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Ma dove si terrà il prossimo incontro europeo? In un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava
“Ma dove si terrà il nostro prossimo incontro europeo? Si terrà: in un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava; in una città segnata dall’incontro di quattro culture diverse: cattolica, protestante, ortodossa e ebraica; che ha due ottime squadre di calcio; con un nome non facile da pronunciare: il prossimo incontro europeo si terrà nella città di Łódź in Polonia!”: con un po’ di suspense per gli oltre 15000 giovani europei convocati dal 28 dicembre al 1 gennaio dalla Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca, ‘Cosa cerchi?’, il priore frére Matthew ha annunciato la città del prossimo incontro europeo in terra polacca.
Nella giornata conclusiva il priore di Taizé ha ripreso le parole scritte nella lettera di invito con l’invito di accogliere la testimonianza di chi vive nelle zone di guerra: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.
Nelle riflessioni giornaliere il priore di Taizè ha invitato i giovani a vivere nelle proprie città e parrocchie ciò che è stato sperimentato a Parigi: “Camminare insieme agli altri nelle nostre cappellanie e parrocchie può essere un grande sostegno e va di pari passo con un cammino personale. Siamo pronti a entrare sempre più nel mistero del Corpo di Cristo, la sua Chiesa, dove possiamo essere uno solo e solo tutti insieme? E come ascoltare i desideri di quelle e quelli che si sentono lontani dalla fiducia in Dio?”
Richiamando le parole di sant’Ambrogio (‘Inizia l’opera di pace dentro di te, così che, una volta in pace, tu possa portare la pace agli altri’) il priore ha fatto l’invito a non avere paura nell’annuncio, come è accaduto a Maria Maddalena dopo aver incontrato Gesù risorto: “Gli amici di Gesù erano turbati dopo la sua morte e avevano paura della persecuzione. La mattina presto del primo giorno della settimana, Maria si recò al sepolcro di Gesù. La sua tristezza era grande: la pietra che ne sigillava l’ingresso era stata rimossa e il corpo di Gesù non c’era più”.
La scintilla per un cambiamento di vita in Maria Maddalena è stata una domanda: “L’arrivo di Gesù è preceduto dall’incontro con i messaggeri di Dio, che la interrogano sul motivo delle sue lacrime. Anche lui le chiede: ‘Donna, perché piangi?’, ma aggiunge: ‘Chi cerchi?’ Non capendo chi sia, Maria lo interroga a sua volta, pensando che sia il giardiniere.
Ma quando Gesù chiama Maria con il suo nome, lei lo riconosce e il loro rapporto personale si ricostituisce. Sorpresa e gioia la travolgono. Gesù non vuole che lei lo possieda o lo monopolizzi, ma piuttosto che viva di Lui per gli altri. La manda come apostola agli apostoli per proclamare la buona novella che Dio lo ha risuscitato dai morti. Così, la comunione tra Gesù e suo Padre diventa aperta a tutti coloro che lo amano”.
Quindi c’è un parallelo tra la domanda inziale (‘Che cosa cercate?’) e quella conclusiva (‘Chi cerchi’) del vangelo giovanneo con l’invito ad abbattere il muro della paura: “Il ‘Che cosa cercate?’ all’inizio del Vangelo di Giovanni diventa ‘Chi cerchi?’ E poco dopo, le prime parole di Gesù ai suoi amici, ancora in preda alla paura, saranno: ‘Pace a voi!’
Anche se, come Maria Maddalena, non riconosciamo Cristo come Risorto, Egli è al nostro fianco. Quando abbiamo paura, si avvicina e ci offre la sua pace. Ed affida a tutti noi una missione: non semplicemente tenere questa pace per noi, ma continuare la sua opera di riconciliazione, diventare pellegrini di pace. Saremo tra coloro che faranno di tutto per vivere la pace di Cristo per gli altri? E’ così che la speranza rinascerà nel nostro continente europeo e nel mondo”.
Questa è la speranza certa sperimentata in Ucraina: “In Ucraina, a Leopoli, Ternopil e Zaporizia, ho incontrato tante persone coraggiose che hanno pianto, ma che, spesso grazie alla loro fede, sono rialzate come Maria Maddalena per portare agli altri la buona notizia che la vita è più forte della morte. Sono segni viventi che la luce che celebriamo in questi giorni di Natale brilla davvero nell’oscurità, e che l’oscurità non è riuscita a spegnerla”.
E’ stato un invito a pregare incessantemente per la pace: “Non voglio fare grandi dichiarazioni, ma semplicemente invitarvi a pregare per la pace nelle nostre società europee, affinché diventino accoglienti verso tutti, e per l’Ucraina, testimone della lotta per la libertà e che resiste nella speranza di una pace giusta; per la Palestina (non dimentichiamo la popolazione abbandonata di Gaza) e per Israele, il Sudan, il Myanmar e tutti i Paesi dove infuria la guerra. Preghiamo anche per coloro che cercano giustizia sotto regimi oppressivi”.
Nei Vangeli gli ‘annunci’ di Gesù della morte e risurrezione (‘Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere’) vogliono indicarci la ‘strada’ verso la Sua casa ed “apre un orizzonte più ampio. Sulla strada del ritorno verso la Galilea, Gesù incontra una Samaritana e comprendiamo che, con la sua risurrezione, ci offre una comunione nello Spirito in cui possiamo adorare Dio, così come siamo e dove ci troviamo.
Quando preghiamo con altri, diventiamo la casa di Dio (il santuario si costruisce ovunque ci riuniamo nel nome di Cristo) e lì possiamo sentirci a casa. Questa comunione è anche un cammino di guarigione e di pienezza di vita che ci conduce verso la casa del Padre”.
E’ stato un invito per i giovani a ‘ricostruire’ l’Europa attraverso gesti quotidiani: “La nostra casa europea, ricostruita dopo le ferite della Seconda guerra mondiale, può sembrare di nuovo in rovina, ma saremo pronti a impegnarci con le donne e gli uomini coraggiosi che danno tutto per farla rinascere? I valori a noi cari sono sempre presenti. Come possono aprire il nostro orizzonte per vedere più lontano e operare per una casa europea dove tutte e tutti possano sentirsi a casa?
E questo attraverso gesti molto semplici: incontrarsi, scambiarsi idee e ascoltarsi anche senza capire tutto dell’altro, là dove pregare insieme non è possibile. Scopriamo così ciò che è già dato, una realtà in cui la giustizia è ben presente, ma spesso nascosta ai nostri occhi…
Così, possiamo incoraggiarci a vicenda nel nostro cammino quotidiano di fede, e lasciare che Cristo ci ponga sempre di nuovo la domanda: ‘Che cosa cerchi?’ che ci prepara ad affrontare le sfide che incontriamo ovunque ci troviamo”.
Il fronteggiare alle sfide del mondo è suggerita nella lettera data dal priore ai giovani con l’invito a meditare nel silenzio, perché ‘il Verbo si è fatto carme’: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre. E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose”.
Come consuetudine a questo incontro sono pervenuti molti messaggi tra cui quello di papa Leone XIV: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.
Mentre il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha scritto che i giovani sono la speranza: “La vostra presenza, il vostro cammino e il vostro impegno testimoniano una speranza viva, capace di illuminare il nostro mondo, così spesso oscurato dall’incertezza, dalla paura e dalla divisione…
Attraverso il tema che vi viene proposto (‘Che cosa cercate?’) siete invitati a rispondere ad una domanda essenziale, quella che Cristo stesso rivolge a coloro che si avvicinano a Lui all’inizio del Vangelo: ‘Che cosa cercate?’. Questa domanda permea ogni esistenza umana. Vi chiama a discernere ciò che abita nel vostro cuore: i vostri desideri, le vostre paure, i vostri sogni, ma anche la vostra sete di verità, giustizia e amore. Non abbiate paura di questa domanda. Accoglietela nel silenzio e nella preghiera, perché è spesso lì che Dio si avvicina e sussurra una via”.
(Tratto da Aci Stampa)
Da Torino una lettera di tre sacerdoti per raccontare una periferia ‘visibile’
In una lettera-appello, i parroci don Andrea Bisacchi, don Marco Vitale e don Alessandro Rossi, della Fraternità del Sermig, si rivolgono ai giornali per offrire una prospettiva diversa sui quartieri torinesi di Barriera di Milano e Porta Palazzo.
“Gentile Direttore, siamo don Andrea Bisacchi, don Marco Vitale e don Alessandro Rossi della Fraternità del Sermig, parroci nelle parrocchie Maria Regina della Pace e San Gioacchino, quartieri Barriera di Milano e Porta Palazzo. Le scriviamo perché la violenza dei fatti di cronaca che interessano i nostri quartieri spaventa la gente: la situazione sta peggiorando (molto, troppo velocemente) eppure noi siamo convinti che, anche attraverso il suo giornale, Torino possa trovare il modo di ragionare su questi quartieri non solo in termini di paura, ma di percorsi possibili e molto concreti per una convivenza pacifica. Esistono spiragli di speranza che noi parroci, senza negare le grandi difficoltà, stiamo toccando con mano.
Negli ultimi mesi la morte violenta ha segnato due volte le strade di Barriera e Aurora. Il 2 maggio ha perso la vita Mahmood, 19 anni, a un centinaio di metri dalla parrocchia Maria Regina della Pace. Il 30 luglio a fianco alla parrocchia San Gioacchino è morto Courage di 30 anni, padre di una bambina di 3 anni. Ci siamo accorti subito che queste vicende riguardano vite ‘invisibili’.
Nelle ore successive abbiamo provato ad ascoltare la gente. Qualcuno chiudeva il discorso pensando che se la sono cercata. Qualcun altro pensa che, finché succede ‘tra di loro’, non ci riguarda. Altri ne approfittano per dare sfogo alla propria paura e per accusare le istituzioni di non fare abbastanza. E intanto le vite perdute restano invisibili.
Abbiamo provato a camminare nelle strade: la prima impressione è stata di vuoto. Nei luoghi della morte ci ha colpito il silenzio, negozi e bar chiusi, passanti che abbassavano la voce e passavano oltre con rispetto. Poco più in là continuava a vivere la città di sempre, con le sue contraddizioni.
Nei giorni successivi abbiamo organizzato due veglie di preghiera per ricordare chi ha perso la vita e per cercare di dare una risposta diversa alla paura che tutti sentiamo crescere in noi e attorno a noi. Contro ogni aspettativa sono stati incontri molto partecipati, centinaia di persone molto diverse tra loro: cristiani e musulmani, credenti e non credenti, parrocchiani, comitati di quartiere, associazioni, italiani e stranieri, amici e parenti dei giovani che hanno perso la vita ma anche tanta, tanta gente che non li conosceva. Ci è sembrato un segnale importante: sconosciuti che si incontravano per un dolore che chiede di non rimanere invisibile, chiede un gesto di bene, chiede di vincere l’indifferenza.
Nella preghiera ci siamo fatti guidare dalle Beatitudini e dal Vangelo che esorta a ricambiare il male con il bene. Era presente tutta la comunità cristiana di Barriera e Aurora: i Salesiani, il Cottolengo e le suore di San Gaetano; gli altri sacerdoti dell’Unità pastorale; le persone che ogni giorno fanno della strada la loro chiesa, come fra Luca Minuto, suor Paola Pignatelli e suor Julieta Esperanca; tanti parrocchiani, i ragazzi dell’Oratorio, Ernesto Olivero e la Fraternità del Sermig con tanti giovani.
Ecco, in quei momenti abbiamo visto le vite invisibili diventare ‘visibili’ in piccoli gesti di bene. Abbiamo respirato l’aria di una Chiesa dai confini sfumati, che può aiutare a costruire ponti e ad accogliere tutti, ognuno nella sua diversità. La preghiera è diventata occasione per respirare questa accoglienza e per piangere insieme, condividere la paura e non sentirsi soli. Guardavamo la folla, uomini e donne che camminavano su una strada di luce, fatta di solidarietà e condivisione.
Gentile Direttore, i problemi sono sotto gli occhi di tutti, ma Barriera e Aurora non sono solo problemi. La ringraziamo se potrà dare spazio anche ad una narrazione diversa di questi luoghi, perché vicino al buio noi abbiamo visto tanta luce, ed è proprio questa luce che ogni giorno ci spinge a vivere e ad amare questo territorio”.
(Foto: La Voce e il Tempo)
Papa Leone XIV invita a non avere paura
“Considero un dono di Dio il fatto che la prima domenica del mio servizio come Vescovo di Roma sia quella del Buon Pastore, la quarta del tempo di Pasqua. In questa domenica sempre si proclama nella Messa il Vangelo di Giovanni al capitolo decimo, in cui Gesù si rivela come il Pastore vero, che conosce e ama le sue pecore e per loro dà la vita”: nel suo primo ‘Regina Caeli’ papa Leone XIV ha ripreso le lettura evangelica del Buon Pastore.
Inoltre ha ricordato la Giornata di preghiera per le vocazioni ed il giubileo dello spettacolo popolare: “In questa domenica, da sessantadue anni, si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. E inoltre oggi Roma ospita il Giubileo delle Bande musicali e degli Spettacoli popolari. Saluto con affetto tutti questi pellegrini e li ringrazio perché con la loro musica e le loro rappresentazioni allietano la festa, la festa di Cristo Buon Pastore: sì, è Lui che guida la Chiesa con il suo Santo Spirito”.
Per questo ha sottolineato l’importanza di pregare per le vocazioni, richiamando l’invito di papa Francesco: “Oggi, dunque, fratelli e sorelle, ho la gioia di pregare con voi e con tutto il Popolo di Dio per le vocazioni, specialmente per quelle al sacerdozio e alla vita religiosa. La Chiesa ne ha tanto bisogno! Ed è importante che i giovani e le giovani trovino, nelle nostre comunità, accoglienza, ascolto, incoraggiamento nel loro cammino vocazionale, e che possano contare su modelli credibili di dedizione generosa a Dio e ai fratelli”.
Negli appelli ha invocato la pace ricordando la fine della Seconda Guerra Mondiale: “l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale, terminava 80 anni fa, l’8 maggio, dopo aver causato 60 milioni di vittime. Nell’odierno scenario drammatico di una terza guerra mondiale a pezzi, come più volte ha affermato papa Francesco, mi rivolgo anch’io ai grandi del mondo, ripetendo l’appello sempre attuale: ‘Mai più la guerra!’
Porto nel mio cuore le sofferenze dell’amato popolo ucraino. Si faccia il possibile per giungere al più presto a una pace autentica, giusta e duratura. Siano liberati tutti i prigionieri e i bambini possano tornare alle proprie famiglie. Mi addolora profondamente quanto accade nella Striscia di Gaza. Cessi immediatamente il fuoco!
Si presti soccorso umanitario alla stremata popolazione civile e siano liberati tutti gli ostaggi. Ho accolto invece con soddisfazione l’annuncio del cessate il fuoco tra India e Pakistan, e auspico che attraverso i prossimi negoziati si possa presto giungere a un accordo durevole”.
In mattinata papa Leone XIV ha concelebrato con il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, p. Alejandro Moral Anton nelle Grotte Vaticane, inizialmente in inglese: “Mentre celebriamo l’inizio di questa nuova missione del ministero a cui la Chiesa mi ha chiamato, non c’è esempio migliore di Gesù Cristo stesso, al quale diamo la nostra vita e da cui dipendiamo. Gesù Cristo, che seguiamo, è il Buon Pastore, ed è lui che ci dà la vita: la via, la verità e la vita”.
Poi in italiano ha sottolineato la missione della Chiesa: “Adesso aggiungo solo una parola anche in italiano, perché questa missione che portiamo avanti non è più a una sola diocesi ma a tutta la Chiesa: è importante questo spirito universale. E lo troviamo anche nella prima Lettura che abbiamo ascoltato. Paolo e Barnaba vanno ad Antiochia, vanno prima dai giudei, ma loro non vogliono ascoltare la voce del Signore, e cominciano allora ad annunciare il Vangelo a tutto il mondo, ai pagani.
Vanno, come sappiamo, in questa grande missione. San Paolo viene a Roma, dove alla fine lui anche l’ha [compiuta]. Un altro esempio della testimonianza da buon pastore. Ma c’è anche in quell’esempio un invito molto speciale a tutti noi. Lo dicevo anche in una maniera molto personale, ciò che è annunciare il Vangelo a tutto il mondo”.
Ed ha ripetuto a non avere paura: “Coraggio! Senza paura! Tante volte Gesù dice nel Vangelo: ‘Non abbiate paura’. Bisogna essere coraggiosi nella testimonianza che diamo, con la parola e soprattutto con la vita: dando la vita, servendo, qualche volta con grandi sacrifici per vivere proprio questa missione….
E penso che sia importante che tutti noi che impariamo sempre di più ad ascoltare, per entrare in dialogo. Anzitutto con il Signore: sempre ascoltare la Parola di Dio. Poi anche ascoltare gli altri, sapere costruire i ponti, sapere ascoltare per non giudicare, non chiudere le porte pensando che noi abbiamo tutta la verità e nessun altro può dirci niente. E’ molto importante ascoltare la voce del Signore, ascoltarci, in questo dialogo, e vedere verso dove il Signore ci sta chiamando”.
(Foto: Santa Sede)
Seconda domenica di Pasqua: Tommaso ‘mio Signore e mio Dio’
Gesù visita la sua Chiesa (i suoi discepoli) il giorno stesso della sua risurrezione: l’indomani del sabato. In verità né i Romani né i Greci conoscevano la settimana: per i Romani il mese si divideva in calende, idi e none; per i Greci il mese era costituito da tre decadi. La settimana è di origine ebraica: in essa il settimo giorno era il sabato. Nel mondo cristiano è festa l’indomani del sabato detto ‘dies Domini’: il giorno in cui i discepoli esultarono per il Cristo risorto, come Egli stesso aveva detto.
La giornata era iniziata all’insegna della paura; paura per i discepoli ancora traumatizzati per la passione e morte di Gesù in croce; paura per i Giudei che temevano Gesù vivo perché tutti andavano da Lui; di Gesù morto perchè aveva assicurato: dopo tre giorni risusciterò. La risurrezione di Gesù è stata la novità sconvolgente: mentre tutti temono, Gesù risorge e la sua risurrezione appare l’evento reale, storico, attestato subito da molti ed autorevoli testimoni.
Gesù risorto lo stesso giorno va a trovare i suoi discepoli nel cenacolo e conferisce loro tre doni. la pace, la gioia, e la missione da compiere: ‘Pace a voi; come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi’: Io sono, dice Gesù, l’alfa e l’omega; il primo e l’ultimo, il Vivente; ero morto ora vivo per sempre. Gesù si presenta vivo ai suoi discepoli, chiusi nel cenacolo per la paura, e presenta loro le sue piaghe.; dona ai suoi discepoli la pace come frutto della sua vittoria sulla morte e sul peccato.
Chi crede avrà la vita eterna e può invocare Dio: ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La risurrezione di Gesù, dirà sant’Agostino, è la nostra speranza perchè ci introduce in un nuovo futuro. La sua risurrezione non è un semplice ritorno alla vita precedente; è il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova che interesserà ciascuno di noi, l’umanità; perché come Cristo è risorto anche noi risorgeremo. Questo evento introduce l’uomo alla vita eterna. La risurrezione di Gesù è l’evento che intere generazioni hanno accolto con fede sincera e testimoniato con il sangue.
Quel giorno Tommaso non era presente quando Gesù venne ed entrò a porte chiuse; informato dell’avvenimento, incredulo, disse: ‘Se non vedo lo con i miei occhi e non metto il dito nelle sue piaghe, non credo’. Tommaso esige una esperienza personale, chiede l’incontro con il Risorto: non una fede per sentito dire ma una fede illuminata; non chiede di vedere il viso di Gesù ma toccare le sue piaghe. La liturgia bizantina la definisce: ‘felice incredulità’; infatti servì a Gesù per dare a tutti ancora una prova della sua risurrezione già precedentemente annunziata.
Otto giorni dopo Gesù viene incontro all’incredulità di Tommaso invitandolo a toccare le sue piaghe. E’ certo un insegnamento per tutti; è come se Gesù dicesse oggi: non sei in pace? tocca le mie piaghe, da esse scaturisce la misericordia divina. Le paghe di Gesù sono un vero tesoro: sei triste?, sei angosciato?, hai problemi di qualsiasi natura?; dalle piaghe di Gesù scaturisce la pace; attraverso le sue piaghe riacquisti la vera gioia; quella che solo Gesù può donarci. Con la pace e la gioia nel cuore sei chiamato a vivere la tua missione di cristiano e di figlio di Dio.
Gesù infatti oggi affida a me, a te, a ciascuno di noi il compito di attuare e perpetuare la sua missione: ‘Come il Padre ha mandato me, Io mando voi!’ Essere cristiano oggi significa essere testimoni credibili della sua passione, morte e risurrezione: ‘Mio Signore e mio Dio’, disse Tommaso toccando le piaghe di Gesù. Amico che ascolti, gioisci , oggi è Pasqua perchè Gesù è risorto e anche noi risorgeremo. Affidiamoci con fede vera all’intercessione di Maria, regina del cielo e della terra, e nostra dolcissima mamma.
Papa Francesco: annunciare a tutti la Pasqua
“E’ notte quando il cero pasquale avanza lentamente fino all’altare. E’ notte quando il canto dell’Inno apre i nostri cuori all’esultanza, perché la terrà è inondata di così grande splendore: la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo”: con il Preconio pasquale è inizia nella basilica di san Pietro la veglia pasquale celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio.
Nell’omelia letta papa Francesco ha sottolineato che al buio della notte succede l’alba del giorno: “Sul finire della notte avvengono i fatti narrati nel Vangelo appena proclamato: la luce divina della Risurrezione si accende e la Pasqua del Signore accade quando il sole sta ancora per spuntare; ai primi chiarori dell’alba si vede che la grande pietra, posta sul sepolcro di Gesù, è stata ribaltata e alcune donne arrivano in quel luogo portando il velo del lutto. Il buio avvolge lo sconcerto e la paura dei discepoli. Tutto succede nella notte”.
La luce rischiara la notte: “Così, la Veglia pasquale ci ricorda che la luce della Risurrezione rischiara il cammino passo dopo passo, irrompe nelle tenebre della storia senza clamore, rifulge nel nostro cuore in modo discreto. E ad essa corrisponde una fede umile, priva di ogni trionfalismo. La Pasqua del Signore non è un evento spettacolare con cui Dio afferma sé stesso e obbliga a credere in Lui; non è una mèta che Gesù raggiunge per una via facile, aggirando il Calvario; e nemmeno noi possiamo viverla in modo disinvolto e senza esitazione interiore. Al contrario, la Risurrezione è simile a piccoli germogli di luce che si fanno strada a poco a poco, senza fare rumore, talvolta ancora minacciati dalla notte e dall’incredulità”.
Questo è lo ‘stile’ di Dio che non elimina la notte ma la rischiara: “Questo ‘stile’ di Dio ci libera da una religiosità astratta, illusa dal pensare che la risurrezione del Signore risolva tutto in maniera magica. Tutt’altro: non possiamo celebrare la Pasqua senza continuare a fare i conti con le notti che portiamo nel cuore e con le ombre di morte che spesso si addensano sul mondo”.
La luce consente alla speranza di germogliare: “Cristo ha vinto il peccato e ha distrutto la morte ma, nella nostra storia terrena, la potenza della sua Risurrezione si sta ancora compiendo. E questo compimento, come un piccolo germoglio di luce, è affidato a noi, perché lo custodiamo e lo facciamo crescere. Fratelli e sorelle, questa è la chiamata che, soprattutto nell’anno giubilare, dobbiamo sentire forte dentro di noi: facciamo germogliare la speranza della Pasqua nella nostra vita e nel mondo!”
E’ un invito a non perdere la speranza: “Quando sentiamo ancora il peso della morte dentro il nostro cuore, quando vediamo le ombre del male continuare la loro marcia rumorosa sul mondo, quando sentiamo bruciare nella nostra carne e nella nostra società le ferite dell’egoismo o della violenza, non perdiamoci d’animo, ritorniamo all’annuncio di questa notte: la luce lentamente risplende anche se siamo nelle tenebre; la speranza di una vita nuova e di un mondo finalmente liberato ci attende; un nuovo inizio può sorprenderci benché a volte ci sembri impossibile, perché Cristo ha vinto la morte”.
La resurrezione è un annuncio del Regno di Dio: “Questo annuncio, che allarga il cuore, ci riempie di speranza. In Gesù Risorto abbiamo infatti la certezza che la nostra storia personale e il cammino dell’umanità, pur immersi ancora in una notte dove le luci appaiono fioche, sono nelle mani di Dio; e Lui, nel suo grande amore, non ci lascerà vacillare e non permetterà che il male abbia l’ultima parola. Allo stesso tempo, questa speranza, già compiuta in Cristo, per noi rimane anche una mèta da raggiungere: a noi è stata affidata perché ne diventiamo testimoni credibili e perché il Regno di Dio si faccia strada nel cuore delle donne e degli uomini di oggi”.
Riprendendo sant’Agostino il papa ha invitato ad essere ‘costruttori di speranza’: “Riprodurre la Pasqua nella nostra vita e diventare messaggeri di speranza, costruttori di speranza mentre tanti venti di morte soffiano ancora su di noi. Possiamo farlo con le nostre parole, con i nostri piccoli gesti quotidiani, con le nostre scelte ispirate al Vangelo. Tutta la nostra vita può essere presenza di speranza”.
Soprattutto per chi ha smarrito la speranza: “Vogliamo esserlo per coloro ai quali manca la fede nel Signore, per chi ha smarrito la strada, per quelli che si sono arresi o hanno la schiena curva sotto i pesi della vita; per chi è solo o si è chiuso nel proprio dolore; per tutti i poveri e gli oppressi della Terra; per le donne umiliate e uccise; per i bambini mai nati e per quelli maltrattati; per le vittime della guerra. A ciascuno e a tutti portiamo la speranza della Pasqua!”
E’ un invito ad annunciare la Pasqua: “Il Cristo risorto è la svolta definitiva della storia umana. Lui è la speranza che non tramonta. Lui è l’amore che ci accompagna e ci sostiene. Lui è il futuro della storia, la destinazione ultima verso cui camminiamo, per essere accolti in quella nuova vita in cui il Signore stesso asciugherà ogni nostra lacrima ‘e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno’. E questa speranza della Pasqua, questa ‘svolta nelle tenebre’, dobbiamo annunciarla a tutti. Sorelle, fratelli, il tempo di Pasqua è stagione di speranza”.
(Foto: Santa Sede)
Con il prof. Adriano Dell’Asta per non dimenticare Aleksej Naval’nyj
“Contro che cosa si era battuto il Signore? Contro la menzogna, l’ipocrisia, la schiavitù, l’usurpazione del potere da parte di delinquenti e ladri. Contro tutto quello che maggiormente ci disgusta, che ha disgustato molti prima di noi e disgusterà molti dopo di noi. Non aveva chi potesse sostenerlo, cose come i nostri meeting erano proibite, gli ‘omon’ (unità speciali antiterrorismo della polizia russa dipendenti dal Ministero dell’Interno della Federazione Russa e, in passato dell’Unione Sovietica, ndr.) lo tormentavano con le lance, i mass media erano sotto il controllo dei farisei, al potere c’erano dei furfanti con proprietà immobiliari all’estero.
E dei dodici che componevano il comitato centrale del suo partito, uno era un provocatore, un traditore che si era venduto per soldi e si era messo al servizio della Sezione ‘E’ del tempo. I malvagi distrussero tutto quello che era stato fatto. I discepoli furono costretti a rinnegarlo. Lui stesso fu torturato e ucciso. E tutto crollò e calarono le tenebre. Cosa sono tutte le nostre ‘difficoltà’ ed i nostri ‘problemi’ in confronto a ciò che ha dovuto provare lui? Ma il Bene, la Giustizia, la Fede, la Speranza e la Carità ebbero comunque la meglio”.
Partiamo da questa frase che Aleksej Naval’nyj scrisse nel periodo pasquale 2014, ora raccolto nel volume ‘Io non ho paura, non abbiatene neanche voi’, curato da Marta Carletti Dell’Asta e da Adriano Dell’Asta, che insegna Lingua, cultura e letteratura russa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, già direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Mosca dal 2010 al 2014, e presidente dell’associazione ‘Russia cristiana’, a cui chiediamo di raccontarci la situazione dei diritti umani in Russia ad un anno dalla morte di Aleksej Naval’nyj, avvenuta il 16 febbraio 2024:
“Se è possibile, peggiora ogni giorno di più. A metà gennaio, gli stessi avvocati di Naval’nyj sono stati condannati a pene detentive tra i tre e i cinque anni, sotto l’accusa di far parte di un’organizzazione ‘estremista’, ma in realtà unicamente per aver svolto le loro mansioni professionali. Alla fine del luglio scorso, un prigioniero di coscienza come il pianista Pavel Kušnir è morto facendo uno sciopero della sete in prigione. Altri detenuti, come lo storico Jurij Dmitriev, sono gravemente malati e non ricevono assistenza adeguata. E potremmo continuare a lungo”.
‘Ecco la ricetta (breve) della felicità: scegliere qualcosa che si ama molto, privarsene per un po’ e poi riprenderla. Solo ricordatevi che questo non si applica alle persone: dimostrate sempre amore alle persone che vi sono care’: quale era la ricetta della felicità di Naval’nyj?
“Lo diceva lui stesso in uno dei suoi messaggi dalla prigione: ‘ho un immenso e raro privilegio nella Russia di oggi: dico ciò che ritengo giusto e faccio ciò che considero necessario’: la felicità per lui era essere uscito dal regno della menzogna di regime e dire la verità, quale che fosse il costo, perché l’uomo è felice se realizza se stesso nel suo servizio ai figli, alla famiglia, alla sua gente, per costruire, lo diceva ancora lui stesso, la bellissima Russia del futuro”.
Giorni fa è stato il primo anniversario della sua morte: è vero che in Occidente non lo si è ricordato abbastanza?
“Non direi che lo si sia ricordato poco: grandi quotidiani e televisioni gli hanno dedicato servizi anche importanti. E’ tuttavia vero che molto spesso si è rischiato di dimenticare il cuore della sua testimonianza: Naval’nyj è stato sicuramente un oppositore politico ma, soprattutto, come gli riconosceva un grande difensore dei diritti civili dell’epoca sovietica, è stato un ‘dissidente di classe’, intendendo con questa espressione un uomo che aveva lottato innanzi tutto non per degli ideali astratti o per qualche idea politica particolare, ma per la verità dell’umano nella sua interezza e aveva capito che per sostenere una simile battaglia, in una situazione come quella russa attuale (dove chi si oppone al regime rischia letteralmente la vita), bisognava avere una motivazione capace di andare ben oltre l’immediato e approdare all’eterno.
Nelle commemorazioni, pur importanti, si è avuto molto pudore a ricordare questa ispirazione esplicitamente religiosa del suo agire, un’ispirazione che però non è frutto delle nostre interpretazioni, ma è nelle sue stesse parole, ripetute più volte; lui stesso lo dice testualmente: ‘l’espressione ‘beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati’ sembra alquanto esotica, bizzarra, ma in realtà è l’idea politica più importante che abbiamo oggi in Russia”.
Intanto la repressione dei giornalisti continua: quanto è scomoda la libertà di stampa?
“La libertà di stampa non è solo scomoda per il potere, ma gli fa paura: il regime teme innanzitutto la verità perché si regge totalmente sulla menzogna e non può accettare alcuna dialettica e libertà di discussione sul presente e sul passato del Paese”.
Inoltre sono stati chiusi anche alcuni luoghi ‘simbolo’: quale segnale è la chiusura del Museo della storia del Gulag?
“La chiusura del Museo della storia del Gulag è solo uno degli innumerevoli segnali della paura della verità di cui stiamo parlando; prima era stata preceduta, nel dicembre del 2021, dalla chiusura di Memorial (l’associazione che dalla fine degli anni ‘80, con il riconoscimento ufficiale e la legalizzazione voluta da Gorbačëv, si era occupata di mantenere viva la memoria delle repressioni in epoca sovietica, raccogliendo materiali, testimonianze e un archivio enormi e stimati in tutto il mondo);
contemporaneamente era venuta l’adozione del testo unico per le lezioni di storia in tutti i livelli d’istruzione, che presenta una vera e propria riscrittura della storia sovietica (con al centro la rivalutazione della figura di Stalin). Negli ultimi mesi si era avuta la rimozione sempre più frequente delle targhe dell’ ‘Ultimo indirizzo’ (un’iniziativa sul tipo delle nostre ‘pietre d’inciampo’, con la differenza che nel caso russo venivano ricordati i deportati nei campi sovietici). E anche qui potremmo continuare a lungo”.
‘Io non ho paura, non abbiatene neanche voi’: cosa resta del suo pensiero?
“Resta letteralmente quello che viene detto in questa espressione che dà il titolo alla raccolta che ho curato per la casa editrice ‘Morcelliana – Scholè’: il regime si regge sulla paura, e per superare la tragedia di una vita governata dalla paura basta superare innanzitutto la paura, molto semplicemente non avere paura e non credere che questo possa essere un privilegio di pochi eroi; Naval’nyj era molto realista, sapeva perfettamente che tutti possiamo avere paura, ma sapeva anche che il regime poteva reggersi solo finché i suoi sudditi non scoprivano di non essere soli nell’amore per la verità. Ricordare Naval’nyj è un modo per dire a ciascuno di noi e al mondo che l’amore per la verità è possibile in ogni circostanza”.
Da Parma un invito ad un cammino di speranza con i giovani
“C’è speranza per i giovani, a Parma? Il marziano che arriva o la persona che ha passato il mare, a Parma, vede speranza o rassegnazione? Siamo Capitale europea dei giovani. L’Europa è giovane e dà speranza? Queste domande me le faccio da cittadino e da Vescovo, preoccupato e voglioso di guardare avanti con una coscienza che si interroga, osservando prima di tutto la nostra Chiesa le cui membra sono la gente di Parma che crede, partecipa, vive, come ognuno può, la fede cattolica. Ho goduto della Giornata mondiale della gioventù e di altre manifestazioni con i giovani e soffro se la Chiesa non ascolta e non propone e quando vedo non accolte o sciupate le potenzialità ed energie dei giovani. Intuisco la loro voglia di autenticità, di crescita e di testimoni”.
Con queste domande inizia la lettera inviata da mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma, alla città, che sarà capitale europea dei giovani nel 2024, in occasione della solennità del patrono sant’Ilario di Poitiers, coniugando la speranza, tema dell’Anno Santo, ed i giovani, simbolo di speranza nel presente e nel futuro, ma anche espressione spesso di sogni traditi: “Ognuno ha una responsabilità verso i giovani, gli adulti, la famiglia, la Chiesa e la società civile, le aggregazioni e la scuola. Pensare ai giovani, dobbiamo esserne coscienti, è inquadrare una galassia diversificata, per età, per provenienza, per possibilità, per inclusione. Un elenco lungo, troppo per essere raccolto qui. Parma è una città ricca. Dove si vive bene. Anche se questo non è per tutti”.
Consapevole di ciò ha indicato alcune speranze che i giovani, intervistati, nutrono: “Il desiderio che muove la speranza è, per molti, la felicità e per tanti la fede che prospettano uno sguardo verso il futuro. La speranza viene percepita come una molla… La speranza è colta come la possibilità e l’auspicio di un cambio di passo, nella consapevolezza che si può ‘avere una seconda possibilità’, e che ‘non è ancora detta l’ultima parola sulla realtà e che c’è ancora qualcosa di nuovo…’. Una speranza che viene alimentata, per alcuni dalla fede, per molti dalla testimonianza degli altri: ‘Giovani che fanno scelte in conformità al Vangelo’, ‘persone che, intorno a me, continuano a progettare e a vivere e non a sopravvivere’; per altri dalla gratitudine: ‘Spero di poter restituire al mondo parte di quello che ho ricevuto’, come gli stessi giovani intervistati hanno dichiarato. Messaggio che contiene domande, riflessioni e provocazioni, rivolte a tutta la comunità, sia cristiana che civile, perché solo camminando insieme si dà forma e volto alla speranza”.
Inoltre i giovani hanno sottolineato gli ostacoli alla speranza: “Ma i giovani hanno anche evidenziato ciò che spegne, ostacola, la speranza. Tra questi, la paura: ‘La paura di non riuscire ad arrivare al traguardo che mi sono posta, l’insicurezza nelle mie capacità’… Paura, incertezza, instabilità, vissute e colte anche nell’attuale contesto sociale e politico”.
Quindi parlare di speranza implica alcuni interrogativi sugli stili di vita di una comunità: “Parlare di speranza, come ci hanno detto e ci chiedono i giovani, porta ad interrogarci sullo stile di vita della nostra comunità, sulle attese che genera, sui modelli che propone, su quanto si ritiene essenziale, condiviso e non rinunciabile. Così pure se trae dal suo tesoro, dalla sua anima, un messaggio armonico che rende ragione delle dimensioni proprie della persona, non soltanto di carattere immediato e immanente, ma con piste di risposte a interrogativi profondi che non possono essere elusi e a domande di senso tanto radicali, quanto appaiono sovente lontani i punti luce che le possono rischiarare, come donne e uomini significativi, capaci di educare, ascoltare e attrarre”.
Ma la speranza è bloccata anche dalla precarietà: “La speranza fatica a crescere nella precarietà, nell’incertezza, nella povertà. Non possiamo negare che anche a Parma la forbice si sta allargando tra giovani che hanno tante possibilità di formazione e di un significativo o alto tenore di vita e chi ne ha molto meno, fino a non averne. Qui si mina la speranza. Può essere forte come la gramigna che fora l’asfalto, ma, più spesso, vi muore sotto. Pensiamo ai giovani migranti che cercano una sistemazione, un permesso di soggiorno, un lavoro, una possibilità di studio. In chiaro scuro la speranza e la sua negazione possono portare a delinquere e a oltrepassare le porte del Carcere. Via Burla non è una burla. E’ luogo di detenzione anche di giovani”.
Per questo il vescovo ha invitato i giovani ad essere testimoni di speranza: “I giovani sono testimoni di speranza. La nutrono e la diffondono. Sanno, come diceva don Pino Puglisi, ‘rispondere alle attese vere dell’umanità intera e del singolo… sperimentano che vivere è sperare’ fino al martirio, cioè fino a pagare di persona”.
Un giovane di speranza è stato Sammy Basso: “Una lezione non voluta, dalla cattedra della sua vita di giovane ventottenne, affetto da progeria. Tanti giovani hanno la domanda sulla vita e su cosa c’è oltre. Negarla è mettere la polvere sotto il tappeto. La speranza della vita piena che non finisce, non distoglie dall’oggi, anzi è la molla per il cambiamento. Nei testimoni di speranza possiamo mettere ‘i patrioti’ ricordati dal presidente Mattarella.
pI loro sono volti comuni, in professioni necessarie e spesso a rischio… Fa ben sperare vedere giovani che si offrono per i più poveri, anche loro coetanei, che servono in servizi essenziali, da volontari, come alla mensa della Caritas. Lo fanno in silenzio, non fanno polemiche sterili, non puntano il dito senza conoscere, si tirano su le maniche, si sporcano le mani”.
Perciò il messaggio del vescovo è un invito agli adulti di ascoltare i giovani: “Testimoni di speranza sono anche quei giovani (ce lo hanno detto nelle interviste) che sperano di fare famiglia, di generare figli. Preoccupa che questo desiderio resti, per loro, in bilico tra la speranza e la paura di non farcela. Due giovani che si sposano si aprono al futuro; il figlio è ‘la’ speranza della città e del mondo. Oltre che loro. Se intendiamo per ‘patriottismo’ l’agire con coraggio per il bene comune, sono veri patrioti”.
Ecco l’invito ad essere ‘pellegrini nella speranza’: “Il pellegrinaggio, tipico del Giubileo, è una pratica e un simbolo universale e può rappresentare la sinergia tra la speranza giovane e la nostra città. Richiede una partenza, un itinerario, una meta, e camminare con entusiasmo insieme. Si vince così più facilmente la fatica, e si supera, una volta partiti, la noia e l’apatia. Mette alla prova, purifica le speranze. C’è l’obbligo che nessuno resti indietro. Ci piace pensare che possa essere intrapreso da una comunità che, unendo tutti, trae dalla sua storia anche recente la motivazione per farlo (vi ricordate della pandemia e di quanto ci dicevamo?) avendo i giovani come apripista. Si cammina sulla terra, l’ambiente che ci è dato”.
Il messaggio si conclude con l’invito ad iniziare un pellegrinaggio di speranza: “Nel pellegrinaggio si può toccare l’essenziale che ci abita, attivare risorse sopite, aprirsi alla speranza. Dal di dentro si irradia la luce e la forza per il poliedro della speranza. Non ha luce propria, la riceve e l’espande al punto che diventa storia, cambiamento. L’augurio è che questa luce si riaccenda nel cuore di tutti i giovani e che si si espanda ovunque, partendo dalla nostra città, dal suo territorio, perché non ci può essere futuro se non lo speriamo insieme”.
(Foto: Diocesi di Parma)
Papa Francesco ai giovani: non avete paura
“Domani il Myanmar celebra la festa nazionale in ricordo della prima protesta studentesca che avviò il Paese verso l’indipendenza e nella prospettiva di una stagione pacifica e democratica che ancora oggi fatica a realizzarsi. Esprimo la mia vicinanza all’intera popolazione del Myanmar, in particolare per quanti soffrono per i combattimenti in corso, soprattutto i più vulnerabili: bambini, anziani, malati, rifugiati, tra i quali i Rohingya. A tutte le parti coinvolte rivolgo un accorato appello affinché tacciano le armi, si apra un dialogo sincero, inclusivo, in grado di assicurare una pace duratura”: così al termine della recita dell’Angelus papa Francesco ha invitato a pregare per la pace nel Myanmar, che domani commemora l’anniversario del primo sciopero degli universitari nel 1920.
Il mondo basato sulla violenza è debole senza salvezza: “Il ‘mondo’ di Ponzio Pilato è quello dove il forte vince sul debole, il ricco sul povero, il violento sul mite, cioè un mondo che purtroppo conosciamo bene. Gesù è Re, ma il suo regno non è di quel mondo, anche non è di questo mondo. Il mondo di Gesù, infatti, è quello nuovo, quello eterno, che Dio prepara per tutti donando la sua vita per la nostra salvezza. E’ il regno dei cieli, che Cristo porta sulla terra effondendo grazia e verità…
Fratelli e sorelle, Gesù parla a Pilato da molto vicino, ma questi gli resta lontano, perché abita in un mondo diverso. Pilato non si apre alla verità, anche se ce l’ha di fronte. Farà crocifiggere Gesù, e ordinerà di scrivere sulla croce: ‘Il re dei Giudei’, ma senza capire il senso di questa parola: ‘Re dei Giudei’, di quelle parole. Eppure il Cristo è venuto nel mondo, questo mondo: chi è dalla verità, ascolta la sua voce. E’ la voce del Re dell’universo, che ci salva”.
Inoltre ha invitato i giovani a partecipare alla GMG di Seul: “Oggi si celebra, nelle Chiese particolari, la 39ª Giornata Mondiale della Gioventù, sul tema: Quanti sperano nel Signore camminano senza stancarsi (Is 40,31). Anche i giovani si stancano delle volte, se non sperano nel Signore! Saluto le delegazioni del Portogallo e della Corea del Sud, che hanno fatto il passaggio del ‘testimone’ nel cammino verso la GMG di Seoul nel 2027”.
Infine ha ribadito le date dei due santi ‘giovani’: “Come ho già annunciato, il 27 aprile prossimo, nel contesto del Giubileo degli Adolescenti, proclamerò Santo il Beato Carlo Acutis. Inoltre, informato dal Dicastero delle Cause dei Santi che sta per concludersi positivamente l’iter di studio della Causa del Beato Pier Giorgio Frassati, ho in animo di canonizzarlo il 3 agosto prossimo durante il Giubileo dei Giovani, dopo aver ottenuto il parere dei cardinali”.
E nella celebrazione eucaristica di Cristo Re dell’Universo papa Francesco ha sottolineato in cosa consiste il Regno di Dio: “E’ una contemplazione che eleva ed entusiasma. Se però poi ci guardiamo attorno, quello che vediamo appare diverso, e in noi possono sorgere interrogativi inquietanti. Cosa dire delle guerre, delle violenze, dei disastri ecologici? E che pensare dei problemi che anche voi, cari giovani, dovete affrontare, guardando al domani: la precarietà del lavoro, l’incertezza economica e non solo, le divisioni e le disparità che polarizzano la società? Perché succede tutto questo? E cosa possiamo fare per non esserne schiacciati? E’ vero, si tratta di domande difficili, ma sono domande importanti”.
Nell’omelia il papa ha evidenziato le accuse a Gesù: “Il Vangelo odierno ci presenta Gesù nei panni dell’imputato… Però sa che la gente lo segue, ritenendolo una guida, un maestro, il Messia, e il Procuratore non può permettere che qualcuno crei scompiglio e turbamento nella ‘pace militarizzata’ del suo distretto. Perciò accontenta i nemici potenti di questo profeta indifeso: lo processa e minaccia di condannarlo a morte. E Lui, che ha sempre e solo predicato la giustizia, la misericordia e il perdono, non ha paura, non si lascia intimidire, e nemmeno si ribella: Gesù rimane fedele alla verità che ha annunciato, fedele fino al sacrificio della vita”.
Quindi ha chiesto ai giovani di non aver paura: “Cari giovani, forse a volte può capitare anche a voi di essere messi “sotto accusa” per il fatto di seguire Gesù. A scuola, tra amici, negli ambienti che frequentate, ci può essere chi vuole farvi sentire sbagliati perché siete fedeli al Vangelo e ai suoi valori, perché non vi omologate, non vi piegate a fare come tutti gli altri. Voi, però, non abbiate paura delle ‘condanne’, non preoccupatevi: prima o poi le critiche e le accuse false cadono e i valori superficiali che le sostengono si rivelano per quello che sono, illusioni. Care giovani e cari giovani, state attenti a non lasciarvi ubriacare dalle illusioni. Per favore, siate concreti. La realtà è concreta. State attenti alle illusioni”.
L’altro monito riguarda il ‘consenso’: “E anche a voi, giovani cari, farà bene seguire il suo esempio, non lasciandovi contagiare dalla smania (oggi tanto diffusa), la smania di essere visti, approvati e lodati. Chi si lascia prendere da queste fissazioni, finisce col vivere nell’affanno. Si riduce a ‘sgomitare’, competere, fingere, scendere a compromessi, svendere i propri ideali pur di avere un po’ di approvazione e di visibilità. Per favore, state attenti a questo. La vostra dignità non è in vendita. Non si vende! State attenti”.
E’ stato un invito ad essere ‘trasparenti’: “Non siate ‘stelle per un giorno’ sui social o in qualsiasi altro contesto. Il cielo in cui siete chiamati a brillare è più grande: è il cielo dell’amore, è il cielo di Dio, l’amore infinito del Padre che si riflette in tante piccole luci: nell’affetto fedele degli sposi, nella gioia innocente dei bambini, nell’entusiasmo dei giovani, nella cura degli anziani, nella generosità dei consacrati, nella carità verso i poveri, nell’onestà del lavoro. Pensate a queste cose, che vi faranno forti, tutti voi giovani”.
Sono ‘piccole luci’ che aiutano a salvare il mondo: “Queste piccole luci: l’affetto fedele degli sposi (cosa bella), la gioia innocente dei bambini (è una bella gioia questa!); l’entusiasmo dei giovani (siate entusiasti, tutti voi!); la cura degli anziani. Una domanda: voi avete cura degli anziani? Andate a trovare i nonni? Siate generosi nella vostra vita e caritatevoli verso i poveri, nell’onestà del lavoro. Questo è il firmamento vero, in cui splendere come astri nel mondo: e per favore non ascoltate chi, mentendo, vi dice il contrario! Non sono i consensi a salvare il mondo, né a rendere felici. Quello che salva il mondo è la gratuità dell’amore. E l’amore non si compra, non si vende: è gratuito, è donazione di sé stessi”.
E’ stato un invito a vivere e non a vivacchiare: “Sorelle e fratelli, non è vero, come alcuni pensano, che gli eventi del mondo sono ‘sfuggiti’ dalle mani di Dio. Non è vero che la storia la fanno i violenti, i prepotenti, gli orgogliosi. Molti mali che ci affliggono sono opera dell’uomo, inganno dal Maligno, ma tutto è sottoposto, alla fine, al giudizio di Dio . Quelli che distruggono la gente, che fanno le guerre, che faccia avranno quando si presenteranno davanti al Signore?.. Anche a noi il Signore domanderà queste cose. Il Signore ci lascia liberi, ma non ci lascia soli: pur correggendoci quando cadiamo, non smette mai di amarci e, se lo vogliamo, di risollevarci, perché possiamo riprendere il cammino”.
E’ stato un invito, soprattutto ai giovani coreani a guardare alla Madre di Dio: “Voi, giovani coreani, riceverete la Croce del Signore, Croce di vita, segno di vittoria, ma non da sola: la riceverete con la Mamma. E’ Maria ad accompagnarci sempre verso Gesù; è Maria che nei momenti difficili è accanto alla Croce nostra per aiutarci, perché Lei è Madre, Lei è Mamma. È la nostra Mamma. Pensate a Maria.
Teniamo gli occhi fissi su Gesù, sulla sua Croce, e su Maria, nostra Madre: così, anche nelle difficoltà, troveremo la forza di andare avanti, senza temere le accuse, senza bisogno dei consensi, con la propria dignità, con la propria sicurezza di essere salvati e di essere accompagnati dalla Mamma, Maria, senza fare dei compromessi, senza maquillage spirituale. La vostra dignità non ha bisogno di essere truccata. Andiamo avanti, contenti di essere per tutti, di essere nell’amore, e essere testimoni della verità. E per favore, non perdere la gioia”.
Infine la consegna della Croce: “Tra poco i giovani portoghesi consegneranno i simboli della GMG (la Croce e l’icona di Maria Salus Populi Romani) ai giovani coreani. Questi simboli vennero affidati ai giovani da san Giovanni Paolo II perché li portassero in tutto il mondo.
E voi, cari giovani coreani, adesso tocca a voi! Portando la Croce in Asia voi annuncerete a tutti l’amore di Cristo. Abbiate coraggio! Abbiate il coraggio di testimoniare la speranza di cui abbiamo più che mai bisogno oggi. Là, dove passeranno questi simboli, possano crescere la certezza dell’amore invincibile di Dio e la fratellanza tra i popoli. E per tutti i giovani vittime dei conflitti e delle guerre, la Croce del Signore e l’icona di Maria Santissima, siano sostegno e consolazione”.
(Foto: Santa Sede)
Un invito a donare il sangue
Ho sempre avuto paura degli aghi e del sangue, (avevo anche svenimenti e crisi di panico) ma grazie a mia moglie e alla fede mi sono cimentato e sono diventato donatore di sangue. Ma avevo sempre detto non donerò mai le piastrine, perché con questo tipo di donazione occorre stare con l’ago nel braccio almeno un ora e solo il pensiero mi terrorizzava.
Ci sono riuscito grazie all’unione con Cristo, ho pensato alla Sua crocifissione; a Gesù nella sua carne hanno piantato i chiodi e io per degli aghetti nel braccio avevo paura! Ho preso il mio santo Rosario e fondendomi in Gesù e Maria ho pregato tutto il tempo della donazione, chiedendo l’Avvento del Regno di Dio e sono riuscito nel donare le piastrine.
Se ci affidiamo totalmente farà tutto Gesù in noi, ci farà superare le nostre paure e potremo aiutare chi ha bisogno di sangue, plasma e piastrine. Voglio ricordare che specie per il plasma non basta a coprire il fabbisogno in Italia di medicinali plasmaderivati e si è costretti a prenderli sul mercato internazionale. Per il sangue ci sono varie città in Sicilia e in Italia che non coprono tutta la richiesta di tutti gli ammalati.
(Tratto da https://www.adveniatregnumtuum.it/)
Luca Doria: essere prossimi ai giovani per educare alla realtà
‘E’ una vicenda dolorosa e una brutta pagina per le istituzioni, ma vanno assicurati il controllo della legalità e il rispetto della legge’: queste sono state le parole pronunciate dal procuratore di Milano, Marcello Viola, nella conferenza stampa convocata per illustrare l’operazione che un mese fa aveva portato all’arresto di 13 agenti di polizia penitenziaria, e alla sospensione di altri 8 agenti, per le torture e le violenze inflitte ai detenuti del carcere minorile ‘Beccaria’ di Milano.
Inoltre il procuratore aggiunto di Milano, Letizia Mannella, aveva aggiunto: “Ciò che ci ha colpito sin dal primo momento è il metodo di queste persone deviate dal sistema, che picchiavano i ragazzi con un metodo tale da non lasciare il segno ed i ragazzi si davano pizzicotti per lasciare sulle botte ricevute i lividi”.
Ed a due mesi dalla ‘scoperta’delle violenze nel carcere minorile ‘Beccaria’ la discussione sul metodo educativo non si è fermata; così abbiamo intervistato Luca Doria, presidente del Consiglio di Amministrazione della Cooperativa sociale ‘Sangiorgio sociale’, fondata nello scorso anno nel comune di Porto Sant’Elpidio ed ispirata “da un bisogno di risposta a tutti quei giovani che cercano la loro strada nel cammino della vita, e a quelli che nel loro cammino sono inciampati. E’ stata fondata per un bisogno di educazione, presenza e azione di fronte al disagio minorile, alla dispersione scolastica, alla povertà educativa, alla necessità di concentrazione sul presente che permetta una rilettura del passato e possa proiettare adeguatamente nel futuro. Puntiamo ad essere una palestra per allenare alla vita”.
Dopo le vicende al carcere per minori ‘Beccaria’ cosa resta a chi è in contatto con i giovani?
“Resta dolore ed amarezza innanzitutto. Non ci si deve fermare però di fronte a questo. Bisogna condannare chi non riesce a fermare la propria aggressività di fronte a situazioni di tensione o alle provocazioni, soprattutto chi dovrebbe essere addestrato a questo. Bisogna anche condannare la carenza educativa che oggi abbiamo di fronte.
L’educazione dovrebbe partire dalla prima agenzia che è la famiglia. Le famiglie di oggi però (come quelle di ieri) sono sempre più fragili e spesso falliscono il loro ruolo per svariati motivi, come ad esempio: prendere poco sul serio il ruolo di genitori, poche risorse a disposizione per ‘formare’ genitori, la mancata autorevolezza (del padre ma anche della madre), la fragilità di chi diventa genitore, lo spostarsi in avanti dell’età in cui si diventa genitore (31,6 anni secondo il report Istat di ottobre dello scorso anno) che influisce sulle forze e quindi sulla possibilità di affrontare la crescita dei figli.
Ci sono anche le altre agenzie educative, la principale tra queste è la scuola. A scuola gli insegnanti sono quelli più a contatto con i giovani, tutti i giorni. Alla scuola non era solo deputata la funzione istruttiva ma anche e soprattutto quella educativa. La differenza non è affatto sottile, oggi però troviamo adulti insegnanti che sempre più spesso hanno timore di svolgere la funzione educativa”.
E’ difficile dialogare con i giovani?
“Credo che il tema non sia la difficoltà ma il coraggio. Servono coraggio ed energia per dialogare con i giovani, serve non avere timore, serve essere adulti credibili, seri, affidabili, adulti che non hanno paura di sottrarsi ai drammi della vita. Di fronte ai drammi l’uomo ha la tendenza a fuggire: i giovani chiedono la presenza e non le parole. Serve essere sintonizzati con i giovani, essere empatici. Se si vuole dialogare con i giovani bisogna prepararsi, ed essere consapevoli della propria preparazione”.
Esistono ragazzi ‘difficili’?
“Esistono ragazzi che chiedono una presenza. Spesso l’adulto non riesce a riconoscere il confine che il giovane chiede. E chi lo riconosce spesso tende a non mostrarlo per ‘evitare’ di discutere. In questo modo però l’adulto rimanda la discussione; ciò che non affrontiamo non si esaurisce infatti”.
E’ possibile educare senza la paura?
“La paura fa parte di noi. La paura ci salva da situazioni difficili, quando il nostro cervello fatica a decodificare le situazioni si mette in modalità ‘pericolo’ e prepara tutti i sensi, si ferma, cerca di capire per agire e per sopravvivere. Educare però risulta difficile con la paura. Si confonde la paura con l’autorevolezza che l’adulto deve avere, deve possedere, deve esercitare ed imparare: è l’autorevolezza che fa passare il concetto di autorità”.
Come si educano i giovani alla realtà?
“Ai giovani servono testimoni concreti che sappiano affrontare la vita, anche nelle sue pieghe più oscure. Solo testimoniando si riesce a far passare un messaggio. Se si testimonia che di fronte alle situazioni più difficili l’adulto le affronta, allora il giovane saprà che la vita si può mordere, il giovane saprà che non si deve avere paura ma solo la consapevolezza che non serve fuggire”.
Perché una comunità educativa per minori?
“La comunità educativa per minori è il luogo nel quale la socializzazione fra pari ha la sua massima espressione. Si impara ad essere prossimi, si impara il decoro per se stessi e per gli altri, ci si impara ad aiutarsi, ci si osserva tutti i giorni. E’ un’esperienza diversa dalla famiglia, per certi versi può anche essere persino più accogliente e più attenta.
La differenza la fanno come sempre le persone ed il luogo: adulti affidabili e senza paura, testimoni saldi e concreti, poche parole e molta azione, adulti che sanno di educare facendo; il luogo deve trasmettere calore e decoro, si impara la pulizia, l’ordine ed il gusto per le cose belle. La comunità spesso salva. Ecco perché la comunità”.
(Foto: SanGiorgio Sociale)




























