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Alla Via Crucis papa Leone XIV invita a camminare sulle orme di Gesù

“San Francesco ci invita a vivere la nostra vita come un cammino di progressivo coinvolgimento nella relazione di amore che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo… Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo”: è  la ‘Preghiera Omnipotens’ che papa Leone XIV ha elevato nella notte del Venerdì Santo, al termine della Via Crucis presieduta al Colosseo.

Quella composta da san Francesco d’Assisi per chiudere la ‘Lettera a tutto l’Ordine’, che esorta ad imitare Cristo, con la preghiera del papa perché gli uomini conformino la propria volontà a quella di Dio imitando Cristo, per giungere, attraverso la sua grazia, all’incontro con Lui che vive e regna ‘nella Trinità perfetta e nell’Unità’.

Il papa, davanti a 30.000 fedeli, affiancato da due giovani portatori di torce, ha portato la croce per 14 stazioni ‘per dire che Cristo ancora soffre’ e portare le ‘sofferenze’ dell’umanità nelle sue ‘preghiere’, secondo quanto recita l’Introduzione della Via Dolorosa: “Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita”.

Le meditazioni di fra Patton traggono spunto dagli scritti di san Francesco d’Assisi: “Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla. Anche ognuno di noi è chiamato a rispondere del potere che esercita nella vita di tutti i giorni”.

Nel pomeriggio fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, nell’omelia della celebrazione della Passione del Signore, presieduta da papa Leone XIV nella basilica di san Pietro, ha evidenziato come Gesù abbia incarnato la figura del ‘Servo del Signore’ cantata dal profeta Isaia, introducendo nella storia una logica nuova:

“Viviamo in un mondo in cui la voce di Dio non orienta più, come un tempo, il cammino condiviso dell’umanità. Non perché la voce di Dio sia venuta meno, ma perché spesso è diventata una voce tra le tante, coperta da altre parole che promettono sicurezza, progresso, benessere. Sono queste, oggi, le indicazioni che guidano molte scelte e tracciano la direzione del vivere comune. Eppure, il mondo continua a essere un luogo in cui si soffre e si muore, spesso senza colpa e senza ragione. Le guerre non si fermano, le ingiustizie si moltiplicano, i più fragili ne fanno le spese”.

All’inizio dell’omelia il predicatore della Casa Pontificia ha invitato a contemplare la croce portata da Gesù in un percorso di salvezza: “In questo giorno santo la Liturgia ci fa contemplare la Passione, l’abbiamo appena ascoltata. Davanti a questo mistero è naturale per noi raccoglierci in silenzio e preghiera. La croce di Cristo però rischia di rimanere incomprensibile se la guardiamo soltanto come un fatto isolato, come un evento improvviso. In realtà è il punto più alto di un cammino, il compimento di tutta una vita in cui Gesù ha imparato ad ascoltare e ad accogliere la voce del Padre, lasciandosi guidare giorno dopo giorno fino all’amore più grande”,

Però ha sottolineato che non è facile questo percorso: “Gesù è l’uomo dei dolori che ben conosce il patire. Nessuna violenza, nessun ricorso alla forza, nessuna tentazione di distruggere tutto e ricominciare da capo”. “Sappiamo come non sia facile abbracciare una simile missione, siamo tentati di usare l’aggressività e la violenza, pensando che senza questi mezzi le cose non possano risolversi mai. Ma solo la mitezza è l’unica forza per affrontare le tenebre del male”.

Ed anche se il ‘male’ continua ad esistere fra Pasolini ha invitato ad ascoltare la voce di coloro che non ‘gridano’, ma agiscono per un mondo più giusto: “La voce di Dio non orienta più, non perché sia venuta meno, ma perché è una voce tra le tante, le altre che promettono sicurezza e benessere. Ormai queste tracciano la direzione del luogo comune. Ma il mondo continua ad essere un posto dove si soffre e muore. I più fragili ne fanno le spese. Manca una parola, un canto che sappia orientare i nostri passi verso un mondo più giusto.

Ma se guardiamo con attenzione possiamo scorgere una schiera silenziosa di persone che scelgono una voce diversa: una voce che non grida, che non si impone con forza, un canto discreto e ostinato che invita ad amare e non restituire mai il male ricevuto. Non compiono gesti straordinari, ma ogni giorno provano a fare della loro vita qualcosa che non serve solo loro, ma anche agli altri. Non smettono di cercare il bene, non fanno rumore, ma tengono aperta la possibilità di un mondo diverso, grazie a loro il male non ha l’ultima parola”.

(Foto: Santa Sede)

Domenica delle Palme a Reggio Calabria

Già dal mattino presto piazza sant’Agostino (Reggio Calabria), di fronte all’omonima chiesa, si riempiva di popolo, di colombe, di palme e di rami di olivo. Più tardi, tutta la città di Reggio era qui. E’ domenica delle Palme: l’arcivescovo Fortunato, come sempre, presiede la solenne benedizione ‘dell’entrata in Gerusalemme’. La folla scorre, poi, in processione fino al duomo, mentre una parte direttamente nella chiesa di sant’Agostino. Inizia qui, allora, una lettura lenta del ‘Passio’, la passione di Cristo. L’ascolto è attento, intenso. Il clima grave, ma non triste. ‘Morte e vita si affrontano in un prodigioso duello’. A Son, seminarista vietnamita, volto dai tratti dolci e delicati dell’Oriente, tocca l’impegno di presentare un unico personaggio: il Cristo.

Dal fondo di una chiesa affollata, allora, immersa ormai nel racconto di Matteo, eccolo sbucare, apparendo quasi d’improvviso. Una lunga veste color porpora fino alle caviglie, un’enorme croce fresca ancora di corteccia, a passo ritmato, sempre uguale, avanzava lungo tutta la navata centrale, a piedi scalzi… Concentratissimo. Lentamente procedeva, con una cadenza a singhiozzo, quasi fosse un pianto. L’aveva provato e riprovato quel passo, – l’avevo ben osservato – chissà quante volte, il giorno prima…

Un passo come sospeso, aritmico, alla soglia della morte, impressionante. La gente, tutta intenta a seguire il tragico racconto, se lo vedeva, sorpresa, apparire di lato. Arrivato all’altare, posava distesa sui gradini, come un lenzuolo di morte, la sua grande croce. E al momento della crocifissione, assorto e fisso come una statua, davanti a tutta l’assemblea, lo vedevi aprire le braccia il più largo possibile. Salvator mundi.

E restare alcuni istante così, immobile: un’eternità. E alla morte, cadere per terra d’un tonfo, rimanendo là, scomposto, senza muovere neppure più un filo. Come inchiodato al suolo, inerte per tutta la celebrazione. Era come vedere a terra un qualsiasi morto ammazzato, in una stazione dei treni o sul marciapiede di una strada…

Ricordo che la gente si toccava il gomito come per dire: ‘… ma è ancora vivo?!’ E poi, durante il Padre nostro, eccolo risorgere, rialzarsi di fronte all’assemblea ed estrarre, a sorpresa, dal petto, la bandiera multicolore della pace, sollevandola il più alto possibile per tutta la preghiera. Al momento dello scambio di pace, legarsela attorno alle spalle, per passare a dare la mano ad ognuno, di banco in banco… La gente era commossa – lo si vedeva! – di abbracciare il Cristo, ricordando il suo passo di morte e la sua interminabile caduta per terra. Una scena stampata ormai nella mente, che come per il giovane vietnamita lo sarà stato anche per tutti i fedeli presenti. Una passione, che ai nostri giorni, ancora continua per popoli interi…

Alla fine della celebrazione, in un’enorme cesta, eccolo offrire ad ognuno dei messaggi, annodati con filo d’oro o d’argento. Una missione per ognuno da aprire a casa, con calma. ‘Tu sei per gli altri la pace di Dio. La pace è un vero tesoro: trovalo!.. Cerca il dialogo e vivrai la pace… Sì, in casa, primo luogo di pace e di dialogo, da vivere in nome di Lui. E della sua lunga, interminabile passione. E sarà Pasqua, finalmente.

Domenica delle Palme: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’

La Domenica delle Palme unisce insieme il trionfo regale di Cristo Gesù, che a Gerusalemme viene accolto dalla folla osannante con rami di ulivo e palme al grido profetico: ‘Benedetto colui che viene, il re d’Israele, nel nome del Signore’ ed il racconto drammatico della passione e morte di Gesù in croce, dopo avere subito un duplice processo: quello religioso, presieduto dal Sommo Sacerdote, e quello politico presieduto dal governatore romano Ponzio Pilato.

Gesù entra a Gerusalemme mentre la folla osannante stende i mantelli a terra, agita rami di ulivo in segno di gioia, di pace, d’amore; gli Apostoli pregustano la gioia pasquale mentre lieti si stringono al maestro dicendo: Gesù, vedi la folla come ti vuol bene. Gesù non si illude e risponde agli Apostoli: ancora pochi giorni e questa stessa folla griderà: crocifiggilo, non abbiamo altro re che Cesare.

Non passerà una generazione, dirà Gesù con le lacrime negli occhi, e di questa città non resterà una pietra sull’altra: tutto sarà distrutto. (La predizione si avvera nell’anno 70 d.C. quando i romani metteranno Gerusalemme a ferro e fuoco, il Tempio sarà distrutto e troveranno la morte, dice lo storico Giuseppe Flavio, più di 800.000 mila ebrei). 

La folla aveva assistito alla guarigione del cieco nato, alla risurrezione di Lazzaro morto e seppellito da quattro giorni, ed intravedeva in Gesù, a ragione, il Messia predetto dai Profeti. Gesù però non si illude, piange sulla città. Questo popolo oggi grida ‘Osanna’, ancora pochi giorni e griderà davanti a Ponzio Pilato. ‘Crocifiggilo, libera Barabba, che era un omicida; non abbiamo altro re che Cesare’.  La lettura biblica della passione e morte di Gesù evidenzia due processi: uno religioso dove Gesù è accusato di essersi proclamato ‘Figlio di Dio’; ma Gesù ribadisce: se non credete alle mie parole, credete alle opere; esse testimoniano di me.

Ma il Sommo Sacerdote si strappa le vesti dicendo: ‘ha bestemmiato’ ed a lui fanno eco i componenti del Sinedrio dicendo: ‘è reo di morte’. Una sentenza di morte però non poteva avere seguito senza la convalida del Governatore Romano, da qui il secondo processo davanti a Ponzio Pilato. L’accusa ora non può essere a carattere religioso ma politico; davanti a Pilato l’accusa contro Gesù è diversa: ‘dice di essere re! Noi non abbiamo altro re che Cesare; tu, governatore romano, devi punirlo con la condanna  morte perché Gesù è contro Cesare’.

Pilato si accorge che le accuse erano tutte fasulle ed interroga Gesù: ‘Sei tu re del Giudei?’; Gesù non negò, confermò dicendo: ‘Sono re, ma il mio regno non è di questo mondo!’. Pilato si accorge che tutto il processo era una farsa e, volendo liberare Gesù, fa una proposta: in occasione della pasqua ho sempre liberato un prigioniero; chi volete che io vi liberi: Gesù o Barabba, che era in carcere per omicidio. La folla, aizzata, grida: ‘Barabba, e crocifiggi Gesù’.

Nel racconto del Vangelo due particolari: un pentimento e un suicidio: il pentimento di Pietro, che aveva rinnegato Gesù davanti alla portinaia;  Gesù lo guarda, Pietro esce fuori  e piange amaramente il suo peccato. Il suicidio di Giuda: dopo avere tradito Gesù ed averlo venduto per trenta denari, si accorge del suo gravissimo peccato, uscì fuori ed andò ad impiccarsi; Gesù l’aveva chiamato: ‘Amico, con un bacio mi tradisci?’  Pilato, temendo di essere accusato a Cesare, si lava le mani e, da giudice inetto,  consegna Gesù ai suoi crocifissori.

I soldati intrecciarono subito una corona di spine per deridere il re dei Giudei. Pilato stesso scriverà la motivazione della condanna: ‘I. N. R. I. – Gesù nazareno re dei Giudei’. Roma così,  la tutrice del Diritto, la Città chiamata a dare la legge a tutti i popoli civili, si macchia di un delitto nefando ed atroce calpestando “il Diritto”, mentre il giudice se ne lava le mani. Oggi, carissimi amici, è una giornata assai triste ma Gesù l’ha permesso per essere la vittima pura, santa ed immacolata che ha aperto a noi le porte del Regno dei Cieli.

Se noi siamo cristiani, il nuovo popolo di Dio, è grazie al sacrificio di Gesù in croce che il mondo si è riconciliato con Dio, la terra con il cielo.  Purtroppo siamo tutti figli del peccato, ma le scelte sono due: o quella di Giuda, che andò ad impiccarsi, o quella di Pietro che pianse il suo peccato e Gesù risorto lo riabilitò dicendo: ‘Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle’.

Su Pietro pentito, su questa Pietra è nata la Chiesa di Cristo, che è ‘Una, Santa, Cattolica ed Apostolica’. Di questa Chiesa, grazie al Battesimo che abbiamo ricevuto, siamo tutti parte integrante. La Fede in Dio, la Speranza del Regno e la Carità: l’amore verso Dio e i fratelli, deve sempre unirci ed affratellarci. Allora e solo allora è veramente Pasqua di risurrezione.  

Pier Giorgio Frassati: un santo ingegnere

Pier Giorgio Frassati (Torino, 6 aprile 1901 – Torino, 4 luglio 1925) fu  uno studente italiano, terziario domenicano, membro di varie associazioni cattoliche e ne creò  una. È stato beatificato nel 1990 e canonizzato nel 2025. È patrono di: confraternite d’Italia e giovani di azione cattolica e della Gioventù Vincenziana Mondiale.

Pier Giorgio Frassati nacque il 6 aprile 1901,  primo figlio  di Alfredo, giurista e direttore del quotidiano La Stampa, e di Adelaide Ametis (pittrice). La famiglia Frassati era giolittiana e liberale, ma anche  neutralista così, allo scoppio della prima  guerra mondiale, il giovanissimo Pier Giorgio si impegnò per rendersi utile. Tra ciò che fece, risaltò l’invio regolare ai soldati e alle loro famiglie dei suoi piccoli risparmi. Pier Giorgio, come era usanza nelle famiglie signorili dell’epoca, ricevette l’istruzione elementare  in casa.

Poi frequentarono le scuole statali, ma non dimostrò molto interesse per lo studio, tanto da essere bocciato.  Dopo aver conseguito la licenza media, frequentò il Liceo classico Massimo d’Azeglio di  Torino, pur non essendo portato per il latino. Venne iscritto dai genitori all’Istituto Sociale di Torino, un ginnasio-liceo retto dai Gesuiti. Qui  si avvicinò  alla spiritualità cristiana. Pier Giorgio conseguì la maturità classica nell’ottobre del 1918. Il mese successivo si iscrisse alla facoltà di Ingegneria meccanica con specializzazione in mineraria, presso il Regio Politecnico di Torino, in quanto desiderava lavorare al fianco dei minatori (la classe operaia più disagiata a quel tempo) per aiutarli a migliorare le loro condizioni lavorative.

Durante gli anni dell’università, partecipò alle attività di varie associazioni  cattoliche, quali la Gioventù Italiana di Azione Cattolica,  la Fuci e il Circolo ‘Cesare Balbo’, connesso alla stessa  Fuci e  la  Società di San Vincenzo de’ Paoli del ‘Cesare Balbo’. Nel 1920 si iscrisse al Partito Popolare Italiano di don Sturzo. Pier Giorgio studiò con molto impegno durante gli anni in università, ma morì improvvisamente a due soli esami dalla laurea, tuttavia fu insignito della laurea ad honorem nel 2001.

Nella sua vita, praticò diversi sport, ma  le escursioni in montagna furono la sua più grande passione. Si iscrisse anche a varie associazioni alpinistiche, partecipando a circa una quarantina di gite ed escursioni. La sua più notevole scalata fu la difficile vetta della Grivola (tuttora riservata ad alpinisti esperti) dove ora c’è buna sua immaginetta per ricordarlo. In montagna conobbe Laura Hidalgo (1898-1976) di cui si innamorò. La sua famiglia, però, non avrebbe mai accettato una ragazza orfana e di modeste origini sociali. Pier Giorgio non le confessò mai il proprio sentimento ‘per non turbarla’, come scrisse ad un amico.

Rinunciò anche per non  incrinare ulteriormente il rapporto tra i propri genitori, che già in quel momento versava in gravi difficoltà. Il 18 maggio 1924, durante una gita al Pian della Mussa insieme ai suoi più cari amici, fondò la ‘Compagnia o Società dei Tipi Loschi’, un’associazione caratterizzata da un sano spirito d’amicizia fondata sul vincolo della preghiera e della fede. Pier Giorgio continuò ad aiutare i poveri, anche se i soldi che la famiglia dava ai figli erano pochi e, aiutando gli altri, spesso era lui a non poter prendere il tram per tornare a casa, tanti da dover tornare a  casa a piedi.

La mattina del 30 giugno 1925, Pier Giorgio accusò una strana emicrania e anche un’insolita inappetenza. Nessuno  vi diede molto peso, pensando ad una influenza. Inoltre, in quegli stessi giorni, l’anziana nonna materna era morente. Passò  a miglior vita  l’1 luglio. La notte prima della morte della nonna,  non potendo prendere sonno per l’assillante dolore, Pier Giorgio tentò di alzarsi per camminare un po’, ma cadde più volte in corridoio e si rialzò sempre da solo. Nessuno, a parte i domestici, se ne accorse. I genitori compresero la gravità delle condizioni del figlio proprio il giorno della morte della nonna, quando egli non riuscì ad alzarsi dal letto per partecipare al funerale.  Quando il medico accertò le condizioni disperate in cui versava il futuro santo era troppo tardi per qualsiasi rimedio. Si tentò  di fare il possibile: il padre fece arrivare direttamente da Parigi un siero sperimenta le, ma fu tutto inutile; Pier Giorgio morì il 4 luglio, a soli 24 anni.

Aveva avuto una fulminante meningite virale causata dalla poliomielite, probabilmente, contratta facendo visita ai bisognosi che vivevano nei quartieri più poveri della città. Ai suoi funerali partecipano  molti amici,  personalità di spicco e i poveri che il giovane aveva aiutato. Tanti furono i partecipanti alle esequie che qualcuno dei presenti paragonò quei funerali a quelli di san Giovanni Bosco (santo torinese popolarissimo). Proprio per questa partecipazione ai funerali, per la prima volta i  familiari capirono la verità su come Pier Giorgio avesse vissuto. Il padre, con amarezza, disse: ‘Io non conosco mio figlio!’, ma proprio da quel momento iniziò a convertirsi’ dall’ateo che era divenne un  cattolico.

La guarigione miracolosa di Domenico Sellan, un friulano che aveva contrattil morbo di Pott, portò alla beatificazione di Pier Giorgio. Il giovane, quasi in fin di vita, era guarito improvvisamente e senza una spiegazione medica, dopo che un suo amico sacerdote gli aveva donato un’immagine con una piccola reliquia di Pier Giorgio Frassati che il friulano pregò con fervore. Nel 2024 venne annunciata l’apertura della causa di canonizzazione di Pier Giorgio e, nonostante dei rallentamenti avvenuti dopo la beatificazione, che comprendevano anche dicerie false sul suo atteggiamento nei confronti delle ragazze, sarà proclamato santo a settembre.

Nel 1935, gli fu dedicata la  montagna patagonica Cerro Piergiorgio. A seguito della  sua beatificazione, il Club Alpino Italiano ha dedicato a Pier Giorgio una rete di sentieri, detti appunto Sentieri Frassati, estesa in tutte le regioni italiane. La città di Torino ha intitolato al giovane santo una via in Borgata Sassi. L’Operazione Mato Grosso ha dedicato a Pier Giorgio Frassati un rifugio situato in Valle d’Aosta. In molti altri  luoghi, personalità di spicco, dedicarono a Pier Giorgio qualcosa in ricordo della sua bontà.

Papa Leone XIV: la speranza cristiana non è evasione

“Venerdì scorso abbiamo accompagnato con la preghiera e con il digiuno i nostri fratelli e le nostre sorelle che soffrono a causa delle guerre. Torno oggi a rivolgere un forte appello sia alle parti implicate che alla comunità internazionale affinché si ponga termine al conflitto in Terra Santa, che tanto terrore, distruzione e morte ha causato.

Supplico che siano liberati tutti gli ostaggi, si raggiunga un ‘cessate-il-fuoco’ permanente, si faciliti l’ingresso sicuro degli aiuti umanitari e venga integralmente rispettato il diritto umanitario, in particolare l’obbligo di tutelare i civili e i divieti di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione”: al termine dell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha rivolto un appello per chiedere la fine della violenza nella Terra Santa ed a Gaza, associandosi alla dichiarazione congiunta dei Patriarchi greco-ortodosso e latino di Gerusalemme.

Mentre nell’udienza generale il papa ha ripreso il ciclo di catechesi sul tema ‘La consegna. ‘Chi cercate?’ (Gv 18,4)’: “… oggi ci soffermiamo su una scena che segna l’inizio della passione di Gesù: il momento del suo arresto nell’orto degli Ulivi. L’evangelista Giovanni, con la sua consueta profondità, non ci presenta un Gesù spaventato, che fugge o si nasconde. Al contrario, ci mostra un uomo libero, che si fa avanti e prende la parola, affrontando a viso aperto l’ora in cui si può manifestare la luce dell’amore più grande”.

Il papa ha sottolineato che Gesù conosce la sua ‘destinazione’ e la affronta: “Gesù sa. Tuttavia, decide di non indietreggiare. Si consegna. Non per debolezza, ma per amore. Un amore così pieno, così maturo, da non temere il rifiuto. Gesù non viene preso: si lascia prendere. Non è vittima di un arresto, ma autore di un dono. In questo gesto si incarna una speranza di salvezza per la nostra umanità: sapere che, anche nell’ora più buia, si può restare liberi di amare fino in fondo”.

E si manifesta con lo stesso nome di Dio: “Quando Gesù risponde «sono io», i soldati cadono a terra. Si tratta di un passaggio misterioso, dal momento che questa espressione, nella rivelazione biblica, richiama il nome stesso di Dio: ‘Io sono’. Gesù rivela che la presenza di Dio si manifesta proprio dove l’umanità sperimenta l’ingiustizia, la paura, la solitudine. Proprio lì, la luce vera è disposta a brillare senza timore di essere sopraffatta dall’avanzare delle tenebre”.

In quest’occasione Gesù prende la decisione che fa nascere la speranza di una vita nuova: “Nel cuore della notte, quando tutto sembra crollare, Gesù mostra che la speranza cristiana non è evasione, ma decisione. Questo atteggiamento è il frutto di una preghiera profonda in cui non si chiede a Dio di essere risparmiati dalla sofferenza, ma di avere la forza di perseverare nell’amore, consapevoli che la vita liberamente offerta per amore non ci può essere tolta da nessuno”.

Inoltre il papa ha sottolineato che Egli si preoccupa della salvezza della vita degli apostoli: “Se cercate me, lasciate che questi se ne vadano (Gv 18,8). Nel momento del suo arresto, Gesù non si preoccupa di salvare sé stesso: desidera soltanto che i suoi amici possano andarsene liberi. Questo dimostra che il suo sacrificio è un vero atto d’amore. Gesù si lascia prendere e imprigionare dalle guardie solo per poter lasciare in libertà i suoi discepoli”.

Quindi non cerca una via di scappatoia: “Gesù ha vissuto ogni giorno della sua vita come preparazione a quest’ora drammatica e sublime. Per questo, quando essa arriva, ha la forza di non cercare una via di fuga. Il suo cuore sa bene che perdere la vita per amore non è un fallimento, ma possiede una misteriosa fecondità. Come il chicco di grano che proprio cadendo a terra non rimane solo, ma muore e diventa fruttuoso”.

Però non significa che non ha provato la sofferenza: “Anche Gesù prova turbamento di fronte a un cammino che sembra condurre solo alla morte e alla fine. Ma è ugualmente persuaso che solo una vita perduta per amore, alla fine, si ritrova. In questo consiste la vera speranza: non nel cercare di evitare il dolore, ma nel credere che, anche nel cuore delle sofferenze più ingiuste, si nasconde il germe di una vita nuova”.

Attraverso tale dono può nascere la speranza in ciascuno: “E noi? Quante volte difendiamo la nostra vita, i nostri progetti, le nostre sicurezze, senza accorgerci che, così facendo, restiamo soli. La logica del Vangelo è diversa: solo ciò che si dona fiorisce, solo l’amore che diventa gratuito può riportare fiducia anche là dove tutto sembra perduto”.

E’ logico che davanti alla paura si scappa come il giovane narrato nel Vangelo, ma alla fine c’è l’annuncio della speranza; “Il Vangelo di Marco ci racconta anche di un giovane che, quando Gesù viene arrestato, scappa via nudo. E’ un’immagine enigmatica, ma profondamente evocativa. Anche noi, nel tentativo di seguire Gesù, viviamo momenti in cui siamo colti alla sprovvista e restiamo spogliati delle nostre certezze. Sono i momenti più difficili, nei quali siamo tentati di abbandonare la via del Vangelo perché l’amore ci sembra un viaggio impossibile. Eppure, sarà proprio un giovane, alla fine del Vangelo, ad annunciare la risurrezione alle donne, non più nudo, ma rivestito di una veste bianca”.

Quindi ha concluso l’udienza generale con l’invito ad abbandonarci all’amore di Dio: “Questa è la speranza della nostra fede: i nostri peccati e le nostre esitazioni non impediscono a Dio di perdonarci e di restituirci il desiderio di riprendere la nostra sequela, per renderci capaci di donare la vita per gli altri.

Cari fratelli e sorelle, impariamo anche noi a consegnarci alla volontà buona del Padre, lasciando che la nostra vita sia una risposta al bene ricevuto. Nella vita non serve avere tutto sotto controllo. Basta scegliere ogni giorno di amare con libertà. E’ questa la vera speranza: sapere che, anche nel buio della prova, l’amore di Dio ci sostiene e fa maturare in noi il frutto della vita eterna”.

(Foto: Santa Sede)

La Mamma ci regala le sue lezioni Divine

Nel libro ‘La Vergine Maria nel Regno della Divina Volontà’, vergato dalla Serva di Dio Luisa Piccarreta, la nostra cara Mamma Celeste ci regala, per la prima volta, le sue lezioni Divine. Sono tutte perle preziose dove la nostra Mamma ci testimonia la sua vita, le verità su Gesù, su San Giuseppe e su Dio. Non solo episodi di vita mai conosciuti, ma anche i pensieri e la sua vita spirituale. E’ un percorso per comprendere, passo dopo passo, la vita nella Divina Volontà fino ad arrivare a possederla come vita propria.

Tutto il libro si dipana in un coinvolgente colloquio d’amore tra l’anima e la Regina del Cielo. Ogni lezione denominata “giorno” (sono 31 giorni e 6 meditazioni in appendice) termina con un fioretto da mettere in pratica e una giaculatoria da ripetere più volte durante la giornata.

La nostra Mamma nell’ “Appello materno della Regina del Cielo’ ci consegna le parole giuste che ci aprono alla lettura: “Questo libro è d’oro, figlia mia, esso formerà la fortuna spirituale e la tua felicità anche terrena. In essa troverai la sorgente di tutti i beni: se sei debole acquisterai la forza; se sei tentata acquisterai la vittoria; se sei caduta nella colpa, incontrerai la mano pietosa e potente che ti rialzerà; se ti senti afflitta, troverai il conforto; se fredda il mezzo sicuro per riscaldarti; se affamata, gusterai il cibo della Divina Volontà”.

Nel trentunesimo giorno la Mamma ci dice: “Io non conobbi mai malattia né qualunque indisposizione leggera; alla mia natura concepita senza peccato e vissuta tutta di Volontà Divina mancava il germe dei mali naturali”.

Che meraviglia! Già in questa vita terrena, accogliendo le conoscenze della nostra Mamma dal “Libro d’Oro”, di Gesù nei volumi del “Libro di Cielo” e nel libro  “Le 24 ore della Passione di nostro Signore Gesù Cristo”, e mettendole in pratica, sperimentiamo con segni concreti (anche fisici) l’Avvento del Regno di Dio in noi.

La Mamma nostra maestra ci dice nella quinta meditazione: “Ora, figlio mio, ti voglio confidare una pena che mi tortura: purtroppo sono tanti che vanno bensì in chiesa per pregare, ma le preghiere che essi rivolgono a Dio si fermano sulle labbra , perché il cuore e la mente fuggono lontani da Lui! Questi chiudono il Cielo invece di aprirlo. E come sono numerose le irriverenze che si commettono nella casa di Dio!

Quanti flagelli non verrebbero risparmiati nel mondo e quanti castighi non si convertirebbero in grazie, se tutte le anime si sforzassero di imitare il nostro esempio! Soltanto la preghiera che scaturisce da un’anima in cui regna la Divina Volontà agisce irresistibilmente sul Cuore di Dio. Essa è tanto potente, da vincerlo e da ottenere da Lui le massime grazie. Abbi perciò cura del Divin Volere e la Mamma tua, che ti ama, cederà alla tua preghiera i diritti della sua potente intercessione”.

Che aspettiamo! Leggiamo e mastichiamo per bene le Verità di Cielo della nostra Mamma Celeste, fino a Consacrarci a Lei.

(Tratto da Adveniat Regnum Tuum)

Card. Pizzaballa: Gerusalemme casa di preghiera per tutti i popoli

“Oggi tutta la nostra diocesi, la Chiesa di Gerusalemme, è unita con noi e prega con noi. Da Gaza fino a Nazareth; da Betlemme fino a Jenin. Tutta la Giordania e Cipro pregano con noi e idealmente sono entrati con noi nella città Santa, Gerusalemme. E saluto in particolare voi, cristiani di Gerusalemme, per questo giorno che è dedicato a voi, che è soprattutto vostro, poiché voi siete coloro che qui a Gerusalemme tengono viva la fiamma della fede cristiana, e tenete viva la presenza di Cristo in mezzo a noi”: con queste parole il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, ha aperto la processione della Domenica delle Palme, che introduce alla Settimana Santa, a Gerusalemme.

Anche se ha sottolineato che questo momento è molto difficile, ha rivolto l’invito a non perdere la speranza: “Ma non possiamo e non vogliamo fermarci solo a dire quanto duri siano questi tempi. Oggi dobbiamo ricordarci di altro, di ciò che più conta. Noi siamo qui oggi, cristiani locali e pellegrini, tutti insieme, per dire con forza che non abbiamo paura. Siamo i figli della luce e della risurrezione, della vita. Noi speriamo e crediamo nell’amore che vince su tutto.

Stiamo per entrare nella settimana di passione. Vivremo negli stessi Luoghi in cui sono accaduti, i momenti della passione di Gesù. E unendoci a lui, ci uniremo anche a tutti coloro che oggi vivono qui in mezzo a noi e nel mondo la loro passione”.

Però la Passione apre alla Resurrezione: “Ma noi sappiamo anche che la Passione di Gesù non è l’ultima parola di Dio sul mondo. Il Risorto è la Sua ultima parola, e noi siamo qui per dire e riaffermarla ancora. Noi lo abbiamo incontrato. E siamo qui per gridarlo, con forza, con fiducia, e con tutto l’amore possibile, che nessuno potrà mai estinguere. Nessuno ci separerà dall’amore per Gesù. E lo vogliamo testimoniare innanzitutto con l’unità tra noi, amandoci e sostenendoci gli uni gli altri, perdonandoci a vicenda”. 

In questa Domenica delle Palme il patriarca di Gerusalemme ha invitato a ‘deporre ai piedi di Gesù’ tutte le preoccupazioni e le angosce: “Al suo passaggio, le folle stesero i propri mantelli ai piedi di Gesù e lo accolsero con quei pochi rami di ulivo e palme che riuscirono a trovare.

Poniamo anche noi di fronte al nostro Messia quel poco che abbiamo, le nostre preghiere, il nostro pianto, la nostra sete di Lui e della Sua parola di consolazione. E qui, oggi, nonostante tutto, alle porte della Sua e nostra città, ancora una volta dichiariamo di volerlo accogliere davvero come nostro Re e Messia, e di seguirlo nel Suo cammino verso il Suo trono, la croce, che non è simbolo di morte, ma di amore”.

E’ stato un invito a non avere paura di chi fomenta le ostilità: “Non dobbiamo avere paura di quanti vogliono dividere, di quanti vogliono escludere o vogliono impossessarsi dell’anima di questa Città Santa, perché da sempre e per sempre Gerusalemme resterà casa di preghiera per tutti i popoli, e nessuno la potrà possedere.

Come continuo a ripetere, noi apparteniamo a questa città e nessuno ci può separare dal nostro amore alla Città Santa, così come nessuno ci può separare dall’amore di Cristo. Chi appartiene a Gesù continuerà sempre ad essere tra coloro che costruiscono e non che abbattono, che sanno rispondere all’odio con l’amore e l’unità, e al rifiuto oppongono accoglienza”.

Quindi ‘non avere paura’ significa ribadire la propria vocazione nella costruzione della speranza: “Perché Gerusalemme è il luogo della morte e risurrezione di Cristo, il luogo della riconciliazione, di un amore che salva e che supera i confini di dolore e di morte. E questa è la nostra vocazione oggi: costruire, unire, abbattere barriere, sperare contro ogni speranza. Questa è e resta la nostra forza e questa sarà sempre la nostra testimonianza, nonostante i nostri tanti limiti.

Non scoraggiamoci, dunque. Non perdiamoci d’animo. Non perdiamo la speranza. E non abbiamo paura, ma alziamo lo sguardo con fiducia e rinnoviamo ancora una volta il nostro impegno sincero e concreto di pace e di unità, con salda fiducia nella potenza dell’amore di Cristo!”    

Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica ha sottolineato il compimento dell’attesa nelle sacre Scritture: “Il puledro su cui Gesù sale, inoltre, offre un riferimento evidente alla profezia di Zaccaria, che racconta della fine dell’attesa di questo mite re di pace, che infine giunge, seduto proprio su un puledro d’asina.

Le attese del popolo, tuttavia, si concentravano soprattutto sulle profezie che annunciavano un Messia trionfante, vincitore, forte. La profezia di un re Messia che cavalca un puledro, invece, era una profezia scomoda, lontana dai criteri di attesa del popolo.

Il puledro che Gesù manda a slegare, nessuno mai era ancora salito. La storia non aveva mai ancora visto la venuta di un re capace di pagare con la propria vita il prezzo della pace del suo popolo. Ora tutto questo accade, e una folla di poveri esulta”.

Ecco la profezia che si realizza in Gesù: “Ma anche nel momento in cui il Signore vuole entrare nella vita del suo popolo, e portarvi la salvezza, c’è sempre qualcosa che tenta di impedirlo: i farisei, di fronte a tutto questo entusiasmo, chiedono a Gesù di far tacere i suoi discepoli…  

L’uomo potrà sempre accoglierla o rifiutarla, ma Gesù prosegue con la sua missione di salvezza: la profezia è slegata e quel puledro, su cui nessuno era ancora salito, ha finalmente trovato il re capace di cavalcarlo”.

(Foto: Custodia di Terra Santa)

Papa Francesco invita a seguire Gesù sulla croce

Papa Francesco

“Oggi, Domenica delle Palme, nel Vangelo abbiamo ascoltato il racconto della Passione del Signore secondo Luca… Indifeso e umiliato, l’abbiamo visto camminare verso la croce con i sentimenti e il cuore di un bambino aggrappato al collo del suo papà, fragile nella carne, ma forte nell’abbandono fiducioso, fino ad addormentarsi, nella morte, tra le sue braccia”: questo è stato il testo letto prima della recita dell’angelus della Domenica delle Palme, quando papa Francesco Papa è arrivato in piazza san Pietro augurando ‘Buona domenica delle Palme, buona Settimana Santa’.

Nel testo il papa ha evidenziato il tema del dolore: “Sono sentimenti che la liturgia ci chiama a contemplare e a fare nostri. Tutti abbiamo dolori, fisici o morali, e la fede ci aiuta a non cedere alla disperazione, non chiuderci nell’amarezza, ma ad affrontarli sentendoci avvolti, come Gesù, dall’abbraccio provvidente e misericordioso del Padre”.

Inoltre ha ricordato il conflitto in Sudan e nel Libano: “Il 15 aprile ricorrerà il secondo triste anniversario dell’inizio del conflitto in Sudan, con migliaia di morti e milioni di famiglie costrette ad abbandonare le proprie case. La sofferenza dei bambini, delle donne e delle persone vulnerabili grida al cielo e ci implora di agire.

Rinnovo il mio appello alle parti coinvolte, affinché pongano fine alle violenze e intraprendano percorsi di dialogo, e alla Comunità internazionale, perché non manchino gli aiuti essenziali alle popolazioni. E ricordiamo anche il Libano, dove 50 anni fa cominciò la tragica guerra civile: con l’aiuto di Dio possa vivere in pace e prosperità”.

Nella celebrazione eucaristica il card, Leonardo Sandri, vice decano del Collegio Cardinalizio, ha letto l’omelia del papa: “Oggi anche noi abbiamo seguito Gesù, prima con un corteo festoso e poi su una via dolorosa, inaugurando la Settimana Santa che ci prepara a celebrare la passione, morte e risurrezione del Signore. Mentre guardiamo, tra la folla, i volti dei soldati e le lacrime delle donne, la nostra attenzione viene attirata da uno sconosciuto, il cui nome entra nel Vangelo all’improvviso: Simone di Cirene…

Arrivava in quel momento dalla campagna, passava di là, e si è imbattuto in una vicenda che lo travolge, come il pesante legno sulle sue spalle. Mentre siamo in cammino verso il Calvario, riflettiamo un momento sul gesto di Simone, cerchiamo il suo cuore, seguiamo il suo passo accanto a Gesù”.

Ed hanno preso un passante: “Da un lato, infatti, il Cireneo viene obbligato a portare la croce: non aiuta Gesù per convinzione, ma per costrizione. Dall’altro, egli si trova a partecipare in prima persona alla passione del Signore. La croce di Gesù diventa la croce di Simone.

Non però di quel Simone detto Pietro che aveva promesso di seguire sempre il Maestro… Simone di Galilea dice, ma non fa. Simone di Cirene fa, ma non dice: tra lui e Gesù non c’è alcun dialogo, non viene pronunciata una parola. Tra lui e Gesù c’è solo il legno della croce”.

E’ stato un invito a guardare il ‘cuore’: “Per sapere se il Cireneo ha soccorso o detestato l’esausto Gesù, col quale deve spartire la pena, per capire se porta o sopporta la croce, dobbiamo guardare al suo cuore. Mentre sta per aprirsi il cuore di Dio, trafitto da un dolore che rivela la sua misericordia, il cuore dell’uomo resta chiuso. Non sappiamo cosa abiti nel cuore del Cireneo”.

E’ un invito a mettersi ‘nei suoi panni’: “Mettiamoci nei suoi panni: sentiamo rabbia o pietà, tristezza o fastidio? Se ricordiamo che cosa ha fatto Simone per Gesù, ricordiamo pure che cosa ha fatto Gesù per Simone (come per me, per te, per ognuno di noi): ha redento il mondo. La croce di legno, che il Cireneo sopporta, è quella di Cristo, che porta il peccato di tutti gli uomini. Lo porta per amore nostro, in obbedienza al Padre, soffrendo con noi e per noi. E’ proprio questo il modo, inatteso e sconvolgente, col quale il Cireneo viene coinvolto nella storia della salvezza, dove nessuno è straniero, nessuno è estraneo”.

E’ stato un invito a seguire questo Cireneo: “Seguiamo allora il passo di Simone, perché ci insegna che Gesù viene incontro a tutti, in qualsiasi situazione. Quando vediamo la moltitudine di uomini e donne che odio e violenza gettano sulla via del Calvario, ricordiamoci che Dio trasforma questa via in luogo di redenzione, perché l’ha percorsa dando la sua vita per noi. Quanti cirenei portano la croce di Cristo! Li riconosciamo? Vediamo il Signore nei loro volti, straziati dalla guerra e dalla miseria? Davanti all’atroce ingiustizia del male, portare la croce di Cristo non è mai vano, anzi, è la maniera più concreta di condividere il suo amore salvifico”.

Infine un invito ad essere abbracciati dalla misericordia di Dio: “La passione di Gesù diventa compassione quando tendiamo la mano a chi non ce la fa più, quando solleviamo chi è caduto, quando abbracciamo chi è sconfortato. Fratelli, sorelle, per sperimentare questo grande miracolo della misericordia, scegliamo lungo la Settimana Santa come portare la croce: non al collo, ma nel cuore. Non solo la nostra, ma anche quella di chi soffre accanto a noi; magari di quella persona sconosciuta che il caso (ma è proprio un caso?) ci ha fatto incontrare. Prepariamoci alla Pasqua del Signore diventando cirenei gli uni per gli altri”.

Papa Francesco ai salesiani: portate Cristo ai giovani

Papa Francesco

“Cari fratelli, non potendo purtroppo incontrarvi, vi mando questo messaggio in occasione del XXIX Capitolo Generale della Congregazione Salesiana, e anche del 150° anniversario della prima spedizione missionaria di don Bosco in Argentina. Saluto il nuovo Rettor Maggiore, don Fabio Attard, augurandogli buon lavoro, e ringrazio il card. Ángel Fernández Artime per il servizio che ha reso in questi anni all’Istituto e che offre ora alla Chiesa universale”: si apre così il messaggio di papa Francesco alla Congregazione salesiana che fino a sabato 12 aprile vive il XXIX Capitolo generale e celebra anche il 150° anniversario della prima spedizione missionaria di don Bosco in Argentina.

Dispiaciuto per non essere fisicamente presente per problemi di salute il papa ha sottolineato il valore del servizio ai giovani: “Avete scelto, come tema per i vostri lavori, il motto: ‘Salesiani appassionati di Gesù Cristo e consegnati ai giovani’. E’ un bel programma: essere ‘appassionati’ e ‘consegnati’, lasciarsi coinvolgere pienamente dall’amore del Signore e servire gli altri senza tenere nulla per sé, proprio come ha fatto, a suo tempo, il vostro Fondatore.

Anche se oggi, rispetto ad allora, le sfide da affrontare sono in parte cambiate, la fede e l’entusiasmo rimangono gli stessi, arricchiti di nuovi doni, come quello dell’interculturalità. Cari fratelli, vi ringrazio per il bene che fate in tutto il mondo e vi incoraggio a continuare con perseveranza”.

Inoltre papa Francesco ha scelto il tema per la Giornata mondiale di Preghiera per la Cura del Creato di quest’anno: ‘Semi di pace e di speranza’, che apre il Tempo del Creato, che è un’iniziativa ecumenica che si svolge dal 1° settembre al 4 ottobre.

Come sottolinea in un comunicato il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale: “il tema dell’edizione 2025, anno giubilare e del decimo anniversario della pubblicazione dell’Enciclica ‘Laudato sì’, è ‘pace con il creato’ e, come testo biblico di riferimento per questa iniziativa, è stato scelto Isaia 32,14-18. Come sottolineato nel magistero di Papa Francesco e dei suoi ultimi predecessori, il nesso tra pace e cura del creato è strettissimo.

Allo stesso modo è strettissimo il nesso tra guerra e violenza da una parte, e degrado della casa comune e spreco di risorse (distruzioni e armamenti) dall’altra. Il messaggio esorta alla preghiera affinché si creino le condizioni di pace, una pace duratura e costruita in comune, che susciti speranza. La metafora del seme indica la necessità di un impegno a lungo termine. Nel messaggio sono illustrate buone pratiche e semi di pace e di speranza provenienti dai diversi continenti”.

Da Novara mons. Brambilla invita a vivere la divina leggerezza della vita in speranza

“Bisogna dire che sperare è vivere in speranza, al posto di concentrare la nostra attenzione ansiosa sui pochi spiccioli messi in fila davanti a noi, su cui febbrilmente, senza posa, facciamo e rifacciamo il conto, morsi dalla paura di trovarcene frustrati e sguarniti. Più noi ci renderemo tributari dell’avere, più diverremo preda della corrosiva ansietà che ne consegue, tanto più tenderemo a perdere, non dico solamente l’attitudine alla speranza, ma alla stessa fiducia, per quanto indistinta, della sua realtà possibile.

Senza dubbio in questo senso è vero che solo degli esseri interamente liberi dalle pastoie del possesso sotto tutte le forme sono in grado di conoscere la divina leggerezza della vita in speranza”: da questo pensiero del filosofo francese Gabriel Marcel è partita la riflessione del vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, per la festa patronale di san Gaudenzio, che si è snodata intorno a due domande: ‘Cosa possiamo sperare? Come dobbiamo sperare?’

Partendo dal brano evangelico, in cui si narra la presenza di Gesù dodicenne nel Tempio, il vescovo di Novara ha sottolineato che fede e speranza si ricevono: “La fede e la speranza non si inventano, ma si ricevono nel cuore del popolo santo e della propria famiglia: prima che un compito, sono un dono, anzi sono la grazia della festa. Solo mettendosi dentro la ‘consuetudine’, conoscendola ed amandola, si apre lo spazio per l’inedito di Dio e il gioco della nostra libertà…

La prima cosa che ci dice il racconto di Nazareth è questa: se si vuole partire per l’avventura della vita, bisogna piantare le radici nella propria terra. Così ha fatto Gesù, di cui il racconto poco prima dice che ‘cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di Lui’. Su questo terreno ricco di minerali preziosi e succhi vitali (la sapienza e la grazia), irrompe la novità della speranza!”

E’ stato un invito ad allenarsi alla speranza: “Noi mettiamo al mondo figli come miracolo della vita, ma dobbiamo allenarli all’avventura della divina leggerezza della speranza. Ecco, allora, cosa significa sperare: la spes latina e l’elpís greca, che sembrano venire dalla radice indoeuropea vel-, si pongono nell’orizzonte del ‘volere’.  Per volere e decidere bisogna abitare un’attesa e una tensione verso un ‘non ancora’… In tal modo, la speranza è sorretta dalla fiducia, talvolta può attendere solo ciò che appare, può persino sbagliare mèta, ma fin quando essa spera, punta su qualcosa che ha da venire, è in comunione con una certezza che la precede e le viene incontro”.

E’ stato un invito ad insegnare il modo in cui essere nella speranza: “Insegniamo ai figli le azioni e le opere che anticipano il futuro: diciamo ai nostri adolescenti e giovani di osare, sperimentare, provare per trovare la loro strada. La speranza è avventura e rischio, è prova ed errore, è cercare un maestro e una guida che non leghi a sé, ma ti liberi per custodire il tuo sogno e per trovare il tuo cammino. La speranza è la virtù dei forti, è la postura dei nani che si mettono sulle spalle dei giganti del passato, per vedere meglio e oltre loro”.

Riprendendo la lettera di san Pietro il vescovo di Novara ha sottolineato che la speranza richiede la passione: “La speranza rende beati a caro prezzo coloro che sono ‘ferventi nel bene’ ed hanno ‘passione per la giustizia’, che lottano per cambiare la vita delle famiglie e costruire i legami della città, coloro che operano anche quando sono criticati o si mette in dubbio la loro buona fede. L’Apostolo proclama anzitutto la beatitudine di coloro che soffrono per la giustizia, richiamando una delle più caratteristiche beatitudini di Gesù. Colpisce che la beatitudine trovi riscontro nella vita delle comunità che devono soffrire per le persecuzioni”.

Eppoi ha tratteggiato tre atteggiamenti per vivere la speranza, di cui il primo passo riguarda la centralità di Cristo e di Dio nella vita personale: “In questo anno giubilare la speranza viva ci chiede anzitutto di mettere in ordine le cose della nostra esistenza, di porre al primo posto ciò che deve stare al centro, il Signore e le cose decisive della vita, del lavoro e della famiglia. Il Giubileo è un anno di riposo della terra, di ricostruzione dei legami, di remissione dei torti e dei debiti, di riconciliazione tra i popoli… Bisogna ridare ordine alla nostra vita mettendo al centro il primato dell’anima e dello spirituale, della carità e della compassione!”

Un ulteriore passo richiama alla testimonianza personale e civile: “Ecco il messaggio della Prima lettera di Pietro: al centro della nostra vita c’è una speranza a caro prezzo, che è Gesù sofferente divenuto il Signore Risorto! È la “speranza vivente”, cuore dell’esistenza cristiana (in voi) e della comunità cristiana (fra voi)! Oggi è diventata una testimonianza difficile nella vita familiare, lavorativa e sociale: vincono i poli estremi della contrapposizione o della mimetizzazione. Anche noi cristiani abbiamo paura che ‘rendere ragione’ della nostra fede e delle nostre convinzioni non ci faccia sentire accettati dagli altri, oppure orgogliosamente vogliamo far valere la nostra differenza, spacciandola subito per la speranza cristiana”.

Il terzo aspetto riguarda lo stile della vita: “Non dimentichiamo che il carattere disarmato e disarmante dello stile cristiano, anche di fronte alle calunnie riguardo al nostro essere e agire nella luce e nello stile di Cristo, è stato il fattore più importante per il diffondersi del Cristianesimo nei primi quattro secoli. La ‘gentilezza’ del tratto, su cui anche la nostra città di Novara ha investito molto, deve accompagnarsi al rispetto per la dignità delle donne e degli uomini, riconosciuta davanti a Dio, e per una coscienza pura e trasparente”.

Insomma, è un invito ad essere abitati da una ‘speranza viva’: “E’ quella che ogni giorno fa prevalere la fiducia sul sospetto, la tenerezza sulla rigidità, la vicinanza sulla solitudine, l’interesse sul menefreghismo, la compassione sulla rigidità, la generosità sull’egoismo, l’accoglienza sull’esclusione, la fiducia nel prossimo piuttosto che la rivalità sfrenata, la vita semplice e operosa anziché che la ricchezza sfarzosa e ostentata. In una parola la ‘speranza viva’ è l’umile vittoria della vita sulla morte, perché l’abbiamo ricevuta in dono e non possiamo non regalarla agli altri. Questa è la divina leggerezza della vita in speranza!”

(Foto: diocesi di Novara)

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