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Papa Leone XIV: stare nella quotidianità della storia

“E’ per me un piacere darvi il benvenuto in Vaticano in occasione del vostro convegno sul tema ‘Rifugiati e migranti nella nostra casa comune’. Ringrazio coloro che hanno organizzato queste giornate di discussione, riflessione e collaborazione, nonché ciascuno di voi per la vostra presenza e per il contributo che apportate a questa iniziativa”: con queste parole papa Leone XIV ha accolto i partecipanti al convegno ‘Refugees and Migrants in our Common Home’, preparazione al giubileo di domenica prossima.

Riprendendo il discorso di papa Francesco pronunciato nel 2022, papa Leone XIV ha sottolineato la validità delle risposte alla migrazione: “Il vostro tempo insieme segna l’inizio di un progetto triennale con l’obiettivo di creare ‘piani d’azione’ incentrati su quattro pilastri fondamentali: insegnamento, ricerca, servizio e advocacy. In questo modo, state rispondendo all’appello di papa Francesco affinché le comunità accademiche contribuiscano a soddisfare i bisogni dei nostri fratelli e sorelle sfollati, concentrandosi sulle aree di vostra competenza”.

Ed ha auspicato che tali incontri possano sensibilizzare la gente per la dignità delle persone: “Questi pilastri fanno parte della stessa missione: riunire voci autorevoli in diverse discipline per rispondere alle attuali urgenti sfide poste dal crescente numero di persone, stimato in oltre 100.000.000, colpite da migrazioni e sfollamenti.

Prego affinché i vostri sforzi possano portare a nuove idee e approcci in questo senso, cercando sempre di porre la dignità di ogni persona umana al centro di ogni soluzione. Mentre proseguite il vostro incontro, vorrei suggerirvi due temi che potreste considerare di integrare nei vostri piani d’azione: riconciliazione e speranza”.

Sempre riprendendo il pensiero di papa Leone XIV è importante combattere l’indifferenza: “Uno degli ostacoli che spesso si incontrano quando si affrontano difficoltà di così grande portata è un atteggiamento di indifferenza da parte sia delle istituzioni che dei singoli individui. Il mio venerato predecessore parlava di ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per cui ci abituiamo alle sofferenze altrui e non cerchiamo più di alleviarle. Questo può portare a quella che ho precedentemente definito una ‘globalizzazione dell’impotenza’, in cui rischiamo di diventare immobili, silenziosi, forse tristi, pensando che non si possa fare nulla di fronte a sofferenze innocenti”.

Per questo ha incoraggiato ad approfondire una cultura dell’incontro: “Proprio come papa Francesco ha parlato della cultura dell’incontro come antidoto alla globalizzazione dell’indifferenza, dobbiamo impegnarci per affrontare la globalizzazione dell’impotenza promuovendo una cultura della riconciliazione… Ciò richiede pazienza, disponibilità all’ascolto, capacità di immedesimarsi nel dolore altrui e il riconoscimento di condividere gli stessi sogni e le stesse speranze”.

Con un incoraggiamento: “Vi incoraggio, pertanto, a proporre modalità concrete per promuovere gesti e politiche di riconciliazione, in particolare in terre dove sono presenti ferite profonde dovute a conflitti di lunga data. Non è un compito facile, ma affinché gli sforzi per operare un cambiamento duraturo abbiano successo, devono includere modalità che tocchino i cuori e le menti”.

Riprendendo il messaggio per l’imminente giornata mondiale del rifugiato e del migrante papa Leone XIV ha ricordato che i migranti sono portatori di speranza: “Spesso mantengono la loro forza mentre cercano un futuro migliore, nonostante gli ostacoli che incontrano. Mentre ci prepariamo a celebrare i Giubilei dei Migranti e delle Missioni in questo santo anno giubilare, vi incoraggio a suscitare tali esempi di speranza nelle comunità di coloro che servite. In questo modo, possono essere di ispirazione per gli altri e aiutare a sviluppare modi per affrontare le sfide che hanno incontrato nella loro vita”.

Ugualmente ai membri della Confederazione Medica Latino-Iberoamericana e dei Caraibi (CONFEMEL), ha sottolineato che dialogo e presenza fisica sono fondamentali per la cura nel giorno della festa degli Angeli Custodi: “Questa memoria può aiutarci a riflettere sulla relazione medico-paziente, che si basa sul contatto personale e sulla cura della salute, si potrebbe dire, proprio come gli angeli che vegliano e ci proteggono nel cammino della vita. Questo tema mi ricorda anche alcune parole di sant’Agostino, in cui si riferiva a Cristo come a un medico e a una medicina. E’ medico perché è parola, e medicina perché è parola fatta carne”.

Nel ricordo del beato José Gregorio Hernández il papa ha sottolineato l’importanza del rapporto tra medico e paziente: “Alla luce di queste riflessioni, vi invito a continuare ad approfondire l’importanza della relazione medico-paziente. Una relazione tra due persone, con il loro corpo e la loro interiorità, con la loro storia. Questa convinzione ci aiuta anche a far luce sul posto dell’intelligenza artificiale in medicina: essa può e deve essere di grande aiuto per migliorare l’assistenza clinica, ma non potrà mai sostituirsi al medico, perché voi ‘siete, come ha detto papa Benedetto XVI, serbatoi di amore, che portano serenità e speranza a quanti soffrono’. Un algoritmo non potrà mai sostituire un gesto di vicinanza o una parola di conforto”.

Ad inizio giornata alle suore Figlie di San Paolo che hanno celebrato il loro Capitolo Generale e che hanno appena eletto la nuova Madre Generale, suor Mari Lucia Kim: il papa ha sottolineato la necessità di guardare ‘in alto’: “Guardare in alto, perché possiate essere spinte dallo Spirito Santo. La vostra vocazione e la vostra missione vengono dal Signore, non dimentichiamolo. Perciò, l’impegno personale, i carismi che mettiamo in circolo, lo zelo dell’apostolato e gli strumenti che utilizziamo non devono mai farci cadere nell’illusione e nella presunzione dell’autosufficienza”.

Da qui l’invito a stare nelle situazioni della vita quotidiana: “Il secondo atteggiamento che vi raccomando è quello di immergervi dentro, dentro le situazioni, perché lo sguardo rivolto verso l’alto non è una fuga ma, al contrario, ci deve aiutare ad avere la stessa condiscendenza di Cristo, che si è spogliato per noi, è disceso nella nostra carne, si è abbassato per entrare negli abissi dell’umanità ferita e portarvi l’amore del Padre”.

Essere nella vita significa ‘abitare la cultura’: “Così, spinte dallo Spirito, siete chiamate anche voi a immergervi nella storia, proprio in ascolto dell’umanità di oggi; si tratta di abitare la cultura attuale e incarnarvi nella vita reale delle persone che incontrate. La vostra presenza, l’annuncio della Parola, i mezzi che utilizzate (in particolare ricordare l’editoria che curate con tanta dedizione), tutto ciò deve essere un grembo ospitale per le sofferenze e le speranze delle donne e degli uomini a cui siete inviate”.

L’importante è non scoraggiarsi: “Ma non ci lasciamo scoraggiare! Perciò vi invito a riflettere su come mantenere vivo il carisma, anche se ciò dovesse richiedere scelte coraggiose e impegnative. C’è bisogno infatti di un attento discernimento sulle opere legate all’apostolato, su come vengono portate avanti e sulla necessità di rinnovarle con una visione equilibrata, che sappia tenere insieme la ricchezza della storia passata con le risorse e i doni attuali di ciascuna di voi, in una feconda alleanza tra le diverse generazioni”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: i migranti sono messaggeri di speranza

“La  111^ Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato, che il mio predecessore ha voluto far coincidere con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario, ci offre l’occasione di riflettere sul nesso tra speranza, migrazione e missione”: nel messaggio intitolato ‘Migranti, missionari di speranza’, che si celebra il 4-5 ottobre, papa Leone XIV riflette sul nesso tra speranza, migrazione e missione.

La mobilità umana è generata per lo più dalla ricerca di una felicità che guerre, ingiustizie, crisi climatica mettono a dura prova: “Il contesto mondiale attuale è tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi, che obbligano milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove. La generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana.

La prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro”.

Quindi chi si muove va alla ricerca della speranza: “Questo collegamento tra migrazione e speranza si rivela distintamente in molte delle esperienze migratorie dei nostri giorni. Molti migranti, rifugiati e sfollati sono testimoni privilegiati della speranza vissuta nella quotidianità, attraverso il loro affidarsi a Dio e la loro sopportazione delle avversità in vista di un futuro, nel quale intravedono l’avvicinarsi della felicità, dello sviluppo umano integrale”.

Per questo la loro migrazione può essere rintracciata nel libro della Genesi: “In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza. Il loro coraggio e la loro tenacia è testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere e che dona loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee”.

Essi ricordano la dimensione ‘pellegrina’: “I migranti e i rifugiati ricordano alla Chiesa la sua dimensione pellegrina, perennemente protesa verso il raggiungimento della patria definitiva, sostenuta da una speranza che è virtù teologale. Ogni volta che la Chiesa cede alla tentazione di ‘sedentarizzazione’ e smette di  essere civitas peregrina (popolo di Dio pellegrinante verso la patria celeste), essa smette di essere ‘nel mondo’ e diventa ‘del mondo’. Si tratta di una tentazione presente già nelle prime comunità cristiane”.

Quindi possono essere ‘pellegrini’ di speranza: “In modo particolare, migranti e rifugiati cattolici possono diventare oggi missionari di speranza nei Paesi che li accolgono, portando avanti percorsi di fede nuovi lì dove il messaggio di Gesù Cristo non è ancora arrivato o avviando dialoghi interreligiosi fatti di quotidianità e di ricerca di valori comuni. Essi, infatti, con il loro entusiasmo spirituale e la loro vitalità possono contribuire a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite ed appesantite, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale”.

Per questo l’evangelizzazione si realizza con la testimonianza: “Si tratta di una vera missio migrantium (missione realizzata dai migranti) per la quale devono essere assicurate un’adeguata preparazione e un sostegno continuo frutto di un’efficace cooperazione inter-ecclesiale. Dall’altro lato, anche le comunità che li accolgono possono essere una testimonianza viva di speranza.

Speranza intesa come promessa di un presente e di un futuro in cui sia riconosciuta la dignità di tutti come figli di Dio. In tal modo migranti e rifugiati sono riconosciuti come fratelli e sorelle, parte di una famiglia in cui possono esprimere i loro talenti e partecipare pienamente alla vita comunitaria”.

Mons. Perego: Marcinelle ci ricorda che i lavoratori migranti devono essere tutelati

L’8 agosto 1956 nella miniera di Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani, 95 belgi e poco più di una trentina di altre nazionalità: è ricordata come una delle più gravi stragi sul lavoro ed è anche, per il nostro Paese, un evento emblematico dell’emigrazione italiana del Novecento.

Per la giornata di oggi è in programma presso la miniera di Bois du Cazier la cerimonia istituzionale di commemorazione. La Fondazione Migrantes, nel giorno in cui si ricorda un evento che ancora scuote l’Italia, si fa vicina a tutti gli italiani che lavorano all’estero e rivolge un pensiero ai tanti lavoratori, anche immigrati, che anche di recente hanno perso la vita sul lavoro in Italia, come ha precisato mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes:

“Marcinelle ogni anno ci ricorda il dramma sulle morti del lavoro in Italia, ma anche in Europa. Negli anni nel nostro Paese, anche grazie ai controlli e alle misure di sicurezza adottate, i decessi sono in calo. Occorre, però, segnalare che le morti sul lavoro dei lavoratori migranti, che avvengono in particolare nel mondo agricolo, nell’edilizia e nei trasporti, secondo le analisi dell’Osservatorio dell’Università Cattolica, sono in proporzione il doppio rispetto a quelle dei lavoratori italiani.

Questo dato impegna le aziende a una maggiore formazione dei lavoratori migranti sulla sicurezza. Al tempo stesso la crescita del numero degli incidenti sul lavoro nei primi quattro mesi del 2025 (286) rispetto al 2024 (265) chiedono di non abbassare la guardia nei controlli e nella formazione. A Marcinelle sono morti soprattutto i nostri lavoratori emigrati: un evento, un segno che ricorda come i lavoratori migranti debbono essere particolarmente tutelati. Ieri come oggi”.

Anche per questo c’è attesa per la decisione della presidenza del Parlamento europeo di calendarizzare il voto su una proposta di risoluzione per la istituzione, proprio nella data dell’8 agosto, di una ‘Giornata europea in memoria delle vittime del lavoro e per la tutela e la dignità dei lavoratori’.

Per tale ricorrenza della strage la fondazione Migrantes ripubblica un racconto di Luigi Dal Cin, ‘Un manifesto rosa’, tratto dal suo volume ‘Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani’: “Lo tengo aperto qui da­vanti a me, sopra il foglio bianco ancora da scrive­re. L’ho trovato tra le vecchie carte di mio nonno, conservate nel baule in soffitta. Riposava lì, ripiegato su sé stesso, chissà da quanti anni, ‘Un manifesto rosa’…

Il viaggio dall’Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.

E si racconta il disastro: “Pare che all’origine del disastro ci fu un’incomprensione tra i minatori che dal fondo del pozzo caricavano sull’ascensore i vagoncini con il carbone e i manovratori in superficie. Alle 8 e 10 del mattino dell’8 ago­sto 1956 un vagone di carbone rimase incastrato nella gabbia del montacarichi ma l’ascensore partì comunque. Nella risalita il carrello che sporgeva tran­ciò le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione. Le scintille causate dal cortocircuito fecero incendiare l’olio.

Fu subito l’inferno. Un imponente incendio si estese alle gallerie superiori mentre sotto, ad oltre mille metri di profondità, i minatori venivano soffocati dal fumo. Il fuoco infatti era divampato nel pozzo d’in­gresso dell’aria e il fumo pro­dotto dalla combustione rag­giunse ben presto ogni angolo della miniera.

Fin dai primi istanti la gravità dell’incidente e l’impossibilità di trarre in salvo gli eventuali superstiti apparvero chia­re ai soccorritori. Il 22 agosto, dopo due settimane di diffici­li ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava ancora a uscire dal pozzo, uno di loro, riemergendo affranto dalle viscere della miniera, sussurrò in italiano: Tutti cadaveri”.

Al Centro Astalli di Roma presentato il rapporto

Nelle settimane scorse a Roma è stato presentato il Rapporto annuale del Centro Astalli: uno strumento per capire attraverso dati e statistiche quali sono le principali nazionalità degli oltre 24.000 rifugiati e richiedenti asilo assistiti, di cui 11.000 a Roma, che si sono rivolti nel corso dell’anno al Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Italia, quali le difficoltà che incontrano nel percorso per il riconoscimento della protezione e per l’accesso all’accoglienza o a percorsi di inclusione.

Durante l’evento, trasmesso anche in diretta sul canale YouTube dell’organizzazione, p. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, ha presentato i dati che raccontano una realtà che, grazie agli oltre 800 volontari che operano nelle 8 sedi territoriali (Roma, Bologna, Catania, Grumo Nevano, Padova, Palermo, Vicenza, Trento), si adatta a rispondere ai mutamenti sociali e legislativi di un Paese che stenta a dare la dovuta assistenza a chi, in fuga da guerre e persecuzioni, cerca protezione:

“Presentiamo il Rapporto 2025 in questo Anno Giubilare con la ferma convinzione che accompagnare, servire e difendere le persone richiedenti asilo e rifugiate sia un segno di speranza… Il 2024 è stato l’anno del Patto sulla migrazione e l’asilo adottato dal Consiglio Europeo lo scorso maggio. Come in più occasioni sottolineato dalla società civile e con documenti congiunti dall’Ufficio europeo del JRS, l’implementazione di questo Patto può portare, tra le altre cose, a un arretramento del diritto d’asilo, per l’aumento previsto delle procedure accelerate alla frontiera e un conseguente possibile aumento del numero delle persone detenute in modo arbitrario”.

Per quanto riguarda la situazione italiana ha sottolineato la creazione di centri di accoglienza in Albania: “Sul versante Italia il 2024 è stato poi l’anno del braccio di ferro sui centri in Albania. Al di là delle polemiche, quello che ci preoccupa è la creazione di un artificio legale, quello di centri in terra albanese sotto la giurisdizione italiana. Per fare questo si è sostenuto il principio di deportabilità delle persone (abbiamo visto qualche esempio), rispetto alle quali si è persa di vista la centralità della loro dignità, trattandole come carichi residuali non desiderati.

Non convince neppure la recente decisione di convertire queste strutture in Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR)… Non crediamo che l’utilizzo a tale scopo delle strutture in Albania possa migliorarne la funzionalità in vista del rimpatrio delle persone detenute e garantire nel contempo il rispetto dei diritti dei migranti trattenuti”.

Ed ha evidenziato il ‘lavoro’ fatto con i giovani: “Anche per il 2024 una parte importante del percorso di Astalli, attraverso i progetti ‘Finestre e Incontri’, è stato fatto con i giovani italiani delle scuole secondarie, anche se tra di loro ci sono molti ragazzi e ragazze (troppi) che non hanno ancora la cittadinanza, che sono cittadini di fatto anche se ancora non di diritto. Abbiamo continuato, non senza la fatica per le poche risorse, a far incontrare i rifugiati e i testimoni di diverse religioni e confessioni cristiane con studenti e studentesse andando nelle scuole, in 1.969 classi, per un totale di 38.700 studenti in tutta Italia”.

Il Rapporto annuale 2025 del Centro Astalli evidenzia un quadro di crescente complessità e vulnerabilità di cui i rifugiati assistiti sono portatori, in un contesto caratterizzato da politiche migratorie sempre più restrittive e dalle difficoltà di accesso a un sistema di accoglienza adeguato non sempre all’altezza del compito che è chiamato a svolgere.

Sono stati 65.581 i pasti distribuiti presso la mensa di Via degli Astalli, 1.114 le persone ospitate in strutture d’accoglienza, di cui, 227 a Roma, 10.044 le persone che hanno ricevuto assistenza sanitaria presso il Centro Sa.Mi.Fo., 1.161 le persone che si sono rivolte ai servizi di accompagnamento sociale, tra cui 710 quelle che hanno richiesto un accompagnamento ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione. Mentre sono stati 38.700 gli studenti e le studentesse incontrati nell’ambito dei progetti di sensibilizzazione ‘Finestre e Incontri’.

Dal rapporto si evince che sono sempre più numerosi i migranti vulnerati da tentativi negati di accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, intrappolati in un limbo giuridico: “La riduzione a soli sette giorni del termine per presentare ricorso contro decisioni negative alla richiesta di asilo da parte di migranti provenienti da Paesi considerati ‘sicuri’ ha reso difficile garantire un’efficace tutela giurisdizionale.

Sono lunghe mesi, invece, le attese per accedere alle Questure e per ottenere permessi di soggiorno, mentre si lamenta una disponibilità sempre più limitata di posti in accoglienza…. Il servizio di orientamento legale del Centro Astalli si è trovato a supportare 517 persone, tra le quali molte con permessi in scadenza e senza possibilità di rinnovo. A Catania sono state 965 le persone accompagnate nell’iter burocratico della procedura di asilo, 525 a Trento”.

Quest’evento era iniziato con la testimonianza di Khanum Yehoian, originaria dell’Armenia, in fuga dall’Ucraina in guerra: “Mi chiamo Khanum e sono nata in Armenia, un piccolo e antico Paese del Caucaso meridionale, tra Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. La civiltà armena è una delle più antiche del mondo, ha una storia millenaria e un popolo forte, che è sopravvissuto al genocidio del 1915, quando l’Impero Ottomano organizzò lo sterminio sistematico del mio popolo. Più di 3.000.000 di persone furono uccise e altre milioni furono costrette a lasciare la loro terra…

Vivo a Roma da tre anni e il mio percorso di adattamento in questo nuovo Paese continua. Cerco ancora delle risposte alle tante domande e continuo a crescere come persona. So che l’Armenia, la mia terra d’origine, l’Ucraina, il Paese dove sono cresciuta, e l’Italia, il luogo in cui ho trovato rifugio, fanno parte di me. Tre paesi, tre identità diverse. Ognuno di questi mi ha lasciato un segno e sono felice di poter condividere oggi questa esperienza con voi”.

(Foto: Centro Astalli)

Fondazione Migrantes: il diritto d’asilo per i migranti è a rischio

L’ottava edizione del report (‘Il Diritto d’asilo 2024. Popoli in cammino senza diritto d’asilo’), curata da Mariacristina Molfetta e Chiara Marchetti, e che la Fondazione Migrantes dedica al mondo delle migrazioni forzate, anche quest’anno legge e interpreta dati, norme, politiche e storie, portando alla luce come nell’Unione europea e nel nostro Paese a essere sempre più a rischio sia il diritto d’asilo stesso. Le persone in fuga nel mondo hanno superato quota 122.000.000 a causa di guerre e conflitti che si allargano di anno in anno, portando a un ulteriore incremento delle vittime, specie tra i civili. In Medio Oriente la guerra tra Hamas ed Israele si è estesa con il coinvolgimento della Cisgiordania, dell’Iran e del Libano:

“Le armi continuano ad essere le uniche a parlare tra Ucraina e Russia, mentre anche situazioni estreme legate al cambiamento climatico contribuiscono a far crescere il numero delle persone costrette ad abbandonare la propria casa e la propria terra per un tempo sempre più lungo. Non sono invece altrettanto celeri le nostre risposte alle cause profonde di queste migrazioni forzate, e troppo poche le autorità di governo e le istituzioni che, con serietà ed autorevolezza, intendono perseguire obiettivi di pace e giustizia, mentre prosegue una folle corsa agli armamenti. Nel frattempo, poco prima della chiusura della scorsa legislatura europea è stato approvato il ‘nuovo’ Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, un compromesso al ribasso in cui si assiste a un ulteriore impoverimento dei diritti di richiedenti asilo e rifugiati”.

Partiamo da questa introduzione per farci spiegare dalla dott.ssa Mariacristina Molfetta, addetta all’area ‘ricerca e documentazione’ della fondazione ‘Migrantes’, cosa emerge dal report: “E’ l’ottavo anno che la Fondazione Migrantes dedica un rapporto specifico al mondo delle migrazioni forzate. Le persone in fuga nel mondo a fine 2024 hanno superato quota 122.000.000 a causa di guerre e conflitti che si allargano di anno in anno, portando a un ulteriore incremento delle vittime, specie tra i civili.

Nel mentre, sempre di più situazioni estreme legate al cambiamento climatico contribuiscono a far crescere il numero delle persone costrette ad abbandonare la propria casa e la propria terra per un tempo sempre più lungo, senza contare che un numero ancora molto elevato di persone soffre la fame e la sete e la mancanza di libertà civili. Non sono invece altrettanto celeri le nostre risposte alle cause profonde di queste migrazioni forzate, e troppo poche le autorità di governo e le istituzioni che, con serietà e autorevolezza, intendono perseguire obiettivi di pace e giustizia, mentre prosegue una folle corsa agli armamenti”.

Per quale motivo il diritto d’asilo è a rischio?

“Da anni si portano avanti politiche europee e nazionali per provare a limitare l’accesso al continente e ai singoli Paesi attraverso pratiche sempre più estese e discutibili di esternalizzazione (ne sono un esempio gli accordi con la Turchia, la Libia, la Tunisia, il Niger, e ora l’Albania).

Nel frattempo, poco prima della chiusura della scorsa legislatura europea, nello scorso anno è stato approvato il ‘nuovo’ Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, un compromesso al ribasso in cui si assiste a un ulteriore impoverimento dei diritti di richiedenti asilo e rifugiati. Nonostante la dichiarazione solenne sul diritto d’asilo come inviolabile, le recenti riforme limitano l’accesso a tale diritto.

In particolare, l’introduzione di procedure accelerate e di restrizioni per chi richiede asilo alle frontiere esterne dell’UE accentua il ricorso alla detenzione in aree di transito; e riduce l’efficacia del ricorso legale contro il respingimento. Inoltre, si introduce la finzione giuridica del ‘non ingresso’, che considera alcuni richiedenti asilo come non presenti sul territorio, permettendo l’adozione di misure restrittive e respingimenti immediati.

Tutte queste pratiche hanno un fine: provare a limitare l’accesso, ma anche i diritti dei richiedenti asilo e rifugiati, anche una volta che entrano nel territorio dell’Unione Europea e per questo abbiamo scelto come sottotitolo: popoli in cammino… senza diritto d’asilo”.

Quale accoglienza offre l’Italia ai minori non accompagnati?

“Nonostante il divieto di trattenimento per i MSNA previsto dalla legge italiana, molti minori sono trattenuti in centri inadeguati, quali hotspot e centri governativi di accoglienza, spesso in condizioni critiche e promiscue con adulti. Questi centri non garantiscono un’adeguata tutela legale, né la possibilità di chiedere asilo o permessi di soggiorno, lasciando i minori in uno stato di isolamento e incertezza. La recente legge 176/2023 ha legalizzato il collocamento dei MSNA sopra i 16 anni in strutture per adulti, una misura che contrasta con il superiore interesse del minore sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.

Le ripetute violazioni dei diritti fondamentali sono state confermate da sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti nei confronti di minori collocati proprio in strutture per adulti. Nonostante le condanne, tuttavia, le prassi non sono state modificate e la gestione emergenziale continua a prevalere. Un vero peccato perché in generale le normative che riguardano i minori nel nostro paese sono tra le più avanzate in Europa se venissero applicate correttamente”.

Per quale motivo il report dedica un capitolo alle suore?

“Ogni anno scegliamo di mappare alcune esperienze che reputiamo interessanti e quest’anno la scelta è ricaduta su un inedito monitoraggio che ha coinvolto le congregazioni religiose femminili presenti in aree di transito e permanenza. Abbiamo preso questa decisione anche perché tali esperienze spesso non ricevono l’attenzione e l’ascolto che meriterebbero. Il lavoro fatto innanzi tutto evidenzia come in Italia l’esperienza della ‘frontiera’ venga interpretata in modo vario e poliedrico dalle religiose.

Le loro comunità, dalla Sicilia alla Lombardia, sono esposte a situazioni difficili, fornendo assistenza umanitaria a migranti che affrontano povertà, violenze e vulnerabilità sociali. Operano spesso in collaborazione con enti locali, associazioni laiche e strutture sanitarie, ma si scontrano con risorse insufficienti e politiche restrittive.

Attraverso scuole di lingua, supporto psicologico e integrazione lavorativa costruiscono percorsi di riscatto in particolare a favore delle donne vittime di tratta. La mappatura ha portato alla luce, in realtà, un’ampia varietà di risposte ed esperienze, dai dormitori per migranti in transito alle strutture educative per donne e bambini. Le religiose sono animate da un carisma che intreccia fede e giustizia sociale e cerca di superare le divisioni culturali e religiose. Mentre la loro testimonianza, un vero esempio di resistenza solidale, sottolinea tutto il disagio delle ‘frontiere’ e la necessità di politiche più inclusive.

Le suore affermano, fra l’altro, l’importanza di interventi pubblici per una migliore gestione delle migrazioni, sottolineando che solo attraverso un coinvolgimento attivo di tutte le istituzioni, religiose e civili, sarà possibile costruire una società più giusta e accogliente”.

Perché ci sono sempre difficoltà per figli di migranti nati in Italia di rinnovare il permesso di soggiorno?

Nel report abbiamo mappato anche alcune delle ‘cattive pratiche’ che portano sia i richiedenti asilo che chi deve rinnovare un permesso di soggiorno, inclusi quindi anche i figli di migranti nati in Italia, a dover fare delle lunghe code fuori dai diversi uffici immigrazione delle Questure d’Italia. Questo avviene già da almeno 10 anni. Persone spesso esposte dall’alba al freddo o al caldo, a seconda delle stagioni, per giorni, senza avere la certezza di entrare, creando quindi gravi ripercussioni sulla possibilità di svolgere un’attività lavorativa regolare o anche di andare a scuola.

Succede anche perché i rinnovi di permesso di persone migranti e dei loro figli (persone che abbiamo già registrato e controllato), non vengono considerate semplici pratiche amministrative decentrabili in altri uffici della pubblica amministrazione, ma sempre pratiche da svolgere solo agli sportelli degli uffici immigrazioni delle Questure”.

(Tratto da Aci Stampa)

Rapporto ISMU: stabili i migranti

“Descrivere, comprendere, interpretare, spiegare il fenomeno migratorio. Questo è stato l’intento, o se vogliamo la missione, di Fondazione ISMU ETS nel corso degli ultimi trent’anni attraverso il Rapporto sulle Migrazioni in Italia. Un volume multi e interdisciplinare che ha raccontato e analizzato, innanzitutto, l’evoluzione empirica dei processi migratori e di inclusione nei diversi ambiti in cui si disegna il presente e il futuro della società; e, quindi, una politica pubblica complessa che per di più ha dovuto, nel tempo, fare i conti con una profonda trasformazione della società italiana che, piaccia o meno, è inserita in un contesto planetario sempre più interdipendente dal punto di vista economico, tecnologico, comunicativo, sociale, culturale e finanche politico”: con l’introduzione di Nicola Pasini, segretario generale della Fondazione ISMU ETS, e della prof.ssa Laura Zanfrini, docente di ‘Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica’ all’Università Cattolica di Milano, è stato presentato il 30^ rapporto dell’ISMU sulle migrazioni.

Un rapporto che ha certificato che in Italia nel 2023 gli stranieri sono stati 5.755.000, 20.000 in meno rispetto alla stessa data del 2023 con una crescita dei residenti, che sono diventati 5.254.000 unità, cioè 113.000 unità in più nei confronti del 2022: “Il periodo di crescita più rapida si è registrato dagli anni 2000. Tra il censimento 2001 e il 31 dicembre 2011 gli stranieri residenti in Italia hanno contribuito all’incremento demografico, essendo aumentati di 2.984. unità nel quadro di un aumento del complesso della popolazione residente di 3.005.000. Negli anni successivi l’apporto migratorio netto è stato più modesto (circa 700.000 unità tra il 1° gennaio 2012 e il 1° gennaio 2022) e si è rivelato insufficiente a compensare il calo della popolazione dovuto al decremento della componente con cittadinanza italiana”.

Nel 2023 le domande d’asilo presentate in Italia erano state circa 130.000 (di cui l’84% da parte di uomini), nei primi nove mesi del 2024 sono state 116.000, con una crescita del 27,1%: “Va precisato che solo una parte delle persone entrate irregolarmente in Italia fa domanda. Tra i richiedenti asilo, crescono le richieste dei cittadini del Bangladesh (+59% rispetto al 2023). Nei primi 9 mesi del 2024 sono aumentate anche le domande da Cina (+882%), Sri Lanka (+335%), Marocco (+115%), India (+137%) e Perù (+119%)”.

Interessante è il tema dei ‘lungo soggiornanti’, cioè persone non comunitarie con un permesso di soggiorno di lungo periodo, titolo concesso a chi soggiorna regolarmente in Italia da oltre 5 anni: 2.139.000, pari al 59,3% di coloro che a quella stessa data hanno un documento di soggiorno valido. Tra i lungo soggiornanti, i moldavi rappresentano l’86%, gli ecuadoriani il 78,8%, i serbi il 78,1%, i macedoni il 76,4% e i bosniaci il 75,9%.

Il rapporto ha evidenziato che continua anche il calo degli irregolari registrato:  al 1° gennaio dello scorso ann0 si stima che questi ultimi si attestino sulle 321.000 unità, cioè -137.000 rispetto ai 458.000 dell’anno precedente con la componente irregolare che costituisce il 5,6% del totale dei presenti (nel 2022 erano il 7,9%): “Il consistente e continuo aumento della popolazione straniera residente in Italia non è dovuto solo alle immigrazioni, ma anche alle nascite.

Queste ultime, dopo il record storico di circa 80.000 nati nel 2012, sono diminuite progressivamente sino a scendere ai 50.000 nati del 2023”. Per quel che riguarda gli ingressi via mare, il 2024 si è chiuso con poco più di 66.000 sbarchi (-57,9% rispetto al 2023). In particolare, al 15 novembre 2024 la riduzione degli sbarchi era del 60% rispetto allo stesso periodo del 2023, sia per gli arrivi dalla Tunisia (-80,3%), sia per quelli dalla Libia (-20,2%) e dalla Turchia (-51,1%).

Sul fronte del lavoro si segnala che nel 2023 gli occupati stranieri di età tra i 15 e i 64 anni sono stati 2.317.000. Tra il 2005 e il 2023 il tasso di attività degli italiani è cresciuto dal 61,9% al 66,4%, mentre la componente straniera è passata dal 73,4% al 69,6%. Il tasso di occupazione per gli italiani è cresciuto dal 57,2% al 61,2%, mentre per gli stranieri è diminuito dal 65,8% al 61,6%. L’incidenza degli stranieri sul totale dei disoccupati è pari al 15,5%

All’inizio degli anni ‘90, Fondazione ISMU ETS stimava, sulla base dei versamenti Inps, che gli occupati stranieri di età compresa tra i 15 e i 64 anni fossero circa 160.000. Nel 2023 sono 2.317.000 (dati Eurostat), esito di una crescita che ha raggiunto l’apice negli anni pre-pandemia, in particolare nel 2017 (2.387.000), per poi calare nel 2020. Superata l’emergenza sanitaria, il volume dell’occupazione straniera ha ripreso a crescere, raggiungendo poco più del 10% dell’occupazione complessiva (ma il peso effettivo degli occupati con background migratorio è sottostimato a causa del numero di residenti stranieri che ogni anno acquistano la cittadinanza italiana ‘scomparendo’ dalle statistiche sull’occupazione).

Inoltre tra il 2005 e il 2023 il tasso di attività degli italiani è cresciuto costantemente (dal 61,9% al 66,4%), mentre la componente straniera è passata dal 73,4% al 69,6%. Analogo il trend del tasso di occupazione, che per gli italiani è cresciuto dal 57,2% al 61,2%, mentre per gli stranieri è diminuito di 4,2 punti percentuali (dal 65,8% al 61,6%), con un crollo di 6,4 punti per gli uomini e 4,3 per le donne.

L’incidenza degli stranieri sul totale dei disoccupati è pari al 15,5%, quasi 6 punti percentuali in più rispetto al loro peso sulle forze lavoro, nonostante il numero di disoccupati stranieri sia significativamente più basso rispetto ad alcuni anni fa, quando arrivò a sfiorare il mezzo milione. Particolarmente critica la situazione delle donne straniere: la riduzione di un solo punto tra il 2005 e il 2023 si è accompagnata a un ampliamento del divario con le italiane, passato da 5,5 punti percentuali a 5,9.

Per quanto riguarda la scuola, nell’anno scolastico 2022/23 il numero degli alunni con CNI (cittadinanza non italiana), nati all’estero e nati in Italia, si attesta a 914.860 presenze, corrispondenti all’11,2% sul totale degli iscritti (8.158.138) dalle scuole dell’infanzia alle secondarie di secondo grado.

La ricostruzione fatta da Fondazione ISMU ETS del trend di alunni CNI (con cittadinanza non italiana) negli ultimi trent’anni ricostruisce quattro fasi. La prima, di avvio, iniziata con poco più di 31.000 presenze nell’anno scolastico 1992/93, ne raggiunge 70.000 nell’anno scolastico 1997/98. Segue, fino al 2012/13, una accelerazione esponenziale, dove il totale di iscritti con background migratorio si decuplica in circa 15 anni e supera le 700.000 unità.

Negli anni successivi, fino al 2019/20, i ritmi di crescita rallentano e si attestano in media sui +12.000 all’anno, nonostante la ‘crescita zero’ del 2015/16 (+641), una percentuale media oscillante tra i 9 e 10 studenti di origine immigrata ogni 100 durante tutto il periodo. Infine, l’attuale fase oscillante (2020/21-2022/23), in cui si registra il primo anno scolastico segnato dal ‘segno meno’, con la perdita di oltre 11.000 alunni di origine immigrata (2020/21) nella fase pandemica, così come la grande crescita del 2022/23 (+42.500 presenze), con l’inserimento scolastico dei profughi ucraini e il superamento della soglia del 10%.

Dopo la crescita rallentata degli ultimi anni, nell’anno scolastico 2022/23 il numero degli alunni con CNI, nati all’estero e nati in Italia, si attesta a 914.860 presenze, corrispondenti all’11,2% sul totale degli iscritti nelle scuole italiane (8.158.138) dalle scuole dell’infanzia alle secondarie di secondo grado.

Il 44% degli alunni stranieri è di origine europea. Per quanto riguarda la provenienza, gli studenti sono originari di circa 200 Paesi diversi. In particolare, il 44% è di origine europea; più di 1/4 è di origine africana; attorno al 20% asiatica e quasi l’8% dell’America latina. La cittadinanza più numerosa è rappresentata dalla Romania, con quasi 149.000 studenti; seguono Albania con 118.000 presenze e Marocco con 114.000 presenze.

Quei ‘richiedenti asilo’ nel proprio Paese

Ambroise arriva per vie traverse dal Centrafrica. Djibril è scappato dalla nativa Libia a causa di una persecuzione religiosa. L’amico Mohammed si è salvato da una morte certa in Somalia. Ibrahim, espulso dalla casa di accoglienza dell’Alto Commissariato per le Nazioni Unite dove si trovava da un anno, è stato derubato della somma datagli per pagarsi l’affitto. Moussa era da giovanissimo rifugiato in Marocco e adesso si trova, sperso anche mentalmente, a Niamey in cerca di una direzione da dare alla sua traiettoria di vita.

Due giovani portatori dello stesso nome di origine etnica, Dinga, sono entrambi scappati dal Sudan del Sud, ultimo nato tra i Paesi riconosciuti che vive di guerra e di stenti. E poi tutti gli altri giovani, adulti, famiglie, donne e madri con figli. Accomunati da un’unica precaria identità. Richiedente asilo, porta scritto il documento rilasciato dalle competenti autorità locali. Grazie a questo effimero ‘riconoscimento’ con valore giuridico, essi godono di protezione umanitaria come ogni cittadino di questo Paese, il Niger, trasformatosi in “terra d’asilo”.

Si tratta di una dichiarazione di transitoria identità che sancisce uno stato di vita la cui durata può contarsi in mesi o anni. Queste persone, cittadini indefinibili, sono il simbolo forse più eloquente della condizione umana, della nostra condizione di creature di polvere.

Chiedere asilo e protezione, un luogo da vivere, una terra da camminare e un futuro da ricostruire è tutto quanto costituisce, assieme alle violenze e ferite, la nostra umanità perduta e, a volte, ritrovata. Non hanno una casa, una lingua da abitare, del cibo per nutrirsi, abiti per ripararsi e volti amici a cui confidare le loro lacrime. Sono, dei richiedenti asilo, il nostro specchio più autentico, vero e smascherato dagli orpelli delle retoriche umanitarie, filosofiche e talvolta traditrici, delle religioni. Siamo tutti uguali ma alcuni sono più uguali degli altri, diceva profeticamente George Orwell, scrittore e critico sociale di origine britannica.

La ‘Dichiarazione di Niamey’ della ‘Conferenza di Solidarietà Antimperialista con i Popoli del Sahel’, tenutasi la settimana scorsa, rivela una volta di più il dramma della nostra epoca e dell’Alleanza degli Stati del Sahel, Aes, in particolare. Si tratta della frattura tra fine perseguito e i mezzi per conseguirlo.

Si evidenzia il fossato tra una lettura storica delle cause della miseria del Sahel e la giustificazione dei colpi di stato. Questi ultimi sono letti come ‘incapacità degli Stati a proteggere gli stessi dall’aggressione imperiale francese e la complicità col terrorismo’. I golpe sono pure ‘espressione di malcontento popolare e appello al cambiamento’. Sappiamo per esperienza storica che tra il fine e i mezzi esiste un’inscindibile relazione di complicità. Anche il fine più nobile e degno, la sovranità e l’indipendenza totale, come richiamato nella Conferenza, sarà tradito se i mezzi non saranno in relazione col fine prefisso. Il richiedente asilo vive sulla sua pelle la distanza tra il riconoscimento della sua vulnerabilità e l’abbandono nella vita reale. Lo stesso baratro che esiste tra l’annuncio di una trasformazione politica radicale e la sua censura nella vita politica dei cittadini. Tra altisonanti proclami di sovranità e una propaganda da regime che offusca la condizione del quotidiano dei cittadini, diventati per buona parte, dei “richiedenti asilo” nel proprio Paese.

Papa Francesco invita gli Scalabriniani a prendersi cura dei migranti

Questa mattina papa Francesco ha ricevuto in udienza i Missionari di San Carlo, riuniti nel Capitolo generale della Congregazione, sul tema giubilare ‘Pellegrini di speranza’ al quale si ispira il Capitolo Generale della Congregazione, che nella scorsa settimana ha rieletto per il prossimo sessennio p. Leonir Mario Chiarello come superiore generale, e come membri del Consiglio Generale i padri Dias Caetano Carlos Miguel, portoghese (primo consigliere, vicario generale ed economo), Cisco Mariano, italiano (secondo consigliere), Bettin Isaldo Antonio, brasiliano (terzo consigliere) e Madin Syrilus, indonesiano (quarto consigliere e procuratore generale).

Il papa ha riflettuto su tre aspetti fondamentali del loro servizio di apostolato, quello del ministero pastorale e della carità nei confronti dei migranti, motivo per cui è stata fondata la Congregazione da san Giovanni Battista Scalabrini: “Essi sono maestri di speranza. Io sono figlio di migranti, e a casa abbiamo sempre vissuto quel senso di andare lì per fare l’America, per progredire, per andare più avanti. Partono sperando di ‘trovare altrove il pane quotidiano’, come diceva san Giovanni Battista Scalabrini, e non si arrendono, anche quando tutto sembra ‘remare contro’, anche quando trovano chiusure e rifiuti”.

E’ stato un invito a non dimenticare ciò che si afferma nella Bibbia: “Non dimenticatevi l’Antico Testamento: la vedova, l’orfano e lo straniero. Sono i privilegiati di Dio. La ricerca di futuro che anima il migrante, del resto, esprime un bisogno di salvezza che accomuna tutti, al di là di razze e condizioni. Anzi l’ ‘itineranza’, rettamente compresa e vissuta, può diventare, pur nel dolore, una preziosa scuola di fede e di umanità sia per chi assiste che per chi è assistito. Non dimentichiamo che la stessa storia della salvezza è una storia di migranti, di popoli in cammino”.

Il secondo punto della riflessione è stato incentrato sulla necessità di una pastorale della speranza: “Non dimentichiamo che il migrante va accolto, accompagnato, promosso e integrato. Se si vuole che in loro non vengano meno la forza e la resilienza necessarie a continuare i viaggi intrapresi, serve qualcuno che si chini sulle loro ferite, prendendosi cura della loro estrema vulnerabilità fisica, e anche vulnerabilità spirituale e psicologica. Servono solidi interventi pastorali di prossimità, a livello materiale, religioso e umano, per sostenere in loro la speranza, e con essa i percorsi interiori che portano a Dio, fedele compagno di viaggio, sempre presente accanto a chi soffre”.

Infine l’ultimo punto riguarda la carità e prende spunto da un pensiero di san Scalabrini pronunciato in occasione del Giubileo del 1900 (‘Il mondo geme sotto il peso di grandi sciagure’): “Sono parole pesanti, che però purtroppo suonano ancora molto attuali. Anche ai nostri giorni, infatti, chi parte lo fa spesso a causa di tragiche e ingiuste disparità di opportunità, di democrazia, di futuro, o di devastanti scenari di guerra che affliggono il pianeta. A ciò si aggiungono la chiusura e l’ostilità dei paesi ricchi, che vedono in chi bussa alla porta una minaccia al proprio benessere. Questo lo vediamo anche da noi: c’è lo scandalo che per la raccolta delle mele, al Nord, fanno venire i migranti dal Centro Europa, ma poi li mandano via”.

Concludendo l’incontro papa Francesco ha richiamato il significato biblico del giubileo, come aveva sottolineato papa san Giovanni Paolo II in un discorso del 1998 ai partecipanti al IV Congresso mondiale promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti: “Nella Bibbia, una delle leggi del Giubileo era la restituzione della terra a chi l’aveva perduta. Oggi tale atto di giustizia può concretizzarsi, in altro contesto, in una carità che rimetta al centro la persona, i suoi diritti, la sua dignità, superando stereotipi escludenti, per riconoscere nell’altro, chiunque sia e da qualunque luogo provenga, un dono di Dio, unico, sacro, inviolabile, prezioso per il bene di tutti”.

(Foto: Santa Sede)

A Trieste mons. Trevisi lancia un appello: volontari ed offerte per aiutare i poveri

“La Fondazione Caritas (che è un ente operativo della Diocesi) e la Caritas Diocesana (espressione diretta della nostra Chiesa per alcuni progetti caritativi) stanno svolgendo una serie di attività e servizi nelle direzioni più disparate: si va dal Centro di ascolto (con sostegno a persone e famiglie in difficoltà varie) all’Emporio della Solidarietà; dal dormitorio per i senza fissa dimora (in convenzione con il Comune) all’accoglienza per altri soggetti fragili (famiglie e donne con bambini piccoli), dalla Mensa per i poveri (che nello scorso anno ha fatto più di 106.000 pasti), all’accoglienza dei Migranti con strutture convenzionate con la Prefettura e altre a totale carico della diocesi e di chi vuole contribuire (pensiamo al dormitorio di via S. Anastasio per i transitanti o coloro che ancora non sono stati accolti per le lungaggini burocratiche)”.

E’ l’inizio dell’appello del vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, alla città, che ha elencato le attività portate avanti dalla Caritas diocesana: “Basti vedere caritastrieste.it dove si legge: 375 volontari; 124 persone operative; 13.810 persone aiutate e sostenute (di cui 861 minori); 19 progetti attualmente attivi… E poi c’è tutto il lavoro delle Caritas e delle San Vincenzo nelle parrocchie o la Mensa dei Cappuccini o di altre associazioni (pensiamo a S. Egidio…): un magma di iniziative, persone, accoglienze, ascolti, dopo-scuola, pacchi viveri, corsi di italiano”.

La situazione illustrata dal vescovo è causata anche da mancati pagamenti da parte delle Istituzioni pubbliche negli anni passati: “Da anni la Fondazione Caritas denuncia una fatica finanziaria, in parte dovuta ai ritardi dei pagamenti delle convenzioni per i migranti e in parte anche ad una fatica organizzativa che si è accumulata: prima che io arrivassi a Trieste i dipendenti accusavano notevoli ritardi nei pagamenti del loro stipendio e così pure i fornitori, nonostante gli elevati mutui e i fidi bancari. Il desiderio è che nella riorganizzazione di questi servizi i dipendenti siano maggiormente tutelati (e ora sono pagati sempre puntualmente) ma anche che possiamo raddrizzare la gestione”.

Quindi grazie all’apporto finanziario della Cei e della Caritas italiana, attraverso l’8Xmille, la diocesi triestina riesce ad aiutare i poveri: “Abbiamo ricevuto un consistente sostegno dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla Caritas Italiana che attraverso i fondi dell’8Xmille ci hanno sostenuto in modo maggiore rispetto a quanto già ogni anno ci viene erogato. Anzi grazie di cuore a tutti coloro che firmano per l’8Xmille per la Chiesa cattolica. A Trieste molti sono i segni di questa carità che raggiunge migliaia di poveri.

Il desiderio è quello di continuare e anzi aumentare la nostra attenzione alle persone fragili, sia attraverso le strutture convenzionate ma anche attraverso quella gratuità che ci porta ad accollarci spese per far fronte ai bisogni di coloro che non sono tutelati dalle leggi e dai sistemi statali”.

Ed ecco l’appello in previsione della stagione invernale: “Servono volontari e servono risorse economiche per implementare questi aiuti. Presto arriverà il freddo e non possiamo restare a guardare e neppure restare a discutere e ritardare quello che la carità esige prontamente.

Da Dio saremo giudicati per come ci siamo comportati davanti ai poveri. Di fronte a problemi complessi ‘non lasciamoci ingannare da soluzioni facili’, ammoniva il papa in visita a Trieste il 7 luglio… Ci ha messo in guardia dal ‘cancro dell’indifferenza’. Per questo chiedo a tutti di lasciarsi coinvolgere e di partecipare. Abbiamo bisogno di volontari (e grazie a quelli che già si stanno spendendo in modo ammirevole) e anche di offerte”.

Per questo il Vangelo è scomodo ma bello, aveva detto nell’omelia in occasione della festa di san Francesco di Assisi: “Il Vangelo è bello: e san Francesco scrive tante pagine di vangelo bello. San Francesco lo vediamo e lo pensiamo in una comunione profonda con il Signore, conformato a Lui nel più profondo del cuore. Ma anche capace di baciare un lebbroso o di predicare alle folle o di scrivere i primi inni in italiano o ad affascinare folle e folle di giovani che si mettono al suo seguito…

San Francesco è il Vangelo bello di Cristo che torna ad essere vivo e ad attrarre tanti giovani che lasciano i desideri di successo attraverso le battaglie, che tralasciano l’esistenza frivola e godereccia che distraeva dal senso vero della vita. Ieri come oggi spesso si è ammaliati da strade che portano alla perdizione: l’onore delle armi, il successo della vittoria, il piacere e il divertimento come nuovi idoli, la ricchezza accumulata e ostentata… Idoli del tempo di Franceso e del nostro tempo! Francesco ci insegna, vivendolo, che c’è un Vangelo bello, di fraternità, di pace, di amicizia, di solidarietà, di incontro anche con il povero, con il ricco, con il musulmano, con il lebbroso di oggi… Seguire Gesù mi autorizza ad un Vangelo bello nella vita concreta”.

Il Vangelo è scomodo, perché interroga la vita di ogni persona: “Il Vangelo è scomodo, perché è vero e non una fiction: e san Francesco ha patito il rigetto di suo padre, l’incomprensione dei suoi frati, il fraintendimento nostro quando lo riduciamo ad un’icona dell’ecologia e del panteismo e di un pacifismo ingenuo.

Il Vangelo è scomodo perché è segno di contraddizione, è accettare persecuzioni e fraintendimenti anche dentro la Chiesa, anche tra i suoi fratelli. E’ anche accettare il silenzio di Dio, come Gesù sulla croce, come san Francesco con le stimmate. Il Vangelo è scomodo perché il mondo non lo riconosce e preferisce le tenebre alla luce, il peccato alla grazia, la violenza al perdono. Vivere le beatitudini, come Francesco le ha incarnate, è scomodo. E’ un modo scorretto di presentarsi al mondo, perché ci si espone o ad essere considerati ridicoli (ingenui, goffi, bizzarri) o ad essere presi come integralisti, come fanatici. Il Vangelo è scomodo perché è vivere nell’amore di Cristo, fino al dono di sé, e per chi ti offende e ti insulta e ti crocifigge”.

Il Vangelo è bello e scomodo, ma è la ‘nostra passione’, ha concluso l’omelia: “Il Vangelo è la nostra passione. Con san Francesco vogliamo che il Vangelo sia la nostra ostinata passione. Cioè come per Francesco deve diventare il desiderio estremo, che ci consuma nell’amore, nell’abbandono a Dio, come Gesù, che è abbandonato dagli uomini e si abbandona al Padre. Il Vangelo che appassiona è il bicchiere d’acqua dato ai fratelli, il restare inginocchiati davanti all’Altissimo Onnipotente buon Signore, la ricerca della pecorella smarrita e la gioia del sapersi cercati dal Signore quando ci siamo perduti, la verità che rende liberi anche di fronte ai prepotenti, il perdono che risana il cuore, la visita all’ammalato che ridà spessore alla vita, la mitezza nei confronti degli arroganti, il silenzio che ti fa sospirare la Parola di Dio e la musica con cui canti il suo amore, l’umile ricostruzione della Chiesa, la condivisione di quello che hai e che sei, l’onore dato ad ogni piccolo e ad ogni povero”.

(Foto: diocesi di Trieste)

Dal Sud Italia una Chiesa attenta alle necessità della gente

“Gioisco pienamente nel Signore, canta il popolo di Cerignola rallegrandosi per la speciale vicinanza di Maria, attraverso questa veneratissima Icona della Madonna di Ripalta. Gioia scaturita da una devozione filiale, sedimentata da secoli tra la nostra gente, popolo che sempre si rigenera in tanti cuori”: lo ha affermato il vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano, mons. Fabio Ciollaro, in occasione della festa della Madonna di Ripalta, protettrice della diocesi.

Il Magnificat è il canto della Madre di Dio che gioisce per le meraviglie compiute da Dio, ma è anche il canto della popolazione di Cerignola per tale festa: “Gioisco pienamente nel Signore, canta il popolo di Cerignola rallegrandosi per la speciale vicinanza di Maria, attraverso questa veneratissima Icona della Madonna di Ripalta. Gioia scaturita da una devozione filiale, sedimentata da secoli tra la nostra gente, popolo che sempre si rigenera in tanti cuori”.

Il vescovo gioisce anche per la partecipazione dei giovani alla festa liturgica: “E’ stato così bello l’altra sera, qui in Duomo, durante la Novena-giovani, l’abbraccio pieno di affetto con cui tanti ragazzi hanno circondato questa dolce Immagine. Ed è stata commovente la carezza con cui hanno sfiorato una sua copia i detenuti cerignolani, a cui l’abbiamo recata venerdì mattina nel carcere di Foggia!”

E’ stato un invito a rallegrarsi per le gioie spirituali, ma anche per quelle umane: “Gioisco pienamente nel Signore, afferma la Sacra Scrittura, perché solo in Dio il nostro cuore inquieto può pacificarsi. Gioisco pienamente nel Signore, perché le pure gioie spirituali ci fanno pregustare qualcosa della beatitudine senza fine, che Dio vuole donarci secondo i meriti e ancor più secondo la sua misericordia. Nella vita ci sono anche le gioie umane, grandi o piccole, e tutte vanno accolte con riconoscenza.

Penso alla gioia contagiosa di centinaia di bambini e ragazzi, e dei loro giovani animatori nelle settimane di oratorio estivo in parrocchia, oppure alla gioia degli scout in giro con i loro capi, oppure dei ragazzi più grandi che hanno partecipato ai campi-scuola in varie località, e lodo i nostri sacerdoti che li hanno guidati con dedizione paterna”.

Gioie umane anche nella vita quotidiana di ogni persona: “Allargo però l’orizzonte, e penso anche ad altre gioie che si possono gustare nella vita: ad esempio, le vittorie sportive ottenute con sacrificio e lealtà, i successi nel lavoro o nello studio, la soddisfazione del dovere compiuto, il portare a casa un pane onesto, il tepore della famiglia unita, la gioia del servizio e del vero volontariato, il godimento del silenzio, o della musica che eleva o della natura che incanta, la gioia delle amicizie coltivate e durature, e altre ancora.

Si, nella vita, ci sono anche le semplici gioie che ci danno sollievo nel cammino e ne siamo grati. Eppure, alle gioie umane manca sempre qualcosa. Quell’avverbio pienamente, che abbiamo cantato, resta sempre una meta da raggiungere”.

Nell’omelia mons. Ciollaro ha ricordato anche Hyso Telharai, un ragazzo albanese di 22 anni, arrivato in Italia col sogno di un diploma da geometra e che, per mantenersi, aveva cominciato a lavorare come bracciante nella raccolta dei pomodori nelle campagne foggiane:

“In questi giorni di festa, ad esempio, ci ha accompagnato il ricordo di Hyso Telharai, il ragazzo albanese di ventidue anni, arrivato in Italia col sogno di un diploma da geometra e che, per mantenersi, aveva cominciato a lavorare come bracciante nella raccolta dei pomodori nelle nostre campagne; opponendosi ai soprusi dei caporali, fu massacrato di botte e venticinque anni fa come oggi, 8 settembre, morì in solitudine a Cerignola. E noi ancora non riusciamo ad assicurare dignità e condizioni umane ai lavoratori stagionali di cui abbiamo bisogno, come si sta ripetendo anche quest’anno”.

Ringraziando coloro che hanno preparato il pranzo sociale il vescovo ha espresso un desiderio per il prossimo anno: “E’ un piccolo segno, è vero, ma contiene una speranza. Poiché questo fenomeno è annuale, e dunque prevedibile, come sarebbe bello l’anno prossimo, l’8 settembre, se il cielo ci darà vita, ritrovarci nel giorno della festa patronale e dire in riferimento alle necessità dei braccianti stagionali: ‘Quest’anno è andata molto meglio’.

Si può fare. Unendo le forze e i cuori qui sul posto, e con il concorso degli enti di livello più alto, si può fare! Ed, allora, i titolari delle aziende agricole, la Civica Amministrazione, la Caritas diocesana, le parrocchie, le Forze dell’Ordine, tutti insieme avremo modo di sorridere per i passi in avanti realizzati. E sarà più gioiosa la nostra festa patronale”.

Mentre per la festa patronale dell’arcidiocesi di Brindisi, mons. Giovanni Intini, nel discorso (da molti cittadini giudicato troppo lungo) alla città ha chiesto una maggior partecipazione: “A questo proposito, noi cristiani dobbiamo fare di più, perché alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, si possa lavorare a una corretta relazione tra religione e società, promuovendo un dialogo fecondo con la comunità civile e le istituzioni pubbliche, perché illuminandoci a vicenda e liberandoci dalle scorie ideologiche, possiamo avviare una riflessione comune sui temi legati al rispetto della vita umana, della dignità della persona e dei legittimi diritti di ciascuno al lavoro, alla cura, all’istruzione, a una vita dignitosa”.

Ed ha ricordato alcuni gesti di solidarietà per una maggior partecipazione dei cristiani nella vita cittadina: “Come cristiani vogliamo accrescere il nostro stile di partecipazione per contribuire alla ricostruzione di una genuina appartenenza, premessa indispensabile per riappropriarci del senso di comunità. Mi piace, in questa circostanza, richiamare quelle piccole luci di partecipazione presenti nella nostra città, nate in seno all’esperienza ecclesiale, che con spirito e passione solidale esercitano l’amore politico, nella cura del prossimo;

mi riferisco alla Mensa delle parrocchie solidali, che ogni giorno accoglie per pranzo chi non può permetterselo, a Casa Betania, che da più di venticinque anni cerca di offrire un tetto sicuro, anche se momentaneo, a tanti senza fissa dimora, alla Casa degli aquiloni, che si prende cura di immigrati che cercano una dignitosa integrazione sul territorio, ed a un Gruppo di volontari coordinato dalla Fraternità parrocchiale ‘San Carlo di Gesù’ che, soprattutto nel periodo freddo dell’anno, cercano di offrire assistenza a chi vive per strada”.

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