sicuramente non pronto ad ascoltarla”.
La domanda fondamentale è quello dell’attualità: “Ogni storia non può non essere considerata a partire dal contesto storico in cui si è sviluppata e sicuramente negli ultimi anni la situazione è in cambiamento. Guardare al rapporto tra donne, Chiesa e società non significa quindi nascondere le difficoltà di chi ha dovuto lottare per affermarsi e trovare il proprio posto del mondo o per potersi esprimere con libertà, facendo risuonare una voce che spesso è sentita più che ascoltata. Ma è giusto anche riconoscere i passi in avanti che sono stati compiuti, i processi avviati e i cambiamenti in atto”.
Claudia Nicole Cappiello pone la domanda da dove può iniziare il cambiamento: “Riandando alla nostra storia associativa, come non ricordare che tra le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, il 2 giugno 1946, ben cinque provenivano dalla Gioventù Femminile di Azione Cattolica. In ambito ecclesiale fu poi il Concilio Vaticano II a rappresentare uno spartiacque per l’affermazione del ruolo delle donne, facendo partecipare alle varie assise ventitré rappresentanti femminili, di cui tredici laiche. Sebbene col ruolo di uditrici, riuscirono a far valere il proprio punto di vista, imponendosi come voci autorevoli in un contesto già in movimento e spingendosi verso un traguardo, quello della pari dignità di genere, che molti consideravano ancora un’utopia”.
Ed in questo cambiamento è inclusa anche la Chiesa: “Il cammino continua oggi col processo sinodale, dove la voce delle donne è più che fondamentale. La storia ci insegna, quindi, quanto le donne possano essere protagoniste dei cambiamenti che viviamo, se davvero si dà spazio a esse e se si accoglie la ricchezza che viene proprio dalla diversità uomo-donna. Allo stesso tempo, riconosciamo che (proprio come la Militello afferma nell’intervista) sono ancora molti i passi da compiere per un pieno riconoscimento del ruolo femminile nella società e nella Chiesa.
Tra ministerialità e sacramentalità, sono molte le questioni che tutto ciò apre e che potremmo rileggere secondo una prospettiva che appare fondamentale, quella del rispetto e della dipendenza reciproca di ogni individuo, al fine di edificare il regno di Dio come l’unico corpo di Cristo, seppur nel riconoscimento della diversità e alterità di ognuno. Di fronte a tutto ciò, un elemento appare fondamentale: perché la Chiesa e la società possano cambiare è necessario comprendere quanto questo cambiamento parli alla vita e alla fede delle persone”.
Guardare la storia con gli occhi di Dio, l’attesa per il Papa a Lampedusa
“La visita del Papa è uno stimolo a saper guardare la storia, questa storia con gli occhi di Dio ed ascoltare il grido dei poveri, degli oppressi con l’orecchio di Dio. Ecco questo annuncio arriva in un’occasione, per capire dove siamo, e cercare di capire dove stiamo andando”: così, nei mesi scorsi, aveva dato l’annuncio della visita di papa Leone XIV per sabato 4 luglio a Lampedusa l’arcivescovo della diocesi di Agrigento, mons. Alessandro Damiano.
L’arrivo nell’isola siciliana avverrà alle ore 9:00 con la visita dei luoghi simbolo dell’isola e del dramma delle migrazioni. Si inizia con l’omaggio ai migranti defunti, al Cimitero locale per un omaggio floreale sulle tombe. Poi si recherà alla ‘Porta d’Europa’ per un momento di riflessione davanti al monumento che rappresenta l’approdo e la speranza, ed infine al Molo Favaloro dove benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a papa Francesco, e rivolgerà un saluto personale ad alcuni migranti presenti.
Alle ore 10.30 officerà la celebrazione eucaristica con esposizione sul palco dell’effige della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti, al termine della quale saluterà le autorità civili e religiose, i volontari impegnati nell’accoglienza ed i bambini ammalati. La visita si concluderà alle ore 12.30.
A tal proposito mons. Antonino Raspanti, presidente della Conferenza episcopale siciliana, ha espresso gratitudine al papa: “Le Chiese di Sicilia sono veramente gioiose e grate di questa visita del successore di Pietro alla nostra terra, a quella nostra piccola isola che tanta sofferenza vede giorno per giorno… Il papa verrà a sostenerci, a sostenere la Chiesa, a sostenere tutte le persone dell’umanità che vogliono continuare a proclamare la dignità della persona umana, i diritti della persona umana, a riconoscere il male delle strutture di peccato, quei sistemi che ancora oggi si coalizzano per distruggere e continuano a distruggere tante persone, a procurare dolore e sofferenza infinita“.
Per questo motivo la visita del papa assume un significato particolare in un tempo segnato da conflitti e migrazioni, in quanto negli anni è divenuta simbolo delle tragedie del mare ma anche della solidarietà e dell’accoglienza, tantoché la sua presenza si preannuncia come un gesto di vicinanza alle comunità locali, ai migranti ed a quanti operano quotidianamente in prima linea.
Per capire l’attesa dei lampedusani abbiamo chiesto al presidente diocesano dell’Azione Cattolica Italiana, Giovanni Gueli, all’assistente diocesano don Carmelo La Magra, che è stato parroco a Lampedusa fino al 2021, ed alla responsabile ACR diocesana, Valeria Palumbo, di raccontarci il ‘clima’ delle aspettative: “C’è molta attesa e c’è molto entusiasmo a Lampedusa per la visita del papa: sarà il secondo pontefice a recarsi sull’isola, un segnale forte di attenzione e valorizzazione del territorio. La visita è vista anche come un richiamo importante al tema dei migranti e dell’accoglienza”.
Quindi Giovanni Gueli a distanza di 13 anni dalla visita di papa Francesco la situazione è migliorata?
“Dopo 13 anni dalla visita di papa Francesco, la situazione non è migliorata. Già dopo pochi mesi accadde la tragedia del naufragio del 3 ottobre, che segnò profondamente Lampedusa e mostrò quanto la situazione fosse ancora drammatica. Oggi molte persone continuano ancora a non avere vie sicure e si affidano ai trafficanti segno che l’appello del Pontefice è rimasto inascoltato”.
Valeria Palumbo ci può spiegare per quale motivo Lampedusa è baluardo di umanità?
“Lampedusa è considerata un baluardo di umanità perché, pur essendo una piccola isola, è diventata il simbolo del primo soccorso e dell’incontro con chi arriva in condizioni di estrema fragilità. Qui i migranti trovano spesso, almeno nel primo momento, salvataggio, assistenza e volti umani dopo viaggi drammatici in mare. Per questo Lampedusa è simbolicamente legata a tutto ciò che riguarda migrazioni e accoglienza. Allo stesso tempo, però, non è il luogo in cui arrivano più migranti e l’accoglienza vera e propria non ricade sulla comunità civile, perché l’intero percorso è fortemente militarizzato e gestito in modo emergenziale”.
Un punto particolare dell’isola è il santuario di Porto Salvo con una storia di accoglienza e di speranza. A don Carmelo La Magra chiediamo di spiegare cosa significa avere fede nel ‘Porto Salvo’: “Avere fede nel Porto Salvo significa riconoscere nella Madonna una presenza di protezione, accoglienza e speranza. Per i lampedusani, l’isola richiama una zattera in mezzo al mare, un approdo sicuro per chi viaggia e cerca salvezza. E’ un segno di fiducia rivolto a tutti coloro che, nei secoli, hanno affrontato il mare con il desiderio di raggiungere un porto sicuro”.
Perciò, Giovanni Gueli, dopo 13 anni è ancora valida la domanda di papa Francesco: dove è tuo fratello?
“Sì, dopo 13 anni la domanda di Papa Francesco resta ancora attualissima. E’ una domanda che continua a interpellarci finché non ci riconosciamo davvero come fratelli e finché troppe persone continuano a morire in mare. In questo senso, il messaggio del papa non è ancora stato pienamente ascoltato”.
Infine una risposta corale per raccontarci la sfida a cui è chiamata l’Azione Cattolica diocesana: “L’Azione Cattolica diocesana è chiamata a far risuonare l’invito di papa Francesco e di continuare a raccoglierlo con slancio anche oggi, traducendolo in gesti concreti. E’ una sfida di vicinanza, testimonianza e presenza, anche sull’isola, dove l’Azione Cattolica Italiana è sempre attenta a offrire aiuto e sostegno”.
(Tratto da Aci Stampa)
Vittorio Bachelet: servizio allo Stato ed alla Chiesa
Nel mese di febbraio a Roma si era svolto il XLVI Convegno ‘Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita’, assassinato dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980 all’Università ‘La Sapienza’, aperto dalla presenza del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, che aveva inviato un messaggio per rendere omaggio al giurista nel centenario anniversario della sua nascita: “Vittorio Bachelet, giurista di alto valore, ha saputo coniugare la dedizione per la conoscenza e la ricerca con un’attiva partecipazione sociale e con esperienze di grande impegno dapprima nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana e in seguito nell’Azione Cattolica”.
Nel messaggio il presidente della Repubblica Italiana aveva sottolineato il metodo del presidente dell’Azione Cattolica Italiana: “Quello di Vittorio Bachelet è stato un metodo improntato sul confronto e sulla conciliazione, non facile da attuare negli anni in cui ha operato, contrassegnati da conflittualità e violenze. Ha interpretato i ruoli ricoperti nelle istituzioni e nell’associazionismo in linea con gli ideali di democrazia e pluralismo che lo hanno accompagnato nella sua vita…
Fu vilmente assassinato il 12 febbraio del 1980 all’Università di Roma ‘La Sapienza’, al termine di una lezione, nella preziosa attività di docente con cui aveva formato generazioni di studenti che hanno avuto il privilegio di essere depositari dei suoi insegnamenti, nella convinzione che la cultura fosse mezzo efficace per sconfiggere ogni forma di sopraffazione e protervia”.
Nei saluti iniziali il prof. Matteo Truffelli, docente di ‘di Storia delle Dottrine Politiche’ all’Università di Parma e presidente del comitato scientifico dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’ aveva richiamato la sua eredità civile e spirituale: “In tutte le dimensioni della sua esistenza Bachelet volle e seppe sempre farsi portatore di speranza, con coraggio e con mitezza. O, potremmo anche dire, con il coraggio della mitezza. Come ebbe modo di dire il giorno dopo il suo barbaro assassinio l’amico fraterno di una vita”.
Ripetendo una frase di Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro (anche egli trucidato dalle Brigate Rosse), il prof. Truffelli aveva evidenziato il suo senso per la democrazia: “In Bachelet, infatti, la mitezza (ed il coraggio che la mitezza richiede per essere praticata) si rivela come il modo più adeguato di coltivare il senso autentico della democrazia e difenderne i delicati meccanismi…
Mitezza non come ‘resa’, ma come ricerca costante del confronto, come rifiuto radicale della logica della prepotenza, e dunque come forma di lotta coerente contro ogni arroganza, ogni prevaricazione, ogni violenza. Come espressione, dunque, di responsabilità autentica nei confronti del bene comune… Mitezza, coraggio e responsabilità possono essere considerate, dunque, il cuore della lezione civile che Bachelet ci consegna”.
Per comprendere la ‘grandezza’ sociale, giuridica ed ecclesiale, ad distanza di qualche mese abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il prof. Matteo Truffelli per farci raccontare quali iniziative l’Istituto dedicato a Vittorio Bachelet, propone in questo centenario della nascita:
“Sono numerose le iniziative che l’Istituto Vittorio Bachelet ha messo in campo in questo centenario in stretta e fruttuosa collaborazione con molte altre realtà, nelle quali Bachelet visse il proprio percorso culturale, civile, ed ecclesiale.
Oltre al convegno di febbraio è stato da poco pubblicato un podcast, intitolato ‘Era un uomo mite’, che può essere ascoltato su tutte le piattaforme e che ricostruisce l’enorme contributo dato da Bachelet alla vita del nostro Pese. Inoltre è in preparazione una mostra itinerante, che sarà presto disponibile per chiunque desideri presentarla nelle varie città italiane. Sono anche in via di programmazione alcune pubblicazioni e una serie di convegni e seminari, promossi dalle università in cui Vittorio fu docente. Infine molte iniziative sono state già realizzate o sono in via di realizzazione a livello locale”.
Dal convegno dedicato a Vittorio Bachelet quale immagine è scaturita?
“E’ emerso il profilo di un uomo di grandissimo spessore umano, spirituale, culturale e civile. Un intellettuale che volle mettersi a servizio delle istituzioni democratiche, perché profondamente convinto che servire le istituzioni significava servire i cittadini, la Costituzione italiana, la giustizia. Un uomo di mediazione, di tessitura paziente, di fede inossidabile nei principi costituzionali e nelle regole democratiche, ma anche di fiducia incrollabile nelle persone, nel senso di solidarietà e di responsabilità degli uomini e delle donne che incontrava ogni giorno in università, in Azione Cattolica, negli organi dello Stato.
Un credente che per tutta la propria vita seppe mettere in gioco i propri principi, le proprie competenze, la propria forza morale e la propria coscienza per collaborare con chiunque desiderava, come lui, prendersi cura del bene comune. Un uomo coraggioso, che ebbe la forza di guidare tanto l’Azione Cattolica quanto, più tardi, il CSM verso scelte difficili ma necessarie, mettendo in gioco la propria vita”.
Per quale motivo la sua eredità civile e spirituale è valida ancora oggi?
“La sua eredità spirituale e civile è di grandissima attualità, perché Vittorio ci consegna la testimonianza di un credente che ebbe la capacità di mettere in gioco sempre e fino in fondo la propria responsabilità personale, la propria coscienza formata, le proprie competenze professionali e i propri talenti personali a servizio del ben comune. A servizio della costruzione di una società più giusta e coesa, di una democrazia più solida e partecipata, e anche di una chiesa più fedele al Vangelo. Un uomo di fede che in un tempo di grandi contrapposizioni, anche violente, seppe fare del proprio radicamento nel vangelo non una ragione di divisione ma un motivo per coltivare il senso della fraternità, della pacificazione, della ricerca di un futuro comune”.
Cosa ha significato per l’Azione Cattolica la ‘scelta religiosa’ proposta da Vittorio Bachelet?
“Per l’Azione Cattolica, come noto, la scelta religiosa ha significato innanzitutto l’affermazione del primato e della centralità dell’evangelizzazione: un compito interpretato come ricerca di un modo più radicale e profondo di abitare la storia, gettando in essa il seme buono del Vangelo. Nella certezza che è di questo che ha bisogno innanzitutto, ogni tempo. E perciò nella certezza di contribuire in questo modo a trasformare la società rendendola più umana”.
Quindi quale significato rivesta per il socio di Azione Cattolica guardare la storia con gli occhi di Dio?
“Penso possa significare lo sforzo che ciascun credente deve compiere, non da solo, ma insieme ad altri, per cercare di leggere in profondità il proprio tempo, la vita delle persone e della società, le vicende politiche, economiche e culturali in cui siamo immersi, cercando di scoprire dentro di esse i segni del bene che all’opera, e individuando, al tempo stesso, le sfide che i fenomeni in atto pongono a chi desidera contribuire al bene”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Recanati è conservata la reliquia dei sandali di san Francesco
Ci sono oggetti che non sono soltanto memoria, ma presenza viva di una storia che continua a parlare: sono i ‘Sandali di San Francesco d’Assisi’, intessuti dalle mani amorevoli di Santa Chiara d’Assisi e conservati nella Cappella ‘Santa Sanctorum’ della concattedrale dedicata a san Flaviano a Recanati, meglio conosciuta come città di Giacomo Leopardi.
Quei sandali raccontano molto più di un semplice frammento di storia: parlano di strade polverose percorse per annunciare la pace, di passi instancabili tra borghi e campagne, di una vita spesa senza riserve per il Vangelo. Sono il simbolo di una scelta radicale di povertà, di un cammino leggero e fiducioso, affidato interamente alla Provvidenza. Nel loro intreccio si riflette anche il legame profondo tra Francesco e Chiara, un’amicizia spirituale che ha generato una delle pagine più luminose della storia della Chiesa.
Il parroco, mons. Pietro Spernanzoni, racconta questa interessante storia legata alla reliquia: “Della loro esistenza si fa menzione nella biografia di san Francesco ‘Vita Prima’, di Tommaso da Celano. In quelle pagine si racconta che san Francesco, dopo aver ricevuto le stimmate, nel viaggio che compì da Assisi a Rieti dove risiedeva papa Gregorio IX, ai piedi mise quei sandali che erano stati intessuti dalle mani di santa Chiara d’Assisi che gliene fece dono.
Non sappiamo poi come i sandali siano finiti in Vaticano, ma invece siamo a conoscenza del fatto che a portarli qui a Recanati è stato papa Gregorio XII che, quando per ricomporre lo scisma di Avignone e in nome dell’unità della Chiesa, rinunciò al papato e volle tornare ad essere soltanto il vescovo di Recanati. Così da Roma arrivò portando i sandali di san Francesco, un pezzo della Santa Croce, una spina Christi e altre reliquie delle catacombe cristiane che donò alla cattedrale dove è morto ed è sepolto dal 1417”.
Perchè i sandali di san Francesco d’Assisi si trovano a Recanati?
“Sono stati donati alla cattedrale di San Flaviano a Recanati, insieme ad un pezzetto della Croce Santa ed a molte altre reliquie provenienti dalle Catacombe Romane da papa Gregorio XII, quando si è dimesso da papa per ricomporre la divisione della Chiesa provocata dallo scisma di Avignone ed è tornato vescovo di Recanati nel 1415 dove è morto il 18 ottobre 1417. E’ sepolto nel Duomo di Recanati”.
Ma la storia dei ‘sandali’ ha un fondamento storico?
“Le Fonti Francescane parlano dei sandali intessuti da Santa Chiara. Il racconto di questi sandali si può rintracciare anche su internet, mentre gli storici recanatesi Giovan Francesco.Angelita, Antonio Calcagni, Joseph Anton Vogel ne parlano a proposito del testamento di papa Gregorio XII ed attestano la presenza di questa e di altre reliquie nella cattedrale di san Flaviano”.
Per quale motivo santa Chiara glieli donò?
“Dopo aver ricevuto le stimmate a La Verna, Francesco tornò ad Assisi, soffriva a camminare ed era gravemente malato agli occhi. Santa Chiara gli confezionò un paio di sandali intessuti in giunco palustre. San Francesco probabilmente li usò per andare a Rieti a farsi curare dai medici del papa che allora risiedeva là. Lo scrittore Joergensen a pag. 428 del volume ‘San Francesco d’Assisi’ riassume così la vicenda: ‘Verso la fine di aprile del 1225, una sedizione scoppiata a Roma aveva costretto papa Onorio III a fuggire dalla capitale… si fermò a Rieti.
Frate Elia, appoggiato dal cardinale Ugolino, insisté più che mai presso Francesco perché andasse alla Corte Pontificia, e là consentisse a farsi curare gli occhi dai valenti medici addetti a quella Corte. Così nell’estate del 1225 Francesco lasciò san Damiano… e questa volta poté fare il viaggio a piedi perché, durante il soggiorno a san Damiano, Chiara gli aveva preparato un paio di sandali fatti in modo che, nonostante le stimmate, gli fosse possibile posare il piede a terra’. Questa è la storia tramandata per questi sandali”,
Perchè sono considerati come una reliquia?
“Le reliquie, come dice la parola, sono qualcosa che ci resta di un Santo. Sono distinte in tre classi in base al loro grado di vicinanza al Santo. La prima classe comprende parti del corpo (ossa, sangue, capelli). La seconda classe comprende oggetti personali usati dai santi come abiti, sandali appunto, stoviglie, paramenti per i sacerdoti. La terza classe comprende oggetti venuti a contatto con reliquie di prima classe. I sandali sono appartenuti e usati da Francesco. Inoltre in una ricognizione fatta all’inizio del 1600, documentata dallo storico recanatese Giovan Francesco Angelita si dice che vi erano visibili macchie di sangue. Quindi si tratta di una reliquia sicuramente di seconda classe, ma forse anche di prima”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: le Beatitudini sono luce per l’umanità
“Sono particolarmente contento di questo incontro, che (una volta tanto) è dedicato proprio a voi, e mi permette di dirvi una parola di gratitudine e di incoraggiamento… A tutti esprimo riconoscenza, soprattutto per lo spirito di fedeltà al Papa con cui lo svolgete. Questa dedizione mi accompagna e mi aiuta quotidianamente nella missione apostolica, andando a beneficio di tutti coloro che incontro nelle visite di Stato, nelle udienze, nelle occasioni più solenni come in quelle più familiari. A proposito, penso che il vostro lavoro possa essere ben sintetizzato da tre verbi, che ne custodiscono il senso e il valore: disporre, accogliere, salutare”: prima dell’Angelus di oggi papa Leone XIV ha incontrato i ‘Gentiluomini di Sua Santità, Addetti di Anticamera e Sediari Pontifici’ alla presenza del Reggente della Prefettura della Casa Pontificia, mons. Leonardo Sapienza, ed il Vice-reggente, p. Edward Daniang Daleng.
Nel breve colloquio il papa ha sottolineato le tre parole necessarie alla preparazione dell’incontro: “La qualità di un incontro, infatti, comincia dalla premura che contraddistingue i suoi preparativi, fin nei dettagli. Ricchissimo di storia e di arte, lo spazio che abitiamo chiede in proposito un servizio tanto attento quanto umile. Alla disposizione degli ambienti segue poi la solerzia di gesti d’accoglienza e di saluto che siano nobili ma non affettati, eleganti ma non sofisticati, così da comunicare affabilità a chiunque. Che sia principe o pellegrino, patriarca o postulante, la sollecitudine del Successore di Pietro resta identica verso tutti e amorevole per ciascuno”.
Infine ha sottolineato la sobrietà del protocollo pontificio: “La sobria bellezza che contraddistingue il protocollo pontificio, si riflette su ogni vostro gesto. Pensando alla storia di quanti vi hanno preceduto, testimoniatene i valori con una vita coerente, ben sapendo che il servizio d’onore richiede certo una peculiare deontologia, ma prima ancora una fede solida, e quindi uno stile spirituale improntato alla devozione verso la Chiesa e il Papa. Le azioni, la postura, gli sguardi di ogni giorno ne siano sempre specchio luminoso”.
E prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha sottolineato che le beatitudini evangeliche sono luce per l’umanità: “Queste, infatti, sono luci che il Signore accende nella penombra della storia, svelando il progetto di salvezza che il Padre realizza attraverso il Figlio, con la potenza dello Spirito Santo.
Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. Solo Dio può chiamare davvero beati i poveri e gli afflitti, perché Egli è il sommo bene che a tutti si dona con amore infinito. Solo Dio può saziare chi cerca pace e giustizia, perché Egli è il giusto giudice del mondo, autore della pace eterna. Solo in Dio i miti, i misericordiosi e i puri di cuore trovano gioia, perché Egli è il compimento della loro attesa. Nella persecuzione, Dio è fonte di riscatto; nella menzogna, è àncora di verità”.
Ecco il motivo per cui le Beatitudini sono un paradosso per i ‘potenti’: “Queste Beatitudini restano un paradosso solo per chi ritiene che Dio sia diverso da come Cristo lo rivela. Chi si aspetta che i prepotenti saranno sempre padroni sulla terra, rimane sorpreso dalle parole del Signore. Chi si abitua a pensare che la felicità appartenga ai ricchi, potrebbe credere che Gesù sia un illuso. Ed invece l’illusione sta proprio nella mancanza di fede verso Cristo: Egli è il povero che condivide con tutti la sua vita, il mite che persevera nel dolore, l’operatore di pace perseguitato fino alla morte in croce”.
Le Beatitudini propongono una lettura diversa della storia: “E’ così che Gesù illumina il senso della storia: non quella scritta dai vincitori, ma quella che Dio compie salvando gli oppressi. Il Figlio guarda al mondo col realismo dell’amore del Padre; all’opposto stanno, come diceva papa Francesco, ‘i professionisti dell’illusione’… Dio, invece, dona questa speranza anzitutto a chi il mondo scarta come disperato”.
Ecco il motivo per cui le Beatitudini è un banco di prova: “Allora, cari fratelli e sorelle, le Beatitudini diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. E’ infatti ‘a causa di Cristo’ e grazie a Lui che l’amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell’ora dell’afflizione”.
Infine dopo la recita dell’Angelus ha invitato a pregare per la pace nel continente americano: “Ho ricevuto con grande preoccupazione notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, due Paesi vicini. Mi unisco al messaggio dei vescovi cubani, invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace, per evitare la violenza ed ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano. Che la Virgen de la Caridad del Cobre assista e protegga tutti i figli di quell’amata terra!”
Ma anche per i deceduti nella frana nella Repubblica Democratica del Congo e per quelli colpiti da calamità naturali: “Assicuro la mia preghiera per le numerose vittime della frana in una miniera nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Il Signore sostenga quel popolo che soffre tanto!
Preghiamo anche per i defunti e per quanti soffrono a causa delle tempeste che nei giorni scorsi hanno colpito il Portogallo e l’Italia meridionale. E non dimentichiamo le popolazioni del Mozambico duramente provate dalle inondazioni”.
Infine ha chiesto che sia rispettata la ‘tregua olimpica’: “Venerdì prossimo inizieranno i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, a cui faranno seguito i Giochi Paralimpici. Rivolgo i miei auguri agli organizzatori e a tutti gli atleti. Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. E’ questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza che accompagna lo svolgimento dei Giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli, e sono posti in autorità, sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo”.
Card. Pizzaballa: con Natale Dio entra nella nostra storia
Venerdì scorso il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme per i latini, accompagnato dal vicario patriarcale latino, mons. William Shomali e una piccola delegazione, è arrivato a Gaza per una visita pastorale alla parrocchia della Sacra Famiglia, alla vigilia delle celebrazioni natalizie.
Durante la sua visita ha esaminato la situazione della parrocchia, compresi gli interventi umanitari, gli sforzi di soccorso e ricostruzione in corso e le prospettive per il periodo a venire, incontrando il clero locale e i parrocchiani per ricevere informazioni sulle esigenze della comunità e sulle iniziative in corso per sostenerla e celebrato la messa di Natale in questa parrocchia con l’impegno del Patriarcato ad accompagnare i suoi fedeli nella speranza, nella solidarietà e nella preghiera.
Quindi nel messaggio natalizio il patriarca di Gerusalemme ha descritto la bellezza delle feste natalizie dopo due anni di guerra: “E’ bello vedere in tutte le nostre parrocchie e comunità l’albero di Natale e il presepe, e tutto ciò che tipicamente abbiamo per le celebrazioni natalizie, e ne siamo felici! Sappiamo che tutti i problemi, siano essi politici, sociali, economici, spirituali, ecc… sono ancora lì, ma è importante anche prendersi questa pausa da tutto il dolore e godersi il Natale, soprattutto per i nostri figli, per le nostre famiglie, per i nostri poveri, e condividerlo tra tutti noi”.
Ma ha avvertito anche le difficoltà: “In effetti, abbiamo avuto un anno molto difficile e anche il prossimo anno sarà molto impegnativo. Ma come abbiamo fatto in passato, anche per il futuro, possiamo assicurarvi che saremo presenti, continueremo a servire la nostra comunità e continueremo ad essere come un’unica comunità la luce di Gesù Cristo nella comunità, per portare consolazione, conforto, sostegno e solidarietà ovunque sia necessario”.
Proprio per questo il patriarca ha sottolineato la forza della verità: “E poi, naturalmente, vogliamo anche essere una voce di verità, per invocare la giustizia e il rispetto dei diritti umani e della dignità di tutti. Perché questo è ciò che celebriamo a Natale, celebriamo il Verbo che si fa carne, celebriamo l’Incarnazione che è qualcosa di reale e concreto: la nostra fede dovrebbe sempre incontrare e toccare la realtà delle nostre vite, sia a livello personale che comunitario”.
Quindi è ritornato ad esaminare la grazia del Natale: “Soprattutto in questo periodo in cui la violenza e l’odio sono il linguaggio comune. In un contesto in cui è comune pensare che se non si usa la forza non si viene presi in considerazione, quindi la violenza, la forza e l’odio sembrano essere il ritornello comune, purtroppo; se non sei forte, se non alzi la voce è come se non esistessi”.
Natale è Dio che entra nella storia senza la forza: “Il messaggio del Natale è diverso, ci ricorda la via cristiana, Dio entra nella nostra storia e nelle nostre notti, come un bambino appena nato, che è l’elemento più fragile che conosciamo, ma il Natale ci ricorda anche come è il modo di vivere cristiano, specialmente in questo contesto come ho detto.
Dio, attraverso Gesù Cristo, entra nella nostra storia, entra nelle nostre notti nella realtà dell’elemento più fragile che conosciamo, un bambino appena nato, che è molto fragile, bisognoso di tutto, dipendente e molto debole. Eppure, questo è il modo in cui entra nel mondo. Ma questo Bambino appena nato, che è molto debole dal punto di vista umano, ha cambiato il mondo, e tutte le nazioni e l’umanità sono attratte da lui”.
Proprio dalla debolezza nasce la speranza: “Un neonato risveglia in tutti tenerezza e amore, ed è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno soprattutto nel nostro tempo, e noi continueremo ad essere come cristiani un luogo di cura, tenerezza e amore, senza limiti e senza confini; amore senza confini; questo è ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento.
E c’è speranza, perché ho visto in tutte le nostre comunità e anche al di fuori di esse molte persone capaci di essere questa luce di cui abbiamo bisogno, quindi in tutte queste luci fisiche che vediamo a Natale, dobbiamo vedere anche le luci di molte persone e comunità che stanno rendendo visibile con la loro vita e la loro testimonianza, quindi dobbiamo continuare ad essere questa presenza luminosa ovunque ci troviamo”.
(Foto: lpj)
Concluso il restauro della facciata della Pieve di Santa Maria
Si sono conclusi i lavori di restauro e consolidamento della superficie lapidea della facciata principale della Pieve di Santa Maria Assunta in Arezzo, uno dei gioielli d’arte e della fede più preziosi per la Chiesa diocesana e la comunità di Arezzo, un edificio tanto bello, quanto fragile.
La facciata, dal piano del sagrato fino al terzo loggiato compreso, è stata sottoposta a un complesso ciclo di interventi con pulitura, consolidamento e successiva protezione del paramento lapideo.
L’intervento, che si è protratto per circa nove mesi, si è concluso nei tempi previsti ed è stato reso possibile grazie a donazioni private, tra cui spicca quella di 1.000.000 di euro effettuata da Patrizio Bertelli, presidente del Gruppo Prada, alla parrocchia.
“Sono felice che in tempi ragionevolmente brevi si sia arrivati a questo bel risultato, dice il vescovo Andrea Migliavac. Sono grato alla Soprintendenza per la celerità con cui è stata trattata la pratica, al dott. Bertelli per il contributo che rende possibile questo intervento, a don Alvaro e al nostro ufficio beni culturali e quello tecnico per aver seguito le procedure e a tutti coloro che si sono attivati.
Si tratta di un intervento reso possibile grazie all’interessamento ed al contributo a partire dalla parrocchia, la Soprintendenza, il Comune, i tecnici e impresari e alcuni finanziatori che, compreso il valore dell’opera, non hanno fatto mancare un concreto aiuto. Tra i tanti va anche da parte mia ringraziato Patrizio Bertelli del gruppo Prada per il suo decisivo e importante intervento di finanziamento. Una chiesa come è la Pieve è patrimonio della diocesi, ma anche di tutta la città di Arezzo.
Essa custodisce e riassume il racconto di secoli di storia e di fede, di vicende di vita e di volti che hanno varcato la sua soglia per trovare pace, speranza, consolazione e l’incontro con il Signore della vita. La facciata in particolare racconta queste tracce di Vangelo e di fede, di storia cristiana e di sguardo alla città”.
“La Pieve ci rammenta quanto importante sia continuare a perseguire gli obiettivi di una proficua
collaborazione tra lo Stato e la Chiesa, secondo quanto previsto dall’Accordo di revisione del Concordato del 1984, dalle Intese Ministero e CEI del 1996, 2000 e 2005, tradotta in concrete azioni di tutela e valorizzazione – spiega il Soprintendente arch. Gabriele Nannetti –. La necessità di procedere celermente con sostanziosi interventi conservativi sull’imponente monumento, segnato però da una fragilità intrinseca nel materiale lapideo che lo caratterizza, ha favorito l’attivazione di fondamentali sinergie tra la Diocesi, la Soprintendenza e l’imprenditoria locale.
All’intervento di restauro conservativo eseguito sulla facciata principale, condotto dalla Diocesi, si affianca quello della Soprintendenza, finalizzato alla riduzione della vulnerabilità statica e sismica del campanile, dell’abside e del transetto”.
Il restauro sulla facciata della Pieve ha previsto, ove indispensabile per motivi strutturali, la reintegrazione delle parti fortemente degradate e la sostituzione del fusto della colonna del secondo loggiato spezzatosi il 12 giugno 2023. Un lavoro effettuato con materiale lapideo identico o comunque somigliante all’originale in modo da garantire la distinguibilità dell’intervento di restauro, contemperando al tempo stesso l’esigenza storica con quella estetica e strutturale.
Nell’esprimere la soddisfazione per il compimento di questo intervento, si auspica altresì che si avviino al più presto i lavori previsti dal Ministero per l’ulteriore e necessario restauro della Pieve.
Il progetto di restauro della facciata principale della Pieve di Santa Maria Assunta in Arezzo e delle opere architettoniche è a cura dell’architetto Lorenza Carlini e insieme a Sandro Ceccolini, direttrice operativa; i lavori sono stati eseguiti dall’impresa Capannini Massimo e Alessandro; l’ingegner Gaetano Parisi, è stato il responsabile per la sicurezza; gli Uffici della Curia hanno seguito passo passo tutti i lavori e la cura del volume commemorativo.
Con sincera gratitudine desidero esprimere il mio ringraziamento a coloro che ci hanno permesso di
arrivare oggi al traguardo del restauro della facciata della Pieve. In particolare il cavalier Patrizio Bertelli, antico parrocchiano e come Vasari, legato da sempre alla Pieve e testimone delle gioie e dei dolori della sua famiglia, insieme al ringraziamento all’avvocato Gatteschi, prezioso tramite.
La ditta AEC Illuminazione s.r.l. per le luci della facciata. Il Rotary Club Arezzo Est per la costruzione della bussola in vetro con particolare ringraziamento al signor Marco Montini, promotore e finanziatore dell’iniziativa e all’attuale presidente dott.ssa Paola Falcone. La
Banca Crédit Agricole Italia per il restauro dei tre portoni settecenteschi della Pieve e le spese di realizzazione del volume dedicato all’evento di inaugurazione. La ditta Novart s.p.a. di Maurizi Claudia. La ditta Oro Flash s.r.l. di Paffetti Mauro.
Un ringraziamento particolare va ai vari benefattori che con la loro offerta anonima hanno contribuito a questo importante traguardo. Un grazie al cavaliere Alberto Papini del Rotary Club Arezzo, prezioso collaboratore per tutte le iniziative di restauro. Un doveroso ricordo va a una persona che si è prodigata lungamente per questo progetto, il signor Romolo Bianchini recentemente scomparso. Un grazie inoltre va a tutti coloro che hanno contribuito a una rapida soluzione del complesso restauro.
(Foto: Diocesi di Arezzo)
Papa Leone XIV ricorda l’importanza dell’archeologia cristiana
“Ricorrono oggi cent’anni da quando il mio venerato predecessore Pio XI, nel Motu proprio ‘I primitivi cemeteri di Roma cristiana’, ricordava come ‘i Romani Pontefici riguardarono sempre come loro stretto dovere la tutela e la custodia’ del patrimonio sacro, in particolare i ‘cemeteri sotterranei comunemente appellati Catacombe’, senza trascurare ‘le basiliche fiorite entro le mura della Città di Roma con i loro grandiosi mosaici, le serie innumerevoli delle iscrizioni, le pitture, le sculture, la suppellettile cemeteriale e liturgica’. Nel medesimo documento Pio XI menzionava il ‘non mai abbastanza lodato Giovanni Battista de Rossi’ e ‘l’infaticabile investigatore delle sacre romane antichità Antonio Bosio’, cioè gli iniziatori dell’archeologia cristiana”: lo ha detto papa Leone XIV ai professori, studenti e familiari del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana ricevuti in occasione dei 100 anni di attività.
Quindi nella festa di san Damaso patrono dell’Istituto, il Papa ha ricordato quanto l’archeologia possa essere parte della diplomazia della cultura e occasione di riflessioni sulle radici cristiane dell’Europa:: “In quella occasione il papa aveva deliberato di aggiungere alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e alla Pontificia Accademia Romana di Archeologia il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, al fine di ‘indirizzare giovani volenterosi, di ogni paese e nazione, agli studi e alle ricerche scientifiche sopra i monumenti delle antichità cristiane’. A un secolo di distanza, tale missione è più che mai viva, grazie anche ai congressi internazionali di archeologia cristiana, attraverso i quali l’Istituto promuove gli studi in una disciplina che è caratterizzante non solo per le scienze storiche, ma anche per la fede e per l’identità cristiana”.
Proprio in questo giorno il papa ha pubblicato una lettera, della quale ha puntualizzato alcuni punti: “In primo luogo, l’insegnamento di ‘Archeologia cristiana’, inteso come lo studio dei monumenti dei primi secoli del Cristianesimo, ha un proprio statuto epistemologico per le sue specifiche coordinate cronologiche, storiche e tematiche. Ciò nonostante, notiamo che in altri contesti tale insegnamento viene inserito nell’ambito dell’archeologia medievale.
Al riguardo, suggerisco di farvi sostenitori della specificità della vostra disciplina, in cui l’aggettivo ‘cristiana’ non vuole essere espressione di una prospettiva confessionale, bensì qualifica la disciplina stessa con una propria dignità scientifica e professionale”.
Inoltre l’archeologia cristiana è uno ‘strumento’ per valorizzare l’ecumenismo, ricordando il suo primo viaggio apostolico: “L’archeologia cristiana, inoltre, è un ambito di studio che riguarda il periodo storico della Chiesa unita, per cui può essere un valido strumento per l’ecumenismo: infatti, le diverse Confessioni possono riconoscere le loro comuni origini attraverso lo studio delle antichità cristiane e fomentare così l’aspirazione alla piena comunione.
A tal proposito, ho potuto fare questa esperienza proprio nel mio recente viaggio apostolico, quando a İznik, l’antica Nicea, ho commemorato il primo Concilio ecumenico insieme con i rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali. La presenza dei resti degli antichi edifici cristiani è stata per tutti noi emozionante e motivante. Su questo tema, ho apprezzato la giornata di studio che avete organizzato in collaborazione con il Dicastero per l’Evangelizzazione”.
Ecco che l’archeologia cristiana può diventare una ‘diplomazia della cultura’: “Vi esorto, altresì, a prendere parte, attraverso i vostri studi, a quella “diplomazia della cultura”, di cui il mondo ha molto bisogno ai nostri giorni. Attraverso la cultura l’animo umano oltrepassa i confini delle nazioni e supera gli steccati dei pregiudizi per mettersi al servizio del bene comune. Anche voi potete contribuire a costruire ponti, a favorire incontri, ad alimentare la concordia”.
Ed a distanza di 100 anni ecco un altro giubileo: “Pertanto il vostro Istituto, in un certo senso, si trova idealmente proteso tra la pace e la speranza. Ed in effetti voi siete portatori di pace e di speranza dovunque operate con i vostri scavi e le vostre ricerche, così che, riconoscendo il vostro vessillo bianco e rosso con l’immagine del Buon Pastore, vi possano spalancare le porte non solo in quanto portatori di sapere e di scienza, ma anche come annunciatori di pace”.
Mentre nella lettera il papa ha ricordato la formazione offerta da questo Istituto Pontificio: “In tutti questi anni, il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana ha formato centinaia di archeologi del cristianesimo antico provenienti, come gli stessi professori, da tutte le parti del mondo, i quali, rientrati nei propri Paesi, hanno ricoperto importanti incarichi di docenza o di tutela; ha promosso ricerche a Roma e nell’intero orbe cristiano; ha svolto un efficace ruolo internazionale per la promozione dell’archeologia cristiana, sia con l’organizzazione dei ciclici congressi e con numerose altre iniziative scientifiche, sia per le strette relazioni e gli scambi costanti con università e centri di studio di tutto il mondo”.
Ed è stato anche promotore della pace: “L’Istituto ha saputo essere, in alcuni momenti, promotore di pace e di dialogo religioso, ad esempio organizzando il XIII Congresso internazionale a Spalato durante la guerra nella ex-Jugoslavia (scelta difficile e con molti dissensi nell’ambiente accademico) o confermando la propria operatività con missioni all’estero in Paesi politicamente instabili. Non ha mai derogato agli obiettivi dell’alta formazione, privilegiando il contatto diretto con le fonti scritte e i monumenti, tracce visibili e inequivocabili delle prime comunità cristiane, attraverso visite, soprattutto alle catacombe e alle chiese di Roma, ed i viaggi annuali di studio nelle aree geografiche interessate dalla diffusione del Cristianesimo”.
Quindi l’archeologia cristiana ha avuto un ruolo importante sia per la Chiesa sia per la società: “Il cristianesimo non è nato da un’idea, ma da una carne. Non da un concetto astratto, ma da un grembo, da un corpo, da un sepolcro. La fede cristiana, nel suo cuore più autentico, è storica: si fonda su eventi concreti, su volti, su gesti, su parole pronunciate in una lingua, in un’epoca, in un ambiente. E’ questo che l’archeologia rende evidente, palpabile. Essa ci ricorda che Dio ha scelto di parlare in una lingua umana, di camminare su una terra, di abitare luoghi, case, sinagoghe, strade”.
L’archeologia cristiana è, dunque, un aiuto fondamentale per capire la fede: “Non si può comprendere fino in fondo la teologia cristiana senza l’intelligenza dei luoghi e delle tracce materiali che testimoniano la fede dei primi secoli. Non è un caso che l’evangelista Giovanni apra la sua Prima Lettera con una sorta di dichiarazione sensoriale: ‘Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita’. L’archeologia cristiana è, in un certo senso, una risposta fedele a queste parole. Essa vuole toccare, vedere, ascoltare il Verbo che si è fatto carne. Non per fermarsi a ciò che è visibile, ma per lasciarsi condurre al Mistero che vi si cela”.
Ecco l’importanza di una teologia dei sensi: “L’archeologia, occupandosi dei vestigi materiali della fede, educa a una teologia dei sensi: una teologia che sa vedere, toccare, odorare, ascoltare. L’archeologia cristiana educa a questa sensibilità… In tal senso, l’archeologia è anche scuola di umiltà: insegna a non disprezzare ciò che è piccolo, ciò che è apparentemente secondario. Insegna a leggere i segni, a interpretare il silenzio e l’enigma delle cose, a intuire ciò che non è più scritto. E’ una scienza della soglia, che sta tra la storia e la fede, tra la materia e lo Spirito, tra l’antico e l’eterno”.
Ed è anche una scuola di educazione all’ecologia spirituale: “E’ un’educazione al rispetto della materia, della memoria, della storia. L’archeologo non butta via, ma conserva. Non consuma, ma contempla. Non distrugge, ma decifra. Il suo sguardo è paziente, preciso, rispettoso. E’ lo sguardo che sa cogliere in un pezzo di ceramica, in una moneta corrosa, in un’incisione consunta il respiro di un’epoca, il senso di una fede, il silenzio di una preghiera. E’ uno sguardo che può insegnare molto anche alla pastorale e alla catechesi di oggi”.
L’archeologia cristiana è un aiuto essenziale alla Chiesa: “Questo è ancora oggi il compito dell’archeologia cristiana: aiutare la Chiesa a ricordare la propria origine, a custodire la memoria viva dei suoi inizi, a narrare la storia della salvezza non solo con parole, ma anche con immagini, forme, spazi. In un tempo che spesso smarrisce le radici, l’archeologia diventa così strumento prezioso di un’evangelizzazione che parte dalla verità della storia per aprire alla speranza cristiana e alla novità dello Spirito”.
Infatti aiuta a riscoprire le radici: “Parla ai credenti, che riscoprono le radici della loro fede; ma parla anche ai lontani, ai non credenti, a quanti si interrogano sul senso della vita e trovano, nel silenzio delle tombe e nella bellezza delle basiliche paleocristiane, un’eco di eternità. Parla ai giovani, che spesso cercano autenticità e concretezza; parla agli studiosi, che vedono nella fede non un’astrazione ma una realtà storicamente documentata; parla ai pellegrini, che ritrovano nelle catacombe e nei santuari il senso del cammino e l’invito alla preghiera per la Chiesa”.
Ed ha un riflesso per la teologia della Rivelazione: “In una prospettiva più sistematica, è possibile affermare che l’archeologia ha una rilevanza specifica anche nella teologia della Rivelazione. Dio ha parlato nel tempo, attraverso eventi e persone. Ha parlato nella storia di Israele, nella vicenda di Gesù, nel cammino della Chiesa. La Rivelazione è dunque sempre anche storica. Ma se è così, allora la comprensione della Rivelazione non può prescindere da un’adeguata conoscenza dei contesti storici, culturali e materiali nei quali essa si è realizzata.
L’archeologia cristiana contribuisce a questa conoscenza. Essa illumina i testi con le testimonianze materiali. Interroga le fonti scritte, le completa, le problematizza. In alcuni casi, conferma l’autenticità delle tradizioni; in altri, le ricolloca nel loro giusto contesto; in altri ancora, apre nuove domande. Tutto questo è teologicamente rilevante. Perché una teologia che voglia essere fedele alla Rivelazione deve restare aperta alla complessità della storia”.
Quindi la lettera è terminata con un invito allo studio per non perdere la memoria: “Chi conosce la propria storia, sa chi è. Sa dove andare. Sa di chi è figlio e a quale speranza è chiamato. I cristiani non sono orfani: hanno una genealogia di fede, una tradizione viva, una comunione di testimoni. L’archeologia cristiana rende visibile questa genealogia, ne custodisce i segni, li interpreta, li racconta, li trasmette. In questo senso, essa è anche ministero di speranza.
Perché mostra che la fede ha già attraversato epoche difficili. Ha resistito alle persecuzioni, alle crisi, ai cambiamenti. Ha saputo rinnovarsi, reinventarsi, radicarsi in nuovi popoli, fiorire in nuove forme. Chi studia le origini cristiane, vede che il Vangelo ha sempre avuto una forza generativa, che la Chiesa è sempre rinata, che la speranza non è mai venuta meno”.
(Foto: Santa Sede)
Giuseppe Lubrino: la difesa della fede in Joseph Ratzinger
“Nel panorama culturale attuale, come Chiesa e come umanità, siamo immersi in un’epoca di profonde trasforma-zioni, di sfide inedite e di interrogativi che scuotono le fondamenta stesse del nostro vivere e del nostro credere. In que-sto scenario complesso, il pensiero teologico di Joseph Ratzinger, poi Papa Benedetto XVI, risuona con una pertinenza ed una profondità che, lungi dall’essere attenuate dalla sua dipartita terrena, appaiono ogni giorno più luminose e necessarie.
Il saggio di Giuseppe Lubrino, ‘Difendere la Fede: la teoria di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI. Una Risposta a Paolo Flores d’Arcais’, è un’occasione preziosa per riappropriarci di questa ricchezza intellettuale e spirituale. L’autore ci offre una confutazione puntuale e argomentata delle accuse mosse da Paolo Flores d’Arcais, dimostrando come la visione di Ratzinger non fosse affatto quella di un ‘oscurantista’ o di un ‘antimo-dernista’ chiuso al dialogo, bensì quella di un pensatore acuto e coraggioso, impegnato a tessere un dialogo fecondo tra fede e ragione, tra Cristianesimo e modernità. Potrebbe sembrare, a prima vista, che l’opera di papa Ratzinger, data la sua scomparsa, abbia concluso un capitolo. Invece, la sua eredità teologica, custodita nei suoi scritti, nelle sue encicliche, nei suoi discorsi, rappresenta una fonte inesauribile a cui attingere per orientarci nel presente…
Affrontare i temi di attualità con una solida preparazione teologica significa attingere a fonti autorevoli come quella offerta dal magistero ratzingeriano. Significa comprendere che la modernità non è un nemico da combattere, ma un campo in cui seminare il Vangelo, riconoscendo i grandi valori che in essa sono germinati anche grazie al Cristianesimo”.
Dall’introduzione del domenicano, fra Gabriele Giordano M. Scardocci, al volume ‘Difendere la Fede: la teoria di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI. Una Risposta a Paolo Flores d’Arcais’ del prof. Giuseppe Lubrino, docente di religione cattolica, prendiamo spunto per farci raccontare il motivo di questo libro: “Questo libro nasce da una conversazione con il prof. Pasquale Giustiniani, docente di filosofia, teologo e autore di numerosi libri e saggi.
Prevalentemente, esso intende far conoscere, ad un pubblico più ampio, la ricchezza e la profondità del pensiero teologico di Joseph Ratzinger. Ho provato (in punta di piedi) a fornire una lettura alternativa della parabola ratzingeriana, così come presentata dal noto filosofo Paolo Flores d’Arcais nel suo saggio ‘La fede e l’anatema. La crociata oscurantista di Benedetto XVI contro la modernità’. Il direttore di Micromega effettua un bilancio dell’insegnamento e del pontificato ratzingeriano piuttosto negativo, e le sue disquisizioni sembrano essere più dettate da finalità ideologiche che da reali esigenze ermeneutiche”.
Perchè papa Ratzinger ha cercato di instaurare un dialogo tra fede e ragione?
“Ratzinger (a mio modesto parere) può essere definito un pioniere del dialogo tra ‘fides et ratio’. Il motivo principale per cui egli ha insistito su tale aspetto, credo risieda nel fatto che Benedetto XVI ritenesse indispensabile, per poter risvegliare il problema di Dio nella coscienza dell’uomo contemporaneo, recuperare la dimensione razionale della fede. La fede cristiana è sorretta da un utilizzo adeguato della ragione.
Senonché la religione oggi (come egli sapientemente afferma nell’introduzione del suo bestseller ‘Introduzione al Cristianesimo’) rischia di assomigliare al clown descritto da Kierkegaard. La lectio magistralis tenuta a Ratisbona nel 2006 costituisce una pietra miliare in tal senso: l’incontro tra rivelazione biblica e pensiero greco è alla base della civiltà occidentale ed europea. Recuperare il ‘cuore’ di tale civiltà, ispirata ai grandi valori umani, significa promuovere un dialogo autentico tra fede e ragione. Da questi presupposti si può cogliere anche l’influenza che Sant’Agostino ha esercitato sul papa tedesco”.
Però anche la Chiesa alcune volte ha chiuso a questo dialogo?
“Se ci si riferisce al Sillabo (elenco contenente i principali errori del nostro tempo, chiamato Sillabo, ndr) pubblicato l’8 dicembre 1864, bisogna essere cauti. La Chiesa, pur essendo un’istituzione divina, è formata da esseri umani fragili e peccatori. Pertanto, in tutte le stagioni della storia umana, essa è stata caratterizzata da luci e ombre, santi e uomini meno santi. Fondamentalmente, la Chiesa non ha mai rigettato il dialogo. Tuttavia, in alcune epoche ha esercitato un’eccessiva prudenza. Laddove si rinnega il dialogo tra fede e ragione, come Ratzinger ha affermato più volte, si sfocia in un mero ed aggressivo fondamentalismo”
Quale è il ruolo educativo della Chiesa per il pensiero ratzingeriano?
“Credo che la Chiesa oggi, sotto la guida paterna e sapiente di papa Leone XIV, debba valorizzare e diffondere l’insegnamento di Joseph Ratzinger, che costituisce un’eredità spirituale molto ricca in termini di cultura e spiritualità, e molto equilibrata per i tempi che viviamo. Ratzinger è un pioniere della ‘paideia’ cristiana. Recuperare l’aspetto educativo e formativo della fede credo sia molto efficace in un’epoca in cui i giovani sono sempre più esposti a nuove e aggressive forme di disagio, disorientamento e confusione esistenziale. Ritrovare nei fondamenti della civiltà cristiana un porto sicuro non appare temerario”.
Quale è stato l’approccio di papa Benedetto XVI nei confronti del dialogo interreligioso, specialmente con l’ebraismo?
“Contrariamente alle numerose accuse ricevute, Benedetto XVI ha curato molto il dialogo interreligioso e, in modo particolare, quello con l’Ebraismo. La sua corrispondenza con il rabbino Arie Folger ne costituisce un esempio emblematico in tal senso”.
Cosa è la storia per Ratzinger?
“”Riprendendo una delle fonti principali del suo pensiero teologico, ovvero san Bonaventura, per Ratzinger la storia è essenzialmente un ‘luogo teologico’, ovvero lo spazio entro cui il Dio della Rivelazione giudeo-cristiana si è fatto conoscere dall’umanità in maniera graduale e progressiva. La storia è metaforicamente il “teatro” entro cui si realizza il progetto salvifico di Dio a favore dell’umanità. E’ epifania e svelamento del Dio-Uomo”.
(Tratto da Aci Stampa)



























