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Rivoluzione famiglia: a dialogo con il presidente del Forum delle Famiglie, Adriano Bordignon
“Per definizione, un ecosistema è l’insieme degli organismi viventi, i componenti biotici, e delle sostanze non viventi, i componenti abiotici, che interagiscono tra loro scambiandosi materiali ed energia, all’interno di un ambiente definito, come un lago, un bosco, un prato. Animali, piante, rocce, acqua, luce, terra, temperatura, batteri, funghi: tutti elementi che, attraverso le loro relazioni, rendono possibile la vita. Gli ecosistemi si basano sull’equilibrio tra tutti questi elementi, pertanto se uno di essi venisse a mancare oppure a modificarsi, automaticamente anche l’intera stabilità dell’ecosistema verrebbe intaccata rendendo necessario cercare di ristabilire un nuovo equilibrio”: con questa definizione il presidente del Forum delle Famiglie, Adriano Bordignon, presenta il suo libro ‘Rivoluzione famiglia: ecosistema per il futuro’.
Uguale logica è applicata alla famiglia: “Allo stesso modo, anche la famiglia (vista come un organismo vivente) è caratterizzata da una sua omeostasi: una tendenza naturale a mantenere quell’equilibrio interno, sia a livello chimico-fisico sia comportamentale, che accomuna tutti gli organismi viventi. Il sistema famiglia cerca costantemente di mantenere il suo equilibrio interno adattandosi alle pressioni esterne, ai cambiamenti sociali, attraverso la modificazione dei ruoli interni e delle pratiche quotidiane al fine di rispondere alle trasformazioni sociali”.
Quindi per capire cosa è ‘famiglia’ oggi gli chiediamo di darci una definizione: “E’ diffusa l’idea che la famiglia sia in crisi, ma chi osserva i fenomeni sociali sa che questo allarme ‘lampeggia’ da diversi decenni e anche che la famiglia, vivendo nel contesto storico, non può astrarsi dalle contraddizioni che coinvolgono questa nostra epoca. Troppi alzano bandiera bianca di fronte alle enormi sfide dell’oggi e la famiglia è vittima di due grandi errori di valutazione, sia politicamente che pastoralmente.
Da un lato, non le si riconosce una ‘soggettività’ sui generis, cioè l’essere qualcosa di diverso dal mero aggregato dei componenti che la costituiscono. Dall’altro, il focus sulla famiglia è sempre in chiave problematica: rileva solo quando è il luogo delle povertà economiche, educative sociali, ma anche pastorali. La famiglia, invece, è il perno strategico dell’educazione, della solidarietà ed anche del civismo e dello sviluppo economico. Se indossiamo gli occhiali giusti, sappiamo avvicinare questa potenziale fonte di bene affinché non si insterilisca o ripieghi su se stessa”.
In cosa consiste questa “Rivoluzione famiglia”?
“La rivoluzione non è fatta di slogan, ma di sguardi nuovi. ‘Rivoluzione famiglia’ nasce dall’urgenza di cambiare prospettiva: non parlare della famiglia, ma a partire dalla famiglia. E’ un invito a considerarla non come un tema settoriale o un problema da gestire, bensì come un organismo vivente, connesso al resto della società. In essa si apprendono la fiducia, la solidarietà, la gratuità: valori fondanti di ogni convivenza civile. In un tempo segnato da individualismo e fragilità relazionali, la famiglia può diventare la forza più rivoluzionaria perché insegna la reciprocità e la cura. È un bene comune, non un affare privato”.
Il sottotitolo parla di “Ecosistema per il futuro”: perché la famiglia è un ecosistema?
“La famiglia vive in equilibrio dinamico con ciò che la circonda: come un ecosistema naturale, respira, cresce, si adatta. Al suo interno tutto è legato, come nel corpo umano o nella Creazione stessa. Se il suolo delle relazioni è fertile di fiducia e dono, la famiglia fiorisce; se il clima sociale o economico è ostile, anche le famiglie più forti fanno fatica. E come ogni ecosistema, anche la famiglia ha bisogno di nutrienti (politiche pubbliche, servizi, lavoro, istruzione) e di luce, quella dimensione spirituale che le permette di riconoscersi parte di un disegno più grande. Guardare la famiglia come ecosistema significa comprendere che la vita è relazione: nessuno cresce da solo”.
Quindi la famiglia non è un’emergenza?
“No, non lo è. Parlare di emergenza rischia di ridurla a un problema da risolvere, mentre la famiglia è una risorsa da valorizzare. Certo, molte famiglie vivono difficoltà reali (economiche, educative, relazionali) ma la via d’uscita non è trattarle come pazienti da curare, bensì come soggetti attivi di cambiamento. Ogni giorno, nelle case e nei territori, le famiglie generano solidarietà, si prendono cura dei fragili, educano alla responsabilità. Sono il primo laboratorio di democrazia e di speranza. Non chiedono assistenza, ma fiducia e condizioni per poter fare ciò che già sanno fare: generare vita e futuro”.
Perché è necessario guardare la società con gli occhi della famiglia?
“Significa indossare ‘gli occhiali della famiglia’, cioè adottare uno sguardo generativo e relazionale su ogni ambito: economia, ambiente, scuola, politica. È necessario chiedersi, prima di ogni scelta pubblica o privata: questa decisione rafforza o indebolisce le relazioni? Favorisce la solidarietà tra generazioni? Rende possibile la cura reciproca? Guardare con gli occhi della famiglia è un atto politico e spirituale insieme: rimette al centro l’umano, fa emergere la verità che ci lega gli uni agli altri. Come ricorda la filosofia africana dell’ubuntu, ‘io sono perché noi siamo’: la persona si realizza nella relazione, non nella solitudine”.
Attraverso quali riforme economiche e sociali è possibile valorizzare la risorsa famiglia?
“Servono riforme che riconoscano la famiglia come motore di sviluppo umano ed economico: una fiscalità equa che tenga conto dei carichi familiari, un welfare che sostenga la genitorialità, politiche abitative e lavorative che permettano di conciliare tempi di vita e di cura. Ma non bastano le leggi: occorre un cambiamento culturale. In un Paese che invecchia e fatica a generare futuro, investire sulla famiglia è la prima e più concreta politica industriale. La ‘Rivoluzione famiglia’ è, in fondo, un atto di speranza: credere che ricostruendo le relazioni possiamo ricostruire anche la società”.
A proposito di famiglia la vicenda di quella di Palmoli ha rimesso in discussione parole come affido ed adozione: perché il Forum delle Famiglie ha ’lanciato’ il progetto ‘Casa’?
“Con il progetto ‘Casa’, cioè Comunità, alleanze, solidarietà, accoglienza, che il Forum delle Famiglie sta realizzando in tutta Italia, ci rendiamo conto di quanto poco si conoscano le differenze tra affidamento familiare e adozione. Vale la pena rispiegarle: la dichiarazione di adottabilità segna la cessazione della responsabilità genitoriale dei genitori e quindi implica la necessità di una famiglia che accolga il bambino per sempre. Il ricorso all’affido, o comunque ad una struttura residenziale, avviene quando la responsabilità genitoriale è al massimo sospesa, spesso solo limitata, proprio perché si intravede una necessità di verifica e una possibilità di rientro in famiglia d’origine del bambino”.
Cosa rivela questa vicenda sul rapporto tra famiglie e istituzioni?
“Sulla vicenda specifica non ritengo di avere le informazioni sufficienti per esprimerci. Tuttavia come Forum delle Famiglie siamo persuasi che non esiste famiglia che possa vivere al di fuori da un contesto sociale ed istituzionale, soprattutto nel far fronte alle difficoltà. Sarebbe opportuno riuscire a rinforzare l’alleanza tra le famiglie (anche in reti associative) e le istituzioni. Alleanza che si basa sulla responsabilità, sulla comunicazione, sulla solidarietà. Una postura alternativa allontana, spaventa, inaridisce le comunità. Con ‘Casa’ stiamo lavorando anche su questo: dare fiducia, speranza alle famiglie perché accompagnate dalle associazioni e dalle istituzioni possano essere rigenerate per un’altra famiglia e per se stesse”.
(Tratto da Aci Stampa)
FISH: Il Progetto di Vita non è un traguardo, ma l’inizio di una nuova fase
Si è svolto prima delle vacanze natalizie l’incontro pubblico promosso da FISH ETS (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) dedicato allo stato dell’attuazione del D.Lgs. 62/2024. Al centro del dibattito, il percorso verso l’implementazione del ‘Progetto di Vita’ individuale, uno strumento che sposta definitivamente l’asse dalla semplice assistenza alla piena partecipazione sociale delle persone con disabilità. Durante il convegno, sono intervenute, tra gli altri, il Ministro per le disabilità Alessandra Locatelli con un videomessaggio di saluto e il Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci.
L’evento ha rappresentato un momento di sintesi fondamentale tra le istanze del mondo associativo e le rappresentanze istituzionali. La Federazione ha, infatti, presentato un’analisi dettagliata dello stato dell’arte, evidenziando come la riforma non possa prescindere da una collaborazione sinergica tra enti locali, sanità e terzo settore.
Durante il confronto, FISH ha evidenziato alcune criticità emerse in questa fase di transizione. In particolare, è stata ribadita l’urgenza di uniformare le procedure di valutazione su tutto il territorio nazionale e di garantire risorse strutturali che permettano di finanziare i budget di progetto in modo adeguato. La Federazione ha chiesto alle istituzioni impegni precisi affinché la complessità burocratica non diventi un ostacolo al diritto all’autodeterminazione.
“Quando parliamo di Vita Indipendente, di autonomia – dichiara il viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci- parliamo anche di lavoro che conferisce dignità alle persone. Le politiche sociali devono quindi abbandonare i sussidi e l’assistenzialismo e garantire il diritto di ogni persona di sentirsi parte attiva della società. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero per le disabilità stanno lavorando con la FISH e alle associazioni rappresentative, per fare in modo che le istanze e esigenze delle persone con disabilità trovino riscontro a livello normativo e pratico”.
Oltre all’analisi politica, l’incontro ha permesso di condividere modelli e strumenti tecnici sviluppati per rafforzare l’autodeterminazione delle persone con disabilità e il supporto alle loro famiglie. Sono state illustrate buone pratiche di co-progettazione che dimostrano come, laddove la persona è messa al centro della pianificazione, la qualità della vita e l’inclusione lavorativa e sociale migliorino sensibilmente. E’ stata, quindi, anche l’occasione di fare il punto sui risultati raggiunti e i prossimi passi dei due progetti di cui FISH è capofila, ‘Pronti per l’Indipendenza’ ed ‘Insieme per l’Indipendenza’.
“Il Progetto di Vita non è un traguardo formale, ma l’inizio di una nuova fase verso la vita indipendente delle persone con disabilità – ha dichiarato il presidente della FISH Vincenzo Falabella a margine dei lavori. “Oggi abbiamo dimostrato che il mondo associativo è pronto a fare la sua parte con competenze e proposte concrete. Ora tocca alle istituzioni assicurare che questo cambiamento di paradigma sia recepito da ogni ufficio amministrativo e in ogni territorio”.
La FISH ETS ha ribadito la propria volontà di proseguire nel monitoraggio costante dell’attuazione della normativa. L’obiettivo resta quello di evitare che il D.Lgs. 62/2024 rimanga una ‘riforma solo sulla carta’, trasformandolo invece nel motore di una società più equa, dove ogni persona con disabilità possa decidere liberamente del proprio futuro, fuori da ogni logica di isolamento o istituzionalizzazione.
OIKONOMIA: il festival di Economia e Spiritualità
Dal Festival di Economia e Spiritualità nasce una nuova gemma: Si chiama Oikonomia. E nasce da un’urgenza: trovare un linguaggio capace di unire spiritualità, economia e comunità. Si chiama Oikonomia: una parola antica, che parla di cura, ricchezze interiori, e scelte etiche e si svolge al 7 al 9 novembre a Prato e dal 14 al 16 novembre a Castelnuovo di Garfagnana, Eremo di Calomini, Capannori (LU) e Lucca.
Oikonomia è un progetto promosso da Ricostruire la Vita, su intuizione di Luigino Bruni e p. Guidalberto Bormolini, per rispondere a un’urgenza culturale e spirituale: ritrovare un modo di abitare il mondo in cui economia e interiorità non siano in conflitto, ma si sostengano reciprocamente. La direzione generale è affidata a Roberta Rocelli, già direttrice del Festival Biblico.
Il progetto nasce come naturale evoluzione del Festival di Economia e Spiritualità, ideato da p. Guidalberto Bormolini, monaco e antropologo e Francesco Poggi, economista, realtà nella Regione Toscana dal 2016. Il gruppo di lavoro, che si è rafforzato ed armonizzato in questi anni ha deciso, nel decennale del percorso, di rinnovarsi, e di aprirsi a uno spettro di possibilità e di proposte di creatività ancora più larghe di quanto realizzato fino ad ora. Ha deciso pertanto di abbandonare la denominazione unica di ‘festival’, per potersi espandere in tante altre direzioni sotto un’unica sigla, sempre legata al percorso di economia e spiritualità.
Francesco Poggi ha preferito mantenere la denominazione e la tipologia originaria, e l’intero gruppo di lavoro accoglie consensualmente la sua richiesta di utilizzare autonomamente la denominazione ‘Festival di Economia e Spiritualità’, come ha sottolineato p. Guidalberto Bormolini: “La storia costruita in questi dieci anni si espande nella direzione di Oikonomia, mantenendo rapporti fraterni. Il proliferare di creatività a partire da questo germe originale fa parte della nostra storia”.
Il nuovo progetto si fonda sul desiderio di ‘entrare in profondità nella realtà per togliere l’attrito’ tra economia e spiritualità. Nelle sue tre formule (festival, simposio e scuola) vuole sostare nei punti ciechi, nell’asprezza delle monoculture, per rivedere e comprendere meglio, schiarire. E’ un richiamo a scelte interiori e uno spazio che comprende ‘riserve, domande da porre’ a cui ciascuno è invitato in maniera estesa. Oikonomia è anche un richiamo a una diversa amministrazione delle risorse, secondo logiche interiori ed etiche, capace di rispondere al bisogno umano in tutta la sua complessità.
Il tema di questa edizione del festival verte su ‘i capitali spirituali’ e si articola in due fine settimana e in due territori, ciascuno con una sfumatura tematica specifica: A Prato (7-8–9 novembre) si parlerà di capitali spirituali come risorse da riconoscere, coltivare e misurare: beni invisibili ma fondamentali per la vita individuale e collettiva, oggi sempre più rari, perché logorati dall’iperproduttività, dall’analfabetismo spirituale e da metriche che escludono ciò che davvero conta.
A Castelnuovo di Garfagnana, Eremo di Calomini, Capannori e Lucca (14-15–16 novembre) l’attenzione si sposterà sulle capitali spirituali come luoghi: città, territori, comunità resilienti capaci di conservare e rigenerare capitale spirituale. Aree interne e interiorità si incontrano, dando forma a un’economia più umana, più sobria, più profonda.
Per Fondazione Migrantes i giovani migranti sono testimoni di speranza
I giovani di origine straniera, nati o cresciuti in Italia, sono i protagonisti silenziosi della trasformazione dell’Italia; quindi non solo destinatari di interventi, ma generatori di speranza, portatori di identità plurali e di un futuro da costruire insieme, come ha sintetizzato il messaggio della XXXIV edizione del ‘Rapporto Immigrazione’, realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, intitolato ‘Giovani, testimoni di speranza’, presentato nelle settimane scorse da mons. Carlo Redaelli (presidente di Caritas Italiana), Manuela De Marco (membro dell’Ufficio politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas Italiana), Simone Varisco (storico e ricercatore della Fondazione Migrantes), Maurizio Ambrosini (docente di Sociologia dei processi economici all’università Statale di Milano), Noura Ghazoui (presidente di ‘Conngi’ – Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiani), Rosanna Rabuano (responsabile del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno), Alberto Caldana (vice presidente del Festival della migrazione di Modena), mons. Pierpaolo Felicolo (direttore della Fondazione Migrantes).
Quest’anno il Rapporto pone al centro i giovani con background migratorio, che rappresentano una risorsa vitale per la società italiana. Molti di loro affrontano difficoltà nel riconoscimento e nella partecipazione, ma la loro esperienza è una narrazione vivente di speranza e cambiamento: nel 2024 gli occupati in Italia sono 24.000.000, di cui oltre 2.500.000 stranieri (10,5%) e crescono i rapporti di lavoro attivati con cittadini stranieri (+5,8% in un anno), ma persistono disuguaglianze e sfruttamento, soprattutto nel settore agricolo e in quello dei servizi.
Sul fronte economico, mentre l’incidenza della povertà tra i cittadini italiani si attesta al 7,4%, tra gli stranieri raggiunge il 35,1% (sono 1.727.000 i cittadini stranieri in condizione di povertà assoluta), come ha sottolineato mons. Carlo Redaelli, arcivescovo metropolita di Gorizia e presidente di Caritas Italiana: “Investire in strategie di inclusione e in percorsi legali non è un favore, ma un atto di responsabilità verso il futuro delle nostre comunità e di quelle che arrivano: si può e si deve fare meglio di quanto fatto finora”.
Ad uno dei coordinatori di questo rapporto, Simone Varisco, abbiamo chiesto il motivo per cui il rapporto sull’immigrazione di quest’anno è intitolato ‘Giovani, testimoni di speranza’: “Il titolo dell’edizione 2025 del Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes vuole richiamare il fatto che i giovani con background migratorio, di origine straniera, rappresentano generazioni ‘ponte’: nascono o crescono in Italia, praticano la lingua e la cultura italiane, frequentano la scuola, fanno sport e attivismo politico e contribuiscono a costruire il futuro del Paese. Sono ‘testimoni di speranza’ perché mostrano che la partecipazione non è un’utopia, ma una realtà già in atto da tempo, fatta di amicizie, studio, lavoro e cittadinanza. E poi è l’anno del Giubileo dedicato alla speranza, che non delude”.
Organi di stampa hanno scritto di ‘invasione’: quanto c’è di vero?
“Subiamo molteplici forme di ‘colonizzazione ideologica’, come le definiva papa Francesco, ma non è il caso dell’immigrazione. I cittadini stranieri residenti in Italia sono circa 5.500.000, meno del 10% della popolazione complessiva. I numeri sono pressoché costanti da una decina di anni, anche in virtù delle acquisizioni di cittadinanza. Inoltre, molti arrivi sono temporanei o stagionali.
Si tratta di una presenza certo significativa, ma non sproporzionata rispetto a quella di altri Paesi europei e molto inferiore a quella che caratterizza contesti ben più complessi in Medio Oriente, Asia e Africa. Più che un’invasione, è un fenomeno strutturale e governabile, che richiede politiche serie e non slogan”.
Ma gli immigranti sono veramente una ‘risorsa’ per l’Italia?
“Se anche volessimo limitarci al solo piano economico, l’apporto dei contribuenti stranieri alle casse pubbliche nel 2023 è di € 41.100.000.000 di entrate (contributi sociali netti, tasse, IVA, consumi, spese burocratiche), contro € 39.900.000.000 di uscite: vale a dire un saldo positivo di € 1.200.000.000. Gli occupati stranieri generano € 177.200.000.000 di valore aggiunto, pari al 9% del Pil nazionale. Sono fondamentali in settori quali l’agricoltura, l’edilizia, l’assistenza familiare e la sanità. Inoltre, l’imprenditoria straniera è in crescita. Ci sono poi i contributi che vengono sul piano demografico e strutturale: nascite, giovani, la presenza nelle scuole. Non dimentichiamo, però, che accanto agli apporti più ‘materiali’ è importante ricordare il valore immateriale – ma concreto – della presenza di persone di origine straniera in Italia sul piano umano, culturale, non da ultimo anche spirituale: sono quasi un milione gli stranieri che stimiamo essere cattolici, che ridanno linfa a comunità locali spesso svigorite; insieme a ortodossi, evangelici, copti e appartenenti ad altre confessioni, i cristiani nel loro complesso sono ancora la maggioranza assoluta fra gli stranieri (51,7%)”.
Quali sono le strade da percorrere per l’integrazione?
“La prima è chiarire, intanto, cosa si intenda per ‘integrazione’: se una semplice assimilazione oppure un’autentica partecipazione alla vita del Paese, con diritti e doveri. Solo quest’ultima è in grado di cogliere il valore aggiunto dell’immigrazione. Le strade per arrivarci sono molte: dall’istruzione, anche linguistica, al lavoro dignitoso, contrastando le forme di sfruttamento e valorizzando le competenze; dalla partecipazione civica e culturale, con percorsi di cittadinanza e il coinvolgimento nelle comunità locali, al dialogo interculturale e interreligioso”.
In quale modo è possibile sconfiggere l’immigrazione irregolare?
“Alla prova dei fatti, muri e respingimenti si sono rivelati inefficaci. Gran parte dell’immigrazione irregolare è creata da iter burocratici complessi e talvolta schizofrenici, innescati da una legge quadro incongruente. Serve una politica lungimirante che garantisca canali legali di ingresso in Italia, accordi di cooperazione con i Paesi di origine e corridoi umanitari per chi fugge da guerre e persecuzioni. Così si toglierà spazio ai trafficanti e si offrirà sicurezza sia alle persone migranti sia alla società accogliente”.
Quale ruolo hanno lo sport e la scuola nella realizzazione dell’integrazione?
“Entrambi sono laboratori di incontro, di partecipazione, di scambio e di convivenza. Ragazzi e ragazze imparano insieme, senza barriere, un linguaggio universale. Pur con le innegabili difficoltà di entrambi questi ambiti, si tratta di ‘mondi’ potenti per costruire rispetto reciproco e senso di appartenenza e cittadinanza”.
Papa Leone XIV al giubileo dei rom, sinti e camminanti ha lanciato l’invito ad essere protagonisti del cambiamento d’epoca: hanno il coraggio?
“Il coraggio c’è, e si vede nelle tante storie di famiglie rom, sinti e camminanti che scelgono di investire nell’istruzione dei figli, nel lavoro regolare, nella partecipazione sociale. Non mancano, naturalmente, ombre, questioni irrisolte, devianza, prodotte anche dalla marginalità. Essere protagonisti del cambiamento significa uscire dai margini e contribuire al bene comune. Molti già lo stanno facendo, spesso in silenzio, e molto resta ancora da fare.
La Chiesa e la società civile hanno il compito di accompagnarli, e laddove necessario sostenerli, in questo cammino. Rimane una consapevolezza, che si fa auspicio: ‘Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, voi siete al cento, voi siete nel cuore. Voi siete nel cuore della Chiesa, perché siete soli: nessuno è solo nella Chiesa’, come ebbe a dire nel 1965 Paolo VI al raduno internazionale dei popoli romaní a Pomezia”.
(Foto: Fondazione Migrantes)
Rapporto Immigrazione: i giovani sono una risorsa
I giovani di origine straniera, nati o cresciuti in Italia, sono i protagonisti silenziosi della trasformazione del Paese. Non solo destinatari di interventi, ma generatori di speranza, portatori di identità plurali e di un futuro da costruire insieme: è il messaggio al centro della 34^ edizione del ‘Rapporto Immigrazione’, realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, intitolato ‘Giovani, testimoni di speranza’, con gli interventi di mons. Carlo Redaelli (presidente di Caritas Italiana), Manuela Di Marco (Caritas Italiana), Simone Varisco (Migrantes), Maurizio Ambrosini (Uni Milano), Noura Ghazoui (presidente Conngi), Rosanna Rabuano (Ministero dell’Interno), Alberto Caldana (Festival della migrazione), mons. Pierpaolo Felicolo (direttore Migrantes).
Il volume (392 pagine, con la firma di 48 tra curatori e collaboratori), dopo una premessa sul contesto internazionale, offre una rappresentazione della situazione degli immigrati residenti in Italia secondo otto ambiti di vita quotidiana: cittadinanza, economia, scuola, sanità, disagio sociale, sport, comunicazione e appartenenza religiosa.
La sfida raccolta dal Rapporto è quella di provare a fare dei tanti volti della mobilità il volto composito di un Paese. In Italia, gli stranieri regolarmente residenti sono oltre 5.400.000, pari al 9,2% della popolazione. Nel 2024, più del 21% dei nuovi nati aveva almeno un genitore straniero. I principali Paesi di origine dei cittadini stranieri in Italia restano i medesimi rispetto al recente passato, ma negli ultimi anni si osserva una crescita significativa di nuovi arrivi dal Perù e Bangladesh. Tutto questo si registra in un contesto globale in cui, nel 2025, nel mondo si contano 304.000.000 migranti internazionali, il doppio rispetto al 1990, ed oltre 123.000.000 profughi e sfollati.
Il Rapporto 2025 pone al centro i giovani con background migratorio, che rappresentano una risorsa vitale per la società italiana. Molti di loro affrontano difficoltà nel riconoscimento e nella partecipazione, ma la loro esperienza è una narrazione vivente di speranza e cambiamento. «Dare loro spazio non è un favore, ma un investimento per il futuro dell’Italia, che si costruisce anche – e soprattutto – con chi ha il coraggio di sognarlo, da dentro e da fuori», sottolineano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nell’introduzione al volume.
Nel 2024 gli occupati in Italia sono stati 24.000.000, di cui oltre 2.500.000 stranieri (10,5%) e crescono i rapporti di lavoro attivati con cittadini stranieri (+5,8% in un anno), ma persistono disuguaglianze e sfruttamento, soprattutto nel settore agricolo e in quello dei servizi. Le difficoltà abitative restano un nodo cruciale: l’indagine Caritas-Migrantes evidenzia forti discriminazioni e barriere di accesso alla casa per le famiglie straniere. Sul fronte economico, mentre l’incidenza della povertà tra i cittadini italiani si attesta al 7,4%, tra gli stranieri raggiunge il 35,1% (sono 1.727.000 i cittadini stranieri in condizione di povertà assoluta).
La disoccupazione, pur calando nel complesso (-14,6%), migliora soprattutto per gli italiani (-16%), meno per i non comunitari (-5,9%), che restano a un tasso del 10,2% contro il 6,1% degli italiani. Anche sul fronte dell’inattività, il quadro è diseguale: se dal 2021 il calo è stato di 2,2 punti, tra il 2023 e il 2024 il dato resta stabile, con un preoccupante +6,1% per i non comunitari. Nel complesso, emerge un mercato del lavoro fortemente segmentato, dove le opportunità non si distribuiscono in modo omogeneo né tra italiani e stranieri, né tra uomini e donne.
Parallelamente, cresce il ruolo attivo degli stranieri: nel 2024 sono stati attivati 2.673.696 rapporti di lavoro con cittadini stranieri, pari al 25% del totale (+5,8% rispetto al 2023). Le assunzioni si concentrano nel Nord-Ovest (340.000) e nel Nord-Est (267.000), dove la quota di stranieri supera il 21%, mentre il Sud e le Isole, pur con un’incidenza minore (16,6%), registrano l’incremento più marcato (+13,6%).
Accanto a questi elementi di dinamismo, restano aperte diverse criticità: la bassa partecipazione dei cittadini stranieri alle attività formative, le contraddizioni della gig economy, la diffusione del caporalato (tradizionale e digitale) e le incognite legate al futuro della care economy. Nonostante ciò, il mercato del lavoro italiano mostra una crescente dipendenza dalla manodopera immigrata, indispensabile per industria, servizi e welfare. L’agricoltura è un esempio emblematico: dal 2010 al 2024 il numero di lavoratori stranieri è raddoppiato, superando le 426.000 unità, con un’incidenza passata da un lavoratore su quattro ad uno su tre.
Nell’anno scolastico 2023/2024 è stata registrata la presenza di 910.984 alunni con cittadinanza non italiana, con un’incidenza pari all’11,5%, segno di una società sempre più multiculturale. La grande maggioranza dei figli di immigrati è nata e cresciuta in Italia: ragazze e ragazzi italiani di fatto, ma privi di cittadinanza formale. Sebbene la presenza di giovani con background migratorio nelle classi italiane sia di norma un valore aggiunto, negli ultimi mesi politica e mezzi di comunicazione hanno proposto analisi preoccupate e allarmi educativi e sociali in relazione a fatti di violenza che hanno avuto come protagonisti ragazzi e ragazze di origine straniera, spesso minorenni. La scuola (come l’università) può svolgere un ruolo importante nel necessario lavoro di costruzione e di cura dei legami sociali e di prossimità, di invenzione e di moltiplicazione di spazi e forme di interazione.
Lo sport si conferma terreno fertile di inclusione e cittadinanza attiva; tuttavia, soltanto il 35% delle ragazze straniere pratica attività sportiva, contro il 62% delle coetanee italiane, e merita attenzione il fenomeno dello sport trafficking, cioè il traffico internazionale di giovani atleti Sul piano della appartenenza religiosa, tassello fondamentale nella comprensione del senso di partecipazione alla comunità, si stima che all’inizio del 2025 il totale dei cristiani abbia superato ancora la maggioranza assoluta degli stranieri residenti in Italia, raggiungendo il 51,7%, seppure in netto calo rispetto al 53% stimato per il 2024.
Biagio Maimone, Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso, presente per approfondire il ruolo del turismo religioso nel panorama globale
Il TTG Travel Experience è la principale manifestazione italiana dedicata alla promozione del turismo mondiale. Si terrà dall’8 al 10 ottobre 2025 presso la Fiera di Rimini. Per tre giorni, operatori internazionali, enti del turismo, tour operator, compagnie aeree, strutture ricettive e aziende del settore si confrontano per condividere idee, innovazioni e visioni sul futuro del viaggio, trasformando Rimini in un vero laboratorio globale di opportunità, scambio e networking di alto livello.
Biagio Maimone, Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso, sarà presente in veste di visitatore, per approfondire la conoscenza delle offerte del settore e valutare come il turismo religioso possa inserirsi nel contesto internazionale del turismo, giocando un ruolo sempre più centrale nel futuro del settore e valorizzando l’aspetto della spiritualità insieme a sostenibilità, solidarietà e cultura.
“Il turismo religioso sta vivendo una crescita senza precedenti e rappresenta oggi una risorsa strategica per il futuro del turismo mondiale, ha dichiarato Maimone. E’ un vero e proprio turismo dell’anima, dove la spiritualità si fonde con l’identità dei luoghi e la scoperta dei territori, creando esperienze profonde e autentiche che arricchiscono chi viaggia e chi accoglie”.
Maimone ha aggiunto: “Essere presenti alle manifestazioni del settore non è solo importante: è fondamentale. Solo osservando, comprendendo e dialogando possiamo capire come il turismo religioso e spirituale possa assumere un ruolo concreto e innovativo nel contesto internazionale del turismo, contribuendo a costruire un turismo del futuro più consapevole, sostenibile e ricco di significato”.
Il tema dell’edizione 2025, ‘AWAKE to a new era’, richiama con forza la consapevolezza che non siamo più di fronte al cambiamento, ma dentro il cambiamento: comprenderlo, interpretarlo e guidarlo significa trasformarlo in un’opportunità concreta di crescita, innovazione e rinascita per tutto il settore turistico.
Simone Feder: stare vicino ai giovani per amarli
All’Abbadia di Fiastra di Tolentino, in provincia di Macerata continuano gli incontri giubilari, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, Sermirr di Recanati e Sermit di Tolentino e su proposta di don Rino Ramaccioni è stato invitato l’educatore Simone Feder, psicologo e coordinatore dell’area ‘giovani e dipendenze’ della ‘Casa del Giovane’ di Pavia, che ha raccontato storie di ‘Giovani, speranza del mondo’, descrivendo il modo in cui i giovani possono diventare risorsa, ma sono troppo spesso senza una ‘bussola’ davanti al dilagare della droga:
“Vedo l’uso di sostanze devastanti che portano danni irreparabili anche livello sanitario e di cui pagheremo un prezzo salato, danni irreparabili fisici e della percezione della realtà che queste sostanze provocano. Il problema oggi non sono più le politiche di riduzione del danno, perché il problema non è più la droga ma il malessere, la sofferenza, è quella che dobbiamo ridurre non tanto le sostanze. Oggi abbiamo ragazzini di 13 anni già pieni di sostanze che vengono trascinati sempre più con fatica dai genitori, fragili anche loro”.
Ed ecco la proposta educativa riprendendo lo stile di san Giovanni Bosco: “Il mio invito è quello di cambiare questo sguardo punitivo e repressivo; occorre un punto di partenza diverso. Provo a dirlo con san Giovanni Bosco: non basta amare i ragazzi, devono sentirsi amati”.
Simone Feder, in quale modo i giovani possono essere speranza del mondo?
“I giovani sono speranza del mondo se come adulti noi ci siamo nel loro mondo, stando a fianco a loro ma non da ‘maestrini’ per costruire insieme qualcosa. Ecco che i giovani poi si attivano e generano situazioni di attenzione agli altri ed ai loro compagni diventando generatori di oltre”.
‘Generatori di oltre’, ma allora per quale motivo definiamo i giovani apatici?
“E’ un mondo che abbiamo portato noi adulti, adolescenti perenni che non riusciamo a vedere se non una parte del loro essere. Sono convinto che i giovani non sono apatici, ma vivono una situazione che li porta sempre più a spegnersi. Bisogna riattivare queste situazioni; ma quali spazi hanno oggi i giovani per giocarsi interessi diversi che noi continuiamo a proporgli, cioè il nulla. Dentro questo nulla rischiano di naufragare in questo mare”.
Ma i giovani cercano il senso della vita?
“Sempre più ragazzi, anche non definiti ‘problematici’, chiedono aiuto per dare un senso alla propria vita. Sono insoddisfatti di ciò che li circonda e cercano risposte. Sono come i ‘canarini nella miniera’, che ci segnalano un ambiente tossico, incapace di offrire loro l’ossigeno necessario per crescere e trovare motivazioni. Per questo, è fondamentale proporre loro esperienze significative, come il volontariato, che possano far emergere un’alternativa concreta. Ma non basta offrirle: bisogna esserci anche nel lungo periodo, sostenendoli nelle difficoltà quotidiane, insomma impegnarsi ed essere determinati”.
Quali parole possono essere necessarie per iniziare un dialogo con i giovani?
“Ciò che deve smuovere le coscienze è ricordarci che di fronte a noi ci sono delle persone. Dobbiamo avvicinarci a chi soffre con uno sguardo pulito e sincero, trasmettere attenzione, comunicare con il cuore, stringergli la mano, chiamarlo per nome. Dobbiamo rispettarlo, anche nei suoi silenzi: rispettare i tempi dell’altro è fondamentale, è così che si costruisce una relazione. Quando mi occupo della formazione dei giovani volontari che operano al bosco di Rogoredo, ripeto sempre che ciò che conta è la sincerità dell’approccio, andare in questo ‘non-posto’ per essere d’aiuto e non per raggiungere un obiettivo. Può passare molto tempo prima che un giovane accetti di fidarsi di te, seguirti e iniziare un percorso di recupero. L’essenziale, innanzitutto, è fargli sentire il tuo sostegno: quando vuoi, io ci sono”.
Per quale motivo le droghe sono tornate prepotentemente alla ribalta?
“A livello culturale stiamo sdoganando la trasgressione; c’è maggior offerta di sostanze ovunque e ci sono anche politiche di intervento che non sono pensate. Oggi non è tanto intervenire sulle cose disfunzionali, ma bisogna proporre qualcosa di più funzionale, cioè l’altra parte della bilancia che bisogna arricchire, che è sempre più impoverita, facendo crescere il disfunzionale, in quanto le droghe stanno sempre più diventando ‘terapia’ del malessere giovanile”.
Partendo dalla sua esperienza in questi anni come è cambiato il mondo della ‘droga’?
“Il bosco si sta ripopolando, non siamo ancora ai numeri del 2017-2018 ma stanno crescendo i ragazzi che arrivano. Il fatto che comunque noi siamo lì (diamo anche farmaci, cibo, vestiti) aiuta a contenere un po’ i numeri. E fuori dal bosco la droga è ovunque e costa pochissimo. Ma tutto questo rischia di passare tutto in sordina. Dobbiamo chiederci a quale soglia di disagio ci stiamo abituando oggi? Crescono sempre di più gesti autolesivi, nelle famiglie ci sono concentrazioni di rabbia che esplodono in gesti violenti, anche i ragazzini si avvicinano al bosco.
Ci stiamo abituando a un disagio che nel frattempo di sta strutturando. C’è un’indifferenza generale, se lo Stato non ci aiuta vedremo domani i disastri. Se non stai in quei posti i ragazzi li perdi per sempre, i ragazzi oggi non li puoi stare ad aspettare nelle comunità, devi andare a cercarli a incontrarli. Bisogna cambiare paradigma anche dei nostri servizi. Dobbiamo cercare di intercettare e capire la sofferenza che c’è in giro. Per fortuna c’è anche chi si avvicina e si impegna volontariamente e con costanza”.
Perché Rogoredo?
“La presenza a Rogoredo è una sfida. C’è uno tsunami che ci sta travolgendo. Oggi genitori distrutti ci chiedono di andare a recuperare i loro figli o almeno di avere qualche notizia sulla loro presenza. Quello che il ‘Boschetto’ ci ha insegnato è che dobbiamo uscire dai nostri comodi setting ambulatoriali. Oggi i giovani dobbiamo andarceli a prendere. Le comunità devono uscire dalle propria mura, andare in questi non luoghi, incontrare e abbracciare questi giovani. Solo così, solo costruendo una relazione si può poi portarli alla cura.
Qualche giorno fa abbiamo raccolto nel bosco di Rogoredo un ragazzo di 23 anni steso senza conoscenza, e mi sono chiesto, come è arrivato sin lì, a casa, a scuola, nessuno ha colto il suo disagio? Che relazioni ha avuto? Come mai non ha incontrato nessuno, lo Stato dove era? Dove eravamo noi? La nostra presenza ci ha permesso di agganciare centinaia di ragazzi e ragazze in questi anni ed un centinaio sono andate in trattamento o in comunità. Ma siamo troppo soli. Oggi l’eroina al bosco la paghi € 14 al grammo, vediamo sostanze che non abbiamo mai visto come ‘krokodril’ che crea disastri sanitari, una sostanza che ‘mangia gli arti’ e provoca vistose ulcere sulla pelle. Ma c’è qualcuno che si chiede: quali sostanze girano?”
All’interno della Casa del Giovane, fondata dal venerabile don Enzo Boschetti, è stata aperta anche una chiesa giubilare: quale significato questa apertura?
“E’ stata un’occasione molto bella che il nostro vescovo della diocesi di Pavia, mons. Sanguinetti, ha voluto fare nella città, scegliendo la cappella della Casa del Giovane. Per noi questo gesto significa apertura al mondo ed alla conoscenza di quello che si vive all’interno della comunità, perché c’è l’accoglienza di tanta sofferenza, ma anche la gioia per quei giovani, che hanno fatto un percorso e stanno diventando come pietre che, scartate dai costruttori, stanno diventando testate d’angolo”.
Per quale motivo don Enzo Boschetti ha dato il nome ‘Casa del Giovane’ alla sua struttura?
“Per i giovani che negli anni Sessanta incontrava. In quegli anni della ‘contestazione giovanile’ non è rimasto a guardare ma ha cercato di dare uno spazio in cui i giovani la potessero sentire casa. Oggi cerchiamo di portare avanti questa sua ‘intuizione’. Penso che la ‘Casa del Giovane’ sia la casa di chiunque si senta giovane dentro”.
P. Aucone e la ‘risorsa’ san Tommaso d’Aquino
Quest’anno ricorrono 750 anni dalla morte, mentre nel 2025 800 anni dalla nascita; e nello scorso anno 700 anni della canonizzazione di san Tommaso d’Aquino, che a distanza di secoli ha ancora molto da dire all’uomo contemporaneo. Per questo papa Francesco, nel luglio dello scorso anno aveva inviato una lettera ai vescovi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, mons. Mariano Crociata, di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, mons. Gerardo Antonazzo, e di Frosinone-Veroli- Ferentino, mons. Ambrogio Spreafico, sottolineando che l’eredità di san Tommaso d’Aquino “è anzitutto la santità, caratterizzata da una particolare speculazione che non ha però rinunciato alla sfida di farsi provocare e misurare dal vissuto, anche da problematiche inedite e dalle paradossalità della Storia, luogo drammatico e insieme magnifico, per scorgere in essa le tracce e la direzione verso il Regno che viene… Proprio per questo il Doctor communis è una risorsa, un bene prezioso per la Chiesa di oggi e di domani”.
Partendo dalla lettera del papa, ci facciamo spiegare da p. Daniele Aucone, docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘Mater Ecclesiæ’ e invitato presso la Facoltà di teologia della PUST (Pontificia Università di San Tommaso) e docente LUMSA (Libera Università Maria Santissima Assunta) a Roma, il motivo per cui san Tommaso d’Aquino è una ‘risorsa’:
“Il riferimento al pensiero del grande Maestro domenicano è sempre stato raccomandato dai papi lungo i secoli (papa Francesco stesso ha ricordato la definizione di papa san Paolo VI ‘luminare della Chiesa e del mondo intero’), ma dopo la lunga stagione dei razionalismi, oggi siamo più attenti a radicare questa riflessione anzitutto in vissuto biografico e testimoniale dell’uomo e del religioso che è stato Tommaso, non a caso anche modello autorevole di vita cristiana proposto dalla Chiesa (santità).
E’ quanto ha fatto anche papa Francesco scrivendo ai vescovi di Latina, Sora e Frosinone, all’inizio dei triennio di celebrazioni giubilari (700 anni dalla canonizzazione, 750 dalla morte e 800 dalla nascita) dedicate all’Aquinate, richiamandone questa speculazione feconda ‘non sganciata dal vissuto’, approfondimento cioè di un mistero sperimentato anzitutto in prima persona”.
Perché è stato definito ‘dottore angelico’?
“Il titolo risale alla metà del XV secolo (probabilmente si deve a sant’Antonino Pierozzi il primo utilizzo) e sta a indicare la particolare purezza (intellettuale e di vita) di Tommaso, che sarà poi annoverato tra i “dottori della Chiesa” un secolo più tardi (1567). Non è peraltro l’unico appellativo legato al Maestro, né il più antico: qualche anno dopo la sua morte si parla già di lui come ‘Doctor eximius’, mentre all’università di Parigi era noto semplicemente come ‘Doctor communis’.
Nell’ottica di inseparabilità tra dottrina e vita a cui si accennava, è tuttavia interessante notare come un profondo conoscitore di Tommaso del calibro di Jean-Pierre Torrell, abbia potuto concludere la sua ricognizione dei titoli ecclesiali conferiti all’Aquinate proprio con l’appellativo più semplice (‘frater’), indicandolo come quello che l’interessato stesso avrebbe probabilmente preferito, da vero figlio di fraDomenico e quale icona luminosa del suo stesso fondatore”.
Descrivendo il dogma mariano dell’Assunzione lei ha scritto: ‘Il singolare dono concesso alla Vergine di partecipare fin da subito nella piena interezza personale (corpo e anima) alla beatitudine definitiva diviene in tal senso icona di due tratti specifici della speranza cristiana’: quale venerazione ha san Tommaso per la Madonna?
“Nel suo rapporto alla Vergine, Tommaso dà prova di una devozione sobria, ma autentica e profonda, formata in modo particolare nel solco della tradizione liturgico-spirituale dei Frati Predicatori: basti pensare alla solenne processione della Salve Regina al termine della preghiera di Compieta, introdotta a Bologna già nel 1221-1222 e poi estesa gradualmente a tutto l’Ordine. In quest’ottica, le belle riflessioni mariane contenute ad esempio nel Commento all’Ave Maria, nella Somma teologica o nei commenti biblici, rimandano anzitutto a un vissuto biografico e personale del Maestro: il manoscritto autografo della ‘Summa contro i Gentili’, conservato nella Biblioteca Vaticana, in cui la parola ‘Ave’ compare spesso in margine alle pagine del testo, rivela questa autentica tenerezza filiale di Tommaso verso la Vergine, elevata e raffinata ulteriormente dalla meditazione teologica”
Quale apporto può fornire san Tommaso al pensiero della sinodalità nella Chiesa?
“Il termine ‘sinodalità’, utilizzato per indicare uno stile ecclesiale inclusivo e partecipativo, aperto al contributo dei laici nella vita e nella missione della Chiesa, è un conio tutto sommato recente e non fa meraviglia quindi non poterlo riscontrare testualmente nelle opere dell’Aquinate. Ciò non significa però che manchi l’attenzione ai princìpi di coinvolgimento e compartecipazione che la parola esprime (la ‘res’…). La riflessione ecclesiologica di Tommaso ha un timbro fraterno e comunionale a sfondo trinitario, che è la radice stessa della sinodalità: la Chiesa è definita ‘assemblea dei fedeli’ (congregatio fidelium), legati dal vincolo di reciproca fraternità in Cristo e da lui guidati verso la Gerusalemme celeste. Il tema dell’insieme dei credenti come ‘viatores’,compagni di viaggio’ (synodoi), secondo la bella formula di sant’Ignazio di Antiochia, è già abbozzato in tale prospettiva, anche se non esplicitato in tutte le sue virtualità”.
A 750 anni dalla morte ed a 800 anni dalla nascita quanto è attuale il pensiero dell’Aquinate?
“In un tempo in cui la sfida della complessità ci invita a cogliere con sempre più chiarezza i limiti dell’astrattismo scientifico moderno, il pensiero di Tommaso si impone all’attenzione anzitutto come una ‘critica della ragione concreta’, capace di conciliare analisi e sintesi, astrazione e contestualizzazione logica e ‘dia-logica’ (per dirla con Morin). Il principio dell’ ‘hic homo intelligit’, (‘questo uomo concreto intende’), esprime proprio tale centralità del concreto vivente, in opposizione all’astrattismo disincarnato degli averroisti. La complessità del reale è onorata da Tommaso con un’autentica ‘conversazione’ tra i saperi del suo tempo (filosofia, teologia, storia, diritto, scienze naturali), che risulta illuminante anche per noi oggi. L’approccio interdisciplinare ai vari temi, raccomandato anche in ambito teologico da papa Francesco nella costituzione ‘Veritatis Gaudium’del 2018, non solo non costituisce un inedito alla luce delle migliori espressioni della teologia cattolica, ma trova proprio nell’Aquinate una realizzazione eminente e sempre vitale”.
La storia di Sophia
Sophia è morta di tumore cerebrale all’età di 8 anni. I genitori non si aspettavano una cosa del genere. Prima pensavano si trattasse di una influenza perché, appena si svegliava e si sedeva sul letto, la bambina vomitava sempre. La sua malattia toglieva i sentimenti dal cuore, a detta della madre, Maria. Dopo aver affrontato diversi ricoveri all’ospedale Bambin Gesù di Roma, i medici avevano prospettato una possibile cefalea infantile.
Caritas: la relazione del volontario è una risorsa
Si è svolta online martedì 19 marzo la presentazione del volume ‘Tutto è possibile. Il volontariato in Caritas: dati e riflessioni’, che riporta i dati dell’indagine condotta da Caritas Italiana nel 2023 sulla presenza del volontariato nei servizi e nelle opere Caritas, mediante un approccio quantitativo (mappatura della presenza del volontariato nel territorio) e qualitativo (analisi in profondità sul profilo sociale dei volontari), come ha sottolineato il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello:
“La ricerca ci ricorda le sfide che affronta oggi il volontariato: quella della qualità, che implica formazione continua e innovazione dei servizi, quella di creare reti e diffondere il valore della corresponsabilità e, non ultima, quella di favorire lo sviluppo e interagire con una realtà sociale, economica e culturale diversificata. Il valore del volontariato risiede, infatti, nel desiderio di stare con le persone e condividere quello spazio relazionale che aggiunge ricchezza ad ogni forma di impegno sociale. Non si tratta solo di lavorare per gli ultimi, ma di essere con gli ultimi, di farsi prossimi, compagni di viaggio e di vita”.
In base ai dati raccolti sul territorio nello scorso anno 2023, relativi ai volontari più stabilmente impegnati, si evidenzia la presenza di 84.248 volontari, di cui 22.275 nei servizi/opere di livello diocesano e 61.973 nella dimensione parrocchiale. La metà dei volontari è presente nelle regioni del Nord Italia (50,4%). Il 16,6% è attivo nel Centro, il 33% nel Mezzogiorno (Sud e Isole). La Regione con il più alto tasso di volontari sulla popolazione residente è l’Emilia-Romagna (in media 99 volontari per 100mila abitanti). Seguono le Marche e la Basilicata (90,5).
Un approfondimento su un campione di volontari restituisce l’identikit sociale del volontario Caritas in Italia: le persone anziane non sono la maggioranza assoluta: il 38,3% è ultra65enne, i giovani under 35 sono pari al 16,3%. I volontari hanno un titolo di studio medio-alto: il 77,4% ha almeno la maturità (il 34,2% è laureato). Sono prevalentemente pensionati (41,8%) e occupati (34,8%). Il 78,8% dei volontari Caritas si impegna per ‘essere utile agli altri, alla società’.
Al secondo posto spiccano le motivazioni legate all’esigenza di essere coerenti con la propria fede religiosa (49%). Poco rilevanti invece le motivazioni utilitaristiche (far carriera, ottenere crediti formativi, farsi strada in un nuovo ambiente di lavoro, ecc.), segnalate soltanto dal 2,8%. Il dato dimostra la forte componente di gratuità che caratterizza da sempre l’impegno volontario nel mondo della Caritas.
Il calcolo delle ore di volontariato dimostra un forte livello di impegno: poco meno di un volontario su quattro si impegna per più di 25 ore mensili. Ma ci sono persone che offrono piccoli spazi di tempo, anche di sole cinque ore mensili. Grazie a questo piccolo impegno è possibile assicurare l’apertura di servizi che altrimenti dovrebbero ridurre l’offerta o addirittura cessare di esistere. Il 38,5% dei volontari Caritas è contemporaneamente attivo in più servizi, gestiti anche da altri enti, pubblici o privati, non solamente di matrice ecclesiale.
L’indagine che Caritas Italiana ha condotto consegna interessanti provocazioni utili alla riflessione collettiva su questi temi e aggiunge elementi che ci consentono di delineare alcune sfide per il futuro, anche tenendo conto della presenza di problemi e fatiche. L’aspetto critico più rilevante per i volontari Caritas è quello della difficile gestione delle situazioni umane delle persone richiedenti aiuto (68,3% dei volontari). Seguono la scarsità delle risorse materiali a disposizione (49,5%) e la difficoltà a conciliare tempi di vita e tempi di impegno in Caritas (36,8%).
Nel complesso, a dispetto dei vari problemi segnalati, la quota dei volontari soddisfatti (del tutto o abbastanza) è decisamente maggioritaria: 95,8%. Solo un piccolo gruppo di volontari si dichiara insoddisfatto, e tra questi solamente lo 0,8% afferma di essere ‘del tutto insoddisfatto’. Il Rapporto Caritas contiene alcuni brevi saggi di riflessione ad opera di vari enti nazionali (Cei, CSVnet, Forum del Terzo Settore), sulle radici del volontariato e i recenti segnali di trasformazione, sul suo senso civile e pastorale, sui valori fondanti e la dimensione della cittadinanza attiva.
A conclusione del rapporto don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale della Cei per la pastorale delle vocazioni, ha sottolineato la dimensione pastorale del volontariato nella Caritas: “Fare esperienza della carità di Dio e dell’amore gratuito è bagnarsi nella vita spirituale della quale, oggi, sentiamo amplificarsi la sete. Oggi molti uomini e donne (molti giovani, soprattutto) bramano un significato, un senso alla vita.
Diverse ricerche sociologiche lo confermano, ma è sufficiente aprire gli occhi e fare memoria di ogni volta che abbiamo acconsentito a quel movimento che dal Padre passa attraverso il Figlio e i gesti di uomini e donne che si sono presi cura di noi, nella benevolenza e nella misericordia. Senza saperlo ci hanno regalato il significato e la direzione indicandoci, nei loro gesti, la destinazione e il senso di tutto. Il Paradiso, la Gerusalemme celeste, è una città che raccoglie uomini e donne da tutta la storia e la geografia, nella quale rimane e cresce ciò che in questa vita è stato bagnato dalla carità, l’unica cosa che resta”.


























