Tag Archives: sacerdozio
Ernesto Buonaiuti, una storia complessa
Un elogio della complessità rifuggente da semplificazioni che a volte raggiungono la banalizzazione risulta essere il libro di Federico Ferrari Tra fede e disciplina. Ernesto Buonaiuti, la Chiesa romana e l’università (Viella, Roma 2026, pp. 504, 39 euro), frutto di un ingente scavo archivistico svolto in diversi luoghi.
Come indicato fin dalle prime pagine, tale studio è frutto di una precisa indicazione: “Seguire la trama dell’intricata vicenda umana e intellettuale del sacerdote e studioso romano permette di non ridurlo alla sua raffigurazione di un ‘vero tribuno ed enfant terrible del modernismo italiano’ e men che meno del “profeta” di una Chiesa futura, ma di collocarlo storicamente, con le sue peculiarità e le sue antinomie, in un panorama più ampio e composito della vita culturale, politica e religiosa della prima metà del Novecento”.
Grazie a tale approccio, risulta evidente una tensione costantemente presente in Buonaiuti (1881-1946) tra il desiderio di scientificità e il ministero sacerdotale e ciò si manifesta particolarmente quando, ascendendo alla cattedra di storia del cristianesimo presso l’università di Roma, si ritrova condannato e osservato speciale anche a motivo di interpretazioni considerate ‘eterodosse’ di figure di primo piano del cristianesimo quali Paolo, Agostino e Girolamo.
Nel gennaio 1926 è ‘nominatim excommunicatus et expresse vitandus’, così che nessun cattolico poteva avere contatti con lui se non prima essersi premunito di uno speciale permesso; questo anche con ripercussioni civili svolgendosi il tutto nella vicenda complessa della conciliazione tra Stato e Chiesa che condurrà ai Patti Lateranensi del 1929.
Il presente libro, così come altri studi di Federico Ferrari, evidenzia che la personalità di Buonaiuti, non riconducibile al semplicistico binomio ‘profeta e eretico’, risulta essere complessa: animato da un sentimento antitedesco nel 1915 quando l’Italia entra in guerra, nell’autobiografia Pellegrino di Roma edulcora tali proprie passate posizioni interventiste; pur avendo già fatto precedenti giuramenti, nel 1931 rifiuta quello fascista richiamando il precetto evangelico.
Tanto che, a detta di Federico Ferrari, vi si scorge ‘un difficile gioco d’equilibrismo e di distinzione dei piani che, se a un primo sguardo può risultare straniante, era, invece, un elemento precipuo dell’azione di Buonaiuti’ che univa ‘lo storico del cristianesimo con il riformatore religioso’.
Ma altrettanta complessa risulta essere la curia romana purtroppo molto spesso vista come un blocco unico indistinto i cui componenti invece hanno sensibilità e posizioni diverse con ‘tensioni intracuriali fra l’ala più intransigente e quella più moderata’, una ‘distanza fra l’approccio dei vertici della Congregazione e quello del cardinal vicario’, divergenze ‘fra Segreteria di Stato e Sant’Uffizio’, ‘rapporti tutt’altro che idilliaci fra il porporato anglo-spagnolo e quello abruzzese’, ossia Rafael Mery del Val e Pietro Gasparri.
L’approccio è quello storico ma, naturalmente, non prescinde dalla considerazione del pensiero di Buonaiuti, e quindi dall’aspetto teologico. A questo riguardo, interessante è l’uso del termine «esperienza» che in quegli anni era considerato problematico, vedendovi ‘una riduzione della religione a pura esperienza, ad un fenomeno di esaltazione psicologica ed, allo stesso modo, un’eliminazione di ogni elemento dottrinale-intellettuale’.
Se ancora il 16 giugno 1963 il card. Giovanni Battista Montini partendo da Milano, dove era arcivescovo, per il conclave che lo avrebbe eletto papa il successivo 21 giugno metteva in guardia don Luigi Giussani da un uso improprio di questo termine, studi successivi (basti pensare a quello di Giovanni Moioli (1931-1984) ‘L’esperienza spirituale’) daranno piena legittimità a tale aspetto vedendovi implicata l’oggettività e la dimensione soggettiva del credente.
La tensione insita in Buonaiuti tra il sacerdote e lo studioso si percepisce anche nelle sue opere in cui l’attenzione alla storia con le relative fonti non è esente dalle finalità dell’idea di riforma ecclesiale e viceversa. Valga l’esempio della visione di un legame tra Gioacchino da Fiore e Francesco d’Assisi per cui (come ebbe a scrivere) ‘la fiammata di sogno accesa con le resine delle pinete della Sila, ha apprestato, propagandosi per le balze dell’Appennino, la temperie acconcia allo sbocciare del canto Francescano delle creature’.
Tutto ciò, sintetizza Ferrari, ‘lo portava così a tracciare, in un’ideale cartina geo-storica della spiritualità italiana, la linea direttrice del suo percorso di autentica renovatio dalla Sila gioachimita alla Firenze dantesca passando per il Subasio francescano’. Una visione profetica di Gioacchino, Francesco d’Assisi e Dante che è durata in chi conobbe Buonaiuti come Raffaello Morghen, ma anche dopo ad esempio in Arsenio Frugoni e Raoul Manselli e fino ad oggi non essendo venuta meno.
Un libro quello di Federico Ferrari importante e da leggere non solo per conoscere una pagina non secondaria della storia e di un personaggio dal pensiero e psicologia complessa, ma soprattutto per imparare un metodo d’approccio alla realtà che richiede l’onestà intellettuale di un rinvio costante e verificato alle fonti nonché una retta lettura delle medesime.
Papa Leone XIV: la Chiesa si fonda sugli Apostoli
“La Chiesa cattolica trova il suo fondamento negli Apostoli, voluti da Cristo come colonne vive del suo Corpo mistico, e possiede una dimensione gerarchica che opera a servizio dell’unità, della missione e della santificazione di tutte le membra. Questo Ordine sacro è permanentemente fondato sugli Apostoli, in quanto testimoni autorevoli della risurrezione di Gesù ed inviati dal Signore stesso in missione nel mondo.
Poiché gli Apostoli sono chiamati a custodire fedelmente l’insegnamento salvifico del Maestro, essi trasmettono il loro ministero a uomini che, fino al ritorno di Cristo, continuano a santificare, guidare e istruire la Chiesa”: proseguendo la catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ nell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha esaminato la Chiesa sotto la sua forma gerarchica”.
Quindi ha approfondito il valore della ‘successione apostolica’: “Il Concilio insegna che la struttura gerarchica non è una costruzione umana, funzionale all’organizzazione interna della Chiesa come corpo sociale, ma una divina istituzione volta a perpetuare la missione data da Cristo agli Apostoli fino alla fine dei tempi.
Il fatto che questa tematica sia affrontata nel III capitolo, dopo che nei primi due si è contemplata l’essenza vera e propria della Chiesa, non implica che la costituzione gerarchica sia un elemento successivo rispetto al popolo di Dio: come nota il Decreto ‘Ad gentes’, ‘gli Apostoli furono simultaneamente il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia’, in quanto comunità dei redenti dalla Pasqua di Cristo, stabilita come mezzo di salvezza per il mondo”.
E’ stato un invito a leggere il terzo capitolo dell’enciclica: “I Padri conciliari non vollero presentare gli elementi istituzionali della Chiesa, come potrebbe far intendere il sostantivo ‘costituzione’ se intesa in senso moderno. Il Documento si concentra invece sul ‘sacerdozio ministeriale o gerarchico’, che differisce ‘essenzialmente e non solo di grado’ dal sacerdozio comune dei fedeli, ricordando che questi sono ‘ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo’. Il Concilio tratta dunque del ministero che viene trasmesso a uomini investiti di sacra potestas per il servizio nella Chiesa: si sofferma in particolare sull’episcopato, quindi sul presbiterato e sul diaconato come gradi dell’unico sacramento dell’Ordine”.
E’ questo il valore della gerarchia con un richiamo al ‘buon pastore: “Con l’aggettivo ‘gerarchica’, pertanto, il Concilio vuole indicare l’origine sacra del ministero apostolico nell’azione di Gesù, Buon Pastore, nonché i suoi rapporti interni. I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di ‘tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio’, affinché intendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza”.
Tale appartenenza è fondamentale per la Chiesa: “La Lumen gentium ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente ‘diakonia’, cioè ministero”.
Sono rapporti, che i fedeli sono chiamate a seguire, perché la Chiesa è nata dalla ‘carità di Cristo’: “I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di ‘tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio’, affinché tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza’.
La ‘Lumen gentium’ ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente ‘diakonia’, cioè ministero”.
In precedenza il papa aveva ricevuto una delegazione del Programma per le relazioni tra cristiani e musulmani in Africa (Procmura): “A tale riguardo, il vostro costante dialogo con il Dicastero è un segnale positivo, esortando i cristiani, guidati dall’amore di Cristo, a promuovere la comunione e ad approfondire l’impegno per la collaborazione tra cristiani e musulmani per il bene comune. Attraverso questi sforzi, la pace, la giustizia e la speranza prospereranno sempre più nelle società africane e altrove.
Parimenti, confido che questi incontri diano frutto attraverso la condivisione di iniziative di base per promuovere l’amicizia sociale, il rafforzamento delle collaborazioni e il discernimento comune di quegli ambiti che richiedono un’azione urgente. In un mondo sempre più segnato dalla radicalizzazione religiosa, dalla divisione e dal conflitto, la vostra testimonianza comune mostra che è possibile vivere e lavorare insieme in pace e armonia nonostante le differenze culturali e religiose”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: il popolo di Dio partecipa alla missione di Cristo
“Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente. Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!”: al termine dell’udienza generale in lingua araba papa Leone XIV ha rinnovato l’appello perché la pace possa prevalere tra tutti i popoli, rivolgendosi in particolare ai fedeli provenienti dal Medio Oriente li ha incoraggiati ad essere strumenti di riconciliazione.
Nella catechesi ha proseguito la riflessione sul documento del Concilio Vaticano II ‘Lumen gentium’, riflettendo sulla comunità ecclesiale quale ‘popolo sacerdotale e profetico’: “Il popolo messianico riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un sacerdozio regale”.
Quindi è un sacerdozio a cui tutti sono chiamati attraverso il Battesimo: “Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità ed a ‘professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa’. Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati ‘vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo’. Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici”.
Quindi il sacerdozio è esercitato in molti modi: “L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”.
E chi partecipa a tale sacerdozio partecipa anche alla missione di Gesù: “I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo. In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli… Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”.
Tale aspetto è messo in luce dal documento conciliare: “La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale”.
Per questo la Chiesa non erra nella fede: “La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”.
E’ questa la vitalità carismatica, a cui il papa invita: “Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio. Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta”.
In precedenza ricevendo i partecipanti al convegno ‘Oggi chi è il mio prossimo?’, il papa ha chiesto cure accessibili per tutti: “In molte Nazioni le diseguaglianze in campo sanitario stanno crescendo: meno persone possono curarsi con i servizi offerti. Uno sguardo urgente va posto anche sulla salute mentale delle persone, in particolare dei giovani, perché le ferite invisibili della psiche non sono meno pesanti di quelle visibili”.
Quindi ha riaffermato il diritto di ciascuno alla salute: “La salute non può essere un lusso per pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste. La tutela e la cura della salute devono essere accessibili ai più vulnerabili, perché ciò è richiesto dalla loro dignità e anche per evitare che un’ingiustizia diventi seme di conflitti”.
Per il cristiano il prossimo è il ‘centro’ delle sue domande: “La domanda che sta al centro del tema di questa giornata, tratta dal Vangelo di Luca, interpella tutti; non per giustificarsi, come fa il dottore della legge, ma per lasciarsi pienamente interrogare. E’ una domanda sempre attuale, che non ha una risposta unica e univoca, ma chiede a ciascuno di rispondere in modo concreto e puntuale. Pertanto, possiamo domandarci: per me, in questo momento della mia vita, chi è il prossimo? Nelle diverse situazioni in cui ci troviamo a vivere, le risposte sono differenti; ciò che non cambia è l’invito ad andare verso l’altro, soprattutto verso chi soffre”.
Infine per il cristiano non è ammessa l’indifferenza: “La distanza, la distrazione, l’assuefazione alla visione della violenza e delle sofferenze altrui ci spingono verso l’indifferenza. Ogni uomo e donna, in particolare il cristiano, è chiamato a fissare lo sguardo su chi soffre, sul dolore delle persone sole, su quanti per vari motivi vengono emarginati e considerati come ‘scarti’, perché senza di loro non potremo costruire società giuste, a misura di persona.
E’ illusorio pensare che, ignorando questi fratelli e queste sorelle, sia più facile raggiungere una condizione di felicità. Soltanto insieme potremo costruire comunità solidali e capaci di prendersi cura di ognuno, nelle quali si sviluppino benessere e pace, a beneficio di tutti. Curare l’umanità altrui aiuta a vivere la propria”.
(Foto: Santa Sede)
Sinodo: missionari nel digitale
Nei giorni scorsi papa Leone XIV ha disposto che i Rapporti finali del Sinodo siano resi pubblici per condividere con il ‘Popolo di Dio’ il frutto della riflessione e del discernimento realizzati, concretizzando una delle caratteristiche essenziali della Chiesa sinodale, come ha evidenziato il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo:
“Oltre al valore dei contenuti, questi Rapporti testimoniano un’esperienza del cammino compiuto insieme ai Dicasteri. Non è la prima volta che i Dicasteri collaborano a un progetto comune, ma qui c’è qualcosa di più: un autentico esercizio di ascolto, riflessione e discernimento condiviso. E’ la sinodalità messa in pratica, non una semplice collaborazione burocratica”.
Per questo ha sottolineato che tali documenti sono importanti per la Chiesa: “I Rapporti finali vanno intesi come documenti di lavoro, un punto di partenza e non di arrivo. Ma pur essendo documenti di lavoro, contengono già indicazioni preziose, a cui le Chiese locali e le diverse realtà ecclesiali possono ispirarsi fin da ora. E’ questo lo spirito della sinodalità: un cammino che non si ferma, in cui ogni tappa è già generativa. Spetta ora alla Segreteria Generale del Sinodo insieme ai Dicasteri competenti tradurre quanto emerso nei Rapporti in proposte operative per la Chiesa tutta da consegnare al Santo Padre”.
In base a ciò sono stati pubblicati i primi due documenti sul sacerdozio e sulla missione nel mondo digitale: “Oltre al valore dei contenuti, questi Rapporti testimoniano un’esperienza del cammino compiuto insieme ai Dicasteri. Non è la prima volta che i Dicasteri collaborano a un progetto comune, ma qui c’è qualcosa di più: un autentico esercizio di ascolto, riflessione e discernimento condiviso. E’la sinodalità messa in pratica, non una semplice collaborazione burocratica”.
Il Rapporto sulla missione nell’ambiente digitale (Gruppo 3) affronta una questione centrale emersa durante la XVI Assemblea: come vivere la missione della Chiesa in una cultura sempre più plasmata dal digitale? A partire da una vasta consultazione che ha coinvolto operatori pastorali, esperti e realtà ecclesiali di tutti i continenti, il Gruppo di Studio ha raccolto esperienze, analizzato sfide e formulato raccomandazioni concrete:
“Il nostro lavoro si è concentrato su come la Chiesa già oggi stia testimoniando e possa continuare nel modo più efficace a testimoniare il Vangelo di Gesù Cristo in un tempo in cui ambienti digitali e fisici sono strettamente interconnessi in ogni ambito della vita sociale, specialmente tra i giovani. Questa rivoluzione digitale si colloca al cuore di un cambiamento d’epoca, che ci sfida a rispondere con fedeltà e a portare avanti la nostra missione evangelica in questo nuovo contesto”.
Per questo il mondo digitale apre un cammino missionario: “Come ogni nuovo cammino, la missione comune nell’ambiente digitale è un percorso in divenire. La Chiesa sta imparando lungo il cammino le sfide, le opportunità e i linguaggi che questa cultura emergente presenta. Concetti quali missione digitale, sinodalità online, giurisdizione, accompagnamento e discernimento digitali richiedono un ulteriore approfondimento per chiarirne il significato teologico, pastorale e canonico”.
E per annunciare il Vangelo nel mondo digitale è necessaria la formazione: “E’ inoltre necessaria una riflessione continua riguardo alla formazione e al coinvolgimento di coloro che sono impegnati in questa missione digitale. Questo processo di apprendimento e discernimento è, in sé stesso, un’esperienza sinodale, mentre camminiamo insieme per discernere come lo Spirito Santo continui a guidare la Chiesa a incarnare il Vangelo con fedeltà e creatività, rendendo la cultura digitale uno spazio di incontro, testimonianza e comunione.
La missione nell’ambiente digitale fa parte del processo di conversione pastorale, missionaria e sinodale al quale lo Spirito Santo chiama oggi la Chiesa. Non si tratta semplicemente di utilizzare strumenti digitali per proclamare il Vangelo, ma di incarnare tale annuncio all’interno dell’evoluzione culturale dell’ambiente digitale, dove relazioni, linguaggi e forme di comunità assumono configurazioni nuove e specifiche”.
Invece il Gruppo di Studio n. 4, anziché procedere a una revisione della ‘Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis’, ritenuta ancora valida nei suoi principi fondamentali, ha scelto di elaborare una ‘Proposta di Documento orientativo’ per la sua attuazione in chiave sinodale missionaria, alla luce delle indicazioni del Documento Finale della XVI Assemblea:
“Il Documento proposto individua inoltre piste operative orientate a istituire una conduzione sinodale della formazione sacerdotale (Linee-guida 2.3). Poiché il ministero sacerdotale riceve la sua identità ultimamente cristologica ‘nel e dal’ Popolo di Dio, la formazione ad esso non può non avere il Popolo di Dio, nella sua configurazione carismatico-gerarchica, come suo soggetto proprio.
Presupposto su cui investire maggiormente è la formazione dei formatori, con particolare riguardo alla loro capacità di vivere in fraternità e operare sinodalmente. Non basta procedere nella prassi già avviata del coinvolgimento di religiosi, religiose, laici e laiche competenti nell’insegnamento accademico e pratico, ma si tratta di includere donne preparate e competenti come corresponsabili a tutti i livelli della formazione, anche nell’équipe formativa”.
Inoltre in tale formazione non possono essere esclusi i laici e le laiche: “Nella cura e nell’accompagnamento dei cammini di vocazione si deve riconoscere e sostenere, anche attraverso Centri vocazionali, la vitalità di laici e laiche, delle famiglie, di educatori e catechisti. Ancora, la valutazione periodica del cammino dei candidati non deve restare appannaggio esclusivo dei responsabili ultimi della formazione; più aperto deve diventare il coinvolgimento di quanti condividono gli ambienti in cui i candidati abitano, studiano, operano. Gli stessi scrutini in vista del conferimento degli Ordini sacri prevedano un ascolto non formale, ma reale del Popolo di Dio, dando in specie la dovuta importanza allo sguardo e al giudizio delle donne”.
Infine in questo cammino non possono mancare le competenze sinodali: “Nell’andare missionario e nell’intero cammino della formazione si deve coltivare una fraternità ecumenica e interreligiosa. Inoltre, l’abitare la condizione umana non può che agevolare una formazione omiletica e catechetica che insegni a coniugare il cuore del Vangelo con il vissuto delle folle.
Per questo, i processi formativi provvedano a offrire competenze, strumenti, soprattutto criteri per muoversi pure nella cultura digitale seminandovi il Vangelo. Tratto prezioso dell’iniziazione alla missione sia anche una rigorosa formazione alla cultura della tutela, ponendo le condizioni per una più decisa prevenzione di abusi di ogni tipo. Il Documento proposto segnala pure il valore di tempi di formazione vissuti in altri Paesi o in diocesi dove possa diventare ancora più vivo il senso della missione”.
Papa Leone XIV: senza cura delle vocazioni non c’è futuro della Chiesa
“Una fedeltà che genera futuro è ciò a cui i presbiteri sono chiamati anche oggi, nella consapevolezza che perseverare nella missione apostolica ci offre la possibilità di interrogarci sul futuro del ministero e di aiutare altri ad avvertire la gioia della vocazione presbiterale. Il 60° anniversario del Concilio Vaticano II, che ricorre in questo Anno giubilare, ci dà l’occasione di contemplare nuovamente il dono di questa fedeltà feconda, ricordando gli insegnamenti dei Decreti ‘Optatam totius’ e ‘Presbyterorum Ordinis’, promulgati rispettivamente il 28 ottobre e il 7 dicembre del 1965”: con questo anniversario esordisce la lettera ‘Una fedeltà che genera futuro’ di papa Leone XIV, che ha posto al centro il ministero sacerdotale.
Nella lettera il papa ha messo in evidenza la centralità della Chiesa nei due documenti: “Entrambi i documenti, infatti, si fondano saldamente sulla comprensione della Chiesa come Popolo di Dio pellegrinante nella storia e costituiscono una pietra miliare della riflessione circa la natura e la missione del ministero pastorale e la preparazione ad esso, conservando nel tempo grande freschezza e attualità. Invito, pertanto, a continuare la lettura di questi testi in seno alle comunità cristiane e il loro studio, in particolare nei Seminari e in tutti gli ambienti di preparazione e formazione al ministero ordinato”.
I due documenti conciliari hanno messo in risalto l’identità del ministero sacerdotale: “L’intento era quello di elaborare i presupposti necessari per formare le future generazioni di presbiteri secondo il rinnovamento promosso dal Concilio, tenendo salda l’identità ministeriale e al tempo stesso evidenziando nuove prospettive che integrassero la riflessione precedente, nell’ottica di un sano sviluppo dottrinale. Bisogna, quindi, farne una memoria viva, rispondendo all’appello a cogliere il mandato che questi Decreti hanno consegnato a tutta la Chiesa: rinvigorire sempre e ogni giorno il ministero presbiterale, attingendo forza dalla sua radice, che è il legame tra Cristo e la Chiesa, per essere, insieme a tutti i fedeli e a loro servizio, discepoli missionari secondo il suo Cuore”.
Ecco la fedeltà al sacerdozio che nasce dall’incontro personale con Gesù: “Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore. Non si tratta solo di una voce interiore, ma di un impulso spirituale, che spesso ci arriva attraverso l’esempio di altri discepoli del Signore e che prende forma in una coraggiosa scelta di vita.
La fedeltà alla vocazione, soprattutto nel tempo della prova e della tentazione, si fortifica quando non ci dimentichiamo di quella voce, quando siamo capaci di ricordare con passione il suono della voce del Signore che ci ama, ci sceglie e ci chiama, affidandoci anche all’indispensabile accompagnamento di chi è esperto nella vita dello Spirito. L’eco di quella Parola è nel tempo il principio dell’unità interiore con Cristo, che risulta fondamentale e ineludibile nella vita apostolica”.
Infatti ogni “vocazione è un dono del Padre, che chiede di essere custodito con fedeltà in una dinamica di conversione permanente. L’obbedienza alla propria chiamata si costruisce ogni giorno attraverso l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti (in particolare nel Sacrificio Eucaristico) l’evangelizzazione, la vicinanza agli ultimi e la fraternità presbiterale, attingendo alla preghiera come luogo eminente dove incontrare il Signore…
In questo senso si comprende ciò che ‘Optatam totius’ indica riguardo alla formazione sacerdotale, auspicando che non si fermi al tempo del Seminario, aprendo la strada a una formazione continua, permanente, in modo da costituire un dinamismo di costante rinnovamento umano, spirituale, intellettuale e pastorale”.
Ecco il motivo per cui la lettera papale invita alla cura della formazione: “Pertanto, tutti i presbiteri sono chiamati a curare sempre la propria formazione, per mantenere vivo il dono di Dio ricevuto con il sacramento dell’Ordine. La fedeltà alla chiamata, dunque, non è staticità o chiusura, ma un cammino di conversione quotidiana che conferma e fa maturare la vocazione ricevuta…
Sin dal momento della chiamata e dalla prima formazione, la bellezza e la costanza del cammino sono custodite dalla sequela Christi. Ogni pastore, infatti, prima ancora di dedicarsi alla guida del gregge, deve costantemente ricordare di essere egli stesso discepolo del Maestro, insieme ai fratelli e alle sorelle, perché ‘lungo tutta la vita si è sempre discepoli, con l’anelito costante a configurarsi a Cristo’. Solo questa relazione di sequela obbediente e di discepolato fedele può mantenere mente e cuore nella direzione giusta, nonostante gli sconvolgimenti che la vita può riservare”.
Un altro tema importante riguarda la fraternità: “All’interno di questa fondamentale fraternità che ha la sua radice nel Battesimo e unisce l’intero Popolo di Dio, il Concilio mette in luce il particolare legame fraterno tra i ministri ordinati, fondato nello stesso sacramento dell’Ordine… La fraternità presbiterale, quindi, prima ancora di essere un compito da realizzare, è un dono insito nella grazia dell’Ordinazione. Va riconosciuto che questo dono ci precede: non si costruisce soltanto con la buona volontà e in virtù di uno sforzo collettivo, ma è dono della Grazia, che ci rende partecipi del ministero del Vescovo e si attua nella comunione con lui e con i confratelli”.
Fraternità che è un richiamo alla comunione: “Essere fedeli alla comunione significa in primo luogo superare la tentazione dell’individualismo che mal si coniuga con l’azione missionaria ed evangelizzatrice che riguarda sempre la Chiesa nel suo insieme. Non a caso il Concilio Vaticano II ha parlato dei presbiteri quasi sempre al plurale: nessun pastore esiste da solo! Il Signore stesso ‘ne costituì Dodici, che chiamò apostoli, perché stessero con lui’: ciò significa che non può esistere un ministero slegato dalla comunione con Gesù Cristo e con il suo corpo, che è la Chiesa.
Rendere sempre più visibile questa dimensione relazionale e comunionale del ministero ordinato, nella consapevolezza che l’unità della Chiesa deriva dall’ ‘unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’, è una delle sfide principali per il futuro, soprattutto in un mondo segnato da guerre, divisioni e discordie”.
Ma la comunione non è sinonimo di appiattimento personale: “E’ importante che nei presbitéri diocesani, grazie al discernimento del Vescovo, si riesca a trovare un punto di equilibrio fra la valorizzazione di questi doni e la custodia della comunione. La scuola della sinodalità, in questa prospettiva, può aiutare tutti a maturare interiormente l’accoglienza dei diversi carismi in una sintesi che consolidi la comunione del presbiterio, fedele al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa…
La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione. Secondo la parola di Gesù, è da questa unità, radicata nell’amore reciproco, che l’annuncio cristiano riceve credibilità e forza. Per questo il ministero diaconale, specie quando viene vissuto in comunione con la propria famiglia, è un dono da conoscere, valorizzare e sostenere. Il servizio, discreto ma essenziale, di uomini dediti alla carità ci ricorda che la missione non si compie con grandi gesti, ma uniti dalla passione per il Regno e con la fedeltà quotidiana al Vangelo”.
Ed ha invitato a costruire la sinodalità tra sacerdoti: “E’ importante che nei presbitéri diocesani, grazie al discernimento del Vescovo, si riesca a trovare un punto di equilibrio fra la valorizzazione di questi doni e la custodia della comunione. La scuola della sinodalità, in questa prospettiva, può aiutare tutti a maturare interiormente l’accoglienza dei diversi carismi in una sintesi che consolidi la comunione del presbiterio, fedele al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa… La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione. Secondo la parola di Gesù, è da questa unità, radicata nell’amore reciproco, che l’annuncio cristiano riceve credibilità e forza”.
Tale armonia è raggiunta mettendo al centro dell’azione sacerdotale il mistero pasquale: “L’armonia tra contemplazione e azione è da ricercare non tramite l’adozione affannosa di schemi operativi o mediante un semplice bilanciamento delle attività, ma assumendo come centrale nel ministero la dimensione pasquale. Donarsi senza riserve, in ogni caso, non può e non deve comportare la rinuncia alla preghiera, allo studio, alla fraternità sacerdotale, ma al contrario diventa l’orizzonte in cui tutto è compreso nella misura in cui è orientato al Signore Gesù, morto e risorto per la salvezza del mondo. In tal modo si attuano anche le promesse fatte nell’Ordinazione che, insieme al distacco dai beni materiali, realizzano nel cuore del presbitero una perseverante ricerca e adesione alla volontà di Dio, facendo così trasparire Cristo in ogni sua azione”.
Infine il papa ha chiesto di fornire una proposta ‘forte’ per i giovani: “Insieme alla preghiera, però, la carenza di vocazioni al presbiterato (soprattutto in alcune regioni del mondo) chiede a tutti una verifica sulla generatività delle prassi pastorali della Chiesa. E’ vero che spesso i motivi di questa crisi possono essere vari e molteplici e, in particolar modo, dipendere dal contesto socio-culturale, ma, allo stesso tempo, occorre che abbiamo il coraggio di fare ai giovani proposte forti e liberanti e che nelle Chiese particolari crescano ‘ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé’… Ricordiamolo: non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni!”
Riflessioni pastorali sull’amicizia dei sacerdoti
Sottolineo che anche mia moglie ed io abbiamo visitato i differenti luoghi di culto, moschee,
sinagoghe, templi ( alla stessa stregua della nostra attuale guida pastorale Padre Salvatore
Lazzara, n.q. di cappellano col. dei carabinieri), incontrando molti loro esponenti in varie parti
del mondo durante i nostri viaggi dal 2014 al 2018, il cui video è pubblicato alla fine di questo
articolo, instaurando, conoscendo noi coniugi inglese, francese e spagnolo, un autentico
contatto ecumenico con questi “Religiosi” ai quali abbiamo parlato dei nostri amici chierici
(vescovi, vicari generali, vicari episcopali, vicari giudiziali, parroci, cappellani) e delle
Religiose Suor Liliana, Suor Angela, Suor Gabriella, di cui esporrò il diverso “status” sancito
anche dal Codice di Diritto cnonico ) ed altresì del citato gruppo diocesano da noi fondato,
ricevendo il loro plauso.
Anche a Milano in cui abbiamo il domicilio abbiamo ospitato in particolare Mons. Alessandro
Repossi, vicario della nostra parrocchia San Martino e cappellano presso UNITALSI e
SMOM, nonché, i responsabili laici della Pastorale familiare diocesana, Alessandra e
Valentina, cfr.
https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.ausili
ariediocesane.it/joomlaDef/index.php/tempi-forti/747-1-accanto-alle-famiglie-nella-valle-di-
acor.html&ved=2ahUKEwiPpZaDjoeNAxWH1gIHHa8tENsQFnoECB0QAQ&usg=AOvVaw
0hUVarL5nMQCqzGyA5AM7i
“ nelle équipes di pastorale familiare Acor o nei laboratori formativi di impronta vescovile –
Amoris Laetitia cap. VIII-esiste il segno che tutti siamo annunciatori della notizia buona del
Vangelo. In questi anni si è percorso un importante tratto di strada… che prosegue con buoni
frutti fino alla data corrente, cfr. il mio articolo in merito
“ Il nome Acòr deriva da ‘La valle di Acòr porta della speranza’ (Os 2,16 17) che indica la
straordinaria fecondità della misericordia di Dio , capace di trasformare anche l’aridità del
cuore, la valle del pianto e il deserto della vita in luoghi di speranza. Il percorso è stato
incoraggiato dall’Arcivescovo Card. D. Tettamanzi alla Dioc. di Milano con la lettera ‘Il
Signore è vicino a chi ha il cuore ferito’ durante l’Epifania del 2008….” .
Tale orientamento canonico-pastorale è stato confermato anche dall’Avvocatura ecclesiastica, cfr.
https://gloria.tv/go/SfdywfGZJ5gUNL7H9zh88pLAxDHjWGLUAd1JaVMeyea6HsdbHwHz2Xqsh
iGcP2S125WOvpyw0p7gnL7bxokzfzhs7wUWNJ6CzjVkzNeYnJsA1WHV0IlQBVtOVFxKyid8Yj
TXDCwFfYChmKahUVgmeKMEL8RBTc3Rn18ecUMBlefDyHVfGpzd8YBTFhWSQAKCbsaE0
YPPztEEfFR84IqQokzeq
“ In tal senso il documento ideato e redatto dal prof. Francesco Trombetta, giurista, depositato in
allegato assieme al libello introduttivo della causa di nullità matrimoniale, è stato certamente utile,
perché certifica il percorso pastorale posto in essere dalla coppia nell’ambito di una struttura
diocesana di Palermo citata dal giudice nella stessa sentenza, evidenziando, altresì, un ‘dubbio’
giuridico-canonista circa la validità del matrimonio”.
Spesso tali tematiche le approfondiamo con la nostra attuale guida pastorale che ritengo doveroso
ringraziare, il mio citato amico di sempre eccezionale presbitero ( in 20 anni ne abbiamo ospitato,
in nomine Christi, 12 a casa nostra) che ci ha concesso durante il periodo pasquale il privilegio di
una benedizione solenne della nostra badia siciliana, che ha incontrato spesso i Pontefici ed i
responsabili delle altre Religioni esistenti nel mondo, Padre Salvatore Lazzara (cappellano
colonnello per 24 anni dei Carabinieri e delle FF.AA. che mi h autorizzato a pubblicare la
foto: cfr.
https://www.facebook.com/media/set/?set=a.100985963273564&type=3 “il 03 Marzo 2008:
L’Ordinario Militare Mons. Pelvi, lo ha presentato alla Comunità accademica come nuovo
Cappellano militare dell’Istituto” ).
Papa Leone XIV ai sacerdoti: siate missionari
“E’ per me una grande gioia trovarmi oggi qui con voi. Nel cuore dell’Anno Santo, insieme vogliamo testimoniare che è possibile essere sacerdoti felici, perché Cristo ci ha chiamati, Cristo ci ha fatti suoi amici: è una grazia che vogliamo accogliere con gratitudine e responsabilità”: all’Auditorium della Conciliazione per l’incontro internazionale ‘Sacerdoti Felici’, promosso dal Dicastero per il Clero papa Leone XIV ha chiesto una formazione che sia ‘cammino di relazione’, parlando della crisi vocazionale e rassicurando sul fatto che ‘Dio continua a chiamare’.
Dopo il saluto del segretario generale, il card. Mario Grech, papa Leone XIV si è rivolto ai membri del Consiglio Ordinario, sottolineando come ‘la sinodalità è uno stile, un atteggiamento che ci aiuta ad essere Chiesa, promuovendo autentiche esperienze di partecipazione e comunione’: “Le parole di Gesù ‘Vi ho chiamato amici’ non sono soltanto una dichiarazione affettuosa verso i discepoli, ma una vera e propria chiave di comprensione del ministero sacerdotale”.
Ed ha elencato alcune ‘caratteristiche’ sacerdotali: “Il sacerdote, infatti, è un amico del Signore, chiamato a vivere con Lui una relazione personale e confidente, nutrita dalla Parola, dalla celebrazione dei Sacramenti, dalla preghiera quotidiana. Questa amicizia con Cristo è il fondamento spirituale del ministero ordinato, il senso del nostro celibato e l’energia del servizio ecclesiale cui dedichiamo la vita. Essa ci sostiene nei momenti di prova e ci permette di rinnovare ogni giorno il ‘sì’ pronunciato all’inizio della vocazione”.
Quindi tre parole-chiave, di cui la prima è la formazione come ‘cammino di relazione’: “Diventare amici di Cristo significa essere formati nella relazione, non solo nelle competenze. La formazione sacerdotale, pertanto, non può ridursi ad acquisizione di nozioni, ma è un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l’intera persona, cuore, intelligenza, libertà, e la plasma a immagine del Buon Pastore. Solo chi vive in amicizia con Cristo ed è permeato del suo Spirito può annunciare con autenticità, consolare con compassione e guidare con sapienza. Questo richiede ascolto profondo, meditazione, e una ricca e ordinata vita interiore”.
Ed ecco il secondo punto, che riguarda la fraternità come stile di vita presbiterale: “Diventare amici di Cristo comporta vivere da fratelli tra sacerdoti e tra vescovi, non come concorrenti o da individualisti. La formazione deve allora aiutare a costruire legami solidi nel presbiterio come espressione di una Chiesa sinodale, nella quale si cresce insieme condividendo fatiche e gioie del ministero. Come, infatti, noi ministri potremmo essere costruttori di comunità vive, se non regnasse prima di tutto fra noi una effettiva e sincera fraternità?”
Infine, nel terzo punto papa Leone XIV ha sottolineato che occorre ‘formare’ i sacerdoti, come in molte occasioni aveva sottolineato papa Francesco in molte occasioni: “Inoltre, formare sacerdoti amici di Cristo significa formare uomini capaci di amare, ascoltare, pregare e servire insieme. Per questo bisogna mettere ogni cura nella preparazione dei formatori, perché l’efficacia della loro opera dipende anzitutto dall’esempio di vita e dalla comunione fra loro. L’istituzione stessa dei Seminari ci ricorda che la formazione dei futuri ministri ordinati non si può svolgere in maniera isolata, ma richiede il coinvolgimento di tutti gli amici e le amiche del Signore che vivono da discepoli missionari a servizio del Popolo di Dio”.
A questo punto non poteva mancare un accenno alle vocazioni: “Nonostante i segnali di crisi che attraversano la vita e la missione dei presbiteri, Dio continua a chiamare e resta fedele alle sue promesse. Occorre che ci siano spazi adeguati per ascoltare la sua voce. Per questo sono importanti ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé. Abbiate il coraggio di proposte forti e liberanti!”
Per questo l’enciclica ‘Dilexit nos’ è molto importante: “Essa ci interpella fortemente: ci chiede di custodire insieme la mistica e l’impegno sociale, la contemplazione e l’azione, il silenzio e l’annuncio. Il nostro tempo ci provoca: molti sembrano essersi allontanati dalla fede, eppure nel profondo di molte persone, specialmente dei giovani, c’è sete di infinito e di salvezza. Tanti sperimentano come un’assenza di Dio, eppure ogni essere umano è fatto per Lui, e il disegno del Padre è fare di Cristo il cuore del mondo”.
Ed ha chiesto un nuovo slancio missionario: “Una missione che propone con coraggio e con amore il Vangelo di Gesù. Mediante la nostra azione pastorale, è il Signore stesso che si prende cura del suo gregge, raduna chi è disperso, si china su chi è ferito, sostiene chi è scoraggiato. Imitando l’esempio del Maestro, cresciamo nella fede e diventiamo perciò testimoni credibili della vocazione che abbiamo ricevuto. Quando uno crede, si vede: la felicità del ministro riflette il suo incontro con Cristo, sostenendolo nella missione e nel servizio”.
Mentre prima della preghiera conclusiva papa Leone XIV ha richiamato alla’vicinanza’ cara a papa Francesco: “Cercate di vivere quello che Papa Francesco tante volte chiamava la ‘vicinanza’: vicinanza con il Signore, vicinanza con il vostro Vescovo, o Superiore religioso, e vicinanza anche fra di voi, perché voi davvero dovete essere amici, fratelli; vivere questa bellissima esperienza di camminare insieme sapendo che siamo chiamati ad essere discepoli del Signore. Abbiamo una grande missione e tutti insieme lo possiamo fare. Contiamo sempre sulla grazia di Dio, la vicinanza anche da parte mia, e insieme possiamo essere davvero questa voce nel mondo”.
In precedenza papa Leone XIV ha ricordato l’impulso al Sinodo dato da papa Francesco: “Papa Francesco ha dato un nuovo impulso al Sinodo dei Vescovi, rifacendosi, come più volte ha affermato, a San Paolo VI. E l’eredità che ci ha lasciato mi pare sia soprattutto questa: che la sinodalità è uno stile, un atteggiamento che ci aiuta ad essere Chiesa, promuovendo autentiche esperienze di partecipazione e comunione.
Durante il suo pontificato, papa Francesco ha portato avanti questa concezione nelle diverse Assemblee sinodali, specialmente in quelle sulla famiglia, e poi l’ha fatta sfociare nell’ultimo percorso, dedicato proprio alla sinodalità”.
(Foto: Santa Sede)
Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di papa Francesco: la beatificazione del sacerdote-martire Michał Rapacz
Domenica 15 giugno nel Santuario-chiesa parrocchiale di Płoki, nella Polonia meridionale, all’interno del quale sono custodite le spoglie del beato Michał Rapacz (1904-1946), sacerdote diocesano ucciso a 41 anni da militanti comunisti, si è tenuta una suggestiva celebrazione nella ricorrenza del primo anniversario della sua beatificazione.
Il parroco e Custode del Santuario p. Tadeusz Tylka, assieme ad altri membri del clero e giovani, hanno in tale occasione recitato una litania in onore del sacerdote-martire per implorarne l’intercessione per la pace in Europa e nel mondo. La beatificazione del giovane parroco di Płoki, antico villaggio medievale nel quale era (ed è ancora) molto amato, è stata l’ultima della Polonia cattolica alla fine del pontificato di papa Francesco.
A presiedere la cerimonia, tenutasi il 15 giugno 2024 nel Santuario della Divina Misericordia a Cracovia alla presenza di due pronipoti del beato Rapacz, è stato il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi. Il porporato, in rappresentanza di Papa Francesco, ha ricordato come per il coraggioso sacerdote, prelevato nella notte nella sua canonica e ucciso in un bosco poco distante, «diffondere l’amore a Cristo era il solo antidoto efficace all’ateismo, al materialismo e a tutte quelle visioni del mondo che minacciano la dignità dell’uomo» (Un segno di consolazione in un tempo ferito dalla guerra, L’Osservatore Romano, 15 giugno 2024, p. 11).
Don Rapacz e tutti gli altri martiri uccisi in odium fidei nei regimi comunisti europei, ha aggiunto il card. Semeraro, rimangono «un segno di consolazione da parte di Dio, in un tempo ancora ferito dalla violenza e dalla guerra in molte parti del mondo ed anche non molto lontano da qui» (leggasi Ucraina).
Alle celebrazioni, preghiere e udienze che i Pontefici tengono regolarmente a San Pietro, come noto, non mancano mai gruppi di pellegrini o rappresentanti di parrocchie, istituzioni o associazioni provenienti dalla Polonia, Paese nel quale circa il 92% dei cittadini si dichiara di fede Cattolica.
All’Udienza generale del mercoledì del 18 giugno hanno preso parte, ad esempio, numerosi giovani della scuola cattolica ‘Sacra Famiglia di Nazareth’ e della scuola secondaria generale associata alla ‘Commissione per l’Istruzione Nazionale’, il primo ministero dell’istruzione entrato in funzione al mondo, istituito nel 1775 dall’ultimo re di Polonia Stanislao II Augusto Poniatowski (1732-1798).
Prima del giogo statale ed ideologico imposto dal Partito Comunista polacco nel 1948, tale importante Istituzione scolastico-universitaria era stata rifondata dopo la fine della seconda guerra mondiale (1946) e, da quarant’anni ormai, ovvero dall’abbattimento nel 1989 della ‘Repubblica Popolare di Polonia’, ha il merito di offrire una formazione umana e cristiana a decine di migliaia di giovani.
Non a caso negli scorsi giorni tre artisti associati all’Università della Commissione per l’Istruzione Nazionale hanno ricevuto le prestigiose Borse di Studio Creative della Città di Cracovia 2025. Questi premi vengono assegnati a persone che, attraverso il loro lavoro, danno un contributo significativo allo sviluppo della cultura della città che ha dato i natali a santi come Stanislao Kostka (1550-1568).
La Borsa di Studio Creativa della Città di Cracovia è stata istituita nel 1994 dal Consiglio Comunale di Cracovia con l’obiettivo di sostenere e promuovere artisti e persone locali impegnate nello sviluppo e nella promozione della cultura. Per quasi trent’anni, questo programma è stato un elemento importante del sistema di mecenatismo culturale della città. Grazie alle borse di studio, centinaia di artisti di Cracovia hanno realizzato i propri progetti: dalle attività artistiche, alle iniziative educative, fino a forme innovative di animazione culturale.
Il 29 settembre 2005 proprio l’arcivescovo di Cracovia, ovvero il più stretto collaboratore per tanti anni di san Giovanni Paolo II, l’attuale cardinale Stanisław Dziwisz, ha dato lo slancio per la finalizzazione del processo di beatificazione di don Michele Rapacz. Il 30 giugno 2017 i lavori diocesani furono infatti chiusi con la trasmissione degli atti alla Congregazione delle Cause dei santi a Roma.
La stessa in poco tempo confermò la validità del processo diocesano e, dopo un approfondito esame dei materiali raccolti, la congregazione ordinaria dei cardinali e dei vescovi diedero quel parere tanto atteso riconoscendo che il martirio del giovane parroco ucciso in odio alla fede. Papa Francesco lo ha confermato nel suo decreto firmato il 24 gennaio 2024, consentendo così la beatificazione del 15 giugno dello stesso anno.
Papa Leone XIV ai nuovi sacerdoti: Dio è sempre vicino al popolo di Dio
“Oggi è un giorno di grande gioia per la Chiesa e per ognuno di voi, ordinandi presbiteri, insieme a familiari, amici e compagni di cammino negli anni della formazione. Come il Rito dell’Ordinazione evidenzia in più passaggi, è fondamentale il rapporto fra ciò che oggi celebriamo e il popolo di Dio. La profondità, l’ampiezza e persino la durata della gioia divina che ora condividiamo è direttamente proporzionale ai legami che esistono e cresceranno tra voi ordinandi e il popolo da cui provenite, di cui rimanete parte e a cui siete inviati”: questa mattina nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha conferito l’ordinazione presbiterale a 11 diaconi, 7 dei quali provenienti dal Pontificio Seminario Romano Maggiore, e 4 dal Collegio Diocesano Redemptoris Mater.
Nella festa della Visitazione della Beata Vergine Maria il papa ha ribadito il bisogno di consapevolezza di essere ‘popolo di Dio’: “Il Concilio Vaticano II ha reso più viva questa consapevolezza, quasi anticipando un tempo in cui le appartenenze si sarebbero fatte più deboli e il senso di Dio più rarefatto. Voi siete testimonianza del fatto che Dio non si è stancato di radunare i suoi figli, pur diversi, e di costituirli in una dinamica unità”.
Un popolo a cui Dio è sempre ‘vicino’: “Non si tratta di un’azione impetuosa, ma di quella brezza leggera che ridiede speranza al profeta Elia nell’ora dello scoraggiamento. Non è rumorosa la gioia di Dio, ma realmente cambia la storia e ci avvicina gli uni agli altri. Ne è icona il mistero della Visitazione, che la Chiesa contempla nell’ultimo giorno di maggio. Dall’incontro fra la Vergine Maria e la cugina Elisabetta vediamo scaturire il Magnificat, il canto di un popolo visitato dalla grazia”.
Rivolgendosi agli ordinandi il papa ha invitato a non essere autoreferenziali: “Il Vangelo, infatti, è arrivato a noi attraverso legami che il mondo può logorare, ma non distruggere. Cari ordinandi, concepite allora voi stessi al modo di Gesù! Essere di Dio (servi di Dio, popolo di Dio) ci lega alla terra: non a un mondo ideale, ma a quello reale. Come Gesù, sono persone in carne e ossa quelle che il Padre mette sul vostro cammino. A loro consacrate voi stessi, senza separarvene, senza isolarvi, senza fare del dono ricevuto una sorta di privilegio. Papa Francesco ci ha messo tante volte in guardia da questo, perché l’autoreferenzialità spegne il fuoco dello spirito missionario”.
Ed ha ribadito che la Chiesa è per tutti: “La Chiesa è costitutivamente estroversa, come estroverse sono la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Voi farete vostre le sue parole in ogni Eucaristia: è «per voi e per tutti». Dio nessuno l’ha mai visto. Si è rivolto a noi, è uscito da sé. Il Figlio ne è diventato l’esegesi, il racconto vivo. E ci ha dato il potere di diventare figli di Dio. Non cercate, non cerchiamo altro potere!”
Ecco il significato dell’imposizione delle mani: “Il gesto dell’imposizione delle mani, con cui Gesù accoglieva i bambini e guariva i malati, rinnovi in voi la potenza liberatrice del suo ministero messianico. Negli Atti degli Apostoli quel gesto che tra poco ripeteremo è trasmissione dello Spirito creatore. Così, il Regno di Dio mette ora in comunione le vostre personali libertà, disposte a uscire da sé stesse, innestando le vostre intelligenze e le vostre giovani forze nella missione giubilare che Gesù ha trasmesso alla sua Chiesa”.
Riprendendo le parole delle letture della celebrazione eucaristica il papa ha sottolineato la necessità della trasparenza di vita: “Anche noi Vescovi, cari ordinandi, coinvolgendovi nella missione oggi vi facciamo spazio. E voi fate spazio ai fedeli e ad ogni creatura, cui il Risorto è vicino e in cui ama visitarci e stupirci. Il popolo di Dio è più numeroso di quello che vediamo. Non definiamone i confini…
Teniamo nel cuore e nella mente, ben scolpita, questa espressione! ‘Voi sapete come mi sono comportato’: la trasparenza della vita. Vite conosciute, vite leggibili, vite credibili! Stiamo dentro il popolo di Dio, per potergli stare davanti, con una testimonianza credibile. Insieme, allora, ricostruiremo la credibilità di una Chiesa ferita, inviata a un’umanità ferita, dentro una creazione ferita. Non siamo ancora perfetti, ma è necessario essere credibili”.
L’omelia è conclusa con l’invito ad essere ‘posseduti’ da Gesù: “E’ un possesso che libera e che ci abilita a non possedere nessuno. Liberare, non possedere. Siamo di Dio: non c’è ricchezza più grande da apprezzare e da partecipare. E’ l’unica ricchezza che, condivisa, si moltiplica. La vogliamo insieme portare nel mondo che Dio ha tanto amato da dare il suo unico Figlio.
Così, è piena di senso la vita donata da questi fratelli, che tra poco saranno ordinati presbiteri. Li ringraziamo e ringraziamo Dio che li ha chiamati a servizio di un popolo tutto sacerdotale. Insieme, infatti, noi uniamo cielo e terra. In Maria, Madre della Chiesa, brilla questo comune sacerdozio che innalza gli umili, lega le generazioni, ci fa chiamare beati. Lei, Madonna della Fiducia e Madre della Speranza, interceda per noi”.
Quindi degli undici sacerdoti, in sette si sono formati presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Si tratta di Marco Petrolo, destinato alla parrocchia di Santa Maria Causa Nostrae Laetitiae; Enrico Maria Trusiani, che presterà servizio a Santa Maria Consolatrice; Federico Pelosio, che andrà a Santa Teresa di Calcutta; Giuseppe Terranova, destinato alla comunità dei Santi Fabiano e Venanzio; Francesco Melone, destinato a Santa Silvia; Andrea Alessi, che andrà alla Sacra Famiglia del Divino Amore; Hong Hieu Nguyen, impegnato nella parrocchia di Nostra Signora della Visitazione. Hanno invece studiato presso il Seminario Redemptoris Mater: Gabriele Di Menno Di Bucchianico, che andrà alla Gran Madre di Dio; Cody Gerard Merfalen, a San Raimondo Nonnato; Matteo Renzi, a Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca; Simone Troilo, a San Carlo da Sezze.
(Foto: Santa Sede)
Don Diego Di Modugno: il sacerdozio è fedeltà di Dio all’umanità
“Il sacerdozio mantiene ed esprime nel mondo lo svelarsi della vita come scopo. Per il presbitero l’appartenenza a Cristo come ‘Mandato dal Padre’ è la definizione esauriente della propria personalità. Vita e ministero sono così risposta ad un Avvenimento reale, storico ed esistenziale… La missione, negata dal mondo come violenza antilibertaria, nasce dallo struggimento della carità… L’uomo non vive più per se stesso, come affermazione di sé, ma per ‘Colui che è morto e risorto per lui’… Il ‘per chi si vive’ nuovo indica all’interno della figura del tempo e dello spazio il sorgere di una morale nuova. Nuova perché non nasce adeguatamente né dipende da leggi analiticamente scoperte e fondate nei vari dinamismi della natura, ma dal fascino assecondato di un incontro”.
Parto da questo articolo di mons. Luigi Giussani, ‘Il sacerdote di fronte alle sfide radicali della società contemporanea’, pubblicato nel 1995 dal mensile ‘30Giorni’ per un dialogo con il parroco della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, don Diego Di Modugno, chiedendo di spiegarci il significato di festeggiare 50 anni di sacerdozio:
“E’ la prova di fedeltà del Signore nei riguardi di un ragazzo, che si è sentito chiamato a seguirLo nella forma concreta del sacerdozio, in quanto ci sono molte forme di vocazione, e constatare la sua fedeltà; così come mi ha riempito di entusiasmo, mettendomi alcune persone vicine appena è apparso il segno della vocazione, questo seme (ecco il motivo per cui si va in seminario a prepararsi ad essere sacerdote) non ha mancato mai Dio fino ad oggi, dopo 50 anni dall’ordinazione sacerdotale, di essere da parte di Dio coltivato, cioè aiutato affinchè ne prenda coscienza delle occasioni offerte.
Di questa Sua fedeltà ringrazio Dio, perché mi dà nuovo slancio, ormai non più giovanile, per un uomo che ha 50 anni di sacerdozio, di chiedere a Dio che mi dia altri anni perché non venga a meno quell’entusiasmo che si vive negli anni della maturità con più consapevolezza anche delle proprie limitazioni. Quanti ripensamenti dopo 50 anni!”
Perché hai scelto la vita sacerdotale?
“Uno non sceglie, uno è scelto. Per questo si usa la parola vocazione, che significa chiamare: è Gesù, inviato dal Padre, che ha scelto i discepoli. Quindi dopo tanti anni Cristo continua a far sorgere il desiderio, attraverso testimonianze che si riceve, di servire il Signore: Dio ti chiama a seguirLo. Io non ho fatto altro che seguire quel desiderio, riconoscendolo autentico in quanto non me lo aspettavo, perché non mi sentivo capace di questo, ma ho detto di sì per arrivare all’ordinazione, che mi sento di rinnovarla ogni volta che celebro la messa”.
‘L’educazione conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità. Per cui un punto meno del tutto non appaga la mia ricerca, cioè non appaga il mio ‘cuore’, direi traducendo biblicamente la cosa’: così affermava nel 1996 mons. Luigi Giussani ad una conferenza all’Università di Bologna. Cosa è stato per te l’incontro con mons. Luigi Giussani?
“Nel momento in cui si decide definitivamente deve avere un desiderio: in quel tempo insieme ad altri ragazzi partecipando ai gruppi di Gioventù Studentesca, poi Comunione e Liberazione, ho assaporato la loro compagnia, rendendo più evidente la richiesta di Gesù quando ha scelto me, chiedendo tutta la mia persona, compresa la scelta del celibato. Mi hanno sostenuto le parole di mons. Giussani e gli amici”.
Dalla tua esperienza in quale modo è possibile raccontare che la speranza non delude?
“La speranza è una delle tre virtù teologali, cioè hanno a che fare con Gesù e il Padre. La speranza non è ottimismo; Gesù ha detto che avremo sempre guerre e terremoti, ma c’è Lui che ha guarito i malati e resuscitato i morti: ‘Dove ci sono Io l’uomo può vivere una vita piena’, che ce la dona per grazia Gesù. Quindi la Chiesa ci conduce a vivere la certezza che il mondo sarà salvato e le nostre colpe sono perdonate, perché il Suo aiuto non verrà mai meno e staremo con Lui per sempre nell’eternità.
Siamo certi che Colui che è venuto è presente e si manifesta al mondo e noi saremo con Lui. Se non avessi questa certezza dovrei essere triste. La speranza è che si compirà ciò che Gesù ha cominciato; si sta compiendo ora e si manifesterà nella totale completezza dell’eternità. E staremo con Lui per sempre”.
E’ iniziato il Giubileo, che tu e la parrocchia ‘Santa Famiglia’ avete anticipato di un anno: cosa significa questa parola?
“Giubileo è la disponibilità di Dio al perdono. La certezza è che i peccati sono perdonati, se uno si pente: questa è una certezza data da Dio al popolo. Quindi a chi aveva debiti venivano condonati e si ritornava ad essere persona libera. Questa prassi giubilare è attuale. Con il giubileo è data a tutti la possibilità di un nuovo inizio; grazie alla misericordia di Dio posso ricominciare e non sono solo inchiodato al mio peccato, come dice papa Francesco, ma posso rialzarmi e riprendere a camminare”.
























