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XXVIII domenica del Tempo Ordinario: quanti troverete, chiamateli alle nozze, ma con l’abito nuziale!
Nell’Antico Testamento l’alleanza tra Dio e gli uomini era raffigurata con l’immagine nuziale. Anche il Profeta Isaia aveva presentato con il simbolo del banchetto l’era messianica. Nel primo momento la risposta all’invito divino di partecipare al banchetto è dura: gli invitati addirittura si accaniscono contro i servi (i Profeti). Il re, come risposta, dà alle fiamme la loro città. Nel secondo momento il re procede a nuovi inviti: tutti convocati alle nozze (è l’apertura a tutti i popoli), tuttavia ora è necessario però indossare l’abito nuziale, una adesione autentica con il cambiamento della veste; l’invitato è chiamato a prendere coscienza, ad esaminare la propria realtà interiore: la veste che copre la sua interiorità evidenzia un vero esame di coscienza.
La parabola è assai eloquente: essa è rivolta ai Capi del popolo ebreo con il quale Dio aveva stipulato un patto, un’Alleanza ‘cammina dinanzi a me, sii perfetto; io ti sarò padre, tu sarai mio figlio’. Questi però, invitati, si rifiutarono di venire e preferirono curare i loro affari dimenticando di essere il popolo di Dio, il popolo dell’alleanza. Alcuni addirittura presero i servi e li malmenarono o li uccisero. Non dimentichiamo che i capi del popolo e molti ebrei avevano gridato davanti a Pilato, che aveva riconosciuto l’innocenza di Gesù, ‘Crocifiggilo! Il suo sangue cada su di noi e sui nostri figli!’ Gesù pianse su questa Gerusalemme, annunziò la distruzione del Tempio di cui rimane ancora oggi solo ‘il muro del pianto’.
Gesù ebbe a dire: ‘Gerusalemme, quante vote ho cercato di raccogliere i tuoi figli come la gallina fa con i suoi pulcini, ma tu non l’hai voluto’. L’amore di Dio però non si arrende, Dio vuole tutti salvi e l’invito al banchetto già preparato viene esteso a tutti i popoli: ‘Andate, disse il Re ai servi, invitate tutti quelli che incontrate; il banchetto è pronto’. E’ bello questo Dio che non si arrende mai con il suo amore misericordioso: ‘Il banchetto è pronto, tutti quelli che troverete, invitateli a venire alla festa, al banchetto di nozze’. La sala così si riempie di invitati. Il rifiuto dei primi non esaurisce la bontà e la misericordia di Dio. Dio invita tutti senza guardare etichetta.
Ricchi e poveri, buoni e cattivi. Il banchetto è per coloro che sono contenti di lasciarsi scomodare, per coloro che abbandonano i propri affare e rispondono all’invito del re. Il regno di Dio non è per coloro che si credono buoni, onesti e retti ma per quanti rispondono con un ‘sì’ generoso all’invito del Signore. Non servono grandi virtù o una cultura speciale, né si entra al banchetto inconsapevolmente. E’ un invito al quale bisogna rispondere con un ‘sì’ con vera gioia e responsabilità; siamo chiamati solo generosamente all’invito e ad onorare il Re indossando la veste nuziale.
Tutti siamo invitati: buoni e cattivi; anche i ladri, i peccatori, le prostitute: ciò che importa è essere muniti del biglietto d’ingresso, che non si paga, non costa nulla; questo biglietto è la ‘veste nuziale’, se non l’hai, te la procuri, non costa denaro ma Fede ed Umiltà. Il Battesimo ci fornisce l’abito nuziale; se poi l’hai sporcato, c’è il sacramento della penitenza (o confessione): chiedere perdono a Dio con umiltà e fede sincera. Dio è il padre del perdono e della misericordia; è sempre pronto a riabbracciare il figlio prodigo che, pentito, ritorna alla casa del Padre.
Per essere nell’elenco degli eletti dipende dall’uomo perché Dio vuole tutti salvi; la salvezza però è la risultante di due componenti: una divina, che non manca mai, l’altra umana che richiede fede e umiltà. La parabola di Gesù ci invita a rientrare in noi stessi ed a chiederci se siamo presenti al banchetto per caso, per abitudine e se, premurosamente, ci siamo muniti del biglietto d’ingresso: la veste nuziale. Di questi adoratori Dio ha bisogno perché ‘Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre’. Questa è la volontà di Dio: amatevi come io vi ho amato. Deponiamo pertanto la veste della superbia, dell’orgoglio, della vendetta e indossiamo l’armatura di Dio: Fede e Amore.
Papa Leone XIV a Lourdes come pellegrino tra i pellegrini
“Siamo qui riuniti questa sera per rispondere alla richiesta che la Madonna rivolse ai sacerdoti per mezzo di santa Bernadette: ‘Che si venga qui in processione’. Quanto è commovente vedere il popolo fedele, di generazione in generazione, rispondere con amore e fiducia al tenero invito della Vergine Maria. Quanto è consolante sentire i cristiani cantare inni pieni di fervore e di fede, e camminare, con un lume in mano, verso la loro Madre del Cielo, la Madre che Gesù ci ha donato sulla Croce. Rendo grazie al Signore di poter, a mia volta, rispondere questa sera all’appello della nostra Madre facendomi pellegrino tra i pellegrini”: nell’esplanade del Santuario di Nostra Signora di Lourdes questa sera papa Leone XIV ha presieduto la preghiera del Rosario durante la processione aux flambeaux facendosi, ‘pellegrino fra i pellegrini’.
Riprendendo le parole dell’enciclica ‘Le pèlerinage de Lourdes’ di papa Pio XII, ha detto che la speranza è la luce che non abbandona mai i credenti: “Questa luce che ci guida e ci attira è quella della speranza che non ci abbandona mai, pur mentre percorriamo il cammino di questa vita, spesso costellata di prove, ma già pervasa dalla gioia di sapere di essere figli di Dio, amati e salvati da Gesù. Le persone malate sono testimoni privilegiati di questa trasfigurazione dell’esistenza, attraverso la fede e l’amore per Dio e per il prossimo. Bisogna venire qui a fare questa processione con voi, cari malati, per percepirne pienamente la realtà”.
E’ un invito a sperimentare la presenza di Cristo, nonostante le sofferenze: “E se un simile miracolo è possibile, quello di suscitare serenità e gioia nella prova, è perché Dio ci dona la grazia di percepire la presenza vivificante di Cristo risorto in mezzo a noi. Ci dona di volgere lo sguardo verso un futuro più lontano, al di là del nostro orizzonte terreno, un futuro di felicità infinita in Dio, che siamo certi di ottenere, se rimaniamo saldi nella fede e nella carità. A tal fine, san Paolo ci incoraggia: ‘Le sofferenze del tempo presente non [sono] paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi’. Tenete sempre a mente queste parole d’oro, cari malati: le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria che sarà rivelata in noi”.
Per questo il papa ha esortato a ‘proseguire’ nel cammino: “Siamo quindi chiamati a perseverare nel nostro cammino, ancora e ancora, finché ci saranno concessi i giorni della nostra vita in questo mondo, in cui Maria ci precede. E correremo con fiducia verso di Lei, la cui Immacolata Concezione risplende come un faro nella notte…
‘Io sono l’Immacolata Concezione’! E’ esattamente così che Maria si è definita proprio qui, con la massima umiltà, ma riconoscente a Dio per il privilegio assolutamente unico di cui ha goduto e che rappresenta per noi l’alba della salvezza. Per i meriti della sua Passione e della sua Risurrezione, Gesù ha voluto preservare sua Madre da ogni traccia del peccato originale; ne fa una nuova Eva su cui il demonio non avrà mai alcun potere, da cui tutto ricomincia, per cui tutto torna ad essere possibile, per il mondo come per ciascuno di noi”.
E citando le ‘Lodi alla Vergine Maria’ di san Bernardo, ha definito la Madonna come ‘Stella del mare’ che soccorre: “Ecco perché il suo sostegno e la sua intercessione non sono secondari per il cristiano che vuole accogliere la grazia della Redenzione ottenuta dal sangue di Gesù e lottare contro il male. Ella è la stella del mare, ‘Stella maris’, che ci soccorre nelle tribolazioni, come ha ben espresso san Bernardo:
‘Oh, chiunque tu sei, tu che avverti che nel flusso di questo mondo stai ondeggiando tra burrasche e tempeste invece di camminare sicuro sulla terra non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella, se non vuoi essere sopraffatto dalle tempeste!’ Seguendo lei non ti smarrisci, pregando lei non ti disperi, pensando a lei non sbagli. Se Lei ti tiene, non cadi; se Lei ti protegge, non temi; se Lei ti guida, non ti stanchi, se Lei ti dà il suo fervore, tu arrivi al tuo fine”.
Inoltre nel pomeriggio ha incontrato quattro uomini e tre donne vittime di violenze da membri della Chiesa, accompagnate da mons. Gérard Le Stang, vescovo di Amiens, presidente del Consiglio per la prevenzione e la lotta contro la pedofilia in seno alla Conferenza episcopale di Francia, dando ascolto alle loro storie, al dolore e alla sofferenza vissuta ed alle loro proposte perché questo non abbia a ripetersi. Con alcuni si è trattenuto per qualche momento in preghiera. Al termine il papa si è raccolto con tutti in una sala della Casa Vescovile, ed ha rivolto loro alcune parole, ringraziando per la dolorosa testimonianza e ribadendo il proprio impegno perché il male vissuto non si ripeta per altri.
(Foto: Santa Sede)
XXVI domenica del Tempo ordinario: la vera obbedienza voluta da Dio
Che ve ne pare…? Gesù inizia così questa parabola nella quale introduce due figli diversi che incarnano altrettanti atteggiamenti nei confronti del Regno di Dio: da una parte l’ipocrisia, che, in fondo, è solo disobbedienza e finisce con il colpire l’agire dei farisei; d’altra parte l’apparente ribellione del figlio, che finisce, in fondo, con accogliere il desiderio del Padre. I due figli, a cui il padre chiede di andare a lavorare sono l’esempio vivo di questi due modi differenti di reagire di fronte ad uno stimolo: l’ordine o invito del Padre.
Il primo figlio manifesta ciò che effettivamente ha nel cuore: dice di non avere voglia; il secondo figlio risponde con il suo ‘sì’ all’invito, ma il suo agire poi si rivela al contrario. Il primo compie veramente la volontà del Padre perché capisce di avere sbagliato e si pente: il pentimento è il dono mirabile del discernimento del cuore, che permette all’uomo di superare il proprio egoismo e realizzare ciò che è giusto. L’ubbidienza vera non è fatta solo di parole ma di azioni concrete; perciò dirà Gesù: ‘Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre’: perciò invita a guardarsi allo specchio, a guardare dentro la propria coscienza.
Da qui le parole di Gesù: che ve ne pare? Chi ha fatto veramente la volontà del Padre? Gesù non si aspetta una risposta accademica ma reale: una risposta che coinvolge il reale comportamento dell’individuo; ecco perché subito aggiunge: In verità vi dico che i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel regno dei cieli. I pubblicani erano coloro che per il denaro vendevano la loro dignità di popolo di Dio e servivano i Romani invasori; le prostitute erano le donne che per il denaro vendevano il proprio corpo: si vendono e la loro azione è pubblica, il loro peccato è sotto gli occhi di tutti.
In seguito alla predicazione di Giovanni Battista tanti pubblicani e prostitute avevano compreso il loro errore e si erano convertiti; hanno preso coscienza di avere sbagliato e si sono convertiti, hanno cambiato vita; tanti invece pensando di essere persone per bene (anche se di fatto poi sono affaristi, ladri, fannulloni, mafiosi, sfruttatori etc.), non si mettono davanti allo specchio della propria coscienza, non cambiano vita, non si convertono perché sono convinti di essere da tutti stimati come persone per bene.
Dio guarda le azioni di ciascuno e non le parole o quello che dice la gente; Dio legge nell’intimo del cuore e vede di ognuno la bontà o la cattiveria. Dio non punisce i figli per la cattiva condotta dei padri, ma premia o castiga a ciascuno per le proprie azioni, per la propria personale condotta. Non basta perciò essere figli di Abramo, appartenere al popolo di Dio per essere nel numero dei privilegiati, non basta essere battezzati o ricevere i sacramenti per essere sicuri della salvezza; è necessario invece agire bene, amare Dio e il prossimo, fare della legge di Dio la norma della propria vita vivendo con fede viva e amore profondo: non c’è alternativa, non parole vuote ma azioni concrete.
Dio ci ha creati uomini liberi e rispetta le nostre scelte, la nostra libertà sia nel bene che nel male. Diceva sant’Agostino: ‘qui creavit te sine te, non salvabit te sine te!’ La nostra risposta all’invito divino deve essere reale, concreta, fattiva. Dei due chi ha fatto la volontà del padre? Solo colui che pur avendo detto ‘no’ al primo impulso, poi si è pentito ed è andato a lavorare nella vigna. Davanti a Dio non ci sono ‘privilegiati’, persone che si salvano ‘per diritto’, tutti siamo uguali: basta ricordare la parabola del ‘Figlio prodigo’ dove il Padre dice al figlio maggiore: tuo fratello era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed ora l’ho ritrovato: perché si è convertito.
Dio è sempre il Dio dell’amore e della misericordia; noi dobbiamo sempre operare la conversione del cuore se vogliamo il dono promesso da Dio: il posto nel suo regno. La domanda di Gesù: ‘Chi ha veramente obbedito al padre?’ è una domanda che mira a conoscere chi è il vero ubbidiente e rispettoso; quella obbedienza vera che permette alla fine di raccogliere frutti buoni, grappoli rigogliosi. Le parole di Gesù: ‘i pubblicani e le prostitute …’ sono rivolte a ciascuno di noi quando, a parole, diciamo ‘sì’, ci vantiamo di essere cristiani, veri credenti mentre siamo sterili di opere buone e valide. Dio non vuole condannare nessuno, ma vuole risposte libere e responsabili. Dio ha fiducia nell’uomo, nonostante le nostre miserie, errori e debolezze; ci ama, crede in noi e nella sua misericordia infinita ci esorta ad iniziare una vera conversione del cuore non come ‘nostro dovere’, ma come segno ‘di amore e di libertà’.
L’attualità della Dichiarazione ‘Nostra Aetate’
“Il 28 ottobre 1965, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra Aetate ‘sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane’ apriva un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra cattolici, ebrei e credenti di altre fedi e tradizioni spirituali. Molto più di un semplice testo, essa segnava un cambiamento profondo nella comprensione e nell’espressione del rapporto della Chiesa con i credenti di altre religioni. In tale Dichiarazione, in modo esplicito, la Chiesa affermava che ‘nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni’, invitando i fedeli a considerare con stima e rispetto ‘quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine’.
Redatta nel contesto della vitalità creativa e fraterna del Concilio, essa mantiene una grande attualità in un mondo attraversato, da una parte, da atteggiamenti generalizzati di chiusura e, dall’altra, da una ricerca di convivenza entro una cittadinanza universale fondata sulla fratellanza e sul riconoscimento reciproco”: nella ricorrenza della Dichiarazione conciliare che aprì un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra cattolici e credenti di altre fedi, i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso pubblicano la Nota ‘Un cammino di speranza’.
Una riflessione congiunta per ribadire l’invito a contrastare i fondamentalismi, abbandonare logiche di difesa o conquista, tutelare la libertà religiosa ed edificare la fraternità: “A sessant’anni di distanza dalla sua pubblicazione, ‘Nostra Aetate’ continua a ispirare le scelte pastorali e teologiche della Chiesa e ad alimentare quel dialogo che è la forma stessa del darsi della vita umana ed è divenuto vieppiù indispensabile nelle società del nostro tempo. Tale dialogo, però, costituisce anche una sfida permanente: come coniugare fedeltà all’identità cristiana e apertura sincera all’alterità?
Come vivere concretamente l’appello a una fratellanza universale in società segnate da una crescente diversità culturale e religiosa, dalla guerra e dalla violenza, e caratterizzate da una spinta crescente verso la secolarizzazione? Questo documento commemorativo intende ripercorrere le tappe essenziali del dialogo interreligioso dopo Nostra Aetate, valutarne le conquiste e le sfide, e tracciare alcune prospettive per l’avvenire”.
Un percorso storico che costruisce l’importanza di questa dichiarazione: “La Dichiarazione Nostra aetate nasce dopo la seconda guerra mondiale e inizialmente non era riferita al dialogo con le altre religioni, ma si poneva come risposta alle tragiche conseguenze dell’antisemitismo culminato nella Shoah. San Giovanni XXIII, già molto sensibile a questa tematica, dopo un incontro con l’ebreo Jules Isaac, reso possibile dalla mediazione della fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche, Maria Vingiani, incaricò il cardinale Augustin Bea di stilare un testo conciliare volto a risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico.
Tale progetto venne sviluppato nelle sessioni del Concilio Vaticano II ed ha trovato una forma concreta in un testo che, come l’evangelico granello di senape (cf. Mc 4,31-32), è cresciuto oltre ogni previsione, fino a diventare un grande albero che ha incluso, oltre al rapporto con il giudaismo, il dialogo con le diverse religioni. In esso si riconosce il disegno di un’accoglienza sempre più universale, che la Chiesa desidera offrire ai fratelli e alle sorelle delle altre tradizioni religiose, nel rispetto e nella ricerca condivisa della verità”.
Un cammino che riconosce le radici del dialogo: “Il dialogo cattolico-ebraico, nella sua forma ufficiale e istituzionale, trova il suo fondamento nel n. 4 della Dichiarazione. Si tratta della prima espressione magisteriale che riconosce chiaramente le radici ebraiche del cristianesimo. In essa, si fa riferimento al brano di Rm 9,4-5, nel quale si attesta che agli israeliti appartengono i patriarchi e che Cristo proviene da loro secondo la carne. La Dichiarazione afferma anche che ‘dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo’…
Per dirla con l’evangelista Giovanni, secondo la reinterpretazione del teologo protestante K. Barth, la Parola si fece ‘carne ebraica’ e venne ad abitare in mezzo a noi. Questa dimora di Gesù è l’ebraismo del suo tempo, che è il terreno originario da cui si è sviluppata la Ecclesia ex circumcisione e poi la Ecclesia ex gentibus (si veda in proposito il mosaico della Basilica di Santa Sabina a Roma)”.
Il documento del Concilio Vaticano II evidenzia l’importanza del dialogo interreligioso: “Il rispetto e la stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei rapporti con l’ebraismo, che permettono di superare atteggiamenti di esclusione, disprezzo o indifferenza che a lungo avevano prevalso.. In questo senso, la Dichiarazione si colloca nell’antropologia della relazione di ‘Gaudium et Spes’, in cui l’altro non è percepito come una minaccia, ma riconosciuto come un interlocutore con cui costruire, in uno spirito di reciprocità, una società più giusta e fraterna”.
Ciò è alla base del dialogo con gli ebrei: “Sia l’ebraismo odierno che il cristianesimo contemporaneo si basano sulla Parola rivelata nel Primo Testamento e affondano le loro radici nell’ebraismo dei tempi di Gesù. Quest’ultimo, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., si trasformò col tempo soprattutto in ebraismo rabbinico, mentre il cristianesimo primitivo si sviluppò a partire dal movimento avviato da Gesù e dai suoi discepoli, distinguendosi dalle varie forme di ebraismo nel corso del tempo. Con l’ebreo Gesù, i primi cristiani adottarono effettivamente principi dell’ebraismo di allora e li adattarono alla nuova situazione post-pasquale… Questo ricco patrimonio comune è una solida base, un vero tesoro per il dialogo ebraico-cristiano”.
Il documento è un invito a non disperdere il patrimonio spirituale in comune: “Tenendo presente un tale ricco patrimonio spirituale comune a ebrei e cristiani, è facile capire che il dialogo ebraico-cristiano non può essere considerato una pratica accessoria per i cristiani, avendo come scopo soltanto di conoscere meglio l’ebraismo, oppure di coltivare rapporti diplomatici o anche solo l’amicizia con il popolo ebraico: si tratta piuttosto di prendere piena consapevolezza della propria identità originaria. L’alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile e ciò interpella costantemente la Chiesa.
Ciò non significa per i cristiani che esistano due vie di salvezza e che l’alleanza con il popolo ebraico sia parallela alla via di salvezza cristiana: la Chiesa insegna che Cristo è l’unico redentore. Tuttavia, tale alleanza irrevocabile ha un significato teologico. Più un cristiano conosce e ama le radici ebraiche della propria tradizione, più egli comprende sé stesso nella sua pratica di fede e la sua identità religiosa si rafforza, anche se, affinché ciò avvenga, è essenziale che il cristiano conosca bene la propria tradizione di fede e che vi sia ben radicato.
Quando, in riferimento all’ebraismo, affermiamo che non possiamo fare a meno gli uni degli altri, ciò implica anche che la religiosità degli attuali ebrei, e non solo quella legata al Primo Testamento, è rilevante per i cristiani… La religiosità ebraica, infatti, può essere considerata come un effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace, che essi hanno accolto, e per questa ragione si tratta di un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci. Di fondamentale importanza è, perciò, l’approfondimento biblico, esegetico, liturgico e teologico della relazione con l’ebraismo, secondo i principi esposti nelle Costituzioni conciliari Dei Verbum e Lumen Gentium”.
E ricorda la lotta all’antisemitismo del documento conciliare: “Tale solidarietà con il popolo ebraico include anche la comune lotta contro l’antisemitismo… L’antisemitismo si è manifestato in modi crudeli lungo la storia, anche nei nostri tempi, ma il suo punto più buio è rappresentato certamente dall’evento della Shoah”
Per questo i conflitti si riversano anche sul dialogo ebraico-cristiano: “I conflitti che negli ultimi anni sono divampati in Medio Oriente hanno lasciato il loro segno anche sul dialogo ebraico-cristiano. Molti ponti di comunicazione hanno vacillato e continuano ad essere messi alla prova per la differente lettura degli eventi succedutisi, spesso non univoca anche all’interno delle rispettive comunità religiose. Tuttavia i pilastri del dialogo credente, edificati in sessant’anni di lavoro comune, sono rimasti saldi. Su di essi è possibile e necessario costruire, traendo ancora ispirazione dalle raccomandazioni dei Padri conciliari a crescere nella mutua conoscenza e stima”.
Questo è il messaggio della Dichiarazione conciliare: “Sessant’anni dopo la Dichiarazione ‘Nostra Aetate’, la Chiesa cattolica guarda al cammino percorso con profonda gratitudine. In sei decenni, questo testo, breve ma audace, ha trasformato radicalmente il volto delle relazioni interreligiose. La Chiesa è passata da un atteggiamento spesso riservato o distante a un coraggioso cammino di dialogo sincero, di incontro rispettoso e di cooperazione fraterna. Questa eredità costituisce ormai un patrimonio vivente e irrinunciabile, che continua a interpellare i credenti di oggi e li impegna a proseguire questa avventura umana e spirituale, così vitale per il nostro tempo”.
Ecco l’attualità della Dichiarazione: “In un mondo al contempo profondamente interconnesso e frammentato, il messaggio di ‘Nostra Aetate’ rimane dunque di grande attualità. La fratellanza tra credenti di diverse tradizioni religiose non è un semplice ideale, ma un’esigenza morale, spirituale e sociale. Di fronte alle sfide contemporanee (estremismi religiosi, migrazioni globali, secolarizzazione, crisi ecologiche e sociali) le religioni sono chiamate a trasformare il mondo e la società perché siano espressioni fraterne della volontà di Dio. Questo impegno passa necessariamente attraverso una rinnovata educazione al dialogo, in particolare presso le giovani generazioni, per superare paure e pregiudizi e radicare una vera cultura dell’incontro”.
L’Esaltazione della Santa Croce nella tradizione bizantina
La festa dell’Esaltazione della Santa Croce il 14 di settembre, è la seconda grande festa dell’anno liturgico bizantino, dopo quella della Natività della Madre di Dio il giorno 8 dello stesso mese. La liturgia bizantina celebra la croce di Cristo come luogo della sua vittoria sul peccato e sulla morte, luogo di salvezza, luogo dove il Signore innalzato in essa ci porta tutti, assieme a Lui, al suo Regno. Nei tropari della festa dell’Esaltazione della Santa Croce troviamo tanti riferimenti veterotestamentari visti, cantati e celebrati come prefigurazione della redenzione portata a termine dal Signore nella sua croce.
“Tendendo le mani in alto e mettendo in rotta Amalek, il tiranno, Mosè ha prefigurato te, o croce preziosa, vanto dei credenti, sostegno dei martiri lottatori, decoro degli apostoli…, per questo, vedendoti innalzata, la creazione gioisce e fa festa, glorificando il Cristo… Tracciando una croce, Mosè, col bastone verticale, divise il Mar Rosso…, poi lo riunì su se stesso con frastuono… disegnando, orizzontalmente, l’arma invincibile… Mosè pose su una colonna il rimedio che salvava dal morso velenoso e distruttore… e con questo trionfò del flagello”.
La liturgia bizantina, inoltre, si trattiene a sottolineare il parallelo e la continuità tra l’albero del paradiso e l’albero della croce. Nel luogo dove avvenne la caduta del primo Adamo, avviene l’innalzamento del nuovo Adamo e la nostra redenzione: “Dopo la tremenda caduta nel paradiso per l’amaro consiglio dell’omicida sul Calvario tu mi hai rialzato o Cristo, riparando con l’albero la maledizione dell’albero… Venite, genti tutte, adoriamo il legno benedetto… poiché colui che con l’albero ha ingannato il progenitore Adamo, viene adescato dalla croce… poiché con un albero bisognava risanare l’albero, e con la passione dell’impassibile distruggere nell’albero le passioni del condannato”.
Nella festa odierna la croce viene innalzata, esposta e venerata durante la celebrazione liturgica, ed esposta in mezzo alla chiesa, che diventa nuovo paradiso, non luogo di condanna ma di salvezza: “In mezzo all’Eden, un albero fece fiorire la morte; in mezzo alla terra, un albero fece germogliare la vita; per aver gustato del primo, da incorruttibili, siamo divenuti corruttibili, ma, giunti in possesso del secondo, abbiamo goduto dell’incorruttibilità: con la croce, infatti, Cristo ha salvato il genere umano”.
Il parallelo, il contrasto e allo stesso tempo l’avvicendamento tra l’immagine dei due alberi, mette in luce anche i due frutti che da essi germogliano: quello della condanna nel primo, e Colui che è la vera vite e la vera vita nel secondo: “O straordinario prodigio! La croce che ha portato l’Altissimo, quale grappolo pieno di vita, si mostra oggi elevata da terra: per essa siamo stati tutti attratti a Dio, e la morte è stata del tutto inghiottita. O albero immacolato, per il quale gustiamo il cibo immortale dell’Eden, dando gloria a Cristo!”.
Con delle bellissime immagini poetiche e allo stesso tempo profondamente teologiche, alcuni dei testi liturgici collegano nella croce tutto il mistero pasquale di Cristo, la sua morte, la sua risurrezione e la sua ascensione ai cieli: “Oggi la pianta della vita sorgendo dai penetrali della terra, conferma la risurrezione del Cristo in essa confitto; e, innalzata da mani consacrate, annuncia la sua ascensione ai cieli, grazie alla quale la nostra argilla, risollevata dalla terra su cui era caduta, ha la cittadinanza nei cieli…
Signore, che sulla croce sei stato innalzato, e che per essa ci hai innalzati con te, rendi degni quelli che ti cantano, della gioia del cielo”. La croce come luogo di vittoria, la croce innalzata come professione di fede cristiana: “Vedrete la vostra vita appesa davanti ai vostri occhi. Oggi la croce è innalzata, e il mondo è liberato dall’inganno. Oggi si inaugura la risurrezione di Cristo, ed esultano i confini della terra… Hai operato la salvezza in mezzo alla terra, o Dio, con la croce e la risurrezione…”.
La croce infine è anche il luogo dove il buon pastore carica sulle sue spalle la pecora smarrita e la riconduce all’ovile: “Hai sollevato sulle spalle, o Salvatore, la pecora smarrita, l’hai condotta al Padre tuo con la tua croce venerabile e vivificante, e l’hai annoverata tra gli angeli, nello Spirito divino: perché tu hai contrapposto albero ad albero, o Cristo, e noi ora innalzandolo con fede glorifichiamo te, che su di esso sei stato innalzato e con esso hai innalzato noi”.
La croce vittoriosa quindi, piantata, esaltata nel bel mezzo della Chiesa come luogo della celebrazione liturgica e come comunità dei redenti, che diventa l’Eden riaperto alla salvezza ed alla vita. Diventa anche luogo di pace e di piena comunione tra i battezzati. Nella tradizione bizantina, ogni giorno, al mattutino, al vespro e nella celebrazione della Divina Liturgia la Chiesa prega “per la pace del mondo intero…”, affinché la preghiera per la pace sia sempre presente nella liturgia della Chiesa, che prega affinché il Signore semini nel mondo la sua pace.
La Croce come luogo di vittoria sul peccato e sulla morte e anche sulla guerra. Una vittoria scaturita dalla riconciliazione e dalla pace, che ha la Croce di Cristo e la nostra come unico stendardo, unico baluardo, senza vincitori e vinti, senza sconfitti e vincenti, fratelli tutti in Cristo Signore che nella e dalla Croce ha perdonato i suoi crocifissori ed in essa e per essa ha vinto.
Papa Leone XIV a Genazzano invita a far crescere la pace
“Con gioia sono di nuovo qui, a celebrare con voi la Vigilia della Natività della Vergine Santissima e ad affidare a Maria Bambina ciò che in questa povera e magnifica umanità nasce ancora: fragile come un germoglio, ma segno della fedeltà di Dio. Sì, Maria è l’aurora di un giorno diverso, del nostro mondo liberato finalmente dal male. E siamo qui, presso di Lei, attorno all’Altare da cui la salvezza viene a noi e ci trasforma, figli nel Figlio. Chiediamole il suo Buon Consiglio, per accogliere la Parola divina, custodirla in noi e darla alla luce attraverso decisioni coraggiose e sagge, decisioni di autentica conversione”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha visitato il santuario della Madre del Buon Consiglio di Genazzano, nella vigilia della Natività della Beata Vergine Maria, donando la rosa d’oro alla Madonna e svelando l’affresco che lo ritrae in preghiera come i predecessori venuti nella Basilica, a ricordo della prima visita del 10 maggio 2025.
Ed il papa ha citato l’agostiniano san Tommaso da Villanova: “Carissimi, in questo luogo di antica presenza agostiniana ritornerò sulle pagine bibliche appena proclamate con l’aiuto di san Tommaso da Villanova, un frate e Vescovo agostiniano che, dedicando la propria vita al servizio dei poveri, penetrò a fondo la verità della fede. Egli seppe vedere il paradosso della piccolezza e, per così dire, della marginalità di Maria, resa centrale nell’economia della salvezza. Chiediamoci: che cosa doveva essere al tempo di Gioacchino e Anna la nascita di una bambina?”
Infatti il santo agostiniano invita a ‘scrutare’ le Scritture: “Troviamo in queste parole un suggerimento importante per la nostra fede: interrogare la Scrittura e i suoi autori, discutere col testo e dialogare coi testimoni della Rivelazione, come con degli amici. Siamo infatti ‘concittadini dei santi e familiari di Dio’ e da Maria stessa impariamo l’intelligenza che conversa con Dio, che pone domande e interpreta gli avvenimenti custodendoli e collegandoli nel cuore”.
Scrutare significa anche meditare in silenzio: “Il Vangelo secondo Matteo, tuttavia, sembra dare ragione col suo silenzio a San Tommaso da Villanova. Lo abbiamo ascoltato: di Maria riporta la presenza, ma non una parola. Eppure, il semplice esserci di Maria (e del Figlio in lei) muove la storia intera: quella di Giuseppe e di tutta la sua casa. La presenza di Maria causa come un salto nella genealogia, come una novità inattesa, capace di modificare non soltanto le aspettative, ma anche i comportamenti prevedibili di un uomo. Ciò che Giuseppe ascolta, ciò che decide e ciò che fa, in effetti, è risposta a Dio e alla presenza di Maria, alla sua assoluta differenza, che supera ogni possibile discorso e racconto. In Maria la salvezza trova casa: Dio con noi!”
Quindi è un invito a vivere la vertigine del Mistero: “Cari fratelli e sorelle, proviamo come una vertigine davanti a questo Mistero: è impossibile abituarsi! Celebriamo la nascita di una bambina chiamata a diventare la Madre del suo Creatore, la Madre di Dio che salva. Eppure, nasce semplicemente una bambina, come le figlie e le nipoti che teniamo in braccio. Abbiamo oggi per lei titoli nobili e altissimi, di Signora e Regina, ma la via di Dio è stata e rimane più semplice e silenziosa, eppure non meno potente e trasformativa.
E’ la via di Gesù stesso, ‘il primogenito tra molti fratelli’. Ebbene, come Maria, anche noi siamo ‘predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio’: per grazia, certo, ma desiderando e preferendo ad altre vie la sua strada, le sue scelte, il suo cammino. In Gesù Cristo, Dio ha scelto le più umili condizioni storiche e la più umile delle creature per manifestare l’originalità del suo Regno, in cui la prepotenza non ha posto e l’onnipotenza è creazione, servizio e cura della vita”.
Ecco il ‘valore’ della preghiera: “Cari fratelli e sorelle, è proprio così: nella preghiera contemplativa prende forma ciò che il mondo non ci racconta, ma esiste già; ciò che ancora è invisibile, ma in sé ha un nuovo tipo di forza. Non si tratta di fantasia, ma di profezia. Ne abbiamo bisogno, in tempi di distruzione e di incertezza, per vedere l’opera di Dio e servirla”.
E’ stato un invito ad ‘immaginare’ la pace che esiste: “Il profeta Michea nella minuscola Betlemme ha intuito il sorgere di un Re di pace, grazie al quale abitare la terra finalmente sicuri. Ed oggi, nell’orazione Colletta, volgendoci alla piccola Maria, abbiamo chiesto che ‘la festa della sua nascita accresca in noi la pace’. Sì, carissimi, vogliamo immaginare la pace (allargare i confini della comprensione e dipingercela nell’anima) per riconoscere che già esiste, per accoglierla e servirla. E’ il dono di Dio, il soffio del Risorto, l’opera dello Spirito Santo. Lasciamo crescere la pace in noi. Germoglierà nel mondo. E la Madre del Buon Consiglio ci accompagnerà in questa missione”.
(Foto: Santa Sede)
XXII domenica del Tempo ordinario: la logica del mondo e la logica del cielo
La vita è uno rischio da vivere, d’accettare se vogliamo essere uomini veri, cristiani autentici. Nel brano del vangelo Gesù annuncia la Pasqua per condurre gli Apostoli e i discepoli a riconoscere che la nostra salvezza ha origine e fondamento nel sacrificio della croce e non nel trionfalismo stupido e superficiale. L’apostolo Pietro, a cui Gesù aveva detto: ‘Sei pietra, roccia e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa’, non l’aveva ben capito, come d’altronde molti cristiani ancora non lo capiscono.
Ecco perché nel dialogo Gesù richiama Pietro con parole assai dure: ‘Vai dietro a me, satana, tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’. Esistono infatti due logiche: la logica del mondo e la logica di Dio. a logica del mondo è basata sul trionfo, il successo, il potere, il denaro, il sesso: sono questi valori effimeri che spesso spingono l’uomo ad agire e a far di tutto per conseguire il traguardo prefissato. Valori effimeri che spesso determinano la guerra di tutti contro tutti; una guerra dove ci si divora a vicenda.
La logica di Dio ci insegna che solo dalla croce, dalla sofferenza, dal disegno salvifica di Dio nasce la nostra salvezza. Gesù infatti è venuto a portarci una prospettiva nuova; in essa Dio è al vertice, Dio è il valore supremo per raggiungere il quale bisogna operare una vera operazione liturgica nel nostro cuore, nel nostro modo di pensare e di agire: ‘Se il chicco di grano non muove, non diventerà mai una rigogliosa spiga’. L’uomo, figlio del peccato, è spesso abbarbicato alle cose terrene, alla logica del mondo che mira solo al trionfo, al successo, al comando, al potere, Gesù, viceversa, prospetta la logica del cielo, la logica vera perché il cielo è la nostra vera patria, la meta verso la quale siamo tutti diretti.
Da qui le parole di Gesù: ‘Chi perde la propria vita per causa mia, la troverà’. Un esempio vivo: il beato Pino Puglisi, mio compagno di scuola e di banco, non curandosi della mafia imperante, ma amando l’uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza, ed adoperandosi per riscattare la dignità dell’uomo, oggi è ‘beato nel cielo’; la mafia gli ha tolto la vita e i mafiosi oggi languiscono nelle carceri; il beato Pino Puglisi dal cielo oggi prega per noi e con noi. Gesù dice: ‘Chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua!’; prendere la croce significa accettare se stesso e mettersi sotto la protezione di Dio; se sarà necessario Gesù sarà il nostro Cireneo: ci aiuterà, non ci abbandonerà.
Prendere la propria croce è una delle frasi più celebri del Vangelo dove lo stesso Gesù si fa esempio e maestro. Prendere la croce significa avere il coraggio di amare: come Gesù che osava toccare i lebbrosi, sfidare il boia pronto ad uccidere l’adultera, essere uomini forti capaci di cacciare dal tempio buoi e mercanti; essere uomo libero che non si inchina nei palazzi dei potenti, essere uomo dell’amore vero e non schiavo del denaro e del potere.
Gesù evidenzia: ‘Che giova guadagnare anche tutto il mondo se poi perde l’anima?’ Siamo infatti figli del cielo e quella è la nostra patria; presto o tardi ce ne andremo tutti (ricchi e poveri), la morte è il passaggio dalla terra al cielo: se perdiamo l’anima abbiamo perso tutto; se salviamo l’anima saremo salvi per sempre. Allora, come raccomanda l’apostolo Paolo, non dobbiamo conformarci alla mentalità del mondo (che parla di denaro, sesso, successo, potere, ricchezza … cose che finiscono nella ruggine), ma dobbiamo adeguare la nostra mente, il nostro cuore alla volontà di Dio, che è nostro Padre e vuole solo il nostro bene.
Gesù ci invita a seguire la logica di Dio e non la logica terrena: ‘Chi vuole essere mio discepolo, dice Gesù, rinneghi se stesso”: rinnegamento di che cosa?’; non certamente delle nostre autentiche possibilità e dei valori umani intrinseci in ciascuno di noi ma della parte malata di noi stessi; frenare le nostre concupiscenze che spingono solo ad amare se stessi e a volere sottomettere gli altri; rinnegare l’uomo del peccato, l’uomo vecchio.
Rinnegare se stessi non significa annullarsi, appiattirsi, mortificare ciò che fa di ciascuno d noii una cosa unica e singolare, smetterla di pensare sempre e solo a se stessi. Il vero segreto è uscire fuori dal nostro innato egoismo per tendere la mano all’altro, che è tuo fratello, nel nome di Gesù. Chi guarda solo a sé, non si illumina ma resta gretto e meschino. Vivere da uomo è amare Dio e i fratelli in nome di Dio. ‘Fratelli tutti’ direbbe papa Francesco.
Papa Leone XIV ad Albano: l’odio porta alla morte
Ieri pomeriggio ad Albano, a conclusione della celebrazione eucaristica, papa Leone XIV ha presieduto la processione dell’immagine della Madonna del Lago, iniziata con una preghiera: “Ci facciamo pellegrini con Maria per portare con sollecitudine a tutti Cristo nostra unica speranza di salvezza. Come gli apostoli che hanno attraversato il lago insieme a Gesù, così attraversiamo il mare della nostra vita, con la certezza che il Signore sarà sempre con noi”.
Dopo aver percorso poche centinaia di metri il papa ha raggiunto la riva del lago di Albano e si è imbarcato dopo l’immagine della Vergine ed ha pregato la Madonna per la pace: “Alla tua materna intercessione affidiamo la Chiesa perché sia sempre fedele al Vangelo, coraggiosa nell’annuncio come nel servizio e perseverante nella carità.
Alla tua amorevole protezione affidiamo tutti i popoli della terra e incoraggia in tutti il desiderio della pace. Dove cresce l’odio insegnaci il perdono, dove prevale la paura ridona la speranza. Sostieni coloro che hanno responsabilità nella vita pubblica perché promuovono sempre la giustizia, la libertà, la dignità di ogni persona e il bene comune”.
Precedentemente nella celebrazione eucaristica ha sottolineato che le letture liturgiche ben si ‘armonizzano’ con questa festa: “Dio gli ha rivelato di averlo conosciuto e scelto fin dal seno materno, e di amare il suo popolo di amore eterno; gli ha parlato del suo piano di salvezza, e lui non può più tacere. Sente un impulso incontenibile di portare a tutti il suo messaggio… Ma l’amore lo spinge ad agire per il bene del suo popolo, senza compromessi, fino alla fine”.
Ciò è narrato anche nel Vangelo: “E’ ciò che ci insegna anche Gesù nel Vangelo. Da poco ha sfamato cinquemila uomini con cinque pani e due pesci, e poi altri quattromila, con sette pani e pochi pesciolini. Ora, al di là del successo riscosso con quei gesti, spiega ai discepoli il senso messianico di ciò che ha compiuto… Gesù spiega come, dopo i tanti miracoli compiuti, manifesterà definitivamente la sua gloria: sacrificando liberamente la sua vita ed offrendo sé stesso sulla croce come pane spezzato. E precisa che lo stesso dovrà fare chiunque voglia continuare la sua missione”.
In questo modo “Gesù rivela, così, che solo l’amore salva. L’amore che Dio ci ha mostrato facendosi uomo, morendo e risorgendo per noi e, in risposta, quello con cui anche noi ci offriamo umilmente a Lui e ai fratelli: nella costanza fedele della carità di ogni giorno come nei gesti più straordinari, fino al martirio, a volte, come accade purtroppo anche oggi a molti cristiani, in varie parti del mondo”.
Purtroppo non tutti riescono a comprendere questa rivelazione: “Purtroppo non tutti comprendono la bellezza, la bontà e la concretezza di questo sogno del Creatore, anzi molti pensano che sia un’utopia. Porgere l’altra guancia, dicono, è da perdenti, donare di fronte al rifiuto è da ingenui, perdonare senza limiti è da deboli. Non c’è da stupirsi. Perfino per Pietro è stato difficile accettare questo modo nuovo e diverso di ragionare. Ma Gesù rimane categorico: solo la via dell’amore è la via della vita”.
Ecco il motivo per cui il papa insiste sulla necessità di annullare la violenza: “Non illudiamoci. L’odio e la violenza non portano nulla di buono, ma solo distruzione e morte, sempre, anche quando sono risposta a ingiustizie subite. Lo vediamo ogni giorno, dal piccolo del nostro vissuto domestico alla grande scena del mondo”.
E chiede un cambiamento di mentalità: “Cari fratelli e sorelle, abbiamo tanto bisogno di vita, di speranza, di serenità, di pace, in noi stessi, nelle nostre città, tra i popoli e le nazioni. Per questo, qualunque sia la ferita, qualunque l’offesa, non permettiamo al male di sfigurare la nostra umanità e di corromperci nel cuore! Non conformiamoci alla mentalità del mondo. Continuiamo ad amare, a donare, a perdonare, offrendoci ‘come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio’, per preservare e far crescere, in noi e negli altri, la dignità infinita dell’immagine divina che portiamo nell’anima. E non scoraggiamoci se è difficile: la nostra forza è nel Signore, e con il suo aiuto tutto è possibile”.
E’ un invito a lasciarsi ‘trasformare’ da Dio: “Con questa fede, stasera, partecipiamo all’Eucaristia. Sull’Altare doniamo noi stessi, assieme al pane e al vino. E il Signore unisce le nostre offerte alla sua, le consacra e ce le ridona, trasformate nel suo Corpo e nel suo Sangue, perché le condividiamo, come nutrimento per il cammino…
Sono gesti semplici, con cui rinnoviamo la nostra fiducia in Dio e la nostra devozione filiale alla sua Santissima Madre. E sono tanto più evocativi in quanto resi possibili dalla premura con cui la piccola comunità che vive qui, custodisce per tutto l’anno questo luogo di pace, perché nei momenti solenni vi si possa riunire tutto il popolo di Dio, proprio come Maria, che ha accolto nel suo grembo e nella casa di Nazareth il Figlio di Dio fatto uomo, perché a tutti potesse giungere la sua salvezza”.
(Foto: Santa Sede)
L’amore alla Madonna di san Massimiliano Kolbe
Al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso papa Leone XIV ha ricordato ai fedeli polacchi il martirio di san Massimiliano Kolbe: “Alla Vigilia dell’Assunzione si celebra la memoria liturgica di San Massimiliano Maria Kolbe, che offrì la sua vita per un compagno di prigionia nel campo nazista tedesco di Auschwitz. Il ricordo di questi eventi ci guidi sulla via della pace indicata dall’Immacolata”.
Massimiliano Kolbe nasce il 7 gennaio 1894 a Zduńska-Wola, in una regione polacca controllata dalla Russia. Il padre, un tessitore, e la madre, una levatrice, sono ferventi cristiani: nel battesimo scelgono per lui il nome di Raimondo. Frequenta la scuola dei francescani a Leopoli. Nel 1910 entra nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali assumendo il nome di Massimiliano. Inviato prima a Cracovia e poi a Roma, qui resta sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico. E’ ordinato sacerdote il 28 aprile 1918.
Fonda con il permesso dei superiori la ‘Milizia dell’Immacolata’, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria. Ritornato a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute non può insegnare né predicare, non potendo parlare a lungo. Sempre col permesso dei superiori, si dedica alla promozione della ‘Milizia dell’Immacolata’, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.
Durante il Natale del 1921, padre Kolbe fonda a Cracovia un giornale di poche pagine, ‘Il Cavaliere dell’Immacolata’, per diffondere lo spirito della ‘Milizia’. Trasferito a Grodno, a 600 chilometri da Cracovia, crea una piccola tipografia per la stampa del giornale, con vecchi macchinari: con questa iniziativa riesce ad attirare molti giovani, desiderosi di condividere uno stile di vita francescano ispirato a Maria. Il giornale si diffonde sempre di più.
A Varsavia, grazie alla donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fonda ‘Niepokalanów’, la ‘Città di Maria’. Il centro si sviluppa rapidamente: dalle prime capanne si passa a edifici veri e propri, la vecchia stampatrice viene sostituita dalle nuove tecniche di composizione e stampa. Il ‘Cavaliere dell’Immacolata’ raggiunge in breve una tiratura di milioni di copie, mentre vengono creati altri sette periodici.
Con l’ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, Kolbe si reca in Giappone, dove fonda la ‘Città di Maria’ a Nagasaki. Qui, dopo l’esplosione della prima bomba atomica, avrebbero trovato rifugio gli orfani di Nagasaki. Collabora con ebrei, protestanti e buddisti, certo che Dio sparge semi di verità in ogni religione. Apre una Casa anche ad Ernakulam, sulla costa occidentale dell’India.
Dopo l’invasione della Polonia, il 1° settembre 1939, i nazisti ordinano lo scioglimento di Niepokalanów. Ai religiosi costretti a lasciare il centro, padre Kolbe raccomanda una sola cosa: “Non dimenticate l’amore”. Restano circa 40 frati, che trasformano la cittadina in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi. Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevano padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove vengono inaspettatamente liberati l’8 dicembre. ritornati a Niepokalanów, riprendono la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati, di cui 1500 ebrei.
Dopo qualche mese, però, i rifugiati vengono cacciati o catturati e lo stesso Kolbe, dopo il rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, è imprigionato il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati. Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, è costretto a indossare un abito civile, perché il saio francescano ‘disturbava’ i nazisti. Il 28 maggio viene trasferito nel campo di sterminio ad Auschwitz. Con il numero 16670, viene messo insieme agli ebrei perché sacerdote e addetto ai lavori più duri, come il trasporto dei cadaveri al crematorio.
Alla fine di luglio è trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri sono addetti alla mietitura nei campi. Uno di loro riesce a fuggire: per questo dieci prigionieri vennero destinati dai nazisti al bunker della morte. Padre Kolbe si offre in cambio di uno dei ‘prescelti’, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. La disperazione dei condannati è trasformata nella preghiera comune guidata da p. Kolbe. Dopo 14 giorni rimangono in vita solo in quattro, fra cui p. Massimiliano. Allora le guardie decidono di abbreviare la loro agonia con una iniezione di acido fenico. P. Kolbe porge il braccio, dicendo ‘Ave Maria’: sono le sue ultime parole. E’ il 14 agosto 1941.
Nel 1940 p. Kolbe scrive che l’Immacolata è l’ideale per l’umanità: “Al compiersi del tempo della venuta di Cristo, Dio uno e trino crea esclusivamente per sé la Vergine Immacolata, La colma di grazia e prende dimora in Lei. E questa Vergine Santissima con la propria umiltà affascina talmente il Suo Cuore che Dio Padre Le dà per figlio il suo proprio Figlio Unigenito, Dio Figlio scende nel Suo ventre verginale, mentre Dio Spirito Santo vi plasma il corpo santissimo dell’Uomo-Dio. E il Verbo si fece carne come frutto dell’amore di Dio e dell’Immacolata.
Così Egli divenne il primogenito, l’Uomo-Dio, e le anime non rinascono in Cristo in altro modo, ma solo per mezzo dell’amore di Dio verso l’Immacolata e nell’Immacolata. E nessuna parola diviene carne, nessuna perfezione o virtù si incarna, si realizza in nessuno, se non attraverso l’amore che Dio ha verso l’Immacolata. Come Cristo, sorgente delle grazie, è divenuto proprietà di Lei, così pure appartiene a Lei la distribuzione delle grazie”.
Nell’omelia della beatificazione di p. Kolbe papa san Paolo VI lo descrive come apostolo del culto mariano: “Massimiliano Kolbe è stato un apostolo del culto alla Madonna, vista nel suo primo, originario, privilegiato splendore, quello della sua definizione di Lourdes : l’Immacolata Concezione. Impossibile disgiungere il nome, l’attività, la missione del Beato Kolbe da quello di Maria Immacolata. E’ lui che istituì la Milizia dell’Immacolata, qui a Roma, ancora prima d’essere ordinato Sacerdote, il 16 ottobre 1917. Ne possiamo oggi commemorare l’anniversario.
E’ noto come l’umile e mite Francescano, con incredibile audacia e con straordinario genio organizzativo, sviluppò l’iniziativa e fece della devozione alla Madre di Cristo, contemplata nella sua veste solare il punto focale della sua spiritualità, del suo apostolato, della sua teologia. Nessuna esitazione trattenga la nostra ammirazione, la nostra adesione a questa consegna che il nuovo Beato ci lascia in eredità e in esempio, come se anche noi fossimo diffidenti d’una simile esaltazione mariana, quando due altre correnti teologiche e spirituali, oggi prevalenti nel pensiero e nella vita religiosa, quella cristologica e quella ecclesiologica, fossero in competizione con quella mariologica. Nessuna competizione”.
Nel 1982 papa san Giovanni Paolo II canonizzò p. Kolbe: “Da oggi la Chiesa desidera chiamare ‘santo’ un uomo al quale è stato concesso di adempiere in maniera assolutamente letterale le suddette parole del Redentore. Ecco infatti, verso la fine di luglio del 1941, quando per ordine del capo del campo si fecero mettere in fila i prigionieri destinati a morire di fame, quest’uomo, Massimiliano Maria Kolbe, si presentò spontaneamente, dichiarandosi pronto ad andare alla morte in sostituzione di uno di loro. Questa disponibilità fu accolta, e al padre Massimiliano, dopo oltre due settimane di tormenti a causa della fame, fu infine tolta la vita con un’iniezione mortale, il 14 agosto 1941”.
Tale martirio derivò dall’amore a Gesù e dalla devozione all’Immacolata: “L’ispirazione di tutta la sua vita fu l’Immacolata, alla quale affidava il suo amore per Cristo e il suo desiderio di martirio. Nel mistero dell’Immacolata Concezione si svelava davanti agli occhi della sua anima quel mondo meraviglioso e soprannaturale della Grazia di Dio offerta all’uomo. La fede e le opere di tutta la vita di padre Massimiliano indicano che egli concepiva la sua collaborazione con la Grazia divina come una milizia sotto il segno dell’Immacolata Concezione. La caratteristica mariana è particolarmente espressiva nella vita e nella santità di padre Kolbe. Con questo contrassegno è stato marcato anche tutto il suo apostolato, sia nella patria come nelle missioni. Sia in Polonia come nel Giappone furono centro di quest’apostolato le speciali città dell’Immacolata”.
Papa Leone XIV: l’anno liturgico è pedagogico per la liturgia della Salvezza
“Cari fratelli e sorelle, il quinto capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC) è dedicato all’anno liturgico, tema sul quale oggi vogliamo soffermarci, per spiegarne il valore nella vita di ogni credente. Anzitutto è doveroso ricordare che questo modo di definire il ciclo delle feste cristiane come ‘anno liturgico’ si è diffuso nel linguaggio ecclesiale grazie all’opera del Servo di Dio l’abate Prosper Guéranger (1805-1875)”: a causa del caldo la catechesi, incentrata sul significato della domenica, dell’udienza generale di papa Leone XIV si è svolta all’interno della basilica di san Pietro.
Questa catechesi dul documento della Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium è stata dedicata all’anno liturgico che ripropone ciclicamente ‘la pedagogia della storia della salvezza’ realizzatasi in Cristo, riprendendo l’enciclica ‘Mediator Dei’ di papa Pio XII: “L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia. L’incontro con Gesù, morto e risorto per noi, è la finalità che la Chiesa sempre persegue, ponendo al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale”.
Quindi la domenica è il ‘giorno del Signore’: “Perciò i Padri conciliari considerano ‘fondamento e nucleo dell’anno liturgico’ proprio la domenica, ‘il giorno di festa primordiale’. In diverse lingue moderne, il suo nome attesta che è il ‘Dies Domini’, ‘il giorno del Signore’. Anche in quelle lingue nelle quali ha prevalso il riferimento al ‘giorno del sole’ (Sunday, Sonntag) si intravede il legame con Cristo: Cristo è il vero ‘sole di giustizia’ che illumina ogni uomo!”
Anche papa san Giovanni Paolo II definì la domenica come giorno del Signore, in cui si celebra l’Eucarestia: “Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum, cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa”.
Quindi è necessaria una presenza ‘attiva’: “Questa assemblea non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo. L’assemblea liturgica si avvera infatti nell’attiva partecipazione di fratelli e sorelle, convocati insieme a ‘rendere grazie a Dio che li ha generati, mediante la risurrezione di Cristo dai morti, per una speranza viva’. A tale proposito, esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro”.
Per questo ha sottolineato l’importanza dell’anno liturgico: “Carissimi, l’anno liturgico, ritmato dalle domeniche, ha una storia interessante, nella quale si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Fin dal II secolo d.C., infatti, alla celebrazione della Pasqua settimanale si è aggiunta quella della Pasqua annuale, ‘massima solennità’, estesa al ‘lietissimo spazio’ di cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste, e preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale. Lo sviluppo del ciclo natalizio, avvenuto successivamente sul modello di quello pasquale, ha consentito di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo”.
Ed ha concluso sottolineando che l’anno liturgico dispone il fedele all’attesa di Gesù: “L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura. In esso la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo, permettendo ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente. Per questo l’anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale”.
(Foto: santa Sede)





























