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Card. Pizzaballa invita a pregare per la pace in Terra Santa

“In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura” con queste parole dopo la recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato la necessità della pace nella Terra Santa.

Infatti venerdì 3 ottobre è giunta, dopo quella israeliana, anche la risposta positiva di Hamas al presidente statunitense Donald Trump che il 29 settembre scorso, alla Casa Bianca, aveva messo sul tavolo le sue carte per la pace in Terra Santa. Il presidente americano ha espresso soddisfazione e gratitudine ai partner arabi che hanno collaborato, chiedendo agli israeliani di sospendere le ostilità nella Striscia.

Per questo nel giorno della festività di san Francesco il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa,ha mostrato sollievo nella lettera indirizza a tutti i fedeli della sua diocesi: “Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni ed energie. E’ ormai a tutti tristemente noto quanto è accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti, difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà.

Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare. E’ un primo passo importante e lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte”.

Ed ha espresso questa ‘gioia’, che sarà completa in cui saranno liberati tutti gli ostaggi da entrambi le parti: “Attendiamo il momento per gioire per le famiglie degli ostaggi, che potranno finalmente abbracciare i loro cari. Ci auguriamo lo stesso anche per le famiglie palestinesi che potranno abbracciare quanti ritornano dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che ci auguriamo non sia temporanea, che porterà sollievo agli abitanti di Gaza”.

E’ una gioia, perché potrebbe essere un ‘nuovo’ inizio: “Gioiamo anche per tutti noi, perché la possibile fine di questa guerra orribile, che davvero sembra ormai vicina, potrà finalmente segnare un nuovo inizio per tutti, non solo israeliani e palestinesi, ma anche per tutto il mondo. Dobbiamo comunque restare con i piedi per terra. Molto resta ancora da definire per dare a Gaza un futuro sereno. La cessazione delle ostilità è solo il primo passo (necessario e indispensabile) di un percorso insidioso, in un contesto che resta comunque problematico”.

Però ha ricordato la situazione anche in Cisgiordania: “Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza”.

Infatti tale conflitto mette in ‘pericolo’ la Chiesa: “I problemi, insomma, sono ancora tanti. Il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa. Nelle decisioni da prendere riguardo alla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre prendere in considerazione le dinamiche contorte e dolorose da esso causate: se i confini sono aperti, se abbiamo i permessi, se le strade saranno aperte, se saremo al sicuro”.

Quindi la sfida a cui è chiamata la Chiesa è quella della speranza: “La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo.

Non siamo qui per dire una parola politica, né per offrire una lettura strategica degli eventi. Il mondo è già pieno di parole simili, che raramente cambiano la realtà. Ci interessa, invece, una visione spirituale che ci aiuti a restare saldi nel Vangelo”.

La lettera del patriarca è un invito a non abituarsi alla sofferenza: “Questa guerra, infatti, interroga le nostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori.

Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato ‘il mistero dell’iniquità’, che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio”.

Per questo il card. Pizzaballa ha invitato la Chiesa a testimoniare la fede: “In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia”.

Ma ha avvertito che la fine della guerra non porterebbe subito alla pace: “Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi.

La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace. Ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso”.

Infatti i cristiani in Terra Santa si sentono come Maria di Magdala: “Come Maria di Magdala presso quello stesso sepolcro, noi vogliamo continuare a cercare, anche se a tentoni. Vogliamo insistere a cercare vie di giustizia, di verità, di riconciliazione, di perdono: prima o poi, in fondo ad esse, incontreremo la pace del risorto. E come lei, su queste vie vogliamo spingere altri a correre, ad aiutarci nel nostro cercare. Quando tutto sembra volerci dividere, noi diciamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’ incontro, nella solidarietà che matura in carità.

Noi vogliamo continuare ad annunciare la Vita eterna più forte della morte con gesti nuovi di apertura, di fiducia, di speranza. Sappiamo che il male e la morte, pur così potenti e presenti in noi e attorno a noi, non possono eliminare quel sentimento di umanità che sopravvive nel cuore di ognuno. Sono tante le persone che in Terra Santa e nel mondo si stanno mettendo in gioco per tenere vivo questo desiderio di bene e si impegnano a sostenere la Chiesa di Terra Santa. E li ringraziamo, portando ciascuno di loro nella nostra preghiera”.

La lettera si conclude con l’invito a pregare per la pace con papa Leone XIV: “In questo mese, dedicato alla Vergine Santissima, vogliamo pregare per questo. Per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità. Per avere il coraggio di seminare germi di vita nonostante il dolore, per non arrendersi mai alla logica dell’esclusione e del rifiuto dell’altro.

Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, perché restino unite e salde, per i nostri giovani, le nostre famiglie, i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, per tutti coloro che si impegnano per portare ristoro e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita.

Ci uniamo, infine, all’invito di Papa Leone XIV che ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose ad organizzare liberamente, per quella giornata, momenti di preghiera, come il rosario, l’adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri momenti simili di condivisione”.

Papa Leone XIV: consolare significa ascoltare il grido di chi soffre

“E’ questo l’invito del profeta Isaia, che oggi giunge in modo impegnativo anche a noi: ci chiama a condividere la consolazione di Dio con tanti fratelli e sorelle che vivono situazioni di debolezza, di tristezza, di dolore. Per quanti sono nel pianto, nella disperazione, nella malattia e nel lutto risuona chiaro e forte l’annuncio profetico della volontà del Signore di porre termine alla sofferenza e cambiarla in gioia”: nella veglia di preghiera del Giubileo della Consolazione papa Leone XIV ha invitato a camminare insieme con chi ha ‘subito l’ingiustizia e la violenza dell’abuso’, come chi è stato ferito da membri della Chiesa.

Nell’omelia il papa ha sottolineato la compassione del buon Samaritano: “Questa Parola compassionevole, fattasi carne in Cristo, è il buon samaritano di cui ci ha parlato il Vangelo: è Lui che lenisce le nostre ferite, è Lui che si prende cura di noi. Nel momento del buio, anche contro ogni evidenza, Dio non ci lascia soli; anzi, proprio in questi frangenti siamo chiamati più che mai a sperare nella sua vicinanza di Salvatore che non abbandona mai”.

Però non è sempre semplice consolare: “Cerchiamo chi ci consoli e spesso non lo troviamo. Talvolta ci diventa persino insopportabile la voce di quanti, con sincerità, intendono partecipare al nostro dolore. E’ vero, ci sono situazioni in cui le parole non servono e diventano quasi superflue. In questi momenti rimangono, forse, solo le lacrime del pianto, se pure queste non si sono esaurite. Papa Francesco ricordava le lacrime di Maria Maddalena, disorientata e sola, presso il sepolcro vuoto di Gesù”.

Quindi anche un pianto è linguaggio: “Care sorelle e cari fratelli, le lacrime sono un linguaggio, che esprime sentimenti profondi del cuore ferito. Le lacrime sono un grido muto che implora compassione e conforto. Ma prima ancora sono liberazione e purificazione degli occhi, del sentire, del pensare. Non bisogna vergognarsi di piangere; è un modo per esprimere la nostra tristezza e il bisogno di un mondo nuovo; è un linguaggio che parla della nostra umanità debole e messa alla prova, ma chiamata alla gioia”.

Ed allora sorge la domanda sul motivo del dolore: “Il passaggio dalle domande alla fede è quello a cui ci educa la Sacra Scrittura. Vi sono infatti domande che ci ripiegano su noi stessi e ci dividono interiormente e dalla realtà. Vi sono pensieri da cui non può nascere nulla. Se ci isolano e ci disperano, umiliano anche l’intelligenza. Meglio, come nei Salmi, che la domanda sia protesta, lamento, invocazione di quella giustizia e di quella pace che Dio ci ha promesso. Allora gettiamo un ponte verso il cielo, anche quando sembra muto”.

Quindi la consolazione è il non abbandonare nel dolore la persona: “Nella Chiesa cerchiamo il cielo aperto, che è Gesù, il ponte di Dio verso di noi. Esiste una consolazione che allora ci raggiunge, quando ‘salda e stabile’ rimane quella fede che ci pare ‘vaga e fluttuante’ come una barca nella tempesta.

Dove c’è il male, là dobbiamo ricercare il conforto e la consolazione che lo vincono e non gli danno tregua. Nella Chiesa significa: mai da soli. Poggiare il capo su una spalla che ti consola, che piange con te e ti dà forza, è una medicina di cui nessuno può privarsi perché è il segno dell’amore. Dove profondo è il dolore, ancora più forte dev’essere la speranza che nasce dalla comunione. E questa speranza non delude”.

Lo spunto di queste parole è dato dalle testimonianze di Lucia Di Mauro Montanino, da Napoli, a cui una banda di giovani rapinatori ha ucciso il marito, guardia giurata, nel 2009, e Diane Foley, dagli Stati Uniti, che ha perso il figlio, giornalista trucidato dall’Isis, nel 2014, che il papa ha affidato alla Madonna: “Anche a voi, fratelli e sorelle che avete subito l’ingiustizia e la violenza dell’abuso, Maria ripete oggi: ‘Io sono tua madre’.

Ed il Signore, nel segreto del cuore, vi dice: ‘Tu sei mio figlio, tu sei mia figlia’. Nessuno può togliere questo dono personale offerto a ciascuno. E la Chiesa, di cui alcuni membri purtroppo vi hanno ferito, oggi si inginocchia insieme a voi davanti alla Madre. Che tutti possiamo imparare da lei a custodire i più piccoli e fragili con tenerezza! Che impariamo ad ascoltare le vostre ferite, a camminare insieme. Che possiamo ricevere da Maria Addolorata la forza di riconoscere che la vita non è definita solo dal male patito, ma dall’amore di Dio che mai ci abbandona e che guida tutta la Chiesa”.

Infine il papa ha sollecitato lo sguardo sul dolore collettivo: “Carissimi, come c’è il dolore personale, così, anche ai nostri giorni, esiste il dolore collettivo di intere popolazioni che, schiacciate dal peso della violenza, della fame e della guerra, implorano pace. E’ un grido immenso, che impegna noi a pregare e agire, perché cessi ogni violenza e chi soffre possa ritrovare serenità; e impegna prima di tutto Dio, il cui cuore freme di compassione, a venire nel suo Regno”.

Quindi consolare è riappacificare: “La vera consolazione che dobbiamo essere capaci di trasmettere è quella di mostrare che la pace è possibile, e che germoglia in ognuno di noi se non la soffochiamo. I responsabili delle Nazioni ascoltino in modo particolare il grido di tanti bambini innocenti, per garantire loro un futuro che li protegga e li consoli”.

(Foto: Santa Sede)

Il Venerabile Luigi Rocchi, quando la sofferenza ‘si tramuta in danza’

“Ho conosciuto Luigi Rocchi nel 1972 e gli sono stato vicino fino al momento della morte, avvenuta il 26 marzo 1979. Sono andato a casa sua a Tolentino, insieme ad un frate cappuccino, fra Francesco, almeno un centinaio di volte. Luigi è stata una personalità di grande livello. E’ stato in amicizia con l’allora vescovo della diocesi di Macerata, mons. Ersilio Tonini, e con il prelato di Loreto, mons. Loris Capovilla, già segretario di papa san Giovanni XXIII”.

Così è iniziata la testimonianza di Silvestro (Silvio) Profico all’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, nel cammino giubilare proposto da don Rino Ramaccioni, con la collaborazione dell’Azione Cattolica diocesana, il Sermirr di Recanati ed il Sermit di Tolentino, sul venerabile Luigi Rocchi ‘uomo di speranza’.

Il Venerabile Luigi Rocchi è nato a Roma il 19 febbraio 1932. Poco dopo la famiglia si trasferì a Tolentino, loro città di origine. Dall’età di quattro anni, iniziò a manifestare una serie crescente di patologie: cadeva continuamente; a scuola non era in grado di muoversi e di correre come gli altri bambini, finendo per essere emarginato; per ricevere la Prima Comunione, dovette avanzare verso la balaustra sorretto dalla mamma.

Gli fu diagnosticata la distrofia muscolare progressiva o morbo di Duchenne. Cominciò ad aver bisogno di un bastone per camminare, poi di due, alla fine anche una pietruzza diventava per lui un ostacolo insormontabile e per salire al piano superiore di casa i familiari dovevano caricarselo in spalla. Inoltre, a nove anni fu coinvolto in un incendio per un bombardamento aereo, che gli lasciò in eredità una completa calvizie.

Di fronte a questa situazione, ebbe inizialmente un comprensibile atteggiamento di ribellione, che produsse in lui tristezza, crisi esistenziale, abbandono della fede e completa disperazione. La sua mamma, una donna dalla fede semplice e convinta, giunse ad accettare la malattia del figlio e a tenerselo in casa, contrariamente all’abitudine dell’epoca di ricoverarlo in qualche istituto, ripetendo spesso una frase: ‘Luigino, Gesù ti ama’, che sarà l’inizio della sua conversione.

Nel frattempo, giunto in età giovanile, Luigi dovette ritirarsi da scuola, rinunciare a formarsi una famiglia, perdere il lavoro da sarto, perché non più in grado di tenere l’ago tra le dita, rinunciare alle compagnie di cui era l’anima e vivere in una cupa solitudine. Si mise a letto a diciannove anni, imprecando contro il suo destino. Ma, attingendo ai valori appresi in famiglia, in parrocchia e nell’Azione Cattolica, frequentata durante l’adolescenza, egli ebbe un moto di reazione e, con la forza disperata di un naufrago, rivolse la sua invocazione a Gesù crocifisso. La preghiera a poco a poco divenne il respiro della sua giornata.

In quel periodo iniziò a partecipare ad alcuni pellegrinaggi a Lourdes e a Loreto e alle diverse iniziative dell’UNITALSI e dei ‘Volontari della sofferenza’ e strinse amicizia con altri infermi, che lo aiutarono ad accogliere la sua situazione come una speciale partecipazione all’amore di Dio e alla sofferenza di Gesù. Immerso sempre più nel mistero della croce e continuando a ‘sentirsi un niente, ma un niente visitato da Dio’, morì a Macerata il 26 marzo 1979.

Chi era Luigi Rocchi?

“A lui piaceva la frase: ‘Quando si una candela si può scegliere solo di ardere in una cantina o su un altare’; lui aveva scelto l’altare. Vedeva il mondo in una finestra, ma aveva imparato a proiettare il suo sguardo verso orizzonti infiniti: la condizione sofferente di ogni uomo o donna era per lui un orizzonte conosciuto, nel quale la sua delicatezza dell’animo si muoveva agilmente, come i piedi e le mani non potevano, in cui egli non era spettatore, ma protagonista; non un ‘povero’ da consolare, ma un consolatore. Per me è stato, ed è ancora ogni volta che rileggo le sue lettere conservate gelosamente, uno ‘scomodo’ consigliere spirituale. Dal suo letto, immobile, era coinvolto, meglio di me, nel vivo dei problemi del mondo. Era un ‘gigante’ di fede e di impegno sociale”.

Come ha conosciuto il venerabile Luigino Rocchi?

“Io facevo parte di un’associazione di solidarietà internazionale, ‘Rete Radiè Resch’, che aiutava i cristiani in Terra Santa e mons. Oscar Romero, ed un’amica di questa associazione, Gabriella Bentivoglio, conosceva Luigi e lo ha avvicinato all’associazione e da quel momento ha fatto parte dell’associazione,diventando la nostra ‘anima’ vivente, il consigliere spirituale, perché si immedesimava in tutti i problemi del mondo, pur stando inchiodato ad un letto pieno di sofferenze; però amava tutti ed aveva un legame forte in Dio e nell’umanità. Si coinvolgeva in ogni realtà. Noi sostenevamo le popolazioni della Terra Santa, del Centro America con mons. Romero, e dell’Argentina con le ‘Madri di Plaza de Mayo’. Lui, sofferente, camminava con noi, facendo sue le nostre proposte attraverso la preghiera e con i contributi scritti: è stato un gigante della fede”.

Per quale motivo era un ‘crocifisso’ vivo?

“Luigi ha ben coniugato l’amore per Dio con l’amore per il prossimo, seguendo tutti i problemi vicini e lontani: era diventato una ‘cattedra’ di alta umanità in cui Dio e l’uomo sono strettamente legati: il mare ed il vento sono di Dio, la barca ed i remi sono degli uomini, soleva ripetere. L’uomo è compartecipe della creazione di Dio e deve impegnarsi nel disegno di Dio: la Provvidenza fa la sua parte, ma ci chiede di cooperare. Ha ‘teorizzato’ il ruolo dei laici nella Chiesa: essere attivi per non dimenticare i ‘crocifissi’ vivi, perché i poveri hanno bisogno di amore e dignità, prima del pane, di giustizia e non di elemosina, in quanto affermava che era impossibile salvarsi da soli: ‘siamo in una nave e se la nave affonda tutti affogano’. Lui si è definito ‘partigiano’ della speranza, in quanto non pensava solo alla propria malattia”.

E cosa significava, per lui essere ‘partigiano’ della speranza?

“Sul suo letto c’erano i problemi di tutti. Era un maestro del ‘noi’, perché era la comunità che andava coniugata: ‘ La mia sofferenza è quella degli altri; la mia croce è l’impotenza ad aiutare gli altri’. Quindi vedeva tante necessità e non poteva fare niente, ma nutriva speranza in Dio. Il suo ‘compito’ era portare speranza e non il compatimento della sofferenza per la sua malattia. Aiutava chi era nella disperazione, come ha raccontato il card. Capovilla ad un convegno dei medici cattolici: neanche Gesù amò la croce, ma volle amare l’uomo a costo della croce. Quella di Luigi Rocchi è una testimonianza rara di speranza per un ammalato così grave”.

In quale modo il venerabile Rocchi, pur ‘inchiodato’ in un letto, si interessava del mondo?

“Noi andavamo molto spesso a trovarlo e gli abbiamo regalato anche un televisore, che non possedeva per mancanza di soldi, e da quel momento (con l’aiuto del nipote ad accenderlo) si sentiva coinvolto nelle sofferenze del mondo: si sentiva parte della comunità e cittadino del mondo. Infatti diceva che non ci si salva  da soli, invitandoci ad essere solidali ed ad essere parte attiva della comunità in cui si vive. La televisione è stata una porta di accesso al mondo, scoprendo le sofferenze dell’umanità”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV invita ad affrontare la malattia nell’attenzione di Gesù

“Domenica scorsa è stato compiuto un vile attentato terroristico contro la comunità greco-ortodossa nella chiesa di Mar Elias a Damasco. Affidiamo le vittime alla misericordia di Dio ed eleviamo le nostre preghiere per i feriti e i familiari. Ai cristiani del Medio Oriente dico: vi sono vicino! Tutta la Chiesa vi è vicina! Questo tragico avvenimento richiama la profonda fragilità che ancora segna la Siria, dopo anni di conflitti e di instabilità. E’ quindi fondamentale che la comunità internazionale non distolga lo sguardo da questo Paese, ma continui a offrirgli sostegno attraverso gesti di solidarietà e con un rinnovato impegno per la pace e la riconciliazione”.

Al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha espresso preoccupazione per i cristiani in Medio Oriente, dopo l’attentato in una chiesa a Damasco, attraverso un appello alla pace per questa regione del mondo con le parole del profeta Isaia: “Continuiamo a seguire con attenzione e con speranza gli sviluppi della situazione in Iran, Israele e Palestina.

Le parole del profeta Isaia risuonano più che mai urgenti: ‘Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra’. Si ascolti questa voce, che viene dall’Altissimo! Si curino le lacerazioni provocate dalle sanguinose azioni degli ultimi giorni. Si respinga ogni logica di prepotenza e di vendetta e si scelga con determinazione la via del dialogo, della diplomazia e della pace”.

Mentre la catechesi dell’udienza generale è stata incentrata sulle guarigioni operate da Gesù: “Anche oggi meditiamo sulle guarigioni di Gesù come segno di speranza. In Lui c’è una forza che anche noi possiamo sperimentare quando entriamo in relazione con la sua Persona.

Una malattia molto diffusa nel nostro tempo è la fatica di vivere: la realtà ci sembra troppo complessa, pesante, difficile da affrontare. E allora ci spegniamo, ci addormentiamo, nell’illusione che al risveglio le cose saranno diverse. Ma la realtà va affrontata, e insieme con Gesù possiamo farlo bene. A volte poi ci sentiamo bloccati dal giudizio di coloro che pretendono di mettere etichette sugli altri”.

Quindi papa Leone XIV ha meditato su due episodi presi dal vangelo di Marco: “Tra queste due figure femminili, l’Evangelista colloca il personaggio del padre della ragazza: egli non rimane in casa a lamentarsi per la malattia della figlia, ma esce e chiede aiuto. Benché sia il capo della sinagoga, non avanza pretese in ragione della sua posizione sociale. Quando c’è da attendere non perde la pazienza e aspetta. E quando vengono a dirgli che sua figlia è morta ed è inutile disturbare il Maestro, lui continua ad avere fede e a sperare”.

Insomma due storie di sofferenza che si intrecciano: “Il colloquio di questo padre con Gesù è interrotto dalla donna emorroissa, che riesce ad avvicinarsi a Gesù e a toccare il suo mantello. Questa donna con grande coraggio ha preso la decisione che cambia la sua vita: tutti continuavano a dirle di rimanere a distanza, di non farsi vedere. L’avevano condannata a rimanere nascosta e isolata. A volte anche noi possiamo essere vittime del giudizio degli altri, che pretendono di metterci addosso un abito che non è il nostro. E allora stiamo male e non riusciamo a venirne fuori”.

Pur relegata riesce a trovare il coraggio di ‘uscire allo scoperto’: “Quella donna imbocca la via della salvezza quando germoglia in lei la fede che Gesù può guarirla: allora trova la forza di uscire e di andare a cercarlo. Vuole arrivare a toccare almeno la sua veste. Intorno a Gesù c’era tanta folla, e dunque tante persone lo toccavano, eppure a loro non succede niente. Quando invece questa donna tocca Gesù, viene guarita. Dove sta la differenza?”

Ricorrendo a sant’Agostino il papa ha messo in evidenza la fede che dà coraggio: “Commentando questo punto del testo, sant’Agostino dice (a nome di Gesù): ‘La folla mi si accalca intorno, ma la fede mi tocca’. E’ così: ogni volta che facciamo un atto di fede indirizzato a Gesù, si stabilisce un contatto con Lui e immediatamente esce da Lui la sua grazia. A volte noi non ce ne accorgiamo, ma in modo segreto e reale la grazia ci raggiunge e da dentro pian piano trasforma la vita”.

Ciò accade anche oggi con l’invito a superare la paura: “Forse anche oggi tante persone si accostano a Gesù in modo superficiale, senza credere veramente nella sua potenza. Calpestiamo la superficie delle nostre chiese, ma forse il cuore è altrove! Questa donna, silenziosa e anonima, vince le sue paure, toccando il cuore di Gesù con le sue mani considerate impure a causa della malattia. Ed ecco che subito si sente guarita”.

Ugualmente succede al padre, a cui è morta la figlia: “Nel frattempo, portano a quel padre la notizia che sua figlia è morta. Gesù gli dice: ‘Non temere, soltanto abbi fede!’. Poi va a casa sua e, vedendo che tutti piangono e gridano, dice: ‘La bambina non è morta, ma dorme’… Quel gesto di Gesù ci mostra che Lui non solo guarisce da ogni malattia, ma risveglia anche dalla morte. Per Dio, che è Vita eterna, la morte del corpo è come un sonno. La morte vera è quella dell’anima: di questa dobbiamo avere paura”.

L’ultima annotazione del papa ha evidenziato l’attenzione di Gesù al nutrimento del guarito: “Un ultimo particolare: Gesù, dopo aver risuscitato la bambina, dice ai genitori di darle da mangiare. Ecco un altro segno molto concreto della vicinanza di Gesù alla nostra umanità. Ma possiamo intenderlo anche in senso più profondo e domandarci: quando i nostri ragazzi sono in crisi e hanno bisogno di un nutrimento spirituale, sappiamo darglielo? E come possiamo se noi stessi non ci nutriamo del Vangelo?

Cari fratelli e sorelle, nella vita ci sono momenti di delusione e di scoraggiamento, e c’è anche l’esperienza della morte. Impariamo da quella donna, da quel padre: andiamo da Gesù: Lui può guarirci, può farci rinascere. Gesù è la nostra speranza!”

(Foto: Santa Sede)

Dalla cura per me alla cura per gli altri

La canzone ‘La cura per me’ di Giorgia tratta dell’amore come cura alla solitudine. È così che chi vive ai margini cerca di aggrapparsi all’amore/affetto di qualcuno. Un ‘samaritano’ che gli sta accanto o chi dice di ricambiare i suoi sentimenti e lo ama. Ci sono molte realtà, anche  che si autodefiniscono cristiane, dove si cerca di accoppiare un utente solo e con difficoltà  con un altro utente o un assistente a sua volta solo, ma con meno difficoltà. Questo è brutto perché svilisce i sentimenti e fa sentire, quando la persona lo capisce, non amabile. Cosa succede quando la persona non si accorge e aspetta  con ansia il ritorno a casa dell’altro? Cosa succede quando l’amore è nella variabile amicizia tra aiuto e assistito?

Magari si tratta solo di una persona che necessita compagnia per un pò, sa intendere e volere ed ha solo bisogno di comprensione. Questo capita ad anziani, giovani o neo adulti con lievi difficoltà, magari fisiche. La canzone di Giorgia, se non per poche frasi che potrebbero di più fare pensare alla relazione amorosa, è adatta a tutti i tipi di amore. Perché l’ ‘amore è una cosa semplice’ , come fece notare Tiziano Ferro a suo tempo, ma non solo quando ‘c’è ed è vero e ti semplifica la vita’. Lo è anche e soprattutto quando capisci cosa vuol dire amore: amicizia, rapporto tra genitori e figli, fratellanza, sorellanza….anche questi sono tipi di amore.

L’assistenza a chi è solo, se fatta con il cuore, è una forma di amore. L’argomento è stato spesso trattato, ma già dal 2013, per papa Francesco, il tema delle ‘Periferie  del Cuore’ era importante. Durante la Messa crismale del 2013, papa Francesco ha invitato i sacerdoti ad andare sia nella periferia geografica che in quella ‘esistenziale’. La periferia dell’esistenza comprende: persone sole, malate, non autosufficienti, abbandonate…  Se, oltre ai preti,  ciascuno di noi avesse in sé la capacità, o almeno la volontà, perché spesso è quella che manca, di amare gli altri per quello che sono con e per noi sarebbe ancora meglio. Bisogna aprirsi all’altro, sempre e senza riserve.

Chi vive nelle periferie esistenziali  ha imparato ad agire come noi altri abbiano fatto da tempo. Restano concentrati  su se stessi, sulla loro casa, professione, situazione personale… Ma c’è una differenza: per molto  tempo,  diversamente  da chi non ha mai fatto parte del gruppo periferia esistenziale, loro non sono stati così ed hanno

cercato disperatamente di dimostrarlo, di fare vedere il proprio valore prima che, come nel caso dei malati, quella capacità venisse persa. A loro basta poco per tornare ad aprirsi ed a fidarsi, a differenza dei ‘centro esistenziale’ che si fanno molte ‘paranoie’. Il fatto è che per motivazioni economiche, narcisistiche (perché sì, se non vuoi farti vedere vicino a qualcuno che ha un difetto, anche lieve, o un altro colore della pelle perché la tua immagine si rovina e perdi i favori degli altri, sei un  narciso) e altre ‘buone scuse’, queste persone sono state lasciate sole e quindi si centrano su se stesse e ciò che resta loro cercando disperatamente di non impazzire.

Il Papa ha chiesto di essere presenti ‘dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni’. Qui si allarga il discorso ma, per restare nel nostro contesto,  i cattivi padroni possono contenere anche la differenza, la solitudine, l’abbandono e la malattia che, se non si risolvono con l’altrui aiuto, ti portano verso cattivi padroni peggiori, che credo conosciamo tutti e non debbano essere elencati. Il punto è che tutti lo sanno, ma finché non vengono toccati, gli altri’ che hanno il problema possono andare a quel paese. Quando, invece, tocca a chi non aveva avuto questo bisogno fino a poco prima, sembra che sia esplosa una bomba, scoppiata la guerra o qualche altra catastrofe. Allora qualcuno potrebbe fargli la domanda: ‘Ma come, non era mica una cosa da poco?’ Ed ecco un altro fatto da non sottovalutare circa le difficoltà di comunicazione tra le varie zone del mondo esistenziale e anche tra.’vecchia’ e ‘nuova’ periferia. Ma perché questo accade? Perché si crolla dalle stelle alle stalle?

Sempre nello stesso periodo, il papa aveva definito questo tempo quello dei soli senza solitudine ‘pensata e vissuta’: una difficoltà umana e profonda. L’invito del papa, era ed è ancora quello di uscire dal centralismo del ‘mi godo la mia bella vita, i miei soldi, la mia carriera, il mio successo’ da solo, escludendo gli altri, per buttarsi in quelle realtà di vera solitudine. . Non si capisce se non si tocca con mano, da fuori non si può comprendere perché la gente si attacchi a una debole speranza, a una promessa fatta, alla presenza di una persona che è disponibile spesso e dona momenti felici… Cosa si può consigliare alle persone che hanno un ruolo nelle vite di chi vive  nelle periferie?

Prendete sul serio quello che state facendo con quella persona che ha bisogno di voi. Le cose cambiano e potrebbe succedere che siate voi ad avere bisogno di lei. E’ brutto da dire, ma non tutti perdonano, non tutti porgono l’altra guancia, anche se si etichettano come credenti. Quindi torna al conflitto tra vecchia e nuova periferia. Ci sono quelli che rendono pan per focaccia, anche solo per un po’ per fare pesare ciò che avete fatto di male, per poi aiutarvi e… amici come prima. Altre persone, più fragili, potrebbero non perdonare affatto e chiudervi la porta in faccia.

Potreste recuperare comunque, ma con più difficoltà. Una ferita a chi è stato illuso ed abbandonato per l’ennesima volta, fa molto male. Pensate bene: vorrei che fosse fatto a me quello che io ho fatto a questa persona?

Mi piacerebbe essere trattato con  disprezzo, abbandonato per un immagine di successo personale (chissà poi se duratura e reale)? Vorrei credere che chi mi sta accanto e si comporta da amico lo sia davvero, per poi scoprire che per lui ‘era solo lavoro’? Se la risposta è no, allora siate sinceri, dite subito le vostre intenzioni, ma non atteggiatevi, poi, a quello che non siete, se sapete che per voi quel rapporto non è importante. Prima di pensare di lasciare una persona delle periferie esistenziali, assicuratevi di poterla davvero continuare a trattare come amica e non lasciatela sola da un giorno all’altro.

Sta a voi trovare sostituti accettabili, visto che ve ne andate di vostra volontà per inseguire il vostro ‘sogno di libertà. Ricordatevi  che, spesso, proprio gli ‘ultimi’ sono quelli che danno di più a livello di tempo ed affetto, ma non per questo vanno sfruttati. Vanno davvero amati. Non sono il ‘tappabuco’ dei vostri conoscenti del ‘centro città e centro esistenziale’. Spesso sono angeli mandati sulla terra per consolare, dare amore, amicizia… L’unico modo per averli accanto, però, è andarli a cercare.

Andateli a cercare nelle loro case, nei centri per disabili, nelle case famiglia, negli ospedali, nelle carceri… Anche i luoghi abituali dove vedete persone sempre sole, ma desiderose di affetto vanno bene: scuola, parco, lavoro… Le periferie sono ovunque. Non lasciate che i soli restino tra loro, vivendo un contatto esclusivamente tramite i social con loro simili. Accoglieteli. Ricordatevi che chi vive nelle periferie esistenziali è una persona come voi con dei doveri, ma anche diritti. Ha sogni ed emozioni come voi.

Papa Francesco, il pontefice del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa

“In questa maestosa piazza di san Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel corso di questi 12 anni, siamo raccolti in preghiera attorno alle sue spoglie mortali col cuore triste, ma sorretti dalle certezze della fede, che ci assicura che l’esistenza umana non termina nella tomba, ma nella casa del Padre in una vita di felicità che non conoscerà tramonto”: alla presenza di oltre 250.000 persone, a cui si sono aggiunte altre 150.000 persone lungo il tragitto fino alla basilica di santa Maria Maggiore, luogo in cui è stato sepolto, in piazza san Pietro si è svolta la messa esequiale di papa Francesco, celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Sacro Collegio, che lo ha definito un papa con un cuore aperto a tutti.

Fin dall’inizio del suo pontificato la sua scelta è stata quella di essere pastore delle pecore: “Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, papa Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita”.

Al francescano p. Fabio Nardelli, docente alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, abbiamo chiesto di sintetizzare il messaggio che papa Francesco ha lasciato al popolo cristiano: “Guardando al Pontificato di Francesco e, in particolare, agli ultimi mesi di vita, il segno più eloquente che lascia in eredità all’umanità è quello dell’esserci, della sua presenza anche nella sofferenza e nella malattia: visitando, incontrando, accogliendo e soprattutto ‘facendosi prossimo’, anche in quell’ultimo saluto ai fedeli in piazza san Pietro nel giorno di Pasqua. L’esserci ‘fino alla fine’, testimoniando il Vangelo, è segno di una vita appassionata e donata, che rimane la parola più credibile ed efficace”.

‘Iniziamo oggi un nuovo ciclo di catechesi, dedicato a un tema urgente e decisivo per la vita cristiana: la passione per l’evangelizzazione, cioè lo zelo apostolico. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa: la comunità dei discepoli di Gesù nasce infatti apostolica, nasce missionaria, non proselitista e dall’inizio dovevamo distinguere questo: essere missionario, essere apostolico, evangelizzare non è lo stesso di fare proselitismo, niente a che vedere una cosa con l’altra. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa, la comunità dei discepoli di Gesù nasce apostolica e missionaria’: così papa Francesco apriva la catechesi dell’udienza generale di mercoledì 11 gennaio 2023. Per quale motivo aveva una tensione missionaria?

“L’esperienza pastorale vissuta in America Latina è stata chiaramente molto determinante, in quanto ha sperimentato in maniera incisiva cosa significhi vivere ‘in mezzo’ al popolo e testimoniando l’amore del Padre che non abbandona nessuno dei suoi figli. Nel suo pontificato ha più volte rilanciato non una ‘metodologia’ missionaria, ma la chiamata a un’esistenza missionaria che è per ‘tutti’ indistintamente, in quanto battezzati e perciò discepoli-missionari”.

‘Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza pretendere alcun requisito previo per poterci amare e per offrirci la sua amicizia: Egli ci ha amati per primo… Per esprimere l’amore di Gesù si usa spesso il simbolo del cuore. Alcuni si domandano se esso abbia un significato tuttora valido. Ma quando siamo tentati di navigare in superficie, di vivere di corsa senza sapere alla fine perché, di diventare consumisti insaziabili e schiavi degli ingranaggi di un mercato a cui non interessa il senso della nostra esistenza, abbiamo bisogno di recuperare l’importanza del cuore’: così si apriva la sua ultima enciclica sull’amore umano e divino di Gesù: ‘Dilexit nos’. Per quale motivo egli ha invitato i cristiani ad essere ‘devoti’ al cuore di Gesù?

“Papa Francesco nella sua ultima enciclica ‘Dilexit nos’parla dell’amore personale del Cristo che viene incontro ad ogni uomo e che riconosce tutti come ‘amici’, non pretendendo alcun requisito. Con questa riflessione ha voluto rilanciare l’amore ‘cristoconformante’, riportandoci alla sorgente dell’amore divino e umano; ed è nel Cuore di Cristo, che ciascuno può riconoscere se stesso e imparare ad amare”.

Nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ papa Francesco ha avvertito la necessità di proporre lo stile ‘fraterno’ che san Francesco d’Assisi ha indicato a chi aveva scelto di seguirlo: ‘Fratelli tutti, scriveva san Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo… Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita’. Quanto è stato importante il suo magistero sull’amicizia sociale?

“L’opzione preferenziale per i poveri non ha costituito una semplice scelta di pastorale sociale, ma è stata posta quale esigenza indispensabile del cammino di evangelizzazione di tutta la Chiesa. Secondo papa Francesco l’impegno sociale non ha un fondamento esclusivamente sociologico ma in primiscristologico in quanto non nasce da imposizioni esterne ma dal mandato missionario di Gesù. L’attenzione alla dimensione sociale dell’evangelizzazione è stata vissuta come un’obbedienza fedele al principio evangelico e al vero significato della missione, secondo cui ogni discepolo è inviato ad annunciare la salvezza opera da Gesù Cristo morto e risorto”.

Quindi, pur apportando novità all’interno della Chiesa, non ha mai ‘tradito’ la dottrina?

“Il pontificato di papa Francesco è stata una grande ‘provocazione’ per coloro che non attendevano più la sorpresa di Dio. Il suo insegnamento può essere considerato, a ragione, un punto di svolta per la Chiesa: in obbedienza alla Scrittura, in continuità con la Tradizione e il Magistero ed, in ascolto dei ‘segni dei tempi’, ha orientato la barca della Chiesa verso prospettive sempre nuove ed aperte all’energia vitale del Vangelo. Guardando agli anni del suo pontificato, si può affermare che, in continuità con il Concilio Vaticano II, egli ha riaffermato l’urgenza missionaria, che è per ‘tutti’! Davvero si può definire il papa del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il dodicesimo anniversario del pontificato di Papa Francesco dal Policlinico Gemelli

Papa Francesco

Oggi Papa Francesco celebrerà il dodicesimo anniversario della sua elezione al soglio pontificio nel suo letto dell’ospedale romano nel quale è ricoverato da quasi un mese. Il Santo Padre, infatti, è come noto ricoverato dal 14 febbraio scorso al Policlinico ‘Agostino Gemelli’ di Roma per una grave infezione delle vie respiratorie.

Diciamo innanzitutto che non ci pare senza significato che Bergoglio trascorra nella malattia il tredicesimo ‘compleanno’ del suo Pontificato. Come quello di San Pietro Apostolo, infatti, il cammino del Vicario di Cristo è da sempre accompagnato dalla sofferenza e dalla Croce. Pregare quindi per la sua guarigione e per la sua capacità di continuare ad offrire le prove e le sofferenze (anche morali) che sta subendo per il bene della Chiesa e del mondo è l’unica manifestazione a nostro avviso di amore concreto alla sua persona ed alla sua missione universale.

Per ripercorrere l’ultimo anno di pontificato di Papa Francesco, forse il più intenso vissuto fino adesso tra Giubileo, Sinodo, Concistoro, viaggi all’estero e visite in Italia e nelle parrocchie di Roma, partiremo dalla sua quarta enciclica, la “Dilexit nos” pubblicata il 24 ottobre 2024 e dedicata alla devozione al Cuore di Gesù.

Come sappiamo, la prima enciclica di Bergoglio è stata la “Lumen fidei” (2013), la seconda la “Laudato si’” (2015) e la terza la “Fratelli tutti” (2020) ma, com’è stato rilevato, fra tutte la Dilexit nos è stata l’unica ignorata dai grandi media e dagli ambienti cattolici culturalmente “elevati”. Ciò perché si tratta di un documento che «evidentemente non si presta a polemiche particolari» (Marco Invernizzi, L’enciclica dimenticata, in Alleanza Cattolica.org, 2 dicembre 2024). Se ci pensiamo questa circostanza spiega molto della sofferenza e della Croce che, non solo nel corpo, sta portando il Santo Padre…

Venendo invece al suo Magistero, sappiamo che fin dall’inizio del Pontificato Bergoglio ha sempre attribuita una grande importanza al tema della famiglia e della fertilità, come ha ribadito straordinariamente il 10 maggio 2024 agli Stati Generali sulla Natalità, un convegno annuale che si tiene a Roma, a poca distanza dal Vaticano.

Anche durante il viaggio apostolico in Lussemburgo e Belgio (26-29 settembre 2024), Papa Francesco ha elogiato il coraggio di un re come Baldovino che, nel 1990, abdicò per 36 ore per non firmare la legge sulla legalizzazione dell’aborto. Dopo un incontro nella Basilica di Koekelberg, il Pontefice si è quindi recato nella Chiesa di Nostra Signora di Laeken accolto dal re Philippe e dalla regina Mathilde, fermandosi davanti alla tomba di Re Baldovino in preghiera, del quale ha poi avviato l’iter della causa di beatificazione e canonizzazione.

Il Santo Padre con questi suoi gesti e insegnamenti ci sta avvertendo che, nonostante si parli di sovrappopolazione e di ‘diritto di scelta’ in materia di vita nascente, il calo delle nascite e la paura del futuro a livello globale è un fenomeno in crescita. Ne è un esempio l’Italia dove, come riportano i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), nel 2022 il tasso di fertilità è sceso da 1,24 a 1,20 figli per donna, ben al di sotto del tasso di 2,1 necessario per conservare un livello di popolazione stabile.

Ma nel giorno che segna il dodicesimo anniversario del pontificato di Bergoglio, vogliamo condividere le sue più recenti e chiare parole su un tema che spesso viene utilizzato contro di lui da chi lo giudica come “complice” dell’ideologia gender o dell’agenda politica delle lobby LGTBQ+. «Oggi il pericolo più brutto è l’ideologia del gender, che annulla le differenze», ha affermato infatti rivolgendosi ai partecipanti al Convegno Internazionale “Uomo-Donna immagine di Dio. Per una antropologia delle vocazioni”, il primo marzo 2024.

Proprio nel segno dell’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo insegnato nel solco della Tradizione dalla Dilexit nos vorremmo quindi commemorare l’anniversario dei dodici anni di Pontificato. L’amore voluto da Dio fra un uomo e una donna nel matrimonio e votato da questi ultimi ai figli trovi nel culto del Sacro Cuore, attraverso la pratica dei Primi nove venerdì del mese, la forza per ricevere per sé e per le persone care il dono della Redenzione

Da Gerusalemme un appello per Gaza

“Come custodi della fede e della coscienza cristiana in questa terra sacra, alziamo le nostre voci con dolore e ferma determinazione di fronte alla sofferenza in corso a Gaza. La devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo è una profonda tragedia morale e umanitaria. Migliaia di vite innocenti sono state perse e intere comunità sono in rovina, con i più vulnerabili, bambini, anziani e malati, che sopportano difficoltà inimmaginabili”: così hanno scritto in una nota i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme esprimendo dolore di fronte alla sofferenza degli abitanti di Gaza.

Nella nota si è ribadito che chi vive a Gaza non deve essere costretto all’esilio: “In mezzo a questa angoscia, siamo costretti a parlare contro la grave minaccia dello sfollamento di massa, un’ingiustizia che colpisce il cuore stesso della dignità umana. La gente di Gaza, famiglie che hanno vissuto per generazioni nella terra dei loro antenati, non devono essere costrette all’esilio, private di ciò che resta delle loro case, della loro eredità e del loro diritto a rimanere nella terra che costituisce l’essenza della loro identità. Come cristiani, non possiamo essere indifferenti a tale sofferenza, perché il Vangelo ci comanda di sostenere la dignità di ogni essere umano”.

Da qui nasce il sostegno alla posizione ‘chiara e incrollabile’ del re Abdullah II di Giordania e del presidente egiziano Al-Sisi: “In questo momento critico, riconosciamo e sosteniamo la posizione di Sua Maestà il Re Abdullah II di Giordania, del Presidente Al-Sisi d’Egitto e di altri, la cui posizione ferma e di principio è rimasta chiara e incrollabile nel respingere qualsiasi tentativo di sradicare la popolazione di Gaza dalla propria terra. I loro incessanti sforzi per fornire aiuti umanitari, fare appello alla coscienza del mondo e insistere sulla protezione dei civili esemplificano la leadership al suo più alto livello di responsabilità”.

Con tale spirito di responsabilità i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno chiesto il rilascio di tutti i prigionieri: “Con questo stesso spirito, chiediamo anche il rilascio di tutti i prigionieri di entrambe le parti in modo che possano essere riuniti in sicurezza alle loro famiglie. Facciamo inoltre appello a tutte le persone di fede, ai governi e alla comunità internazionale affinché agiscano rapidamente e con decisione per fermare questa catastrofe. Non ci sia alcuna giustificazione per lo sradicamento di un popolo che ha già sofferto oltre misura”.

Questa  è stata una sottolineatura necessaria in quanto ogni vita è sacra: “Lasciamo che la sacralità della vita umana e l’obbligo morale di proteggere gli indifesi superino le forze della distruzione e della disperazione. Chiediamo un accesso umanitario immediato e senza restrizioni a coloro che sono in disperato bisogno. Abbandonarli ora significherebbe abbandonare la nostra comune umanità”.

La nota si conclude con il sostegno a coloro che hanno perso un familiare in questo perenne conflitto con un verso tratto dal salmo 145: “Mentre eleviamo le nostre preghiere per coloro che sono in lutto, per i feriti e per coloro che rimangono saldi nella terra dei loro antenati, ricordiamo la promessa della Scrittura: ‘Il Signore sostiene tutti quelli che cadono e rialza tutti quelli che sono curvi’. Possa il Dio della misericordia rafforzare gli afflitti, ammorbidire i cuori di coloro che detengono il potere e portare una pace che sostenga la giustizia, preservi la dignità umana e salvaguardi la presenza di tutti i popoli nella terra a cui appartengono”.

Tra i firmatari della dichiarazione anche il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino, padre Francesco Patton, custode di Terra Santa, il patriarca greco-ortodosso Teofilo III ed altri rappresentanti delle Chiese cristiane e cattoliche (copta, maronita, melkita, siro-cattolica, episcopale, evangelica luterana, armena).

Ed anche il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, in un’intervista al giornale ‘Eco di Bergamo’ ha auspicato auspica che possa essere ‘permanente, che metta fine alla sofferenza del popolo palestinese’ nella Striscia di Gaza e nel resto della Palestina: Ora bisogna dare segni di speranza ad entrambi: sia agli israeliani che ai palestinesi”. L’auspicio del cardinale è che la Comunità internazionale, e in particolare le nazioni vicine, aiutino il Paese a rimanere territorialmente integro, “soccorrendo la popolazione nelle povertà che la guerra ha generato in questi lunghi anni”.

Le difficili realtà socio-politiche nel Medio Oriente portano all’interrogativo sul ruolo che lì possono avere i cristiani, non una minoranza, ma una ‘componente’ essenziale e imprescindibile, che ha ‘sempre contribuito allo sviluppo e al progresso dei loro Paesi’: “Quanto alla Terra Santa, ogni cristiano dovrebbe potervisi recare liberamente e senza restrizioni”.

Don Maurizio Chiodi: la vita riguarda tutti

Nel mese di agosto il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Vincenzo Paglia, ha consegnato a papa Francesco il ‘Piccolo lessico del fine-vita’, in cui si conferma la contrarietà al suicidio assistito ed all’eutanasia, ribadendo la difesa del diritto alla vita, soprattutto per i più deboli per una necessaria valutazione dei trattamenti non proporzionati; maggior cura dei malati; collaborazione tra Chiesa e politica sui temi del fine vita, chiarendo alcuni punti sulle tematiche etiche relative al dibattito sul fine vita: dall’eutanasia e il suicidio assistito, alle cure palliative e la cremazione.

Nell’introduzione al volume mons. Paglia ha scritto che questi temi riguardano tutti: “Quando sono in gioco la vita, la sofferenza e la morte non possono essere solo i singoli individui che se la debbono sbrigare privatamente, per conto proprio. E’ perciò un fatto positivo che tutta la comunità si senta coinvolta e chiamata a elaborare in modo condiviso il senso degli eventi più delicati dell’esistenza.

Non deve esserci dubbio che essi hanno profonda rilevanza per la comunità intera. Ma proprio per questa diffusione non è raro che i termini del dibattito risultino equivoci. Le stesse parole talora vengono utilizzate con significati diversi, anche perché non sono facili da maneggiare, con il risultato di rendere difficile intendersi non solo per la differenza delle posizioni ma anche per la complessità dei termini”.

Ed ha ribadito l’importanza della presenza testimoniale dei cattolici nella società: “Proprio nella cultura si apre il tema della presenza e della testimonianza dei credenti, in quanto anch’essi partecipano al dibattito pubblico, intellettuale, politico e giuridico. Il contributo dei cristiani si realizza all’interno delle differenti culture: non sopra (come se essi possedessero una verità data a priori) né sotto (come se fossero portatori di un’opinione senza impegno di testimonianza della giustizia condivisibile): soggettivamente rispettabile, ma pregiudizialmente parziale e dogmatica, dunque oggettivamente inaccettabile. Tra credenti e non credenti si stabilisce così una relazione di apprendimento reciproco”.

Al teologo morale, don Maurizio Chiodi, accademico della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), chiediamo di spiegare l’importanza di questo libro: “La sua importanza, mi pare, risiede anzitutto nel contesto: pur non essendo un testo magisteriale, è promosso dalla PAV e fa parte di una collana dell’editrice Vaticana; in quest’ottica va letta la densa introduzione di mons. Paglia, presidente della PAV. La ragione maggiore della sua importanza, però, è quella per la quale si raccomanda ogni libro: è un’opera pregevole per la qualità della riflessione, per le parole che dice e che non dice, per la lettura istruttiva anche per gli addetti ai lavori e accessibile a tutti”.

Per quale motivo le decisioni sulla vita riguardano tutti?

“La domanda dice bene il motivo per cui è stato scritto il ‘Piccolo lessico del fine-vita’. Il dibattito in Italia e talvolta anche nella Chiesa rischia di ridursi a polarizzazioni semplificatrici. Quanto più si grida e si attacca, tanto più si pretende di aver ragione. Così, però, ignoriamo le ragioni del dialogo e il dialogo delle ragioni. Il dialogo appartiene all’umano e va nel profondo, per accedere alla verità, nelle sue diverse articolazioni. In tal senso esso fa parte del cammino della Chiesa, che per la sua struttura è sinodale, secondo lo specifico di ciascuna componente, dal ministero dei pastori con il magistero corrispondente, al ‘sensus fidei fidelium’, al servizio della teologia. Dialogare non è rinunciare alle proprie idee e scelte, ma testimoniarle, parlando in modo che l’altro possa comprenderle e continuando ad ascoltare le sue ragioni”.

Perché la Chiesa ribadisce il proprio no ad eutanasia, suicidio assistito ed accanimento terapeutico?

“Il ‘Piccolo Lessico’ ha selezionato 22 voci, con 19 commenti effettivi. Pur essendo un ‘Lessico’, necessariamente frammentato, ogni articolo rimanda agli altri, componendo un mosaico di concetti e formulazioni legate tra loro, in un profilo unitario. Ad esempio, la voce eutanasia non si comprende senza riferirsi all’accanimento terapeutico (o ostinazione irragionevole), la medicina intensiva, la proporzionalità, l’autonomia, l’accompagnamento, la morte. Quest’ultimo tema è il cuore di tutto: gli è dedicata una voce che, con approccio multidisciplinare (comune a tutto il ‘Piccolo Lessico), non si limita al suo accertamento, ma suggerisce questioni teologiche, filosofiche, etiche e antropologiche di ampio respiro.

Su di essa, che è l’esperienza radicale di ‘essere sottratti a se stessi’, si innestano l’accanimento e il suicidio assistito. Il rifiuto dell’accanimento, insieme al no all’eutanasia (ed al suicidio assistito), sono la chiave per porsi dinanzi alla morte, con quella saggezza che per il cristiano è forma della fede e per chi non lo è rappresenta la virtù della vita buona. Il fare della tecnica appartiene all’agire responsabile che nella medicina diventa forma della cura della vita ‘fragile e mortale’, propria e altrui. Sotto tale profilo ritorna il tema della proporzionalità, che il ‘Piccolo Lessico’ mette bene in rilievo, come anche la proposta di DAT, che lo conclude”.

Quanto è importante sviluppare le cure palliative?

“Accompagnare, comunicare, custodire le relazioni, prendersi cura anche quando non si può guarire, senza provocare la morte e senza allontanarla indefinitamente: le cure palliative sono una forma esemplare della medicina scientifica e tecnologica che, guardandosi dal tecnicismo, custodisce il senso fondamentale della pratica medica”.

Con questo vademecum cambia qualcosa nella dottrina della Chiesa nei confronti della vita e della morte?

“La dottrina della Chiesa, nel suo insieme, non è un monolite fuori della storia. La verità della fede e la pratica che la custodisce esigono un ritorno continuo al vangelo e agli interlocutori ai quali si rivolge. Si tratta dunque di una verità storica, com’è evidente anche in etica. A volte sottolineature o sfumature possono aiutare a reinterpretare, prospettando vie nuove. A tal proposito, vorrei ricordare due temi del Piccolo Lessico, che han fatto molto discutere. Come rileva la voce ‘nutrizione ed idratazione artificiale’ (NIA), i testi del magistero, mentre considerano tali cure ‘dovute’ in senso generale, prevedono condizioni in cui ne sia possibile la sospensione.

Il Piccolo Lessico trae le conseguenze di tale valutazione, riconducendo la NIA al decisivo criterio della proporzionalità. L’altra questione riguarda il ‘suicidio assistito’. Già  la Dichiarazione ‘Iura et bona’ (1980), condannando l’eutanasia come omicidio, prevedeva situazioni in cui potesse non darsi responsabilità morale. Rimanendo in tale quadro etico, il Piccolo Lessico dice che si può pensare ad una mediazione giuridica che tenga conto del pluralismo della società democratica, certo riferendosi al dibattito italiano, locale, ma rilanciando la possibilità di ‘tradurlo’ in altri contesti culturali. A tal riguardo, l’Introduzione, senza sottodeterminare la legge giuridica, mette in guardia dalla sua sovradeterminazione e rilancia la questione radicale della cultura, umanistica e relazionale”.

Su questi temi quale contributo possono fornire i cattolici? 

I credenti non stanno né fuori né sotto né sopra, ma dentro la società e la cultura, chiamati a entrare nell’arena pubblica, anche nei suoi aspetti etici e antropologici, spesso dimenticati nei dibattiti giuridici e politici. Accogliendo pienamente la (buona) ‘laicità’ dello Stato, il ‘particolare’ dei credenti testimonia un bene che è di tutti e a tutti è destinato, sia offrendo ‘risorse di senso’ specifiche sia entrando nella logica dell’ ‘apprendimento reciproco’ che ci chiede di praticare l’ascolto ed il confronto con tutto ‘ciò che è virtù e merita lode’, come scrive san Paolo ai Filippesi”.

Padre Bormolini: il Cantico delle Creature per un cambiamento di vita

“Altissimo, onnipotente, buon Signore, tue sono le lodi, la gloria e l’onore e ogni benedizione. A te solo, Altissimo, si confanno e nessun uomo è degno di ricordarti. Laudato sii, mio Signore, con tutte le tue creature, specialmente messèr fratello sole, il quale diffonde la luce del sole, e tu ci illumini per mezzo suo, e lui è bello, raggiante con gran splendore; di te, Altissimo, reca il significato. Lodato sii, mio Signore, per sorella luna e le stelle; le hai formate in cielo chiare e preziose e belle. Lodato sii, mio Signore, per fratello vento, e per ogni movimento del vento, per il nuvolo, il sereno e ogni tempo per il quale alle tue creature dà i sostegno. Lodato sii, mio Signore, per sorella acqua, che è molto utile, umile, preziosa e casta. Lodato sii, mio Signore, per fratello fuoco, per il quale illumini la notte, ed egli è bello, giocoso, robusto e forte.

Lodato sii, mio Signore, per sorella nostra madre terra, la quale ci sostenta e governa, e produce diversi frutti, con fiori colorati e erba. Lodato sii, mio Signore, per quelli che perdonano grazie al tuo amore, e sostengono malattie e guai. Beati quelli che sopporteranno in pace, che da te, Altissimo, saranno ricompensati. Lodato sii, mio Signore, per nostra sorella morte corporale, dalla quale nessun uomo che viva può scappare. Guai a quelli che morranno in peccato mortale; beati quelli che troverà nelle tue santissime volontà; che la seconda morte non gli farà male. Lodate e benedite il mio Signore e ringraziate, e servitelo con grande umiltà. Amen”.

Il ‘Cantico delle creature’ è stato composto nel 1224 da san Francesco d’Assisi composto intorno al 1224 ed è una lode a Dio e alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: oggi, 800 anni dopo, quelle parole continuano ad essere un invito a riconoscere la sinfonia del creato e il canto che vibra nel cuore di ognuno di noi, come prova il libro ‘Vivere il Cantico delle creature. La spiritualità cosmica e cristiana di san Francesco’, scritto da un poeta, David Rondoni, e da un monaco tanatologo, p. Guidalberto Bormolini, al quale chiediamo di raccontarci il motivo per cui san Francesco d’Assisi scrisse il Cantico delle Creature:

“San Francesco scrisse il Cantico in un momento particolare, soprattutto in tempo di una forte sofferenza. L’ispirazione gli cambiò la percezione di questa sofferenza e la prospettiva verso la vita; ma la cosa più bella è che san Francesco compose questo Cantico delle Creature, perché fosse portato a tutte le persone in vista della vera penitenza ed i suoi frati avrebbero dovuto cantarlo, concludendo: ‘siamo giullari del Signore, la penitenza che desideriamo è che entriate nella vera penitenza’. Ma la penitenza non è punizione, ma cambiamento di rotta. Se andavano nella direzione sbagliata, questo Cantico li avrebbe condotti nella direzione giusta”.

Quale era la spiritualità di san Francesco?

“La spiritualità di san Francesco era una spiritualità incarnata. In un tempo in cui l’amore per la natura non era lo stesso che abbiamo noi, che la consideriamo romantica. La natura era nemica, perché distruggeva il raccolto ed il bestiame. La sua spiritualità, in un epoca che niente era scontato, aveva  la capacità di vedere il divino nella materia. Era la spiritualità di un vero cristiano. Soprattutto se vista in un tempo in cui la contrapposizione con i catari era forte; uno spiritualismo disincarnato  ha visto contrapposta la mistica di un santo come Francesco, che vedeva nella materia la bellezza del Creatore”.

La spiritualità cosmica può essere anche spiritualità cristiana?

“La spiritualità cosmica e la spiritualità cristiana non sono assolutamente in contraddizione, soprattutto se sappiamo che tutto ciò che esiste nel cosmo forma una salda unità. Esiste un vincolo di concordia e di pace, come se tutti gli elementi fossero inseparabili, come afferma il card. Splidik che dice che i Padri della Chiesa consideravano l’unità del mondo come un tema molto familiare. Clemente Alessandrino affermava che i dannati simpatizzavano con i viventi nell’unità cosmica.

Sarebbero tanti i mistici cristiani che ci fanno intravedere questa spiritualità cosmica, cioè una spiritualità che vede l’artefice divino in tutta la bellezza che è stata creata. Soprattutto vede nella creazione e nei suoi elementi una scala cosmica, che ci protende verso il Cielo per andare incontro alla scala che dal Cielo è stata gettata. Questo, forse, potrebbe far comprendere in un senso profondamente mistico ed antropologico il meraviglioso Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi”.

Cura del creato e cura della vita: in quale modo coniugare?

“La cura è sempre cura integrale. L’essere umano non può essere curato solo fisicamente, se anche nei documenti scientifici psiche e corpo non sono disgiunti. Da qui bisogna abbracciare e coniugare sempre l’interezza umana, altrimenti una parte dell’essere sarà fuori dalla cura e non sarà sicuramente vera cura. Quindi la cura del creato e la cura della persona (la cura in generale) è sempre un abbraccio unico; siamo parte di tutto. Siamo dentro ad una comunione o, cristianamente, nel Corpo mistico con Cristo che abbraccia tutto ciò che esiste. Infatti, anche la creazione, come dice san Paolo, geme nelle doglie di un parto, perché è protesa verso questa Trasfigurazione: curare gli esseri umani e creare il creato è qualcosa di strettamente collegato alla vita”.

Il cantico può essere considerato un accompagnamento a vivere bene la morte?

“Sicuramente il Cantico delle Creature è un accompagnamento alla morte, perché è dentro in un tutto, in cui gli elementi sono insieme in un tutto, per cui il nostro ritorno alla terra è il nostro tornare al Cielo: ci mette in un’altra dimensione. E’ però anche un canto d’amore, perché amore è immortalità, o meglio è sostanza divina. Ben a ragione il Cantico delle Creature si conclude chiamando la morte ‘sorella’, perché non ci è nemica. La morte non è all’opposto della vita, ma è la porta della vita stessa”.

Ad 800 anni di distanza quale è l’attualità del suo messaggio?

“Ad 800 anni di distanza il messaggio del Cantico delle Creature è attualissimo. Sta dicendo che tutto il cosmo è dentro di noi e che se noi visitiamo la nostra interiorità abbiamo accesso ad esperienze che ci collegano con Dio; soprattutto ci insegnano che c’è una scala per protenderci verso Dio, ma non è quella di Prometeo e né quella della Torre di Babele, ma è una scala che è stata gettata per la salvezza; è una scala che la mistica cristiana fa coincidere con i ‘gradini’ delle ferite di Cristo, quindi noi possiamo parlare di tutto questo ad un mondo fortemente attratto da nuove spiritualità, in cui dobbiamo anche vedere il buono, cioè lo slancio verso qualcosa di grande.

Però, come cristiani, abbiamo da fare un dono ai ricercatori: questo slancio verso il più grande deve essere uno slancio verso un Amico divino, che ha cura di te e che è pronto a tutto per amore di te. Questa spiritualità cosmica del Cantico delle Creature è non solo attuale, ma la via di uscita ai tempi bui che stiamo attraversando e ci annuncia che nessuno buio può soffocare questo Amore divino, che si protende verso noi e vuole entrare nel nostro corpo e nella nostra anima attraverso un abbraccio infinito”.

(Tratto da Aci Stampa)

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