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Esercizi spirituali: attenzione all’orgoglio
“Le cadute possono renderci umili quando siamo gonfi d’orgoglio. Possono mostrare il potere salvifico di Dio. Possono diventare pietre miliari di un personale cammino di salvezza, da ricordare con gratitudine”: con queste parole nella sesta meditazione di Quaresima, questa mattina, mons. Erik Varden si è soffermato sulle cadute che possono diventare necessarie nel ‘cammino di salvezza’ o trascinare in una scia di distruzione e rovina.
Riprendendo l’inizio del salmo 90 (‘Mille cadranno al tuo fianco, diecimila alla tua destra’) il vescovo di Trondheim ha evidenziato anche che le cadute possono avere conseguenze pesanti: “Eppure non possiamo essere ingenui. Non tutte le cadute finiscono in esultanza. Ci sono cadute che odorano di inferno, e trascinano il colpevole in una scia di distruzione e rovina. Questa scia è spesso ampia e lunga, e travolge molti innocenti”.
Per questo ha sottolineato che le ferite più dolorose sono quelle nate all’interno della Chiesa: “Nulla ha danneggiato più tragicamente la Chiesa, nulla ha compromesso di più la nostra testimonianza che la corruzione cresciuta all’interno della nostra stessa casa. La crisi più terribile della Chiesa è stata provocata non dall’opposizione del mondo, ma dalla corruzione ecclesiastica. Le ferite inflitte richiederanno tempo per guarire. Chiedono giustizia e lacrime”.
Però è difficile trovare gli errori: “Di fronte alla corruzione, soprattutto quando si tratta di abusi, si è tentati di cercare una radice malata. Ci aspettiamo di trovare campanelli d’allarme precoci che sono stati ignorati: qualche errore di discernimento, un modello originario di devianza. Talvolta queste tracce esistono e abbiamo ragione di rimproverarci per non averle riconosciute in tempo. Non sempre però le troviamo”.
Insomma il bene si confonde spesso con il male: “Possiamo riconoscere il bene grande e gioioso che spesso si manifestava agli inizi di comunità oggi associate allo scandalo. Non possiamo presumere che ci sia stata fin dall’inizio un’ipocrisia strutturale, e che i fondatori si siano presentati cinicamente come sepolcri imbiancati. A volte troviamo segni di vera ispirazione, persino tracce di santità. Come possiamo spiegare la compresenza di sviluppi buoni e sviluppi deformati? Una mentalità secolare per lo più si arrenderà: di fronte a una calamità, designa mostri e vittime”.
Per questo il predicatore ha riconosciuto che ci sono strumenti efficaci, ritornando al verso del Salmo 90: “Fortunatamente la Chiesa possiede, quando si ricorda di usarli, strumenti più raffinati e più efficaci. Dove gli uomini perseguono sforzi nobili, ci ricorda Bernardo, gli attacchi nemici saranno feroci. Osserva: ‘i membri spirituali della stessa Chiesa sono attaccati con molto maggiore asprezza rispetto a quelli carnali’.
Pensa che sia proprio questo che il Salmo ‘Qui habitat’ intende con il suo linguaggio di ‘sinistra’ e ‘destra’: la sinistra sta per la nostra natura carnale, la destra per la nostra natura spirituale. Le vittime sono più numerose a destra perché è lì che, sul campo di battaglia spirituale, vengono usate le armi più letali”.
Però la responsabilità è anche di uomini e donne: “Pur prendendo sul serio il regno demoniaco, Bernardo non attribuisce tutte le malattie spirituali a dei cattivi con corna e forconi. Ritiene gli uomini e le donne responsabili dell’uso che fanno della loro libertà sovrana. Il suo punto è che la natura umana è una sola. Se iniziamo ad andare in profondità nella nostra natura spirituale, anche altre profondità sono messe a nudo. Dovremo affrontare la fame esistenziale, la vulnerabilità, il desiderio di conforto: esperienze che possono assumere la forma di un assalto”.
Per questo lo sviluppo fisico deve essere accompagnato dallo sviluppo spirituale: “Il progresso nella vita spirituale richiede una configurazione del nostro ‘io’ fisico ed affettivo in sintonia con la maturazione contemplativa, altrimenti c’è il rischio che l’esposizione spirituale cerchi degli sfoghi fisici o affettivi; e che tali sfoghi siano razionalizzati come se fossero, in qualche modo, essi stessi ‘spirituali’, di un ordine superiore rispetto ai misfatti dei comuni mortali”.
Quindi un maestro spirituale dovrà essere riconosciuto in tutti gli aspetti di vita: “L’integrità di un maestro spirituale si manifesterà nella sua conversazione e nel suo insegnamento, ma non solo; sarà evidenziata anche nelle sue abitudini online, nel suo comportamento a tavola e al bar, nella sua libertà dall’adulazione altrui”.
Ecco il motivo per cui la vita spirituale completa l’esistenza: “La vita spirituale non è un’aggiunta al resto dell’esistenza. E’ la sua anima. Dobbiamo guardarci da ogni dualismo, ricordando sempre che il Verbo si è fatto carne affinché la nostra carne fosse intrisa di Logos. Occorre vigilare tanto sulla sinistra quanto sulla destra, e fare attenzione (insiste Bernardo su questo punto) a non confondere l’una con l’altra. Dobbiamo imparare a essere ugualmente a nostro agio nella nostra natura carnale e spirituale, in modo che Cristo, il nostro Maestro, possa regnare pacificamente in entrambe”.
Mentre nella meditazione di ieri pomeriggio il vescovo norvegese aveva sottolineato il bisogno dell’equilibrio: “Dobbiamo coltivare il giusto equilibrio tra la fiducia nell’aiuto di Dio e la diffidenza verso la nostra fragilità, temendo le tentazioni e accettandone l’inevitabilità, ricordando che Dio ci sottopone ad esse perché sono utili”.
Sono utili in quanto permettono un impegno nella testimonianza della verità: “Resistendo alle frecce scagliate dal Padre della Menzogna, il nostro impegno verso la verità si rafforzerà, così come la nostra fiducia in essa. Allontanati dalla falsità che ci indebolisce, saremo in grado di convertirci per confermare i nostri fratelli”.
In questo senso l’ambizione è in contrasto con la verità: “Bernardo vede l’ambizione come negazione della verità. L’ambizione è una forma non molto sottile di cupidigia. Nel descrivere questo vizio, Bernardo, sempre eloquente, supera sé stesso… L’ambizione, dice, nasce da una ‘alienazione della mente’. E’ una follia che si manifesta quando si dimentica la verità. Il fatto che l’ambizione sia una forma di squilibrio mentale la rende ridicola in qualsiasi sua manifestazione, ma soprattutto quando si evidenzia in persone dedite per vocazione al servizio per gli altri”.
Papa Leone XIV: Dio si manifesta nell’ekklesìa
“Il Concilio Vaticano II, ai cui documenti stiamo dedicando le catechesi, quando ha voluto descrivere la Chiesa si è anzitutto preoccupato di spiegare da dove essa tragga la sua origine. Per farlo, nella Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’, approvata il 21 novembre 1964, ha attinto dalle Lettere di san Paolo il termine ‘mistero’. Scegliendo tale vocabolo non ha voluto dire che la Chiesa è qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola ‘mistero’. Esattamente il contrario: infatti, quando san Paolo utilizza, soprattutto nella Lettera agli Efesini, tale parola, egli vuole indicare una realtà che prima era nascosta e ora è stata rivelata”: all’udienza generale odierne in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha proseguito il ciclo sui documenti del Concilio con la prima catechesi dedicata alla costituzione dogmatica conciliare sulla Chiesa.
Il papa ha sottolineato che il ‘disegno’ di Dio è la manifestazione a tutta l’umanità: “Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce. Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali. Per san Paolo il mistero è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare per l’umanità intera e si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente si dilatano fino a includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo”.
E la manifestazione di Dio si realizza nel mistero dell’ekklesìa: “La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro cuore. In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore stesso.
Trovarsi insieme a celebrare, avendo creduto all’annuncio del Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata dalla croce di Cristo, che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio; è sentirsi convocati insieme da Dio: per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che riconoscono di essere convocate. Sicché vi è una certa coincidenza tra questo mistero e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile”.
Però tale ‘convocazione’ è accessibile a tutti: “Questa convocazione, proprio perché è attuata da Dio, non può tuttavia limitarsi a un gruppo di persone, ma è destinata a diventare esperienza di tutti gli esseri umani. Perciò il Concilio Vaticano II, all’inizio della Costituzione ‘Lumen gentium’, afferma così: ‘La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano’.
Con l’impiego del termine ‘sacramento’ e la conseguente spiegazione, si vuole indicare che la Chiesa è nella storia dell’umanità espressione di quanto Dio vuol realizzare; per cui, guardando ad essa, si coglie in qualche misura il disegno di Dio, il mistero: in questo senso la Chiesa è segno. Inoltre, al termine ‘sacramento’ si aggiunge anche quello di ‘strumento’, proprio per indicare che la Chiesa è un segno attivo. Infatti, quando Dio opera nella storia coinvolge nella sua attività le persone che sono destinatarie della sua azione. E’ mediante la Chiesa che Dio raggiunge l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro”.
Nell’unione tra Dio e l’umanità attraverso Cristo si manifesta la salvezza: “L’unione con Dio trova il suo riflesso nell’unione delle persone umane. E’ questa l’esperienza di salvezza. Non a caso nella Costituzione ‘Lumen gentium’ al capitolo VII, dedicato all’indole escatologica della Chiesa pellegrinante, al n. 48, si utilizza di nuovo la descrizione della Chiesa come sacramento, con la specificazione ‘di salvezza’…”.
In tale modo si può comprendere il significato della Pasqua: “Questo testo permette di capire il rapporto tra l’azione unificatrice della Pasqua di Gesù, che è mistero di passione, morte e risurrezione, e l’identità della Chiesa. Nel contempo esso ci rende grati di appartenere alla Chiesa, corpo di Cristo risorto e unico popolo di Dio pellegrinante nella storia, che vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli”.
In precedenza durante l’incontro con i membri dell’Associazione ‘Pro Petri Sede’, realtà di laici cattolici impegnata per pregare per il Successore di Pietro e supportare le sue opere di carità nel mondo, ha ringraziato per il finanziamento di un centro di formazione nella diocesi di Chiclayo in Perù: “Il vostro impegno incondizionato verso il papa si esprime oggi principalmente attraverso le vostre preghiere; i vostri sforzi per spiegare ai fedeli il ruolo e l’azione della Santa Sede; e le vostre offerte materiali, soprattutto per i più vulnerabili. Grazie di cuore!
Sono profondamente commosso che quest’anno abbiate scelto di sostenere un’opera caritativa nella mia amata ex diocesi di Chiclayo. L’istituzione di un centro di formazione per i più bisognosi sarà di grande beneficio e mi permetterà, nonostante la distanza, di rimanere vicino a tutte queste persone con il pensiero e la carità”.
E tale ‘sostegno’ è molto importante per la Chiesa: “Eppure, l’annuncio del Regno è ostacolato in molti luoghi del mondo e in molti modi. Quanto è importante, quindi, in questi tempi difficili che stiamo vivendo, che ‘Pietro’ mantenga la sua piena libertà di dire la verità, denunciare l’ingiustizia, difendere i diritti dei più vulnerabili, promuovere la pace e, soprattutto, annunciare Gesù Cristo, morto e risorto, unico orizzonte possibile di un’umanità riconciliata”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita i giovani ad una cultura di giustizia
“…è per me motivo di grande gioia essere qui e vivere con la vostra comunità il gesto da cui la ‘domenica’ prende il proprio nome. E’ ‘il giorno del Signore’ perché Gesù Risorto viene in mezzo a noi, ci ascolta e ci parla, ci nutre e ci invia. Così, nel Vangelo che oggi abbiamo ascoltato, Gesù ci annuncia la sua ‘legge nuova’: non soltanto un insegnamento, ma la forza per attuarlo. E’ la grazia dello Spirito Santo che scrive nel nostro cuore in modo indelebile e porta a compimento i comandamenti dell’antica alleanza”: oggi pomeriggio papa Leone XIV ha visitato i fedeli della parrocchia di Santa Maria Regina Pacis ad Ostia Lido, esortando bambini e ragazzi a ‘fare squadra’.
Nell’omelia il papa ha evidenziato che l’alleanza di Dio è via di salvezza: “Attraverso il Decalogo, dopo l’uscita dall’Egitto, Dio aveva sancito l’alleanza col suo popolo, offrendo un progetto di vita e una via di salvezza. Le ‘Dieci parole’ dunque si collocano e si comprendono all’interno del cammino di liberazione, grazie al quale un insieme di tribù divise e oppresse si trasforma in un popolo unito e libero.
Quei comandamenti appaiono così, nel lungo cammino attraverso il deserto, come la luce che mostra la strada; e la loro osservanza si comprende e si compie non tanto come un adempimento formale di precetti, quanto come un atto d’amore, di corrispondenza riconoscente e fiduciosa al Signore dell’alleanza. Dunque, la legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire”.
Ed ha sottolineato la grande profezia della Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’: “Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio…
Indica, così, come via di pienezza dell’uomo, una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore. E’ lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo”.
Questo è sperimentato pure ad Ostia: “Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze; oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali”.
Per questo il papa ha invitato a non rassegnarsi davanti ad una ‘cultura’ dell’ingiustizia: “Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come Comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri, a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo. Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia. Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù.
Sì, che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini; imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù”.
Infine ha ricordato papa Benedetto XV, che diede nome della pace alla parrocchia: “Lo fece nel pieno del primo conflitto mondiale, pensando anche alla vostra comunità come a un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra. A distanza di tempo, purtroppo, molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso”.
Prima della celebrazione eucaristica aveva incontrato i giovani del luogo: “Sono molto contento di essere qui con voi questa sera per incontrarvi, anche con altri gruppi della parrocchia, e per celebrare l’Eucaristia, dove tutti noi rinnoviamo la nostra fede in Cristo, che è sempre presente tra noi; che ci ha promesso che, quando due o tre sono radunati nel suo nome, Gesù è presente. Gesù è vivo con noi e ci dà questa speranza di vivere nella pace, nell’amore e nell’amicizia. Grazie a voi per essere qui questa sera, e speriamo che questi momenti che vivremo insieme siano veramente fonte di pace, di gioia, di felicità per tutti noi, per tutta la comunità di Ostia”.
In precedenza prima della recita dell’Angelus aveva spiegato il significato del ‘compimento della Legge’: “Questa impostazione è molto importante. Ci dice che la Legge è stata data a Mosè ed ai profeti come una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto su di noi e sulla storia o, per usare un’espressione di san Paolo, come un pedagogo che ci ha guidati a Lui. Ma ora Lui stesso, nella persona di Gesù, è venuto in mezzo a noi, il quale ha portato a compimento la Legge, facendoci diventare figli del Padre e donandoci la grazia di entrare in relazione con Lui come figli e come fratelli tra di noi”.
Quindi è necessario cogliere nella legge l’amore: “Fratelli e sorelle, Gesù ci insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore. Infatti, non basta non uccidere fisicamente una persona, se poi la uccido con le parole oppure non rispetto la sua dignità.
Allo stesso modo, non basta essere formalmente fedele al coniuge e non commettere adulterio, se in questa relazione mancano la tenerezza reciproca, l’ascolto, il rispetto, il prendersi cura di lei o di lui e il camminare insieme in un progetto comune. A questi esempi, che Gesù stesso ci offre, ne potremmo aggiungere altri ancora. Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
VI Domenica del tempo ordinario: la giustizia instaurata da Gesù
‘Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel Regno dei Cieli’: nel Vangelo Gesù ci invita ed esorta a superare una giustizia prettamente formale e ci invita a costruire rapporti e relazioni veramente sinceri che partono dal cuore, pieni di amore e senza ipocrisia. L’amore che chiede Gesù è quello che Egli stesso ha dimostrato sulla croce dando la vita per la salvezza dell’uomo. Gesù non è venuto per abolire la legge e quanto asserito dai profeti ma a dare pieno compimento alla legge.
Il precetto della ‘legge’ resta anche nel Nuovo Testamento ma va inteso in chiave di amore. l’amore che non permette di offendere l’altro nè tanto meno di conservare inimicizia. Anzi se sei davanti all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, vai prima a riconciliarti con lui, poi torna a pregare e ad offrire a Dio quello che desideri. Il messaggio di Gesù non abolisce la legge antica ma ci fa cogliere la vera ed intima essenza di essa. Non c’è vera vita cristiana, ad esempio, laddove ci si accontenta di non uccidere. Chi presume di essere giusto perchè non ha mai ucciso fa torto alla vita stessa.
La vita del fratello è in giuoco anche quando lo si insulta o si disprezza. Cristo Gesù ci insegna e vuole la riconciliazione con il fratello, che deve sempre precedere anche l’atto di culto. Vuoi che Gesù ti ascolti? Ama e perdona. Non si può amare Dio ed odiare il fratello. Siamo veri cristiani quando il nostro agire o parlare è chiaro: sì, sì oppure no, no.
Nel Vangelo Gesù evidenzia alcune verità ( o esempi) che evidenziano una giustizia diversa, che non è di più o di meno, ma è una giustizia secondo il cuore di Dio giusto e misericordioso: praticare i comandamenti di Dio in un contesto di amore vero e misericordioso. Oggi purtroppo non sempre da tutti si accetta questa logica, ma la riconciliazione va promossa anche se la colpa non è nostra.
La sapienza cristiana inculcata da Cristo Gesù non è quella di questo mondo dove esiste la vendetta. Quella di Gesù è la sapienza di Dio, che è Padre, Misericordia e perdono. Non bisogna farsi illusione, scrive san Paolo: ognuno raccoglierà quello che avrà seminato. Ricordo a me e a voi: Dio è amore; ci giudicherà solo in chiave di amore.
Papa Leone XIV: Gesù ci rivela il Padre
“Proseguiamo le catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ del Concilio Vaticano II, sulla divina Rivelazione. Abbiamo visto che Dio si rivela in un dialogo di alleanza, nel quale si rivolge a noi come ad amici. Si tratta dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide una storia e chiama alla comunione nella reciprocità. Il compimento di questa rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso si dona a noi, rendendosi presente, e noi ci scopriamo conosciuti nella nostra verità più profonda. E’ ciò che è accaduto in Gesù Cristo. Dice il documento che l’intima verità sia di Dio che della salvezza dell’uomo risplende a noi in Cristo, che è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione”: nell’udienza generale di questa mattina, papa Leone XIV ha proseguito la riflessione sulla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’ invitando a guardare a Cristo attraverso la sua sensibilità e le sue percezioni della realtà.
La Costituzione conciliare sottolinea la rivelazione del Padre attraverso il Figlio: “Nel Figlio inviato da Dio Padre ‘gli uomini… possono presentarsi al Padre nello Spirito Santo e sono fatti partecipi della natura divina’. Giungiamo dunque alla piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in virtù dell’azione dello Spirito…
Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti. Infatti, in Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine del Verbo. Questo ‘Verbo eterno illumina tutti gli uomini’ svelando la loro verità nello sguardo del Padre… Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre mentre ci scopriamo conosciuti da Lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena”.
Quindi Gesù attraverso la sua natura umana rivela il Padre: “Proprio perché è il Verbo incarnato che abita tra gli uomini, Gesù ci rivela di Dio con la propria vera e integra umanità: ‘Perciò egli, dice il Concilio, vedendo il quale si vede il Padre, con tutta la sua presenza e manifestazione, con le parole e le opere, con i segni e i miracoli, e soprattutto con la sua morte e gloriosa risurrezione dai morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, completa, compiendola, la rivelazione’.
Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua umanità integrale: la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. E’ l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre”.
La salvezza annunciata da Gesù passa tramite il proprio corpo: “A salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore, che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi. Perciò, per onorare la grandezza dell’Incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali.
Se Gesù ha un corpo reale, la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di attraversarlo. Gesù stesso ci invita a condividere il suo sguardo sulla realtà…
Fratelli e sorelle, seguendo fino in fondo il cammino di Gesù, giungiamo alla certezza che nulla ci potrà separare dall’amore di Dio… Grazie a Gesù, il cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con fiducia a Lui”.
Mentre nei saluti finali ha chiesto di pregare per la pace: “Cari fratelli e sorelle, preghiamo per la pace, in un momento della storia che sembra segnato da una crescente perdita del valore della dignità umana e in cui la guerra è tornata di moda. L’umanità di Gesù, che rivela il Padre, ci aiuti a trovare cammini di giustizia e di riconciliazione”.
Mentre prima dell’udienza generale papa Leone XIV, nel giorno in cui la Chiesa ricorda sant’Agnese, ha benedetto una coppia di agnelli la cui lana sarà utilizzata per confezionare i palli dei nuovi arcivescovi metropoliti.
(Foto Santa Sede)
Papa Leone XIV invita i giovani ad essere lieti
“Ci salutiamo da qui. Potrete seguire un po’ sugli schermi. Vado da qui all’Aula Paolo VI. Potrete ascoltare un po’… Quanto mi piacerebbe che tutti potessimo stare insieme, non solo con lo schermo ma personalmente, perché è nell’incontro che ci troviamo bene… Stare soli, tante volte, è soffrire. Ma quando siamo con gli amici, quando siamo con la famiglia, quando siamo con quelli che ci amano e che ci vogliono bene, possiamo andare avanti. Abbiate sempre questo coraggio!”: prima di incontrare i giovani nell’aula Paolo VI il papa ha salutato i giovani assiepati nella piazza san Pietro eppoi ha continuato il giro salutando anche i giovani romani assiepati al Petriano.
Quindi nel discorso ai giovani, riuniti nell’aula Paolo VI, papa Leone XIV ha ringraziato per la presenza: “Sono molto contento di trovarmi con voi, di avere questa opportunità di condividere un po’ questa ricerca, questo desiderio di rispondere non solo a quelle domande che abbiamo appena sentito, ma a tante cose nella vita. Vi condivido che poco prima di venire questa sera ho ricevuto un messaggio da una mia nipote, giovane anche lei, che mi diceva: ‘Zio, come fai con tanti problemi del mondo, con tante preoccupazioni?’ e poneva la stessa domanda: ‘Non ti senti solo? Come fai a portare avanti?’ E la risposta, in gran parte, siete voi! Perché non siamo soli!”
Con il pensiero ai giovani che sono morti nella tragedia a Crans-Montana il papa ha raccontato la bellezza della fede: “Se ricordiamo la bellezza della fede, la bellezza della gioia, di essere giovani, di trovarci insieme, di cercare insieme, possiamo sapere davvero nel nostro cuore che mai siamo soli, perché Gesù è con noi!”
Ancora una volta papa Leone XIV ha ricordato che la vita è ‘preziosa’: “E vorrei anche spendere una parola (il cardinale Baldo già ce lo ha detto): è veramente grande questa tristezza e dolore che tutti abbiamo vissuto, per quei 40 ragazzi di Crans-Montana che hanno perso la vita. Anche noi dobbiamo ricordare che la vita è così preziosa, che non possiamo mai dimenticare quelli che soffrono. Purtroppo quelle famiglie, ancora nel dolore, devono cercare adesso come superare quel dolore. Anche per questo è importante la nostra preghiera, la nostra unità: stiamo sempre uniti, come amici, come fratelli “.
Il papa ha risposto alle domande dei giovani su delusione e solitudine, in quanto la vita non è un like: “Quando questo grigiore appanna i colori della vita, vediamo che si può essere isolati anche in mezzo a tante persone. Anzi, proprio così la solitudine mostra il suo volto peggiore: non si viene ascoltati, perché immersi nel frastuono delle opinioni; non si guarda niente, perché abbagliati da immagini frammentarie. Una vita di link senza relazione o di like senza affetto ci delude, perché siamo fatti per la verità: quando manca, ne soffriamo. Siamo fatti per il bene, ma le maschere del piacere usa-e-getta tradiscono il nostro desiderio”.
E’ stato un invito ad affinare una propria ‘sensibilità’: “Se tendiamo l’orecchio e apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza”.
Ed ecco la presenza di Dio: “Se tendiamo l’orecchio ed apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza”.
Attraverso una poesia di Salvatore Quasimodo il papa ha invitato ad aprire gli occhi: “Se tendiamo l’orecchio e apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza”.
Con Gesù il mondo si colora: “Allora un mondo grigio e anonimo diventa un luogo ospitale, a misura d’uomo, proprio perché abitato da Dio. Sono contento che nei vostri ambienti sperimentiate relazioni autentiche: quello che vivete nelle parrocchie romane, in oratorio, e nelle associazioni, non potete tenerlo per voi!”
E’ un invito ad agire con letizia: “Non aspettatevi che il mondo vi accolga a braccia aperte: la pubblicità, che deve vendere qualcosa da consumare, ha più audience della testimonianza, che vuole costruire amicizie sincere. Agite dunque con letizia e tenacia, sapendo che per cambiare la società occorre anzitutto cambiare noi stessi. E voi già mi avete mostrato che siete capaci di cambiare voi stessi e di costruire questi rapporti di amicizia. Così possiamo cambiare il mondo, così possiamo costruire un mondo di pace!”
Con una poesia di Clemente Rebora il papa ha affrontato la santità: “Mi avete chiesto che cosa desidero per voi: nelle mie preghiere, chiedo per ciascuno una vita buona e vera, secondo la volontà di Dio. In breve, spero per tutti una vita santa. Qui vi dico una cosa: sapete che la parola ‘santa’ ha la stessa radice della parola ‘sana’ e che se veramente vogliamo essere santi, bisogna cominciare con una vita sana e bisogna aiutarci, gli uni gli altri, a cercare come evitare quelle cose come, purtroppo, le dipendenze: tante situazioni in cui vivono i giovani”.
Ed ecco la testimonianza: “Noi siamo testimonianza, gli amici veri quelli che accompagnano, quelli che possono veramente offrire una vita sana, perché tutti siamo santi. E questo dipende anche da voi. Non abbiate paura di accettare questa responsabilità. Niente di meno desidero, perché vi voglio bene: vive davvero, infatti, chi vive con Dio, autore e salvatore della vita. Ecco come possiamo essere tutti santi in questa vita! Il Signore rende buona la vita non insegnando astratti ideali, ma dando la vita per noi”.
La testimonianza si trasforma in ‘raggio di luce’: “Il raggio di luce che ci trafigge si vede e si sente! E’ un amore vero, perché fedele e senza tornaconto. E’ un amore che conosce il nostro cuore e lo libera dalla paura. E la pace è il frutto che l’amore di Dio coltiva in noi: gustandolo, lo possiamo condividere attraverso la dedizione a chi non si sente amato, a quei piccoli che hanno più bisogno di attenzione, a chi attende da noi un gesto di perdono. Carissimi giovani, il vostro impegno nella società e nella politica, in famiglia, nella scuola e nella Chiesa parta dal cuore, e sarà fruttuoso. Parta da Dio, e sarà santo”.
In questo senso la preghiera è essenziale: “Anzitutto pregare. E’ questo l’atto più concreto che il cristiano fa per il bene di chi gli è accanto, di sé e del mondo intero. Pregare è atto di libertà, che spezza le catene della noia, dell’orgoglio e dell’indifferenza. Per infiammare il mondo occorre un cuore ardente! E il fuoco lo accende Dio quando preghiamo, specialmente quando lo riceviamo e lo adoriamo nell’Eucaristia, quando lo incontriamo nel Vangelo, quando lo cantiamo nei Salmi. Così Lui ci rende capaci di essere luce del mondo e sale della terra”.
Per questo ha invitato a guardare alla Madre di Dio ed ai santi: “Ci vuole coraggio per testimoniare oggi questa gioia! Ci vuole ardore per amare come il Signore ci ha amati, eppure è esattamente questo che ci fa ‘smettere di temporeggiare e vivere davvero’, come avete detto. Non si tratta di compiere sforzi sovrumani, e neppure di fare ogni tanto qualche opera di carità: si tratta di vivere come uomini e donne che hanno Cristo nel cuore, lo ascoltano come Maestro e lo seguono come Pastore”.
Per questo motivo i santi sono liberi: “Guardiamo ai santi: come sono liberi! Insieme con loro, andiamo avanti nel cammino, ben sapendo che il vero bene della vita non si può comprare con denaro né conquistare con le armi, ma si può donare, semplicemente, perché a tutti Dio lo dona con amore”.
(Foto: Santa Sede)
Epifania del Signore: la manifestazione al mondo
Il termine ‘Epifania’, nome di origine greco, significa manifestazione, rivelazione. Le prime tre manifestazioni della divinità di Gesù, che la Liturgia ci ricorda, sono quella ai pastori di Betlemme, quella ai Magi, venuti dall’Oriente, e poi alle nozze di Cana quando trasformò l’acqua in vino. Sotto le sembianze di un bambino appena nato nessuno avrebbe potuto scorgere il Messia atteso da secoli; il Bambino preannunziato da Dio, dopo il peccato originale: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, disse Dio a satana, tra il seme tuo e il seme di Lei’.
Nella pienezza dei tempi ‘Il Verbo si fece carne’, Gesù viene sulla terra, assume a sé la natura umana, nasce in mezzo al popolo che Dio stesso si era prescelto. I profeti nei secoli lo avevano preannunciato significando anche il luogo di nascita ‘Betlemme’ ed anche la stirpe ‘figlio di David’. La sua nascita è contrassegnata da una luce: la luce che la notte di natale è brillata a Betlemme illuminando la grotta; gli Angeli splendenti che annunziarono i pastori, e questi subito accorsero per adorare il Bambino; anche una luce, una stella compare in oriente per annunciare ai popoli il neonato Messia.
Gesù infatti non si era incarnato solo per il popolo eletto ma per salvare tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Dio parla sempre un linguaggio assai chiaro, adeguato all’interlocutore. Ai pastori, figli del popolo eletto, parla attraverso gli Angeli, al mondo attraverso una stella: l’astronomia era la grande scienza dell’umanità; una stella, che è un messaggio che fa riflettere, che guida l’uomo alla ricerca di Dio; i Magi, uomini di cultura, interpretano il messaggio e partono alla ricerca nel neonato Bambino divino.
L’Epifania è sempre un mistero di luce, significata oggi dalla stella, che guida i popoli a Cristo. Misterioso disegno divino: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre. Oggi è la festa dell’Epifania: i Magi non si arrestarono davanti alle difficoltà sopravvenuti: usano tutte le risorse umane, chiedono, affrontano un lungo e difficoltoso viaggio anche quando scompare la stella, si informano, cercano e Dio premia la loro fede e la loro costanza. Arrivano a Gerusalemme, la capitale del regno, vengono inviati a Betlemme e, ricomparsa la stella, sono guidati dove si trova Gesù con Maria e Giuseppe.
Sono uomini dalla fede profonda e non si prostituiscono al potere politico; Erode, il re, stupito, meravigliato del loro arrivo, interroga i sacerdoti e gli scribi, si informa sul tempo in cui era comparsa la stella e li invia a Betlemme: ‘Andate, cercate il Bambino e, trovatolo, fatemelo sapere perché io venga ad adorarlo’; nel suo cuore già aveva deciso di eliminarlo. Erode, gli scribi, i sacerdoti erano gente che alla luce preferivano le tenebre perché nel loro cuore non c’era fede ma malvagità, egoismo, cattiveria e la tenebra che oscura il cuore e la mente.
I Magi partono da Gerusalemme e la luce ancora una volta si fa viva, la luce si ferma là dove c’era la sorgente della luce: Cristo Gesù. I Magi entrano, ascoltano Maria, adorano il divino Bambino e si inebriano della vera luce. Misterioso disegno divino è la luce, ma gli uomini spesso preferiscono le tenebre. Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre perché Dio è l’amore; così gli angeli cantano: gloria a Dio e pace agli uomini e, purtroppo l’umanità pensa solo alle armi, alla guerra, all’odio, alla distruzione; questo uomo ha già creato le armi per autodistruggersi e, dopo due mila anni di cristianesimo la armi ancora oggi seminano distruzione e morte.
Ma Gesù è venuto per salvare l’uomo e a chi risponde alla sua chiamata, ha assicurato un posto nel regno dei cieli. La festa di oggi è il grande mistero della chiamata di Dio, la chiamata dei popoli alla fede, alla luce, alla fratellanza, all’amore. Il mistero dell’Epifania è un movimento di irradiazione verso l’esterno (la chiamata dei popoli alla conversione); è un movimento di attrazione verso il centro, verso la Gerusalemme celeste, alla ricerca del messia predetto dai profeti. Non esiste ormai più l’ebreo ed il pagano, ma esiste l’uomo chiamato alla salvezza.
I Magi adorarono il Bambino Gesù tra le braccia di Maria e alla sorgente della vera luce offrirono i loro doni: oro (per adorare la regalità di Cristo), incenso (per adorare la sua divinità) e mirra (per riconoscere la sua umanità, l’essere divenuto nostro fratello per vincere la morte, frutto del peccato).
La festa dell’Epifania è la festa della Chiesa alla quale Gesù affida ancora oggi la missione: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: andate, fate miei discepoli tutta la gente’; è la festa della Chiesa chiamata ad estendere la luce di Cristo a tutte le genti e a continuare l’Epifania del Signore. La tua luce, Signore, ci accompagni sempre, in ogni luogo, in ogni momento. Aiutato da Maria e Giuseppe, Gesù fu costretto a fuggire in Egitto; noi, aiutati da Cristo Gesù, che è morto e risorto, sorretti dalla santa madre di Dio e madre nostra, con fede, con fiducia grande e amore profondo irradiamo la luce di Cristo nel cuore, nella famiglia e in mezzo al popolo santo di Dio.
Tutto concorre al bene
In ogni parte del mondo ci sono vite provate in tutti i modi, eliminando quel flebile confine che c’è tra il bene e il male. Guerre, frane, trombe d’aria, terremoti, malattie, all’improvviso tutta la tua vita viene stravolta. Ma anche in Italia possono avvenire degli sconvolgimenti totali, tutto scorre in maniera più o meno normale e poi all’improvviso tutto cambia. E’ successo ad Anna Armentano sposa e madre di 51 anni, di Perugia, che ci racconta la sua vita partendo da quando, molto piccola, diventa orfana.
Sei diventata orfana all’età di 5 anni. Quando tuo padre uccise tua madre: “Sì, sono rimasta orfana di madre a soli 5 anni. Mio padre, in un gesto di follia, ha tolto la vita a mia madre. Sono cresciuta con mia nonna paterna, che da bambina mi portava persino a trovare mio padre in carcere. Quando lui uscì, venne ad abitare con noi. In quella casa, io e mia sorella siamo cresciute legate da un amore profondo, facendoci un po’da mamme a vicenda. Mia nonna non giustificava mai il gesto di mio padre, ma non lo abbandonava mai. Mentre per gli altri era “l’assassino”, per lei era un figlio da amare. Ci ha insegnato che l’amore di una madre non smette mai, anche quando un figlio non è per niente amabile. Ha lasciato la porta di casa aperta, mostrando concretamente che l’amore può perdonare senza annullare la verità”.
Tuo cognato, a cui eri molto legata, si ammalò di Parkinson. Tu hai pregato tanto, ma è peggiorato fino a morire: “Quando mia sorella Rosa si è fidanzata, avevo solo 11 anni. Mio cognato Pasquale, con la sua bontà, è stata la prima figura maschile positiva della mia vita. Mi ha mostrato che gli uomini potevano essere affidabili e buoni. Mi ha accompagnata all’altare ed è stato quasi un padre per me. Ma anche quella luce sembrava spegnersi: Pasquale, a soli 34 anni, si ammalò di Parkinson giovanile. Io, che frequentavo la chiesa sin da bambina, pregai tanto per lui, ma la sua salute peggiorava. Ricordo il giorno in cui, delusa e arrabbiata, gridai al cielo: ‘Dio, se ci sei, sei un Dio ingiusto. E se sei ingiusto, non posso credere in te’. Da quel momento chiusi ogni dialogo con Dio. Era il 2000”.
Il 5 agosto tua figlia Sara muore folgorata: “Mi sono sposata il 18 settembre 1999 con Michele. Nell’estate del 2006, con i nostri figli, partimmo per il mare. La sera del 4 agosto, prima di addormentarsi, Sara mi raccontò una storia: ‘Quando ero piccola piccola, ero in un posto lontano lontano, su una nuvoletta, con la mamma Morena… l’altra mia mamma, buonissima! Più buona di mamma Anna… capelli blu… occhi castani’. ‘E tu lasceresti mamma Anna per andare con mamma Morena?’ le domandai. ‘Sììì’ rispose con due occhi pieni di luce e gioia. Fui travolta da un turbamento profondo.
Il giorno dopo, mentre io e mio marito prendevamo un caffè, Sara appoggiò i piedi su una pedana metallica di un gioco e fu colpita da una scarica elettrica. Morì in un istante. Era una giornata di sole, ma per me si fece buio. Avrei voluto morire anch’io, aveva solo 3 anni e 7 mesi. Il 6 Agosto di quell’ìanno, nella camera ardente, vidi il suo volto sereno, sorridente. La luce che emanava attraversò la mia anima e sentii che Sara non era stata spezzata, ma trasformata. Era viva, viva più che mai.
Durante il viaggio verso Gubbio, mio marito suggerì: ‘E se Sara stesse parlando del velo della Madonna?’ Tre giorni dopo scoprimmo che in Bolivia la Madonna è venerata come ‘Virgen Morena’ e la sua festa è il 5 agosto, il giorno in cui nostra figlia è nata in cielo. Da allora, la nostra fede si è riaccesa. Abbiamo compreso che anche dentro il dolore più buio Dio può accendere una luce, e che la morte non ha l’ultima parola. I nostri cari in cielo vivono, camminano con noi e ci precedono nella gioia. Con questa nuova fede pregai per mio padre, recitando la Novena alla Divina Misericordia per la salvezza della sua anima.
Desideravo anche per lui il paradiso. Tre giorni dopo fu investito da un’auto e morì. Io e mia sorella facemmo celebrare 33 Sante Messe. Al termine, entrambe avemmo lo stesso sogno: un prato verde, Teresa e Domenico, i nostri genitori, insieme mano nella mano, luminosi e sorridenti. Dio si è servito del ‘sì’ di una bambina piccola per salvare un uomo. Ho imparato a guardare anche mia nonna paterna con occhi nuovi. L’avevo giudicata per averci portato in carcere da piccole e per aver accolto suo figlio (nostro padre) a casa con noi, dopo aver scontato la pena. Non ha mai giustificato il gesto di mio padre, ma non lo ha mai abbandonato. Come Dio, ha lasciato sempre la porta del cuore aperta: siamo noi a scegliere se entrarvi”.
Ad un certo punto hai conosciuto i volumi del ‘Libro di Cielo’ di Luisa Piccarreta. Cosa è cambiato nella tua vita?
“La Divina Volontà non l’ho cercata io: è Lei che ha cercato me. Tutto è iniziato per caso: una persona sofferente mi parlò di un gruppo dedicato alla Divina Volontà. Per amore verso di lei, iniziai a leggere i volumi del Libro di Cielo. Non riuscivo a smettere. In tre mesi lessi tutti e 36 i volumi, Le Ore della Passione e Maria nel Regno della Divina Volontà.
La Divina Volontà non aggiunge una nuova rivelazione: approfondisce ciò che la Chiesa ci insegna. Mi ha fatto vedere ciò che il mio cuore aveva sempre intuito: la creazione è un ‘Ti amo’ di Dio alla creatura. Da bambina sentivo che il cielo, il mare, il sole mi dicessero ‘Ti amo’. Ora anch’io posso rispondere con il mio ‘ti amo’ e diventare amore che sale.
Un passo per me molto caro, Volume 11°, Libro di Cielo 17.12.1914, vergato dalla Serva di Dio Luisa Piccarreta: ‘Ed ecco come anche tu puoi formare l’ostia… se manterrai puro il tuo corpo e la tua volontà, essi saranno i veli per potermi consacrare e vivere nascosto in te’. Oggi, ricevendo Gesù nell’Eucaristia, il cielo entra in me ed io nel cielo. Sara non è più lontana, ma dentro di me, come quando la portavo in grembo”.
Una storia molto forte quella di Anna che avrebbe steso chiunque, tanti dolori, il padre che uccise la madre, la morte di una figlia e tanti altri. Invece lei è piena di gioia e ha capito che in tutta la sua vita vi è un grande progetto d’amore di Dio, ora accolto pienamente. Vede tutto con occhi diversi, quelli della Divina Volontà.
(Tratto da L’altroparlante)
Card. Pizzaballa: a Betlemme Dio entra nella storia
“Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato si apre con parole sobrie e precise: ‘In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra’. Luca colloca la nascita di Gesù dentro la grande storia del mondo, segnata da decisioni politiche, da equilibri di potere, da logiche che sembrano governare il corso degli eventi. Come allora, anche oggi la storia è segnata da decreti, decisioni politiche, equilibri di potere che spesso sembrano determinare il destino dei popoli. La Terra Santa ne è testimone: le scelte dei potenti hanno conseguenze concrete sulla vita di milioni di persone”: il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, ha presieduto la messa della notte di Natale nella basilica della Natività di Betlemme, gremita di fedeli, invitando riscoprire la solidarietà per superare le logiche del potere.
Infatti la lettura del Vangelo è un invito a prendere ‘posizione’: “Il Natale, tuttavia, ci invita a guardare oltre la logica del dominio, per riscoprire la forza dell’amore, della solidarietà e della giustizia. Non è un racconto sospeso fuori dal tempo, ma un avvenimento che accade mentre la storia procede secondo strade che non sempre comprendiamo e che spesso non scegliamo”.
E’’ un racconto della scelta di Dio: “L’incipit del brano evangelico non è un semplice dettaglio cronachistico, ma una scelta profondamente teologica. L’evangelista Luca ci dice che Dio non ha paura della storia umana, nemmeno quando essa appare confusa, segnata da ingiustizie, violenza e dominio. Dio non crea una storia parallela, non entra nel mondo quando tutto è finalmente ordinato e pacificato. Entra nella storia reale, concreta, talvolta dura, e la assume dall’interno”.
Nel Vangelo lucano Dio entra nella storia umana per ‘abitarci’: “Il decreto di Cesare sembra dominare la scena: l’imperatore che conta, registra, organizza, governa. Tutto appare sotto controllo, tutto sembra obbedire a una logica di potere che decide per i popoli. Eppure, senza saperlo, proprio quel decreto diventa strumento di un disegno più grande. La storia che pretende di bastare a se stessa diventa il luogo in cui Dio compie la sua promessa.
Questo è uno dei grandi annunci del Natale: Dio non aspetta che la storia migliori per entrarvi. Entra mentre la storia è quella che è. Così ci insegna che nessun tempo è definitivamente perduto e che nessuna situazione è troppo oscura perché Dio vi possa abitare”.
Dio si fa uomo attraverso un censimento: “Per questo il Vangelo non comincia con un miracolo clamoroso, ma con un atto amministrativo; non con un canto di angeli, ma con un censimento. E’ lì che Dio si fa vicino. Giuseppe e Maria si mettono in cammino non per un progetto scelto da loro, ma per obbedienza a un ordine che viene dall’alto. Si muovono dentro una storia che non controllano, dentro decisioni prese altrove. E proprio attraversando queste circostanze, apparentemente estranee alla promessa, Dio porta a compimento la sua Parola”.
E si incarna nel mondo per amarlo:“A Natale Dio non si arrende al mondo, come a Pasqua Cristo non è sconfitto dal male. A Natale Dio ama il mondo fino in fondo, lo assume, lo prende su di sé. Potremmo dire che Dio, facendosi uomo, ‘sposa’ il reale. Tutto ciò che è umano, per Lui, non ha cessato di essere degno di essere abitato. Il peccato ha certamente sfigurato la nostra somiglianza con Dio, ma non ha cancellato la Sua immagine in noi e nella creazione. Per questo il mondo resta benedetto, anche quando il canto di lode per la sua bellezza si trasforma in grido di salvezza”.
Entra nella storia per dare speranza: “L’Eterno, entrando nel tempo, lo ha reso gravido di speranza e di futuro. Ha spezzato il ciclo sterile di una cronaca che si ripete, spesso amaramente, e ha trasformato le nostre vite fragili, i nostri momenti difficili, in luoghi di storia di salvezza. Da quel momento, la storia merita sempre di essere vissuta, perché in essa è stato deposto un seme invincibile di pace.
Il Figlio di Dio, facendosi neonato e scegliendo di percorrere tutto il cammino umano dalla nascita alla morte, ci dice che vale la pena essere uomini e donne, oggi e sempre, perché la vita umana, fatta propria dal Verbo eterno, è diventata il luogo santo in cui Dio continua a compiere le sue meraviglie”.
Con questa nascita Dio cambia la logica del mondo: “La nascita di Gesù avviene nella notte. Non solo nella notte cronologica, ma nella notte dell’umanità: il tempo del limite, dell’incertezza, della paura. Eppure, è proprio in questa notte che la luce viene donata. Una luce che non elimina la notte, ma vince le tenebre che l’accompagnano. La luce di Dio non abbaglia, né impone: illumina il cammino e rende possibile continuare a camminare.
Nel racconto di Luca emerge un contrasto decisivo: da una parte l’imperatore che dispone dei popoli, dall’altra un bambino che nasce senza potere. L’impero emana decreti, Dio dona un Figlio. Mentre la storia segue la logica della forza, Dio agisce nella discrezione e compie le sue promesse attraverso eventi ordinari”.
Seconda questa logica il Vangelo chiama alla responsabilità: “Il Natale, infatti, non è un rifugio spirituale che ci sottrae alla fatica del tempo presente. E’ una scuola di responsabilità. Ci insegna che la pienezza del tempo non è una condizione ideale da attendere, ma una realtà da accogliere. E’ Cristo stesso che rende pieno il tempo. Egli non aspetta che le circostanze siano favorevoli: le abita e le trasfigura”.
La responsabilità richiama la pace: “Anche la pace annunciata dagli angeli va compresa in questa luce. Non è un semplice equilibrio, né il risultato di accordi fragili. E’ il frutto della presenza di Dio nella storia. E’ una pace che viene dall’alto, ma che non si impone. E’ donata, ma anche affidata. Dio fa la sua parte fino in fondo: entra nella storia, si fa Bambino, condivide la nostra condizione. Ma non sostituisce la libertà dell’uomo. La pace diventa reale solo se trova cuori disponibili ad accoglierla e mani pronte a custodirla”.
Questa è la responsabilità consegnata da Dio: “Ogni gesto di riconciliazione, ogni parola che non alimenta l’odio, ogni scelta che mette al centro la dignità dell’altro diventa il luogo in cui la pace di Dio prende carne. Il Natale non ci allontana dalla storia, ma ci coinvolge profondamente. Non ci rende neutrali, ma partecipi”.
Ciò si avverte in particolare a Betlemme: “Celebrare il Natale a Betlemme significa riconoscere che Dio ha scelto una terra reale, segnata da ferite e da attese. La santità dei luoghi convive con ferite ancora aperte. Veniamo da anni durissimi, in cui guerra, violenza, fame e distruzione hanno segnato profondamente la vita di tanti, soprattutto dei più piccoli. Troppo pesante è diventata la situazione, troppo conflittuali i rapporti, troppo faticoso ricominciare e ricostruire. La storia ha mostrato in questi anni tutte le sue contraddizioni, la realtà ci è venuta incontro con il suo lato pesante, complicato, triste”.
Quindi celebrare Natale a Betlemme è un richiamo al mondo alla responsabilità: “Quello che per noi è evidenza concreta e dolorosa si percepisce però anche altrove nel mondo. C’è un diffuso desiderio di fuga dalla realtà. Si fugge da responsabilità troppo pesanti, si fugge dalla cura per il bene comune, per ritirarsi nel proprio interesse privato, si fugge da legami troppo impegnativi, per passare da una distrazione all’altra, in un clima di generale disimpegno. Un po’ ovunque, insomma, si percepisce grande disagio, a volte anche spirituale, incapaci come siamo di comprendere il perché di tutta questa violenza, e della cultura che la alimenta o che la ignora”.
E ciò dipende da scelte politiche: “Le situazioni così difficili di questo tempo non sono il frutto del destino, ma di scelte politiche, di responsabilità umane, di decisioni che spesso mettono gli interessi di pochi davanti al bene di tutti. La Terra Santa, crocevia di popoli e di fedi, continua a essere teatro di tensioni e conflitti che chiamano in causa la responsabilità dei leader locali, della comunità internazionale, ma anche delle autorità religiose e morali”.
Ma a Betlemme Natale ha il significato di una rinascita: “In ogni parte della nostra Diocesi, le sfide non mancano. Nonostante la cessazione della guerra, a Gaza la sofferenza è ancora presente, le famiglie vivono tra le macerie, il futuro appare fragile e incerto. Le ferite sono profonde, eppure anche qui, proprio qui, risuona l’annuncio del Natale. Incontrandoli, sono rimasto colpito dalla forza e dal desiderio di ricominciare, dalla capacità di gioire ancora, dalla determinazione di ricostruire daccapo la loro vita devastata.
Penso che in questo momento stiano davvero vivendo un loro Natale speciale, di nuova nascita e di vita. Sono per noi oggi una bella testimonianza. Ci ricordano come anche noi siamo chiamati a stare dentro la nostra storia. Ci interpellano chiedere con forza percorsi di giustizia e riconciliazione, di ascolto del grido dei poveri, affinché la pace non sia solo un sogno, ma un impegno concreto e una responsabilità per tutti”.
Quindi per cambiare la storia occorre lasciarsi cambiare dalla ‘luce’ di Betlemme: “La storia non cambia tutta in una notte. Ma può cambiare direzione quando uomini e donne si lasciano illuminare da una luce più grande di loro. Il Vangelo di questa notte interpella anche noi qui presenti, provenienti da paesi, culture e storie diverse.
Ci chiede di non restare neutrali. Di non fuggire dalla complessità del presente, ma di attraversarla alla luce del Bambino. La notte del mondo può essere profonda, ma non è definitiva. La luce di Betlemme non abbaglia: illumina il cammino. Passa di cuore in cuore, attraverso gesti umili, parole riconciliate, scelte quotidiane di pace di uomini e donne che lasciano che il Vangelo prenda carne nella vita”.
Per questo il card. Pizzaballa ha affermato che Dio non abbandona il popolo: “In questa notte santa, la Chiesa proclama che la speranza non è stata delusa. Dio è entrato nella nostra storia e non se n’è più andato. Ha scelto di abitare il tempo degli uomini perché nessuno si senta escluso, nessuna vita scartata, nessuna notte senza luce. Che il Bambino nato a Betlemme benedica questa terra e tutti i suoi popoli. Benedica ogni famiglia provata, ogni bambino ferito, ogni uomo e ogni donna stanchi per il peso del presente. In questa notte santa proclamiamo con gioia: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. A Dio che si è fatto vicino, che ha scelto la povertà di una mangiatoia per abitare la nostra storia, sia gloria nei secoli”.
(Foto: Patriarcato di Gerusalemme)
Papa Leone XIV: chi non ama non si salva
“Così canta la liturgia nella notte di Natale, e così riecheggia nella Chiesa l’annuncio di Betlemme: il Bambino che è nato dalla Vergine Maria è il Cristo Signore, mandato dal Padre a salvarci dal peccato e dalla morte. Egli è la nostra pace, Colui che ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio. Per questo ‘il Natale del Signore è il Natale della pace’. Gesù è nato in una stalla, perché non c’era posto per Lui nell’alloggio. Appena nato, sua mamma Maria ‘lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia’. Il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”: dalla Loggia centrale della basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato per la prima volta il messaggio di Natale alla città e al mondo, esortando a farsi solidali con i deboli e gli oppressi.
Nel Natale di Gesù la scelta di Dio è stata ben precisa: “Il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso”.
Dio ha scelto la responsabilità di assumersi il peccato attraverso l’amore per il prossimo: “Nel Natale di Gesù già si profila la scelta di fondo che guiderà tutta la vita del Figlio di Dio, fino alla morte sulla croce: la scelta di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo Lui per noi, di farsene carico. Questo, solo Lui poteva farlo. Ma nello stesso tempo ha mostrato ciò che invece solo noi possiamo fare, cioè assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità. Sì, perché Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi, cioè senza la nostra libera volontà di amare. Chi non ama non si salva, è perduto. E chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.
E per amare occorre responsabilità: “Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità. Se ognuno di noi, a tutti i livelli, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.
Però occorre essere liberi dal peccato: “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace. Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato. Lui è il Salvatore. Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.
Ecco la richiesta di pace per il Medio Oriente con le parole del profeta Isaia: “In questo giorno di festa, desidero inviare un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente, che ho inteso incontrare recentemente con il mio primo viaggio apostolico. Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano.
Il Bambino che oggi nasce a Betlemme è lo stesso Gesù che dice: ‘Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!’ Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: Praticare la giustizia darà pace. Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre”.
Mentre per l’Europa ha chiesto uno ‘spirito’ collaborativo: “Al Principe della Pace affidiamo tutto il Continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”.
Inoltre ha implorato la consolazione per le vittime delle guerre: “Dal Bambino di Betlemme imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo. Ricordo in modo particolare i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo.
In questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza, preghiamo il Dio fatto uomo per la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione. Il Bambino Gesù ispiri quanti in America Latina hanno responsabilità politiche, perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.
Inoltre ha chiesto riconciliazione per i conflitti in Asia e per chi soffre a causa dei disastri naturali: “Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani. A Lui chiediamo che si restauri l’antica amicizia tra Thailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace.
A Lui affidiamo anche le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni. Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”.
Il primo Urbi et Orbi papale è stato un invito a non lasciarsi vincere dall’indifferenza verso i migranti: “Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.
Quindi, ricordando le imminenti chiusure delle Porte sante giubilari papa Leone XIV ha invitato tutti ad ‘aprire’ il proprio cuore per diventare figli di Dio: “In questo giorno santo, apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore. Così facendo lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità: ‘A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’.
Tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina. E’ il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace”.
(Foto: Santa Sede)




























