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Papa Leone XIV saluta il Camerun con l’invito a non abbandonare nessuno
“Cari fratelli e sorelle, la pace sia con voi! La pace di Cristo, la cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita. Celebriamo questa Santa Messa al termine della mia visita in Camerun, e vi sono molto grato per come mi avete accolto e per i momenti di gioia e di fede che abbiamo vissuto insieme. Come abbiamo sentito nel Vangelo, la fede non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che la paura abbia la meglio. Noi però sappiamo che anche in essi, com’è successo ai discepoli sul mare di Galilea, Gesù non ci abbandona”: questa mattina papa Leone XIV all’aeroporto militare di Yaoundè-Ville ha celebrato la messa, che ha concluso il viaggio apostolico in Camerun, prima della partenza per l’Angola.
Comparando il testo riportato nei tre evangelisti il papa ha sottolineato l’incredulità degli apostoli: “Ben tre evangelisti riportano l’episodio che abbiamo ascoltato, ciascuno a modo suo, con un messaggio diverso in funzione dei lettori a cui si rivolge. San Marco presenta il Signore che raggiunge i discepoli, mentre questi faticano a remare a causa del vento contrario, che però si placa non appena Egli sale con loro sulla barca. San Matteo aggiunge un dettaglio: Pietro vuole andare dal Maestro camminando sui flutti. Una volta sceso dalla barca, però, si lascia sopraffare dal timore e comincia ad affondare. Cristo lo afferra per la mano, lo salva e gli rimprovera la sua incredulità”.
Il brano evangelico proclamato oggi è tratto dal Vangelo di san Giovanni si sofferma invece sulla parola ‘acque’: “Nella versione di san Giovanni, che oggi è stata proclamata, il Salvatore, camminando sulle acque, si avvicina ai discepoli e dice: ‘Sono io, non abbiate paura’, e l’Evangelista sottolinea che ‘era ormai buio’ Per la tradizione ebraica le ‘acque’, con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli inferi, il caos, il pericolo, la morte.
Evocano, assieme alle tenebre, le forze del male, che l’uomo da solo non può dominare. Allo stesso tempo, però, nella memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo dalla schiavitù”.
Ed anche se sembra che Gesù abbandona Lui è sempre presente: “La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo i secoli, tempeste e “venti contrari”, e anche noi possiamo identificarci con i sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del lago di Tiberiade. E’ ciò che proviamo nei momenti in cui ci sembra di affondare, sopraffatti da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci sentiamo soli e fragili.
Ma non è così. Gesù è con noi, sempre, più forte di qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: ‘Io sono qui con te: non aver paura’. Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con fiducia, sempre”.
E ha ribadito che Gesù non abbandona nessuno: “Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi, nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri.
Nessuno deve essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di fronte alle crisi (siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche) tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i propri bisogni”.
Per questo è necessario la partecipazione di tutti: “Le parole di Gesù, ‘sono io’, ci ricordano che, in una società fondata sul rispetto della dignità della persona, l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico, indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del mondo”.
E’ stato un invito all’impegno sociale e politico: “L’esortazione «non abbiate paura», allora, assume una dimensione ampia, anche a livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e sfide (particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia) insieme, con senso civico e responsabilità civile. La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli”.
Ha infine ricordato che il servizio ai poveri è fondamentale nella Chiesa: “Il servizio quotidiano ai poveri era una pratica essenziale nella Chiesa primitiva, e mirava a sostenere i più fragili, in particolare gli orfani e le vedove. Bisognava integrarlo, però, con le necessità dell’annuncio e dell’insegnamento, che pure erano impellenti, e la soluzione non era semplice.
Gli Apostoli, allora, si sono riuniti, hanno condiviso le preoccupazioni, si sono confrontati alla luce degli insegnamenti di Gesù e hanno pregato insieme, giungendo a superare ostacoli e incomprensioni che a prima vista sembravano insormontabili. Hanno così dato vita a qualcosa di nuovo, scegliendo uomini di ‘buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza’, e destinandoli, mediante l’imposizione delle mani, a un servizio pratico che era anche una missione spirituale”.
(Foto: Santa Sede)
Chi comanda?: a Milano il festival dei Diritti Umani
Si terrà da martedì 14 a giovedì 16 aprile al Parco Center di Milano l’undicesima edizione del Festival dei Diritti Umani, dedicata al tema ‘Chi comanda?’: tre giorni di incontri, dibattiti e spettacoli per interrogarsi su dove si concentra oggi il potere, come si esercita e perché viene così raramente messo in discussione.
Nel crepuscolo delle democrazie si fa strada chi vuole comandare. Non governare o dialogare, ma imporre. E’ uno spirito del tempo che attraversa le relazioni internazionali e quelle quotidiane: nelle guerre che si moltiplicano, nelle disuguaglianze che si radicalizzano, nell’ossessione per la sicurezza, nel controllo dei corpi, nella paura del dissenso. Da qui nasce il tema dell’edizione: una domanda diretta, ‘Chi comanda?’, non teorica ma politica e concreta.
Novità di quest’anno è l’organizzazione congiunta di Fondazione Diritti Umani e Fondazione Gariwo, che uniscono competenze e reti per ampliare lo spazio di confronto tra educazione, informazione e partecipazione civica.
Per tre giorni Milano diventa un laboratorio aperto in cui studenti e cittadinanza si confrontano con alcune voci del dibattito pubblico italiano. Al centro anche le scuole: non come pubblico passivo, ma come protagoniste chiamate a rielaborare in modo critico gli stimoli ricevuti sul tema del potere.
Tra gli ospiti, l’attivista Pegah Moshir Pour, simbolo delle battaglie per i diritti delle donne e della libertà in Iran, la giornalista Tonia Mastrobuoni, tra le principali osservatrici delle dinamiche politiche europee, e Matteo Pucciarelli, cronista politico per la Repubblica.
Accanto a loro, Tiziana Ferrario, storica inviata Rai e voce del giornalismo internazionale, Danilo De Biasio, direttore artistico del Festival e già direttore di Radio Popolare, Nicoletta Dentico, analista delle disuguaglianze globali, Alessandro Volpi, studioso del potere finanziario, don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros, e Giulia De Florio, impegnata nella difesa dei dissidenti.
In programma anche interventi di educatori, attivisti e professionisti dell’informazione, tra cui Paola Barretta, Vittorio Di Trapani, Paolo Maggioni, Giulia Riva, Joshua Evangelista, Luisa Rizzitelli, Simone Ficicchia, Paolo Giulini e Chiara Ronzani.
Il programma intreccia più linguaggi e temi: sicurezza e spazio pubblico, dissenso e attivismo, questione di genere, disuguaglianze economiche e (novità di questa edizione) sport, come luogo in cui si riflettono identità e conflitti sociali. Molti dei temi sono stati suggeriti dagli studenti, a conferma di una partecipazione attiva delle nuove generazioni.
Le mattine sono pensate come uno spazio di dialogo diretto tra ospiti e studenti, seguite da workshop; il pomeriggio e la sera il festival si apre alla città con corsi di formazione per giornalisti, proiezioni e spettacoli teatrali.
Tra gli appuntamenti anche lo spettacolo teatrale ‘I memoriosi’, dedicato alla responsabilità individuale e alla memoria del Bene. Durante il Festival sarà presentata una versione inedita legata al mondo dello sport, che intreccia le storie dei ‘Giusti’ con il linguaggio sportivo e il tema della responsabilità dentro e fuori dal campo.
Nel programma anche la proiezione del documentario ‘Blu. Il colore dell’autismo’, dedicato alla cooperativa ‘Luna Blu’ che si occupa di aiutare nell’inclusione e nell’avvicinamento al lavoro dei ragazzi con neuro-divergenze e che collabora con il Festival da due anni per la parte food.
“Tira una brutta aria: guerre, violazioni dei diritti umani, egoismi. E il cattivo esempio viene dall’alto, da chi comanda. Compito di associazioni come Fondazione Diritti Umani e Fondazione Gariwo è innanzitutto fare rete, proporre pensieri alternativi e dare voce alle nuove generazioni”, dichiara Paolo Bernasconi, presidente della Fondazione ‘Diritti Umani’.
“La democrazia non si perde tutta insieme: si svuota quando le persone rinunciano a interrogarsi su chi esercita il potere e su come lo esercita, aggiunge Gabriele Nissim, presidente Fondazione Gariwo. Per questo oggi è essenziale creare spazi in cui i giovani possano confrontarsi, sviluppare pensiero critico e immaginare alternative. È lì che la democrazia può ancora rigenerarsi”.
Il Festival dei Diritti Umani si svolge dal 14 al 16 aprile 2026 al Parco Center di Milano (via Ambrogio Binda 30). L’ingresso è libero fino a esaurimento posti. Il programma completo è disponibile su gariwo.net/festival. Non è un festival per parlare di diritti umani. E’ un festival per capire perché tutti rischiamo di perderli e progettare come evitarlo. Per maggiori informazioni: https://it.gariwo.net
Oltre 13.000 persone per riflettere insieme sul tema ‘Mistero, il canto del mondo’ alla 3^ edizione di SOUL Festival di Spiritualità
Grande partecipazione agli oltre 70 appuntamenti diffusi con 100 protagonisti d’eccezione, a partire dall’apertura del festival con lo scrittore Javier Cercas nell’Aula Magna dell’Università Cattolica per arrivare alla serata finale affidata alla poetessa Mariangela Gualtieri.
Milano, quando vuole, sa accogliere l’invito a rallentare, a concedersi una pausa di riflessione, per condividere e ritrovarsi nel ‘noi’: a dimostrarlo è stata ancora una volta l’edizione appena terminata, la terza, di SOUL Festival di Spiritualità Milano, l’appuntamento promosso da Università Cattolica del Sacro Cuore e Arcidiocesi di Milano con il patrocinio del Comune di Milano, che ha visto più di 13.000 persone prendere parte agli oltre 70 appuntamenti del palinsesto ideato dal comitato curatoriale composto da mons. Luca Bressan, Armando Buonaiuto, Valeria Cantoni Mamiani e Aurelio Mottola sul tema ‘Mistero, il canto del mondo’.
Un successo misurato non solo da una crescente partecipazione del pubblico rispetto agli anni precedenti, ma soprattutto grazie a una presenza straordinariamente attenta e coinvolta a lecture, dialoghi, reading, spettacoli, performance e laboratori in programma. In un tempo segnato da grande complessità e incertezza, per cinque giorni il festival ha saputo offrire alla città la possibilità di cambiare il suo passo, attraverso uno spazio inedito di condivisione, dove poterci interrogare e fare esperienza di una ricerca comune.
A renderlo possibile, lo sguardo d’eccezione di 100 protagonisti fra scrittori, filosofi, teologi, artisti, giornalisti e scienziati chiamati a riflettere e a confrontarsi esplorando un tema complesso e suggestivo quale il ‘mistero, come canto del mondo’, a partire dai versi di Rainer Maria Rilke. Mistero come postura che alberga nel mondo e in ognuno di noi, come dimensione non visibile e indisponibile della nostra realtà e che tuttavia entra costantemente in risonanza con le nostre vite.
Tra gli ospiti della terza edizione ricordiamo: Cristina Arcidiacono, Antonio Ballista, Teresa Bartolomei, Giovanni Bazoli, Stefano Boeri, Anna Bonaiuto, Roberto Casati, Adolfo Ceretti, Pablo d’Ors, Ferruccio de Bortoli, Pietro Del Soldà, Mariangela Di Santo, mons. Mario Delpini Arcivescovo di Milano, Massimo Donà, Anaïs Drago, Josep Maria Esquirol, Stefano Faravelli, Antoine Garapon, Dario Doshin Girolami, Gilles Gressani, Lino Guanciale, Isabella Guanzini, François Jullien, L’Antidote, Nicola Lagioia, Marie Leborgne Lucas, Simona Lo Iacono, Domenica Lorusso, Mauro Magatti, don Luca Peyron, Silvano Petrosino, Edwige Pezzulli, Yarona Pinhas, Amir Ra, Massimo Recalcati, Pierangelo Sequeri, card. Jean-Paul Vesco Arcivescovo di Algeri, e molti altri.
Un ringraziamento particolare per aver reso possibile SOUL Festival di Spiritualità Milano va ai Main Partner Intesa Sanpaolo, Humanitas University, Edison e al Partner CFMT – Centro di Formazione Management del Terziario. Un sentito grazie anche a Fondazione Cariplo e Fondazione Rocca per il loro contributo, ad Avvenire e Rai con Content Partner Rai Radio 3 per la media partnership, Comieco, Fondazione Amplifon e Aboca. Grande sostegno è arrivato anche per questa terza edizione dal Comune di Milano che, oltre al patrocinio, ha accompagnato la manifestazione con un’ampia campagna di comunicazione diffusa in città.
“Dopo la meraviglia e la fiducia, temi delle due passate edizioni, quest’anno SOUL Festival ha invitato il pubblico ad aprirsi al mistero e al canto del mondo: un invito ad ascoltare, a vedere oltre il visibile e a lasciarsi emozionare dalla bellezza nascosta della vita. In un momento storico segnato da guerre e tensioni globali, emerge più che mai la necessità di costruire un ‘noi’, di sentirsi parte di una comunità.
Il festival ha offerto spazi per rallentare, riflettere e riscoprire il valore del dialogo e della vicinanza. La grande e attenta partecipazione dimostrata dal pubblico ha confermato quanto sia vivo il desiderio di sostare davanti all’inaccessibile, di aprirsi all’ignoto e lasciarsi emozionare dalla poesia del reale”, afferma il comitato curatoriale del festival, mons. Luca Bressan, Armando Buonaiuto, Valeria Cantoni Mamiani e Aurelio Mottola.
La gratitudine va anche a tutte le istituzioni culturali artistiche, educative, sociali, laiche e religiose che hanno ospitato il palinsesto, insieme a importanti luoghi cittadini, a partire dai partner culturali del Festival: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Memoriale della Shoah di Milano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Triennale Milano, a cui si sono aggiunti quest’anno ADI Design Museum, Anteo Palazzo del Cinema, Castello Sforzesco, Chiesa di Santa Maria presso San Satiro, Circolo Filologico Milanese, Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Refettorio Ambrosiano, Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, La Grande Brera – Pinacoteca di Brera, Orto Botanico di Brera dell’Università degli Studi di Milano, Teatro alla Scala, Liceo Virgilio. Hanno inoltre partecipato: Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi, Centro Culturale delle Basiliche, Philo – Pratiche Filosofiche, Ponderosa Music&Art. Tra i luoghi del festival anche Auditorium San Fedele, Basilica di San Simpliciano, Biblioteca in Chiesa Rossa, Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Gallerie d’Italia-Milano, Palazzo Edison, Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa.
Dalle navate delle chiese ai palcoscenici dei teatri, dalle Terrazze del Duomo di Milano alle sale di musei, biblioteche e cinema, fino a contesti raccolti e inattesi come il Caveau delle Gallerie d’Italia-Milano, il festival ha offerto un’esperienza diffusa, gratuita e aperta a tutti, per esplorare le molteplici sfaccettature del mistero attraverso discipline diverse: dalla letteratura alla scienza, dalla medicina alla filosofia, fino alle arti e alle tradizioni spirituali laiche e religiose, antiche e moderne.
A dare il via al festival è stato lo scrittore Javier Cercas, in dialogo con il co-curatore Aurelio Mottola e con l’accompagnamento del violoncellista Issei Watanabe, che ha inaugurato la manifestazione nell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, gremita di pubblico. Emozionante anche la serata conclusiva al Piccolo Teatro Strehler con il rito sonoro Un niente più grande di e con Mariangela Gualtieri, con la guida di Cesare Ronconi (produzione Teatro Valdoca): un monologo poetico di grande intensità, concepito per SOUL Festival, capace di raccogliere il pubblico in un ascolto raro, sospeso, restituendo attraverso la parola il senso più intimo e condiviso del mistero.
Tra i momenti più suggestivi, la meditazione all’alba sulle Terrazze del Duomo, guidata da mons. Mario Delpini con letture di Lino Guanciale – in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa – ha offerto un’esperienza di contemplazione sospesa tra notte e giorno, accolta da un pubblico profondamente coinvolto. Di grande impatto emotivo anche le cene monastiche al Refettorio Ambrosiano, con don Paolo Alliata e Cristina Arcidiacono, dove il gesto quotidiano del condividere il cibo si è trasformato in occasione di ascolto e nutrimento spirituale; l’incontro nel Duomo di Milano con l’Arcivescovo di Algeri card. Jean-Paul Vesco, accompagnato dagli strumenti dell’Orchestra del Mare; il concerto di canto gregoriano in Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa; il progetto inedito realizzato in collaborazione con Fondazione Amplifon che ha trasformato ricordi e pensieri di alcuni ospiti di RSA italiane in un’esperienza teatrale sul mistero della vita e della morte, seguita da una riflessione di Vittorio Lingiardi; l’incontro notturno in Santa Maria presso San Satiro; i cicli di incontri dedicati ai Maestri dell’oltre e ai Maestri di mistero.
Molto apprezzati dal pubblico anche gli incontri capaci di tessere un dialogo originale tra discipline diverse, come la riflessione di François Jullien per una filosofia dell’esistenza tra pensiero cinese e greco che invita a indagare l’incommensurabile e l’infinito in noi; il racconto della spiritualità contemporanea di Pablo d’Ors, che ha mostrato come il silenzio e la meditazione cristiana possano diventare strumenti di connessione profonda per conoscersi meglio; l’esplorazione del rapporto tra fede, comunità e società digitale a cura di Chiara Giaccardi, che ha sollevato interrogativi sul modo in cui la tecnologia plasma la nostra capacità di relazione e di ascolto; lo sguardo di Elisabetta Moro e Marino Niola sul bisogno umano di interrogare il domani attraverso segni e presagi, dalle pratiche divinatorie dell’antichità fino alle moderne forme di futurologia e previsione tecnologica; l’indagine di Massimo Polidoro sulla scienza e il pensiero critico, che ha invitato il pubblico a confrontarsi con i misteri della percezione, del paranormale e dell’inspiegabile; il confronto tra Edwige Pezzulli e Roberto Casati sui confini tra scienza e conoscenza, per mostrare come osservazione e ragione possano aprire nuovi sguardi sulla realtà e sulle domande più profonde della vita.
Significativa anche la partecipazione dei giovani agli appuntamenti di SOUL Young, la rassegna ideata da under 30 coordinati da Francesca Fimeroni e Francesca Monti, curatrici del progetto, ospitati all’ADI Design Museum. Tra i momenti più seguiti, l’incontro con il cantautore e scrittore Vasco Brondi.
Con questa terza edizione SOUL Festival di Spiritualità Milano ha esplorato il desiderio di comprendere il mondo e abitare il suo mistero, confermando la vocazione della manifestazione quale spazio autentico di ascolto, riflessione e condivisione sui grandi temi dell’esistenza, capace di nutrire mente e cuore in un’epoca di conflitti, divisioni e disorientamento. Appuntamento alla prossima edizione 2027!
Il rapporto sulle donne del Sinodo
‘Non c’è nulla, nel solo fatto di essere donna, che impedisca di assumere ruoli di guida nella Chiesa’: è uno dei passaggi chiave del Rapporto finale del Gruppo 5, uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da papa Francesco nel 2024 per elaborare pareri e proposte su questioni emerse nel corso del Sinodo sulla Sinodalità. Questo Gruppo era incaricato, sotto il coordinamento dal Dicastero per la Dottrina della Fede, di approfondire ‘questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali’, tra cui il tema della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, ha consegnato il suo report conclusivo alla Segreteria generale del Sinodo.
Questo Gruppo (dopo quello sulla missione digitale e la formazione dei sacerdoti) ha trasmesso il proprio studio, frutto di un articolato percorso di ascolto, analisi, ricerca e dialogo con episcopati e università, secondo volontà di papa Leone XIV, che ha stabilito che, man mano che i vari rapporti verranno consegnati, siano diffusi ‘in spirito di trasparenza’.
Il Rapporto finale del Gruppo 5 è suddiviso in tre parti. La prima parte racconta la storia del Gruppo 5 del Sinodo sulla Sinodalità e illustra i passaggi storici e metodologici della stesura del Rapporto finale. La seconda parte offre una sintesi ragionata dei temi emersi dall’approfondimento sinodale ed è composta da cinque paragrafi: Onorare una promessa, Questioni di fondo (I): natura relazionale dell’essere umano; Questioni di fondo (II): la potestas; Questioni di fondo (III): i ministeri; Punto di fuga: la dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. La terza parte del Rapporto finale offre numerose appendici di approfondimento delle questioni teologiche, pastorali e canonistiche affrontate nella seconda parte; in esse si includono diverse proposte e informazioni inviate al Gruppo 5.
In questa breve sintesi, appare opportuno ricordare due temi particolarmente svilupparti in questa sezione del Rapporto finale.
Il primo tema riguarda il fatto che la riflessione sulla partecipazione delle donne nella Chiesa non può prescindere dal considerare il maschile e il femminile insieme, come parte di una medesima missione, in un contesto ecclesiologico di comunione. Pertanto, occorre riflettere in particolare circa la riformulazione degli ambiti di competenza del ministero ordinato. Infatti ‘la configurazione del sacerdote con Cristo Capo (vale a dire, come fonte principale della grazia) non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto’ (Es. ap. Evangelii gaudium, n. 104).
Piuttosto, “quando si afferma che il sacerdote è segno di ‘Cristo capo’, il significato principale è che Cristo è la fonte della grazia: Egli è il capo della Chiesa ‘perché ha il potere di comunicare la grazia a tutte le membra della Chiesa’. Per questo è bene ricordare, come ribadito da san Giovanni Paolo II, che ‘anche se la Chiesa possiede una struttura ‘gerarchica’, tuttavia tale struttura è totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo’ (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem 27). Ciò è di fondamentale importanza per comprendere la natura dell’autorità detenuta dalla gerarchia, in quanto ‘sua chiave e suo fulcro non è il potere inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al popolo’. E’ chiaro che tali affermazioni magisteriali hanno delle conseguenze concrete per la vita ecclesiale. Ridefinire questi ambiti di competenza potrebbe aprire al riconoscimento di nuovi spazi di responsabilità per le donne nella Chiesa. In questo contesto si apre la possibilità di nuovi ministeri, anche per la guida di comunità, per le laiche e i laici, le religiose e i religiosi.
Il secondo tema ha a che fare con la riscoperta della dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. Infatti, insieme ai ministeri conosciuti ‘si affiancano ministeri non istituiti ritualmente, ma esercitati con stabilità’. Questo fatto era già stato riconosciuto da san Giovanni Paolo II: ‘accanto al ministero ordinato, altri ministeri, istituiti o semplicemente riconosciuti, possono fiorire a vantaggio di tutta la comunità, sostenendola nei suoi molteplici bisogni’ (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, n. 46).
Questi servizi non istituiti ritualmente rispondono a un vero bisogno del popolo di Dio e non rappresentano il semplice compimento di un desiderio personale. Sono, in verità, arricchiti da carismi seminati dallo Spirito, che è sempre datore di tutti i doni di cui necessita il bene del corpo ecclesiale. Si deve così pensare che, lì dove c’è un bisogno per l’evangelizzazione, lo Spirito conferisca già a qualcuno un carisma per rispondervi. Restare unicamente nel tracciato della vita ministeriale istituita, in merito alla partecipazione delle donne alla guida della Chiesa, ci racchiude e impoverisce.
Questa strada ministeriale potrebbe coinvolgere solo alcune donne con certe caratteristiche, capacità e stile più legati a una forma di essere e agire. I ministeri sono certamente un grande bene, ma non risolvono la necessità di promuovere la possibile fecondità di tutte le donne per la vita della Chiesa. I carismi hanno una maggiore presenza capillare che permette di arrivare lì dove le solite strutture non hanno la capacità di penetrare. Non sono una realtà soggettiva e marginale, ma un dono oggettivo di fronte a tanti urgenti bisogni della gente ordinariamente non esauditi dalle vie strutturali della Chiesa.
Infine il contributo di papa Leone XIV: “Papa Leone XIV ha dimostrato il suo sostegno al ruolo delle donne nella Chiesa, sia con le parole sia con le azioni. Per esempio, in un’udienza con i rappresentanti degli istituti religiosi femminili, ha elogiato le religiose per la loro disponibilità «nei confronti dei più deboli: bambini, ragazze e ragazzi poveri, orfani, migranti, a cui si sono aggiunti col tempo anziani e malati, oltre a tanti altri ministeri di carità.Il Santo Padre ha aggiunto: Le alterne vicende del vostro passato e la vivacità del presente fanno toccare con mano come la fedeltà alla sapienza antica del Vangelo sia il miglior propellente per chi, spinto dallo Spirito Santo, intraprende nuove vie di donazione, votate all’amore di Dio e del prossimo in ascolto attento dei segni dei tempi”.
Papa Leone XIV: la speranza è partecipazione
“Siamo da poco entrati nel periodo liturgico dell’Avvento, che ci educa all’attenzione ai segni dei tempi. Noi infatti ricordiamo la prima venuta di Gesù, il Dio con noi, per imparare a riconoscerlo ogni volta che viene e per prepararci a quando tornerà. Allora saremo per sempre insieme. Insieme con Lui, con tutti i nostri fratelli e sorelle, con ogni altra creatura, in questo mondo finalmente redento: la nuova creazione”: così è iniziata la meditazione odierna del papa con un richiamo all’Avvento ed un invito sulle orme di Alberto Marvelli.
Il papa ha subito chiarito che l’attesa non è passività: “Questa attesa non è passiva. Infatti, il Natale di Gesù ci rivela un Dio coinvolgente: Maria, Giuseppe, i pastori, Simeone, Anna, e più avanti Giovanni Battista, i discepoli e tutti coloro che incontrano il Signore sono coinvolti, sono chiamati a partecipare. E’ un onore grande, e che vertigine! Dio ci coinvolge nella sua storia, nei suoi sogni. Sperare, allora, è partecipare. Il motto del Giubileo, ‘Pellegrini di speranza’, non è uno slogan che tra un mese passerà! E’ un programma di vita: ‘pellegrini di speranza’ vuol dire gente che cammina e che attende, non però con le mani in mano, ma partecipando”.
Quindi l’Avvento è una lettura dei ‘segni dei tempi’: “Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato a leggere i segni dei tempi: ci dice che nessuno riesce a farlo da solo, ma insieme, nella Chiesa e con tanti fratelli e sorelle, si leggono i segni dei tempi. Sono segni di Dio, di Dio che viene col suo Regno, attraverso le circostanze storiche”.
Segno del tempo in quanto Dio è nel mondo: “Dio non è fuori dal mondo, fuori da questa vita: abbiamo imparato nella prima venuta di Gesù, Dio-con-noi, a cercarlo fra le realtà della vita. Cercarlo con intelligenza, cuore e maniche rimboccate! E il Concilio ha detto che questa missione è in modo particolare dei fedeli laici, uomini e donne, perché il Dio che si è incarnato ci viene incontro nelle situazioni di ogni giorno. Nei problemi e nelle bellezze del mondo, Gesù ci aspetta e ci coinvolge, ci chiede che operiamo con Lui. Ecco perché sperare è partecipare!”
E l’esempio di questo avvento è il beato Alberto Marvelli: “Oggi vorrei ricordare un nome: quello di Alberto Marvelli, giovane italiano vissuto nella prima metà del secolo scorso. Educato in famiglia secondo il Vangelo, formatosi nell’Azione Cattolica, si laurea in ingegneria e si affaccia alla vita sociale al tempo della seconda guerra mondiale, che lui condanna fermamente. A Rimini e dintorni si impegna con tutte le forze a soccorrere i feriti, i malati, gli sfollati. Tanti lo ammirano per questa sua dedizione disinteressata e, dopo la guerra, viene eletto assessore e incaricato della commissione per gli alloggi e per la ricostruzione”.
La fede, quindi invita alla partecipazione: “Così entra nella vita politica attiva, ma proprio mentre si reca in bicicletta a un comizio viene investito da un camion militare. Aveva 28 anni. Alberto ci mostra che sperare è partecipare, che servire il Regno di Dio dà gioia anche in mezzo a grandi rischi. Il mondo diventa migliore, se noi perdiamo un po’ di sicurezza e di tranquillità per scegliere il bene. Questo è partecipare”.
In conclusione la speranza è partecipazione: “Sperare è partecipare: questo è un dono che Dio ci fa. Nessuno salva il mondo da solo. E neanche Dio vuole salvarlo da solo: Lui potrebbe, ma non vuole, perché insieme è meglio. Partecipare ci fa esprimere e rende più nostro ciò che alla fine contempleremo per sempre, quando Gesù definitivamente tornerà”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a vivere la Chiesa nella comunione
“Oggi il Vangelo ci presenta due personaggi, un fariseo e un pubblicano, che pregano nel Tempio. Il primo vanta un lungo elenco di meriti. Le opere buone che compie sono molte, e per questo si sente migliore degli altri, che giudica in modo sprezzante. Sta in piedi, a testa alta. Il suo atteggiamento è chiaramente presuntuoso: denota un’osservanza della Legge esatta, sì, ma povera d’amore, fatta di ‘dare’ e di ‘avere’, di debiti e crediti, priva di misericordia”: nell’Angelus domenicale papa Leone XVI ha sottolineato la differenza di queste due preghiere.
Se il fariseo è esaltazione delle proprie azioni il pubblicano ha un diverso atteggiamento: “Anche il pubblicano sta pregando, ma in modo molto diverso. Ha tanto da farsi perdonare: è un esattore al soldo dell’Impero romano, e lavora con un contratto di appalto che gli permette di speculare sui proventi a scapito dei suoi stessi connazionali. Eppure, alla fine della parabola, Gesù ci dice che proprio lui, tra i due, è quello che torna a casa ‘giustificato’, cioè perdonato e rinnovato dall’incontro con Dio”.
E’ un invito ad incontrare Dio: “Anzitutto, il pubblicano ha il coraggio e l’umiltà di presentarsi davanti a Dio. Non si chiude nel suo mondo, non si rassegna al male che ha fatto. Lascia i luoghi in cui è temuto, al sicuro, protetto dal potere che esercita sugli altri. Viene al Tempio da solo, senza scorta, anche a costo di affrontare sguardi duri e giudizi taglienti, e si mette davanti al Signore, in fondo, a testa bassa, pronunciando poche parole: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’.
Così Gesù ci dà un messaggio potente: non è ostentando i propri meriti che ci si salva, né nascondendo i propri errori, ma presentandosi onestamente, così come siamo, davanti a Dio, a sé stessi e agli altri, chiedendo perdono e affidandosi alla grazia del Signore”.
E’ stato un invito a riconoscere i peccati ed ad affidarli alla misericordia di Dio: “Cari fratelli e sorelle, facciamo così anche noi. Non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori, di metterli a nudo assumendocene la responsabilità e affidandoli alla misericordia di Dio. Potrà così crescere, in noi e attorno a noi, il suo Regno, che non appartiene ai superbi, ma agli umili, e che si coltiva, nella preghiera e nella vita, attraverso l’onestà, il perdono e la gratitudine”.
Anche nella messa per il Giubileo delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione, il papa ha incoraggiato la comunione e l’apertura all’altro, senza la pretesa di essere migliori degli altri: “La Chiesa, invece, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, è il segno visibile dell’unione tra Dio e l’umanità, del suo progetto di radunarci tutti in un’unica famiglia di fratelli e sorelle e di farci diventare suo popolo: un popolo di figli amati, tutti legati nell’unico abbraccio del suo amore”.
Ed ha richiamato il monito di papa Francesco a riscoprire la ‘vita spirituale’: “Guardando al mistero della comunione ecclesiale, generata e custodita dallo Spirito Santo, possiamo comprendere anche il significato delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione; essi esprimono quanto accade nella Chiesa, dove le relazioni non rispondono alle logiche del potere ma a quelle dell’amore. Le prime (per ricordare un monito costante di papa Francesco) sono logiche ‘mondane’, mentre nella Comunità cristiana il primato riguarda la vita spirituale, che ci fa scoprire di essere tutti figli di Dio, fratelli tra di noi, chiamati a servirci gli uni gli altri”.
Il motivo sta nell’amore di Dio: “Regola suprema, nella Chiesa, è l’amore: nessuno è chiamato a comandare, tutti sono chiamati a servire; nessuno deve imporre le proprie idee, tutti dobbiamo reciprocamente ascoltarci; nessuno è escluso, tutti siamo chiamati a partecipare; nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo umilmente cercarla, e cercarla insieme. Proprio la parola ‘insieme’ esprime la chiamata alla comunione nella Chiesa”.
L’amore appunto si concretizza nel cammino: “Camminare insieme. Apparentemente è quello che fanno i due personaggi della parabola che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo. Il fariseo e il pubblicano salgono tutti e due al Tempio a pregare, potremmo dire che ‘salgono insieme’ o comunque si ritrovano insieme nel luogo sacro; eppure, essi sono divisi e tra loro non c’è nessuna comunicazione. Tutti e due fanno la stessa strada, ma il loro non è un camminare insieme; tutti e due si trovano nel Tempio, ma uno si prende il primo posto e l’altro rimane all’ultimo; tutti e due pregano il Padre, ma senza essere fratelli e senza condividere nulla”.
E’ un invito a non avere l’atteggiamento del fariseo, che prega solo per se stesso: “La sua preghiera, apparentemente rivolta a Dio, è soltanto uno specchio in cui egli guarda sé stesso, giustifica sé stesso, elogia sé stesso…
Fratelli e sorelle, questo può succedere anche nella Comunità cristiana. Succede quando l’io prevale sul noi, generando personalismi che impediscono relazioni autentiche e fraterne; quando la pretesa di essere migliori degli altri, come fa il fariseo col pubblicano, crea divisione e trasforma la Comunità in un luogo giudicante ed escludente; quando si fa leva sul proprio ruolo per esercitare il potere e occupare spazi”.
Quindi ha invitato a guardare al comportamento del pubblicano: “E’ al pubblicano, invece, che dobbiamo guardare. Con la sua stessa umiltà, anche nella Chiesa dobbiamo tutti riconoscerci bisognosi di Dio e bisognosi gli uni degli altri, esercitandoci nell’amore vicendevole, nell’ascolto reciproco, nella gioia del camminare insieme, sapendo che ‘il Cristo appartiene a coloro che sentono umilmente, non a coloro che si innalzano al di sopra del gregge’.
Le équipe sinodali e gli organi di partecipazione sono immagine di questa Chiesa che vive nella comunione. E oggi vorrei esortarvi: nell’ascolto dello Spirito, nel dialogo, nella fraternità e nella parresìa, aiutateci a comprendere che, nella Chiesa, prima di qualsiasi differenza, siamo chiamati a camminare insieme alla ricerca di Dio, per rivestirci dei sentimenti di Cristo; aiutateci ad allargare lo spazio ecclesiale perché esso diventi collegiale e accogliente”.
Tale atteggiamento del pubblicano aiuta a vivere nella comunione ecclesiale: “Questo ci aiuterà ad abitare con fiducia e con spirito nuovo le tensioni che attraversano la vita della Chiesa (tra unità e diversità, tradizione e novità, autorità e partecipazione), lasciando che lo Spirito le trasformi, perché non diventino contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni dannose. Non si tratta di risolverle riducendo l’una all’altra, ma di lasciarle fecondare dallo Spirito, perché siano armonizzate e orientate verso un discernimento comune… Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandosi guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore”.
E’ stato un invito a ‘costruire’ la Chiesa, come affermava mons. Tonino Bello: “Carissimi, dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile. Una Chiesa che non sta dritta in piedi come il fariseo, trionfante e gonfia di sé stessa, ma si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo col pubblicano, ma si fa luogo ospitale per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma resta in ascolto di Dio per poter allo stesso modo ascoltare tutti. Impegniamoci a costruire una Chiesa tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo”.
(Foto: Santa Sede)
Da Assisi una chiamata alla responsabilità per la cura del creato
Sabato 20 settembre in una tavola rotonda tenutasi ad Assisi in occasione dell’evento culturale Cortile di Francesco, è stata lanciata la ‘Chiamata alla responsabilità per la transizione ecologica: Dai dibattiti ai dialoghi, dal dire al fare’, un appello firmato da 40 organizzazioni cattoliche, promosso dal Movimento ‘Laudato Sì’, insieme al Sacro Convento di San Francesco, alle famiglie francescane ed alle diocesi di Assisi e di Gubbio nel 10° anniversario dell’enciclica ‘Laudato Sì’: .
“Oggi, più che mai, siamo chiamati a passare dal dire al fare, dai dibattiti ai dialoghi, dalle dichiarazioni alle scelte quotidiane. Servono gesti concreti, comunità vive per la costruzione di un futuro giusto. Ci sarà vera transizione solo con la partecipazione” è l’appello al cuore del documento.
Nel saluto di benvenuto fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento di Assisi, ha invitato a ‘gustare’ la natura: “Nell’800^ del Cantico delle Creature siamo chiamati a gustare la bellezza della natura e a sentirci parte di essa. Il dialogo nasce per esplorare soluzioni creative e innovative, facendo scelte miti e coraggiose. In un mondo di conflitti, essere forti nella gentilezza e capaci di ascolto è uno stile profetico che costruisce ponti e abbatte muri”.
Il termine ‘dialogo’ è stato sottolineato anche da Cecilia Dall’Oglio, responsabile Italia e Global Movement Advisor del Movimento Laudato Sì, che ha ripreso le parole di papa Leone XIV alla sua prima benedizione Urbi et Orbi: “Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco!
Sono grata a tutti i presenti al lancio di questa Chiamata, alle realtà della Conferenza episcopale italiana, alle migliaia di Animatori Laudato Si’ e ai Circoli attivi sul tutto il territorio nazionale. Una Chiamata frutto della volontà condivisa di dare slancio all’impegno per la transizione ecologica fuori dai combustibili fossili e verso un sistema energetico rinnovabile e decentralizzato. Dieci anni fa su questi temi non eravamo così attivi e partecipi, ora ci siamo! Laudato Sì”.
La proposta è stata ripresa dal presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano, ribadendo l’impegno e la collaborazione: “Per l’Azione cattolica l’impegno e la collaborazione insieme a tante altre realtà ecclesiali e civili all’interno del Movimento Laudato Sì è una scelta assembleare e prioritaria che ci esorta ad una conversione ecologia coraggiosa e ad una nuova responsabilità sociale.
Particolarmente in questo tempo dove l’impegno per la cura del Creato si declina come impegno a costruire una pace giusta e a rigenerare la vita e le istituzioni democratiche. Ce lo chiedono i giovani e il loro desiderio di un futuro migliore, il nostro impegno diventa la forma concreta di quella Speranza che non delude mai e che il Giubileo ci sta aiutando a focalizzare e contemplare in questo passaggio drammatico e violento della storia dell’umanità”.
Anche il presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia, ha sottolineto l’invito alla giustizia sociale: “Laudato Sì’ lega indissolubilmente la custodia del creato al grido dei poveri e della Terra. Non è solo ecologia, ma giustizia sociale e fraternità globale. Le guerre nascono dall’accaparramento delle risorse e dalle diseguaglianze. Solo insieme, con un pensiero diverso, saremo capaci di costruire amicizia sociale e pace”.
Parole ripetute da Francesco Scoppola e Roberta Vincini, presidenti dell’Agesci: “La nostra Terra è casa, dono e relazione. In un tempo in cui il grido del Creato si fa sempre più forte, sentiamo il dovere di rispondere con speranza –La firma della Chiamata alla responsabilità è un gesto concreto: come guide e scout siamo da sempre parte attiva di quel cambiamento che mette al centro cura, giustizia e pace”.
Dunque, subito una risposta forte da parte del mondo associativo cattolico ma anche da parte di tante altre associazioni che hanno aderito con convinzione ad una chiamata che rilancia in maniera chiara quanto sia fondamentale per il processo di pace iniziare proprio dalla cura della Casa comune:
“Ci sarà pace con la Terra, se impariamo a camminare in pace tra noi. Siamo dentro un tempo favorevole, un kairòs. Rispondiamo insieme a questa chiamata alla responsabilità per la transizione ecologica, con mitezza e determinazione, creatività e perseveranza, ispirati da san Francesco, patrono d’Italia, e dal suo Cantico delle Creature”.
Tali interventi hanno avuto un filo conduttore nel ragionamento della sociologa Marianella Sclavi: “Questa tavola rotonda e la Chiamata alla responsabilità portano l’attenzione sul ‘dialogo’, un modo di comunicare completamente diverso dal ‘dibattito’. Nel dialogo c’è spazio per l’ascolto attivo e per la soluzione creativa dei conflitti. Per passare dai dibattiti ai dialoghi, dal dire al fare, servono facilitatori capaci di ascolto, intelligenza plurale e umorismo”.
Per questo il prof. Marco Marchetti, docente di Pianificazione ecologica del territorio all’Università La Sapienza di Roma, ha invitato ad una responsabilità ‘collettiva’: “Il sistema energetico evolve troppo lentamente, mentre le emissioni continuano a salire.. E’ urgente una responsabilità collettiva per la transizione ecologica, una conversione integrale che, come dice la ‘chiamata’ metta in relazione ambiente, economia, società, politica e spiritualità. E’ necessario sostenere i tanti nuclei coraggiosi e tenaci che oggi possono avere un ruolo simile a quello dei monaci nell’Alto Medioevo”.
All’Appello ha risposto anche il mondo della scienza, come il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana: “Benché i rischi del cambiamento climatico siano noti da decenni, assistiamo a un’ondata di negazione della realtà. Comunicare la crisi climatica significa spiegare la gravità degli scenari ma anche fornire soluzioni concrete per i comportamenti individuali e collettivi. La tecnologia da sola, anche se guidata dall’etica, non sarà sufficiente a garantire una pace duratura con la natura”.
Nel documento si fa appello alla transizione ecologica, che ‘si realizza con processi comunitari, con esercizio di cittadinanza, camminando insieme nel dialogo e nella responsabilità’, con l’attuazione di processi come le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali (CERS), “non solo come progetto tecnico, ma come comunità solidali, capaci di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e di costruire relazioni più forti, una nuova cultura della cura integrale”.
Un altro aspetto fondamentale della ‘chiamata’ è la convinzione che “La dimensione dalla quale è possibile partire per muovere gli animi di ogni donna e uomo di buona volontà è quella della spiritualità ecologica, il cuore della conversione”.
Il documento termina con queste parole: “Coltiviamo semi di speranza, nella certezza che ogni scelta conta, che ogni gesto di cura è un frammento di un mondo nuovo che nasce qui e ora. Il cambiamento comincia da noi. E non finisce con noi. Il cambiamento comincia nel mio cortile…
Oggi, più che mai, siamo chiamati a passare dal dire al fare, dai dibattiti ai dialoghi, dalle dichiarazioni alle scelte quotidiane. Servono gesti concreti, comunità vive per la costruzione di un futuro giusto. Ci sarà vera transizione solo con la partecipazione. Ci sarà pace con la Terra, se impariamo a camminare in pace tra noi. Siamo dentro un tempo favorevole, un kairòs. Rispondiamo insieme a questa chiamata alla responsabilità per la transizione ecologica, con mitezza e determinazione, creatività e perseveranza, ispirati da san Francesco, patrono d’Italia, e dal suo Cantico delle Creature”.
Irpinia e Sannio: le aree interne diventano ‘Capitale del Dono’
La ‘Giornata del Dono’, o #DonoDay2025 – #10annidiDonoDay, è la giornata nazionale istituita con la Legge n. 110 del 2015 e celebrata ogni anno il 4 ottobre per promuovere la cultura della solidarietà, dell’altruismo e della cittadinanza attiva, che quest’anno festeggia il primo decennale dall’istituzione della legge stessa. E’ un momento corale che coinvolge scuole, Comuni, associazioni e cittadini in iniziative diffuse in tutta Italia, con l’obiettivo di valorizzare il gesto del dono in tutte le sue forme: dal tempo alla cura, dalle competenze al sostegno concreto.
Un valore che nel 2025 si farà ancora più forte in Campania, grazie alla scelta di Irpinia e Sannio come Capitale Italiana del Dono. Protagonisti saranno soprattutto i giovani, chiamati a costruire un futuro fondato sulla solidarietà e la partecipazione civica.
Il programma ufficiale è stato presentato presso l’Aula Consiliare della Rocca dei Rettori di Benevento e prevede quattro giornate di celebrazioni a Pietrelcina nei giorni 2, 3, 4 e 24 ottobre 2025, animate da incontri, laboratori, testimonianze e momenti culturali dedicati a studenti, enti del Terzo Settore, amministrazioni, imprese e cittadini.
Il calendario prevede visite guidate, laboratori e percorsi didattici per studenti e famiglie (2 ottobre), la premiazione dei contest nazionali #DonareMiDona Scuole con ospiti del mondo della cultura e dello spettacolo, tra cui Geronimo Stilton, esibizioni e spettacoli musicali (3 ottobre), la raccolta sangue promossa da Fratres Campania (4 ottobre) e, per concludere, una grande giornata di restituzione e testimonianze con i protagonisti del dono (24 ottobre).
👉 Programma completo: cesvolab.it/capitale-italiana-del-dono-2025/#programma
“Per la prima volta il Giorno del Dono, la vera grande festa nazionale del dono, viene celebrato in Campania grazie alla collaborazione e al supporto del Cesvolab”. Ha dichiarato Cinzia Di Stasio, Direttrice dell’Istituto Italiano della Donazione.
“IID – ha spiegato – ha scelto il cuore della regione per onorare la partecipazione concreta di questi territori alle iniziative culturali e solidali che animano il mese del dono. Nel 2025 registriamo numeri importanti: 15 scuole, 5 Comuni, 56 associazioni e 4 imprese coinvolte. È questo il volto della Capitale Italiana del Dono.”
Grande soddisfazione è stata espressa da Raffaele Amore, Presidente CSV Irpinia Sannio ETS:
“Questa nomina è il frutto di un vero gioco di squadra. Irpinia e Sannio dimostrano che realtà diverse, unite dagli stessi valori, possono dialogare, costruendo insieme un messaggio forte rivolto soprattutto ai giovani. La Capitale del Dono è anche un’occasione per valorizzare le aree interne, che possono diventare volano di sviluppo e di speranza”
Alla presentazione hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali, del mondo culturale, accademico ed economico: tra loro Nino Lombardi (Presidente Provincia di Benevento), Clemente Mastella (Sindaco di Benevento), Salvatore Mazzone (Sindaco di Pietrelcina), Maria Cristina Aceto (Direttrice CSV Irpinia Sannio ETS), Ezio Mazzaro (Responsabile BPER Centro Imprese Campania Sud), Nazzareno Orlando (Presidente Conservatorio “Nicola Sala”), Filippo Liverini (Vice Presidente Confindustria Benevento), oltre a imprese, enti e associazioni partner.
Con la presentazione ufficiale del programma, Irpinia e Sannio si preparano a vivere da protagonisti la Capitale Italiana del Dono 2025, trasformandosi nel cuore pulsante della solidarietà nazionale: una comunità che dona, con i giovani al centro.
Una partita per la solidarietà: la Società di San Vincenzo De Paoli siciliana scende in campo
E’ stato un abbraccio che corre lungo il campo, calcia forte le paure, dribbla le distanze e segna un goal al cuore. La ‘Partita della solidarietà’ non è semplicemente un evento sportivo, né una serata di raccolta fondi. È molto di più. E’ una lingua universale che non ha bisogno di traduzioni, dove a parlare sono i sorrisi, le strette di mano, gli occhi che brillano.
Perché quando il pallone comincia a rotolare, succede qualcosa di straordinario: le differenze si annullano, i pregiudizi cadono, e resta solo ciò che conta davvero. La voglia di partecipare. Di esserci. Di fare squadra per chi è rimasto indietro.
Allo Stadio comunale ‘Gianni Cosimo’ di Vittoria si è conclusa la partita tra ‘La Football San Vincenzo Sicilia’ e la ‘Football Club Vittoria ASD’. Le squadre sono scese in campo per una nobile causa: il ricavato dei biglietti d’ingresso è stato devoluto all’acquisto di biciclette e di occhiali da vista.
Due strumenti diversi per aiutare le famiglie del territorio supportate dall’Associazione. “Questa zona è ricca di serre che offrono numerose possibilità di impiego. Molti ragazzi, privi della possibilità di acquistare un mezzo di trasporto, sono costretti a rinunciare al lavoro rimanendo in una condizione di estremo disagio. La bicicletta può ridare speranza a tante persone”, afferma il Presidente del Consiglio Centrale di Vittoria, Rosario Macca.
Le serre sorgono in zone periferiche e non sono raggiungibili con mezzi pubblici. Così qualcosa di molto semplice come una bicicletta, diventa un bene prezioso che avvicina il lavoro alla famiglia, rendendo possibile il tragitto.
L’iniziativa rappresenta uno dei tanti modi attraverso i quali la San Vincenzo De Paoli mostra attenzione, amore e vicinanza per i bisogni della persona. “Nelle famiglie si vivono situazioni di grande disagio e, anche l’acquisto di un paio di occhiali da vista per i propri figli, può creare difficoltà”, afferma il Presidente Macca. Grazie all’evento è stata anche stipulata una Convenzione per il controllo gratuito della vista ai più piccoli.
Il progetto è stato sposato dal Coordinatore regionale, Mario Sortino, e da alcuni Consigli Centrali della Sicilia. Questo ha consentito di fare rete, proprio come insegnava il Beato Federico Ozanam: “Vorrei racchiudere il mondo in una rete di carità”. Un concetto che sta a cuore al Coordinatore della Società di San Vincenzo De Paoli siciliana: “Fare rete è fondamentale per creare un impatto reale e profondo. La solidarietà è un cammino da fare insieme guardando al futuro con speranza. Non può fermarsi a un gesto”.
Il gioco diventa così un mezzo per spendersi in un’opera di carità che ha coinvolto più persone consentendo qualcosa di straordinario: “Nasce una comunità”, afferma Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV.
In campo c’è stata una sfida molto più importante: “Quella dell’inclusione, della partecipazione, della fratellanza. Perché lo sport, nella sua essenza più autentica, è un potente veicolo educativo e sociale. È capace di unire le persone ben oltre le differenze culturali, linguistiche o economiche. Una semplice partita a pallone può fare ciò che spesso le parole non riescono a realizzare: abbattere muri, costruire ponti” dichiara la Presidente Da Ros e conclude con un ringraziamento speciale a tutti coloro che hanno lavorato “Con passione e impegno per rendere possibile questo evento”.
In Sicilia la San Vincenzo De Paoli, con 693 soci e quasi sessanta volontari, promuove numerose iniziative a favore delle persone in difficoltà e offre una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità e sostengo morale e spirituale, l’assistenza burocratica e amministrativa.
Attraverso 84 Conferenze raggruppate in 11 Consigli centrali attive sul territorio viene garantita assistenza quotidiana a14mila persone e a un migliaio di famiglie bisognose presenti in tutte le aree del disagio: “Lavoriamo incessantemente con una serie di iniziative e progetti mirati a contrastare l’esclusione sociale ele diverse forme di marginalità. Il nostro proposito è di stare vicini a chi ha bisogno partecipando attivamente alle loro storie di vita”, racconta Mario Sortino, coordinatore della Società di San Vincenzo De Paoli siciliana.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Sanremo 2025, Fabrizio Venturi rende noti i nomi dei cantanti che parteciperanno alla quarta edizione Festival della Canzone Cristiana
La Quarta edizione del Sanremo Cristian Music Festival, Festival della Canzone Cristiana 2025, www.sanremofestivaldellacanzonecristiana.it, si svolgerà a Sanremo dal 13 al 15 febbraio 2025, in concomitanza con la settantacinquesima edizione del Festival della Canzone Italiana.
Sarà un Festival nel Festival, una staffetta musicale tra la musica leggera del Festival della Canzone Italiana, diretto da Carlo Conti, e la Christian Music del Sanremo Festival della Canzone Cristiana, ideato dal cantautore e Direttore artistico Fabrizio Venturi, il quale, nelle ultime ore, ha comunicato alla stampa i nomi degli artisti in gara:
“Abbiamo ricevuto tantissime candidature e i brani che ho ascoltato sono di levatura altissima. Ciò testimonia che la Christian Music sta sempre più affermandosi anche nel nostro Paese. Sarà Festival speciale dedicato al Giubileo e a Papa Francesco, il cui impegno è teso all’affermazione della Fratellanza Umana, della Pace Mondiale e della Convivenza Comune”, ha dichiarato Fabrizio Venturi.
Di seguito, i nomi dei concorrenti della quarta edizione del Festival della Canzone Cristiana che si contenderanno i pregiati trofei realizzati dal grande Maestro orafo Michele Affidato, lo stesso orafo che ha creato i trofei che consegnerà Carlo Conti ai vincitori del Festival della Canzone Italiana:
Tony Strano di Pozzuoli (NA) con la canzone “Vento”
Francesco Bartoletti di Rho (MI) con la canzone “Sei la mia roccia”
Gina Palmieri di Lesina (FG) con la canzone “Rosa”
Giovanni Sisti di Roma con la canzone “Le parole di Pietro”
Giuseppe Marchese di Biancavilla (CT) con la canzone “Preghiera”
Figli del padre di Vezzano sul Crostolo (RE) con la canzone “Le dieci vergini”
Gipsy Fiorucci di Città di Castello (PG) con la canzone “Regina del suo regno”
Gabylo di Casarza Ligure (GE) con la canzone “Ho fede”
Baby Rush di Frascati (RM) con la canzone “Gesù”
Odissea di La Spezia (SP) con la canzone “C’è un tempo per amare”
Piero Chiappano di Gaggiano (MI) con la canzone “Una strada in mezzo al cielo”
Xada di Bressana Bottarone (PV) con la canzone “Fantasie”
Renato Belluccio di Capaccio Paestum (SA) con la canzone “La guerra è finita andiamo in pace”
Selmar di Pelago (FI) con la canzone “Tuo amore”
Gabry di Cavriago (RE) con la canzone “Quotidianità”
Marco Celauro di Agrigento (AG) con la canzone “Adoro te”
Ester di Gela (CL) con la canzone “Sotto una luna argento”
Raffaele Mario Arteca di Padula (SA) con la canzone “Core ‘e mamma”




























