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Epifania del Signore: la manifestazione al mondo
Il termine ‘Epifania’, nome di origine greco, significa manifestazione, rivelazione. Le prime tre manifestazioni della divinità di Gesù, che la Liturgia ci ricorda, sono quella ai pastori di Betlemme, quella ai Magi, venuti dall’Oriente, e poi alle nozze di Cana quando trasformò l’acqua in vino. Sotto le sembianze di un bambino appena nato nessuno avrebbe potuto scorgere il Messia atteso da secoli; il Bambino preannunziato da Dio, dopo il peccato originale: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, disse Dio a satana, tra il seme tuo e il seme di Lei’.
Nella pienezza dei tempi ‘Il Verbo si fece carne’, Gesù viene sulla terra, assume a sé la natura umana, nasce in mezzo al popolo che Dio stesso si era prescelto. I profeti nei secoli lo avevano preannunciato significando anche il luogo di nascita ‘Betlemme’ ed anche la stirpe ‘figlio di David’. La sua nascita è contrassegnata da una luce: la luce che la notte di natale è brillata a Betlemme illuminando la grotta; gli Angeli splendenti che annunziarono i pastori, e questi subito accorsero per adorare il Bambino; anche una luce, una stella compare in oriente per annunciare ai popoli il neonato Messia.
Gesù infatti non si era incarnato solo per il popolo eletto ma per salvare tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Dio parla sempre un linguaggio assai chiaro, adeguato all’interlocutore. Ai pastori, figli del popolo eletto, parla attraverso gli Angeli, al mondo attraverso una stella: l’astronomia era la grande scienza dell’umanità; una stella, che è un messaggio che fa riflettere, che guida l’uomo alla ricerca di Dio; i Magi, uomini di cultura, interpretano il messaggio e partono alla ricerca nel neonato Bambino divino.
L’Epifania è sempre un mistero di luce, significata oggi dalla stella, che guida i popoli a Cristo. Misterioso disegno divino: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre. Oggi è la festa dell’Epifania: i Magi non si arrestarono davanti alle difficoltà sopravvenuti: usano tutte le risorse umane, chiedono, affrontano un lungo e difficoltoso viaggio anche quando scompare la stella, si informano, cercano e Dio premia la loro fede e la loro costanza. Arrivano a Gerusalemme, la capitale del regno, vengono inviati a Betlemme e, ricomparsa la stella, sono guidati dove si trova Gesù con Maria e Giuseppe.
Sono uomini dalla fede profonda e non si prostituiscono al potere politico; Erode, il re, stupito, meravigliato del loro arrivo, interroga i sacerdoti e gli scribi, si informa sul tempo in cui era comparsa la stella e li invia a Betlemme: ‘Andate, cercate il Bambino e, trovatolo, fatemelo sapere perché io venga ad adorarlo’; nel suo cuore già aveva deciso di eliminarlo. Erode, gli scribi, i sacerdoti erano gente che alla luce preferivano le tenebre perché nel loro cuore non c’era fede ma malvagità, egoismo, cattiveria e la tenebra che oscura il cuore e la mente.
I Magi partono da Gerusalemme e la luce ancora una volta si fa viva, la luce si ferma là dove c’era la sorgente della luce: Cristo Gesù. I Magi entrano, ascoltano Maria, adorano il divino Bambino e si inebriano della vera luce. Misterioso disegno divino è la luce, ma gli uomini spesso preferiscono le tenebre. Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre perché Dio è l’amore; così gli angeli cantano: gloria a Dio e pace agli uomini e, purtroppo l’umanità pensa solo alle armi, alla guerra, all’odio, alla distruzione; questo uomo ha già creato le armi per autodistruggersi e, dopo due mila anni di cristianesimo la armi ancora oggi seminano distruzione e morte.
Ma Gesù è venuto per salvare l’uomo e a chi risponde alla sua chiamata, ha assicurato un posto nel regno dei cieli. La festa di oggi è il grande mistero della chiamata di Dio, la chiamata dei popoli alla fede, alla luce, alla fratellanza, all’amore. Il mistero dell’Epifania è un movimento di irradiazione verso l’esterno (la chiamata dei popoli alla conversione); è un movimento di attrazione verso il centro, verso la Gerusalemme celeste, alla ricerca del messia predetto dai profeti. Non esiste ormai più l’ebreo ed il pagano, ma esiste l’uomo chiamato alla salvezza.
I Magi adorarono il Bambino Gesù tra le braccia di Maria e alla sorgente della vera luce offrirono i loro doni: oro (per adorare la regalità di Cristo), incenso (per adorare la sua divinità) e mirra (per riconoscere la sua umanità, l’essere divenuto nostro fratello per vincere la morte, frutto del peccato).
La festa dell’Epifania è la festa della Chiesa alla quale Gesù affida ancora oggi la missione: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: andate, fate miei discepoli tutta la gente’; è la festa della Chiesa chiamata ad estendere la luce di Cristo a tutte le genti e a continuare l’Epifania del Signore. La tua luce, Signore, ci accompagni sempre, in ogni luogo, in ogni momento. Aiutato da Maria e Giuseppe, Gesù fu costretto a fuggire in Egitto; noi, aiutati da Cristo Gesù, che è morto e risorto, sorretti dalla santa madre di Dio e madre nostra, con fede, con fiducia grande e amore profondo irradiamo la luce di Cristo nel cuore, nella famiglia e in mezzo al popolo santo di Dio.
Papa Leone XIV chiede garanzia per la sovranità del popolo venezuelano
“La speranza cristiana, infatti, non si basa su previsioni ottimistiche o calcoli umani, ma sulla scelta di Dio di condividere il nostro cammino, affinché non siamo mai soli nella traversata della vita. Questa è l’opera di Dio: in Gesù si è fatto uno di noi, ha scelto di stare con noi, ha voluto essere per sempre il Dio-con-noi. La venuta di Gesù nella debolezza della carne umana, se da una parte ravviva in noi la speranza, dall’altra ci consegna un duplice impegno, uno verso Dio e l’altro verso l’uomo”: commentando le parole del Vangelo di san Giovanni, prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato che la speranza cristiana basa le fondamenta sulla scelta di Dio di farsi uomo.
A due giorni dalla conclusione del Giubileo il papa ha spiegato che la fede cristiana non può essere pensata escludendo la carnalità di Gesù: “Verso Dio, perché se Egli si è fatto carne, se ha scelto la nostra umana fragilità come sua dimora, allora siamo sempre chiamati a ripensare Dio a partire dalla carne di Gesù e non da una dottrina astratta”.
Quindi una spiritualità senza l’incarnazione è un’astrazione: “Perciò, dobbiamo sempre verificare la nostra spiritualità e le forme in cui esprimiamo la fede, perché siano davvero incarnate, capaci cioè di pensare, pregare e annunciare il Dio che ci viene incontro in Gesù: non un Dio distante che abita un cielo perfetto sopra di noi, ma un Dio vicino che abita la nostra fragile terra, si fa presente nel volto dei fratelli, si rivela nelle situazioni di ogni giorno”.
Di conseguenza si è incarnato in ogni uomo: “Verso l’uomo, il nostro impegno deve essere altrettanto coerente. Se Dio è diventato uno di noi, ogni creatura umana è un suo riflesso, porta in sé la sua immagine, custodisce una scintilla della sua luce; e questo ci chiama a riconoscere in ogni persona la sua dignità inviolabile e a esercitarci nell’amore vicendevole gli uni verso gli altri”.
Ecco l’invito alla solidarietà: “Così, l’incarnazione ci chiede anche un impegno concreto per la promozione della fraternità e della comunione, perché la solidarietà diventi il criterio delle relazioni umane, per la giustizia e per la pace, per la cura dei più fragili e la difesa dei deboli. Dio si è fatto carne, perciò non c’è culto autentico verso Dio senza la cura per la carne umana”.
Solidarietà espressa, dopo la recita dell’Angelus, al popolo venezuelano dopo che il presidente degli USA ha catturato il presidente venezuelano con la moglie con l’invito al rispetto del diritto costituzionale di ogni Stato: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica. Per questo prego e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei Santi José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles”.
Mentre i vescovi venezuelani hanno invitato il popolo a pregare per l’unità: “Alla luce degli eventi che si stanno verificando oggi nel nostro Paese, chiediamo a Dio di donare a tutti i venezuelani serenità, saggezza e forza”, con l’esortazione “a vivere più intensamente la speranza e la fervente preghiera per la pace nei cuori e nella società”, attraverso il rifiuto di ‘ogni forma di violenza’.
Pa Christi International ha condannato questa ‘operazione’ americana richiamando le parole del papa per una pace ‘disarmata e disarmante’: “Tali dimostrazioni di forza sono in palese contrasto con il diritto internazionale e rischiano di legittimare azioni simili da parte degli Stati più potenti.
Facendo eco alle parole di Papa Leone XIV, Pax Christi International chiede la cessazione immediata delle azioni militari in Venezuela, continuando a schierarsi fermamente dalla parte di una pace giusta e disarmata”.
Anche per le Acli il ‘raid’ statunitense è un attacco al diritto internazionale: “Le ACLI esprimono ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato”.
Al contempo hanno condannato il regime autoritario di Maduro, affermando però che l’attacco statunitense viola un diritto internazionale: “Nessuno può ignorare o giustificare le gravi responsabilità politiche e democratiche del regime autoritario e violento di Nicolás Maduro.
Tuttavia, questo non è il punto. Così come non lo era vent’anni fa nel caso dell’Iraq di Saddam Hussein. Il principio fondamentale resta uno: spetta ai popoli decidere del proprio futuro. Ogni intervento militare esterno, motivato da interessi geopolitici ed economici, viola questo diritto e apre scenari di instabilità e violenza incontrollabile”.
Nel comunicato le Acli hanno sottolineato il compito dell’ONU contro ogni invasione territoriale: “Se i principi su cui, ottant’anni fa, è stata fondata l’Organizzazione delle Nazioni Unite conservano ancora un valore, questa aggressione deve essere condannata con la stessa nettezza con cui vanno condannate tutte le violazioni del diritto internazionale: dall’invasione russa dell’Ucraina, all’offensiva israeliana su Gaza, fino alle minacce di aggressione nei confronti di Taiwan”.
Infine hanno chiesto all’Italia di tutelare la popolazione italiana: “Al Governo italiano chiediamo di intervenire con urgenza, anche chiedendo conto all’amministrazione USA, per la tutela della numerosa comunità di origine italiana residente in Venezuela, già duramente colpita da una crisi profonda…
Le ACLI, anche attraverso la loro presenza in Venezuela dove sono riferimento per oltre 160.000 italiani, sono vicine alla popolazione e ribadiscono il proprio impegno concreto e solidale per la pace, il rispetto del diritto internazionale e la tutela dei popoli, contro ogni forma di violenza, sopraffazione e logica di potenza”.
Ed anche ieri al termine del concerto di Natale della Cappella musicale ‘Sistina’ il papa aveva invocato pace nel mondo: “Carissimi, vorrei dedicare questo Concerto ai bambini che, in tante parti del mondo, hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche, senza nemmeno il necessario per la dignità umana, e senza pace. Il Signore, al quale abbiamo voluto elevare stasera i nostri canti di lode, ascolti il gemito silenzioso di questi piccoli, e doni al mondo, per intercessione della Vergine Maria, giustizia e pace”.
(Foto: Acli)
Papa Leone XIV: la pace sia con tutti noi
“Dal 1° gennaio 1968, per volontà del Papa San Paolo VI, oggi si celebra la Giornata Mondiale della Pace. Nel mio Messaggio ho voluto riprendere l’augurio che il Signore mi ha suggerito chiamandomi a questo servizio: ‘La pace sia con tutti voi!’. Una pace disarmata e disarmante, che proviene da Dio, dono del suo amore incondizionato, affidato alla nostra responsabilità. Carissimi, con la grazia di Cristo, incominciamo da oggi a costruire un anno di pace, disarmando i nostri cuori e astenendoci da ogni violenza”: al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato il valore della pace.
Pace che richiama san Francesco d’Assisi ricordando le iniziative per mettere in pratica la pace: “Esprimo il mio apprezzamento per le innumerevoli iniziative promosse in questa occasione in tutto il mondo. In particolare, ricordo la Marcia nazionale che si è svolta ieri sera a Catania e saluto i partecipanti a quella organizzata oggi dalla Comunità di Sant’Egidio…
All’inizio di quest’anno, in cui ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco, vorrei far giungere ad ogni persona la sua benedizione, tratta dalla Sacra Scrittura: Il Signore ti benedica e ti custodisca; mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te; rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace”.
Mentre prima della recita dell’Angelus ha ricordato l’impegno per non ‘spegnere’ la speranza di pace: “Mentre il ritmo dei mesi si ripete, il Signore ci invita a rinnovare il nostro tempo, inaugurando finalmente un’epoca di pace e amicizia tra tutti i popoli. Senza questo desiderio di bene, non avrebbe senso girare le pagine del calendario e riempire le nostre agende”.
E’ un invito alla conversione del cuore: “Il Giubileo, che sta per concludersi, ci ha insegnato come coltivare la speranza di un mondo nuovo: convertendo il cuore a Dio, così da trasformare i torti in perdono, il dolore in consolazione, i propositi di virtù in opere buone. E’ con questo stile, infatti, che Dio stesso abita la storia e la salva dall’oblio, donando al mondo il Redentore: Gesù. Egli è il Figlio Unigenito che diventa nostro fratello, illumina le coscienze di buona volontà, affinché possiamo costruire il futuro come casa ospitale per ogni uomo e ogni donna che viene alla luce”.
Dio si incarna in Maria perché ‘ama’ gli ultimi: “Da sempre Dio, creatore buono, conosce il cuore di Maria e il nostro cuore. Facendosi uomo, Egli ci fa conoscere il suo: perciò il cuore di Gesù batte per ogni uomo e ogni donna. Per chi è pronto ad accoglierlo, come i pastori, e per chi non lo vuole, come Erode. Il suo cuore non è indifferente a chi non ha cuore per il prossimo: palpita per i giusti, affinché perseverino nella loro dedizione, e per gli ingiusti, affinché cambino vita e trovino pace.
Il Salvatore viene nel mondo nascendo da donna: soffermiamoci ad adorare quest’evento, che risplende in Maria Santissima e si riflette in ogni nascituro, rivelando l’immagine divina impressa nel nostro corpo”.
Per questo invita a pregare per la pace: “In questa Giornata preghiamo tutti insieme per la pace: anzitutto tra le Nazioni insanguinate da conflitti e miseria, ma anche nelle nostre case, nelle famiglie ferite dalla violenza e dal dolore. Certi che Cristo, nostra speranza, è il sole di giustizia che mai si spegne, chiediamo fiduciosi l’intercessione di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa”.
E nella celebrazione eucaristica il papa ha incentrato l’omelia sul valore delle benedizioni come descritte nel libro dei Numeri: “L’uomo offre al Creatore tutto ciò che ha ricevuto e Questi risponde volgendo su di lui il suo sguardo benigno, proprio come ai primordi del mondo. Del resto, il popolo d’Israele, a cui questa benedizione si rivolgeva, era un popolo di liberati, di uomini e donne rinati dopo una lunga schiavitù grazie all’intervento di Dio e alla risposta generosa del suo servo Mosè. Era un popolo che in Egitto aveva goduto di alcune sicurezze il cibo non mancava, così come un tetto e una certa stabilità, a costo però di essere schiavo, oppresso da una tirannia che chiedeva sempre di più dando sempre di meno”.
Una benedizione che prospetta la libertà: “Ora, nel deserto, molte delle certezze passate erano andate perdute, ma in cambio c’era la libertà, che si concretizzava in una strada aperta verso il futuro, nel dono di una legge di sapienza e nella promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, in una rinascita”.
Ecco il motivo per cui la Chiesa ripete tale benedizione ad inizio dell’anno: “Così, all’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna”.
Tutto ciò è avvenuto grazie ad un ‘sì’: “Noi ricordiamo tutto questo mentre celebriamo il mistero della Divina Maternità di Maria, che con il suo ‘sì’ ha contribuito a dare alla Fonte di ogni misericordia e benevolenza un volto umano: il volto di Gesù, attraverso i cui occhi di bambino, poi di giovane e di uomo l’amore del Padre ci raggiunge e ci trasforma”.
Solo attraverso l’abbraccio di Dio si può comprendere il cammino a cui ciascuno è chiamato: “Allora, all’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà”.
Per questo, secondo sant’Agostino, Dio si è fatto uomo: “Ricordava, così, uno dei tratti fondamentali del volto di Dio: quello della totale gratuità del suo amore, per cui si presenta a noi (come ho voluto sottolineare nel Messaggio di questa Giornata Mondiale della Pace) ‘disarmato e disarmante’, nudo, indifeso come un neonato nella culla. E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura”.
Dio ha scelto di incanarsi in una donna, grazie alla scelta di una donna: “Questo è il volto di Dio che Maria ha lasciato si formasse e crescesse nel suo grembo, cambiandole completamente la vita. E’ il volto che ha annunciato attraverso la luce gioiosa e fragile dei suoi occhi di mamma in attesa; il volto di cui ha contemplato giorno per giorno la bellezza, mentre Gesù cresceva, bambino, ragazzo e giovane, nella sua casa; e che poi ha seguito, col suo cuore di discepola umile, mentre percorreva i sentieri della sua missione, fino alla croce e alla risurrezione”.
Una donna che ha scelto di non porre barriere: “Per farlo, anche Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo.
Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà ‘disarmate’: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà”.
Ed ha concluso con una frase di papa san Giovanni Paolo II invitando a guardare alla famiglia di Betlemme nel presepe: “Cari fratelli e sorelle, in questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace ‘disarmata e disarmante’ per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, ‘glorificando e lodando Dio’ per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana”.
(Foto: Santa Sede)
Card. Pizzaballa: a Betlemme Dio entra nella storia
“Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato si apre con parole sobrie e precise: ‘In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra’. Luca colloca la nascita di Gesù dentro la grande storia del mondo, segnata da decisioni politiche, da equilibri di potere, da logiche che sembrano governare il corso degli eventi. Come allora, anche oggi la storia è segnata da decreti, decisioni politiche, equilibri di potere che spesso sembrano determinare il destino dei popoli. La Terra Santa ne è testimone: le scelte dei potenti hanno conseguenze concrete sulla vita di milioni di persone”: il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, ha presieduto la messa della notte di Natale nella basilica della Natività di Betlemme, gremita di fedeli, invitando riscoprire la solidarietà per superare le logiche del potere.
Infatti la lettura del Vangelo è un invito a prendere ‘posizione’: “Il Natale, tuttavia, ci invita a guardare oltre la logica del dominio, per riscoprire la forza dell’amore, della solidarietà e della giustizia. Non è un racconto sospeso fuori dal tempo, ma un avvenimento che accade mentre la storia procede secondo strade che non sempre comprendiamo e che spesso non scegliamo”.
E’’ un racconto della scelta di Dio: “L’incipit del brano evangelico non è un semplice dettaglio cronachistico, ma una scelta profondamente teologica. L’evangelista Luca ci dice che Dio non ha paura della storia umana, nemmeno quando essa appare confusa, segnata da ingiustizie, violenza e dominio. Dio non crea una storia parallela, non entra nel mondo quando tutto è finalmente ordinato e pacificato. Entra nella storia reale, concreta, talvolta dura, e la assume dall’interno”.
Nel Vangelo lucano Dio entra nella storia umana per ‘abitarci’: “Il decreto di Cesare sembra dominare la scena: l’imperatore che conta, registra, organizza, governa. Tutto appare sotto controllo, tutto sembra obbedire a una logica di potere che decide per i popoli. Eppure, senza saperlo, proprio quel decreto diventa strumento di un disegno più grande. La storia che pretende di bastare a se stessa diventa il luogo in cui Dio compie la sua promessa.
Questo è uno dei grandi annunci del Natale: Dio non aspetta che la storia migliori per entrarvi. Entra mentre la storia è quella che è. Così ci insegna che nessun tempo è definitivamente perduto e che nessuna situazione è troppo oscura perché Dio vi possa abitare”.
Dio si fa uomo attraverso un censimento: “Per questo il Vangelo non comincia con un miracolo clamoroso, ma con un atto amministrativo; non con un canto di angeli, ma con un censimento. E’ lì che Dio si fa vicino. Giuseppe e Maria si mettono in cammino non per un progetto scelto da loro, ma per obbedienza a un ordine che viene dall’alto. Si muovono dentro una storia che non controllano, dentro decisioni prese altrove. E proprio attraversando queste circostanze, apparentemente estranee alla promessa, Dio porta a compimento la sua Parola”.
E si incarna nel mondo per amarlo:“A Natale Dio non si arrende al mondo, come a Pasqua Cristo non è sconfitto dal male. A Natale Dio ama il mondo fino in fondo, lo assume, lo prende su di sé. Potremmo dire che Dio, facendosi uomo, ‘sposa’ il reale. Tutto ciò che è umano, per Lui, non ha cessato di essere degno di essere abitato. Il peccato ha certamente sfigurato la nostra somiglianza con Dio, ma non ha cancellato la Sua immagine in noi e nella creazione. Per questo il mondo resta benedetto, anche quando il canto di lode per la sua bellezza si trasforma in grido di salvezza”.
Entra nella storia per dare speranza: “L’Eterno, entrando nel tempo, lo ha reso gravido di speranza e di futuro. Ha spezzato il ciclo sterile di una cronaca che si ripete, spesso amaramente, e ha trasformato le nostre vite fragili, i nostri momenti difficili, in luoghi di storia di salvezza. Da quel momento, la storia merita sempre di essere vissuta, perché in essa è stato deposto un seme invincibile di pace.
Il Figlio di Dio, facendosi neonato e scegliendo di percorrere tutto il cammino umano dalla nascita alla morte, ci dice che vale la pena essere uomini e donne, oggi e sempre, perché la vita umana, fatta propria dal Verbo eterno, è diventata il luogo santo in cui Dio continua a compiere le sue meraviglie”.
Con questa nascita Dio cambia la logica del mondo: “La nascita di Gesù avviene nella notte. Non solo nella notte cronologica, ma nella notte dell’umanità: il tempo del limite, dell’incertezza, della paura. Eppure, è proprio in questa notte che la luce viene donata. Una luce che non elimina la notte, ma vince le tenebre che l’accompagnano. La luce di Dio non abbaglia, né impone: illumina il cammino e rende possibile continuare a camminare.
Nel racconto di Luca emerge un contrasto decisivo: da una parte l’imperatore che dispone dei popoli, dall’altra un bambino che nasce senza potere. L’impero emana decreti, Dio dona un Figlio. Mentre la storia segue la logica della forza, Dio agisce nella discrezione e compie le sue promesse attraverso eventi ordinari”.
Seconda questa logica il Vangelo chiama alla responsabilità: “Il Natale, infatti, non è un rifugio spirituale che ci sottrae alla fatica del tempo presente. E’ una scuola di responsabilità. Ci insegna che la pienezza del tempo non è una condizione ideale da attendere, ma una realtà da accogliere. E’ Cristo stesso che rende pieno il tempo. Egli non aspetta che le circostanze siano favorevoli: le abita e le trasfigura”.
La responsabilità richiama la pace: “Anche la pace annunciata dagli angeli va compresa in questa luce. Non è un semplice equilibrio, né il risultato di accordi fragili. E’ il frutto della presenza di Dio nella storia. E’ una pace che viene dall’alto, ma che non si impone. E’ donata, ma anche affidata. Dio fa la sua parte fino in fondo: entra nella storia, si fa Bambino, condivide la nostra condizione. Ma non sostituisce la libertà dell’uomo. La pace diventa reale solo se trova cuori disponibili ad accoglierla e mani pronte a custodirla”.
Questa è la responsabilità consegnata da Dio: “Ogni gesto di riconciliazione, ogni parola che non alimenta l’odio, ogni scelta che mette al centro la dignità dell’altro diventa il luogo in cui la pace di Dio prende carne. Il Natale non ci allontana dalla storia, ma ci coinvolge profondamente. Non ci rende neutrali, ma partecipi”.
Ciò si avverte in particolare a Betlemme: “Celebrare il Natale a Betlemme significa riconoscere che Dio ha scelto una terra reale, segnata da ferite e da attese. La santità dei luoghi convive con ferite ancora aperte. Veniamo da anni durissimi, in cui guerra, violenza, fame e distruzione hanno segnato profondamente la vita di tanti, soprattutto dei più piccoli. Troppo pesante è diventata la situazione, troppo conflittuali i rapporti, troppo faticoso ricominciare e ricostruire. La storia ha mostrato in questi anni tutte le sue contraddizioni, la realtà ci è venuta incontro con il suo lato pesante, complicato, triste”.
Quindi celebrare Natale a Betlemme è un richiamo al mondo alla responsabilità: “Quello che per noi è evidenza concreta e dolorosa si percepisce però anche altrove nel mondo. C’è un diffuso desiderio di fuga dalla realtà. Si fugge da responsabilità troppo pesanti, si fugge dalla cura per il bene comune, per ritirarsi nel proprio interesse privato, si fugge da legami troppo impegnativi, per passare da una distrazione all’altra, in un clima di generale disimpegno. Un po’ ovunque, insomma, si percepisce grande disagio, a volte anche spirituale, incapaci come siamo di comprendere il perché di tutta questa violenza, e della cultura che la alimenta o che la ignora”.
E ciò dipende da scelte politiche: “Le situazioni così difficili di questo tempo non sono il frutto del destino, ma di scelte politiche, di responsabilità umane, di decisioni che spesso mettono gli interessi di pochi davanti al bene di tutti. La Terra Santa, crocevia di popoli e di fedi, continua a essere teatro di tensioni e conflitti che chiamano in causa la responsabilità dei leader locali, della comunità internazionale, ma anche delle autorità religiose e morali”.
Ma a Betlemme Natale ha il significato di una rinascita: “In ogni parte della nostra Diocesi, le sfide non mancano. Nonostante la cessazione della guerra, a Gaza la sofferenza è ancora presente, le famiglie vivono tra le macerie, il futuro appare fragile e incerto. Le ferite sono profonde, eppure anche qui, proprio qui, risuona l’annuncio del Natale. Incontrandoli, sono rimasto colpito dalla forza e dal desiderio di ricominciare, dalla capacità di gioire ancora, dalla determinazione di ricostruire daccapo la loro vita devastata.
Penso che in questo momento stiano davvero vivendo un loro Natale speciale, di nuova nascita e di vita. Sono per noi oggi una bella testimonianza. Ci ricordano come anche noi siamo chiamati a stare dentro la nostra storia. Ci interpellano chiedere con forza percorsi di giustizia e riconciliazione, di ascolto del grido dei poveri, affinché la pace non sia solo un sogno, ma un impegno concreto e una responsabilità per tutti”.
Quindi per cambiare la storia occorre lasciarsi cambiare dalla ‘luce’ di Betlemme: “La storia non cambia tutta in una notte. Ma può cambiare direzione quando uomini e donne si lasciano illuminare da una luce più grande di loro. Il Vangelo di questa notte interpella anche noi qui presenti, provenienti da paesi, culture e storie diverse.
Ci chiede di non restare neutrali. Di non fuggire dalla complessità del presente, ma di attraversarla alla luce del Bambino. La notte del mondo può essere profonda, ma non è definitiva. La luce di Betlemme non abbaglia: illumina il cammino. Passa di cuore in cuore, attraverso gesti umili, parole riconciliate, scelte quotidiane di pace di uomini e donne che lasciano che il Vangelo prenda carne nella vita”.
Per questo il card. Pizzaballa ha affermato che Dio non abbandona il popolo: “In questa notte santa, la Chiesa proclama che la speranza non è stata delusa. Dio è entrato nella nostra storia e non se n’è più andato. Ha scelto di abitare il tempo degli uomini perché nessuno si senta escluso, nessuna vita scartata, nessuna notte senza luce. Che il Bambino nato a Betlemme benedica questa terra e tutti i suoi popoli. Benedica ogni famiglia provata, ogni bambino ferito, ogni uomo e ogni donna stanchi per il peso del presente. In questa notte santa proclamiamo con gioia: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. A Dio che si è fatto vicino, che ha scelto la povertà di una mangiatoia per abitare la nostra storia, sia gloria nei secoli”.
(Foto: Patriarcato di Gerusalemme)
Il senso vero del Natale
Sulle onde del consumismo e tra le invasioni dei nuovi santuari dell’epoca post-moderna dei centri commerciali, ci si appresta a vivere la festa del Natale. Che cosa è il Natale? Solo cenoni, baci, abbracci, regali e nient’altro? Il Natale è un evento di salvezza: ‘Il Verbo si è fatto carne ed ha posto la sua tenda in mezzo a noi’ (Cf. Gv 1,14). Come afferma sant’Atanasio, Dio sì è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare Dio, ovvero entrare a far parte della sua stessa vita.
Il Natale tra l’altro ricorda che il Dio della Rivelazione giudeo-cristiana ha un modus operandi fuori dal comune, sorprendente, trarre fiori da spine e rovi, far germogliare un fico sterile, mostrare la gloria e la potenza attraverso l’umiltà e la tenerezza. Aveva compreso ciò molto bene la giovane donna di Nazareth, Colei che fu ‘prescelta’ per essere in eterno il grembo che avrebbe accolto ‘l’Autore della vita’ quando esultante esclamò quanto segue: Allora Maria disse:
“L’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili… (cf. Lc 1,46-52)”.
L’agire di Dio nella storia è proprio così: si configura come un ‘agire pedagogico’ in quanto Dio operando all’interno delle trame intricate della storia, al contempo svela anche all’essere umano di ogni tempo, quali sono i criteri su cui può basare il proprio agire per una esistenza piena e realizzata. Dio insegna facendo, mostra quali orme percorrere per una crescita piena e matura. Lo scenario biblico del Natale è un vero e proprio palcoscenico di sobrietà, umiltà, tenerezza…
Lo aveva ben intuito il santo patrono San Francesco d’Assisi che nel 1223 in Umbria a Greccio volle rappresentare questo evento biblico di salvezza del Natale per far ‘vedere’ e ‘toccare’ a tutti come la grandezza di Dio si rivela nella piccolezza, la potenza nella tenerezza. Una strategia pedagogica concreta mirata a far calare i fedeli all’interno del Mistero dell’Incarnazione, un’educazione dello sguardo che si collega al cuore passando per la mente: guardare, osservare, discernere, comprendere, credere.
L’evangelista Matteo rivela che i protagonisti della notte di Natale furono i pastori e i Magi. Dio non fa preferenze di persone, si rivela a tutti ai colti come agli ultimi e agli emarginati. I Magi erano dei sapienti paragonabili a degli odierni intellettuali peraltro erano presumibilmente degli astrologi (attuali scienziati) e dei governanti; i pastori, invece, erano all’ultimo gradino del ceto sociale di allora, erano poveri, emarginati, ‘gli ultimi’ eppure gli angeli annunciano loro l’opera di Dio.
La stella illumina il buio della notte, fornisce ai Magi una guida, una direzione, così come oggi la Parola di Dio si propone ancora come una bussola capace di orientare i passi dell’uomo verso sentieri di luce, pace e speranza. Il Natale vuole ricordare che l’essenza della vita non si trova nel potere, nella forza, nel successo ma nella tenerezza di un bambino indifeso. L’oro, l’incenso e la mirra costituiscono i tre ingredienti fondamentali perché ciascuno possa essere Re, Sacerdote e Profeta. Questi simboli richiamano il valore formativo del Battesimo: i credenti facendo nascere dentro di sé Gesù ricevendo il battesimo diventano re, sacerdoti e profeti.
Si è re tutte le volte che si è capaci di autocontrollo, di dominio di sé, di discernimento ed esercizio della responsabilità; si è sacerdoti quando si ha il coraggio di alzare lo sguardo al Cielo per ricercare soluzioni sostenibili per risolvere i problemi sulla terra, coltivare la preghiera, offrire il sacrificio di sé stessi per la causa del Regno; si è profeti quando alla scuola della Parola si apprende l’arte di leggere la storia umana e personale alla luce del pensiero di Dio.
Questa riflessione possa accompagnare tutti a vivere il Natale con spirito sereno e meditativo. I giovani possano cogliere in questa festività un’occasione di ‘Rinascita’. Il Natale possa fornire loro le coordinate essenziali per impostare la loro vita in modalità ‘accoglienza’, ‘dono’, ricerca del bene e desiderio di verità. Chat Gpt non potrà mai indicare la soluzione al mistero della vita, la Parola di Dio accolta nella comunione ecclesiale si.
Papa Leone XIV invita ad un sì libero
Al termine della recita dell’Angelus a Castel Gandolfo per la solennità dell’Assunzione in cielo di Maria papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace: “Oggi vogliamo affidare all’intercessione della Vergine Maria Assunta in cielo la nostra preghiera per la pace. Ella come madre soffre per i mali che affliggono i suoi figli, specialmente i piccoli e i deboli e tante volte nei secoli lo ha confermato con messaggi e apparizioni”.
Ed ha ricordato che il dogma dell’Assunzione era stato proclamato da papa Pio XII per ricordare che la vita è sacra: “Nel proclamare il dogma della Assunzione, mentre ancora era bruciante la tragica esperienza della Seconda Guerra Mondiale, Pio XII scriveva: tutti coloro che mediteranno i gloriosi esempi di Maria abbiano a persuadersi sempre meglio del valore della vita umana, e auspicava che mai più si facesse scempio di vite umane suscitando guerre”.
Parole ancora molto attuali: “Quanto sono attuali queste parole, ancora oggi purtroppo ci sentiamo impotenti di fronte al dilagare del mondo di una violenza sempre più sorda e insensibile a ogni moto di umanità. Eppure non dobbiamo smettere di sperare: Dio è più grande del peccato degli uomini, non dobbiamo rassegnarci al prevalere della logica del conflitto e delle armi. Con Maria crediamo che il Signore continua a soccorrere i suoi figli ricordandosi della sua misericordia ,solo in essa è possibile ritrovare la via della pace”.
Prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha citato un pensiero del Concilio Vaticano II e Dante Alighieri, per il quale Maria è “sorgente viva, zampillante di speranza. Questa verità della nostra fede è perfettamente intonata al tema del Giubileo che stiamo vivendo: pellegrini di speranza. Il pellegrino ha bisogno della meta che orienti il suo viaggio.
Nel cammino dell’esistenza questa meta è Dio, Amore infinito ed eterno, pienezza di vita, di pace, di gioia, di ogni bene. Il cuore umano è attratto da tale bellezza e non è felice finché non la trova; e in effetti rischia di non trovarla se si perde in mezzo alla selva oscura del male e del peccato”.
Per questo il pellegrino ha bisogno di una meta: “Il pellegrino ha bisogno della meta che orienti il suo viaggio: una meta bella, attraente, che guidi i suoi passi e lo rianimi quando è stanco, che ravvivi sempre nel suo cuore il desiderio e la speranza. Nel cammino dell’esistenza questa meta è Dio, Amore infinito ed eterno, pienezza di vita, di pace, di gioia, di ogni bene. Il cuore umano è attratto da tale bellezza e non è felice finché non la trova; e in effetti rischia di non trovarla se si perde in mezzo alla ‘selva oscura’ del male e del peccato”.
Precedentemente presiedendo la messa nella parrocchia pontificia di san Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo aveva sottolineato la libertà di un’adesione a Dio da parte di Maria: “Sorelle e fratelli carissimi, oggi non è domenica, ma in modo diverso celebriamo la Pasqua di Gesù che cambia la storia. In Maria di Nazaret c’è la nostra storia, la storia della Chiesa immersa nella comune umanità. Incarnandosi in essa il Dio della vita, il Dio della libertà ha vinto la morte. Sì, oggi contempliamo come Dio vince la morte, mai senza di noi. Suo è il regno, ma nostro è il ‘sì’ al suo amore che tutto può cambiare”.
Una libertà fino alla morte: “Sulla croce Gesù liberamente ha pronunciato il ‘sì’ che doveva svuotare di potere la morte, quella morte che ancora dilaga quando le nostre mani crocifiggono e i nostri cuori sono prigionieri della paura, della diffidenza. Sulla croce la fiducia ha vinto, ha vinto l’amore che vede ciò che ancora non c’è, ha vinto il perdono”.
Quindi la presenza di Maria è sprone per una scelta, che molti hanno compiuto: “E Maria c’era: era là, unita al Figlio. Possiamo oggi intuire che Maria siamo noi quando non fuggiamo, siamo noi quando rispondiamo col nostro ‘sì’ al suo ‘sì’. Nei martiri del nostro tempo, nei testimoni di fede e di giustizia, di mitezza e di pace, quel ‘sì’ vive ancora e ancora contrasta la morte. Così questo giorno di gioia è un giorno che ci impegna a scegliere come e per chi vivere”.
Ed il brano evangelico della Visitazione propone la fecondità di un’adesione: “E’ bello ritornare a quel momento nel giorno in cui celebriamo il traguardo della sua esistenza. Ogni storia, anche quella della Madre di Dio, sulla terra è breve e finisce. Nulla però va disperso. Così, quando una vita si chiude, la sua unicità brilla più chiara. Il Magnificat, che il Vangelo pone sulle labbra della giovane Maria, ora sprigiona la luce di tutti i suoi giorni. Un singolo giorno, quello dell’incontro con la cugina Elisabetta, contiene il segreto di ogni altro giorno, di ogni altra stagione”.
Ma l’adesione cambia il mondo: “E le parole non bastano: occorre un canto, che nella Chiesa continua a essere cantato, ‘di generazione in generazione’, al tramonto di ogni giornata. La fecondità sorprendente della sterile Elisabetta confermò Maria nella sua fiducia: le anticipò la fecondità del suo ‘sì’, che si prolunga nella fecondità della Chiesa e dell’intera umanità, quando è accolta la Parola rinnovatrice di Dio. Quel giorno due donne si incontrarono nella fede, poi rimasero tre mesi insieme a sostenersi, non solo nelle cose pratiche, ma in un nuovo modo di leggere la storia”.
Solamente attraverso l’adesione è potuta avvenire la Resurrezione: “Le parole e le scelte di morte sembrano prevalere, ma la vita di Dio interrompe la disperazione attraverso concrete esperienze di fraternità, attraverso nuovi gesti di solidarietà. Prima di essere il nostro destino ultimo, infatti, la Risurrezione modifica (anima e corpo) il nostro abitare la terra”.
In tale modo può avvenire un sovvertimento ‘impossibile’: “Il canto di Maria, il suo Magnificat, rafforza nella speranza gli umili, gli affamati, i servi operosi di Dio. Sono le donne e gli uomini delle Beatitudini, che ancora nella tribolazione già vedono l’invisibile: i potenti rovesciati dai troni, i ricchi a mani vuote, le promesse di Dio realizzate. Si tratta di esperienze che, in ogni comunità cristiana, dobbiamo tutti poter dire di aver vissuto. Sembrano impossibili, ma la Parola di Dio ancora viene alla luce. Quando nascono i legami con cui opponiamo al male il bene, alla morte la vita, allora vediamo che nulla è impossibile con Dio”.
Ecco l’appello del papa a cambiare le abitudini: “A volte, purtroppo, dove prevalgono le sicurezze umane, un certo benessere materiale e quella rilassatezza che addormenta le coscienze, questa fede può invecchiare. Allora subentra la morte, nelle forme della rassegnazione e del lamento, della nostalgia e dell’insicurezza. Invece di vedere il mondo vecchio finire, se ne cerca ancora il soccorso: il soccorso dei ricchi, dei potenti, che in genere si accompagna al disprezzo dei poveri e degli umili”.
E si cambiano abitudini solo se si riesce a ‘testimoniare’ il magnificat mariano: “La Chiesa, però, vive nelle sue fragili membra, ringiovanisce grazie al loro Magnificat. Anche oggi le comunità cristiane povere e perseguitate, i testimoni della tenerezza e del perdono nei luoghi di conflitto, gli operatori di pace e i costruttori di ponti in un mondo a pezzi sono la gioia della Chiesa, sono la sua permanente fecondità, le primizie del Regno che viene. Molti di loro sono donne, come l’anziana Elisabetta e la giovane Maria: donne pasquali, apostole della Risurrezione. Lasciamoci convertire dalla loro testimonianza!”
Infine papa Leone XIV ha invitato a rivolgere lo sguardo alla Madre di Dio: “Tutti, in Cristo, possiamo inghiottire la morte. Certo, è un’opera di Dio, non nostra. Tuttavia, Maria è quell’intreccio di grazia e libertà che sospinge ognuno di noi alla fiducia, al coraggio, al coinvolgimento nella vita di un popolo. ‘Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente’: possa ognuno di noi sperimentare questa gioia e testimoniarla con un canto nuovo. Non abbiamo paura di scegliere la vita! Può sembrare in genere pericoloso, imprudente… Noi invece siamo discepoli di Cristo. E’ il suo amore che ci spinge, anima e corpo, nel nostro tempo. Come singoli e come Chiesa noi non viviamo più per noi stessi. E’ proprio questo (è solo questo) a diffondere la vita e a far prevalere la vita. La nostra vittoria sulla morte inizia fin da ora”.
(Foto: Santa Sede)
San Giovanni Paolo II nel ricordo della Chiesa
A 20 anni dalla morte, avvenuta la sera del 2 aprile 2005, la Chiesa ha ricordato, ieri, san Giovanni Paolo II: il papa che in un lunghissimo e denso pontificato ha traghettato l’universo cattolico nel terzo millennio ed ha cambiato il corso della storia, fino all’uscita dalla guerra fredda e dal mondo diviso in blocchi.
E’ stata ricordata con una cerimonia eucaristica officiata dal segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, che nell’omelia ha ricordato la sua testimonianza: “Questa celebrazione eucaristica avviene nella gratitudine e nella gioia, perché ci riunisce nella memoria benedetta della morte di un santo, Giovanni Paolo II… Innamorato di Gesù Cristo, san Giovanni Paolo II considerava il mistero dell’Incarnazione come il centro della storia universale”, tanto da esclamare, nella prima omelia del pontificato: Spalancate le porte a Cristo!… Solo Cristo sa che cosa è nell’uomo”.
Nell’omelia il card. Parolin ha rievocato “lo straordinario coraggio e la costanza della testimonianza di fede di Giovanni Paolo II, che non ha mai cercato di piacere agli uomini ma a Dio… Qui sta certamente uno dei fondamenti dello straordinario coraggio e della costanza della testimonianza di fede di Giovanni Paolo II davanti agli uomini, in ogni situazione, in tutta la sua vita e in tutta l’eccezionale durata del suo pontificato. Non ha mai cercato di piacere agli uomini, ma a Dio. Ha vissuto davanti ai Suoi occhi”.
Inoltre ha citato un passo del testamento: “La Divina Provvidenza mi ha salvato in modo miracoloso dalla morte. Colui che è unico Signore della vita e della morte, Lui stesso mi ha prolungato questa vita, in un certo modo me l’ha donata di nuovo. Da questo momento essa ancora di più appartiene a Lui. Spero che Egli mi aiuterà a riconoscere fino a quando devo continuare questo servizio, al quale mi ha chiamato. Gli chiedo di volermi richiamare quando Egli stesso vorrà. Nella vita e nella morte apparteniamo al Signore, siamo del Signore”.
Mentre ricollegandosi al Giubileo ha citato quello dell’anno 2000: “Non possiamo dimenticare quel grande passaggio della Porta Santa fra due millenni, come pure l’invito del Santo Papa al termine del grande Giubileo perché la barca della Chiesa riprendesse il largo con fiducia nel mare del terzo millennio. Ci ripeteva le parole di Gesù a Simon Pietro, ‘Duc in altum, prendi il largo e gettate le reti per la pesca’. E la risposta di Pietro, ‘Sulla tua parola getterò le reti’.
Le sue parole continuano a ispirarci e riecheggiano in quelle del suo successore Francesco anche oggi, anche in questo nuovo Giubileo. Esso ci vede Chiesa in uscita, navigatori in acque agitate, ma pur sempre pellegrini di speranza, alle sorgenti della misericordia e della grazia, guidati dal successore di Pietro e assistiti dallo Spirito Santo”.
Infine ha ricordato la venerazione dei fedeli: “Anche noi oggi, come gli innumerevoli pellegrini che venendo continuamente in questa Basilica domandano anche la sua intercessione presso l’altare dove riposa il suo corpo, ripetiamo ancora: Ci benedica, Santo Padre Giovanni Paolo II! Benedica questa Chiesa del Signore in cammino, perché sia pellegrina di speranza. Benedica questa umanità lacerata e disorientata, perché ritrovi la via della sua dignità e della sua altissima vocazione, perché conosca la ricchezza della misericordia, dell’amore di Dio!”
All’inizio della celebrazione eucaristica il card. Stanislaw Dziwisz, segretario personale del papa santo, ha ricordato san Giovanni Paolo II: “La Chiesa conserva il ricordo commosso di un Pontefice venuto da un Paese lontano, ma che dopo un lungo pontificato si è fatto vicino al cuore di milioni di fedeli di tutto il mondo. Crediamo che egli stesso ci guarda dall’alto, sostenendo tutta la Chiesa nel suo pellegrinaggio verso l’eternità. E siamo consapevoli di quanto frutto porti la sua santità. Il Santo Papa sta adesso alla finestra alla finestra della Casa del Padre. Ci vede e ci benedice”.
Ed ha pregato per la salute di papa Francesco: “Il nostro cuore si stringe al Santo Padre. Sappiamo che in questa ora si unisce spiritualmente con noi. Preghiamo per la sua salute. Che il Signore dia a lui la forza necessaria per guidare la Chiesa peregrina in questo anno giubilare all’insegna della speranza, in questi tempi difficili per la Chiesa e per il mondo”.
(Foto: Vatican Media)
Card. Gugerotti: Colletta pro Terra Santa tra le priorità pastorali
“Mentre vi scrivo, il nostro cuore è sollevato dalla tregua in atto. Sappiamo che è fragile e che, per natura sua, non basterà da sola a risolvere i problemi e ad estinguere l’odio in quell’area. Ma almeno gli occhi non vedono ulteriori esplosioni e non perpetuano l’angoscia dell’irreparabile. Abbiamo visto pianti, disperazione, distruzione ovunque. Ora la nostra speranza è che il trionfo della morte inferta non sia la sua eterna vittoria. E ci torna la speranza di vedere il Risorto, Gesù Cristo nostro Signore, che proprio in quella terra mostrò, vivo, le piaghe della sua passione”.
Con queste parole, firmate dal card. Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali e da mons. Michel Jalakh, segretario della stessa istituzione, comincia l’Appello per la Colletta dei Cristiani in Terra Santa, in cui si ribadisce la necessità della pace in Terra Santa con le parole del profeta Ezechiele:
“Subito torna alla mente il nostro dovere (e uso questo termine con trepidazione, ma con decisione) di correre per aiutare, appena concretamente possibile, la vita a rinascere… Tutti, a partire dai bambini, hanno diritto a vivere in pace e a riavere case e scuole, a giocare insieme senza la paura di rivedere il ghigno satanico della morte. E’ vero. Per noi cristiani i Luoghi Santi hanno un valore particolare, sono incarnazione dell’Incarnazione. Essi sono stati custoditi fin dagli inizi dalle comunità cristiane, nella varietà delle loro tradizioni, e da secoli i Frati minori della Custodia li curano con fedeltà mirabile”.
Quindi hanno ricordato le opere di carità che la Chiesa promuove in Terra Santa: “Intorno a quei luoghi sono sbocciate iniziative di grande valore pastorale: parrocchie, scuole, ospedali, case per anziani, centri di assistenza a migranti, sfollati, rifugiati. Proprio per aiutare a sostenere tutto questo il Santo Papa Paolo VI ha istituito la Colletta per i Luoghi Santi, nella forma che da allora viene annualmente ripetuta il venerdì santo o in altra data localmente fissata”.
Per questo la Colletta diventa un sostegno essenziale: “Quest’anno la Colletta diventa una risorsa imprescindibile: dopo la pandemia, la quasi completa interruzione dei pellegrinaggi e delle piccole attività che soprattutto i cristiani hanno creato a lato di essi, molti sono stati costretti all’esilio. Se vogliamo rinforzare la Terra Santa e assicurare il contatto vivo con i Luoghi Santi, occorre sostenere comunità cristiane che, nella loro varietà, offrano al Dio-con-noi la loro lode perenne, anche a nome nostro. Ma perché questo avvenga, abbiamo assoluto bisogno del dono generoso delle vostre comunità”.
In questo senso la Colletta è una ‘priorità’ pastorale’: “Vorrei che voi, Fratelli vescovi, facendo memoria delle immagini di distruzione e di morte che sono passate costantemente sotto i vostri occhi in questi tempi di nuovo Calvario, vi faceste apostoli persuasivi di questo impegno. La Terra Santa, i Luoghi Santi, il Popolo Santo di Dio sono la vostra famiglia, perché sono patrimonio di tutti noi.
Sentite, vi prego, la Colletta come una delle vostre priorità pastorali: qui è in gioco la sopravvivenza di questa nostra preziosa presenza, che risale direttamente ai tempi di Gesù. Sono certo che il vostro entusiasmo e la vostra cura affettuosa si trasmetteranno alle comunità che vi sono affidate”.
L’appello si conclude con l’invito a rendere tale gesto come ‘liturgia’: “Per cortesia, evitate che le nostre Chiese promuovano collette parallele per lo stesso scopo, perché non siano compromessi il significato e l’efficacia della vostra carità, iniziativa universale del Successore di Pietro, il Vescovo di Roma. Quanto avrete raccolto potrà essere rimesso direttamente a questo Dicastero dai Commissariati di Terra Santa del vostro Paese. Ci aspettiamo che nessuna comunità consideri questa ‘liturgia’, come veniva chiamata in antico, quale cosa che non la riguarda”.
La ‘Colletta per la Terra Santa’ nasce dalla volontà dei papi di mantenere saldo il legame tra tutti i Cristiani del mondo e i Luoghi Santi. Essa rappresenta una fonte principale di sostentamento per la vita che si svolge attorno ai Luoghi Santi e costituisce lo strumento con cui la Chiesa si pone accanto alle comunità ecclesiali del Medio Oriente. Con l’Esortazione Apostolica ‘Nobis in Animo’ (25 marzo 1974), il Santo Papa Paolo VI ha dato un impulso decisivo a favore della Terra Santa, che aveva visitato nel suo storico pellegrinaggio del 1964.
Attraverso la Colletta, la Custodia Francescana può portare avanti la sua missione fondamentale: custodire i Luoghi Santi, le pietre della memoria, e favorire la presenza cristiana, le pietre vive della Terra Santa. Questo avviene mediante numerose attività di solidarietà, come il mantenimento delle strutture pastorali, educative, assistenziali, sanitarie e sociali. Di norma, la Custodia di Terra Santa riceve il 65% dei proventi della Colletta, mentre il restante 35% viene destinato al Dicastero per le Chiese Orientali, che provvede a distribuirlo.
Al Meeting di Rimini il cristianesimo è incarnazione
Il Meeting, giunto alla sua 45^ edizione, offre anche quest’anno il proprio contributo di cultura, dialogo e umanità… Il tema di questa edizione esprime le radici culturali del Meeting proponendo uno sguardo aperto alle straordinarie trasformazioni che stiamo vivendo.
Si vuole ricercare l’essenziale proprio mentre i flussi globali delle informazioni diventano fiumi in piena, mentre le tecnoscienze ci mostrano soluzioni fino a ieri inimmaginabili, mentre le opportunità offerte ai singoli ripropongono la fallace lusinga dell’onnipotenza dell’uomo. Eppure, a fronte di tante nuove chances per l’umanità, tocchiamo con mano l’orrore, le atrocità e l’escalation delle guerre, le volontà di dominio, con un drammatico ritorno al passato. Sentimenti di paura, sfiducia, talvolta indifferenza, non di rado rancore e odio, si riaffacciano”.
“Proprio mentre attraversiamo tempi complessi, la ricerca di ciò che costituisce il centro del mistero della vita e della realtà è di cruciale importanza. La nostra epoca, infatti, è segnata da problematiche varie e notevoli sfide, dinanzi alle quali riscontriamo talvolta un senso di impotenza, un atteggiamento rinunciatario e passivo che possono condurre a ‘trascinare la vita’ e a lasciarsi travolgere dallo stordimento dell’effimero, fino a perdere il significato dell’esistenza. In questo scenario, perciò, è quanto mai pertinente la scelta di mettersi sulle tracce di ciò che è essenziale”.
Con la lettura dei messaggi del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e di papa Francesco si è aperto, martedì 20 agosto, alla fiera di Rimini, il meeting dell’Amicizia tra i Popoli dal titolo ‘Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?’, inaugurato dal dialogo con il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, introdotto da Bernhard Scholz, presidente della Fondazione stessa, che ha sottolineato il ‘punto nevralgico’ che questa edizione affronta:
“Mai nella storia della nostra umanità i cambiamenti culturali, sociali, tecnologici e politici sono stati così pervasivi, interconnessi e accelerati come in questo momento storico… Da dove può nascere la possibilità di vivere pienamente la nostra umanità in mezzo a queste condizioni piene di incognite e come è possibile costruire la pace in mezzo a guerre così atroci e perduranti?.
L’intervento del card. Pizzaballa, sviluppatosi in un colloquio con il presidente Scholz, ha toccato molti temi importanti, condividendo inizialmente il suo percorso di fede: “La vocazione francescana, come ogni vocazione cristiana, è incentrata sulla persona di Gesù Cristo”, iniziato proprio a Rimini quando era ragazzo, parlando della sfida di vivere e trasmettere questa esperienza in una realtà complessa come quella di Gerusalemme, una città segnata da divisioni e conflitti, perché “essere francescano significa incontrare Cristo e fare esperienza di Lui secondo uno stile e un modo che Francesco ha mostrato”.
Quindi il patriarca ha affrontato il tema del conflitto del 7 ottobre, descrivendo l’impatto devastante che ha avuto su entrambe le popolazioni, israeliana e palestinese: “Quello che è successo il 7 ottobre è stato uno shock incredibile per Israele… Il rifiuto reciproco dell’esistenza altrui si respira nell’aria… I negoziati in corso sono ormai l’ultimo treno. Io ho miei dubbi ma non bisogna perderlo, questo treno. Per questo ho chiesto di pregare incessantemente… Ricostruire sarà una fatica immane che dovrà impegnare tutti”
E sul dialogo interreligioso in Medio Oriente il card. Pizzaballa ha dato un giudizio molto critico. “Il dialogo è in crisi; ebrei, cristiani e mussulmani non riescono ad incontrarsi. Oggi non riusciamo a parlarci a livello istituzionale… In passato ci sono stati incontri ufficiali che hanno prodotto documenti bellissimi, come ad Abu Dhabi, ma questo non basta più.
Il dialogo interreligioso non può limitarsi alle élite; i leader religiosi devono aiutare le loro comunità a non chiudersi in sè stesse… Il vero dialogo interreligioso è l’incontro tra persone che hanno un’esperienza di fede diversa, ma che, una volta condivisa, ti aiuta a illuminare in maniera più completa quello che sei tu”.
Un altro tema affrontato dal Patriarca di Gerusalemme è stato quello della comunione cristiana in un contesto di divisioni politiche e culturali, in quanto la sua ‘diocesi’ si estende in quattro nazioni (Giordania, Israele, Palestina e Cipro) con cristiani sotto le bombe a Gaza e cristiani che fanno il servizio militare nell’esercito israeliano:
“Il cristianesimo astratto non esiste, il cristianesimo è sempre incarnato e bisogna fare i conti con le proprie appartenenze… Proprio come oggi: c’è chi non vuol vedere e si rifugia in un devozionismo sofisticato; c’è chi vede ma non vuole fare i conti con la realtà e c’è chi impugna le armi… Non abbiamo risposte, ma un indirizzo: Dio, che dà senso a tutto quello che facciamo”.
Per questo la Chiesa è presente in Terra Santa, sebbene i cristiani siano il 3% della popolazione: “Ma la prima cosa non sono i numeri; la prima cosa è esserci, stare lì e sostenere la comunità, incoraggiare. Va da sé che, poi, negli aiuti materiali sosteniamo tutti. A Gaza la nostra parrocchia si dà da fare per chiunque. Non abbiamo soluzioni politiche, ma una parola di verità perché non cresca la spirale dell’odio fra le nazioni”.
Inoltre, affrontando il tema del perdono in situazioni di ingiustizia, il card. Pizzaballa ha ribadito che il perdono è centrale nella fede cristiana, ma esso “non si può imporre. A livello personale, giustizia e perdono sono quasi sinonimi, se illuminati dalla fede. Ma a livello comunitario le dinamiche sono diverse, perché entrano in gioco fattori come dignità ed uguaglianza; perdonare senza che ci siano dignità ed uguaglianza vuol dire giustificare un male che si sta compiendo. In questo caso il perdono ha dinamiche completamente diverse che richiedono tempo e parole di verità che riconoscano il male e l’ingiustizia commessi. Come pastore ricordo a tutti che la giustizia senza perdono diventa vendetta”.
E, parlando della necessità di una purificazione della memoria, intesa come la consapevolezza del male che facciamo, ha ribadito l’importanza di non restare chiusi nelle proprie narrazioni esclusive, ma di aprirsi a una comprensione più ampia e inclusiva della storia e delle relazioni, con una chiara condanna dell’antisemitismo: “L’antisemitismo è una sorta di cartina di tornasole per capire quali sono i modelli su cui si regge la società… Noi religiosi dobbiamo creare una cultura di relazioni, di accoglienza. La civiltà si costruisce ‘con’ e non contro”.
La prima giornata alla fiera di Rimini si è chiusa con un suggestivo incontro sul Cantico delle Creature di san Francesco tra il poeta Davide Rondoni, presidente del Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, e p. Guidalberto Bormolini, tanatologo e membro fondatore del Gruppo Nazionale ‘Sala del Silenzio’, autori del libro ‘Vivere il Cantico delle creature. La spiritualità cosmica e cristiana di san Francesco’, in cui è stata approfondita la concretezza della vita spirituale, in quanto per il santo assisate l’umanità è ‘giuntura’ tra il divino e la natura, perché il corpo è il tempio dello Spirito, in quanto la croce portata da Gesù salva, perché indica la direzione; quindi non è possibile ‘dividere’ la carne dallo Spirito.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco ai fedeli: niente è impossibile a Dio
“Continuo a seguire con grande preoccupazione la situazione in Medio Oriente, e ribadisco il mio appello a tutte le parti coinvolte affinché il conflitto non si allarghi e si cessi immediatamente il fuoco su tutti i fronti, a partire da Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima e insostenibile. Prego perché la ricerca sincera della pace estingua le contese, l’amore vinca l’odio e la vendetta sia disarmata dal perdono.
Vi chiedo di unirvi alla mia preghiera anche per la martoriata Ucraina, il Myanmar, il Sudan: queste popolazioni così provate dalla guerra possano presto ritrovare la tanto desiderata pace. Uniamo i nostri sforzi e le nostre preghiere perché siano eliminate le discriminazioni etniche nelle regioni del Pakistan e dell’Afghanistan, specialmente le discriminazioni contro le donne”, ricevute precedentemente.
Al termine dell’udienza generale, ripresa oggi dopo la pausa di luglio, papa Francesco ha rinnovato la sua preghiera affinché cessi il fuoco su tutti i popoli che soffrono per la guerra, mentre nell’udienza generale ha introdotto una nuova catechesi sullo Spirito Santo che guida il popolo di Dio nella storia della Salvezza: “Il tema di oggi è lo Spirito Santo nell’Incarnazione del Verbo. Nel Vangelo di Luca leggiamo: ‘Lo Spirito Santo scenderà su di te’, o Maria, ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ (1,35). L’evangelista Matteo conferma questo dato fondamentale che riguarda Maria e lo Spirito Santo, dicendo che Maria ‘si trovò incinta per opera dello Spirito Santo’ (1,18)”.
Questa verità di fede è stata proclamata nel Concilio di Costantinopoli: “La Chiesa ha raccolto questo dato rivelato e lo ha collocato ben presto nel cuore del suo Simbolo di fede. Nel Concilio Ecumenico di Costantinopoli, del 381 (quello che definì la divinità dello Spirito Santo), tale articolo entrò nella formula del ‘Credo’, che si chiama appunto Niceno-Costantinopolitano, ed è quello che recitiamo in ogni Messa.
Esso afferma che il Figlio di Dio ‘per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo’. Si tratta dunque di un dato di fede ecumenico, perché tutti i cristiani professano insieme quel medesimo Simbolo della fede. La pietà cattolica, da tempo immemorabile, ne ha tratto una delle sue preghiere quotidiane, l’Angelus”.
Per questo la Madonna è definita ‘Sposa della Chiesa’: “Questo articolo di fede è il fondamento che permette di parlare di Maria come della Sposa per eccellenza, che è figura della Chiesa. Infatti Gesù, scrive san Leone Magno, ‘come è nato per opera dello Spirito Santo da una vergine madre, così rende feconda la Chiesa, sua Sposa illibata, con il soffio vitale dello stesso Spirito’.
Questo parallelismo è ripreso nella Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’ del Concilio Vaticano II, che dice così: ‘Orbene, la Chiesa contemplando la santità misteriosa della Vergine, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della Parola accolta con fedeltà, diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio’… Maria ha prima concepito, poi partorito Gesù: prima lo ha accolto in sé, nel cuore e nella carne, poi lo ha dato alla luce”.
Questo processo divino accade anche nella Chiesa: “Così avviene anche per la Chiesa: prima accoglie la Parola di Dio, lascia che ‘parli al suo cuore’ e le ‘riempia le viscere’, secondo due espressioni bibliche, per poi darla alla luce con la vita e la predicazione. La seconda operazione è sterile senza la prima”.
Anche la Chiesa pone la stessa domanda che Maria fece all’Angelo: “Anche alla Chiesa, di fronte a compiti superiori alle sue forze, viene spontaneo porre la stessa domanda: ‘Come è possibile questo?’ Come è possibile annunciare Gesù Cristo e la sua salvezza a un mondo che sembra cercare solo benessere in questo mondo?
Anche la risposta è la stessa di allora: ‘Riceverete la forza dallo Spirito Santo… e di me sarete testimoni’ (At 1,8). Così disse Gesù risorto agli Apostoli, quasi con le stesse parole rivolte a Maria nell’Annunciazione. Senza lo Spirito Santo la Chiesa non può andare avanti, la Chiesa non cresce, la Chiesa non può predicare”.
E’ un principio valido per ogni fedele, ricordando che ‘nulla è impossibile a Dio’: “Quello che si dice della Chiesa in generale, vale anche per noi, vale per ogni singolo battezzato. Ognuno di noi si trova a volte, nella vita, in situazioni superiori alle proprie forze e si domanda: Come posso affrontare questa situazione? Aiuta, in questi casi, ricordare ripetere a sé stessi quello che l’angelo disse alla Vergine prima di congedarsi da lei: Nulla è impossibile a Dio”.
(Foto: Santa Sede)




























