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Papa Leone XIV: nel presepe Dio si fa presenza

“Cari fratelli e sorelle, il Presepio e l’Albero sono segni di fede e di speranza; mentre li contempliamo nelle nostre case, nelle parrocchie e nelle piazze, chiediamo al Signore di rinnovare in noi il dono della pace e della fraternità. Preghiamo per quanti soffrono a causa della guerra e della violenza; in particolare oggi desidero affidare al Signore le vittime della strage terroristica compiuta ieri a Sydney contro la comunità ebraica. Basta con queste forme di violenze antisemitiche! Dobbiamo eliminare l’odio dai nostri cuori”: è stato l’appello accorato di papa Leone XIV nel ricevere questa mattina in udienza i donatori del presepe esposto nell’Aula Paolo VI e dell’albero e del presepe di piazza san Pietro dopo l’attentato di Bondi Beach, in Australia, durante l’Hanukkah.

Nel saluto iniziale il papa ha sottolineato che attraverso il presepe Dio si fa presenza vicina: “Ai pellegrini provenienti da ogni parte del mondo che si recheranno a piazza San Pietro, la scena della natività ricorderà che Dio si fa vicino all’umanità, si fa uno di noi, entrando nella nostra storia con la piccolezza di un bambino. Infatti, nella povertà della stalla di Betlemme, contempliamo un mistero di umiltà e di amore”.

L’Avvenimento che si fa presenza nel presepio permette di rivalutare il valore del silenzio per scoprire la meraviglia dell’adorazione: “Davanti ad ogni presepe, anche quelli realizzati nelle nostre case, noi riviviamo quell’Avvenimento e riscopriamo la necessità di cercare momenti di silenzio e di preghiera nella nostra vita, per ritrovare noi stessi ed entrare in comunione con Dio.

La Vergine Maria è il modello del silenzio adorante. A differenza dei pastori che, tornando da Betlemme, glorificano Dio e raccontano quello che avevano visto e udito, la Madre di Gesù custodisce tutto nel suo cuore. Il suo silenzio non è semplice tacere: è meraviglia e adorazione”.

Ed anche l’albero di Natale, proveniente dalla diocesi di Bolzano-Bressanone, è un richiamo alla speranza della vita che non termina: “L’albero, con le sue fronde sempreverdi, è segno di vita e richiama la speranza che non viene meno neppure nel freddo dell’inverno. Le luci che lo adornano simboleggiano Cristo luce del mondo, venuto a fugare le tenebre del peccato e a illuminare il nostro cammino. Oltre al grande abete, da quelle stesse località dell’Alto Adige provengono gli altri alberi di dimensioni più piccole destinati a uffici, luoghi pubblici e ambienti vari della Città del Vaticano”.

Infine il papa ha evidenziato la caratteristica del presepe che proviene dal Costa Rica: “La rappresentazione della Natività, che rimarrà in quest’Aula per tutto il periodo natalizio, proviene dal Costa Rica e si intitola ‘Nacimiento Gaudium’. Ognuno dei 28.000 nastri colorati che decorano la scena rappresenta una vita preservata dall’aborto grazie alla preghiera e al sostegno fornito da organizzazioni cattoliche a molte madri in difficoltà.

Ringrazio l’artista costaricana che ha voluto, insieme al messaggio di pace del Natale, lanciare anche un appello affinché venga protetta la vita fin dal concepimento… Cari fratelli e sorelle, il Presepio e l’Albero sono segni di fede e di speranza; mentre li contempliamo nelle nostre case, nelle parrocchie e nelle piazze, chiediamo al Signore di rinnovare in noi il dono della pace e della fraternità”.

La Carta di Leuca 2025: la forza delle migrazioni

Quest’anno la Carta di Leuca ha preso forma attraverso l’incontro di idee tra giovani. Tutto è cominciato lo scorso 9 luglio, quando i ventiquattro ragazzi impegnati nel Servizio Civile Universale presso la sede della Caritas diocesana di Ugento – Santa Maria di Leuca hanno incontrato i ventuno corsisti del CIHEAM, l’istituto di alta formazione agroalimentare con sede a Tricase Porto, avamposto strategico sul Mediterraneo. All’incontro hanno preso parte anche cinque studentesse della Scuola di Economia di Lione, in Italia per studiare l’impatto della Fondazione ‘Mons. Vito De Grisantis’ (braccio operativo della Caritas diocesana) sul territorio.

Questo documento contiene l’impegno a diventare ed essere fautori e custodi di nuovi cambiamenti. Promotori di pace in tempi di guerra. Parte dal rifiuto di ogni forma di violenza e altra forma di razzismo e discriminazione. Un atto di contrasto all’odio digitale e alla disinformazione.

Un gesto d’amore verso la cultura universale intesa come ponte tra i popoli, a tutela dei diritti umani, per la valorizzazione delle identità e delle radici.  Tra i pilastri di Carta di Leuca ci sono delle aperture al mondo: accogliere lo straniero, riscoprendo l’umanità spesso smarrita dietro slogan e appartenenze; collaborare, riconoscersi, confrontarsi oltre le differenze e nonostante le differenze, perché il cambiamento possa essere duraturo e autentico.

Quest’anno il programma si sviluppa intorno al tema delle migrazioni, mantenendo però lo sguardo sempre rivolto a Gaza. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto, intorno all’una del mattino, si terrà un momento di preghiera sulla tomba del venerabile don Tonino Bello, vescovo della pace e della prossimità, che ha saputo unire il Vangelo alla vita, restituendo dignità agli ultimi.

Alle ore 2,00 è prevista la partenza verso il Santuario di Leuca, in cammino verso un’alba di pace. Un corridoio umano di giovani percorrerà la Via Francigena insieme al vescovo mons. Vito Angiuli e a tutti coloro che decideranno di unirsi al pellegrinaggio. Alle ore 04,00 è prevista una sosta presso i Padri Trinitari di Gagliano del Capo, per poi riprendere il cammino e giungere ai piedi del Santuario mariano intorno alle ore 06.30. La proclamazione di Carta di Leuca-La forza delle migrazioni, alle ore 7,00 seguirà la celebrazione della S. Messa.

Sarà un’occasione per incontrare le istituzioni e i sindaci del Capo di Leuca, per ribadire insieme che “le migrazioni sono una benedizione per i popoli che accolgono”. Tra gli ospiti attesi quest’anno Mons. Bruno Varriano, vescovo Latino del Patriarcato di Gerusalemme con sede a Cipro e online ci raggiungerà Mons. Alexis Leproux, segretario generale del Coordinamento Ecclesiale del Mediterraneo, responsabile di MED 25 – Bel Espoir  e vicario per il Mediterraneo dell’Arcidiocesi di Marsiglia . Sarà la comunità di Specchia, rappresentata dal sindaco Anna Laura Remigi, a donare l’olio per la lampada della pace, che brillerà tutto l’anno davanti a  Maria de Finibus Terrae. L’evento sul piazzale del Santuario sarà trasmesso in diretta streaming su www.radiodelcapo.it.

 Le parole di mons. Vito Angiuli, vescovo della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: “La Carta di Leuca è un’iniziativa promossa dalla Fondazione di partecipazione Parco Culturale Ecclesiale Terre del Capo di Leuca – De Finibus Terrae. Una mano tesa all’abbraccio fraterno, un’esperienza che risveglia i desideri più autentici dell’uomo e invita ciascuno a non arrendersi alle chiusure, ma a osare la convivialità di volti rivolti, che si riconoscono amici. È una profezia che germoglia in questa terra semplice e povera, in comunità umili e operose, ma che vogliono coinvolgere uomini e donne di buona volontà, perché la convivialità sia possibile; è un cammino condiviso. La convivialità è possibile ed è il futuro dell’umanità riconciliata da ogni conflitto”.

Sostenuta dai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, la Carta di Leuca è tra le esperienze più significative di dialogo interculturale e interreligioso nel Mediterraneo. Promossa dalla Fondazione ‘De Finibus Terrae’, parte della rete Focsiv (Federazione degli Organismi di Volontariato Internazionale di Ispirazione Cristiana). Nasce da un impegno costante e duraturo della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca che, insieme agli uffici Caritas diocesana, Servizio di Pastorale Giovanile e Ufficio Migrantes, genera reti tra giovani provenienti da ogni parte del mondo con fedi, culture e lingue diverse, tutti in cammino verso la pace. Non una pace astratta o retorica, ma concreta, costruita attraverso l’ascolto, il confronto, fatica e autentico incontro.

Le sue radici affondano nel pensiero profetico di don Tonino Bello, vescovo pugliese dalla parola gentile e dallo sguardo scomodo, capace di denunciare l’ingiustizia e proporre un’alternativa credibile: la convivialità delle differenze. Siamo giunti alla nona edizione, ogni edizione è un intreccio di storie, volti, sogni e domande, un mosaico vivo fatto di laboratori, riflessioni, testimonianze, preghiere, silenzi, sorrisi e lacrime.

Da questo intreccio nasce ogni anno un testo: la Carta di Leuca, una dichiarazione di intenti, un appello ai popoli e ai governi per trasformare il Mediterraneo da confine a culla di civiltà e fraternità. Al cuore del progetto c’è sempre l’insegnamento di don Tonino Bello, uomo di pace e di speranza concreta. La sua visione di una Chiesa disarmata e disarmante.

Comunicazione e linguaggio divengano una nuova materia scolastica: una proposta di Biagio Maimone

Con l’avvento della nuova tecnologia, dei nuovi media, dei social, dell’intelligenza artificiale si rende necessario predisporre regole che ne disciplinino l’uso e, nel contempo, assegnare alla scuola il compito di insegnare le regole deontologiche che sorreggono la comunicazione perché essa possa veicolare messaggi che non violino le leggi morali, fornendo agli studenti, a partire dalle scuole elementari, gli strumenti conoscitivi perché sappiano affrontare i nuovi linguaggi tecnologici con l’adeguata formazione per saper contrastare il cyberbullismo e l’incitamento all’odio.

La proposta che il giornalista Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione dell’associazione “Bambino Gesù del Cairo”, ha deciso di portare avanti riguarda l’introduzione di una nuova materia d’insegnamento, a partire dalle scuole elementari, la cui la finalità è quella di educare gli studenti a riconoscere l’importanza che riveste la comunicazione sul piano delle relazioni umane, di come le influenzi e ne determini la natura.

Biagio Maimone chiederà al Governo Italiano di inserire tra le materie scolastiche l’insegnamento della Comunicazione, convinto che l’epoca attuale veda l’affermarsi di una subcultura della comunicazione che rischia di impoverire sempre più la relazione umana, in quanto i messaggi che essa veicola spesso sono diseducativi.

Maimone afferma che alcuni media, i social ancor di più, veicolino messaggi i cui contenuti sono pervasi dalla violenza e dall’odio sociale, nonché dall’intento di screditare e porre sul rogo chi ritengono essere un avversario.

Egli ritiene che la parola fondi i significati vitali dell’esistenza umana, che abbia il compito primario di interpretare la vita nelle sue infinite manifestazioni, di sorreggere ed incentivare i processi vitali della società umana e che, per tale motivo, debba essere umanizzante, dialogante e non conflittuale.

Sulla scorta della constatazione che il significato profondo del linguaggio venga eluso e sostituito da un distorta concezione di esso come arma di offesa, come strumento di diffusione di fake news, di menzogne e distorsioni del concetto di conoscenza, ritiene non più rimandabile un intervento educativo relativamente al valore del linguaggio e della comunicazione nelle sue svariate declinazioni.

Maimone sottolinea vigorosamente che, con l’avvento dei social siamo tutti posti di fronte ad una serie infinita di notizie, molte delle quali diseducative, si renda necessario un intervento finalizzato non solo a disciplinare l’uso distorto dei social e della tecnologia nel suo complesso, ma anche e soprattutto si renda necessario un mirato intervento educativo, sin dalla più tenera infanzia, che consenta ai bambini e, conseguentemente, agli adulti di discernere i contenuti la cui finalità è diretta a diffondere “il male” per l’individuo e la società , da quelli la cui finalità è diretta a diffondere “il bene” per l’individuo e la società.

Tale opera educativa non solo è necessaria, ma è anche inevitabile affinché non si generi un’involuzione morale della società, a cui sono proposti contenuti nocivi e dissacratori della verità e della morale.
Egli afferma: “Siamo di fronte ad una svolta epocale che vedrà anche l’avvento di nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale, che devono essere governate attraverso una sapiente opera educativa della collettività, a partire dall’infanzia, per evitare danni irreparabili che possano scaturire da uno sviluppo selvaggio ed incontrollato di tali tecnologie.

Ed ecco, pertanto, la necessità, di dar corso ad un processo pedagogico, che prenda le mosse dalle scuole elementari, che educhi i bambini a discernere i valori dai disvalori che una comunicazione selvaggia può generare, affidata all’arbitrio di chi trae vantaggio dall’inganno e dal proliferare del pensiero superficiale, che genera odio sociale, il bullismo, il cyberbullismo”.

Il giornalista Biagio Maimone, autore del libro “La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario”, per i motivi suesposti, vorrebbe veder inserita tra le materie di studio, la materia “Comunicazione e Linguaggio”. A tal fine intende investire l’Ordine del Giornalisti per formalizzare il progetto in modo dettagliato e precipuo.

Insegnare il valore che riveste la parola per creare la relazione umana deve essere un compito della scuola e delle Istituzioni secondo Biagio Maimone affinché si sviluppi e si affermi una filosofia della vita che ponga al centro l’amore, il dialogo, la gentilezza, le belle maniere, il gesto fraterno, che sono i pilastri su cui poggia il progresso umano.

“Affidiamo il destino dell’umanità all’opera educativa che pone al centro l’educazione delle coscienze attraverso l’insegnamento dell’arte comunicativa, del linguaggio creativo per eccellenza, che apre le porte alla conoscenza profonda ed autentica della vita interiore ed esteriore dell’essere umano” ha auspicato Biagio Maimone.

L’appello di papa Leone XIV ad aiutare il Medio Oriente cristiano

“So che per voi sostenere le Chiese Orientali non è anzitutto un lavoro, ma una missione esercitata in nome del Vangelo che, come indica la parola stessa, è annuncio di gioia, che rallegra anzitutto il cuore di Dio, il quale non si lascia mai vincere in generosità. Grazie perché, insieme ai vostri benefattori, seminate speranza nelle terre dell’Oriente cristiano, mai come ora sconvolte dalle guerre, prosciugate dagli interessi, avvolte da una cappa di odio che rende l’aria irrespirabile e tossica. Voi siete la bombola di ossigeno delle Chiese Orientali, sfinite dai conflitti. Per tante popolazioni, povere di mezzi ma ricche di fede, siete una luce che brilla nelle tenebre dell’odio. Vi prego, col cuore in mano, di fare sempre tutto il possibile per aiutare queste Chiese, così preziose e provate”: con queste parole papa Leone XIV ha incontrato il card. Claudio Gugerotti, gli altri Superiori del Dicastero, gli Officiali ed i membri delle Agenzie della ROACO (Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali).

Durante l’incontro ha ricordato le violenze subite ed anche compiute dalle Chiese orientali: “La storia delle Chiese cattoliche orientali è stata spesso segnata dalla violenza subita; purtroppo non sono mancate sopraffazioni e incomprensioni pure all’interno della stessa compagine cattolica, incapace di riconoscere e apprezzare il valore di tradizioni diverse da quella occidentale. Ma oggi la violenza bellica sembra abbattersi sui territori dell’Oriente cristiano con una veemenza diabolica mai vista prima”.

Ma anche quelle attuali: “Ne ha risentito pure la vostra sessione annuale, con l’assenza fisica di quanti sarebbero dovuti venire dalla Terra Santa, ma non hanno potuto intraprendere il viaggio. Il cuore sanguina pensando all’Ucraina, alla situazione tragica e disumana di Gaza, e al Medio Oriente, devastato dal dilagare della guerra. Siamo chiamati noi tutti, umanità, a valutare le cause di questi conflitti, a verificare quelle vere e a cercare di superarle, e a rigettare quelle spurie, frutto di simulazioni emotive e di retorica, smascherandole con decisione. La gente non può morire a causa di fake news”.

Ha tracciato anche una strada in cui anche i cristiani possono portare pace: “E mi chiedo: da cristiani, oltre a sdegnarci, ad alzare la voce e a rimboccarci le maniche per essere costruttori di pace e favorire il dialogo, che cosa possiamo fare? Credo che anzitutto occorra veramente pregare. Sta a noi fare di ogni tragica notizia e immagine che ci colpisce un grido di intercessione a Dio. E poi aiutare, come fate voi e come molti fanno, e possono fare, attraverso di voi.

Ma c’è di più, e lo dico pensando specialmente all’Oriente cristiano: c’è la testimonianza. E’ la chiamata a rimanere fedeli a Gesù, senza impigliarsi nei tentacoli del potere. E’ imitare Cristo, che ha vinto il male amando dalla croce, mostrando un modo di regnare diverso da quello di Erode e Pilato: uno, per paura di essere spodestato, aveva ammazzato i bambini, che oggi non cessano di essere dilaniati con le bombe; l’altro si è lavato le mani, come rischiamo di fare quotidianamente fino alle soglie dell’irreparabile”.

Quindi l’invito è lo sguardo a Gesù: “Guardiamo Gesù, che ci chiama a risanare le ferite della storia con la sola mitezza della sua croce gloriosa, da cui si sprigionano la forza del perdono, la speranza di ricominciare, il dovere di rimanere onesti e trasparenti nel mare della corruzione. Seguiamo Cristo, che ha liberato i cuori dall’odio, e diamo l’esempio perché si esca dalle logiche della divisione e della ritorsione. Vorrei ringraziare e idealmente abbracciare tutti i cristiani orientali che rispondono al male con il bene: grazie, fratelli e sorelle, per la testimonianza che date soprattutto quando restate nelle vostre terre come discepoli e come testimoni di Cristo”.

E la memoria ritorna all’attentato alla chiesa di Damasco: “Cari amici della ROACO, nel vostro lavoro voi vedete, oltre a molte miserie causate dalla guerra e dal terrorismo (penso al recente terribile attentato nella chiesa di sant’Elia a Damasco) anche fiorire germogli di Vangelo nel deserto. Scoprite il popolo di Dio che persevera volgendo lo sguardo al Cielo, pregando Dio e amando il prossimo. Toccate con mano la grazia e la bellezza delle tradizioni orientali, di liturgie che lasciano abitare a Dio il tempo e lo spazio, di canti secolari intrisi di lode, gloria e mistero, che innalzano un’incessante richiesta di perdono per l’umanità. Incontrate figure che, spesso nel nascondimento, vanno ad aggiungersi alle grandi schiere dei martiri e dei santi dell’Oriente cristiano. Nella notte dei conflitti siete testimoni della luce dell’Oriente”.

Infine l’invito a tutti i cristiani ad una maggiore conoscenza della ‘cultura’ delle Chiese orientali: “Vorrei che questa luce di sapienza e di salvezza sia più conosciuta nella Chiesa cattolica, nella quale sussiste ancora molta ignoranza al riguardo e dove, in alcuni luoghi, la fede rischia di diventare asfittica anche perché non si è realizzato il felice auspicio espresso più volte da san Giovanni Paolo II…E c’è bisogno pure di incontro e di condivisione dell’azione pastorale, perché i cattolici orientali oggi non sono più cugini lontani che celebrano riti ignoti, ma fratelli e sorelle che, a motivo delle migrazioni forzate, ci vivono accanto. Il loro senso del sacro, la loro fede cristallina, resa granitica dalle prove, e la loro spiritualità che profuma del mistero divino possono giovare alla sete di Dio latente ma presente in Occidente”.

La giornata ‘papale’ era stata aperta dall’incontro con i vescovi delle congregazioni redentoriste e scalabriniane: “Tutti e due furono fondatori, diventarono vescovi e seppero rispondere alle sfide di sistemi sociali ed economici che, se da una parte aprivano nuove frontiere a vari livelli, dall’altra si lasciavano alle spalle tanta miseria inascoltata e tanti problemi, creando sacche di degrado di cui nessuno sembrava volersi occupare…

Anche nel nostro mondo l’opera del Signore sempre ci precede: ad essa siamo chiamati a conformare le nostre menti e i nostri cuori attraverso un sapiente discernimento; e sono convinto che il confronto che avete promosso sarà molto utile a questo scopo. Vi incoraggio, perciò, a mantenere e a coltivare anche per il futuro questi rapporti di aiuto fraterno, con generosità e disinteresse, per il bene di tutto il Gregge di Cristo”.

(Foto: Santa Sede)

Da Pescara un impegno condiviso contro l’odio, per rammendare il mondo

Con grande entusiasmo e partecipazione si è concluso il GariwoNetwork 2024, evento che ha riunito centinaia di persone a Pescara, presso l’Auditorium Flaiano e gli spazi dell’Aurum, per due giornate di riflessione, dialogo e impegno. Una manifestazione che, partendo dal tema del ‘rammendare il mondo’, ha chiamato a raccolta giovani, educatori, intellettuali e referenti della rete internazionale dei Giardini dei Giusti per confrontarsi su come affrontare le sfide del nostro tempo: divisioni, odio, ingiustizie e crisi ambientale.

I rappresentanti di oltre 80 giardini dei Giusti (compresi quelli in Ruanda e Polonia) e circa 700 persone che hanno assistito alla plenaria e a gli altri momenti della due-giorni hanno vissuto un GariwoNetwork storico per tanti motivi, tra cui:

a) la prima volta lontano da Milano, in un’area culturalmente sempre più viva come quella della costa abruzzese, dove i partecipanti sono stati accolti in maniera encomiabile dal Comune di Pescara e dal suo sindaco, dalla Fondazione PescaraAbruzzo e da tutte le persone coinvolte nell’organizzazione. A Pescara – grazie anche all’instancabile lavoro di Oscar Buonamano, consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e ambasciatore di Gariwo proprio nella città abruzzese, nascerà un nuovo Giardino dei Giusti che fungerà da raccordo per tante altre realtà del centro-sud intenzionate ad entrare nella rete di Gariwo;

b) durante il Network di Pescara è stato firmato un memorandum d’intesa tra l’Ufficio del Consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio e la Fondazione Gariwo: da oggi lavoreranno congiuntamente per prevenire i genocidi attraverso progetti educativi e i Giardini dei Giusti.

L’evento si è aperto nell’Auditorium Flaiano con una plenaria di grande intensità. Le parole di benvenuto del sindaco di Pescara, Carlo Masci, hanno evocato la metafora del pescatore che, all’alba, ricuce le reti strappate per continuare a pescare: un’immagine perfetta per descrivere il lavoro quotidiano dei Giusti, che curano le ferite dell’umanità. Il presidente della Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, ha inviato un messaggio di grande significato, nonostante la sua assenza per motivi di salute:

“Oggi viviamo in un mondo in crisi un mondo che ha perso l’idea di collaborazione, segnato dal ritorno di nazionalismi e autocrazie. I Giardini dei Giusti, oggi, possono essere la base per ricostruire una nuova utopia, come è accaduto nel passato. Non sono monumenti, ma strumenti educativi per prevenire quegli strappi che poi, con fatica, vanno rattoppati”.

Le parole di Alice Wairimu Nderitu, special adviser delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi, hanno arricchito ulteriormente il dibattito. Sebbene impossibilitata a partecipare, ha inviato un messaggio, letto da Simona Cruciani, in cui ha ricordato il potere universale dei Giusti. “I Giusti – ha scritto Nderitu – con le loro azioni riuniscono e aggiustano le parti spezzate del mondo, ispirando il bene in luoghi anche molto lontani da noi. I principi su cui si fonda il concetto di Giusto sono universali e ci rimandano alla Carta delle Nazioni Unite, alla Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio e alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.

La mattinata si è conclusa con la partecipazione appassionata degli studenti, che hanno rivolto numerose domande agli ospiti presenti, dimostrando un forte interesse per il ruolo dei Giusti e il loro valore educativo. Nel pomeriggio, i workshop intitolati “La scelta” hanno esplorato temi cruciali come i Giusti dell’ambiente, i Giusti dello sport e la filosofia dei Giusti. Filippo Giorgi, climatologo e premio Nobel per la Pace nel 2007 con IPCC, ha sottolineato che “non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale”, mentre Joanna Borella, allenatrice e presidente di A.S.D. Bimbe nel Pallone, ha raccontato come smontare il razzismo nello sport, promuovendo inclusione e abbattendo pregiudizi. Chiudendo la giornata, Erminio Maglione, ricercatore in Storia della filosofia, ha spiegato qual è la filosofia dei Giusti: “Il Giusto è un silenzioso quanto pervicace presidio contro gli orrori che possono nascere nell’uomo”.

La seconda giornata ha visto i lavori proseguire presso l’Aurum, con il laboratorio dedicato ai referenti della Rete dei Giardini dei Giusti. Grazie alla guida esperta dei facilitatori di JoyLab, i partecipanti hanno discusso e condiviso buone pratiche per rafforzare la rete globale dei Giardini. Questo momento di scambio ha rappresentato una straordinaria opportunità per generare nuove idee e sinergie.

Nel pomeriggio, la tavola rotonda conclusiva, intitolata “Ogni persona può rammendare il mondo”, ha riunito ospiti di spicco: Eraldo Affinati, scrittore e cofondatore della scuola Penny Wirton; Simona Cruciani delle Nazioni Unite; Claudia Mazzucato, docente di Diritto penale; Franco Vaccari, presidente di Rondine Cittadella della Pace; e Nicola Mattoscio, presidente della Fondazione Pescarabruzzo. Moderati da Oscar Buonamano, gli interventi hanno intrecciato storie, riflessioni e testimonianze che hanno toccato profondamente il pubblico.

Eraldo Affinati ha ricordato che ‘non dobbiamo idealizzare il Giusto’, portando esempi di ragazzi ordinari che, con azioni concrete, rammendano il tessuto sociale: Michelle, una giovane madrelingua che insegna italiano a minori non accompagnati, e Giorgio, uno studente ribelle che si trasforma in un pedagogo nei progetti della Penny Wirton. Per Affinati, è fondamentale riconoscere e valorizzare chi si assume responsabilità in contesti difficili.

Claudia Mazzucato ha parlato del legame tra Giusti e giustizia riparativa, definendo quest’ultima come ‘un rammendo che unisce i lembi spezzati, tessendo relazioni, persino tra nemici’. Ha ammonito contro i pericoli del giustizialismo, sottolineando che ‘anche la giustizia, se portata all’estremo, può diventare radicalizzazione’.

Franco Vaccari ha presentato il lavoro di riconciliazione di Rondine, ricordando che “finché l’altro è solo un nemico non si rammenda niente, perché non ci consideriamo della stessa stoffa. Dire sì alla pace è la vera svolta per il cambiamento”.

L’evento si è chiuso con l’intervento di Martina Landi, direttrice generale di Gariwo, che ha portato i saluti del presidente Nissim, assente per motivi di salute, e ha ringraziato tutti i partecipanti per aver contribuito a due giorni di straordinaria intensità: “Il Giusto non giudica, non soppesa. Il Giusto cura. Ed è grazie a questa cura che possiamo costruire un mondo migliore”.

In apertura lo storico Marcello Flores ha descritto le caratteristiche dei discorsi dell’odio: “Ecco, i discorsi di odio oggi hanno le stesse caratteristiche: si fondano al tempo stesso su un’idea di inevitabile discriminazione; su una convinzione che non è di tutti, ma solo di poche minoranze, ma che contagia anche una maggioranza. Lo vediamo, cresce il razzismo, cresce l’antisemitismo e crescono anche tutte quelle forme di odio e avversione verso gruppi di persone ritenute responsabili del nostro disagio o dei nostri mali collettivi.

Questi sentimenti vengono, poi, cavalcati anche dai Governi e dai singoli politici. Anche del nostro Paese, ci sono esponenti politici che, a volte, usano esattamente le stesse parole, pur con qualche piccola modifica, che Hitler aveva usato nel Main Kampf contro gli ebrei. E queste parole d’odio le rivolgono a determinati gruppi di persone”.

Contro tali discorsi le azioni che ognuno può intraprendere: “Ognuno di noi può fare qualcosa, ognuno di noi, nel proprio quotidiano, a partire dalla propria famiglia, nel proprio mondo di lavoro, quando incontriamo altre persone, ma ancora di più quando siamo sui social. È possibile e doveroso intervenire ogni volta che c’è un accenno, anche solo un accenno da parte di qualcuno, a un linguaggio d’odio. Questo è fondamentale, perché, se non c’è questa reazione immediata che mette alla berlina coloro che fanno queste affermazioni, il rischio è che invece, poi, quelle affermazioni si propaghino”.

(Foto: Gariwo)

Benedizione Apostolica di papa Francesco per il saggio ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’ di Biagio Maimone  

Nelle migliori librerie e in tutti gli store online è disponibile il saggio del giornalista Biagio Maimone intitolato ‘La comunicazione creativa per lo sviluppo socio-umanitario’, che propone la necessità di un nuovo modello comunicativo che ponga al centro la relazione umana ed, ancor più, l’emancipazione morale ed umana della società odierna.

Il libro ha ricevuto la Benedizione Apostolica di Sua Santità Papa Francesco tramite la Segreteria di Stato a firma dell’Assessore, mons. Roberto Campisi, con le seguenti parole: ‘Sua Santità assicura un ricordo nella preghiera e, mentre auspica che la società così come la Chiesa si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la paressia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità, invoca l’intercessione della Santa Vergine Maria e di cuore imparte la Benedizione Apostolica, con l’augurio di ogni bene nel Signore’.

“Nel mio saggio ‘La comunicazione creativa per lo sviluppo socio-umanitario’  ho voluto porre in luce la necessità di creare un modello comunicativo che tenga conto  dell’importanza indiscutibile dell’uso appropriato della parola, superando quelle distorsioni, ormai consuete, che la rendono veicolo di offese, di menzogne, nonchè di calunnie, che ledono la dignità umana dell’interlocutore.

Possiamo constatare come spesso i mass media, i social molto di più, veicolano messaggi i cui contenuti sono pervasi dalla violenza e dall’odio sociale, dall’intento di screditare e porre sul rogo chi ritengono essere un avversario.

Ciò che emerge è il farsi strada di una subcultura della comunicazione che rischia di impoverire sempre più la relazione umana, in quanto i messaggi che essa veicola sono diseducativi. Nel mio testo, che intende contrastare tale impoverimento culturale e la sua nocività, si rimarca che la parola è vita  in quanto deve generare la vita nelle sue espressioni più nobili e spirituali, in quanto essa penetra nelle coscienze individuali e collettive e se è sorretta dalla violenza e dalla menzogna, crea una coscienza umana che è guidata da disvalori che impoveriscono i singoli individui e, conseguentemente, l’intera collettività ed il contesto sociale.

La parola vitale è la parola foriera di quella bellezza spirituale che deve reggere le fondamenta della nostra società perché viva la pace e l’amore, senza cui il nostro universo perde le sue leggi per poi  perdere il significato stesso dell’esistere”.

Umanizzare il linguaggio affinché sia veicolo della ‘Pedagogia della Vita’ definisce il significato autentico del mio impegno giornalistico, che sono certo possa essere condiviso da chi fa della comunicazione lo strumento mediante cui giungere al mondo interiore di chi ascolta, al fine di arricchirlo e non  impoverirlo attraverso un uso distorto e, pertanto, nocivo del linguaggio.

L’epoca contemporanea pone in luce un crescente smarrimento di naturale  spirituale e morale, che si riflette sulla relazione umana, sulle relazioni tra gli Stati e i Continenti dell’intero universo, generando conflitti , nonché povertà morale e materiale. Ne è testimonianza l’insorgere continuo di conflitti in numerosi territori del mondo.

Quel che manca è la ‘Cultura Umana’, la ‘Cultura della Fratellanza Umana’ e  la ‘Cultura’ intesa come conoscenza profonda della realtà e del significato autentico del valore dell’essere umano, in quanto soggetto pensante, nel cui mondo interiore vivono i valori che gli  attribuiscono un valore regale rispetto a tutte le altre creature ed, ancor più, rispetto alle cose” ha dichiarato Biagio Maimone, il quale ha sottolineato inoltre:

“La cultura umana consente di cogliere la bellezza depositata nell’interiorità della persona, generata dallo splendore divino che alberga nell’animo umano. E’ compito di chi comunica porre al centro la ‘Cultura Umana’ ed, in tal modo, rimarcare il valore supremo dell’essere umano, che lo distingue dalle cose materiali.  Per tale motivo intendiamo promuovere partendo dai rudimenti della conoscenza, quell’arte che già Fromm rivendicava come valore supremo, che è l’arte di amare. Occorre insegnare, pertanto, ad amare. Occorre, pertanto, comunicare l’amore.

Ed ecco la necessità di fare in modo che la nostra pedagogia comunicativa sia tesa al recupero dei valori dell’arte e della spiritualità, entrambi appartenenti alla sfera etica e morale della vita dell’individuo, necessari per alimentare e far progredire ogni dimensione della vita umana. Si tratta di ritrovare la bellezza morale attraverso la comunicazione, che diviene, innanzitutto, insegnamento morale, talmente incisivo da poter migliorare l’interazione umana.

In veste di Direttore della Comunicazione dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, fondata da mons. Yoannis Lahzi Gaid, già segretario personale di papa Francesco, ho avuto la possibilità di fare esperienza della bellezza interiore, cogliendola nell’impegno di coloro che si prodigano a favore dei bambini abbandonati e poveri, di coloro che vivono nella povertà, di quanti non godono i loro fondamentali diritti sociali, umani e civili.

Ho avuto modo e avrò modo di comunicare la solidarietà concreta  impegnandomi sul piano giornalistico a favore dei contenuti del Documento sulla ‘Fratellanza Umana per la Pace  Mondiale e la Convivenza Comune’, sottoscritto, il 4 febbraio 2019, da Sua Santità Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb. Il suddetto Documento  ha dato vita a numerosi frutti, dei quali ho avuto l’onore, grazie a mons. Yoannis Lahzi Gaid, che in me ha riposto fiducia, di poter scrivere, collaborando, in tal modo, nell’impegno della loro divulgazione.

Ho avuto la possibilità anche di poter scrivere relativamente alla realizzazione della Casa della Famiglia Abramitica, edificata nella città di Abu Dhabi, che è uno tra i progetti più rilevanti in quanto pone le basi del dialogo  interreligioso creando uno spazio fisico, un territorio comune su cui sono stati edificati tre luoghi di culto diversi (Chiesa, Sinagoga e Moschea), posti l’uno accanto all’altro, in ciascuno dei quali si praticano religioni diverse, le quali si interfacciano reciprocamente per dialogare su ogni tema della vita religiosa ed umana.

Altrettanto rilievo rivestono i seguenti progetti: l’Orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’, che è stato inaugurato il 5 maggio 2024 nella città Il Cairo, i Convogli medici, l’Ospedale Pediatrico ‘Bambino Gesù del Cairo’, primo Ospedale del Papa fuori dall’Italia, la ‘Scuola della Fratellanza Umana’ per le persone portatori di disabilità, la Catena dei Ristoranti della Fraternità Umana ‘Fratello’, che offre pasti gratuiti alle famiglie bisognose egiziane. Anche di essi ho potuto scrivere ampiamente ed esserne molto felice.

Dedico il mio libro, pertanto, a Monsignor Gaid Yoannis Lahzi per la  fiducia che ha riposto in me e, nel contempo, a Sua Santità Papa Francesco, in quanto promotore della  realizzazione dei progetti per i quali ho potuto collaborare nell’impegno di divulgazione, che ha visto l’opinione pubblica destinataria di un’informazione inerente all’impegno del dialogo interreligioso, promosso, in via prioritaria, dalla Chiesa Cattolica e dalla religione musulmana sunnita.

La vita non può essere un campo di battaglia, ma l’incontro amorevole e fraterno di ogni essere umano. Perché sia così è necessario diffondere  messaggi che ricreino la consapevolezza smarrita del valore sacro di ogni persona. In tal modo la bellezza, intesa come espressione magnifica dei valori spirituali e morali, tornerà (come ho scritto nel libro di cui sopra) ad illuminare ogni ambito dell’esistenza: La Bellezza – non vi è dubbio – tornerà ad essere il volto magnifico della vita. La forza prorompente della Bellezza, che la Parola ha il dovere di trasmettere, sconfigge ogni male! E’ scritto nel Vangelo, è scritto nel cuore degli uomini di Buona Volontà ed è scritto nelle trame vitali dell’esistenza, che nessuno potrà mai distruggere perché esse appartengono alla Vita e la Vita è la ragione stessa dell’esistere umano”.

Giovani ‘nemici-amici’ contro l’odio: il messaggio di pace di Rondine riparte da Firenze

Nel Salone dei Cinquecento, studenti ed ex studenti della Cittadella hanno accesso la fiaccola della speranza. Un israeliano e un palestinese, una giovane russa e un’ucraina a dialogo per costruire la pace. Un messaggio difficile, forte e necessario: ‘Il vero nemico è la guerra’.

E’ quello che dal Salone dei Cinquecento, in occasione dell’evento promosso dal Comune di Firenze, hanno lanciato gli studenti ed ex studenti di Rondine Cittadella della Pace, raccogliendo il testimone ideale di Giorgio La Pira. E’ la pace, appunto, l’unica speranza per un futuro che possa definirsi tale, non solo per noi ma, soprattutto, per le generazioni future, quelle che a Rondine crescono secondo un Metodo che insegna ad affrontare i conflitti e alla convivenza con il ‘nemico’.

E sono stati proprio gli studenti ed ex studenti della Cittadella, intervistati da Agnese Pini, direttrice dei quotidiani QN, e accompagnati dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, e da Franco Vaccari, fondatore e presidente di Rondine, a ricordare alla platea, numerosa, attenta e silenziosa, l’importanza di un messaggio difficile da veicolare in questi tempi di guerre:

“Siamo fratelli e sorelle, fratelli e sorelle che provengono da Paesi in guerra – ha sottolineato Salomon, studente maliano della Cittadella della Pace, laureato in Ingegneria biologica che ha affrontato uno dei tanti conflitti dimenticati su cui Rondine lavora da ventisei anni –, e più si scopre l’altro più si vede sé stessi», evidenziando come la pace sia un percorso relazionale che inizia dentro di sé prima che con gli altri”.

“Un aspetto del dolore immenso che proviamo è legato alla perdita della speranza e della capacità di provare empatia con l’altro. Questa è la tragedia della guerra, una corruzione morale e umana di tutti che porta a giustificare, normalizzare, razionalizzare la violenza, la morte e la distruzione reciproca. E quando non sentiamo il dolore dell’altro siamo meno umani e questo ci porta a cercare di giustificare razionalmente quello che vediamo tutto intorno”, ha affermato Noam, ex studente israeliano di Rondine, oggi Project manager del Quarto Anno, formatore e divulgatore presso gli studenti italiani del Metodo Rondine.

E Loai, primo studente palestinese di Rondine, ha ricordato: “Le guerre non servono a nessuno. Sono uno strumento violento per toglierci la vita. Gli ostaggi, le stragi, i bambini uccisi. Questo dolore iniziato nel passato dura ancora. E finché non finirà questa maledetta guerra è difficile avere speranza. Quando sarebbe bellissimo vivere senza dolore e pensare che la vita sia di tutti e si possa vivere insieme”.

Esprimendo entrambi tutte le difficoltà di un dialogo che solo a Rondine ha trovato il suo ‘genius loci’. E cambiando scenario e latitudine ci accorgiamo che non cambia ciò che la guerra provoca dentro coloro che si ritrovano da una parte e dall’altra della barricata senza avere scelto di starci: “Quando lo staff di Rondine mi ha chiesto chi considerassi il mio ‘nemico’, ho risposto che forse io stessa avrei potuto essere vista come una ‘nemica’ dagli ucraini. Personalmente, non considero nessuno come ‘nemico’”, ha affermato la studentessa russa Sabina, laureata in Pedagogia e Lingue, arrivata a Rondine nell’estate del 2022.

Così come Kateryna, studentessa ucraina, laureata in Scienze politiche, arrivata nella Cittadella della Pace pochi mesi dopo lo scoppio della guerra: “Ci sono esperienze e parole che io vorrei cancellare. L’ho fatto per molto tempo dopo l’inizio della guerra in Ucraina. A Rondine, invece, sto imparando ad accettarle ogni giorno. Perché quando le si accetta, si sopravvive. Quando le si nomina ad alta voce, ci si rende conto. Quando si sopravvive e si comprende, si va avanti”, un passo possibile dopo l’altro verso la pace.

Mentre Sabina ha rammentato l’importanza delle relazioni, attraverso le quali si accetta il ‘nemico’: “Non ho fiducia nella diplomazia, ma credo nelle relazioni personali, nei casi particolari come quello tra Kateryna e me. Rondine è unica, e spero che anche le generazioni future siano in grado di coltivare relazioni simili. Perché le nostre parole e le nostre azioni hanno un peso. Possiamo prenderci la responsabilità di quello che facciamo. Noi siamo importanti, anche quando il mondo sembra troppo grande”.

E Loai, a questo proposito, ha voluto ricordare le parole di papa Francesco: “Durante la sua visita in Terra Santa nel 2014 disse: ‘Abbiamo bisogno di abbattere i muri e costruire ponti di pace’. Ecco il perdono, cancellare l’odio, trovare punti di incontro sono tutti metodi utili per convivere in pace e, soprattutto, con diritti e doveri uguali in dignità”.

E solo guardando al futuro, solo immaginando la pace si può trovare la forza di costruire quei ponti: “Ho scoperto che c’è un’intimità unica tra ‘nemici’. Solo loro possono davvero capire la mia esperienza, il mio dolore. Parlare con loro mi salva. Mi impedisce di perdere la mia umanità. Ed è anche per questo che luoghi come Rondine saranno essenziali per il giorno dopo, noi oggi qui prepariamo il terreno per quando si dovrà iniziare a ricostruire insieme, a dialogare, riconciliare. Prepariamo i ponti per quel giorno. Lo facciamo consapevoli della fatica, consapevoli dei rischi, ma spero che lo faremo con coraggio: per i nostri figli e per i giovani del domani”», ha concluso Noam.

Franco Vaccari, fondatore e presidente di Rondine, luogo che da più di venticinque anni lavora per la pace, ha voluto ricordare il senso del passo possibile: “A Rondine diciamo che, pur non essendo colpevoli, tutti siamo responsabili. Anche se subiamo un’ingiustizia, infatti, possiamo decidere di non rispondere con l’odio. Questi giovani ci insegnano che si può trasformare il dolore in fiducia, perché la fiducia fa arretrare l’odio, e tutti possiamo metterci in gioco. Grazie, quindi, al sindaco e al Comune di Firenze per questo momento che regala un passo di speranza, soprattutto a questi giovani”.

Per l’occasione Rondine Cittadella della Pace ha lanciato una raccolta fondi per sostenere due borse di studio che coprono il percorso formativo di due studenti ‘nemici’ e poter continuare il proprio lavoro nel profondo degli animi umani, in un momento di emergenza globale. I versamenti possono essere effettuati con bonifico IT 74 D 05018 02800 000011483518 o nel sito https://rondine.org/fondo_solidarieta/.

Un atto di speranza che si concluderà con YouTopic Fest, il Festival internazionale sul conflitto, che si svolgerà a Rondine i prossimi 30-31 maggio e 1° giugno, il cui focus è la fiducia. Festival che, anche questa volta, sarà aperto dalla marcia della pace che l’anno scorso ha visto coinvolti 4.000 studenti provenienti da tutta Italia. Un momento di riflessione sui conflitti che sono tutt’intorno a noi, nella vita di tutti i giorni, su come affrontarli e su come lavorare su noi stessi, grazie al Metodo Rondine, per pensare insieme un mondo migliore.

Le conclusioni dell’incontro, realizzato in media partnership con Famiglia Cristiana e QN-La Nazione, nelle parole del sindaco di Firenze e di Agnese Pini, direttrice dei quotidiani QN: “Mi auguro che tutti ascoltino le voci di questi ragazzi che da Firenze, nel Salone dei Cinquecento, dove oltre 50 anni fa furono avviati i Colloqui del mediterraneo grazie alla lungimiranza del sindaco Giorgio La Pira, vogliono parlare di pace.

Oggi, grazie a questo incontro, riusciamo a ‘spezzare l’odio’, come ha detto il fondatore di Rondine Franco Vaccari, che ringrazio per aver perseguito questo sogno di portare a Firenze lo straordinario messaggio contro la guerra che viene perseguito da trent’anni nella sua piccola, grande, città. Ascoltiamo le voci di questi ragazzi, oggi più che mai con due guerre così drammatiche alle porte dell’Europa. Sono le voci dei Paesi coinvolti nei conflitti, le voci di giovani che dimostrano che un mondo diverso è possibile e anche noi dobbiamo lavorare per renderlo realtà”, ha concluso il sindaco.

(Foto: Rondine – Cittadella della Pace)

Il vero nemico è la guerra: voci dei giovani di Rondine contro l’odio

Mercoledì 24 aprile nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, a Firenze, dalle 11.30, un giovane israeliano e un giovane palestinese, una ragazza russa e una ucraina, racconteranno la propria convivenza con il ‘nemico’ con la moderazione della direttrice dei quotidiani QN, Agnese Pini.

Insieme con loro un rappresentante per tutti gli altri giovani di Rondine, che porterà la voce di ogni conflitto dimenticato. Le conclusioni saranno affidate al sindaco del Comune di Firenze, promotore dell’evento, e al fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace, Franco Vaccari.

Sessanta guerre. Settanta stati. Quasi novecento gruppi armati. Tutti coinvolti nei conflitti degenerati che attualmente sconvolgono il mondo. Dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’America.

Questo lo scenario da cui provengono i giovani che ogni anno scelgono Rondine: un piccolo borgo in Toscana, a dodici chilometri da Arezzo, che da quasi un trentennio, ospita ‘nemici’: coppie di giovani provenienti da Paesi teatro di guerra che convivono insieme e si formano per diventare leader di pace. La loro esperienza è il cuore pulsante della Cittadella della Pace. Giovani coraggiosi che non si arrendono alla logica della guerra, che hanno fiducia di scoprire una persona, un amico, in quello che avevano sempre visto come qualcuno da odiare ed evitare.       

Da due anni a questa parte ‘nuove’ guerre hanno sconvolto gli equilibri mondiali, generando una ‘nuova’ tragica ondata di violenza e distruzione. E l’odio per il nemico continua a farsi strada nel mondo, fino nelle vie, nelle piazze, nelle nostre case. E oggi più che mai la guerra ci riguarda tutti.

Nonostante questo, nella Cittadella della Pace si continua a coltivare ogni giorno quella tenue speranza attraverso un dialogo che non si spezza nemmeno mentre la guerra infuria. Un dialogo tra persone che si riconoscono umane, ritrovandosi nello stesso dolore ma anche negli stessi sogni di un futuro di pace. Un cammino difficile, a volte doloroso. Ma che si aggrappa alla vita e alla speranza del passo possibile che ognuno di noi può fare.

Dalle voci dei giovani di Rondine arriva il racconto profondamente umano di questa sfida che ogni giorno si rinnova. Una testimonianza concreta di chi si è messo in gioco per superare le ragioni dell’odio, aprirsi all’ascolto, fare spazio al ‘nemico’ e scoprire in lui un amico.

L’iniziativa ‘Il vero nemico è la guerra’ supportata dalla media partnership di Famiglia Cristiana e QN-La Nazione potrà essere seguita in live streaming sul canale YouTube del comune di Firenze a questo link https://www.youtube.com/watch?v=E-_atNIIn9w .

(Foto: Rondine – Cittadella della Pace)

Papa: la grazia di Dio libera dai vizi dell’invidia e della vanagloria

“Il 1° marzo ricorrerà il 25° anniversario dell’entrata in vigore della Convenzione sull’interdizione delle mine antipersona, che continuano a colpire civili innocenti, in particolare bambini, anche molti anni dopo la fine delle ostilità. Esprimo la mia vicinanza alle numerose vittime di questi subdoli ordigni, che ci ricordano la drammatica crudeltà delle guerre e il prezzo che le popolazioni civili sono costrette a subire. A questo proposito, ringrazio tutti coloro che offrono il loro contributo per assistere le vittime e bonificare le aree contaminate. Il loro lavoro è una risposta concreta alla chiamata universale ad essere operatori di pace, prendendoci cura dei nostri fratelli e sorelle”.

Con questo appello papa Francesco, non perfettamente ristabilitosi nella salute, ha ricordato il 25^ anniversario della convenzione per l’abolizione delle mine antiuomo, firmato ad Ottawa da 164 Stati, che proibiva in tutto il mondo uso, stoccaggio, produzione e vendita delle mine antiuomo e per la distruzione di quelle inesplose, ricordando i popoli che soffrono a causa della guerra:

“Cari fratelli e sorelle, non dimentichiamo i popoli che soffrono a causa della guerra: Ucraina, Palestina, Israele e tanti altri. E preghiamo per le vittime dei recenti attacchi contro luoghi di culto in Burkina Faso; come pure per la popolazione di Haiti, dove continuano i crimini e i sequestri delle bande armate”.

Mentre la catechesi sui vizi è stata letta, a causa delle sue ancora non stabili condizioni di salute, da mons. Filippo Ciampanelli, con una riflessione sul tema ‘invidia e la vanagloria’, descritti come ‘vizi più antichi’, iniziando dall’invidia di Caino nei confronti del fratello Abele:

“Se leggiamo la Sacra Scrittura, essa ci appare come uno dei vizi più antichi: l’odio di Caino nei confronti di Abele si scatena quando si accorge che i sacrifici del fratello sono graditi a Dio. Caino era il primogenito di Adamo ed Eva, si era preso la parte più cospicua dell’eredità paterna; eppure, basta che Abele, il fratello minore, riesca in una piccola impresa, che Caino si rabbuia”.

Il papa ha sottolineato che l’invidia conduce all’odio: “Il volto dell’invidioso è sempre triste: lo sguardo è basso, pare che indaghi in continuazione il suolo, ma in realtà non vede niente, perché la mente è avviluppata da pensieri pieni di cattiveria. L’invidia, se non viene controllata, porta all’odio dell’altro. Abele sarà ucciso per mano di Caino, che non poteva sopportare la felicità del fratello”.

Il vizio dell’invidia nasce da una nostra falsa concezione di Dio, che può essere modificato dall’amore ‘fraterno’: “Alla radice di questo vizio c’è una falsa idea di Dio: non si accetta che Dio abbia la sua ‘matematica’, diversa dalla nostra.

Ad esempio, nella parabola di Gesù sui lavoratori chiamati dal padrone ad andare nella vigna alle diverse ore del giorno, quelli della prima ora credono di aver diritto a un salario maggiore di quelli arrivati per ultimi; ma il padrone dà a tutti la stessa paga, e dice: ‘Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ Vorremmo imporre a Dio la nostra logica egoistica, invece la logica di Dio è l’amore. I beni che Lui ci dona sono fatti per essere condivisi… Ecco il rimedio all’invidia!”

L’altro vizio, collegato all’invidia, è la vanagloria: “Essa va a braccetto con il demone dell’invidia, e insieme questi due vizi sono propri di una persona che ambisce ad essere il centro del mondo, libera di sfruttare tutto e tutti, oggetto di ogni lode e di ogni amore. La vanagloria è un’autostima gonfiata e senza fondamenti. Il vanaglorioso possiede un ‘io’ ingombrante: non ha empatia e non si accorge che nel mondo esistono altre persone oltre a lui”.

Il vanaglorioso vuole essere sempre al centro dell’attenzione: “I suoi rapporti sono sempre strumentali, improntati alla sopraffazione dell’altro. La sua persona, le sue imprese, i suoi successi devono essere mostrati a tutti: è un perenne mendicante di attenzione. E se qualche volta le sue qualità non vengono riconosciute, allora si arrabbia ferocemente. Gli altri sono ingiusti, non capiscono, non sono all’altezza”.

Questo succede anche ai sacerdoti, come ha sottolineato Evagrio Pontico: “Nei suoi scritti Evagrio Pontico descrive l’amara vicenda di qualche monaco colpito dalla vanagloria. Succede che, dopo i primi successi nella vita spirituale, si sente già un arrivato, e allora si precipita nel mondo per ricevere le sue lodi. Ma non capisce di essere solo agli inizi del cammino spirituale, e che è in agguato una tentazione che presto lo farà cadere”.

Per liberarsi dai due vizi occorre ‘abbandonarsi’ alla grazia di Dio: “Per guarire il vanaglorioso, i maestri spirituali non suggeriscono molti rimedi. Perché in fondo il male della vanità ha il suo rimedio in sé stesso: le lodi che il vanaglorioso sperava di mietere nel mondo presto gli si rivolteranno contro. E quante persone, illuse da una falsa immagine di sé, sono poi cadute in peccati di cui presto si sarebbero vergognate!

L’istruzione più bella per vincere la vanagloria la possiamo trovare nella testimonianza di san Paolo. L’Apostolo fece sempre i conti con un difetto che non riuscì mai a vincere. Per ben tre volte chiese al Signore di liberarlo da quel tormento, ma alla fine Gesù gli rispose: ‘Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’. Da quel giorno Paolo fu liberato”.

Al termine dell’udienza generale papa Francesco si è recato all’ospedale ‘Isola Tiberina Gemelli Isola’ per alcuni accertamenti diagnostici, eseguiti i quali è rientrato in Vaticano, come ha riferito la Sala Stampa vaticana.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco agli ebrei: l’antisemitismo è contro Dio

Venerdì 2 febbraio papa Francesco ha condannato con forza l’antisemitismo in una lettera indirizzata ‘ai fratelli ed alle sorelle ebrei di Israele’, inviata  alla teologa Karma Ben Johanan, tra le promotrici di un appello al pontefice sottoscritto da circa 400 tra rabbini e studiosi per il consolidamento dell’amicizia ebraico-cristiana dopo la tragedia del 7 ottobre, che ha espresso all’Osservatore Romano un sincero apprezzamento: “Siamo profondamente grati per la fiducia e lo spirito di amicizia con cui il Papa, e con lui l’intera Chiesa, ha voluto riaffermare la speciale relazione che unisce le nostre comunità, cattolica ed ebraica”.

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