Tag Archives: Partecipazione

Papa Leone XIV saluta il Camerun con l’invito a non abbandonare nessuno

“Cari fratelli e sorelle, la pace sia con voi! La pace di Cristo, la cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita. Celebriamo questa Santa Messa al termine della mia visita in Camerun, e vi sono molto grato per come mi avete accolto e per i momenti di gioia e di fede che abbiamo vissuto insieme. Come abbiamo sentito nel Vangelo, la fede non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che la paura abbia la meglio. Noi però sappiamo che anche in essi, com’è successo ai discepoli sul mare di Galilea, Gesù non ci abbandona”: questa mattina papa Leone XIV all’aeroporto militare di Yaoundè-Ville ha celebrato la messa, che ha concluso il viaggio apostolico in Camerun, prima della partenza per l’Angola.

Comparando il testo riportato nei tre evangelisti il papa ha sottolineato l’incredulità degli apostoli: “Ben tre evangelisti riportano l’episodio che abbiamo ascoltato, ciascuno a modo suo, con un messaggio diverso in funzione dei lettori a cui si rivolge. San Marco presenta il Signore che raggiunge i discepoli, mentre questi faticano a remare a causa del vento contrario, che però si placa non appena Egli sale con loro sulla barca. San Matteo aggiunge un dettaglio: Pietro vuole andare dal Maestro camminando sui flutti. Una volta sceso dalla barca, però, si lascia sopraffare dal timore e comincia ad affondare. Cristo lo afferra per la mano, lo salva e gli rimprovera la sua incredulità”.

Il brano evangelico proclamato oggi è tratto dal Vangelo di san Giovanni si sofferma invece sulla parola ‘acque’: “Nella versione di san Giovanni, che oggi è stata proclamata, il Salvatore, camminando sulle acque, si avvicina ai discepoli e dice: ‘Sono io, non abbiate paura’, e l’Evangelista sottolinea che ‘era ormai buio’ Per la tradizione ebraica le ‘acque’, con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli inferi, il caos, il pericolo, la morte.

Evocano, assieme alle tenebre, le forze del male, che l’uomo da solo non può dominare. Allo stesso tempo, però, nella memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo dalla schiavitù”.

Ed anche se sembra che Gesù abbandona Lui è sempre presente: “La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo i secoli, tempeste e “venti contrari”, e anche noi possiamo identificarci con i sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del lago di Tiberiade. E’ ciò che proviamo nei momenti in cui ci sembra di affondare, sopraffatti da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci sentiamo soli e fragili.

Ma non è così. Gesù è con noi, sempre, più forte di qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: ‘Io sono qui con te: non aver paura’. Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con fiducia, sempre”.

E ha ribadito che Gesù non abbandona nessuno: “Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi, nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri.

Nessuno deve essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di fronte alle crisi (siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche) tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i propri bisogni”.

Per questo è necessario la partecipazione di tutti: “Le parole di Gesù, ‘sono io’, ci ricordano che, in una società fondata sul rispetto della dignità della persona, l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico, indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del mondo”.

E’ stato un invito all’impegno sociale e politico: “L’esortazione «non abbiate paura», allora, assume una dimensione ampia, anche a livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e sfide (particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia) insieme, con senso civico e responsabilità civile. La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli”.

Ha infine ricordato che il servizio ai poveri è fondamentale nella Chiesa: “Il servizio quotidiano ai poveri era una pratica essenziale nella Chiesa primitiva, e mirava a sostenere i più fragili, in particolare gli orfani e le vedove. Bisognava integrarlo, però, con le necessità dell’annuncio e dell’insegnamento, che pure erano impellenti, e la soluzione non era semplice.

Gli Apostoli, allora, si sono riuniti, hanno condiviso le preoccupazioni, si sono confrontati alla luce degli insegnamenti di Gesù e hanno pregato insieme, giungendo a superare ostacoli e incomprensioni che a prima vista sembravano insormontabili. Hanno così dato vita a qualcosa di nuovo, scegliendo uomini di ‘buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza’, e destinandoli, mediante l’imposizione delle mani, a un servizio pratico che era anche una missione spirituale”.

(Foto: Santa Sede)

Chi comanda?: a Milano il festival dei Diritti Umani

Si terrà da martedì 14 a giovedì 16 aprile al Parco Center di Milano l’undicesima edizione del Festival dei Diritti Umani, dedicata al tema ‘Chi comanda?’: tre giorni di incontri, dibattiti e spettacoli per interrogarsi su dove si concentra oggi il potere, come si esercita e perché viene così raramente messo in discussione.

Nel crepuscolo delle democrazie si fa strada chi vuole comandare. Non governare o dialogare, ma imporre. E’ uno spirito del tempo che attraversa le relazioni internazionali e quelle quotidiane: nelle guerre che si moltiplicano, nelle disuguaglianze che si radicalizzano, nell’ossessione per la sicurezza, nel controllo dei corpi, nella paura del dissenso. Da qui nasce il tema dell’edizione: una domanda diretta, ‘Chi comanda?’, non teorica ma politica e concreta.

Novità di quest’anno è l’organizzazione congiunta di Fondazione Diritti Umani e Fondazione Gariwo, che uniscono competenze e reti per ampliare lo spazio di confronto tra educazione, informazione e partecipazione civica.

Per tre giorni Milano diventa un laboratorio aperto in cui studenti e cittadinanza si confrontano con alcune voci del dibattito pubblico italiano. Al centro anche le scuole: non come pubblico passivo, ma come protagoniste chiamate a rielaborare in modo critico gli stimoli ricevuti sul tema del potere.

Tra gli ospiti, l’attivista Pegah Moshir Pour, simbolo delle battaglie per i diritti delle donne e della libertà in Iran, la giornalista Tonia Mastrobuoni, tra le principali osservatrici delle dinamiche politiche europee, e Matteo Pucciarelli, cronista politico per la Repubblica.

Accanto a loro, Tiziana Ferrario, storica inviata Rai e voce del giornalismo internazionale, Danilo De Biasio, direttore artistico del Festival e già direttore di Radio Popolare, Nicoletta Dentico, analista delle disuguaglianze globali, Alessandro Volpi, studioso del potere finanziario, don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros, e Giulia De Florio, impegnata nella difesa dei dissidenti.

In programma anche interventi di educatori, attivisti e professionisti dell’informazione, tra cui Paola Barretta, Vittorio Di Trapani, Paolo Maggioni, Giulia Riva, Joshua Evangelista, Luisa Rizzitelli, Simone Ficicchia, Paolo Giulini e Chiara Ronzani.

Il programma intreccia più linguaggi e temi: sicurezza e spazio pubblico, dissenso e attivismo, questione di genere, disuguaglianze economiche e (novità di questa edizione) sport, come luogo in cui si riflettono identità e conflitti sociali. Molti dei temi sono stati suggeriti dagli studenti, a conferma di una partecipazione attiva delle nuove generazioni.

Le mattine sono pensate come uno spazio di dialogo diretto tra ospiti e studenti, seguite da workshop; il pomeriggio e la sera il festival si apre alla città con corsi di formazione per giornalisti, proiezioni e spettacoli teatrali.

Tra gli appuntamenti anche lo spettacolo teatrale ‘I memoriosi’, dedicato alla responsabilità individuale e alla memoria del Bene. Durante il Festival sarà presentata una versione inedita legata al mondo dello sport, che intreccia le storie dei ‘Giusti’ con il linguaggio sportivo e il tema della responsabilità dentro e fuori dal campo.

Nel programma anche la proiezione del documentario ‘Blu. Il colore dell’autismo’, dedicato alla cooperativa ‘Luna Blu’ che si occupa di aiutare nell’inclusione e nell’avvicinamento al lavoro dei ragazzi con neuro-divergenze e che collabora con il Festival da due anni per la parte food.

“Tira una brutta aria: guerre, violazioni dei diritti umani, egoismi. E il cattivo esempio viene dall’alto, da chi comanda. Compito di associazioni come Fondazione Diritti Umani e Fondazione Gariwo è innanzitutto fare rete, proporre pensieri alternativi e dare voce alle nuove generazioni”, dichiara Paolo Bernasconi, presidente della Fondazione ‘Diritti Umani’.

“La democrazia non si perde tutta insieme: si svuota quando le persone rinunciano a interrogarsi su chi esercita il potere e su come lo esercita, aggiunge Gabriele Nissim, presidente Fondazione Gariwo. Per questo oggi è essenziale creare spazi in cui i giovani possano confrontarsi, sviluppare pensiero critico e immaginare alternative. È lì che la democrazia può ancora rigenerarsi”.

Il Festival dei Diritti Umani si svolge dal 14 al 16 aprile 2026 al Parco Center di Milano (via Ambrogio Binda 30). L’ingresso è libero fino a esaurimento posti. Il programma completo è disponibile su gariwo.net/festival. Non è un festival per parlare di diritti umani. E’ un festival per capire perché tutti rischiamo di perderli e progettare come evitarlo. Per maggiori informazioni: https://it.gariwo.net

Il rapporto sulle donne del Sinodo

‘Non c’è nulla, nel solo fatto di essere donna, che impedisca di assumere ruoli di guida nella Chiesa’: è uno dei passaggi chiave del Rapporto finale del Gruppo 5, uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da papa Francesco nel 2024 per elaborare pareri e proposte su questioni emerse nel corso del Sinodo sulla Sinodalità. Questo Gruppo era incaricato, sotto il coordinamento dal Dicastero per la Dottrina della Fede, di approfondire ‘questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali’, tra cui il tema della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, ha consegnato il suo report conclusivo alla Segreteria generale del Sinodo.

Questo Gruppo (dopo quello sulla missione digitale e la formazione dei sacerdoti) ha trasmesso il proprio studio, frutto di un articolato percorso di ascolto, analisi, ricerca e dialogo con episcopati e università, secondo volontà di papa Leone XIV, che ha stabilito che, man mano che i vari rapporti verranno consegnati, siano diffusi ‘in spirito di trasparenza’.

Il Rapporto finale del Gruppo 5 è suddiviso in tre parti. La prima parte racconta la storia del Gruppo 5 del Sinodo sulla Sinodalità e illustra i passaggi storici e metodologici della stesura del Rapporto finale. La seconda parte offre una sintesi ragionata dei temi emersi dall’approfondimento sinodale ed è composta da cinque paragrafi: Onorare una promessa, Questioni di fondo (I): natura relazionale dell’essere umano; Questioni di fondo (II): la potestas; Questioni di fondo (III): i ministeri; Punto di fuga: la dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. La terza parte del Rapporto finale offre numerose appendici di approfondimento delle questioni teologiche, pastorali e canonistiche affrontate nella seconda parte; in esse si includono diverse proposte e informazioni inviate al Gruppo 5.

In questa breve sintesi, appare opportuno ricordare due temi particolarmente svilupparti in questa sezione del Rapporto finale.

Il primo tema riguarda  il fatto che la riflessione sulla partecipazione delle donne nella Chiesa non può prescindere dal considerare il maschile e il femminile insieme, come parte di una medesima missione, in un contesto ecclesiologico di comunione. Pertanto, occorre riflettere in particolare circa la riformulazione degli ambiti di competenza del ministero ordinato. Infatti ‘la configurazione del sacerdote con Cristo Capo (vale a dire, come fonte principale della grazia) non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto’ (Es. ap. Evangelii gaudium, n. 104).

Piuttosto, “quando si afferma che il sacerdote è segno di ‘Cristo capo’, il significato principale è che Cristo è la fonte della grazia: Egli è il capo della Chiesa ‘perché ha il potere di comunicare la grazia a tutte le membra della Chiesa’. Per questo è bene ricordare, come ribadito da san Giovanni Paolo II, che ‘anche se la Chiesa possiede una struttura ‘gerarchica’, tuttavia tale struttura è totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo’ (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem 27). Ciò è di fondamentale importanza per comprendere la natura dell’autorità detenuta dalla gerarchia, in quanto ‘sua chiave e suo fulcro non è il potere inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al popolo’. E’ chiaro che tali affermazioni magisteriali hanno delle conseguenze concrete per la vita ecclesiale. Ridefinire questi ambiti di competenza potrebbe aprire al riconoscimento di nuovi spazi di responsabilità per le donne nella Chiesa. In questo contesto si apre la possibilità di nuovi ministeri, anche per la guida di comunità, per le laiche e i laici, le religiose e i religiosi.

Il secondo tema ha a che fare con la riscoperta della dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. Infatti, insieme ai ministeri conosciuti ‘si affiancano ministeri non istituiti ritualmente, ma esercitati con stabilità’. Questo fatto era già stato riconosciuto da san Giovanni Paolo II: ‘accanto al ministero ordinato, altri ministeri, istituiti o semplicemente riconosciuti, possono fiorire a vantaggio di tutta la comunità, sostenendola nei suoi molteplici bisogni’ (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, n. 46).

Questi servizi non istituiti ritualmente rispondono a un vero bisogno del popolo di Dio e non rappresentano il semplice compimento di un desiderio personale. Sono, in verità, arricchiti da carismi seminati dallo Spirito, che è sempre datore di tutti i doni di cui necessita il bene del corpo ecclesiale. Si deve così pensare che, lì dove c’è un bisogno per l’evangelizzazione, lo Spirito conferisca già a qualcuno un carisma per rispondervi. Restare unicamente nel tracciato della vita ministeriale istituita, in merito alla partecipazione delle donne alla guida della Chiesa, ci racchiude e impoverisce.

Questa strada ministeriale potrebbe coinvolgere solo alcune donne con certe caratteristiche, capacità e stile più legati a una forma di essere e agire. I ministeri sono certamente un grande bene, ma non risolvono la necessità di promuovere la possibile fecondità di tutte le donne per la vita della Chiesa. I carismi hanno una maggiore presenza capillare che permette di arrivare lì dove le solite strutture non hanno la capacità di penetrare. Non sono una realtà soggettiva e marginale, ma un dono oggettivo di fronte a tanti urgenti bisogni della gente ordinariamente non esauditi dalle vie strutturali della Chiesa.

Infine il contributo di papa Leone XIV: “Papa Leone XIV ha dimostrato il suo sostegno al ruolo delle donne nella Chiesa, sia con le parole sia con le azioni. Per esempio, in un’udienza con i rappresentanti degli istituti religiosi femminili, ha elogiato le religiose per la loro disponibilità «nei confronti dei più deboli: bambini, ragazze e ragazzi poveri, orfani, migranti, a cui si sono aggiunti col tempo anziani e malati, oltre a tanti altri ministeri di carità.Il Santo Padre ha aggiunto: Le alterne vicende del vostro passato e la vivacità del presente fanno toccare con mano come la fedeltà alla sapienza antica del Vangelo sia il miglior propellente per chi, spinto dallo Spirito Santo, intraprende nuove vie di donazione, votate all’amore di Dio e del prossimo in ascolto attento dei segni dei tempi”.

Papa Leone XIV: la speranza è partecipazione

“Siamo da poco entrati nel periodo liturgico dell’Avvento, che ci educa all’attenzione ai segni dei tempi. Noi infatti ricordiamo la prima venuta di Gesù, il Dio con noi, per imparare a riconoscerlo ogni volta che viene e per prepararci a quando tornerà. Allora saremo per sempre insieme. Insieme con Lui, con tutti i nostri fratelli e sorelle, con ogni altra creatura, in questo mondo finalmente redento: la nuova creazione”: così è iniziata la meditazione odierna del papa con un richiamo all’Avvento ed un invito sulle orme di Alberto Marvelli.

Il papa ha  subito chiarito che l’attesa non è passività: “Questa attesa non è passiva. Infatti, il Natale di Gesù ci rivela un Dio coinvolgente: Maria, Giuseppe, i pastori, Simeone, Anna, e più avanti Giovanni Battista, i discepoli e tutti coloro che incontrano il Signore sono coinvolti, sono chiamati a partecipare. E’ un onore grande, e che vertigine! Dio ci coinvolge nella sua storia, nei suoi sogni. Sperare, allora, è partecipare. Il motto del Giubileo, ‘Pellegrini di speranza’, non è uno slogan che tra un mese passerà! E’ un programma di vita: ‘pellegrini di speranza’ vuol dire gente che cammina e che attende, non però con le mani in mano, ma partecipando”.

Quindi l’Avvento è una lettura dei ‘segni dei tempi’: “Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato a leggere i segni dei tempi: ci dice che nessuno riesce a farlo da solo, ma insieme, nella Chiesa e con tanti fratelli e sorelle, si leggono i segni dei tempi. Sono segni di Dio, di Dio che viene col suo Regno, attraverso le circostanze storiche”.

Segno del tempo in quanto Dio è nel mondo: “Dio non è fuori dal mondo, fuori da questa vita: abbiamo imparato nella prima venuta di Gesù, Dio-con-noi, a cercarlo fra le realtà della vita. Cercarlo con intelligenza, cuore e maniche rimboccate! E il Concilio ha detto che questa missione è in modo particolare dei fedeli laici, uomini e donne, perché il Dio che si è incarnato ci viene incontro nelle situazioni di ogni giorno. Nei problemi e nelle bellezze del mondo, Gesù ci aspetta e ci coinvolge, ci chiede che operiamo con Lui. Ecco perché sperare è partecipare!”

E l’esempio di questo avvento è il beato Alberto Marvelli: “Oggi vorrei ricordare un nome: quello di Alberto Marvelli, giovane italiano vissuto nella prima metà del secolo scorso. Educato in famiglia secondo il Vangelo, formatosi nell’Azione Cattolica, si laurea in ingegneria e si affaccia alla vita sociale al tempo della seconda guerra mondiale, che lui condanna fermamente. A Rimini e dintorni si impegna con tutte le forze a soccorrere i feriti, i malati, gli sfollati. Tanti lo ammirano per questa sua dedizione disinteressata e, dopo la guerra, viene eletto assessore e incaricato della commissione per gli alloggi e per la ricostruzione”.

La fede, quindi invita alla partecipazione: “Così entra nella vita politica attiva, ma proprio mentre si reca in bicicletta a un comizio viene investito da un camion militare. Aveva 28 anni. Alberto ci mostra che sperare è partecipare, che servire il Regno di Dio dà gioia anche in mezzo a grandi rischi. Il mondo diventa migliore, se noi perdiamo un po’ di sicurezza e di tranquillità per scegliere il bene. Questo è partecipare”.

In conclusione la speranza è partecipazione: “Sperare è partecipare: questo è un dono che Dio ci fa. Nessuno salva il mondo da solo. E neanche Dio vuole salvarlo da solo: Lui potrebbe, ma non vuole, perché insieme è meglio. Partecipare ci fa esprimere e rende più nostro ciò che alla fine contempleremo per sempre, quando Gesù definitivamente tornerà”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a vivere la Chiesa nella comunione

“Oggi il Vangelo ci presenta due personaggi, un fariseo e un pubblicano, che pregano nel Tempio. Il primo vanta un lungo elenco di meriti. Le opere buone che compie sono molte, e per questo si sente migliore degli altri, che giudica in modo sprezzante. Sta in piedi, a testa alta. Il suo atteggiamento è chiaramente presuntuoso: denota un’osservanza della Legge esatta, sì, ma povera d’amore, fatta di ‘dare’ e di ‘avere’, di debiti e crediti, priva di misericordia”: nell’Angelus domenicale papa Leone XVI ha sottolineato la differenza di queste due preghiere.

Se il fariseo è esaltazione delle proprie azioni il pubblicano ha un diverso atteggiamento: “Anche il pubblicano sta pregando, ma in modo molto diverso. Ha tanto da farsi perdonare: è un esattore al soldo dell’Impero romano, e lavora con un contratto di appalto che gli permette di speculare sui proventi a scapito dei suoi stessi connazionali. Eppure, alla fine della parabola, Gesù ci dice che proprio lui, tra i due, è quello che torna a casa ‘giustificato’, cioè perdonato e rinnovato dall’incontro con Dio”.

E’ un invito ad incontrare Dio: “Anzitutto, il pubblicano ha il coraggio e l’umiltà di presentarsi davanti a Dio. Non si chiude nel suo mondo, non si rassegna al male che ha fatto. Lascia i luoghi in cui è temuto, al sicuro, protetto dal potere che esercita sugli altri. Viene al Tempio da solo, senza scorta, anche a costo di affrontare sguardi duri e giudizi taglienti, e si mette davanti al Signore, in fondo, a testa bassa, pronunciando poche parole: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’.

Così Gesù ci dà un messaggio potente: non è ostentando i propri meriti che ci si salva, né nascondendo i propri errori, ma presentandosi onestamente, così come siamo, davanti a Dio, a sé stessi e agli altri, chiedendo perdono e affidandosi alla grazia del Signore”.

E’ stato un invito a riconoscere i peccati ed ad affidarli alla misericordia di Dio: “Cari fratelli e sorelle, facciamo così anche noi. Non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori, di metterli a nudo assumendocene la responsabilità e affidandoli alla misericordia di Dio. Potrà così crescere, in noi e attorno a noi, il suo Regno, che non appartiene ai superbi, ma agli umili, e che si coltiva, nella preghiera e nella vita, attraverso l’onestà, il perdono e la gratitudine”.

Anche nella messa per il Giubileo delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione, il papa ha incoraggiato la comunione e l’apertura all’altro, senza la pretesa di essere migliori degli altri: “La Chiesa, invece, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, è il segno visibile dell’unione tra Dio e l’umanità, del suo progetto di radunarci tutti in un’unica famiglia di fratelli e sorelle e di farci diventare suo popolo: un popolo di figli amati, tutti legati nell’unico abbraccio del suo amore”.

Ed ha richiamato il monito di papa Francesco a riscoprire la ‘vita spirituale’: “Guardando al mistero della comunione ecclesiale, generata e custodita dallo Spirito Santo, possiamo comprendere anche il significato delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione; essi esprimono quanto accade nella Chiesa, dove le relazioni non rispondono alle logiche del potere ma a quelle dell’amore. Le prime (per ricordare un monito costante di papa Francesco) sono logiche ‘mondane’, mentre nella Comunità cristiana il primato riguarda la vita spirituale, che ci fa scoprire di essere tutti figli di Dio, fratelli tra di noi, chiamati a servirci gli uni gli altri”.

Il motivo sta nell’amore di Dio: “Regola suprema, nella Chiesa, è l’amore: nessuno è chiamato a comandare, tutti sono chiamati a servire; nessuno deve imporre le proprie idee, tutti dobbiamo reciprocamente ascoltarci; nessuno è escluso, tutti siamo chiamati a partecipare; nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo umilmente cercarla, e cercarla insieme. Proprio la parola ‘insieme’ esprime la chiamata alla comunione nella Chiesa”.

L’amore appunto si concretizza nel cammino: “Camminare insieme. Apparentemente è quello che fanno i due personaggi della parabola che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo. Il fariseo e il pubblicano salgono tutti e due al Tempio a pregare, potremmo dire che ‘salgono insieme’ o comunque si ritrovano insieme nel luogo sacro; eppure, essi sono divisi e tra loro non c’è nessuna comunicazione. Tutti e due fanno la stessa strada, ma il loro non è un camminare insieme; tutti e due si trovano nel Tempio, ma uno si prende il primo posto e l’altro rimane all’ultimo; tutti e due pregano il Padre, ma senza essere fratelli e senza condividere nulla”.

E’ un invito a non avere l’atteggiamento del fariseo, che prega solo per se stesso: “La sua preghiera, apparentemente rivolta a Dio, è soltanto uno specchio in cui egli guarda sé stesso, giustifica sé stesso, elogia sé stesso…

Fratelli e sorelle, questo può succedere anche nella Comunità cristiana. Succede quando l’io prevale sul noi, generando personalismi che impediscono relazioni autentiche e fraterne; quando la pretesa di essere migliori degli altri, come fa il fariseo col pubblicano, crea divisione e trasforma la Comunità in un luogo giudicante ed escludente; quando si fa leva sul proprio ruolo per esercitare il potere e occupare spazi”.

Quindi ha invitato a guardare al comportamento del pubblicano: “E’ al pubblicano, invece, che dobbiamo guardare. Con la sua stessa umiltà, anche nella Chiesa dobbiamo tutti riconoscerci bisognosi di Dio e bisognosi gli uni degli altri, esercitandoci nell’amore vicendevole, nell’ascolto reciproco, nella gioia del camminare insieme, sapendo che ‘il Cristo appartiene a coloro che sentono umilmente, non a coloro che si innalzano al di sopra del gregge’.

Le équipe sinodali e gli organi di partecipazione sono immagine di questa Chiesa che vive nella comunione. E oggi vorrei esortarvi: nell’ascolto dello Spirito, nel dialogo, nella fraternità e nella parresìa, aiutateci a comprendere che, nella Chiesa, prima di qualsiasi differenza, siamo chiamati a camminare insieme alla ricerca di Dio, per rivestirci dei sentimenti di Cristo; aiutateci ad allargare lo spazio ecclesiale perché esso diventi collegiale e accogliente”.

Tale atteggiamento del pubblicano aiuta a vivere nella comunione ecclesiale: “Questo ci aiuterà ad abitare con fiducia e con spirito nuovo le tensioni che attraversano la vita della Chiesa (tra unità e diversità, tradizione e novità, autorità e partecipazione), lasciando che lo Spirito le trasformi, perché non diventino contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni dannose. Non si tratta di risolverle riducendo l’una all’altra, ma di lasciarle fecondare dallo Spirito, perché siano armonizzate e orientate verso un discernimento comune… Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandosi guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore”.

E’ stato un invito a ‘costruire’ la Chiesa, come affermava mons. Tonino Bello: “Carissimi, dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile. Una Chiesa che non sta dritta in piedi come il fariseo, trionfante e gonfia di sé stessa, ma si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo col pubblicano, ma si fa luogo ospitale per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma resta in ascolto di Dio per poter allo stesso modo ascoltare tutti. Impegniamoci a costruire una Chiesa tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo”.

(Foto: Santa Sede)

Irpinia e Sannio: le aree interne diventano ‘Capitale del Dono’

La ‘Giornata del Dono’, o #DonoDay2025 – #10annidiDonoDay, è la giornata nazionale istituita con la Legge n. 110 del 2015 e celebrata ogni anno il 4 ottobre per promuovere la cultura della solidarietà, dell’altruismo e della cittadinanza attiva, che quest’anno festeggia il primo decennale dall’istituzione della legge stessa. E’ un momento corale che coinvolge scuole, Comuni, associazioni e cittadini in iniziative diffuse in tutta Italia, con l’obiettivo di valorizzare il gesto del dono in tutte le sue forme: dal tempo alla cura, dalle competenze al sostegno concreto.

Un valore che nel 2025 si farà ancora più forte in Campania, grazie alla scelta di Irpinia e Sannio come Capitale Italiana del Dono. Protagonisti saranno soprattutto i giovani, chiamati a costruire un futuro fondato sulla solidarietà e la partecipazione civica.

Il programma ufficiale è stato presentato presso l’Aula Consiliare della Rocca dei Rettori di Benevento e prevede quattro giornate di celebrazioni a Pietrelcina nei giorni 2, 3, 4 e 24 ottobre 2025, animate da incontri, laboratori, testimonianze e momenti culturali dedicati a studenti, enti del Terzo Settore, amministrazioni, imprese e cittadini.

Il calendario prevede visite guidate, laboratori e percorsi didattici per studenti e famiglie (2 ottobre), la premiazione dei contest nazionali #DonareMiDona Scuole con ospiti del mondo della cultura e dello spettacolo, tra cui Geronimo Stilton, esibizioni e spettacoli musicali (3 ottobre), la raccolta sangue promossa da Fratres Campania (4 ottobre) e, per concludere, una grande giornata di restituzione e testimonianze con i protagonisti del dono (24 ottobre).

👉 Programma completo: cesvolab.it/capitale-italiana-del-dono-2025/#programma

“Per la prima volta il Giorno del Dono, la vera grande festa nazionale del dono, viene celebrato in Campania grazie alla collaborazione e al supporto del Cesvolab”. Ha dichiarato Cinzia Di Stasio, Direttrice dell’Istituto Italiano della Donazione.

“IID – ha spiegato – ha scelto il cuore della regione per onorare la partecipazione concreta di questi territori alle iniziative culturali e solidali che animano il mese del dono. Nel 2025 registriamo numeri importanti: 15 scuole, 5 Comuni, 56 associazioni e 4 imprese coinvolte. È questo il volto della Capitale Italiana del Dono.”

Grande soddisfazione è stata espressa da Raffaele Amore, Presidente CSV Irpinia Sannio ETS:

“Questa nomina è il frutto di un vero gioco di squadra. Irpinia e Sannio dimostrano che realtà diverse, unite dagli stessi valori, possono dialogare, costruendo insieme un messaggio forte rivolto soprattutto ai giovani. La Capitale del Dono è anche un’occasione per valorizzare le aree interne, che possono diventare volano di sviluppo e di speranza”

Alla presentazione hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali, del mondo culturale, accademico ed economico: tra loro Nino Lombardi (Presidente Provincia di Benevento), Clemente Mastella (Sindaco di Benevento), Salvatore Mazzone (Sindaco di Pietrelcina), Maria Cristina Aceto (Direttrice CSV Irpinia Sannio ETS), Ezio Mazzaro (Responsabile BPER Centro Imprese Campania Sud), Nazzareno Orlando (Presidente Conservatorio “Nicola Sala”), Filippo Liverini (Vice Presidente Confindustria Benevento), oltre a imprese, enti e associazioni partner.

Con la presentazione ufficiale del programma, Irpinia e Sannio si preparano a vivere da protagonisti la Capitale Italiana del Dono 2025, trasformandosi nel cuore pulsante della solidarietà nazionale: una comunità che dona, con i giovani al centro.

Una partita per la solidarietà: la Società di San Vincenzo De Paoli siciliana scende in campo

E’ stato un abbraccio che corre lungo il campo, calcia forte le paure, dribbla le distanze e segna un goal al cuore. La ‘Partita della solidarietà’ non è semplicemente un evento sportivo, né una serata di raccolta fondi. È molto di più. E’ una lingua universale che non ha bisogno di traduzioni, dove a parlare sono i sorrisi, le strette di mano, gli occhi che brillano.

Perché quando il pallone comincia a rotolare, succede qualcosa di straordinario: le differenze si annullano, i pregiudizi cadono, e resta solo ciò che conta davvero. La voglia di partecipare. Di esserci. Di fare squadra per chi è rimasto indietro.

Allo Stadio comunale ‘Gianni Cosimo’ di Vittoria si è conclusa la partita tra ‘La Football San Vincenzo Sicilia’ e la ‘Football Club Vittoria ASD’. Le squadre sono scese in campo per una nobile causa: il ricavato dei biglietti d’ingresso è stato devoluto all’acquisto di biciclette e di occhiali da vista.

Due strumenti diversi per aiutare le famiglie del territorio supportate dall’Associazione. “Questa zona è ricca di serre che offrono numerose possibilità di impiego. Molti ragazzi, privi della possibilità di acquistare un mezzo di trasporto, sono costretti a rinunciare al lavoro rimanendo in una condizione di estremo disagio. La bicicletta può ridare speranza a tante persone”, afferma il Presidente del Consiglio Centrale di Vittoria, Rosario Macca.

Le serre sorgono in zone periferiche e non sono raggiungibili con mezzi pubblici. Così qualcosa di molto semplice come una bicicletta, diventa un bene prezioso che avvicina il lavoro alla famiglia, rendendo possibile il tragitto.

L’iniziativa rappresenta uno dei tanti modi attraverso i quali la San Vincenzo De Paoli mostra attenzione, amore e vicinanza per i bisogni della persona. “Nelle famiglie si vivono situazioni di grande disagio e, anche l’acquisto di un paio di occhiali da vista per i propri figli, può creare difficoltà”, afferma il Presidente Macca. Grazie all’evento è stata anche stipulata una Convenzione per il controllo gratuito della vista ai più piccoli.

Il progetto è stato sposato dal Coordinatore regionale, Mario Sortino, e da alcuni Consigli Centrali della Sicilia. Questo ha consentito di fare rete, proprio come insegnava il Beato Federico Ozanam: “Vorrei racchiudere il mondo in una rete di carità”.  Un concetto che sta a cuore al Coordinatore della Società di San Vincenzo De Paoli siciliana: “Fare rete è fondamentale per creare un impatto reale e profondo. La solidarietà è un cammino da fare insieme guardando al futuro con speranza. Non può fermarsi a un gesto”.

Il gioco diventa così un mezzo per spendersi in un’opera di carità che ha coinvolto più persone consentendo qualcosa di straordinario: “Nasce una comunità”, afferma Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV.

In campo c’è stata una sfida molto più importante: “Quella dell’inclusione, della partecipazione, della fratellanza. Perché lo sport, nella sua essenza più autentica, è un potente veicolo educativo e sociale. È capace di unire le persone ben oltre le differenze culturali, linguistiche o economiche. Una semplice partita a pallone può fare ciò che spesso le parole non riescono a realizzare: abbattere muri, costruire ponti” dichiara la Presidente Da Ros e conclude con un ringraziamento speciale a tutti coloro che hanno lavorato “Con passione e impegno per rendere possibile questo evento”.

In Sicilia la San Vincenzo De Paoli, con 693 soci e quasi sessanta volontari, promuove numerose iniziative a favore delle persone in difficoltà e offre una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità e sostengo morale e spirituale, l’assistenza burocratica e amministrativa.

Attraverso 84 Conferenze raggruppate in 11 Consigli centrali attive sul territorio viene garantita assistenza quotidiana a14mila persone e a un migliaio di famiglie bisognose presenti in tutte le aree del disagio: “Lavoriamo incessantemente con una serie di iniziative e progetti mirati a contrastare l’esclusione sociale ele diverse forme di marginalità. Il nostro proposito è di stare vicini a chi ha bisogno partecipando attivamente alle loro storie di vita”, racconta Mario Sortino, coordinatore della Società di San Vincenzo De Paoli siciliana.

(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)

Sanremo 2025, Fabrizio Venturi rende noti i nomi dei cantanti che parteciperanno alla quarta edizione Festival della Canzone Cristiana

La Quarta edizione del Sanremo Cristian Music Festival, Festival della Canzone Cristiana 2025, www.sanremofestivaldellacanzonecristiana.it, si svolgerà a Sanremo dal 13 al 15 febbraio 2025, in concomitanza con la settantacinquesima edizione del Festival della Canzone Italiana.

Sarà un Festival nel Festival, una staffetta musicale tra la musica leggera del Festival della Canzone Italiana, diretto da Carlo Conti, e la Christian Music del Sanremo Festival della Canzone Cristiana, ideato dal cantautore e Direttore artistico Fabrizio Venturi, il quale, nelle ultime ore, ha comunicato alla stampa i nomi degli artisti in gara:

“Abbiamo ricevuto tantissime candidature e i brani che ho ascoltato sono di levatura altissima. Ciò testimonia che la Christian Music sta sempre più affermandosi anche nel nostro Paese. Sarà Festival speciale dedicato al Giubileo e a Papa Francesco, il cui impegno è teso all’affermazione della Fratellanza Umana, della Pace Mondiale e della Convivenza Comune”, ha dichiarato Fabrizio Venturi.

Di seguito, i nomi dei concorrenti della quarta edizione del Festival della Canzone Cristiana che si contenderanno i pregiati trofei realizzati dal grande Maestro orafo Michele Affidato, lo stesso orafo che ha creato i trofei che consegnerà Carlo Conti ai vincitori del Festival della Canzone Italiana:

Tony Strano di Pozzuoli (NA) con la canzone “Vento”

Francesco Bartoletti di Rho (MI) con la canzone “Sei la mia roccia”

Gina Palmieri di Lesina (FG) con la canzone “Rosa”

Giovanni Sisti di Roma con la canzone “Le parole di Pietro”

Giuseppe Marchese di Biancavilla (CT) con la canzone “Preghiera”

Figli del padre di Vezzano sul Crostolo (RE) con la canzone “Le dieci vergini”

Gipsy Fiorucci di Città di Castello (PG) con la canzone “Regina del suo regno”

Gabylo di Casarza Ligure (GE) con la canzone “Ho fede”

Baby Rush di Frascati (RM) con la canzone “Gesù”

Odissea di La Spezia (SP) con la canzone “C’è un tempo per amare”

Piero Chiappano di Gaggiano (MI) con la canzone “Una strada in mezzo al cielo”

Xada di Bressana Bottarone (PV) con la canzone “Fantasie”

Renato Belluccio di Capaccio Paestum (SA) con la canzone “La guerra è finita andiamo in pace”

Selmar di Pelago (FI) con la canzone “Tuo amore”

Gabry di Cavriago (RE) con la canzone “Quotidianità”

Marco Celauro di Agrigento (AG) con la canzone “Adoro te”

Ester di Gela (CL) con la canzone “Sotto una luna argento”

Raffaele Mario Arteca di Padula (SA) con la canzone “Core ‘e mamma”

151.11.48.50