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E’ Natale: Il Verbo si fece carne!

Il Natale è la prima festa dell’anno liturgico alla quale ci siamo preparati con le quattro domeniche di ‘Avvento’. Questo Natale trova purtroppo oggi l’umanità in grande apprensione, in una situazione dove ogni giorno si distrugge,  si uccide, si muore, dove una furia incontrollata si è abbattuta su uomini e cose e non risparmia piccoli e grandi. Eppure Gesù è venuto ad annunciare la pace: ‘Gloria a Dio, cantarono gli angeli, nell’alto dei cieli e pace agli uomini amati dal Signore’.

Gesù storico è il Verbo del Padre, il Figlio di Dio, la Speranza eterna che si è fatta uomo per additare a tutti la via del cielo. Per salvare l’uomo e riportarlo alla dignità di figlio di Dio Gesù ha umiliato se stesso assumendo la divisa  di un neonato che ha bisogno di cure; Gesù si rivela veramente l’amore del Padre e ci insegna ad amare; un amore che è condivisione, partecipazione,  comunione, servizio e dono; diventa uomo per donare quella pace alla quale aspiriamo tutti.

Il Vangelo narra che Maria e Giuseppe si erano dovuti recare a Betlemme per il censimento, per obbedire all’editto di Cesare Augusto; pensavano di trovare ospitalità presso amici o parenti o in qualche trattoria pubblica ma dovettero adattarsi in una grotta di campagna e il Bambino Gesù, il Figlio di Dio trovò come culla solo una mangiatoia. Dio parla all’uomo attraverso il linguaggio della debolezza, è la festa dell’umiliazione di Dio, come scrive l’apostolo Paolo, Dio si svuotò, si privò della gloria e magnificenza divina, accettò la povertà per farsi vero maestro con l’esempio e la parola.

Sulla grotta di Betlemme cantarono gli angeli e la Chiesa oggi, facendo eco agli angeli, annuncia che il Natale di Gesù è la festa della gioia, la festa della nostra salvezza. ‘Verbum caro factum est’, il Verbo, la Sapienza eterna, il Figlio è nato per noi, in mezzo a noi; vero uomo e vero Dio, Egli è l’Emmanuele ‘il Dio con noi’; non è più uno sconosciuto, questo è un messaggio sempre nuovo, sorprende perché sorpassa ogni nostra aspettativa e umana speranza.

Non è solo un annuncio, è un avvenimento, un accadimento, che testimoni credibili hanno veduto con gli occhi, creduto, toccato nella persona di Cristo Gesù; ascoltando poi le sue parole hanno riconosciuto in Gesù il Messia atteso; con la sua morte e risurrezione hanno avuto la certezza assoluta che Egli è veramente il Santo di Dio, il Figlio unigenito del Padre.  Con la nascita di Gesù si mettono basi granitiche alla Chiesa nascente. Tutto ciò è possibile?, si chiede qualcuno; la forza dell’amore realizza le cose umanamente impossibili. Dio è amore e tutta l’opera divina è espressione di amore: Dio amando crea e creando ama; Dio aveva detto a Mosè: ‘Io sono colui che sono; se sono non cambio mai’.

Egli è amore da sempre e per sempre: la creazione è atto di amore; la redenzione operata da Gesù e voluta dal Padre è espressione di amore e misericordia; la vita che, nascendo in mezzo a noi, oggi ci dona, è luce per tutti gli uomini ed illumina ogni vita  assicurando gioia, speranza e un futuro sicuro. Egli stesso si fa viandante assieme a noi per salvarci ed indicare il cammino da compiere. Ma bisogna accogliere Cristo con fede e con amore: così avvenne con i pastori avvisati dagli angeli: ‘Andate in una grotta troverete l’atteso Messia’; questi vanno, trovano il Bambino e Maria, sua madre, ed offrono i loro doni.

Così avviene con i Maggi che affrontano con fede un lungo viaggio, seguono una ‘luce’, la stella che li guida sino a Betlemme dove si trovava Gesù tra le braccia di Maria, adorano il Bambino, porgono i loro doni. Amore e fede sono un binomio inscindibile: quando con fede viva apriamo il cuore all’amore siamo avvolti dalla luce di Natale; così non fu certamente per il popolo che non offrì a Gesù una casa o un letto per nascere; così non fu per Erode che, informato dai Magi, operò la strage degli innocenti.

Ma il Padre vegliava sul divino Bambino e un Angelo avvisò Giuseppe a lasciare Betlemme e fuggire in Egitto. L’amore porta Gesù a nascere in una famiglia, che diventa vera icona di tutte le famiglie cristiane. La nascita di Gesù apre prospettive di pace, così cantarono gli Angeli: ‘Gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore’. La luce di Natale risplenda oggi in quella terra dove Gesù è nato ed ispiri ad Ebrei e Palestinesi sentimenti di pace nella ricerca di una convivenza giusta, pacifica, duratura.

La luce del Natale, che promana dalla grotta di Betlemme, operi prospettive di pace duratura nella martoriata Ucraina, dove ogni giorno è distruzione, rovina e morte. Il Natale rechi gioia e serenità in tutte le famiglie, in tutti i cuori perché il messaggio di Betlemme trovi vera concretezza in ogni parte del mondo assicurando pace, amore, stabilità e comunione. Allora e solo allora è Natale. Questo è l’augurio di cuore che formulo per tutti e per ciascuno.

Ogni vero cristiano si senta impegnato a tutti i livelli per costruire amore, giustizia e pace. Maria, la santa madre di Dio, presentò Gesù ai pastori e ai Magi e tornarono a casa pieni di gioia; Maria, Vergine Immacolata, madre della Chiesa, rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi, presenta il tuo e nostro Gesù al mondo intero perché, trasformata dal suo amore, l’umanità diventi il “vero popolo di Dio”.

Papa Leone XIV invita ad ammirare la sapienza del Natale

“Buonasera. Benvenuti tutti! Bienvenidos! Welcome! La Basilica di San Pietro è una Basilica molto grande, è molto grande, ma purtroppo non abbastanza grande per accogliervi tutti. Vi ammiro, vi rispetto e vi ringrazio per il vostro coraggio e la vostra disponibilità a essere qui questa sera. Tante grazie per essere qui questa sera, anche con questo clima. Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio. Tanti auguri a tutti voi. Seguite la celebrazione negli schermi. Dio vi protegga e benedica tutte le vostre famiglie. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tanti auguri a tutti!”: prima di celebrare la santa messa della notte di Natale nella basilica di san Pietro papa Leone XIV si è recato nella piazza per salutare 5.000 fedeli che non sono potuti entrati nella basilica piena di oltre 6.000  persone, partecipando alla messa sotto la pioggia.

A precedere la celebrazione eucaristica la lettura di alcuni brani biblici contraddistinta dal canto della Kalenda, l’antico annuncio liturgico del Natale del Signore (otto giorni prima delle kalendae di gennaio) come riportato nel Martirologio Romano. Un testo che racchiude tutti gli episodi fondamentali della storia universale fino alla venuta di Cristo, culmine del tempo di Avvento. Il lettore, infatti, ne proclama il senso: ricordarsi che Gesù Cristo, nato dalla Vergine Maria, è il centro della storia e del cosmo.

Nell’omelia il papa haa richiamato il desiderio dell’umanità di scrutare il cielo: “Per millenni, in ogni parte della terra, i popoli hanno scrutato il cielo dando nomi e forme a stelle mute: nella loro fantasia, vi leggevano gli eventi del futuro cercando in alto, tra gli astri, la verità che mancava in basso, tra le case. Come a tentoni, in quel buio restavano però confusi dai loro stessi oracoli. In questa notte, invece, ‘il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse’…

Nel tempo e nello spazio, lì dove noi siamo, viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna”.

Ed a chi scrutava il cielo una stella ha indicato una direzione: “E’ il Natale di Gesù, l’Emmanuele. Nel Figlio fatto uomo, Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso, ‘per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro’. Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto”.

Sono stati proprio magi e pastori che hanno saputo capire la direzione indicata dalla stella sulla terra: “Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti ‘un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia’. Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. E’ divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente”.

E’ la rivelazione di Dio all’uomo, citando papa Benedetto XVI: “Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo… Così attuali, le parole di papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza”.

Questa è la sapienza del Natale: “Ammiriamo, carissimi, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo…

Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia?”

A questa domanda hanno risposto i pastori: “La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù. Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa ‘una moltitudine dell’esercito celeste’. Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra: nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature”.

Riprendendo un’affermazione di papa Francesco in apertura dell’Anno Santo papa Leone XIV ha ribadito l’impegno di portare ovunque la speranza: “Ora che il Giubileo si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo”.

In questo modo Natale diventa una festa: “Sorelle e fratelli, la contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza. E’ festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. E’ festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. E’ festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la speranza salva

“Quando il Natale è alle porte, possiamo dire: il Signore è vicino! Senza Gesù, questa affermazione, il Signore è vicino, potrebbe suonare quasi come una minaccia. In Gesù, invece, noi scopriamo che, come avevano intuito i profeti, Dio è un grembo di misericordia. Gesù Bambino ci rivela che Dio ha viscere di misericordia, attraverso le quali genera sempre. In Lui non c’è minaccia, ma perdono”: nell’ultima udienza giubilare papa Leone XIV ha sottolineato che molti potenti non ascoltano il grido della creazione.

Prendendo spunto dalla lettera ai romani dell’apostolo Paolo in cui afferma che la speranza salva, il papa ha sottolineato che la speranza è generativa: “Senza speranza, siamo morti; con la speranza, veniamo alla luce. La speranza è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere. Questa è vera forza. Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere. Per questo vorrei dirvi infine: sperare è generare”.

Da qui l’invito ad ascoltare il grido degli ‘ultimi’: “E’ un’immagine molto forte. Ci aiuta ad ascoltare e a portare in preghiera il grido della terra e il grido dei poveri. ‘Tutta insieme’ la creazione è un grido. Ma molti potenti non ascoltano questo grido: la ricchezza della terra è nelle mani di pochi, pochissimi, sempre più concentrata (ingiustamente) nelle mani di chi spesso non vuole ascoltare il gemito della terra e dei poveri”.

Ma la terra è di tutti: “Dio ha destinato a tutti i beni del creato, perché tutti ne partecipino. Il nostro compito è generare, non derubare. Eppure, nella fede il dolore della terra e dei poveri è quello di un parto. Dio genera sempre, Dio crea ancora, e noi possiamo generare con Lui, nella speranza. La storia è nelle mani di Dio e di chi spera in Lui. Non c’è solo chi ruba, c’è soprattutto chi genera”.

Solo se si è generativa è possibile assomigliare alla Madre di Dio: “Sorelle e fratelli, se la preghiera cristiana è così profondamente mariana, è perché in Maria di Nazaret vediamo una di noi che genera. Dio l’ha resa feconda e ci è venuto incontro coi suoi tratti, come ogni figlio somiglia alla madre. È Madre di Dio e nostra.

‘Speranza nostra’, diciamo nella Salve Regina. Somiglia al Figlio e il Figlio somiglia a lei. E noi somigliamo a questa Madre che ha dato volto, corpo, voce alla Parola di Dio. Le somigliamo, perché possiamo generare la Parola di Dio quaggiù, trasformare il grido che ascoltiamo in un parto. Gesù vuole nascere ancora: possiamo dargli corpo e voce. Ecco il parto che la creazione attende”.

Quindi la speranza è poter vedere questo mondo come ‘giardino di Dio’: “Sperare è generare. Sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio: il mondo in cui Dio, gli esseri umani e tutte le creature passeggiano di nuovo insieme, nella città-giardino, la Gerusalemme nuova. Maria, speranza nostra, accompagni sempre il nostro pellegrinaggio di fede e di speranza”.

Inoltre oggi è stato ufficializzato che il papa ha convocato il primo Concistoro straordinario dopo l’Epifania, nei giorni 7 e 8 gennaio, e sarà caratterizzato da momenti di comunione e di fraternità, nonché da tempi dedicati alla riflessione, alla condivisione ed alla preghiera per favorire un discernimento comune e ad offrire sostegno e consiglio al papa nell’esercizio del governo della Chiesa per adempiere alla missione della Chiesa,

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV chiede salvezza anche per i detenuti

“Il Vangelo di oggi ci fa visitare in carcere Giovanni il Battista, che si trova prigioniero a motivo della sua predicazione. Ciò nonostante, egli non perde la speranza, diventando per noi segno che la profezia, anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia. Dal carcere, infatti, Giovanni il Battista sente ‘parlare delle opere del Cristo’, che sono diverse da quelle che lui si aspettava. E allora manda a chiedergli: ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?’ Chi cerca verità e giustizia, chi attende libertà e pace interroga Gesù. E’ proprio Lui il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio per bocca dei profeti?: dopo la recita dell’Angelus dell’ultima domenica giubilare dell’Anno Santo dedicata ai detenuti ed alle detenute papa Leone XIV ha invitato a non perdere la speranza dell’annuncio della giustizia e della verità.

E la risposta di Gesù è inequivocabile con l’invito a guardare le opere: “La risposta di Gesù porta lo sguardo su coloro che Lui ha amato e servito. Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono”.

Nei ‘poveri’ è possibile vedere Dio: “L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!”

E dalla prigione si può essere liberato attraverso la parola di Gesù: Dalla prigione dello sconforto e della sofferenza ci libera la parola di Gesù: ogni profezia trova in Lui il compimento atteso. E’ Cristo, infatti, che apre gli occhi dell’uomo alla gloria di Dio. Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo”.

Quindi la Parola di Dio libera dal male, come scrive san Paolo nella lettera ai Filippesi: “Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo… Proprio con questo invito si apre la Santa Messa di oggi, terza domenica di Avvento, chiamata perciò domenica Gaudete. Gioiamo, dunque, perché Gesù è la nostra speranza soprattutto nell’ora della prova, quando la vita sembra perdere senso e tutto ci appare più buio, le parole ci mancano e fatichiamo ad ascoltare il prossimo”.

Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica di questa domenica della ‘gioia’ il papa ha ricordato l’invito di papa Francesco durante l’apertura della prima porta santa aperta nel carcere di Rebibbia: “Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo, ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo”.

Per questo ha invitato a non scoraggiarsi: “Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli.

Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.

Per questo ha rilanciato l’amnistia: “A tal fine papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche ‘forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società’, ed ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento. Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”.

In ciò consiste la profezia del battesimo, che conduce alla terra promessa: “Anche il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo. Giovanni il Battista, mentre predicava e battezzava, invitava il popolo a convertirsi e ad attraversare di nuovo, simbolicamente, il fiume, come al tempo di Giosuè, per entrare in possesso della nuova ‘terra promessa’, cioè di un cuore riconciliato con Dio e con i fratelli.

Ed è eloquente, in questo senso, la sua figura di profeta: era retto, austero, franco fino ad essere imprigionato per il coraggio delle sue parole (non era ‘una canna sbattuta dal vento’); eppure al tempo stesso era ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare”.

Certo i problemi sono tanti ma il papa ha invitato affinchè tramite il ‘recupero’ tutti possano essere salvati: “Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che tutti ‘siano salvati’. Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo.

Mentre si avvicina il Natale, vogliamo abbracciare anche noi, con ancora più forza, il suo sogno, costanti nel nostro impegno e fiduciosi. Perché sappiamo che anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino, cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà”.

(Foto: Santa Sede)

Prima domenica di Avvento: si aprano i cieli e piova il Giusto

La liturgia è canto di lode a Dio, che va  eseguito tutti i giorni per tutto l’anno liturgico. La liturgia oggi ci dà l’avvio ad un nuovo anno, che è scandito  da tre feste: Natale (festa del Padre), Pasqua (la festa in onore del Figlio) e la Pentecoste (in onore dello Spirito Santo). Questa prima festa è il Natale, giorno in cui ringraziamo il Padre  che, avendo creato l’uomo a sua immagine, dopo il peccato originale, non lo abbandona ma invia il Figlio per redimere e salvare l’uomo. E il Verbo si fece carne, assunse la natura umana e prese il nome di Gesù, o Salvatore.

Nella Liturgia la festività del Natale è preceduta da quattro domeniche di ‘Avvento’; questo termine significa venuta, ma avvento è anche cammino, pellegrinaggio. L’avvento è l’attesa del Signore: Gesù è colui che viene. Ci muoviamo così verso la prima festività dell’anno liturgico, che ci ricorda la nascita di Gesù avvenuta circa 2000 anni addietro nella Giudea a Betlemme; la memoria della sua nascita ci ricorda che Gesù è venuto a noi, ma noi andiamo verso di Lui: creati da Dio, redenti da Cristo Gesù, siamo ogni giorno in cammino verso la casa del Padre.

La Chiesa in questo periodo ci prende quasi per mano e, ad immagine di Maria Santissima., ci fa sperimentare l’attesa gioiosa della venuta del Signore che ci abbraccia con il suo amore che salva e consola. La Liturgia non si stanca di farci ripetere: ‘Vieni, Signore Gesù’, si aprano i cieli e piova il Giusto. L’attesa escatologica, il suo ritorno visibile (quando verrà a giudicare i vivi e i morti, i buoni e i cattivi) è una realtà reale e sicura, anche se sconosciamo il giorno e l’ora.

Nel Vangelo Gesù ci ricorda un episodio biblico: Noè, chiamato da Dio, preparò l’arca che fu la salvezza per lui e tutta la sua famiglia: si mangiava, si beveva, ci si sposava, ognuno faceva quello che voleva: i propri comodi (forse alcuni criticavano e deridevano la realizzazione dell’arca); dominava la logica del ‘come sempre’, si viveva come sempre, fino a quando venne il diluvio universale e si salvarono solo quello dentro l’arca. L’avvento è un invito a vegliare, ad essere svegli, a rompere il ‘come sempre’ e ad iniziare una vita nuova: vegliate, convertitevi; beato chi è pronto ad andare incontro al Signore, beato chi ha la propria valigia ripiena di valori che lo accompagnano e non di cianfrusaglie da spazzatura.         

L’avvento è un invito a compiere questo cammino di fede e di amore perché saremo giudicati da Cristo Gesù sull’amore: ‘Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, amerai il prossimo tuo come te stesso’. E’ necessario ormai abbandonare ciò che è futile, accessorio, secondario per essere fedele a ciò che è necessario ed essenziale. Dio è amore, saremo giudicati sull’amore verso Dio e verso i fratelli. L’avvento è invito ad essere vigilanti: vegliate, dice Gesù, non conoscete il giorno né l’ora.

L’avvento per il cristiano è anche gioia: sappiamo che questa vita finirà, (l’uomo ha oggi inventato anche le armi per autodistruggersi), questo mondo finirà ma il Signore è fedele alle sue promesse, non inganna e non delude; allora ascoltiamo il profeta Isaia: ‘Venite, saliamo sul monte del Signore, camminiamo nella luce del Signore’. Gesù sarà il giudice tra le genti (separerà i buoni dai cattivi come il pastore separa le pecore dalle capre); nel nostro cammino dobbiamo  conservare la gioia, nonostante i dolori, le sofferenze, le pene, le tribolazioni.

L’apostolo Paolo ci esorta ad indossare le armi della luce, il che significa: comportarsi onestamente come in pieno giorno, alla luce del sole: non in ubriachezze e gozzoviglie, non in impurità e licenze, non in contese e gelosie ma rivestiti della luce del Risorto che parla di amore e servizio. Ciò che dà forza è la luce che proviene dal Cristo risorto; la forza che ci permette di camminare bene e sicuri proviene dall’Eucaristia che stiamo celebrando dove Gesù dice: venite a me: siete stanchi, affaticati, oppressi?

Prendete e mangiate: questo è il mio corpo; chi mangia questo pane vivrà in eterno. In Israele era fortissima l’attesa del Messia, ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da una ragazza , quale era Maria, promessa sposa a Giuseppe, uomo giusto. Impariamo da Maria, la donna dell’avvento, a vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo, con i sentimenti di una attesa che solo la venuta di Dio può colmare. Allora. ‘Vieni, Gesù, si aprano i cieli e piova il Giusto’.              

Mater Populi fidelis: Maria tra fede, dottrina e speranza

Icona della Madonna

Martedì 4 novembre 2025, in coincidenza con la memoria liturgica di san Carlo Borromeo, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha reso pubblica una nuova nota dottrinale intitolata ‘Mater Populi fidelis’. Il documento, firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, si propone di offrire chiarimenti su alcuni aspetti della mariologia, in particolare sul ruolo di Maria nella cooperazione all’opera della salvezza. L’intento dichiarato è quello di tutelare la fede dei semplici e di prevenire interpretazioni errate o confusioni dottrinali che potrebbero compromettere la comprensione autentica del mistero cristiano.

Al centro del documento si trova la riaffermazione della centralità assoluta della mediazione salvifica di Cristo. La nota sottolinea con decisione che titoli mariani come ‘Corredentrice’ e ‘Mediatrice di tutte le Grazie’, pur nati da una devozione sincera, possono risultare ambigui e fuorvianti.

Essi rischiano infatti di oscurare la verità fondamentale della fede cristiana: che Gesù Cristo è l’unico Mediatore tra Dio e l’umanità. Come si legge al numero 22 del testo: ‘E’ sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria. Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo…’.

Pur mettendo in guardia da espressioni potenzialmente ambigue, la nota non nega il ruolo di Maria nella storia della salvezza. Al contrario, ne riconosce la cooperazione reale, ma sempre in modo subordinato e derivato rispetto all’unica mediazione di Cristo. Viene valorizzata in particolare la dimensione della maternità spirituale di Maria, radicata nella Scrittura e nella Tradizione. I riferimenti evangelici alle nozze di Cana (Gv 2,1-11) e alla scena della Croce (Gv 19,25-27), in cui Gesù affida Maria al discepolo amato, sono presentati come fondamento biblico di questa cooperazione materna.

La pubblicazione della nota ha generato reazioni diverse all’interno del mondo ecclesiale. Da un lato, alcuni ambienti più conservatori hanno espresso delusione, temendo un ridimensionamento della tradizione mariana. Dall’altro, settori più progressisti hanno accolto il documento come un segnale di apertura ecumenica, in particolare verso le comunità cristiane non cattoliche.

Queste reazioni, talvolta polarizzate, sollevano interrogativi profondi: dove si colloca la verità? Come trovare un equilibrio tra la devozione popolare e la precisione dottrinale? Forse la verità si trova proprio nella tensione tra questi due poli. È necessario ribadire con chiarezza le verità fondamentali della fede, senza però rinunciare alla ricchezza spirituale e culturale della devozione mariana.

Occorre evitare gli estremismi: né un massimalismo che rischia di attribuire a Maria un ruolo che non le compete, né un minimalismo che la riduce ad una semplice figura di contorno. Maria, come un girasole sempre rivolto verso il Figlio, riflette la luce di Cristo. La sua figura rimane un modello di fede, di ascolto e di speranza per  ogni credente.

In questo senso, ella si presenta come una presenza luminosa, simile a una stella che guida il cammino interiore di quanti sono alla ricerca di Cristo nella propria esistenza. In un percorso spesso segnato da dubbi, prove e smarrimenti, Maria si rivela compagna discreta e fedele, capace di orientare il cuore verso il senso profondo della vita, di infondere resilienza nelle difficoltà e di riaccendere la speranza là dove sembra affievolita.

Il documento si inserisce in una lunga tradizione esegetica e teologica che ha visto nella figura di Maria una chiave di lettura privilegiata della storia della salvezza. Il celebre brano dell’Apocalisse (12,1-6) è stato interpretato da san Girolamo come rappresentazione della Chiesa, della Sapienza divina e della Vergine stessa.

San Bernardo di Chiaravalle, invece, ha sottolineato l’aspetto mariano del testo, riconoscendo in quella ‘Donna vestita di sole’ la Madre di Dio, glorificata e intercedente: “La Donna vestita di sole è Maria, che ha partorito il Sole di Giustizia, Cristo Signore, e che ora, coronata di gloria, intercede per noi”. Accogliere con umiltà e fiducia la prudenza del Magistero è un atto di fedeltà alla Chiesa.

Allo stesso tempo, è fondamentale custodire e valorizzare la ricchezza della tradizione mariana, evitando semplificazioni e riduzioni. Maria continua a essere per la Chiesa un punto di riferimento, una guida silenziosa ma efficace, un ponte che conduce a Cristo. In lei, il popolo cristiano può ritrovare il coraggio della fede, la forza della speranza e la bellezza della comunione.

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: sempre sereni, nelle mani di Dio!

Siamo verso la fine dell’anno liturgico: domenica prossima è la festa di Cristo re e si conclude l’anno liturgico. La fine della corsa è solo arrivo al grande traguardo dove l’uomo sperimenta l’amore di Dio e la sua provvidenza. Il linguaggio del vangelo è escatologico: fine dell’anno liturgico, fine di questa vita, fine di questo mondo; poi terra nuova e mondo nuovo. Nel Vangelo Gesù evidenzia non la fine della storia ma della nostra esperienza terrena.

Gesù si trovava a Gerusalemme e gli Apostoli e i Discepoli ammiravano la città santa e il Tempio, che era una vera meraviglia; Gesù evidenzia subito: ‘Verranno giorni in cui di tutto questo che voi ammirate non resterà pietra su pietra’. La distruzione del Tempio, annunciata da Gesù, è figura assai chiara che la storia dell’uomo sulla terra avrà una conclusione. Gesù usa due immagini: a) eventi catastrofici che si avvereranno: guerre, persecuzioni, carestie, distruzione del Tempio e la stessa Gerusalemme saranno distrutte, come alla stessa maniera avverrà per le nostre basiliche, cattedrali, edifici grandiosi, santuari scintillanti per oro, argento e marmi; di tutto questo non resterà pietra su pietra.        

B) la seconda immagine è rassicurante: ‘Non temete, dice Gesù, con la vostra perseveranza, salverete le vostre anime’. E’ una esortazione a non cedere nel momento in cui incalzano sofferenze e persecuzioni. Cosa fare allora? Rimanere sereni non perché non ci saranno prove o tribolazioni ma perché Dio è sempre con noi; le prove ci saranno, ma Dio non ci abbandonerà mai. Voi, dice Gesù, vegliate perché non conoscete né il giorno, né l’ora.

Compito del cristiano è restare saldi nella Fede, nella Speranza e nella Carità anche in mezzo alle avversità, alle guerre, ai cataclismi naturali. L’attesa della ‘Parusia’ non ci dispensa dagli impegni; essa crea, al contrario, responsabilità davanti a Dio circa l’agire nel mondo e per il mondo. I veri discepoli di Cristo Gesù non possono restare vittime di paura o di angoscia, ma sono chiamati a collaborare come operatori di pace, testimoni di speranza nel nome del Signore: la speranza di un futuro di salvezza e di vera redenzione. la vera Fede viva ci fa camminare con Cristo e ci addita la meta per la quale siamo stati creati da Dio e redenti da Gesù con la sua morte in croce. 

La Fede ci parla di amore perché Dio è amore, ci ha creati con un progetto di amore e ci presenta la meta come piena realizzazione: la fine della vita terrena è inizio della vita eterna. Amore è apertura agli altri; vivere per gli altri diventa il vero programma della vita cristiana. Da qui l’apostolo Paolo scrive ai cristiani: ‘Chi non vuole lavorare neppure deve mangiare’. Anche la Bibbia presenta Dio come ‘lavoratore’: ‘In principio Dio creò il cielo e la terra…’.

Dio creando ama e amando crea. l’uomo, creato ad immagine di Dio, è chiamato a continuare l’opera creativa di Dio e l’azione redentiva di Gesù. Manifestazione negativa del lavoro è la disoccupazione o il super-lavoro. Il vero cristiano non si lascia intimorire neppure dall’incalzare delle sofferenze fisiche o delle persecuzioni: opere tutte diaboliche. Da qui le parole rassicuranti di Gesù: ‘Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime’. Vegliate, dice Gesù, state pronti perché non sapete quando verrà il Signore.

L’ultima parola sarà quella del Signore, che ci presenta Cristo risorto e noi che con Lui risorgeremo. Ci siano di sprone i numerosi martiri cristiani di ieri e di oggi. Essi consegnano a noi il Vangelo dell’amore e della misericordia di Dio. La Madonna, madre di Gesù e nostra, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi; ci sostenga, ci guidi nel cammino quotidiano con amore veramente materno.

La Madre di Dio non è corredentrice ma Madre del popolo fedele

“La presente Nota risponde a numerose domande e proposte che sono giunte presso la Santa Sede negli ultimi decenni – in particolare presso questo Dicastero – circa questioni riguardanti la devozione mariana e particolarmente alcuni titoli mariani. Sono questioni che hanno suscitato preoccupazioni presso gli ultimi Pontefici e che sono state ripetutamente trattate nel corso degli ultimi trent’anni nei diversi ambiti di studio del Dicastero, come Congressi, Sessioni ordinarie, etc. Ciò ha permesso a questo Dicastero di disporre di un materiale abbondante e ricco che è alla base della presente riflessione”: così inizia la nota dottrinale ‘Mater populi fidelis’, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della fede, a firma del prefetto, card. Víctor Manuel Fernández, e dal segretario per la sezione dottrinale, mons. Armando Matteo, con approvazione del papa.

Quindi il testo è il frutto di un lungo lavoro collegiale e dottrinale sulla devozione mariana, incentrato sulla figura di Maria che è associata all’opera di Cristo come Madre dei credenti: “Questo testo, mentre chiarisce in che senso sono accettabili o meno alcuni titoli ed espressioni riferiti a Maria, allo stesso tempo si propone di approfondire i corretti fondamenti della devozione mariana, precisando il posto di Maria nella sua relazione con i fedeli, alla luce del mistero di Cristo quale unico Mediatore e Redentore. Ciò implica una fedeltà profonda all’identità cattolica e, allo stesso tempo, un particolare sforzo ecumenico”.

Il cuore del documento è la maternità della Madonna: “La devozione mariana, che la maternità di Maria suscita, è presentata qui come un tesoro della Chiesa. Non si tratta di correggere la pietà del popolo fedele di Dio, che riscopre in Maria rifugio, forza, tenerezza e speranza, quanto soprattutto di valorizzarla, riconoscerne la bellezza e promuoverla, dal momento che essa è un’espressione mistagogica e simbolica di quell’attitudine evangelica di fiducia nel Signore che lo stesso Spirito Santo suscita liberamente nei credenti”.

Quindi il documento prende in considerazione le espressioni mariane indicando se esse rispondono alla devozione: “Allo stesso tempo, esistono alcuni gruppi di riflessione mariana, pubblicazioni, nuove forme di devozione e richieste di dogmi mariani che non presentano le stesse caratteristiche della devozione popolare ma che, in definitiva, propongono un determinato sviluppo dogmatico e si esprimono intensamente attraverso le piattaforme mediatiche, risvegliando, con frequenza, dubbi nei fedeli più semplici.

A volte sono reinterpretazioni di espressioni impiegate nel passato con significati diversi. Perciò, il presente documento prende in considerazione tali proposte, per indicare in che senso alcune di esse rispondono a una devozione mariana genuina e ispirata al Vangelo, o in quale senso altre devono essere evitate, perché non favoriscono un’adeguata comprensione dell’armonia del messaggio cristiano nel suo insieme”.

In sostanza, la Nota ribadisce la dottrina cattolica che ha sempre messo bene in luce come tutto in Maria sia indirizzato alla centralità di Cristo e alla sua azione di salvifica. Per questo, anche se alcuni titoli mariani possono essere spiegati attraverso una corretta esegesi, si ritiene preferibile evitarli: “La Madre del Popolo fedele è contemplata con affetto e ammirazione dai cristiani poiché, dato che la grazia ci rende somiglianti a Cristo, Maria è l’espressione eminente dell’azione con cui Lui trasforma la nostra umanità; ed è anche la manifestazione femminile di tutto ciò che la grazia di Cristo può operare in un essere umano. Dinanzi a tale bellezza, spinti dall’amore, molti fedeli hanno sempre cercato di riferirsi alla Madre con le parole più belle e hanno esaltato il posto peculiare che lei occupa insieme a Cristo”.

Quindi Maria ha cooperato alla Salvezza: “Tradizionalmente, la cooperazione di Maria all’interno dell’opera della salvezza è stata affrontata in una duplice prospettiva: sia dal punto di vista della sua partecipazione alla Redenzione oggettiva, portata a compimento da Cristo nella sua vita e particolarmente con la sua Pasqua, sia a partire dall’influsso che lei attualmente esercita verso coloro che sono stati redenti. In realtà, tali prospettive sono tra esse relazionate e non possono essere affrontate in maniera isolata”.

Un altro titolo riguarda la corredenzione la Nota sottolinea che alcuni papi ‘hanno impiegato questo titolo senza soffermarsi a spiegarlo. Generalmente, lo hanno presentato in relazione alla maternità divina e in riferimento all’unione di Maria con Cristo accanto alla Croce redentrice’. Quindi cita una discussione interna all’allora Congregazione per la Dottrina della fede che nel febbraio 1996 aveva riflettuto sulla richiesta di proclamare un nuovo dogma su Maria ‘Corredentrice o Mediatrice di tutte le grazie’ con il parere contrario del card. Ratzinger era contrario. Per questo papa Francesco aveva espresso almeno tre volte la sua posizione chiaramente contraria all’uso del titolo ‘Corredentrice’.

Il documento dottrinale a questo proposito conclude: “E’ sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria. Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo e, pertanto, può generare confusione e squilibrio nell’armonia delle verità della fede cristiana… Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente”).

Inoltre la Nota sottolinea che l’espressione biblica riferita alla mediazione esclusiva di Cristo è invece inclusiva: “Nel contempo, abbiamo la necessità di ricordare che l’unicità della mediazione di Cristo è ‘inclusiva’, vale a dire, che Cristo rende possibile diverse forme di mediazione nel compimento del suo progetto salvifico perché, nella comunione con Lui, tutti possiamo essere, in qualche modo, collaboratori di Dio, ‘mediatori’ gli uni per gli altri”.

Per questo ‘Maria occupa un posto unico nel cuore della madre Chiesa’: La partecipazione di Maria all’opera di Cristo risulta evidente se si parte da questa convinzione che il Signore risorto promuove, trasforma e abilita i credenti affinché collaborino con Lui nella Sua opera. Ciò non avviene per una debolezza, incapacità o necessità di Cristo stesso, ma proprio per la sua gloriosa potenza, che è capace di coinvolgerci, con generosità e gratuità, come collaboratori della sua opera. Ciò che bisogna sottolineare in questo caso è proprio questo: quando Egli ci permette di accompagnarlo e, sotto l’impulso della sua grazia, di dare il meglio di noi stessi, sono la sua potenza e la sua misericordia che, alla fine, vengono glorificate”.

Infatti la mediazione si realizza perché Maria è Madre: “Nel caso di Maria, questa mediazione si realizza in forma materna, esattamente come fece a Cana e come venne ratificata sotto la Croce… Il titolo di Madre ha le sue radici nella Sacra Scrittura e nei Santi Padri, è stato proposto dal Magistero e la formulazione del suo contenuto si è sviluppata fino all’esposizione del Concilio Vaticano II e all’espressione maternità spirituale nell’enciclica ‘Redemptoris Mater’.

Questa maternità spirituale di Maria scaturisce dalla maternità fisica del Figlio di Dio. Generando fisicamente Cristo, a partire dalla sua libera e credente accettazione di questa missione, la Vergine ha generato nella fede tutti i cristiani che sono membra del corpo mistico di Cristo, vale a dire, ha generato il Cristo totale, capo e membra”.

Però alcuni titoli mostrano qualche ‘limite’ per la corretta comprensione: “Alcuni titoli, come per esempio quello di Mediatrice di tutte le grazie, hanno dei limiti che non facilitano la corretta comprensione del ruolo unico di Maria. Difatti, lei, che è la prima redenta, non può essere stata mediatrice della grazia da lei stessa ricevuta. Non si tratta di un dettaglio di poca importanza, perché rivela qualcosa di centrale: che, anche in lei, il dono della grazia la precede e procede dall’iniziativa assolutamente gratuita della Trinità, in previsione dei meriti di Cristo.

Lei, come tutti noi, non ha meritato la propria giustificazione a motivo di alcuna sua azione precedente, né tantomeno di alcuna sua azione successiva.] Anche per Maria, l’amicizia con Dio attraverso la grazia sarà sempre gratuita. La sua preziosa figura è testimonianza suprema della ricettività credente di chi, più e meglio di chiunque altro, si è aperto con docilità e piena fiducia all’opera di Cristo, e allo stesso tempo è il miglior segno della potenza trasformatrice di questa grazia”.

Per questo è sorta la pietà popolare: “Il Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro. E’ colei che, come ogni madre, ha portato suo figlio in grembo, lo ha allattato, lo ha cresciuto amorevolmente con l’aiuto di san Giuseppe, e non le sono mancati gli scossoni e i dubbi della maternità.

E’ colei che canta al Dio che ‘ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’, colei che soffre con gli sposi che sono rimasti senza vino per la loro festa, che sa correre a dare una mano alla cugina che ne ha bisogno, che si lascia ferire, come trafitta da una spada a causa della storia del suo popolo, di cui suo Figlio è ‘segno di contraddizione’; è colei che capisce cosa significa essere un migrante o un esule, che nella sua povertà può offrire solo due piccoli colombi e che sa cosa vuol dire essere disprezzati per appartenere alla famiglia di un povero falegname. I popoli sofferenti riconoscono Maria che cammina al loro fianco e per questo cercano la Madre per implorare il suo aiuto”.

XXX Domenica Tempo Ordinario: il fariseo e il pubblicano al tempio!

Protagonisti della parabola sono un fariseo e un pubblicano in preghiera al tempio: due categorie di persone assai in voga ai tempi di Gesù. Fariseo era uno che si riteneva giusto, persona per bene perché osservava la legge di Mosè, pagava le tasse, digiunava: anche se poi  disprezzava gli altri che riteneva  diversi da lui. Si riteneva giusto e gradito a Dio; era invece un uomo che mancava di umiltà e carità.

Oggi possiamo paragonarlo a colui che ama proclamarsi un ‘laico’ che si crede onesto, ricco di valori; va in Chiesa solo in occasioni straordinarie ma manca di umiltà e carità. Il Pubblicano era uno additato come pubblico peccatore perché impiegato negli Uffici dello Stato, mercenario; ladro perchè come impiegato riscuoteva le tasse del popolo in favore di una nazione straniera; era considerato nemico del popolo  e viveva senza particolari scrupoli una religiosità di comodo. L’insegnamento di Cristo Gesù segue una logica diversa: non sono le opere che aprono la via della salvezza ma l’adesione a Cristo, vero Dio e vero uomo; da qui la fede e l’amore vero verso Dio,  creatore e Padre, e verso i fratelli, conforme all’insegnamento della Bibbia.

La giustificazione e la relativa salvezza provengono dalla Fede in Cristo e dall’amore verso Dio e verso i fratelli. Non esistono due categorie di persone: i giusti  ( o farisei) e i peccatori (o pubblicani), ma esiste l’uomo che si salva  se crede ed ama: amare Dio, creatore e padre, e amare  tutti gli uomini, fratelli in Cristo Gesù. Nella parabola i due si trovano nel tempio a pregare: una preghiera profondamente diversa; il Fariseo prega esaltando se stesso e le sue capacità perchè osserva la legge, digiuna, paga le tasse per il culto e può camminare a viso alto perché si reputa amico di Dio; nello stesso tempo prende le distanze dal pubblicano che reputa oggettivamente cattivo.

Il Pubblicano ammette in coscienza che tante volte sbaglia davanti a Dio ed invoca perdono  e si affida alla misericordia divina; si reputa peccatore e indegno di stare alla presenza di Dio. E’ la preghiera dell’umile che invoca ‘o Dio, abbi pietà di me, peccatore’. Gesù conclude nella parabola: ‘Il Pubblicano tornò a casa sua giustificato perché chiunque  si esalta sarà umiliato; chiunque invece si umilia sarà esaltato!’ Lo stesso concetto evidenzia anche l’apostolo Paolo, già fariseo e figlio di farisei, convertitosi nella via di Damasco che ora invoca Dio ‘il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno’.

Ciò che salva, dirà l’apostolo, è la nostra fede in Cristo e l’amore. Solo la preghiera dell’umile arriva al cuore di Dio. Abramo credette e gli fu ascritto come giustizia; l’apostolo Paolo convertitosi predica la fede e la carità. nel cristianesimo la logica dell’amore ha sempre il sopravvento sulla logica della legge. La logica farisaica era quello del ‘do ut des’, mi comporto bene così Dio mi ama e mi salva. La logica dell’amore: Dio mi ama e la mia risposta non può essere se non ‘amore’. 

La radice di ogni peccato è non amare. Da quì le parole di Gesù: in verità il Pubblicano ritornò a casa giustificato a differenza del Fariseo perché: ‘chi si esalta sarà umiliato; chi si umilia sarà esaltato’. La comunità cristiana in san Paolo ha trovato il suo modello: l’impegno apostolico di Paolo deve impegnare ciascuno di noi ad essere forti nelle sconfitte, gagliardi con l’aiuto di Dio nel vivere la nostra adesione a Cristo; avere il coraggio di lottare con l’aiuto di Dio, sicuri nella vittoria finale. La Santissima Vergine Maria, madre nostra e regina degli Apostoli, ci sostenga a vivere il nostro battesimo e ad essere ‘Chiesa in uscita’ per bene invocare Dio ‘Padre nostro che sei nei cieli’.

Un volume sui nuovi rapporti tra Cina e Santa Sede

La libertà religiosa è una questione complessa in Cina, con lo Stato che regolamenta le attività religiose e il ruolo delle organizzazioni religiose. Alcuni studiosi hanno esplorato come le interpretazioni del Diritto Cinese, in particolare da parte del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, possano assomigliare a concetti di common law o a interpretazioni giuridiche tradizionali cinesi. La Santa Sede ha reso disponibile il Codice di Diritto Canonico in cinese sul suo sito web, dimostrando di riconoscere la necessità di comunicare con i cattolici di lingua cinese.

Dibattiti accademici esplorano l’intersezione tra Diritto Canonico e Diritto Cinese, come quello del Simposio accademico intitolato ‘Religione e Stato di Diritto: Diritto Canonico e Diritto Cinese’, organizzato congiuntamente dall’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino e dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, nello scorso 5 settembre 2022, rappresentando il primo scambio accademico tra le due parti sul tema del Diritto Canonico, a cui hanno partecipato 15 studiosi provenienti dall’Università di Pechino, dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, dall’Università di Scienze Politiche e Diritto della Cina, dall’Università di Camerino, dall’Università degli Studi di Napoli Federico II e dalla Pontificia Università della Santa Croce.

Quindi in questo contesto è stato pubblicato il libro ‘Canon Law & China Law’, primo volume di una collana edita in Cina, a Hong Kong, e curata dal prof. Liu Peng, direttore dell’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino, e dal prof. Stefano Testa Bappenheim, docente di Diritto Ecclesiastico е Canonico alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, a  cui abbiamo chiesto di raccontare il motivo di un volume sul diritto canonico e sul diritto degli Stati:

“Ma, guardi, il diritto canonico è un po’ come il nero, va su tutto. Parlando seriamente, la Chiesa offre consistenza giuridica alla vita religiosa con il diritto canonico, con cui da venti secoli, superando le varie difficoltà spirituali e materiali, la Chiesa cattolica ha cercato di mantenere uniti i proprî fedeli, accompagnandoli con la grazia dei sacramenti sino ai confini della terra, formando i loro animi, determinandone la morale, solennizzandone i matrimoni, impiegando per il bene comune le risorse materiali. Il diritto canonico, nel corso dei secoli ed ancor oggi, si rivolge a tutti, adattando il linguaggio ad ogni situazione, con il fervore guidato dalla disciplina, attraverso la coordinazione degli scopi e l’abile variazione dei mezzi, ed appunto il Codice vigente, del 1983 con le successive modifiche, sostanzia un diritto canonico fiducioso, positivo ed energico”.

La novità è che è il primo volume di una collana edita in Cina: come è stato possibile?

“E’ stato possibile grazie al fatto che in questi ultimi 20 anni, sotto gli occhi di tutti, è avvenuto un fortissimo avvicinamento della Cina nei confronti dei vari protagonisti della scena internazionale, con l’ingresso nel WTO, i giochi olimpici… In questa prospettiva, già nel 1999, con il documento 26, il Comitato centrale del Partito comunista cinese decise di procedere verso la normalizzazione delle relazioni fra Repubblica Popolare Cinese e Santa Sede. Anche grazie alla maggiore internazionalizzazione dei rapporti, poi, è possibile che le autorità cinesi si siano rese conto che il fattore sociale e religioso non è causa di instabilità sociale, e può invece, da un lato, instillare un’etica anticorruzione, e dall’altro colmare quel vuoto spirituale che non può essere soddisfatto dal puro e semplice consumismo, a seguito forse di un certo intiepidimento del materialismo scientifico d’impronta marxista.

Il presidente Xi Jinping, inoltre, in gioventù ha vissuto per alcuni anni negli USA, quando era ancora un funzionario in carriera, avendo così modo di sperimentare dal vivo il principio del ‘wall of separation’, che c’è negli Stati Uniti, ovvero uno Stato ch’è sì autonomo e indipendente dalle confessioni religiose, ma non è aggressivo nei loro confronti, come invece abbiamo altri esempi in giro per il mondo. Può darsi che questa constatazione del fatto che Stato e confessioni religiose possano convivere pacificamente, abbia influenzato la sua formazione e le sue opinioni in questo campo”.

Il volume è frutto di un convegno organizzato a Camerino: cosa significa questa collaborazione tra le università italiane e quelle cinesi?

“Da un lato una delle principali qualità del professore universitario è la curiosità, che lo motiva alla ricerca, all’esplorazione, all’approfondimento, in qualunque settore dello scibile umano, perché sa di non sapere, e, d’altro canto, un’Università non è, non può essere, una monade senza porte e finestre: nello specifico, Italia e Cina sono emblema della civiltà orientale e di quella occidentale, e hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana. I contatti tra le due grandi civiltà, cinese e italiana, affondano le loro radici nella storia.

Già più di duemila anni fa, infatti, la dinastia Han inviò Gan Ying in missione alla ricerca di ciò che chiamavano ‘Da Qin’ o ‘Grande Qin’, e che era l’Impero romano, mentre il sommo poeta Virgilio ed il geografo romano Pomponio Mela fanno molteplici citazioni del ‘Paese della seta’. E’ dunque naturale che questi contatti si siano oggi incanalati nella collaborazione fra Università italiane e cinesi”.

I rapporti tra la Santa Sede e la Polonia dopo la Seconda Guerra Mondiale possono essere interessanti per i rapporti con la Cina?

“Certamente, perché dimostrano la possibilità d’avviare relazioni diplomatiche fra uno Stato ufficialmente ispirato e guidato dalla dottrina marxista e la Santa Sede”.

In quale modo papa Leone XIV potrà ‘gestire’ i rapporti con Pechino?

“Guardi, dovrà semplicemente fare quello che fecero i suoi predecessori: già nel 1245 infatti, Sinibaldo Fieschi, papa Innocenzo IV, nel quadro del Concilio di Lione, aveva inviato un legato pontificio, il francescano Giovanni da Pian del Carmine, al Can dei Tartari, per favorire la conversione al cristianesimo e dissuadere dall’invadere l’Europa. Dopo la missione di Marco Polo, papa Niccolò IV, Girolamo Masci, il primo pontificio francescano, inviò il confratello Giovanni da Montecorvino, che giunse in Cina nel 1294 e tradusse il Salterio, il Nuovo Testamento e il Messale in Tartaro. Papa Clemente V ne dispose poi la consacrazione come arcivescovo di Pechino.

Secoli dopo il testimone venne raccolto dal gesuita p. Matteo Ricci, originario di Macerata, fino al blackout provocato dalla questione dei riti. All’inizio dello scorso secolo abbiamo avuto un nuovo ‘Matteo Ricci’, cioè il vescovo veneto, poi cardinale, Celso Costantini, che è davvero un nuovo apostolo della Cina. Quindi il rispetto e l’attenzione della Chiesa, della Santa Sede, verso la Cina è stata costante nel corso dei secoli”.

Quindi l’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese potrà essere ratificato definitivamente con papa Leone XIV?

“L’accordo purtroppo è segreto, quindi non sappiamo esattamente cosa dica. Possiamo ipotizzare sia stata prevista una qualche forma di consultazione tra Santa Sede e Governo cinese in merito alla nomina dei Vescovi, cosa peraltro abbastanza comune sia nei secoli passati in Europa che nei concordati di inizio Novecento. Sarà infatti solo il decreto di papa san Paolo VI, ‘Christus Dominus’ del 1965, a dire al numero 20 che in avvenire non sarebbero più stati concessi alle autorità civili diritti, privilegi di elezione, nomina e presentazione dei vescovi, ed a pregare le autorità civili che ancora li avessero, per ragioni concordatarie, di rinunziarvi. Immagino che l’obiettivo della Santa Sede resti quello, con tempistiche però che non si possono prevedere”.

Quanto è importante la libertà religiosa nei rapporti della Santa Sede con gli Stati?

“E’ estremamente importante, perché, come dice il canone 1752 del Codice di diritto Canonico, ‘salus animarum suprema lex’ (la salvezza delle anime è la legge suprema) ed alla Chiesa ed alla Santa Sede interessano le anime, a prescindere dal sistema politico”.

(Tratto da Aci Stampa)

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