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Non ti scordar di me: storia e oblio del Genocidio Armeno
Il libro di Vittorio Robiati Bendaud Non ti scordar di me. Storia e oblio del Genocidio Armeno (Edizioni Liberilibri, Macerata 2025, Pagg. XXVIII-180 – € 18), preceduto da un Saggio introduttivo di Paolo Mieli (pp. I-XVIII), esce in occasione del 110° anniversario dell’eccidio che portò, da parte dell’impero Ottomano (Stato turco musulmano durato dal 1300 al 1922), all’assassinio di un milione e mezzo di innocenti. Una vicenda che, purtroppo, molti cercano ancora di nascondere o minimizzare e, pertanto, ben venga l’accurato racconto e la documentata analisi della storia e delle cause di questa colossale tragedia ad opera di Robiati Bendaud, che è saggista e filosofo oltre che Rabbino discendente di italiani e di ebrei di Libia.
L’Autore ha il merito in questo lavoro di mostrare la bruciante attualità del genocidio armeno che, infatti, come ribadisce Mieli nella sua prefazione, è «tuttora in essere» nonostante un «negazionismo, magistralmente perseguito e realizzato» soprattutto dall’attuale Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan. Un negazionismo che è «parte costitutiva, anzi “essenziale” del processo genocidario» aggiunge l’ex direttore del Corriere della sera (dal 1992 al 1997 e dal 2004 al 2009) e, oltretutto, che «ha permesso, ai nostri giorni, il riattivarsi di politiche belliche contro gli armeni».
Il Metz Yeghérn, o Grande Male, consumatosi fra il 1915 e il 1921 e finalizzato all’annientamento della popolazione armena, è stato definito il “peccato originale del Novecento”. Da allora fino ai nostri giorni, la Repubblica di Turchia, erede diretta dell’Impero ottomano, non è stata sanzionata né punita, come invece è accaduto alla Germania alla fine della Prima guerra mondiale, né tantomeno obbligata a fare i conti con il proprio crimine contro l’umanità, com’è avvenuto in seguito alla caduta del nazionalsocialismo.
Gli armeni sono tuttora sotto l’attacco di Ankara e di Baku (capitali della Turchia e Azerbaijan), vittime di pulizia etnica e di etnocidio nei territori dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh) nel silenzio quasi totale del “mondo libero”. Funzionale alle antiche e nuove politiche antiarmene è appunto l’inquietante e profondamente ingiusto negazionismo del Metz Yeghérn che dura incredibilmente da oltre un secolo. Tale negazionismo, “di Stato” in Turchia e in Azerbaijan, trova ora insidiosa sponda anche in Occidente grazie a politici, giornalisti e intellettuali compiacenti e a finanziamenti a dipartimenti accademici sui quali l’Autore accende finalmente una luce rischiaratrice.
L’uscita del libro ha costituito un’occasione preziosa di ritorno di approfondimento, da parte del mondo politico-istituzionale italiano, su questa pagina drammatica del Novecento, contribuendo a riportare al centro dell’attenzione la memoria del genocidio armeno. Un importante incontro-dibattito di presentazione del volume di Robiati Bendaud, infatti, si è tenuto il 7 maggio 2025 alla Camera dei deputati con la partecipazione, fra gli altri, del Presidente della Camera Lorenzo Fontana, del Ministro della Giustizia Carlo Nordio e dei deputati Chiara Gribaudo (Pd), Giulio Centemero (Lega) e Maurizio Lupi (Noi con l’Italia-USEI). All’evento ha preso parte anche l’ambasciatore armeno in Italia, Vladimir Karapetyan, il quale fra l’altro ha espresso profonda gratitudine per il sostegno italiano e per l’approvazione parlamentare, nel 2019, della mozione sul riconoscimento del genocidio del suo popolo. Il video integrale della presentazione è stato quindi pubblicato sul sito istituzionale della Camera dei deputabile ed è raggiungibile al link: https://webtv.camera.it/.
Vittorio Robiati Bendaud, studioso cresciuto alla scuola del rabbino e storico italiano Giuseppe Laras (1935-2017), è da anni impegnato a livello internazionale nel dialogo ebraico-cristiano. Autore del saggio La stella e la mezzaluna. Breve storia degli ebrei nei domini dell’Islam, con Nota introduttiva di Antonia Arslan (Guerini e Associati, Milano 2018), ha già scritto per Liberilibri il saggio Il viaggio e l’ardimento. Nove avventure di viaggio, fra le Marche e la Terrasanta, emblemi della diaspora ebraica (Introduzione di Vittorio Sgarbi, 2020) e l’Introduzione al volume I diritti dell’uomo contro il popolo di Jean-Louis Harouel (2019).
Presentazione a Monfalcone (Gorizia) del nuovo libro della senatrice Stefania Craxi ‘All’ombra della storia’
“All’ombra della storia. La mia vita tra politica e affetti” (Edizioni Piemme, Milano 2024, pp. 192). È questo il titolo dell’ultimo libro di Stefania Craxi, figlia di Bettino Craxi (1934-2000), che sarà presentato giovedì 4 settembre, alle ore 18, presso la Sala conferenze della Biblioteca comunale di Monfalcone (via Ceriani 10, ingresso libero).
Si tratta del racconto intimo e appassionato di una figlia che, a distanza di anni, continua a custodire e onorare la memoria di un’eredità profonda: quella di un pensiero, di un ideale politico, di una figura paterna fuori dal comune. Nel volume la senatrice Stefania Craxi (Forza Italia) apre il cassetto dei ricordi e lascia che prendano voce momenti vissuti, riflessioni maturate nel tempo, episodi privati intrecciati alla grande storia. Non è solo il ritratto di Bettino Craxi, uomo politico visionario e divisivo, ma anche quello di un’Italia attraversata da passioni e contraddizioni, un viaggio tra memorie personali e collettive, affettuoso e talvolta amaro.
Il libro ripercorre la storia e gli avvenimenti che portarono alla distruzione della Prima Repubblica per via di quella che è stata definita la “Rivoluzione Giudiziaria del 1992-94” e alla morte in esilio di Bettino Craxi. Quella falsa rivoluzione politica che, in piena democrazia, spazzò via quasi intera la classe dirigente dell’Italia Repubblicana, ovvero quella formatasi nei partiti che per quasi 50 anni avevano promosso la ricostruzione economica e governato, tra alti e bassi ma con una stabilità di fondo il nostro Paese (DC- PSI- PRI- PSDI- PLI).
Una “Rivoluzione Giudiziaria” che, abbattendo l’allora consolidato sistema illegale di finanziamento dei partiti, salvò esclusivamente il PCI-PDS che, più che dagli imprenditori italiani, era in effetti sostenuto con i milioni di Rubli che arrivavano dal Comunismo Sovietico, ma che ebbe il merito, agli occhi del “pool” della Procura di Milano, di assecondare e sostenere l’azione giudiziaria con il retropensiero di divenirne il beneficiario, rimanendo il dominus della Seconda Repubblica.
La vittima eccellente, il capro espiatorio di questa pseudo rivoluzione mediatica-giudiziaria fu Bettino Craxi che, nei quattro anni da Presidente del Consiglio (terzo Governo più longevo della Repubblica Italiana), ebbe il torto – secondo i dirigenti del PCI-PDS – di assecondare l’anima “autonomista” (cioè anti-comunista) del PSI e di sostenere il dissenso anti-sovietico nell’Europa dell’Est.
Da ciò, l’esilio di Hammamet, in Tunisia, tutt’altro che “esilio dorato” come l’hanno definito i mistificatori della storia di Craxi, che infatti stava già male e, nei 6 anni lontano dalla sua patria, visse una pena per le profonde umiliazioni, sofferenze, ingratitudini e mancanze di garanzie processuali a causa delle quali (anche) si aggravò la serie di malattie che nel giro di poco tempo lo portarono alla morte. Morì infatti il 19 gennaio del 2000 a soli 66 anni, a motivo probabilmente di patologie che in Italia potevano essere prima diagnosticata e quindi meglio curate, se gli avessero consentito di farlo.
«Ho visto mio padre morire tra le mie braccia», testimonia mestamente Stefania Craxi nel libro (nel momento della morte, infatti, padre e figlia erano soli, in casa ad Hammamet). E nell’Introduzione aggiunge in proposito: «A distanza di anni, resta viva in me l’indignazione per la sua sorte, l’epilogo di una vicenda che segna uno squarcio nella mia anima ma che al contempo costituisce una ferita, tutt’altro che rimarginata, nell’Italia di ieri e di oggi. Una ingiustizia che ha colpito Craxi e l’intera comunità socialista in primis, ma non solo, i cui effetti hanno avuto risvolti drammatici sulla vita di migliaia di persone ma, ancor più hanno prodotto distorsioni nell’assetto politico e istituzionale che ancora non sono rimarginate…».
Nella conclusione del libro, allo stesso tempo, Stefania Craxi ci lascia pensieri e parole meritevoli di riflessioni per meglio considerare il passato, il presente e il futuro del Paese. «Più passa il tempo – scrive infatti –, più Craxi riprende il posto che gli spetta nella storia positiva della Repubblica. Certo, l’ingiustizia non si può cancellare… Quando decisi di intraprendere la battaglia politica a difesa della verità, mi vennero in mente le sue parole: “Finché sono vivo mi difendo da solo, quando sarò morto chi mi difenderà?…”».
E da quel momento, l’impegno eroico della senatrice Craxi è continuato, promuovendo già nel 2000 la nascita a Roma della Fondazione Bettino Craxi (che oggi è uno dei più importanti centri storico-politico-culturale), e in tante iniziative per la difesa di quella grande storia del politico e statista Bettino Craxi, per molti aspetti ingiustamente mistificata e offesa.
Stefania Craxi attualmente è presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato della Repubblica. Sottosegretario di Stato alla Farnesina dal 2008 al 2011 nel governo Berlusconi IV con delega all’Asia e al Mediterraneo, è stata deputato dal 2006 al 2013 e dal 2018 senatrice per Forza Italia. Nella sua “prima” vita ha lavorato come produttrice televisiva. Sposata con Marco Bassetti, è madre di Federico, Anita e Benedetta e nonna di Stella e Cesare.
Per ulteriori informazioni sulla presentazione del libro a Monfalcone si può scrivere all’indirizzo di posta elettronica biblioteca@comune.monfalcone.go.it o telefonare al numero 388/377.24.20.
Meeting di Rimini: alla scoperta degli spettacoli con Otello Cenci
Sono 17 gli spettacoli che fino a mercoledì 27 agosto animano le serate del Meeting dell’Amicizia tra i popoli a Rimini, che prende il titolo da una frase tratta da ‘I cori della Rocca’ di Eliot, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’, che al Teatro Galli di Rimini ha aperto venerdì 22 agosto con lo spettacolo, diretto dal regista statunitense Jared McNeill, ‘The Rock – Cori da La Rocca’ ed interpretato da Sergio Castellitto (già in sold out), questa 46^ edizione, a cui seguirà un ricco palinsesto di opere teatrali e musica.
Ispirato all’opera omonima di T.S. Eliot, lo spettacolo inaugurale è un omaggio, tra musica e recitazione, al poeta inglese, figura centrale della letteratura del XX secolo, ma è anche l’album di esordio dello stesso McNeill, realizzato in collaborazione con il compositore Claudio Scarabottini. Le musiche, che spaziano tra elettronica pop, gospel, blues e world music, si fondono con le voci intense degli interpreti, restituendo nuova forza ai versi di Eliot.
Sempre al Teatro Galli, domenica 24 agosto, è in programma ‘Joseph & Bros’, una raccolta di storie e frammenti di vita dal carcere che, in una cella dove la convivenza forzata tra tre uomini diventa occasione di confronto, mettono in discussione stereotipi, pregiudizi e distanze culturali.
Però, come ogni anno, gli spettacoli e i concerti del Meeting vanno in scena anche in Fiera: come ‘La fregatura di avere un’anima’ di e con Giacomo Poretti, che sabato 23 ha esplorato il mistero dell’essere genitori: uno spettacolo scritto e interpretato dall’attore milanese in occasione dei 50 anni di Tracce.
Mentre lunedì 25 agosto nell’Auditorium Isybank D3, si potrà ascoltare la ‘Serenata per archi’ di Dvořák, suonata dai giovani musicisti e professionisti dell’Orchestra Enzo Piccinini, un vero e proprio inno all’umano attraverso la musica classica; l’ensemble che dà vita a questo concerto porta il nome del medico scomparso nel 1999 al quale la storia del Meeting è legata tanto che l’anno scorso gli è stata dedicata una mostra.
Sempre in città, al Teatro Tarkovskij, gli studenti del liceo ‘Don Gnocchi’ di Carate Brianza (MB) portano in scena ‘La bottega dell’orefice’ (anche questo sold out) di Karol Wojtyla ed, alla Corte degli Agostiniani, il gruppo corale e strumentale ‘Ologramma’, fatto di musicisti, musicoterapeuti e ragazzi fragili, tutti accomunati dall’amore per la musica, propone ‘Peace rock: Step made of songs’, un viaggio sonoro ed umano, dove ogni brano diventa occasione per avvicinarsi e conoscersi. Al Teatro Galli si torna martedì 26 agosto per ascoltare brani da ‘Le Confessioni di sant’Agostino’ (altro sold out) con Alessandro Preziosi: un viaggio nel cuore dell’anima, grazie a un testo che è tra i più profondi e influenti della tradizione cristiana e della letteratura mondiale.
E poi ancora tanta musica dal vivo nelle Piscine della Fiera: da Zapotec di Francesco Picciano, ai The Sun, band rock con un’anima (e un seguito) incredibile, fino al concerto dei Rotattada, la band del CLU di Bologna, nata da una forte amicizia all’interno del movimento. Due eventi ricordano poi l’artista e l’uomo Lucio Dalla, la sua genialità e ironia: la lezione e spettacolo ‘Se io fossi un angelo’ di Cristiano Governa e la serata ‘Aspettiamo senza avere paura, domani’, tra racconto e canzone. Infine nella serata conclusiva un omaggio, con il concerto-tributo, a Claudio Chieffo nell’ottantesimo dalla nascita; e la quinta edizione del Meeting Music Contest, competizione musicale nata dalla sinergia con il Mei di Faenza, senza dimenticare la rassegna di spettacoli, ancora più ampia e varia degli anni scorsi, al Villaggio Ragazzi, serate comprese.
Per vedere meglio le opportunità ‘spettacolari’ offerte dal Meeting dell’Amicizia tra i popoli, abbiamo incontrato Otello Cenci, responsabile degli spettacoli: come è possibile costruire nei luoghi deserti con mattoni nuovi attraverso gli spettacoli?
“Il titolo, tratto dall’opera di T.S. Eliot del 1934, evoca la speranza di ricostruzione: là dove tutto sembra arido (relazioni, senso, comunità) la cultura e l’arte possono diventare ‘mattoni nuovi’. Gli spettacoli del Meeting non sono evasione, ma esperienze vive di incontro, bellezza e verità: momenti in cui l’arte riaccende lo sguardo, crea legami e restituisce memoria e fiducia”.
Infatti lo spettacolo inaugurale è stato ‘The Rock’: perché il Meeting ha accettato questa sfida?
“The Rock è uno spettacolo che intreccia musica, poesia e teatro, ispirato al celebre poema di Eliot ‘Choruses from The Rock’. Le musiche, che spaziano dall’elettronica al pop, dal gospel al blues e alla world music, sono firmate da Claudio Scarabottini, in collaborazione con l’artista statunitense Jared McNeill. E’ un progetto che unisce generazioni (giovani non professionisti e artisti di grande esperienza come Sergio Castellitto) per offrire al pubblico un’esperienza intensa e suggestiva, capace di far risuonare le domande provocatorie di quest’opera poetica”.
Inoltre il Meeting si chiude con un tributo a Claudio Chieffo: quanto ha costruito con mattoni nuovi in luoghi deserti?
“Claudio Chieffo ha costruito ovunque ‘mattoni nuovi’ con la vivacità di una vita piena di amicizia, gioia e condivisione. La sua arte, radicata nell’esperienza di fede nata in Comunione e Liberazione, si è espressa in decine di brani originali e profondi. La serata sarà una festa condotta dai figli Martino e Benedetto, che proporranno i pezzi più giocosi e divertenti del padre: un omaggio che celebra vita, libertà e amicizia autentica”.
In questo percorso il pubblico sarà aiutato da ‘Le Confessioni di sant’Agostino’ con Alessandro Preziosi: un testo che racconta che questa costruzione non è inutile?
“Le Confessioni sono un cammino di ricerca interiore, fragilità e grazia. Con la sensibilità di Alessandro Preziosi, il testo di Agostino diventa voce intensa di un’esperienza spirituale viva. Ci ricorda che ogni costruzione di verità e di bene, anche se silenziosa o nascosta, genera futuro e significato”.
In conclusione: una settimana piena di occasioni da non perdere?
“Assolutamente sì. Sarà una settimana ricca di appuntamenti, da scoprire sul sito del Meeting di Rimini, che coinvolgeranno l’intero territorio. Presso il Teatro Galli, oltre agli spettacoli già citati, andrà in scena il divertente e significativo ‘Joseph and Bros’, tratto dal testo di Ignazio De Francesco. Sul Palco delle Piscine della Fiera, tutte le sere, musica d’autore ed, in particolare, la serata finale della quinta edizione del Meeting Music Contest, organizzata in collaborazione con il MEI di Faenza, con centinaia di iscritti e sei finalisti che si esibiranno davanti a una giuria presieduta da Cristiano Godano, voce e leader dei Marlene Kuntz, e da Casadilego, vincitrice di X Factor 2020.
Nell’Auditorium della Fiera di Rimini si potrà assistere al capolavoro sinfonico di A. Dvořák, Serenata per archi op. 22, diretto dal maestro Emmanuele Lo Russo ed eseguito dall’Orchestra Piccinini, composta da giovani talenti provenienti da prestigiose formazioni italiane ed estere. Sempre in Auditorium, sarà proposto il monologo ‘semiserio’ di Giacomo Poretti ‘La fregatura di avere un’anima’. Un calendario ricco di appuntamenti per interrogarsi, divertirsi e iniziare a costruire con mattoni nuovi”.
(Foto: Meeting Amicizia tra i Popoli)
A Realmonte (Agrigento) il Premio Letterario ‘Scala dei Turchi – Dina Russiello’ 2025: un tributo al talento siciliano tra storia, poesia e cultura
Nella suggestiva cornice della Villa Romana di Durrueli a Realmonte, in provincia di Agrigento, si è tenuta venerdì scorso la quarta edizione del Premio Letterario ‘Scala dei Turchi – Dina Russiello’, una iniziativa intitolata alla figura di questa donna intellettuale, prematuramente scomparsa e profondamente radicata nel cuore del piccolo ma antico centro il cui nome deriva dal latino medievale ‘Mons Regalis’, che significa Montagna del Re.
Tra i nomi dei premiati la giovane promessa della narrativa siciliana (classe 2003) Beatrice Gucciardo, alla quale è stato conferito il Premio Emergenti per la sua opera prima ‘Una leggera, sottile illusione’, edita da VGS LIBRI. Un riconoscimento che celebra la capacità della scrittrice di restituire al lettore un paesaggio dell’anima in cui le emozioni si muovono con eleganza tra fragilità e introspezione.
Fra gli altri scrittori emergenti lo storico Marco Spada per il saggio ‘Fiumi d’inchiostro tra il Piave e l’Isonzo. I diari di guerra (1915-1918)’ edito da Armando Siciliano Editore.
«In questa curatela – ha spiegato Spada – fortemente voluta dalla splendida comunità di Castel di Lucio e, in primis, dalla docente Maria Rita Sacco, ho voluto mantenere l’originalità del testo trascritto, con fatica ardua, dai diari del fante Giuseppe Iacono arruolatosi nella brigata “Etna” durante la Grande guerra. È stata una sfida tra due giovani – ognuno nella sua rispettiva epoca – che hanno voluto raccontare e riportare ciò che è la guerra, senza fronzoli derivanti da qualsivoglia vezzo letterario. Quattro anni che – conclude lo storico – è stato difficilissimo riassumere in circa centoventi pagine dove trasuda fortemente lo spirito patriottico di un giovane che, fino ad allora, aveva conosciuto soltanto le dure fatiche della vita contadina».
Nella categoria Scrittori affermati l’insegnante siciliano Francesco Bellanti che, nel suo romanzo Il quadro di Stalin (Carello Edizioni, Catanzaro 2023, pp. 158), narra di un quadro raffigurante il dittatore georgiano che scompare in un paese della Sicilia Occidentale che lo scrittore chiama Almeda ma che somiglia molto al suo paese d’origine, cioè Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento.
L’incontro di Realmonte, presentato dalla giornalista e presentatrice televisiva Margherita Trupiano, ha visto la partecipazione di numerosi ospiti, rappresentanti di istituzioni e appassionati in generale di letteratura. Ideato dallo scrittore italo-francese Pascal Schembri, il Premio Scala dei Turchi – Dina Russiello, si conferma anche quest’anno un vero e proprio ‘faro’ sul talento letterario e saggistico siciliano nonché sulla centralità della cultura come forma di memoria, resistenza civile e rinascita.
«Anche quest’anno – ha dichiarato in proposito Schembri, principale patron dell’evento che a Realmonte, suo paese natio, ha fondato una ‘Casa del libro’ le cui profonde motivazioni sono raccontate in una delle sue ultime opere, ‘Figli adottivi’ – accendiamo un faro sulla cultura e sulla ineguagliabile bellezza della Scala dei Turchi, un modo per coniugare la magnificenza del sito con il talento dei siciliani, nel nome di Dina, la mia adorata moglie, che tanto amò questa terra».
E proprio la Villa Romana di Realmonte – affacciata sul mare, custode di mosaici raffinati e memorie antiche – ha fatto da perfetto sfondo a un premio che celebra l’incontro tra le civiltà del passato e i sogni della letteratura futura.
La giuria del Premio ha selezionato anche in questa edizione autori emergenti e scrittori affermati, senza tralasciare poeti, artisti e figure di rilievo nel mondo della cultura e dello spettacolo. Ecco quindi l’elenco completo dei premiati dell’edizione 2025:
‘Premio Emergenti’:
- Beatrice Gucciardo – Una leggera, sottile illusione;
- Marco Spada – Fiumi d’inchiostro tra il Piave e l’Isonzo.
‘Scrittori affermati’:
- Francesco Bellanti – Il quadro di Stalin;
- Gerlando Cilona – Girgenti-Agrigento. Ieri-Oggi, Capitale della Cultura 2025;
- Federico Li Calzi – Il peso del dubbio;
- Enzo Di Natali – Nanà e le luci di Racalmare;
- Giuseppe Crapanzano – Antonio Vaccaro. Avvocato, Sindaco, Capitano;
- Salvatore Parlagreco – Eschilo. L’enigma dell’aquila assassina.
‘Premio ai Poeti’:
- Alberto Guarneri Cirami – I versi perduti;
- Sebastiano Valfrè – Pagine di vita.
Premi Speciali e alla Carriera:
- Giuseppe Iatì – Premio Speciale al Poeta;
- Giuseppina Mira – Premio alla Carriera per ‘È ritornato Francesco’;
- Diego Romeo – Premio alla Carriera per il film ‘La notte dei mandorli in fiore’;
- Gaetano Aronica – Premio alla Carriera;
- Francesco Sidoti – Premio alla Carriera.
‘Premio alla Memoria’: Enzo Alessi.
‘Premio d’Onore’: dott. Salvatore Caccamo, Prefetto di Agrigento.
Per non dimenticare Srebrenica
Durante la guerra del 1992-95, Srebrenica, cittadina situata nella Bosnia orientale, era un’enclave sotto il controllo dell’esercito bosniaco attorniata da città serbe, che ospitava migliaia di musulmani bosniaci. Nel 1993 divenne una zona demilitarizzata sotto la tutela della missione Unprofor delle Nazioni Unite. Tuttavia, nel luglio del 1995 le forze militari serbe invasero la città, uccidendo circa 7-8000 uomini ed espellendo sistematicamente donne, bambini e anziani.
Il Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia (Icty), istituito nel 1993 dalle Nazioni Unite al fine di giudicare coloro che si fossero macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità dopo il 1° gennaio 1991, ha incriminato 21 persone per i delitti commessi a Srebrenica. Tra questi, Radislav Krsti´c è stato il primo a essere giudicato colpevole, nel 2001. I processi contro Radovan Karadži´c, Zdravko Tolimir, Jovica Staniši´c, Franko Simatovi´c sono pendenti. Ratko Mladi´c, a capo dell’esercito dei Serbo-Bosniaci nel 1995, è stato arrestato nel maggio 2011 in Serbia.
Joshua Evangelista, responsabile della comunicazione di ‘Gariwo – Giardino dei Giusti’, ha scritto: “Quel genocidio fu l’apice di una campagna sistematica di pulizia etnica condotta dalle truppe di Ratko Mladić contro la popolazione musulmana bosniaca. In pochi giorni, vennero separati uomini e donne, i bambini strappati alle madri, le donne stuprate, le famiglie annientate. Eppure, mentre la storia ha fissato quei giorni tra i più oscuri dell’Europa contemporanea, la politica e il revisionismo lavorano ancora oggi per oscurarli di nuovo”.
Da questo sterminio iniziò il ‘fallimento’ dell’ONU e dell’Europa: “E in tutto questo, le Nazioni Unite c’erano, ma non agirono. Srebrenica era stata dichiarata safe area dell’ONU nel 1993. A proteggerla, un contingente olandese dell’UNPROFOR, male armato, privo di mandato offensivo, abbandonato dalla comunità internazionale. Quando, nel luglio 1995, le truppe di Mladić sfondarono le linee e iniziarono la separazione sistematica degli uomini dalle donne, i caschi blu non spararono un colpo.
Assistettero inermi. Non ci fu evacuazione, non ci fu intervento aereo, non ci fu resistenza. Fu un fallimento totale della diplomazia e del multilateralismo, che ha lasciato una macchia profonda sull’autorità morale delle Nazioni Unite. Una macchia che ancora oggi attende un’assunzione piena di responsabilità.
Ma non fu solo un fallimento delle Nazioni Unite. Fu anche una disfatta dell’Europa e dell’Occidente. Le richieste d’intervento aereo furono ignorate. I governi occidentali (francesi, britannici, statunitensi) avevano deciso che la neutralità era preferibile alla verità. Che l’equilibrio tra le parti contava più della vita delle persone. Così, il genocidio si consumò sotto gli occhi del mondo. E il mondo guardò altrove”.
Nel discorso alle Nazioni Unite il direttore del Memoriale di Srebrenica, Dott. Emir Suljagić, ha sottolineato il valore del ricordo: “Ricordare e onorare Srebrenica oggi, per noi, significa riconoscere un tempo in cui ci è stata negata l’umanità. Significa riconoscere l’arduo cammino che abbiamo dovuto intraprendere per affermare la nostra dignità umana e il nostro diritto al ricordo e al lutto. La nostra lotta continua ancora oggi. Stiamo ancora combattendo per il possesso della nostra narrazione, per assicurarci che Srebrenica non venga relegata ai margini della storia, ridotta a un evento minore in un’epoca altrimenti pacifica e prospera”.
Mentre nel sito dell’Osservatorio dei Balcani e Caucaso la giornalista Nicole Corritore ha parlato di una ferita ancora aperta: “Delle ufficiali 8372 vittime del genocidio di Srebrenica, mancano all’appello ancora un migliaio di persone. In caso di resti già identificati tramite l’analisi del DNA, alcuni familiari preferiscono aspettare per la tumulazione, nella speranza di ricostruire gli scheletri dei loro cari allora occultati in fosse comuni primarie, secondarie, terziarie… Mentre per altri o non si è trovato ancora alcun resto, oppure giacciono senza un nome nei centri di identificazione.
Accanto a Fata verranno tumulati due giovani di 19 anni, Senajid Avdić e Hariz Mujić, accanto a Hasib Omerović (34), Sejdalija Alić (47), Rifet Gabeljić (31) e Amir Mujčić (31). I resti di queste persone sono stati esumati negli anni passati in diverse fosse comuni nelle zone di Liplje, Baljkovica, Suljići, Kameničko brdo e nella maggior parte dei casi di loro verranno tumulate l’11 luglio solo poche ossa”.
E’ interessante che alcuni giorni del massacro di Srebenica Alex Langer scriveva che l’Europa sarebbe morta e rinata a Sarajevo: “Se la situazione attuale è il risultato delle politiche disordinate, rinunciatarie e contraddittorie dei nostri governi, l’Unione europea in quanto tale è rimasta muta, impotente, assente. Bisogna che l’Europa testimoni e agisca!
Bisogna che grazie all’Europa l’integrità del territorio bosniaco e la sicurezza delle sue frontiere siano finalmente garantite. Ma ciò non è, non è più sufficiente. Per recuperare un credito assai largamente consumato, l’Unione europea deve oggi dar prova di un coraggio e un’immaginazione politica senza precedenti nella sua storia. L’Europa può farlo, l’Europa deve farlo. Lo deve tanto ai bosniaci quanto a se stessa. Perché ciò è condizione della sua rinascita”.
(Foto: Memoriale di Srebenica)
Ecco l’ultimo numero di “Cultura & Identità. Rivista di studi conservatori”
Diretta dal ricercatore Oscar Sanguinetti, direttore dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale (ISIIN), questa rivista è nata nel 2009 da un gruppo di studiosi, letterati, professionisti dell’informazione convinti, come riportato nel “Chi siamo” del sito www.culturaeidentita.org, «che il futuro della nostra nazione, cioè del corpo storico dei popoli della Penisola, riposi su un saldo legame di continuità con un passato per molti versi pregevole, se non unico, che residua ancora nella memoria e nei desideri di molti italiani».
L’ultimo fascicolo (n. 48, anno XVII – nuova serie, Milano giugno 2025, pp. 37), appena inviato in formato digitale (pdf) agli abbonati, è aperto con l’editoriale del direttore, intitolato “Qualcosa cambia?” (pp. 1-2), nel quale ci si interroga sull’attuale «multiforme e turbolento» scenario geopolitico globale.
Fra le “Riflessioni”, il saggio del sociologo Pietro De Marco dal titolo “Gaza, il terrorismo e l’Occidente” (pp. 3-10) che fa il punto, in una prospettiva decisamente controcorrente, sulla guerra israeliana a Gaza e commenta, più in generale, la situazione dei conflitti odierni nell’area medio-orientale.
Segue l’articolo “Considerazioni sull’Umanesimo” (pp. 12-15) dello psicologo Ermanno Pavesi, che offre una lettura meno antagonistica del rapporto fra cultura degli umanisti e cattolicesimo.
È quindi riportato un importante messaggio, inviato lo scorso anno da Papa Francesco (2013-2025) ai partecipanti al Laboratorio patrocinato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali sul tema “L’ontologia sociale e il diritto naturale dell’Aquinate in prospettiva”, in occasione del 750° anniversario della morte del Doctor Angelicus. Nel testo, dal titolo “Nella legge naturale la via dell’autentico sviluppo umano” (pp. 17-19), Bergoglio si soffermava sulla nozione di legge naturale in san Tommaso d’Aquino, un concetto-chiave anche nella prospettiva conservatrice, che il nuovo Pontefice Leone XIV ha sottolineato nel suo recente discorso ai Parlamentari in occasione del Giubileo dei Governanti del 21 giugno 2025.
La rivista prosegue con la rubrica, a cura di Autori vari, “Portolano italiano. Appunti di un conservatore italiano sulla rotta verso il futuro” (pp. 20-24) e con due accurate recensioni di volumi appena usciti, “Ascesa e declino delle costituzioni” (Liberilibri) di Eugenio Capozzi, professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e “Un mosaico di silenzi. Pio XII e la questione ebraica” (Mondadori) di Giovanni Coco, accreditato archivista all’Archivio Apostolico Vaticano.
Concludono il numero le consuete e sintetiche Schede bibliografiche dedicate ai più recenti libri italiani di saggistica storica e filosofica (pp. 32-35). Per ricevere il numero in distribuzione della rivista si può telefonare al numero 353.48.29.793 oppure scrivere una email a culturaeidentitanazionale@gmail.com.
Profili teologici e scientifici dello ‘sguardo dell’anima e della ragione’: da occhi di ombra ad occhi di fede
Tuttavia, è importante ricordare che questi segnali non verbali trasmessi attraverso gli occhi non sono sempre validi a livello universale. Sono fortemente influenzati da fattori come il carattere individuale della persona, la sua cultura, l’educazione ricevuta e il contesto specifico in cui si trova. Pertanto, mentre gli occhi possono essere potenti narratori, la loro ‘storia’ deve essere interpretata considerando queste variabili, ricordando che la comunicazione (verbale e non) è sempre un linguaggio complesso, che può prestarsi a più interpretazioni.
Uno degli esempi più notevoli proviene da Gustavo Adolfo Bécquer, un influente scrittore spagnolo della seconda metà dell’800. Bécquer ha descritto con poesia l’intensità espressiva degli occhi, affermando che:‘L’anima che può parlare con gli occhi, può anche baciare con lo sguardo.’
Sebbene non permettano di stabilire con certezza l’origine dell’espressione, queste citazioni letterarie evidenziano il fascino duraturo del legame tra occhi e anima attraverso la letteratura e la cultura popolare degli scorsi secoli.
La connessione tra gli occhi e l’anima è stata ampiamente esplorata nel campo della psicologia, sia nella teoria psicoanalitica sia nella ricerca empirica. La scuola freudiana e post-freudiana, con figure come Jacques Lacan, ha profondamente indagato il ruolo dello sguardo nello sviluppo psichico, nelle relazioni sociali e affettive, e nell’empatia.
Non posso non illustrare in materia (gli occhi sono lo specchio dell’anima) la dottrina di Sant’Agostino d’Ippona, Dottore della Chiesa cattolica
( cfr. https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://psiche.santagostino.it/occhi-specchio-anima/&ved=2ahUKEwjU9c2i6vKLAxVKywIHHTpWKskQFnoECBMQAw&usg=AOvVaw2n6MTxRvJ1BFFxPvQ6yMWs ).
In questo testo, che condivido pienamente, viene evidenziato che vi sono alcuni i quali ritengono che la religione cristiana debba essere derisa piuttosto che accettata, perché in essa, anziché mostrare cose che si vedono, si comanda agli uomini la fede in cose che non si vedono. Dunque, per confutare coloro ai quali sembra prudente rifiutarsi di credere ciò che non possono vedere, noi, benché non siamo in grado di mostrare a occhi umani le realtà divine che crediamo, tuttavia dimostriamo alle menti umane che si devono credere anche quelle cose che non si vedono.
E, in primo luogo, a coloro che la stoltezza ha reso così schiavi degli occhi carnali che giudicano di non dover credere ciò che con quelli non scorgono, va ricordato quante cose non solo credano ma anche conoscano, che pure non possono vedere con tali occhi. Già nel nostro animo, che è di natura invisibile, ce ne sono innumerevoli. Per non parlare di altro, proprio la fede con la quale crediamo o il pensiero con il quale sappiamo di credere o di non credere qualcosa, sono totalmente estranei agli sguardi di codesti occhi; eppure che c’è di più manifesto, di più evidente, di più certo dell’interiore visione dell’animo?
Come dunque possiamo non credere ciò che non vediamo con gli occhi del corpo, quando ci accorgiamo di credere o di non credere pur non potendo giovarci degli occhi del corpo? Cfr. https://www.monasterovirtuale.it/s-agostino/la-fede-nelle-cose-che-non-si-vedono.html
In riferimento alla memoria ed al corpo, si discute affinché sia evidente che l’anima non può essere considerata piccola o grande secondo l’ estensione (“oculare” ); in tale “ottica” si pongono delle domande esplicative:
(cfr. Sant’ Agostino https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.monasterovirtuale.it/s-agostino/la-grandezza-dell-anima.html&ved=2ahUKEwjxwbzgnvWLAxX03AIHHbWuNCsQFnoECCMQAQ&usg=AOvVaw3MGsgFZ2efVikjjcFTUUiS :
“ Dimmi, per gentilezza, se ritieni che la facoltà, denominata memoria, è un nome vuoto. E chi lo riterrebbe? E pensi che appartiene all’anima ovvero al corpo? Anche qui sarebbe ridicolo dubitare. Non può essere oggetto né di fede né di pensiero che un corpo esanime si ricordi di qualche cosa. Ti ricordi ancora di Milano? La ricordo bene. Ed ora, dal momento che è stata rievocata alla mente, ricordi la sua grandezza e configurazione? Certo che ricordo, anzi nessun ricordo è così fresco e completo. Ed ora, sebbene non la vedi con gli occhi, la rievochi nella coscienza. Sì. Ricordi, penso, quanto ora dista da noi? Sì, anche questo ricordo. Vedi dunque nella coscienza la distanza stessa.? Sì. Quindi se la tua anima è dove è il tuo corpo e non si estende al di fuori di esso, come è stato dianzi dimostrato, come avviene che essa intuisce tutte quelle cose? Avviene mediante la memoria, penso, e non perché è presente a quei luoghi.
Sul piano giuridico sottolinea “ Non ti colpisce una certa grande e stabile giustizia anche in queste cose? E come? Perché, a mio avviso, noi concepiamo la giustizia come equità ed è manifesto che equità è denominata da eguaglianza. Ora l’equità in questa virtù comporta che sia dato a ciascuno il suo. E certamente non si può dare a ciascuno il suo, se non mediante una certa distinzione. La pensi diversamente?. È chiaro e son pienamente d’accordo. E ritieni che si dia distinzione, se tutte le cose fossero eguali e non differissero in nulla fra di loro? No, certamente. Quindi non si può attuare la giustizia, se nelle cose, in cui è attuata, vi sia una certa, per così dire, ineguaglianza e dissimiglianza. Capisco.
Dunque noi ammettiamo che le figure, di cui stiamo trattando, una che risulta di tre angoli e l’altra di quattro, sono dissimili, sebbene siano composte di linee eguali. Non ti sembra quindi che è stata conservata una certa giustizia, nel senso che la prima, la quale non può avere l’eguaglianza dei contrari, mantiene una rigida eguaglianza degli angoli, nella seconda invece, poiché v’è grande corrispondenza dei contrari, la legge degli angoli tolleri una certa ineguaglianza? Il principio mi ha colpito profondamente. Perciò mi è sembrato opportuno chiederti in quale misura “vedevi” l’esteticità di questa verità, equità, eguaglianza ??…”
Per il momento, compreso che cosa sono il segno, la lunghezza e la superficie, rifletti quale di essi, secondo te, necessita, per essere, dell’altro e di quale. “Vedo” che la superficie necessita della lunghezza, senza di cui è inconcepibile. Hai mai visto con “ gli occhi del corpo “un tale punto, una tale linea o una tale superficie? Mai, non sono oggetti sensibili. Dunque se gli oggetti sensibili per una certa mirabile affinità sono percepiti dagli occhi del corpo, è necessario che lo spirito, con cui vediamo gli oggetti sovrasensibili, non sia corporeo o corpo. La pensi diversamente? Suvvia, ormai sono d’accordo che lo spirito non è corpo o qualche cosa di corporeo. “Il punto mediano dell’occhio, la pupilla, non è in certo senso che il centro dell’occhio”. Ma vi risiede tanta funzionalità, che con esso da un luogo elevato può osservare, spaziando, la metà del cielo, la cui estensione è inesprimibile. Dunque non è illogico che lo spirito sia totalmente immune da grandezza corporea, la quale si ottiene con le tre dimensioni, sebbene possa rappresentarsi qualsiasi grandezza corporea. Ma a pochi è concesso “ lo spirito con lo spirito stesso, cioè che lo spirito veda se stesso. Si vede mediante l’intelligenza !!!!!!”
Cessa di stupirtene. Ti darò una risposta simile alla precedente. Lo sviluppo delle membra non è dimostrazione valida che l’anima ne tragga vantaggio, poiché molti con corporatura esile e gracile sono più prudenti di altri che hanno una gagliarda complessione. Allo stesso modo noi “vediamo” che alcuni giovani sono più attivi e costanti di parecchi anziani.
Pertanto, sembra strano, ma, come hanno confermato gli autori citati, gli occhi, gli sguardi, la vista possono essere analizzati sotto i profili più variegati e secondo le differenziate scienze e religioni, infatti in questa angolazione posso confermare che il tema è trattato anche dal Vangelo…. per cui sono indispensabili le visite costanti da parte degli specialisti in grado di descrivere tutte le forme patologiche che possono emergere purtroppo in tutte le età.
Il battesimo non si può ‘cancellare’
“Il can. 535 CIC impone obbligatoriamente che ogni parrocchia abbia un proprio Registro dei Battesimi. Detto Registro, che la parrocchia è tenuta a custodire (can. 535 §1 CIC), serve per l’annotazione dei sacramenti che, come quello del Battesimo, la Chiesa cattolica amministra una sola volta. Essendo il Battesimo la condizione per ricevere gli altri sacramenti, accanto all’annotazione del Battesimo viene eventualmente registrata l’amministrazione degli altri sacramenti che non è dato iterare (Cresima e Ordine sacro), e altri atti come la celebrazione del sacramento del matrimonio (che non può rinnovarsi salvo dichiarazione di nullità del vincolo), la professione perpetua in un istituto religioso che, a sua volta, vieta l’acceso al matrimonio (can. 535 §2 CIC), il cambiamento di rito (can. 535 §2 CIC) e l’adozione (can. 877 §3 CIC), la quale genera nella Chiesa un impedimento matrimoniale (can. 1094 CIC)”.
Questo è il centro della nota esplicativa del Dicastero per i Testi Legislativi riguardo al divieto di cancellazioni nel Registro parrocchiale dei battesimi, che precisa che lo scopo è quello di ‘tutelare’ un’azione storica: “Il Registro dei Battesimi, di conseguenza, rappresenta il riscontro oggettivo di azioni sacramentali, o relative ai sacramenti, compiute storicamente dalla Chiesa. Si tratta di fatti storici ecclesiali di cui occorre tener conto agli effetti del buon ordine amministrativo-pastorale, per motivi teologici, per la sicurezza giuridica, e anche per l’eventuale tutela dei diritti della persona coinvolta e di soggetti terzi”.
Per questo non è possibile né la modifica né la cancellazione: “Di conseguenza, non è consentito modificare o cancellare i dati iscritti nel Registro, salvo che per correggere eventuali errori di trascrizione. Anche se il can. 535 CIC non lo afferma esplicitamente, dall’imperativa formulazione delle norme, che prescrivono l’iscrizione e la certificazione degli atti si desume senza dubbio tale assoluto divieto”.
Il motivo della nota esplicativa è per salvaguardare l’azione ‘sacramentale’ della Chiesa: “Se la Chiesa non avesse queste norme generali sulla obbligatorietà della registrazione del Battesimo, non sarebbe possibile alla Chiesa stessa realizzare l’attività sacramentale, in quanto la ricezione ‘valida’ del Sacramenti richiede certezza sulla ricezione del Battesimo. Un ministro non può consentire la celebrazione di altri sacramenti se non è certificata la ricezione del Battesimo”.
Lo scopo è quello di garantire una ‘amministrazione’ lineare dei sacramenti: “Al Registro di Battesimo è necessario apportare, invece, per disposizione legale eventuali nuove circostanze rilevanti segnalate dal diritto canonico che, abitualmente, devono essere manifestate al titolare della parrocchia, in quanto responsabile del Registro. Tale è il caso, come già detto, dell’effettiva ricezione della cresima, dell’ordine sacro, della celebrazione del matrimonio, della professione religiosa, del cambiamento di rito, e dell’adozione. La non registrazione di questi atti impedirebbe la normale e semplice amministrazione dei sacramenti nella Chiesa, non essendo ragionevole alternativa dover indagare, volta per volta e nei singoli casi, l’effettiva previa ricezione di quegli atti sacramenti che è requisito di validità per ricevere altri sacramenti”.
Però tale registro è solo per una documentazione storica dell’evento e non per limitare la libertà di scelta successiva di ognuno: “Il Registro di Battesimo non è una lista di membri, bensì una registrazione dei battesimi che hanno avuto luogo. Avendo come sola finalità quella di attestare un ‘fatto’ storico ecclesiale, esso non intende accreditare la fede religiosa delle singole persone o il fatto che un soggetto sia membro della Chiesa. Infatti, i sacramenti ricevuti e le registrazioni effettuate non limitano in alcun modo la libera volontà di quei fedeli cristiani che, in forza di essa, decidono di abbandonare la Chiesa”.
Anzi il dicastero per i testi legislativi ha precisato che occorre annotare anche il caso di dichiarato abbandono della Chiesa: “Al Registro del Battesimo dovrà essere apportato, eventualmente, l’ ‘actus formalis defectionis ab Ecclesia Catholica’, quando una persona indica di voler abbandonare la Chiesa Cattolica. Anche se i dati contenuti nei Registri della Chiesa non possono essere cancellati, in considerazione della finalità del proprio interesse e di quello di tutti i soggetti coinvolti, su semplice richiesta della persona coinvolta è consentito aggiungere le sue manifestazioni di volontà in tal senso nel contesto di un’udienza in contraddittorio”.
Pertanto tale registro è una ‘garanzia’: “Il Registro di battesimo permette di rilasciare certificati circa la ricezione del battesimo qualora il soggetto coinvolto intenda ricevere altri sacramenti. In tale caso, oltre a rilevare la condizione di battezzato della persona interessata, la registrazione è garanzia rispetto a terze persone nella Chiesa Cattolica, sia nel caso della celebrazione del matrimonio, sia nei confronti di coloro che hanno il compito di garantire la valida amministrazione di successivi sacramenti o l’assunzione di specifici impegni (come la professione perpetua nella vita religiosa), che hanno il Battesimo come requisito”.
Proprio per tale garanzia sono necessari testimoni: “La condizione di battezzato, infatti, è un elemento ‘oggettivo’, e non è possibile battezzare chi è già battezzato, poiché detta azione sarebbe semplicemente ‘nulla’ dal punto di vista sacramentale.
Per la registrazione degli atti occorre aver notizia certa del fatto avvenuto. Perciò, il can. 875 CIC chiede che nella celebrazione del battesimo (come peraltro in altri sacramenti non iterabili) vi sia la presenza di testimoni, così che la loro attestazione dia al Responsabile del Registro la necessaria certezza del fatto avvenuto che è tenuto a registrare. Detto testimone non può sostituirsi al Registro, perché è solo elemento di certezza per chi deve compiere la registrazione”.
Papa Francesco invita i sacerdoti ad essere annunciatori di speranza
“Carissimi Vescovi e sacerdoti, cari fratelli e sorelle! ‘L’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente’ è Gesù. Proprio il Gesù che Luca ci descrive nella sinagoga di Nazaret, tra coloro che lo conoscono fin da bambino e ora si stupiscono di Lui. La rivelazione (‘apocalisse’) si offre nei limiti del tempo e dello spazio: ha la carne come cardine che sostiene la speranza. La carne di Gesù e la nostra. L’ultimo libro della Bibbia racconta questa speranza. Lo fa in modo originale, sciogliendo tutte le paure apocalittiche al sole dell’amore crocifisso. In Gesù si apre il libro della storia e lo si può leggere”.
E’ iniziata con queste parole l’omelia scritta da papa Francesco e letta dal card. Domenico Calcagno, presidente emerito dell’APSA, che ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la Santa Messa Crismale, a motivo della convalescenza, invitando la leggere la propria vita:
“Anche noi sacerdoti abbiamo una storia: rinnovando il Giovedì Santo le promesse dell’Ordinazione, confessiamo di poterla leggere soltanto in Gesù di Nazaret… Quando lasciamo che sia Lui a istruirci, il nostro diventa un ministero di speranza, perché in ognuna delle nostre storie Dio apre un giubileo, cioè un tempo e un’oasi di grazia. Chiediamoci: sto imparando a leggere la mia vita? Oppure ho paura a farlo?”
Nell’omelia il papa ha sottolineato l’importanza del sacerdozio per i fedeli: “E’ un popolo intero a trovare ristoro, quando il giubileo inizia nella nostra vita: non una volta ogni venticinque anni (speriamo!) ma in quella prossimità quotidiana del prete alla sua gente in cui le profezie di giustizia e di pace si adempiono. ‘Ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre’: ecco il popolo di Dio. Questo regno di sacerdoti non coincide con un clero”.
Il sacerdozio coincide con una nuova visione di popolo: “Il ‘noi’ che Gesù plasma è un popolo di cui non vediamo i confini, in cui cadono i muri e le dogane. Colui che dice: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’ ha squarciato il velo del tempio e ha in serbo per l’umanità una città- giardino, la nuova Gerusalemme che ha porte sempre aperte. Così, Gesù legge e ci insegna a leggere il sacerdozio ministeriale come puro servizio al popolo sacerdotale, che abiterà presto una città che non ha bisogno di tempio”.
L’anno giubilare è un nuovo inizio: “L’anno giubilare rappresenta così, per noi sacerdoti, una specifica chiamata a ricominciare nel segno della conversione. Pellegrini di speranza, per uscire dal clericalismo e diventare annunciatori di speranza. Certo, se Alfa e Omega della nostra vita è Gesù, anche noi potremo incontrare il dissenso da Lui sperimentato a Nazaret. Il pastore che ama il suo popolo non vive alla ricerca di consenso e approvazione a ogni costo. Eppure, la fedeltà dell’amore converte, lo riconoscono per primi i poveri, ma lentamente inquieta e attrae anche gli altri”.
E’ un invito a ‘ritornare’ a Nazareth: “Siamo qui radunati, carissimi, a fare nostro e ripetere questo ‘Sì, Amen!’ E’ la confessione di fede del popolo di Dio: ‘Sì, è così, tiene come una roccia!’ Passione, morte e risurrezione di Gesù, che ci apprestiamo a rivivere, sono il terreno che sostiene saldamente la Chiesa e, in essa, il nostro ministero sacerdotale. E che terreno è questo? In che humus noi possiamo non soltanto reggere, ma fiorire? Per comprenderlo bisogna ritornare a Nazaret, come intuì tanto acutamente San Charles de Foucauld”.
Ma occorre essere ‘innamorati’ della Parola di Dio: “Abbiamo qui evocate almeno due abitudini: quella a frequentare la sinagoga e quella a leggere. La nostra vita è sostenuta da buone abitudini. Esse possono inaridirsi, ma rivelano dov’è il nostro cuore. Quello di Gesù è un cuore innamorato della Parola di Dio: a dodici anni lo si capiva già e ora, divenuto adulto, le Scritture sono casa sua. Ecco il terreno, l’humus vitale che troviamo diventando suoi discepoli”.
La Sacra Scrittura offre ad ognuno una Parola da portare a termine: “Cari sacerdoti, ognuno di noi ha una Parola da adempiere. Ognuno di noi ha un rapporto con la Parola di Dio che viene da lontano. Lo mettiamo a servizio di tutti solo quando la Bibbia rimane la nostra prima casa. Al suo interno, ciascuno di noi ha delle pagine più care. Questo è bello e importante!
Aiutiamo anche altri a trovare le pagine della loro vita: forse gli sposi, quando scelgono le Letture del loro matrimonio; o chi è nel lutto e cerca dei brani per affidare alla misericordia di Dio e alla preghiera della comunità la persona defunta. C’è una pagina della vocazione, in genere, all’inizio del cammino di ciascuno di noi. Per suo tramite, Dio ci chiama ancora, se la custodiamo, perché non si intiepidisca l’amore”.
E’ un invito ad invocare lo Spirito Santo: “E’ questo lo Spirito che invochiamo sul nostro sacerdozio: ne siamo stati investiti e proprio lo Spirito di Gesù rimane silenzioso protagonista del nostro servizio. Il popolo ne avverte il soffio quando in noi le parole diventano realtà. I poveri, prima degli altri, e i bambini, gli adolescenti, le donne e anche coloro che nel rapporto con la Chiesa sono stati feriti, hanno il ‘fiuto’ dello Spirito Santo: lo distinguono da altri spiriti mondani, lo riconoscono nella coincidenza in noi tra l’annuncio e la vita.
Noi possiamo diventare una profezia adempiuta, e questo è bello! Il sacro Crisma, che oggi consacriamo, sigilla questo mistero trasformativo nelle diverse tappe della vita cristiana. E attenzione: mai scoraggiarsi, perché è un’opera di Dio. Credere, sì! Credere che Dio non fallisce con me! Dio non fallisce mai. Ricordiamo quella parola nell’Ordinazione: «Dio porti a compimento l’opera che in te ha iniziato». E lo fa”.
E’ un invito a compiere l’opera di Dio: “E’ l’opera di Dio, non la nostra: portare ai poveri un lieto messaggio, ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, la libertà agli oppressi. Se Gesù nel rotolo ha trovato questo passo, oggi lo continua a leggere nella biografia di ognuno di noi. Primariamente perché, fino all’ultimo giorno, è sempre Lui a evangelizzarci, a liberarci dalle prigioni, ad aprirci gli occhi, a sollevare i pesi caricati sulle nostre spalle.
E poi perché, chiamandoci alla sua missione e inserendoci sacramentalmente nella sua vita, Egli libera anche altri attraverso di noi. In genere, senza che ce ne accorgiamo. Il nostro sacerdozio diventa un ministero giubilare, come il suo, senza suonare il corno né la tromba: in una dedizione non gridata, ma radicale e gratuita”.
Al contempo ha invitato ad essere ‘operai’ di Dio: “Dio solo sa quanto la messe sia abbondante. Noi operai viviamo la fatica e la gioia della mietitura. Viviamo dopo Cristo, nel tempo messianico. Bando alla disperazione! Restituzione, invece, e remissione dei debiti; ridistribuzione di responsabilità e di risorse: il popolo di Dio si attende questo. Vuole partecipare e, in forza del Battesimo, è un grande popolo sacerdotale. Gli oli che in questa solenne celebrazione consacriamo sono per la sua consolazione e la gioia messianica”.
Ma per essere ‘operai’ è necessario assaporare la ‘gioia’ di Dio: “Il campo è il mondo. La nostra casa comune, tanto ferita, e la fraternità umana, così negata, ma incancellabile, ci chiamano a scelte di campo. Il raccolto di Dio è per tutti: un campo vivo, in cui cresce cento volte più di quello che si è seminato. Ci animi, nella missione, la gioia del Regno, che ripaga ogni fatica. Ogni contadino, infatti, conosce stagioni in cui non si vede nascere nulla. Non ne mancano anche nella nostra vita. È Dio che fa crescere e che unge i suoi servi con olio di letizia”.
Ed infine ha chiesto ai fedeli la preghiera: “Cari fedeli, popolo della speranza, pregate oggi per la gioia dei sacerdoti. Venga a voi la liberazione promessa dalle Scritture e alimentata dai Sacramenti. Molte paure ci abitano e tremende ingiustizie ci circondano, ma un mondo nuovo è già sorto. Dio ha tanto amato il mondo da dare a noi il suo Figlio, Gesù. Egli unge le nostre ferite e asciuga le nostre lacrime”.
(Foto: Santa Sede)
San Giovanni Paolo: un papa nella storia
Wojtyła si occupò di temi sociali: scrisse due encicliche sulle distorsioni delle dottrine capitaliste e comuniste, richiese più volte a tutti gli Stati di rispettare la libertà religiosa dei propri cittadini, scrivendo anche una lettera al segretario delle Nazioni Unite di allora. Nel 1983 promulgò la nuova versione del Codice di diritto canonico. Il 2 dicembre 1984 confermò la prassi del sacramento della confessione, condannando la pratica della confessione comunitaria.
Con la costituzione apostolica Pastor Bonus del 1988 stabilì l’organizzazione della Curia Romana e i compiti dei vari dicasteri. Il 13 maggio 1981 subì un attentato quasi mortale da parte del turco di Mehmet Ali Ağca, il quale gli sparò due volte in piazza San Pietro, pochi minuti dopo l’arrivo del papa per un’udienza generale. L’uomo colpì all’addome Wojtyła, ferendolo gravemente. Dopo un intervento di 5 ore e 30 minuti, il papa sopravvisse.
Due anni dopo, nel Natale, Il pontefice volle andare ad incontrare il suo attentatore in carcere e dargli il suo perdono mentre Ali Ağca venne in seguito condannato all’ergastolo dalla giustizia italiana per attentato a Capo di Stato estero. Nel 2000 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concesse la grazia ad Ali Ağca, il quale fu estradato dall’Italia e condotto nel carcere di massima sicurezza di Kartal (Turchia), nel quale stava scontando la pena di dieci anni di reclusione per l’assassinio di un giornalista, avvenuto nel 1979. Ali Ağca non ha mai voluto rivelare in modo chiaro la verità e ha ripetutamente cambiato versione sulla dinamica della preparazione dell’attentato.
Un altro tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II avvenne a Fatima, a quasi un anno di distanza dal precedente. Il 12 maggio 1982, un uomo riuscì a colpire di striscio il papa con una baionetta, prima di essere fermato dalla sicurezza. Era un sacerdote spagnolo di nome Juan María Fernández y Krohn, il quale si opponeva alle riforme del Concilio Vaticano II e definiva il papa un “agente di Mosca”. Fu condannato a sei anni di prigione ed espulso dal Portogallo. Un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede analizzò l’attentato, mettendolo in relazione con l’ultimo dei Segreti di Fátima.
L’attentato è avvenuto nel giorno della ricorrenza della prima apparizione della Madonna ai pastorelli di Fatima e Giovanni Paolo II, convinto che fosse stata la mano della Madonna a deviare il colpo e a salvargli la vita, volle che l’ogiva del proiettile fosse incastonata nella corona della statua della Vergine a Fatima.
Per il 1983-1984, il papa indisse il Giubileo straordinario della redenzione e quello dei Giovani, che ebbe il suo culmine il 15 aprile 1984, Domenica delle Palme. Quel giorno si presentarono trecentomila giovani, cifra decisamente inconsueta per l’epoca. Pur essendoci una concomitanza con l’Anno internazionale della Gioventù indetta dall’ONU, il papa diede lo stesso appuntamento ai giovani per l’anno successivo. L’incontro del 31 marzo 1985 a Roma, segnò l’istituzione delle Giornate mondiali della gioventù.
Da allora, le GMG si svolsero ogni due anni, in una città del mondo scelta dal Papa. Dopo quella a Roma, esse si svolsero a Buenos Aires nel 1987 e a Santiago di Compostela nel 1989. Con il passare degli anni, queste giornate divennero incontri dall’importanza sempre maggiore. La GMG del 1991 si svolse a Czestochowa (Polonia) e nel 1993 a Denver. Nel 1995 fu la volta di Manila, alla presenza di quattro o cinque milioni di persone, il più grande raduno umano della storia. Nel 1997 i giovani si radunarono a Parigi per tornare poi a Roma nel 2000. L’ultima GMG presieduta da papa Wojtyla fu quella di Toronto (Canada) nel 2002.
Il 22 ottobre 1993, il pontefice confermò la regola del celibato ecclesiastico nella Chiesa latina. Disse in proposito: ‘bisogna ardire, mai ripiegare’. Nello stesso anno visitò la Sicilia, che viveva un periodo segnato dalle tragiche vicende riguardanti i delitti mafiosi (i più celebri quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e, ad Agrigento, pronunciò il discorso di accusa a Cosa nostra. Presso la Valle dei Templi, il 9 maggio, il Papa disse:
«Dio ha detto una volta: ‘Non uccidere’: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! (..) Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole la civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»
Era il 9 maggio 1993 quando papa Wojtyla pronunciò la celebre scomunica ai mafiosi alla Valle dei Templi. Un discorso accorato, quello di Giovanni Paolo II, sviluppato durante il periodo stragista voluto da Cosa Nostra. Giovanni Paolo II pronunciò a braccio le parole contro i mafiosi, espressione della “cultura della morte”, esse vennero spontanee dal suo cuore. Nella Valle dei Templi, il 9 maggio 1993, il Papa santo si lasciò ispirare da quella folla che in Lui vedeva speranza perché riflesso della luce di Dio. Aggrappato al Crocifisso, unico balsamo per sanare le ferite di vite spezzate dalla mafia, Wojtyla tuonò contro i trafficanti di morte.
«Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»
Mai un papa – prima di Karol Wojtyla – si era mai rivolto con tanta forza profetica contro la mafia e qualsiasi altra forma di violenza. La svolta, una domenica mattina nella Valle dei Templi di Agrigento, durante la Messa celebrata dal pontefice nel suo secondo pellegrinaggio in terra di Sicilia, dove pronuncerà, a braccio, forse il più memorabile discorso dell’intero pontificato destinato a cambiare la storia della pastorale ecclesiale nei confronti del potere mafioso e delle organizzazioni malavitose non solo nell’isola siciliana, ma in tutto il meridione (camorra e ‘ndrangheta in testa) e in qualsiasi altra parte del mondo.
Quel 9 maggio del ’93 – una splendida domenica mattina di venticinque anni fa illuminata da un sole ormai estivo che rese ancora più bella e colorata la suggestiva spianata archeologica agrigentina – è la data della seconda tappa del nuovo pellegrinaggio di Karol Wojtyla in Sicilia, che già aveva visitato per la prima volta, a Palermo, nel 1982, l’anno dopo l’attentato in piazza San Pietro dove fu gravemente ferito dal terrorista turco Alì Agca.
Un pellegrinaggio di tre giorni, dal sabato 8 al lunedì 10 maggio, iniziato con la visita a Trapani e concluso a Caltanissetta, con decine di incontri, celebrazioni, discorsi, in mezzo ad ali di folla festanti che tributano al papa polacco una accoglienza calorosa ed entusiastica ed a tratti anche commovente, tanto – come confiderà Wojtyla in seguito ai suoi collaboratori – da farlo sentire uno di loro, un papa “siciliano”.
Un sentimento che lo accompagnerà per tutta la durata del viaggio e che nella indimenticabile tappa alla Valle dei Templi gli darà la forza per pronunziare quello che sarà universalmente ricordato come la più forte, incisiva, severa condanna papale contro la mafia, un anatema, senza se e senza ma, lanciato per mettere all’indice le occulte forze del male che opprimono la Sicilia e tutte le altre forme di violenze malavitose presenti altrove.
La mafia rispose alle parole di Wojtyla con gli attentati alla Chiesa di San Giorgio al Velabro e presso la Basilica di San Giovanni in Laterano. Diversamente da chi profetizzava già la fine del mondo, nella benedizione Urbi et Orbi del nuovo millennio, il papa parlò di pace:
«Sul quadrante della storia scocca un’ora importante: inizia in questo momento l’anno duemila, l’anno che ci introduce in un nuovo millennio. Per i credenti è l’anno del Grande Giubileo. Buon Anno a tutti voi, uomini e donne di ogni parte della terra!: Buon Anno a tutti nella luce che da Betlemme si irradia sull’intero universo! Vi auguro un anno ricco di pace: la pace annunciata dagli Angeli nella Notte Santa; la pace di Cristo, che per amore si è fatto fratello di ogni essere umano! Vi auguro un anno sereno e felice: vi accompagni la certezza che Dio ci ama.
Il 30 aprile 2000 canonizzò Suor Faustina Kowalska e istituì la Festa della Divina Misericordia. Il 17 agosto 2002 nel santuario della Divina Misericordia di Cracovia-Łagiewniki affidò il mondo alla Divina Misericordia.




























