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Monsignor Sigalini: il cristianesimo sulle orme di san Francesco
“Cara Parrocchia, che d’ora in avanti avrai un prete soltanto ogni morte di papa. Dalle mie parti si dice così quando è inutile sperare e perché: morto un papa ne fanno subito un altro e quindi ci sarà anche un prete nuovo; ma noi vogliamo tanto bene a papa Leone XIV, che sicuramente camperà moltissimi anni ancora. Il problema è però che da più di 10 anni stiamo vivendo una scarsità di preti mai vista in questi ultimi cent’anni e le prospettive prossime lo confermano. Unità pastorali sono due belle parole, ma fanno la fotografia che si stanno mettendo assieme molte parrocchie con un parroco solo; ha preti che lo aiutano pure, anche se molti abbiamo più di ottanta anni o lì vicino.
La cosa è ancora più triste perché l’essere cristiani interessa sempre a meno persone. Possiamo ancora suonare le campane, ma molta gente non sa più che cosa vogliono dire, i battezzati diminuiscono non solo perché nascono meno bambini e bambine, ma perché i genitori (ne basta uno) non vogliono battezzare i figli. Le parrocchie hanno anche oratori e strutture, ma non sono sempre utilizzabili”: così inizia la lettera indirizzata alle parrocchie da mons. Domenico Sigalini, presidente del Centro Orientamento Pastorale (COP), al termine della 75^ Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale ‘Dopo la cristianità quale cristianesimo? Sulle orme di san Francesco, per un mondo di fraternità e di pace’.
Nella lettera alle parrocchie il presidente del COP ha evidenziato che nonostante le crisi e le ‘stanchezze’ il cristianesimo è ancora vitale: “Sarà finita la cristianità, cioè tutte le belle abitudini e attività cristiane, c’è un aumento di ignoranza del vangelo, della chiesa, della messa, dei sacramenti, ma non è morto il cristianesimo: il dono bello del vangelo che Dio ci dona continuamente, le capillari opere di carità che tanti cristiani fanno, l’azione preziosa che fanno tanti parrocchiani per spegnere i conflitti, gente che usa cellulari per far compagnia e aiutare i malati nelle tante solitudini, ma soprattutto giovani disponibili a mettersi a disposizione con la loro creatività ad aiutare a superare contrapposizioni; si tratta di fidarsi di loro prima che ‘dimostrino’ qualcosa, di entrare in una relazione reale dove la fiducia precede le garanzie, luoghi in cui sia possibile abitare le grandi domande della loro vita: il senso, il futuro, la fede, la vita; dove il cambiamento non riguarda solo chi cresce, ma anche chi li accompagna. Cara parrocchia abbi fiducia, ci sono laiche, laici e preti decisi che non ti molleranno”.
Allora, mons. Sigalini, quale cristianesimo ci aspetta?
“Una vita cristiana che punta all’essenziale, che mette al centro Gesù in termini espliciti e cammini percorribili, il vangelo come libro di vita e non brani di letture slegate e fugaci, con le persone entro rapporti umani di accoglienza e di aiuto concreto sperimentabili, una passione d’amore percepibile e in continuo approfondimento, un aiuto vicendevole nelle nostre vite nei molteplici rapporti umani che si possono mettere al centro, non lasciando all’abitudine e allo scontato nessun rapporto umano, facendosi purificare pure dalle scoperte e intuizioni della cultura umana”.
Davvero la cristianità è finita?
“Se per cristianità intendiamo tutti quegli strumenti assolutamente necessari per dare un volto comprensibile, una modalità determinante alla sequela del vangelo, alla traduzione in vita concreta del cristianesimo in pensieri, azioni, parole, attitudini, opere artistiche, storie di vita, celebrazioni, sostegni alla missionarietà, comunità cristiane viventi e umanamente sperimentabili… (e potrei continuare, richiamando le nostre tradizioni, abitudini, modi di vita comunitaria che hanno permesso a noi di venire in contatto cin il vangelo e con la persona viva che è Gesù) una necessaria esperienza vivente e comunicabile di vita cristiana ci sarà sempre. Per comunicare a che ora la comunità cristiana si trova a celebrare l’Eucaristia domenicale non servirà forse un campanile con 8 campane come al mio paesello, dove sono nato, e che tanta gente non capisce più, ma uno strumento che fa sapere a tutti, che diventerà più un invito che un avviso, più una accoglienza cordiale, che una fila di sconosciuti”.
Quindi cosa può ‘insegnare’ a questa Chiesa san Francesco d’Assisi?
“Può insegnare l’essenzialità dell’essere persone innamorate di Gesù, staccate dalle mentalità assicurative come prima realtà da difendere, ottenere, comperare che ci costruiamo per avere sicurezze umane; un rapporto con la natura essenziale e determinante le nostre stesse relazioni, una fiducia nel Dio Provvidente che riusciamo a far sperimentare a chi vive con noi o che ci interpellate, ma soprattutto la centralità della persona di Gesù nella nostra vita personale e comunitaria”.
Quale Chiesa è ‘necessaria’ per comunicare il Vangelo?
“Una chiesa molto più vicina alla gente, ai poveri, ai lavoratori, agli operai, alle case del dolore, alle persone cadute e rinnegate, agli ammalati; a chi ha il coraggio di ricominciare sempre a ridirsi e ridefinirsi con le giovani generazioni, aiutandole e facendosi aiutare a scoprire i nuovi bisogni, la nuova visione di mondo, il progresso delle scienze, le continue evoluzioni del modo di stare assieme, di sperimentare generosità”.
Però al tempo dei social quale pastorale è necessaria?
“La prima attenzione da avere e da proporre è la bellezza della nostra umanità, della consapevolezza che non ci sarà mai nessuna macchina capace di provocare la gioia del sorriso di un bambino, del bacio di una mamma dell’abbraccio di un papà che torna o parte per il lavoro. Entro questa certezza imparare ad abitare i social al servizio di una nuova umanità e non di una nuova tecnologia mossa da regole inscritte in algoritmi. Occorre pertanto formarsi ai linguaggi e alle dinamiche proprie dei social, purché la missione nel mondo fisico si estenda al mondo digitale in una coerenza di vita secondo il Vangelo che è capace di azione e narrazione opportune”.
Un tema molto importante affrontato nella settimana è stato quello della cura: per quale motivo è necessaria una ‘rivoluzione’ della cura?
“Si parte sempre dal principio che non dobbiamo cambiare gli altri, ma cambiare noi, approfondire la vera natura della fede nella nostra vita umana e da qui associare sempre alla parola cura, la consapevolezza che il primo atteggiamento non è di curare, ma di lasciarsi curare dai bisogni, dai volti, dalle sofferenze e le gioie di chi incontriamo. Come ci ha evidenziato papa Francesco, e sulla stessa linea d’onda è papa Leone XIV, lungo le vie digitali si possono incontrare un’umanità ferita, uomini e donne in ricerca di un senso per la vita, ma anche uomini e donne ‘intrappolati’ nella ‘rete’ perché abitata male: periferie digitali, manifestazione più o meno evidenti di periferie esistenziali. Verso di esse occorre uscire anzitutto in atteggiamento di ascolto e di accompagnamento, che diviene conversione del cuore, ‘capitalismo’ della cura. Alle logiche di controllo delle grandi società tecnologiche, si può contrapporre una logica di autentica liberazione”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Milano presentata la quarta edizione del bilancio di missione dell’arcidiocesi
Nei giorni scorsi è stato presentato il Bilancio di Missione della Diocesi di Milano; giunta alla quarta edizione, la pubblicazione offre una rendicontazione trasparente delle attività realizzate di anno in anno dalla Chiesa ambrosiana, nelle sue diverse articolazioni, evidenziandone gli effetti in ambito pastorale e sociale e le principali implicazioni economiche.
Alla conferenza stampa sono intervenuti mons. Bruno Marinoni, Vicario episcopale per gli Affari economici, Antonio Antidormi, Economo della Diocesi, don Massimo Pavanello, responsabile del Servizio per la pastorale del turismo e dei pellegrinaggi, mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, che ha firmato anche la prefazione al Bilancio.
Il volume, oltre a presentare i dati relativi alla Curia, agli enti centrali ed alle 1.105 parrocchie della Diocesi, dedica quest’anno un focus a un particolare ambito dell’attività pastorale: i pellegrinaggi e il turismo religioso, attività affidata a Duomo Viaggi & Turismo, l’agenzia viaggi della diocesi.
Nel suo intervento mons. Delpini ha sottolineato che “il Bilancio di missione non è soltanto un rendiconto e una documentazione di come le risorse sono state ben impegnate per le finalità della Diocesi, ma vorrebbe essere anche uno strumento educativo, per far evolvere l’atteggiamento di chi si accosta alla comunità cristiana da quello di chi si considera un ‘utente’ a chi vuole essere un collaboratore, una persona corresponsabile. La comunità è composta da tutti noi: non c’è un erogatore di servizi e un fruitore; esiste una comunità in cui è necessaria la condivisione dei beni”.
In leggera crescita, rispetto al 2024, gli abitanti della Diocesi, che passano da 5.566.667 a 5.584.702, mentre sono 1.105 le parrocchie (una in meno rispetto all’anno scorso), il che dice che ogni parrocchia della Diocesi ha in media 5.054 abitanti (5.037 nel 2024). I presbiteri diocesani sono 1.568, con una riduzione di 31 unità rispetto al 2024 e un invecchiamento complessivo che è in atto da tempo: i sacerdoti tra i 26 e i 35 anni sono 90, quelli con oltre 75 anni sono 482.
Per rappresentare in modo chiaro il flusso delle risorse economiche, è stata effettuata un’analisi congiunta dei bilanci della Curia arcivescovile, degli enti centrali e delle società di servizi diocesane (un ‘perimetro’ che coinvolge 204 lavoratori dipendenti laici, oltre a diversi sacerdoti e religiosi/e). I dati sono stati successivamente riclassificati in base alle finalità di impiego delle risorse, così da evidenziare il contributo alle tre principali aree di intervento della Diocesi: la ‘cura pastorale’ (indirizzo, coordinamento, formazione), la ‘cura amministrativa’ (vigilanza canonica, consulenza amministrativa, servizi), il sostegno di attività e progetti sul territorio (la gestione diretta di opere e l’erogazione di contributi per finalità specifiche, fondi diocesani e 8xmille).
Queste risorse sono state pari, nel periodo esaminato, ad € 69.603.953 (l’anno scorso erano € 66.532.848), destinate per il 38,6% ad attività di vigilanza canonica, consulenza amministrativa e servizi, per il 38,2% al sostegno di attività e progetti sul territorio tramite la gestione diretta di opere e l’erogazione di contributi per finalità specifiche, per il 17,5% ad attività di indirizzo pastorale, coordinamento e formazione.
Per quanto riguarda in particolare il sostegno ad attività e progetti sul territorio, si confermano prevalenti gli ambiti di spesa legati alla carità ed assistenza (oltre € 16.800.000 il 63,4% del totale dei contributi al territorio), il sostegno delle parrocchie (quasi € 4.000.000) ed i contributi per le missioni (oltre € 2.000.000).
Tra gli esempi di questo tipo di attività si possono citare: € 600.000 erogati a parrocchie in particolari difficoltà economiche, oltre € 1.300.000 stanziati per restauri, interventi straordinari, costruzione di nuovi oratori…, € 500.000 destinati al Fondo Schuster – Case per la gente, nonché i quasi € 13.000.000 spesi da Caritas Ambrosiana attraverso le 18 Aree di bisogno in cui è strutturata.
Le somme destinate dal nucleo centrale al territorio non sono la totalità di quelle messe in campo dalla Diocesi, ma si aggiungono alle risorse destinate anzitutto dalle parrocchie (tema del capitolo successivo) e da altri soggetti (ad esempio la Fondazione San Carlo); in questo senso rappresentano una sorta di ‘leva’ che permette di moltiplicare le risorse che vengono complessivamente riversate sul territorio a beneficio della collettività.
Analizzando i dati dal punto di vista della provenienza delle risorse, i contributi dell’8×1000 (ovvero i fondi complessivamente giunti dalla CEI per culto e pastorale, interventi caritativi e bandi per finalità specifiche) ammontano a quasi € 18.000.000, pari al 25,5% del totale delle entrate. Più consistenti – circa € 28.000.000, il 40% del totale – sono i proventi che arrivano da attività e servizi, mentre sono oltre € 18.000.000 (26% del totale) i contributi da parrocchie, enti e privati.
Le analisi sui dati delle parrocchie sono il frutto dell’elaborazione di 1.082 rendiconti di gestione per l’anno 2024, ovvero la quasi totalità delle 1.105 parrocchie presenti in Diocesi. Le entrate complessive sono state pari ad € 267.760.675 (erano state € 270.277.626 nel 2023), destinate per il 68,9% (oltre 184 milioni) ad attività pastorali ordinarie, ovvero l’ambito tipico della vita delle parrocchie e della loro missione: in particolare l’ambito educativo-formativo e quello celebrativo sacramentale. Il 20,9% delle risorse è stato invece destinato a manutenzioni straordinarie e ristrutturazioni (quasi € 56.000.000), il 5,5% ad altri oneri straordinari, l’1,2% a manutenzioni ordinarie su immobili non istituzionali e lo 0,8 % ad oneri finanziari.
Le risorse provengono in massima parte (70,3%) da offerte e collette per attività pastorali ordinarie: oltre € 188.000.000 (in aumento di oltre € 6.000.000 rispetto al 2023), il che significa che in media ogni abitante della Diocesi offre in un anno € 33,7 (in crescita rispetto ai due anni precedenti in cui si registravano offerte per € 32,6 ed € 28,9). La Zona pastorale III di Lecco si conferma quella con l’offerta media per abitante più alta – pari ad € 53,30 – mentre è la Zona I di Milano quella con l’offerta media più bassa (€ 25,32).
Le uscite delle parrocchie sono aumentate: da € 245.899.575 del 2023 ad € 260.433.378 del 2024. Un aumento che è da attribuirsi all’incremento delle spese per le attività tipiche delle parrocchie in tutti gli ambiti della pastorale (oltre € 184.000.000, una voce di spesa in crescita di oltre quasi € 7.000.000 rispetto all’anno precedente e di € 18.000.000 rispetto al 2022); la parte restante è riferibile principalmente a maggiori manutenzioni straordinarie e ristrutturazioni (in crescita di oltre € 6.000.000). Resta comunque positivo il saldo tra entrate e uscite delle parrocchie della Diocesi, pari ad € 7.327.297 (l’anno scorso il saldo era stato di € 24.378.051).
I debiti contratti dalle parrocchie hanno origini e motivazioni diverse: perlopiù si tratta della quota residua di indebitamenti resosi necessari, anni prima, per la costruzione delle chiese o di debiti contratti per interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria.
Come nelle precedenti edizioni del Bilancio di missione, sono stati raccolti i dati delle iniziative formative e pastorali promosse dagli Uffici e Servizi di Curia, divisi per Vicariato, nell’anno pastorale preso in esame. Escludendo Fom (Fondazione oratori milanesi) e Caritas Ambrosiana (che hanno dimensioni non paragonabili agli altri uffici diocesani), sono 161 i convegni organizzati nell’anno 2024-2025, con la presenza di oltre 19.000 persone, mentre i corsi e i seminari di formazione sono stati 141, con oltre 22.000 persone coinvolte. Quasi 1.000 i relatori scelti per questi incontri formativi e pastorali. I sussidi realizzati sono stati 124 con una tiratura di oltre 126.000 copie.
Da Assisi una speranza per le parrocchie
“Dalle mie parti si dice così quando è inutile sperare e perché: morto un papa ne fanno subito un altro e quindi ci sarà anche un prete nuovo; ma noi vogliamo tanto bene a papa Leone XIV, che sicuramente camperà moltissimi anni ancora. Il problema è però che da più di 10 anni stiamo vivendo una scarsità di preti mai vista in questi ultimi cent’anni e le prospettive prossime lo confermano. Unità pastorali sono due belle parole, ma fanno la fotografia che si stanno mettendo assieme molte parrocchie con un parroco solo; ha preti che lo aiutano pure, anche se molti abbiamo più di ottanta anni o lì vicino”: questo è l’inizio della lettera, che idealmente”: con la lettera alle parrocchie di mons. Domenico Sigalini si è concluso ad Assisi la 75^ Settimana nazionale di aggiornamento pastorale del Centro Orientamento Pastorale sul tema ‘Dopo la cristianità quale cristianesimo? Sulle orme di san Francesco, per un mondo di fraternità e di pace’.
Mons. Sigalini non ‘tradisce’ la realtà parrocchiale: “La cosa è ancora più triste perché l’essere cristiani interessa sempre a meno persone. Possiamo ancora suonare le campane, ma molta gente non sa più che cosa vogliono dire, i battezzati diminuiscono non solo perché nascono meno bambini e bambine, ma perché i genitori (ne basta uno) non vogliono battezzare i figli. Le parrocchie hanno anche oratori e strutture, ma non sono sempre utilizzabili. Soprattutto però cresce continuamente gente che non crede, cui non interessa niente di Dio e della chiesa, del vangelo e della vita cristiana. Un po’ di preti e di laici ci siamo trovati per tre giorni ad Assisi a caricarci di speranza”.
Però, nonostante tutto, la speranza resiste: “Sarà finita la cristianità, cioè tutte le belle abitudini e attività cristiane, c’è un aumento di ignoranza del vangelo, della chiesa, della messa, dei sacramenti, ma non è morto il cristianesimo: il dono bello del vangelo che Dio ci dona continuamente, le capillari opere di carità che tanti cristiani fanno, l’azione preziosa che fanno tanti parrocchiani per spegnere i conflitti, gente che usa cellulari per far compagnia e aiutare i malati nelle tante solitudini, ma soprattutto giovani disponibili a mettersi a disposizione con la loro creatività ad aiutare a superare contrapposizioni; si tratta di fidarsi di loro prima che ‘dimostrino’ qualcosa, di entrare in una relazione reale dove la fiducia precede le garanzie, luoghi in cui sia possibile abitare le grandi domande della loro vita: il senso, il futuro, la fede, la vita; dove il cambiamento non riguarda solo chi cresce, ma anche chi li accompagna”.
Nelle conclusioni mons. Sigalini ha sottolineato che tale Settimana ha ripreso la sollecitazione di papa Leone XIV: “La Settimana si colloca nel solco degli orientamenti del cammino sinodale delle Chiese in Italia e riprende anche le indicazioni emerse nel recente magistero ecclesiale, in particolare il discorso di papa Leone XIV rivolto ai vescovi italiani ad Assisi. ‘Dopo la cristianità’ non è una formula sociologica, ma una soglia teologica: una chiamata a interrogarsi su come il Vangelo possa abitare oggi il mondo, generando una presenza cristiana più essenziale, più fraterna, più evangelica. In questo orizzonte, la figura di san Francesco d’Assisi non è evocata come icona, ma come criterio ecclesiale. Francesco non ha ‘gestito’ la crisi della cristianità del suo tempo; ha scelto il Vangelo. Ed il Vangelo, quando viene preso sul serio, genera vita: la Parola (ricorda l’Evangelii Gaudium) ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere”.
Oggi ci si trova in un ‘cambio d’epoca’: “La fine della cristianità è emersa nel cammino sinodale delle Chiese in Italia, con differenze geografiche: più al nord che al sud. La saldatura tra i principi portati avanti dalla Chiesa e quelli della società è venuta meno. Tutti gli indicatori (ricerche sociologiche) parlano di crisi della Chiesa. La pandemia, certamente, ha accelerato processi già in atto, con evidenti cali. Ma ci sono crisi più ampie, a livello planetario: crisi economiche, ambientali, demografiche, sanitarie e geopolitiche. Esistono anche crisi alimentate da strumentalizzazioni religiose, che rafforzano ‘ragioni’. Viviamo quindi in una realtà ‘inquinata’, a cui anche noi contribuiamo”.
Importante è guardare la concretezza della realtà: “Oltre alle crisi da peccato, che vanno combattute con la conversione del cuore, occorre interrogarsi: ‘Se la Chiesa italiana non fosse in crisi, sarebbe davvero la Chiesa di Gesù?’ Probabilmente no. Perché la Chiesa di Gesù è fatta da discepoli e discepole non chiusi in una bolla, ma aperti a cammini di incontro con persone ed eventi nelle pieghe della storia, mettendo testa, cuore e piedi. E’ bene ricordare l’incipit della ‘Gaudium et Spes’: la Chiesa è la gente concreta che guarda con fede a Gesù Salvatore; è un innesto vivo dei cristiani nella società”.
Occorre mettere in campo ‘soluzioni’ per ‘uscire dalla crisi migliorati’: “E’ necessario guardare ai gesti quotidiani, spesso nascosti, che hanno a che fare con la relazione più che con l’organizzazione di eventi. Gesti di solidarietà, frutti dello Spirito: gioia, pace, pazienza, dominio di sé. E’ importante osservare ciò che è buono: questo è il criterio d’incontro con i ‘santi della porta accanto’.
Occorre andare oltre le statistiche, che descrivono bene ma non ci dicono nulla dell’opera dello Spirito; questa, infatti, va oltre le finalità descrittive. Bisogna superare il lamento, spesso amplificato da ultrà cattolici sui social: sono più rumorosi che numerosi, e spesso cercano di riportare indietro le lancette del passato. La preghiera rimane la migliore risposta e il fondamento della comunione”.
Ed ecco la ‘sfida’ di san Francesco: “Francesco rappresenta una forza umile di contraddizione alla mentalità del mondo, all’agitazione inoperosa e alla stanca inquietudine. L’inquietudine è nostalgia di Dio. Francesco propone di vivere secondo la forma del Vangelo: questa sarebbe oggi la sua sfida. Vivere il Vangelo, sine glossa.
Guardando oltre le strumentalizzazioni operate nel tempo su Francesco, egli si presenta come ‘figura di frontiera’: un ponte tra medioevo e modernità, tra Chiesa e mondo, tra istituzione e l’inedito della profezia, una cerniera (‘il conciatore’) che cuce insieme. Le figure di profezia non si lasciano mai possedere; Francesco è un grande disturbatore della quiete pubblica”.
Da qui parte il rinnovamento operato dal Concilio Vaticano II: “L’apertura richiesta è in funzione del radicamento nell’essenziale. Rinnovamento e fedeltà vanno di pari passo. Per Francesco, l’essenziale è desiderare lo Spirito Santo e la santa operazione dello Spirito: l’agire è il luogo dello Spirito; si trova facendo, non solo pensando. È la prassi che modifica pensiero e azione. Oggi siamo in un tempo di esploratori (Libro dei Numeri). Il nuovo è ancora da scoprire. Per Francesco, l’essenziale è piacere al Signore e seguire le sue orme: questo è il discepolato ordinario, non straordinario. Piacere al Signore, al di là di ogni risultato. Rendere la propria vita una dimora di Dio”.
Da qui cinque ‘sfide’ a cui è chiamata la parrocchia per essere nella quotidianità: sfida di significato; sfida d’identità; sfida di autorevolezza; sfida missionaria; sfida generativa: “L’emergenza oggi è conservare l’esistente, salvare quello che è rimasto, rifugiandosi in prassi consolidate e stili tradizionali. Il Regno è già presente, è già all’opera nelle pieghe della storia umana. Va valorizzato il bene che c’è, comunità rabdomanti, ricercatrici del bene, ponendo attenzione ai luoghi ecclesiali tradizionali, integrandoli con altri luoghi simbolici (eteropici), come ‘luogo altro’ del Regno. Le strutture ecclesiali non sono mai state pensate solamente come ‘spazi’ funzionali ma come ‘luoghi’ che ispirano, che si configurano come spazio di ospitalità evangelica per ‘chiunque’. Obiettivo: mantenere la presenza di un cattolicesimo popolare: ‘per tutti’ anche se non ‘di tutti’. Mantenere l’autorevolezza dentro la cultura italiana per contrastare l’esculturazione”.
(Foto: COP)
Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie
“Il progetto di vita è un cambiamento culturale che non è ancora ‘passato’, resta una sfida. E per costruirlo, significa che c’è qualcuno accanto a te”: don Gianluca Marchetti, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha riassunto così la svolta che la riforma delle politiche sulla disabilità vuole promuovere, nella giornata conclusiva del 5° convegno nazionale ‘Noi: comunità e progetto di vita’ svoltosi a Bergamo fino a sabato 21 marzo ed organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, la cui responsabile, suor Veronica Amata Donatello, ha ricordato la necessità che ‘società civile e mondo ecclesiale lavorino insieme per costruire un noi’.
Il meeting di Bergamo era iniziato a Sotto il Monte, nei luoghi di papa san Giovanni XXIII ed ha unito rappresentanti della Chiesa, della società civile, delle istituzioni sotto la bandiera del ‘Noi’, non in contrapposizione a loro o al voi, ma tutti, come un’unica famiglia che cammina insieme e di cui insieme siamo responsabili, come ha detto nell’introduzione al convegno, suor Veronica Donatello: “Quindi il nostro obiettivo è fare rete, creare una cultura, una mentalità e soprattutto uno stile ed una postura che abbiano il senso del noi. Quando tu appartieni alla comunità, non è solo perché risiedi in un luogo e condividi quel luogo, ma è perché ne fai parte, lo abiti come persona e vieni riconosciuto in quanto persona, a prescindere dai limiti o dalle disabilità acquisite oppure congenite. Inoltre vogliamo ribadire che ogni persona con disabilità può essere artefice del proprio presente e del proprio futuro”.
Dopo la visita ai luoghi di papa san Giovanni XXIII, ‘uomo coraggioso, uomo di pace e di speranza e grande visionario’, il convegno si è aperto con un momento di spiritualità a cui hanno partecipato testimoni di altre religioni e l’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso: “Il tema dell’inclusione è un tema che è nell’agenda di tutte le religioni, un tema che si vive sul piano dell’ecumenismo, come la pace, come la cura per il creato e che vede un impegno comune ma questa è la prima volta che noi viviamo un confronto anche con rappresentanti di altre fedi per aiutarci a cambiare punto di vista, percezione, incontrare gli altri, senza paura e senza barriere. Pensiamo che l’apporto dell’ecumenismo sia fondamentale per capire la disabilità”.
Mentre nella ‘lectio magistralis’ il biblista Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose, ha esortato ad un cambio di prospettiva: “Un cambiamento di sguardo è forse necessario anche sul piano pastorale nell’accostamento alle persone con disabilità. Spesso il discorso circa la sofferenza
umana, e la disabilità in particolare, necessita, anche nei più generosi ambienti cristiani, di essere evangelizzato… Si tratta di accettare di vedere, ascoltare e incontrare il volto della persona con disabilità (penso in particolare a chi ha disabilità psichiche) rivelandogli il suo valore, la sua importanza, la sua dignità. Per i cristiani occorre liberarsi dallo sguardo mondano e intriso di pregiudizi che a volte ancora li abita, ed assumere lo sguardo di Dio su questi suoi figli e sue creature. Lo sguardo che è stato quello di Gesù come espresso nelle narrazioni evangeliche di incontri con sofferenti”.
Per suor Veronica Donatello la sfida che attende la Chiesa è quella della disabilità: “Ormai l’Italia ha tanti volti ed è necessario pensare la sfida dell’evangelizzazione non per le persone con disabilità, ma con loro. Ci sono tante famiglie che hanno a che fare con anziani o bambini disabili e che nei nostri contesti potrebbero essere luogo di grande testimonianza ed evangelizzazione. La cosa bella del convegno è che abbiamo avuto più di 53 persone con disabilità presenti e moltissimi di loro sono attivi in ambito civile, religioso, politico. Ognuno ha un talento, ognuno ha un dono che può contribuire a costruire comunità. Però solo se guardiamo loro in un’ottica di progettualità e non solamente del prendersi cura, del mangiare, del bere, del dormire, dell’iniziazione cristiana, si può generare questo processo del ‘noi’, di appartenenza. Con nuove vie di evangelizzazione i nostri contesti di vita potrebbero veramente essere quella profezia di fraternità di cui c’è sete, c’è bisogno, tutti, nessuno escluso!”.
In quale modo ci si può relazionare con le persone disabili che frequentano le parrocchie?
“Sicuramente il primo di relazionarsi con le persone disabili è quello di conoscere la persona oltre la diagnosi, perché ognuno può avere un limite; però nessuno è il suo limite; quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Conoscere Marco, che ha la sindrome di down, oppure Francesco, che ha un disturbo di apprendimento. Sicuramente la conoscenza aiuta ad avere un approccio più ‘empatico’ con il ragazzo o la ragazza, permettendo una migliore inclusione nella vita comunitaria. Secondo occorre superare il pregiudizio religioso specialmente se le disabilità sono complesse a volte nella Chiesa non investiamo nelle loro potenzialità attraverso l’affermazione ‘Va bene, ma cosa capisce! E’ un angelo, non ha fatto nulla’.
Invece dobbiamo capire che tutti siamo uomini e donne in cammino e che desideriamo non solo partecipare, ma appartenere a Qualcuno. Penso che la sfida più grande sia quella di un educatore che appartenga veramente ad una comunità cristiana. Terzo aspetto riguarda la conoscenza della famiglia che ha un disabile, facendosi raccontare il suo vissuto, le sue relazioni con il mondo, perché molte volte le famiglie non possono permettersi di uscire di casa e di partecipare ad incontri od a momenti conviviali, in quanto non c’è nessuno che possa offrire un’accoglienza giusta”.
In parrocchia in quale modo è possibile approcciarsi all’altro?
“Innanzitutto è necessario conoscere l’altro e capire da lui le sue esigenze ed i suoi desideri; contemporaneamente preparare la comunità all’accoglienza attraverso anche la creazione di un setting corretto per lui con strumenti compensativi in sinergia: da un lato ci sono Francesco, Marco, Lucia e dall’altro lato ci sono il parroco, i catechisti, l’Azione Cattolica, in modo che compiuto il cammino possa partecipare alla messa domenicale. Però non dobbiamo fissarci solo sullo strumento, che è una possibilità dataci; ma c’è anche il contesto della risorsa ‘compagni’ e ‘comunità’, che sono molto più grandi dello strumento”.
Quindi è necessario un approccio generativo?
“Certo! Rimane la sfida di una generatività di una comunità cristiana: una comunità cristiana si deve preparare ad accogliere tutti. Però quando accogli un figlio in famiglia devi fare spazio ad altro. Devi convertirti, cioè cambiare prospettiva. La sfida è culturale: non dobbiamo modificare solo lo scivolo od abbattere solo fisicamente la barriera architettonica, ma ripensare ad un nuovo modo di relazione”.
Allora in quale modo relazionarsi con l’altro?
“Imparare a conoscere l’altro come si conosce una persona comprendendo il suo linguaggio, il suo stile ed i suoi desideri di conoscere, attraverso domande, dicendo che non si conoscono tutti gli strumenti necessari. In questo modo impariamo a scoprire anche i nostri limiti e l’altro ci può aiutare”.
A questo punto è necessario un cambio di prospettiva?
“E’ necessario, sennò rischiamo di avere un approccio ‘vecchio’, fuori dal mondo. E’ chiaro che siamo in un’epoca nuova e le persone con disabilità hanno una visione diversa dalla nostra”.
Come potrebbe aiutare l’Intelligenza Artificiale?
“L’Intelligenza Artificiale aiuta molto, ma non supplisce la relazione. Dobbiamo renderci conto che l’Intelligenza Artificiale è uno strumento, come lo sono tanti strumenti, che facilitano la partecipazione, ma non sostituisce la relazione e la bellezza di vivere in una comunità”.
Come ‘creare’ una parrocchia ‘accessibile’?
“La Chiesa in Italia già lavora da 30 anni sul tema della partecipazione delle persone con disabilità alla vita liturgica, alla vita sacramentale. E’ una sfida perché, mi viene da dire, a volte è ancora lasciata alla sensibilità individuale. Però devo riconoscere che negli ultimi anni, grazie anche alla coscienza che le stesse persone con disabilità hanno di essere battezzate, sono loro stesse ormai che anche dentro le chiese, dentro le diocesi chiedono non solo diritti, ma l’appartenenza, che è una parola più bella, più piena, più vera. Allora, si cresce perché dall’io al noi si passa attraverso un tu.
Aggiungo che anche il cammino sinodale per molte diocesi è stata una sfida per conoscere il tu dell’altro, oltre alla propria ‘diagnosi’, oltre alla propria realtà. Stiamo lavorando su questo: qualche realtà ha già fatto tanti passi in avanti, ha già messo in atto tantissimi progetti. Ecco, stiamo realizzando piccoli passi possibili. Altre diocesi hanno colto la possibilità del Giubileo … Quando si passa al noi, quando ci si permette di conoscere l’altro, perché altrimenti si fanno solo piani di accessibilità, e non è il criterio del Vangelo.
Per il Vangelo il criterio è l’appartenenza, cioè il ‘fare parte di’. E, come dico sempre, questo sarà vero quando ad una messa ci accorgeremo degli altri, diremo: ‘Ma come mai Marco non viene?’ per dire di uno ragazzo con lo spettro autistico. Oppure ‘come mai Giorgio, che aveva avuto un incidente grave, non è venuto a Messa?’ Ecco, questo è l’appartenere: quando ti rendi conto che a tavola non sono seduti tutti assieme a te”.
(Foto: Santa Sede)
Don Álvaro Granados (1964-2025): preghiera e incontri a Roma a un anno dalla morte
Il 24 gennaio 2025 ci lasciava prematuramente il teologo spagnolo don Álvaro Granados (1964-2025), indimenticato collaboratore nella Parrocchia di San Josemaría Escrivá (Roma) e Professore incaricato di Teologia pastorale della Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce.
Per ricordare il sacerdote che, negli ultimi sette anni della sua vita, ha portato sul suo corpo la “croce” della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), una malattia degenerativa che gli ha interdetto progressivamente tutte le funzioni vitali, il parroco e la comunità dei fedeli della parrocchia intitolata al fondatore dell’Opus Dei hanno organizzato sabato, nel giorno del primo anniversario della sua morte, due incontri per affidare l’anima di don Álvaro al Signore e, al tempo stesso, promuoverne la conoscenza e la preghiera d’intercessione.
Il primo appuntamento sarà la mattina, alle ore 11, nel Mausoleo dedicato al sacerdote nel cimitero di Prima Porta in via Flaminia Km 14,400 (Roma), per la recita del Santo Rosario. La sera, invece, alle ore 18.30, il parroco della chiesa di San Josemaría Escrivá, don Enrico Aguiló, celebrerà una Messa in suffragio per don Álvaro nella Parrocchia che si trova nella zona di Roma Sud, a poca distanza dall’Abbazia delle Tre Fontane. In questa chiesa il sacerdote spagnolo ha vissuto per due periodi – per un totale di quindici anni – intervallati dal servizio accademico e pastorale prestato sempre nella Capitale ma abitando altrove.
Dopo la Messa ci sarà la possibilità di visitare la stanza di don Álvaro, attigua alla parrocchia, lasciata così com’è con i suoi libri e l’arredo semplice in segno di riconoscente memoria e venerazione da parte di tutta la comunità.
Sono in effetti da tempo continue le visite alla tomba del sacerdote, collocata non a caso in un cimitero civile in continuità con la chiamata alla santificazione delle realtà temporali di chi ha donato la sua vita alla Chiesa, come don Álvaro, seguendo la vocazione nell’Opus Dei.
Quello di Álvaro Granados è stato un esempio di fedeltà molto “normale”, di quella «classe media della santità» di cui Papa Francesco ha parlato nell’Esortazione Apostolica “Gaudete et exultate” sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018, n. 7). Non certo “normale”, invece, è stato il suo sacrificio. «È una malattia pesante, dura – disse della SLA rispondendo ad una domanda di un’intervista –, ma mi ha permesso di maturare e soprattutto di capire quali sono le cose che veramente contano nella vita.
Oltre al valore della fede cristiana, in questi anni di infermità, ho scoperto e riscoperto il grande valore delle relazioni umane, ciò per cui vale veramente la pena lottare in questo mondo. Chi ha molte relazioni con le persone è ricco, chi non ne ha è povero» (cit. in Giuseppe Muolo,“Ho la Sla, ma resto sacerdote fino in fondo”, Avvenire, 30 maggio 2024).
La forza per resistere ed offrire la malattia gli è sempre venuta dal Vangelo. Ma quali sono i passi che gli sono stati più di aiuto e conforto nel momento della sofferenza? «C’è l’imbarazzo della scelta – disse pochi mesi prima di morire –. Ma mi ricordo spesso il passo della vedova al tempio, che con due spiccioli riesce a entusiasmare Cristo, cioè Dio. Io penso che offrendo a Lui le piccole cose della mia malattia, gli acciacchi, un dolore improvviso, un momento di disagio, è come se mi avvicinassi al comportamento della vedova. Non sto dando niente concretamente, ma per Dio è tanto, è tutto. Lo riempie di amore. Offrendo i piccoli e grandi disagi che attraverso, posso colmare di gioia il cuore di Dio. Questo mi entusiasma e mi aiuta a dare un senso alla mia malattia».
Anche la parte finale della sua esistenza don Álvaro l’ha vissuta ad imitazione «di coloro che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (Gaudete et exultate, n. 7). Pochi giorni prima di morire nella sua piccola stanza della parrocchia di san Josemaría Escrivá, il sacerdote lasciò detto ad una delle sorelle: «Chiedo al Signore la grazia di conservare la vita, così da potergli dare gloria con la mia malattia finché Lui lo vorrà». Nato a Madrid l’11 novembre 1964, Álvaro Granados si era laureato in legge all’Università di La Laguna (Tenerife) nel 1988.
Si era poi trasferito a Roma per studiare teologia nella Pontificia Università della Santa Croce, ateneo nel quale ha conseguito anche un dottorato in filosofia nel 1996. È stato ordinato sacerdote della Prelatura personale dell’Opus Dei nel 1994 e, dal 1995 al 2006, ha lavorato come formatore presso il Seminario internazionale Sedes Sapientiae. È stato anche Rettore del Collegio Sacerdotale Tiberino e, nel 2009, ha conseguito il dottorato in Teologia Pastorale presso l’Università Lateranense.
A tale disciplina don Granados ha dedicato il suo ultimo volume, La casa costruita sulla sabbia. Manuale di teologia pastorale (Edizioni Santa Croce, Roma 2022, pp. 392), che esprime nel modo più efficace la situazione dei cristiani che vivono nella post-modernità, ovvero individui immersi in un contesto nel quale la fede è diventata culturalmente impossibile.
Beni ecclesiali e futuro delle comunità
Un corso promosso da Facoltà teologica del Triveneto, Istituto superiore di Scienze religiose ‘Mons. A. Onisto’ e Diocesi di Vicenza guarda alle strutture parrocchiali sottoutilizzate o chiuse (cinema, scuole, patronati, canoniche) per fornire alle comunità alcune piste operative che restituiscano il coraggio di innovare rimanendo fedeli all’originaria funzione educativa, sociale, di servizio del bene.
Formare le persone, rispondere a bisogni locali e rinforzare il legame comunitario: per questo nelle parrocchie sono sorte scuole, cinema, patronati; beni immobili ‘minori’ che da qualche tempo ormai stanno conoscendo stagioni difficili. Si prospetta un futuro di dismissione o è possibile una rinascita, un ritorno alla funzione comunitaria e sociale per cui i nostri avi li avevano costruiti? Come innovare restando fedeli al principio? Che cosa aiuta le persone e le comunità a ragionare ancora come un ‘noi’? Quali rappresentazioni di comunità sono in gioco?
Provocata da queste domande la ricerca accademica si mette al servizio del territorio con l’intento di comprendere i processi in atto. E’ così che la Facoltà teologica del Triveneto e l’Istituto superiore di Scienze religiose ‘Mons. A. Onisto’ con la Diocesi di Vicenza hanno avviato il seminario di ricerca ‘Beni della chiesa e futuro delle comunità. Un laboratorio di ricerca e progettazione’ che ha avuto una prima tappa a febbraio 2025, cui è seguita una pubblicazione open access edita da Triveneto Theology Press (link download https://www.fttr.it/beni-ecclesiali-e-futuro-delle-comunita/).
Nel 2026 l’approfondimento si amplia con un corso, nella sede dell’Issr di Vicenza, articolato in otto incontri (da febbraio a maggio, il venerdì pomeriggio dalle 18.30 alle 21) che si soffermeranno sulle analisi delle ricadute pratiche nella gestione dei beni immobili comunitari a partire da tre parole chiave: rappresentazioni, modelli, innovazioni.
Sotto la guida dei docenti Davide Lago e Assunta Steccanella, i partecipanti al corso saranno invitati a comprendere quali sono le competenze necessarie e le rappresentazioni di comunità attraverso casi di studio e discussioni. Un secondo passaggio sarà l’analisi dei modelli di gestione comunitaria dei beni ecclesiastici ‘minori’. Infine, si esploreranno le pratiche innovative che si stanno sperimentando nelle comunità cristiane, anche con partner laici.
“Se la parrocchia si apre però al territorio, non svendendo la propria identità ma individuando gli interlocutori che consentano di porsi anche oggi a servizio dei bisogni degli ultimi, spiega Lago, allora alcuni spazi potrebbero fornire un tetto a centri multifunzionali a servizio dell’età anziana, della genitorialità o di varie forme di fragilità personale e sociale.
C’è poi anche un versante prosaico, perché i beni immobili prima o poi ‘chiedono il conto’ in termini di ristrutturazione e messa a norma. Ma su tutto rimane una domanda di fondo. Per cosa sono stati creati questi beni immobili ‘minori’? In estrema sintesi e con un linguaggio forse piuttosto laico: per formare le persone, per rispondere a bisogni locali e per rinforzare il legame comunitario”.
Dopo la riflessione, il discernimento e lo studio di alcune buone pratiche, il passaggio successivo cercherà di favorire una sorta di mappatura dei beni, non tanto in maniera sistematica, di tipo quantitativo, ma con un approccio qualitativo, coinvolgendo gli studenti che parteciperanno al corso. “A ciascuno di loro chiederemo di individuare un bene ‘minore’ nella propria unità pastorale, che sia già oggetto di discernimento comunitario in merito al suo utilizzo, e di andare sul campo per comprendere i processi in atto, con umiltà e apertura mentale.
L’idea è di riportare poi negli incontri del corso alcuni casi di studio ‘allo stato nascente’ e magari, in un secondo tempo, di poterne seguire gli sviluppi. Ovviamente il corso è aperto anche a chi non è studente Issr, ma è sensibile al tema e vuole dotarsi di strumenti teorici e metodologici adeguati. Aspettiamo chiunque sia mosso dal desiderio di accomunare spirito comunitario e innovazione sociale”.
Per informazioni e iscrizioni – entro il 31 gennaio 2026 – contattare la segreteria dell’Issr di Vicenza al numero 0444 1497942, aperta da lunedì a mercoledì ore 18-20, giovedì 18-19.
(Foto: Facoltà Teologica del Triveneto)
Funerali: FEDERCOFIT interviene sulle salme nelle chiese in Valle Brembana
Federcofit, la federazione del comparto funerario italiano, interviene nel dibattito relativo alla possibilità per i comuni della Valle Brembana di utilizzare chiese o oratori per il periodo di osservazione e stazionamento di salme o feretri a cassa aperta. I sindaci della Comunità Montana avevano infatti chiesto alla Regione Lombardia di modificare la legge regionale sui servizi funebri allo scopo di consentire l’esposizione dei defunti nelle parrocchie per favorire le visite dei familiari.
Federcofit ha dunque scritto una lettera alla Giunta e al Consiglio regionale in cui ha chiesto un’audizione da parte della III Commissione Sanità, ricordando che l’utilizzo di edifici non adeguati, anche se religiosi, per l’esposizione del defunto prima del funerale non è consentito dal DPR del 14 gennaio 1997, su cui si fondano tutte le leggi regionali e anche quella lombarda. “Da questa normativa nazionale non si può prescindere”, sottolinea il presidente di Federcofit, Davide Veronese. “Nonostante ciò, riteniamo però che sia perfettamente comprensibile la preoccupazione dei sindaci della Valle Brembana per la carenza di strutture per il commiato in un territorio difficile dal punto di vista geomorfologico”.
Da anni, le imprese funebri lombarde hanno provveduto con investimenti privati alla realizzazione di ‘case funerarie’, strutture che consentono di ospitare le famiglie dolenti con la necessaria dignità e sicurezza nel delicato momento di osservazione del defunto. “In Lombardia, ci sono attualmente circa 250 case funerarie, per un investimento complessivo privato che sfiora il mezzo miliardo di euro”, precisa Federcofit nella lettera a Palazzo Pirelli, precisando che “il periodo di osservazione è estremamente delicato dal punto di vista medico, e quindi dell’igiene e della prevenzione, e solo personale specializzato in locale appositamente attrezzato può farvi fronte”.
La federazione lancia però una proposta. “Ci rendiamo assolutamente disponibili ad interloquire con i sindaci della Comunità Montana Valle Brembana”, dichiara Veronese, “al fine di poter fornire, con la nostra esperienza sul campo, tutti quei suggerimenti utili affinché si possano trovare soluzioni alternative per alleviare in queste zone una problematica che viene comprensibilmente percepita dalla cittadinanza e dalle amministrazioni locali”. Proprio i sindaci potrebbero fornire una soluzione.
“La legge sui servizi funebri”, conclude il presidente di Federcofit, “obbliga infatti i comuni a realizzare presso i cimiteri apposite sale di osservazione delle salme o strutture obitoriali, che fornirebbero alle famiglie dolenti un luogo adatto e sicuro per l’ultimo saluto al defunto”.
Le parrocchie si schierano contro il gioco d’azzardo
Giovedì 20 febbraio alla sede della Caritas Italiana è stato presentato il progetto ‘Vince chi smette’, attraverso il quale si promuovono percorsi di animazione comunitaria con l’obiettivo di sensibilizzare le comunità sul fenomeno dell’azzardo e sui rischi ad esso associati con lo scopo di costruire una coscienza critica collettiva e a promuovere azioni concrete di contrasto e prevenzione, in collaborazione con FICT (Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche), alla presenza di don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, il sociologo Maurizio Fiasco, l’economista Luigino Bruni, il presidente FICT Luciano Squillaci e padre Alex Zanotelli, moderati da moderati da Caterina Boca, che ha sottolineato il bacino d’utenza:
“Il progetto è rivolto alle comunità parrocchiali, abbiamo coinvolto la rete delle Caritas diocesane, chiedendo loro di aderire perché a loro volta possano attivare le comunità in un processo di sensibilizzazione e di formazione di una coscienza critica intorno al tema dell’azzardo… La ‘cassetta degli attrezzi’ del progetto è composta da fascicoli, che corrispondono a percorsi di animazione. Sono proposte di attività da svolgersi sui territori, che sono a loro volta suddivise in base alle categorie: per i ragazzi, i giovani adulti (giovani, giovani coppie, famiglie) e gli anziani. Siamo consapevoli che il linguaggio e gli strumenti da utilizzare per attivare le comunità cambiano in base all’età e all’esperienza”.
Infatti il fenomeno dell’azzardo ha assunto negli ultimi anni una dimensione preoccupante e non si registrano proposte e scelte politiche in grado di realizzare adeguate misure di contrasto, prevenzione e sostegno. Se il gioco è un esercizio singolo o collettivo liberamente scelto a cui ci si dedica per passatempo, svago, ricreazione, o con lo scopo di sviluppare l’ingegno o le forze fisiche, nell’ambito dell’azzardo, l’attribuzione della qualifica di gioco è del tutto fuori luogo.
L’azzardo è infatti un’attività in cui ricorre il fine di lucro, nella quale la vincita o la perdita sono elementi aleatori (l’elemento determinante è il caso), e l’abilità, la capacità o l’esperienza altrimenti riscontrati nel gioco, hanno un’importanza trascurabile ed ininfluente.
Dal 2013 è riconosciuto come patologia perché l’azzardo può dar luogo a una condizione patologica di dipendenza, consistente nell’incapacità cronica di resistere all’impulso del gioco, con conseguenze anche gravemente negative sull’individuo stesso, la sua famiglia e le sue attività professionali.
Nonostante la crescente consapevolezza di questa situazione, il fenomeno dell’azzardo continua a espandersi in modo preoccupante. Le slot machine, i gratta e vinci, le scommesse e i concorsi a premi sottraggono annualmente agli italiani circa € 85.000.000.000, rappresentando una spesa per le famiglie che si avvicina a quella per il cibo e supera quella per il riscaldamento domestico e le cure mediche; quindi è un invito a costruire reti civiche e solidali:
“Animare una comunità, per noi, vuol dire anche essere Chiesa in uscita, invitiamo tutti ad uscire dalle proprie comunità, individuando altri organismi che si occupano di azzardo con cui creare delle relazioni. Si può chiamare l’ente locale e invitarlo a degli incontri pubblici, ragionare insieme sulla presenza delle slot machine nel proprio territorio, mappare la propria zona. L’invito è a non rimanere isolati ma uscire e fare rete con i movimenti civici. ‘Vince chi smette’ è un progetto che vuole smuovere e costruire dal basso la coscienza delle persone. Siamo chiamati, in quanto cristiani, a interrogarci e affrontare il grave male che oggi affligge le nostre comunità”
Salutando i partecipanti il direttore della Caritas italiana, don Marco Pagniello, ha illustrato lo scopo del progetto: “La pratica dell’azzardo toglie dignità e giustizia. Vince chi smette è uno dei progetti giubilari perché ci aiuta ad aumentare la consapevolezza nelle nostre comunità rispetto ai rischi connessi alla pratica dell’azzardo, che non è mai un gioco. Liberare le persone dalle varie forme di dipendenza, come la pratica dell’azzardo, significa restituire dignità”.
Mentre il sociologo Maurizio Fiasco, consulente scientifico dell’Osservatorio ‘sul contrasto al gioco d’azzardo e alla dipendenza grave’, ha lanciato un appello contro la dipendenza d’azzardo: “Con l’azzardo ci troviamo di fronte a una costruzione raffinatissima, molto complessa. La dipendenza da azzardo si sviluppa in correlazione ad altri tipi di dipendenze. Un appello: appassionarsi a smontare il giocattolo. Investire, documentarsi, non aver fretta di giungere a delle conclusioni, verificare le conclusioni”.
Invece l’economista Luigino Bruni, docente alla LUMSA di Roma ha sottolineato il problema economico legato al gioco d’azzardo: “C’è un grande equivoco sul tema del ‘gioco’ patologico. Associare l’azzardo al gioco è un’umiliazione per il gioco vero, che è una delle capacità fondamentali dell’essere umano. L’azzardo tutto è fuorché un gioco. E’ una macchina mangia soldi, una struttura di peccato.
Non c’è solo un problema di patologia. L’azzardo è un problema economico, civile e spirituale. Non confiniamo il problema dell’azzardo al patologico, ma consideriamo il tutto. L’azzardo è contrario al bene comune. E l’idea che l’azzardo sia innocuo se consumato in piccole dosi è fuorviante e va combattuta”.
Quindi il presidente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche (FICT), Luciano Squillaci, ha affermato che occorre studiare soluzioni complesse: “Quella dell’azzardo è una questione che ha una complessità importante. Le soluzioni semplici sono sbagliate. Il fenomeno va considerato nel suo complesso, non in modo settoriale e frammentato. Serve un approccio sistemico, con il coraggio di percepirsi all’interno del sistema”.
Infine il missionario comboniano, p. Alex Zanotelli, ha invitato a riscoprire la ‘logica’ del Vangelo: “Noi cristiani dobbiamo riconoscere che abbiamo tradito il vangelo, proprio sui soldi. Noi cristiani d’Occidente abbiamo sposato un sistema che è profondamente ingiusto. L’Occidente deve cominciare a convertirsi e tornare alla logica del Vangelo. Rispetto al tema economico, che cosa ne abbiamo fatto di quello che Gesù chiede? Cito due comandamenti proposti dal teologo Enrico Chiavacci. Il primo: cerca di non arricchirti. Il secondo: se tu hai, hai per condividere. Organizziamo dei momenti di comunità in cui chiediamo perdono al Signore per aver tradito le indicazioni del Vangelo. Per essere liberi”.
(Foto: Caritas Italiana)
Le condizioni umanitarie a Gaza sono in peggioramento
“Il Patriarcato Latino di Gerusalemme segue con grave preoccupazione la notizia dei raid, apparentemente lanciati dall’esercito israeliano, contro la Scuola della Sacra Famiglia a Gaza questa mattina. I filmati e i resoconti dei media provenienti dal luogo includono scene di vittime civili e di distruzione del complesso. Di proprietà del Patriarcato latino di Gerusalemme, la scuola della Sacra Famiglia è stata, fin dall’inizio della guerra, un luogo di rifugio per centinaia di civili. Nella scuola non risiede personale religioso”: così il Patriarcato latino di Gerusalemme, nella scorsa settimana, ha condannato l’attacco ai civili senza garanzia che gli stessi non rimangano coinvolti nei combattimenti.
Inoltre sono trascorsi 9 mesi dallo scorso 7 ottobre e p. Carlos Ferrero, superiore provinciale dell’Istituto del Verbo Incarnato, ha raccontato al portale del Patriarcato di Gerusalemme la vita a Gaza, che nei giorni scorsi ha riaccolto p. Gabriel Romanelli: “Dal 2019 ho visitato molte volte la parrocchia di Gaza, essendo un superiore provinciale, ma con mia grande sorpresa la mia presenza qui a quest’ora ha avuto un suo impatto. Me ne sono reso conto quando la gente ha cominciato a chiedermi se sarei andato via quando il Patriarca sarebbe dovuto rientrare. ‘Te ne vai? Rimarrai per qualche tempo? Quanto tempo ti fermerai?’
Quando ho detto loro che ero venuto per restare fino a quando Dio mi avesse permesso di stare qui, sono diventati molto felici e ho capito che questo dava loro la speranza che fosse successo qualcosa di buono. Anche se non ho fatto nulla per creare aspettative o alimentare speranze. E’ solo il fatto di essere qui con loro, di condividere le loro paure e sofferenze quotidiane, di pregare insieme ogni giorno in mezzo a un grande rumore”.
Inoltre ha raccontato in quale modo stanno vivendo questa guerra: “La gente è molto stanca, ma deve sopportare la situazione. Hanno perso interesse nello sviluppo del processo per ovvie ragioni. L’unica cosa che sperimentano è la sofferenza. Sentono una buona parola e subito dopo è tutto il contrario. Sono stanchi di questo! Facciamo del nostro meglio per essere vicini a tutti. A volte solo per ascoltare ciò che hanno da dire, condividendo con loro parole di conforto, aiutandoli come possiamo.
Poiché non c’è scuola, p. Gabriel ha organizzato delle classi di sostegno, insegnando ai bambini le principali materie scolastiche. Hanno incluso l’inglese e mi hanno chiesto di aiutarli. Ora insegno ai bambini dalla prima alla quarta elementare. I bambini sono molto colpiti da questi nove mesi di guerra e di assenza di scuola. Hanno i nervi a fior di pelle.
A poco a poco stanno diventando più interessati e stanno imparando le basi. Tra di noi c’è una brava insegnante, la signora Sherin, una vera educatrice, che li ha aiutati con la traduzione e le metodologie. Poiché sono giovani, non capiscono se parlo solo in inglese. E’ allora che la signora Sherin dà un grande contributo e aiuta tutti noi. Tuttavia, cerchiamo il più possibile di rendere lo studio un’attività divertente. Ci proviamo!”
Mentre Amnesty International è ‘profondamente preoccupata’ per la situazione di Gaza, anche per le denunce di sparizioni forzate di massa, per l’assenza di informazioni su palestinesi della Striscia di Gaza arrestati dalle forze israeliane: “Il 16 dicembre l’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite sui diritti umani ha affermato di aver ricevuto ‘numerose inquietanti denunce’ dal nord della Striscia di Gaza circa ‘arresti di massa, maltrattamenti e sparizioni forzate’, che potrebbero riguardare migliaia di palestinesi, minorenni inclusi.
Nelle fotografie e nei filmati verificati dal Crisis Evidence Lab di Amnesty International si vedono le forze israeliane sottoporre a trattamenti inumani e degradanti palestinesi arrestati a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza settentrionale. La sorte di molti di questi detenuti rimane sconosciuta. Altri palestinesi di Gaza, compresi lavoratori e altre persone con permesso d’ingresso in Israele, restano in sparizione forzata. Le autorità israeliane hanno confermato le morti in custodia di almeno sei palestinesi in loro custodia, a ottobre e a novembre, tra cui due lavoratori di Gaza”.
Le preoccupazioni di Amnesty International per la sorte dei detenuti di Gaza sono ancora più forti alla luce delle immagini, diffuse recentemente e verificate dal Crisis Evidence Lab di Amnesty International, che mostrano uomini palestinesi costretti a stare in ginocchio sul pavimento, in mutande e con le mani bendate, coi soldati israeliani sopra di loro: “Le scene angoscianti provenienti da Gaza dovrebbero portare a una condanna internazionale e necessitano un’indagine urgente e di misure per prevenire ulteriori atti di tortura, sparizioni forzate e altri crimini di diritto internazionale. Il mondo deve assicurare che tali azioni non vengano normalizzate, bensì riconosciute come un oltraggio all’umanità”.
Ed allo stesso tempo Amnesty International ha ribadito il suo appello ad Hamas e ad altri gruppi armati di Gaza, affinché liberino immediatamente e senza condizioni tutti gli ostaggi civili, trattino umanamente tutte le persone che hanno catturato e permettano al Comitato internazionale della Croce rossa l’accesso agli ostaggi e ai prigionieri: “Il sequestro di ostaggi e il rapimento di civili sono crimini di guerra. Riprendere con le telecamere e diffondere testimonianze degli ostaggi, come nel video di tre uomini anziani ostaggi civili, pubblicato dal braccio armato di Hamas il 18 dicembre, costituiscono trattamenti inumani e degradante”.
COP: ripensare la parrocchia nella grande città
“Abbiamo sempre chiamato settimana del COP questo nostro incontrarci ogni anno a riflettere sulla pastorale italiana e quest’anno non potevano non partire dalla sinodalità, come esperienza che ha caratterizzato tutte le diocesi italiane, per acquisire il lavoro fatto e per fare un passo ulteriore: declinare la categoria sinodalità dentro le nuove comunità parrocchiali che si stanno formando in molte regioni italiane, perché il termine “sinodalità” non risuoni come un vuoto refrain, ma apra a ricadute concrete, attraverso una profonda conversione. L’altro elemento che abbiamo voluto approfondire è la missione: una comunità vera non può non essere comunità missionaria, con un movimento ‘in uscita’, quindi”.
Il presidente del Centro Orientamento Pastorale (COP), mons. Domenico Sigalini, ha concluso la 73^ Settimana di aggiornamento sociale, invitando a riflettere sul tema della parrocchia sinodale e missionaria, ‘sempre vicina alla gente’, svoltosi a Seveso, in cui teologi, pastoralisti, liturgisti, ma anche esperti di nuove tecnologie e rappresentati dell’associazionismo hanno tentato di declinare le prospettive di una trasformazione magmatica e impetuosa che obbliga a rivedere certezze e abitudini rassicuranti: “La preoccupazione e l’obbligo di abitare le trasformazioni che stiamo conoscendo come Chiesa: ci fa porre qualche domanda: Cosa fare? Cosa stiamo diventando? Missionari dentro una città che non abbiamo generato, anzi che ci genera, allo stesso tempo capaci di ritrovare le tracce dello Spirito, che ci rende protagonisti in questa storia di piena trasformazione. Milano come Ninive è una grande metafora”.
Ed ha ricordato la lettera pastorale del card. Martini rivolta alla città di Milano agli inizi degli anni ’90: “E’ una metafora d’invito ad imparare a guardare la città come Giona guardava Ninive, ovvero una città che ci può sembrare estranea ma che è già abitata da Dio. Vogliamo ritrovare le tracce di Dio che abita in questa città, in un momento in cui abbiamo la sensazione che la trasformazione invece ci ‘espella’ dalla città. Lo possiamo fare accettando un metodo, che è il rovesciamento di prospettiva, ovvero non guardare sempre a chi siamo noi dentro la città ma a guardare a chi è la città, e come ci guarda. Un metodo che possiamo eseguire in tre tappe”.
Il presidente dell’Azione Cattolica ambrosiana, Gianni Borsa, ha invitato ad incontrare le ‘città’ nella città: “Ci riferiamo peraltro alla città riconoscendo di essere sempre meno radicati in un luogo fisico (la città appunto). Tra pendolarismo per studio o lavoro, delocalizzazioni, mobilità e viaggi, internet e social media, tra reale e virtuale… diventiamo sempre più residenti non abitanti di infiniti non-luoghi. I nonluoghi descritti da Marc Augè, spazi dell’anonimato ogni giorno più numerosi e frequentati da individui simili ma soli (treni e metropolitane, supermercati, parcheggi, stadi).
Le piazze oggi sono virtuali, gli incontri avvengono spesso on line e sui social, le chiacchiere uozzappate… Siamo al contempo, qui e altrove grazie al digitale. Siamo vicini – in metropolitana – eppure distanti. Così gli spazi fisici tendono a perdere o dilatare i confini: pensiamo solo al profilo della parrocchia, che non a caso è stata definita liquida”.
E’ stato un invito ad ‘uscire’ da casa: “Per capire davvero le città, per capire dalla città, occorre “perdersi” nella città. Viverla intensamente. Necessario uscire da casa (uscire dalla chiesa, andare oltre il sagrato). Charles Dickens, cantore della Londra vittoriana, racconta di essersi smarrito da piccolo nella City londinese: così comincia ad apprezzare e amare la città.
Il Renzo dei ‘Promessi sposi’ apprende grandi lezioni di vita dopo essersi immerso, fra tante peripezie, nella Milano della peste, per lui città ‘straniera’. La stessa Milano è oggi segnata, sul piano urbanistico, da nuovi quartieri pensati e costruiti per essere frequentati solo alcune ore al giorno (quartieri degli orari ‘feriali’), per il resto svuotati di gente, di vita. Diventando periferie silenziose, a tempo, di lusso”.
Mentre don Mattia Colombo, docente di teologia pastorale al Seminario di Milano, prendendo spunto da una serie di interviste a donne e uomini diversamente impegnati a livello parrocchiale e sociale, più o meno assidui nella frequentazione dei sacramenti, ha fornito alcune indicazioni: “Come questo contesto interpella la parrocchia urbana (che è nella regione postmetropolitana)? Occorre collocarsi nella lettura del contesto, piuttosto che applicare modelli. Quali sono le trasformazioni da mettere a tema? Alcune provocazioni. 1) Ri-strutturare, dare una nuova struttura alla fede rispetto al tempo. Come la parrocchia può garantire una certa comodità temporale specie per ristrutturare il ‘precetto’ festivo? La sola pratica sacramentale (insuperabile) non diventa l’assoluto dell’analisi.
2) Accogliere una logica affinitaria, senza canonizzarla. La gente sempre più sceglie oltre il criterio di appartenenza territoriale, ad esempio con il criterio del tempo. Nonostante questa dimensione affinitaria-elettiva occorre vigilare perché non si passi da una forma popolare ad una forma di scelta. 3) Formare a scelte consapevoli. Pur non vivendo all’ombra del campanile ogni battezzato è discepolo missionario. In parrocchie sempre più ‘attraversate’ piuttosto che abitate, occorre rendere proficue esperienze pastorali. 4) Superare una logica di ‘specializzazione’. Non esiste una evangelizzazione da effettuarsi con logiche pure. Il contesto urbano, ricorda alla Chiesa la complessità dell’azione pastorale, un’azione che ha peso simbolico specie nella città”.
In apertura del convegno mons. Luca Bressan, vicario episcopale per la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale della diocesi di Milano, ha introdotto il tema della ‘settimana’: “Il cristianesimo ha cambiato la storia introducendo un argomento nuovo, quello della resurrezione. Come torniamo oggi a quello che una volta chiamavamo ‘precetto festivo’? E’ tramontato perché lo abbiamo ridotto alla sua sola dimensione morale, facendo venir meno dimensioni fondamentali come l’aggregazione, la costruzione di dinamiche simboliche, riconoscersi come comunità, capire il senso della storia, generare un noi; solo alla fine è diventato un principio etico. Oggi dobbiamo rifare tutto questo in modo nuovo, ed è quello che ci viene consegnato, per scoprire che in realtà ne abbiamo già tanti di spazi rigeneratori del precetto festivo. Per rigenerare un cristianesimo anche nel XXI secolo”.
In conclusione nella lettera alla parrocchia mons. Sigalini ha sottolineato il dono dell’accoglienza da parte della parrocchia: “Proprio qui sta la prima accoglienza che ci è chiesta di vivere: la povertà del nostro tempo. Accogliere la povertà delle nostre chiese vuote. Siamo invitati a essere prossimi a tutte le nuove forme di povertà e fragilità, sentendo viva anche per la tua piccola o grande comunità l’esortazione «ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità della tua vecchia parrocchia sia capace di creare nuove ospitalità per dare bellezza alle nostre comunità”.
(Foto: COP)





























