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Da padre Dalle Carbonare un appello per la pace nel Sudan

Vista la paralisi diplomatica, molte realtà impegnate per la pace e il rispetto dei diritti umani in Sudan (Acli, Caritas italiana, Comunità di Sant’Egidio, Focolari, Focsiv. Amnesty International Italia, Aoi, Fondazione Nigrizia, Emergency, Medici senza frontiere, Missionari comboniani in Italia, Rete italiana pace e disarmo, Arci, Comitato internazionale per la pace in Sudan, Comunità sudanese in Italia, Emergency, Un Ponte Per) nelle settimane scorse hanno lanciato un appello di fronte al rapido deteriorarsi del conflitto che ha provocato quella che per l’Onu è diventata ‘la peggiore crisi umanitaria del mondo’ con almeno 150.000 morti e 14.000.000 di persone sfollate in un contesto in continuo peggioramento. Nonostante le dichiarazioni di cessate il fuoco, i combattimenti si sono intensificati con attacchi indiscriminati contro la popolazione civile in una escalation di orrori attraverso rapimenti, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie e reclutamenti di minori.

Inoltre le associazioni hanno chiesto che gli aiuti promessi dal governo italiano arrivino nelle zone controllate da entrambi i belligeranti, in particolare nelle regioni del Darfur e del Kordofan, prendendo posizione contro chi sostiene i contendenti: numerose indagini indipendenti, provano il supporto degli Emirati Arabi uniti alle forze di supporto rapido (Rsf), responsabili di attacchi contro civili, infrastrutture mediche e convogli umanitari nonché dell’uso della fame come arma di guerra.

Per queste ragioni le organizzazioni firmatarie hanno chiesto al Governo italiano di intervenire con misure concrete: sospendere tutte le esportazioni militari verso gli Emirati arabi uniti e altri Paesi coinvolti nel conflitto; revocare le autorizzazioni già concesse che possano agevolare triangolazioni verso il Sudan; promuovere iniziative diplomatiche urgenti in sede europea e internazionale per aprire corridoi umanitari e avviare un negoziato multilaterale credibile e che coinvolga anche la società civile sudanese impegnata nella promozione della pace e nella risposta umanitaria; garantire la consegna reale e tempestiva degli aiuti umanitari annunciati, con l’impegno di metterne a disposizione altri, dando priorità alle regioni del Darfur e nelle aree a maggiore rischio di carestia; garantire l’erogazione dei fondi promessi e promuovere l’aumento dei fondi in sede europea e internazionale per il Piano di Risposta Umanitaria delle Nazioni Unite ad oggi sotto-finanziato.

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo in questo Stato africano abbiamo contattato p. Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei comboniani in Egitto e Sudan: “Una guerra tra l’esercito regolare e le forze di supporto rapido che sono nate come forza paramilitare, che rispondeva solo al presidente, negli anni in cui Bashir ha portato avanti le sue politiche di pulizia etnica nel Darfur, Purtroppo, quando Omar Hasan Ahmad al-Bashīr (presidente del Sudan fino al 2019, ndr.) è stato rimosso dal potere, questa forte compagine paramilitare è rimasta molto potente, tanto da essere il numero due dopo l’esercito.

La guerra tra queste due parti è una guerra per il potere e di fatto adesso la Nazione risulta divisa tra zone in cui si combatte, soprattutto nel Darfur e nel Kordofan, in cui le forze di supporto rapido continuano a far valere la loro presenza e continuano ad imporre forza; dall’altra parte il Nord e l’Est del Sudan rimangono saldamente in mano all’esercito e qui la vita cerca di andare avanti con una certa normalità: le scuole hanno riaperto e la vita economica e sociale ha ripreso e si cerca di andare avanti. Comunque è un Paese che soffre moltissimo il peso di una guerra, dove i civili soffrono molto, perché è una guerra che ha dilaniato il Paese.

E’ una guerra iniziata nella capitale, un conglomerato urbano con circa 15.000.000 di abitanti; quindi ha causato enormi spostamenti di rifugiati interni ed un alto costo umano di vite. Quello che sta avvenendo in Sudan è detto dalle agenzie ONU da più di due anni: questa è la più grande crisi umanitaria al mondo, arrivando a 14.000.000 di persone che hanno abbandonato le proprie case: 12.000.000 sfollati interni e 2.000.000 che hanno abbandonato il Paese, fuggendo in Egitto, Ciad e Sud Sudan. Inoltre nel Paese 7.000.000 minori non frequentano le scuole e 25.000.000 persone su 45.000.000 vivono la carenza alimentare, di cui 5.000.000 soffrono la fame. Sono numeri enormi che parlano di una sofferenza indescrivibile da parte dei civili”.

Dopo la conquista di El Fasher da parte di RSF, avvenuto il 26 ottobre è di nuovo guerra etnica?

“Purtroppo la conquista di El Fasher fa capire che la guerra è molto lontana dalla conclusione. Il fatto che i media non ne abbiano parlato ha suggerito l’idea anche in Europa che la guerra stesse scemando. In realtà nel Darfur continua con molta violenza. Io spero che si possa evitare di arrivare alla guerra etnica, ma è chiaro che le componenti che sono in lotta si identificano con gruppi etnici e tribali diversi. Purtroppo anche questa guerra si sta rivelando una ‘scusa in più’ per incitare al linguaggio dell’odio tra etnie diverse e non tanto tra religioni, in quanto coloro che combattono sono tutti mussulmani. La linea di demarcazione che attraversa il Sudan è quella del mondo arabo; e su queste linee si ‘gioca’ l’identità della gente; purtroppo questa guerra non aiuta a creare un dialogo od una riconciliazione, ma riapre spesso vecchie ferite”.

Perché questa è una guerra ‘dimenticata’?

“Sicuramente è una guerra dimenticata dall’Europa e dall’Occidente, perché non tocca gli interessi geopolitici o non li tocca in maniera lampante come in Ucraina od in Medio Oriente; però è un fatto che la destabilizzazione del Sudan mette molto a rischio la via marittima del Mar Rosso, nodo centrale nella geopolitica mondiale, ed ha sollevato un’enorme ondata migratoria, che risulta problematica in Europa. Gli interessi per la pace dovrebbero esserci; purtroppo (questa è l’impressione che ci stiamo facendo sul ‘campo’) è quella che gli interessi della guerra sembrano essere più grandi degli interessi della pace, perché intanto che la guerra continua fanno soldi i mercanti di armi.

Questa non è una guerra fatta con pistole vecchie riciclate o kalashnikov vecchi di 40 anni, ma fatta con droni ed armi molto sofisticate, di cui molte (temo) di produzione europea. Purtroppo la guerra conviene ai fabbricanti di armi, perché parlare di pace a loro non conviene. Alla fine la domanda importante da porsi: chi prende le decisioni in Europa? Quindi se l’Europa e l’Occidente sono silenziose forse è perché a loro conviene così”.

Esiste una speranza ad una possibilità di pace?

“Penso che la speranza sia legata ad una educazione. Tornando a Khartoum nel tentativo di riaprire le nostre missioni, ci siamo resi conto che nei quartieri dove c’è un po’ di vita e la situazione sta tornando un po’ alla normalità, sono quartieri dove si vede i bambini giocare per strada; quindi sai che la vita sta tornando ad una certa normalità; mentre in altri quartieri, dove non vedi nessuno per strada e le case sono abbandonate, sai che c’è una forte tensione di guerra. I bambini sono l’emblema della speranza, per cui riaprire le scuole è un messaggio molto importante, che parla da sé.

Per noi missionari la riapertura delle scuole e delle chiese sono piccoli segnali di speranza: lunedì 8 dicembre abbiamo riaperto la parrocchia dell’Immacolata ed è stato molto bello che il nuovo parroco suonasse la vecchia campana che san Comboni aveva portato nel 1877 ed ancora suona, nonostante qualche crepa, per affermare che la Chiesa è ancora accanto alla popolazione: anche se pochi, continuiamo la nostra vita di comunità cristiana. Ci siamo e vogliamo fare la differenza”.

Allora, in quale modo la Chiesa e la congregazione comboniana supportano la popolazione?

“La Chiesa cattolica cerca di operare al meglio delle proprie possibilità; ricordo che in Sudan essa è una minoranza molto esigua in una popolazione al 97% mussulmana. Nel poco che si riesce a fare la Chiesa aiuta le persone che ci chiedono aiuto, soprattutto nelle prime necessità come salute ed educazione. Abbiamo aiutato molte famiglie ad ‘evacuare’. Offriamo aiuto anche attraverso la generosità dei benefattori che ci permettono di rispondere a questo tipo di esigenze, però a livello molto individuale, non avendo grandi strutture. Come comboniani continuiamo la presenza e recentemente ad Omdurman abbiamo riaperto le scuole: questo è un grande servizio che offriamo alla società civile in un periodo in cui c’è bisogno di far studiare i bambini”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: essere vicino agli ultimi

“Sono passati ormai quattro anni dall’inizio della guerra contro l’Ucraina. Il mio cuore va ancora alla drammatica situazione che sta sotto gli occhi di tutti: quante vittime, quante vite e famiglie spezzate, quanta distruzione, quante sofferenze indicibili! Davvero ogni guerra è una ferita inferta all’intera famiglia umana: lascia dietro di sé morte, devastazione e una scia di dolore che segna generazioni”: dopo la preghiera dell’Angelus, papa Leone XIV ha rinnovato l’appello per la pace in Ucraina dopo quattro anni di conflitto.

Nell’appello ha ribadito che la pace è un’esigenza urgente: “La pace non può essere rimandata: è un’esigenza urgente, che deve trovare spazio nei cuori e tradursi in decisioni responsabili. Per questo rinnovo con forza il mio appello: tacciano le armi, cessino i bombardamenti, si giunga senza indugio a un cessate-il-fuoco e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace”.

Quindi ha chiesto di preghiera: “Invito tutti a unirsi nella preghiera per il martoriato popolo ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra e di ogni conflitto nel mondo, perché possa risplendere sui nostri giorni il dono tanto atteso della pace”.

Prima della recita dell’Angelus il papa ha sottolineato che Gesù ha provato l’umanità: “Dopo aver digiunato per quaranta giorni, sente il peso della sua umanità: a livello fisico la fame e a livello morale le tentazioni del diavolo. Prova la stessa fatica che tutti sperimentiamo nel nostro cammino e, resistendo al demonio, mostra a noi come vincerne gli inganni e le insidie”.

Ed ecco che la Quaresima è occasione di riscoprire un cammino di conversione: “La liturgia, con questa Parola di vita, ci invita a guardare alla Quaresima come a un itinerario luminoso in cui, con la preghiera, il digiuno e l’elemosina, possiamo rinnovare la nostra cooperazione con il Signore nel realizzare il capolavoro unico della nostra vita. Si tratta di permettere a Lui di rimuovere le macchie e di guarire le ferite che il peccato può aver prodotto in essa, e di impegnarci a farla fiorire in tutta la sua bellezza fino alla pienezza dell’amore, unica fonte della felicità vera”.

E’ stato un invito al silenzio dai social: “In questo tempo di grazia, pratichiamola generosamente, assieme all’orazione e alle opere di misericordia: diamo spazio al silenzio; facciamo tacere un po’ i televisori, le radio, gli smartphone. Meditiamo la Parola di Dio, accostiamoci ai Sacramenti; ascoltiamo la voce dello Spirito Santo, che ci parla nel cuore, e ascoltiamoci a vicenda, nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle comunità. Dedichiamo tempo a chi è solo, specialmente agli anziani, ai poveri, ai malati. Rinunciamo al superfluo e condividiamo ciò che risparmiamo con chi manca del necessario”.

Mentre questa mattina il papa ha visitato la parrocchia romana del Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio, accanto al crocevia della grande stazione ferroviaria dove ‘in pochi metri’ c’è chi parte con la ‘spensieratezza’ garantita dalle comodità e chi, invece, non ha un tetto: “La Quaresima è un tempo liturgico intenso, che ci offre l’occasione di riscoprire la ricchezza del nostro Battesimo, per vivere da creature pienamente rinnovate grazie all’incarnazione, alla morte e alla risurrezione di Gesù”.

Nel commento alle letture odierne il papa ha sottolineato la libertà offerta da Dio: “Il racconto della Genesi ci riporta alla nostra condizione di creature, messe alla prova non tanto da un divieto, come spesso si crede, quanto da una possibilità: la possibilità di una relazione. L’essere umano è cioè libero di riconoscere e accogliere l’alterità del Creatore, il quale riconosce e accoglie l’alterità delle creature”.

Ma questa libertà è insinuata dal ‘serpente’: “Per impedire tale possibilità, il serpente insinua la presunzione di poter azzerare ogni differenza tra le creature e il Creatore, seducendo l’uomo e la donna con l’illusione di diventare come Dio. Satana li spinge a impossessarsi di qualcosa che, così dice, Dio vorrebbe negare loro per mantenerli sempre in uno stato di inferiorità. Questo affresco della Genesi è un capolavoro insuperato che rappresenta il dramma della libertà”.

Le tentazioni a cui Gesù si è sottoposto offrono una diversa chiave di lettura: “La scena delle tentazioni di Cristo, in fondo, affronta questo drammatico interrogativo. Essa ci conduce a scoprire la vera umanità di Gesù che, come insegna la Costituzione conciliare Gaudium et spes, rivela l’uomo a sé stesso: ‘Nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo’.

Infatti vediamo il Figlio di Dio che, opponendosi alle insidie dell’antico Avversario, ci mostra l’uomo nuovo, l’uomo libero, epifania della libertà che si realizza dicendo ‘sì’ a Dio. Questa nuova umanità nasce dal fonte battesimale”.

Tale libertà è data dal battesimo: “Anzitutto è il Sacramento stesso ad essere dinamico, perché ciò che offre non si esaurisce all’interno dello spazio e del tempo del rito, ma è una grazia che accompagna costantemente la vita intera, sostenendo la nostra sequela di Cristo. Ma il Battesimo è dinamico anche perché ci mette sempre di nuovo in cammino, dal momento che la grazia è una voce interiore che ci sollecita a conformarci a Gesù, liberando la nostra libertà perché essa trovi compimento nell’amore di Dio e del prossimo”.

Quindi l’invito ad essere un ‘presidio di prossimità’: “Per questo, carissimi, incontrandovi oggi vedo in voi uno speciale presidio di prossimità, di vicinanza dentro le sfide di questo territorio. In esso infatti sono numerosi i giovani universitari, i pendolari che vanno e vengono per motivi di lavoro, gli immigrati in cerca di occupazione, i giovani rifugiati che hanno trovato nella sede qui a fianco, per iniziativa dei Salesiani, la possibilità di incontrare coetanei italiani e realizzare progetti di integrazione; e poi ci sono i nostri fratelli che non hanno una casa e che trovano accoglienza negli spazi della Caritas di via Marsala”.

Invito preciso ad essere lievito: “In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione. La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i Salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a non trascurare sanità e sicurezza

“Apprezzo molto l’argomento che avete scelto per il vostro incontro di quest’anno: Healthcare for All. Sustainability and Equity. Esso è di grande importanza, sia per l’attualità, sia dal punto di vista simbolico. Infatti, in un mondo lacerato da conflitti, che assorbono enormi risorse economiche, tecnologiche e organizzative per produrre armi e altri dispositivi bellici, è quanto mai significativo dedicare tempo, forze e competenze per tutelare la vita e la salute”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, ricordando che in un mondo lacerato dai conflitti è necessario dedicare ogni sforzo alla tutela della vita.

Per questo ha raccomandato un approccio globale, perché la salute si costruisce integrando tutte le dimensioni sociali ed attraverso la pratica del bene comune: “Un primo aspetto che desidero sottolineare è il legame tra la salute di tutti e la salute di ciascuno. La pandemia del Covid-19 ce l’ha dimostrato in modo talvolta brutale. E’ apparso evidente quanto la reciprocità e l’interdipendenza stiano alla base della nostra salute e della vita stessa”.

Anche per il papa occorre individuare precise strategie sanitarie per la tutela della salute: “Lo studio di tale interdipendenza richiede il dialogo tra diversi saperi: la medicina, la politica, l’etica, il management e altri; come in un mosaico, la cui riuscita dipende sia dalla scelta delle tessere sia dalla loro combinazione. Infatti, a proposito dei sistemi sanitari e della salute pubblica, si tratta da una parte di comprendere i fenomeni e dall’altra di individuare azioni politiche, sociali e tecnologiche che riguardano la famiglia, il lavoro, l’ambiente e l’intera società”.

Questa tutela richiede responsabilità: “La nostra responsabilità quindi risiede, oltre che nel prendere provvedimenti per trattare le malattie e garantire equità nell’accesso alle cure, anche nel riconoscere come la salute sia influenzata e promossa da un insieme di fattori, e ciò chiede di essere esaminato e affrontato nella sua complessità”.

Ed ecco l’importanza della prevenzione: “Incontriamo qui il tema della prevenzione, che pure comporta una prospettiva ampia: le situazioni in cui le comunità vivono, che sono frutto di politiche sociali e ambientali, producono un impatto sulla salute e sulla vita delle persone. Quando esaminiamo la speranza di vita, e di vita in salute, in diversi Paesi e in diversi gruppi sociali, scopriamo enormi disuguaglianze. Esse dipendono da variabili come, ad esempio, il livello di retribuzione, il titolo di studio, il quartiere di residenza”.

Quindi causa della mancata prevenzione è anche la guerra: “E purtroppo oggi non possiamo tralasciare le guerre, che coinvolgono strutture civili, inclusi gli ospedali, e costituiscono il più assurdo attentato che la mano stessa dell’uomo rivolge contro la vita e la salute pubblica. Spesso si afferma che la vita e la salute sono valori ugualmente fondamentali per tutti, ma tale affermazione risulta ipocrita se al contempo ci si disinteressa delle cause strutturali e delle scelte operative che determinano le diseguaglianze. Nonostante le dichiarazioni e i proclami, nei fatti non tutte le vite sono ugualmente rispettate e la salute non è tutelata né promossa per tutti nello stesso modo”.

In questo contesto la nozione di ‘One health’, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità come un approccio multidisciplinare, integrato e globale, rappresenta una strada da perseguire per uno sviluppo equilibrato: “Ci può essere di aiuto la nozione di ‘One health’, come base per un approccio globale, multidisciplinare e integrato alle questioni sanitarie. Essa sottolinea la dimensione ambientale e l’interdipendenza delle molteplici forme di vita e dei fattori ecologici che ne consentono lo sviluppo equilibrato. E’ importante crescere nella consapevolezza che la vita umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature”.

Tale ‘nozione’ permette l’integrazione della sanità nella vita: “Tradotto in termini di azione pubblica, One health richiede l’integrazione della dimensione sanitaria in tutte le politiche (trasporti, alloggi, agricoltura, occupazione, educazione, e così via), nella consapevolezza che la salute tocca tutte le dimensioni della vita. Abbiamo dunque bisogno di rendere più solide la nostra comprensione e la nostra pratica del bene comune, perché non venga trascurato sotto la pressione di interessi particolari, individuali e nazionali”.

Quindi il bene comune ha bisogno di relazioni per non essere astrazione: “Il bene comune, che costituisce uno dei principi fondamentali del pensiero sociale della Chiesa, rischia di rimanere una nozione astratta e irrilevante se non riconosciamo che esso affonda le sue radici nella pratica concreta delle relazioni di prossimità tra le persone e dei legami vissuti tra i cittadini. E’ questo il terreno su cui può crescere una cultura democratica che favorisce la partecipazione ed è capace di coniugare efficienza, solidarietà e giustizia”.

Solo attraverso la cura delle relazioni si potrà sviluppare una fiducia nella sanità: “Occorre recuperare il collegamento con l’atteggiamento fondamentale della cura come sostegno e vicinanza all’altro, non solo perché si trova in situazione di bisogno o di malattia, ma perché condivide una condizione esistenziale di vulnerabilità, che accomuna tutti gli esseri umani. Solo così saremo in grado di sviluppare sistemi sanitari più efficaci e più sostenibili, in grado di soddisfare i bisogni di salute in un mondo dalle risorse limitate e di ripristinare la fiducia nella medicina e negli operatori sanitari, malgrado la disinformazione e lo scetticismo nei confronti della scienza”.

Mentre, ricevendo i prefetti il papa ha ricordato la similitudine tra il vescovo ed il prefetto: “Tale parentela storica contrassegna tutt’oggi la vostra missione, volta a servire lo Stato garantendo l’ordine pubblico e la sicurezza di tutti i cittadini. Specialmente il nostro tempo, segnato da conflitti e tensioni internazionali, evidenzia l’importanza di tutelare il bene comune, che è irriducibile ad aspetti materiali, giacché riguarda anzitutto il patrimonio morale e spirituale della Repubblica italiana”.

La ‘vigilanza’è a tutela dei cittadini: “Questi valori trovano nella civile convivenza la migliore condizione per diffondersi e progredire. Vigilando sulla concordia sociale, il Prefetto contribuisce a tutelare il presupposto irrinunciabile della libertà e dei diritti dei cittadini. Tutta la popolazione beneficia di questo servizio, soprattutto le fasce più deboli. Infatti, quando lo spazio civico è libero da disordini, i poveri trovano più agevolmente accoglienza, gli anziani sperimentano maggiore tranquillità, migliorano i servizi destinati alle famiglie, ai malati e ai giovani, favorendo uno sguardo più fiducioso sul futuro”.

Quindi per mantenere l’ordine è necessaria la lucidità della mente: “Sapete bene quale disciplina interiore sia richiesta per governare e promuovere l’ordine del proprio pensiero, prima che quello della Repubblica; appunto per questo, servire la Nazione significa dedicarsi con mente limpida e coscienza integra alla collettività, cioè al bene comune del popolo italiano. In tal senso, l’alta carica che ricoprite esige una duplice testimonianza.

La prima si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato; la seconda si attua connettendo responsabilità professionale e condotta di vita, come esempio di dedizione dato ai vostri concittadini, specialmente alle nuove generazioni. In proposito, auspico che la vostra autorevolezza contribuisca a migliorare il volto della burocrazia, cooperando a rendere sempre più virtuosa la cura della società”.

Senza dimenticare la solidarietà: “Specialmente in situazioni d’emergenza, davanti a calamità o pericoli, il vostro ruolo permette di esprimere al meglio i valori di solidarietà, coraggio e giustizia che onorano la Repubblica italiana. Lo spessore etico del vostro servizio contraddistingue inoltre le sfide portate dalle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, oggi applicate anche nella pubblica amministrazione. Questi strumenti vanno attentamente governati non solo a tutela dei dati personali, ma a beneficio di tutti, senza requisizioni elitarie”.

(Foto: Santa Sede)

Verso una pace ‘disarmata e disarmante’: convegno sul messaggio per la pace di papa Leone XIV

In un tempo segnato dal ritorno della guerra come strumento ordinario di regolazione dei conflitti, dall’indebolimento delle istituzioni multilaterali e da una crescente spinta al riarmo, il messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata mondiale della pace si colloca come un pronunciamento di forte spessore politico e culturale, oltreché pastorale. Non un appello generico, ma una presa di parola che interpella governi, istituzioni internazionali e società civili. «La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante» è l’orizzonte indicato dal Pontefice, una prospettiva che chiede di essere tradotta in scelte storiche concrete, capaci di incidere sugli assetti del potere globale.

Promosso dall’Istituto di diritto internazionale della pace ‘Giuseppe Toniolo’, dall’Azione Cattolica Italiana, dalla Pontificia Università Lateranense e dal Forum Internazionale di Azione Cattolica (Fiac), il convegno di sabato 31 gennaio (Domus Mariae – Roma, via Aurelia 481) intende approfondire l’idea di una pace che non si limiti all’assenza di guerra, ma che assuma il disarmo (materiale, culturale e istituzionale) come criterio di fondo dell’agire politico e delle relazioni internazionali. Nel suo messaggio, papa Leone XIV richiama con chiarezza la responsabilità collettiva di fronte a un sistema globale che investe sempre più risorse nella produzione di armi e sempre meno nella tutela dei diritti, nello sviluppo umano e nella prevenzione dei conflitti.

Una pace ‘disarmata’, anzitutto, nello stile: capace di rinunciare alla logica della forza, di smascherare la pretesa razionalità della guerra, di riaffermare la centralità del diritto e della non violenza attiva. Ma anche una pace “disarmante”, cioè dotata di strumenti concreti e credibili: dal disarmo nucleare alla riconversione degli investimenti, dalla difesa non armata all’educazione delle coscienze.

I lavori si apriranno con i saluti introduttivi di Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, e di Sandro Calvani, presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto di diritto internazionale della pace ‘Giuseppe Toniolo’. La prima sessione, ‘La pace disarmata: stile e organizzazione’ (ore 10.30-13.00), affronterà le radici culturali e giuridiche della pace. Debora Tonelli, rappresentante della Georgetown University a Roma, proporrà una riflessione sulla non violenza come stile personale e politico. Tommaso Greco, docente di Filosofia del diritto all’Università di Pisa, offrirà una critica radicale della ‘ragion bellica’ che ancora permea il discorso pubblico. Gabriele Della Morte, docente di Diritto internazionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, si concentrerà sul ruolo del multilateralismo, della negoziazione e della certezza del diritto internazionale come architravi di un ordine di pace.

Nel pomeriggio, la seconda sessione, ‘La pace disarmante: strumenti’ (ore 14.00-16.00), entrerà nel merito delle scelte politiche, economiche e sociali. Don Luigi Ciotti, presidente di Libera-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, affronterà il tema dei giusti investimenti e della nuova corsa agli armamenti, denunciandone le ricadute su democrazia e giustizia sociale. Carlo Cefaloni, redattore di Città Nuova, analizzerà il realismo del disarmo nucleare, oltre la retorica dell’inevitabilità.

Laila Simoncelli, avvocata, della Comunità Papa Giovanni XXIII, presenterà le prospettive della difesa non armata e non violenta e delle nuove forme di mobilitazione civile. Giulio Alfano, docente di Scienza politica alla Pontificia Università Lateranense, concluderà con una riflessione sull’educazione alla cultura della pace come investimento strategico per il futuro. A moderare l’intera giornata sarà Andrea Michieli, direttore dell’Istituto di diritto internazionale della pace ‘Giuseppe Toniolo’.

Il convegno si rivolge a studiosi, operatori pastorali, responsabili associativi, studenti e a quanti, nelle istituzioni e nella società civile, avvertono l’urgenza di ripensare la pace non come utopia disincarnata, ma come responsabilità storica e scelta politica esigente. In un contesto internazionale in cui la guerra tende a essere giustificata come necessità e il riarmo come inevitabile, la proposta di una pace ‘disarmata e disarmante’ si configura come un atto di resistenza culturale e come una piattaforma di lavoro per chi crede ancora nella forza del diritto, del dialogo e della non violenza organizzata.

Inoltre sabato 24 gennaio papa Leone XIV ha ricevuto in udienza Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, affrontando temi che hanno toccato il cuore della missione dell’Azione Cattolica e il suo servizio alla Chiesa e al Paese. In particolare, l’attenzione si è soffermata sull’impegno dell’Associazione per la pace, la cooperazione tra i popoli e la costruzione di relazioni ispirate alla fraternità, in un tempo segnato da conflitti, divisioni e nuove fragilità.

E’ stato inoltre sottolineato il valore del dialogo e della comunione tra le diverse realtà ecclesiali, come dimensione essenziale per una Chiesa capace di camminare insieme e di testimoniare il Vangelo nella complessità del mondo contemporaneo, sul modello proposto da Vittorio Bachelet, di cui quest’anno celebreremo il centenario della nascita. Ampio spazio è stato dedicato alla vocazione educativa dell’Azione Cattolica, tratto distintivo della sua storia e della sua presenza diffusa nelle parrocchie e nelle diocesi italiane. Un servizio che si esprime nell’accompagnamento delle persone di ogni età (ragazzi, giovani e adulti) e che contribuisce alla crescita integrale delle comunità, non solo sul piano ecclesiale ma anche su quello sociale e civile.

In questo orizzonte, è emersa con forza la responsabilità dei laici nel dare testimonianza nei territori, assumendo con consapevolezza le sfide del nostro tempo e abitandone le contraddizioni con uno stile evangelico. Il cammino dell’Azione Cattolica Italiana si colloca, come ricordato nel corso dell’udienza, nel solco fecondo del Concilio Vaticano II, che continua a orientare l’identità e l’azione dell’Associazione. Un riferimento vivo, che l’AC si impegna quotidianamente a tradurre in scelte concrete di corresponsabilità, partecipazione e servizio alla Chiesa locale e universale.

E’ stata richiamata anche la dimensione internazionale dell’esperienza associativa, condivisa con le AC presenti in molti Paesi del mondo, unite da una comune dedizione ai fratelli e alle sorelle, in particolare a quanti vivono situazioni di sofferenza, povertà e marginalità, e a coloro che cercano segni di speranza e di solidarietà. In questo contesto, Papa Leone XIV ha ricordato la ricca e luminosa tradizione spirituale dell’Azione Cattolica, segnata dalla testimonianza di numerosi santi e beati, e ha rivolto parole di incoraggiamento all’Associazione perché continui a essere sempre più missionaria e costruttrice di bene. Un’Associazione chiamata a dialogare e a incontrare tutti, senza esclusioni, e a rendere visibile, nella vita quotidiana, la gioia del Vangelo.

(Foto: Azione Cattolica Italiana)

Papa Leone XIV: il battesimo è la porta del cielo

“Il mio pensiero si rivolge a quanto sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente, in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone. Auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società. In Ucraina nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile. Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace”: al termine della recita dell’Angelus della domenica del battesimo di Gesù papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace in Medio Oriente, soprattutto per Siria ed Iran, e per la popolazione ucraina.

Ed ha riferito che ha battezzato alcuni neonati dei dipendenti della Santa Sede, estendendo la sua benedizione a tutti i bambini: “Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo in questi giorni, a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria. In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni. La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari”.

Prima della recita dell’Angelus il papa ha sottolineato il motivo per cui Dio si è fatto uomo: “Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità”.

Il battesimo di Gesù mostra la misericordia di Dio: “Sì, nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna”.

E’ stato un invito a ricordare il giorno del proprio battesimo: “Il sacramento del Battesimo realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito. Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza…

Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo”.

Anche nell’omelia per la festa del battesimo di Gesù il papa ha sottolineato che il battesimo trasforma in ‘creature’ nuove: “I figli, che ora tenete in braccio, sono trasformati in creature nuove. Come da voi genitori hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? Carissimi, se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”.

Nella breve  omelia il papa ha detto che il battesimo ci fa partecipe della Chiesa: “Il suo amore provvidente si manifesta in terra attraverso di voi, mamme e papà che chiedete la fede per i vostri figli. Certo, verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi. Il Battesimo, che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie, donando forza e costanza all’affetto che vi unisce”.

Ed i gesti battesimali sono testimonianza della bellezza della vita nella Chiesa: “I gesti che tra poco compiremo ne sono bellissime testimonianze: l’acqua del fonte è il lavacro nello Spirito, che purifica da ogni peccato; la veste bianca è l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno; la candela accesa al cero pasquale è la luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino. Vi auguro di continuarlo con gioia lungo l’anno appena iniziato e per tutta la vita, certi che il Signore accompagnerà sempre i vostri passi”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la pace è il ‘fine del nostro bene’

“L’anno che si è appena concluso è stato ricco di avvenimenti, a partire da quelli che hanno interessato direttamente la vita della Chiesa, che ha vissuto un intenso Giubileo e ha visto ritornare alla Casa del Padre il mio venerato predecessore, papa Francesco. Il mondo intero si è raccolto intorno al suo feretro nel giorno delle esequie, avvertendo il venir meno di un padre, che ha guidato il Popolo di Dio con profonda carità pastorale”: papa Leone XIV, ricevendo in udienza il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha iniziato il discorso nel ricordo di papa Francesco, che aveva spesso sottolineato che il mondo sta subendo una terza guerra mondiale ‘a pezzi’.

Da qui ha ricordato il ‘potente’ messaggio del Giubileo, appena concluso: “Nel corso dell’Anno Santo, milioni di pellegrini si sono riversati a Roma per compiere il pellegrinaggio giubilare. Ciascuno è venuto carico del proprio vissuto, di domande e di gioie, come pure di dolori e ferite, per varcare le Porte Sante, simbolo di Cristo stesso, nostro medico celeste, il quale venendo nella carne, ha preso su di sé la nostra umanità per renderci parte della sua vita divina, come abbiamo contemplato nel mistero del Natale da poco celebrato. Confido che in questo passaggio, molte persone abbiano potuto approfondire o riscoprire il loro rapporto con il Signore Gesù, trovando conforto e rinnovata speranza per affrontare le sfide della vita”.

Inoltre ha ricordato il suo primo viaggio apostolico: “Nel corso dell’anno, raccogliendo l’invito che era stato fatto a papa Francesco, ho avuto la gioia di poter recarmi in Türkiye e Libano. Sono grato alle Autorità di entrambi i Paesi per la loro accoglienza. A İznik in Türkiye, ho avuto modo di commemorare, insieme con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli e i Rappresentanti di altre confessioni cristiane, i 1700 anni del Concilio di Nicea, primo Concilio Ecumenico.

E’ stata un’importante occasione per rinnovare l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani. In Libano, ho incontrato un popolo che, nonostante le difficoltà, è pieno di fede e di entusiasmo e ho percepito la speranza proveniente dai giovani, che aspirano a costruire una società più giusta e coesa, rafforzando l’intreccio di culture e di fedi religiose, che rende il Paese dei Cedri unico al mondo”.

Comunque il suo discorso al Corpo diplomatico ha preso spunto dal libro ‘De Civitate Dei’ di sant’Agostino: “Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo”.

E’ stato un invito a leggere la realtà con ‘occhi’ agostiniani, senza alcuna contrapposizione: “Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte. Ai nostri giorni, essa comprende tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali.

Per Agostino, questa città era incarnata dall’Impero Romano. La città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile”.

Nella visione agostiniana le due ‘anime’ cittadine possono coesistere, perché ognuno è ‘protagonista’ della storia: “Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria”.

Il cristiano vive nella storia della città terrena apportando la sua visione con alcune avvertenze contro i ‘pericoli’ di una visione distorta della realtà: “Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista”.

Ed ha ripreso il concetto di ‘multilateralismo’ diplomatico caro a papa Francesco: “Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. Ad una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”.

Quindi ha condannato l’uso della forza per la violazione dei confini: “E’ stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé ‘nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini’, ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile”.

Richiamandosi al pensiero agostiniano ha ribadito la necessità della cooperazione internazionale: “E’ proprio questo atteggiamento che ha condotto l’umanità nel dramma della Seconda Guerra Mondiale, dalle cui ceneri sono poi nate le Nazioni Unite, il cui 80° anniversario è stato da poco celebrato. Esse sono state volute dalla determinazione di 51 nazioni come fulcro della cooperazione multilaterale per prevenire future catastrofi globali, per salvaguardare la pace, difendere i diritti umani fondamentali e promuovere uno sviluppo sostenibile”.

Quindi ha sottolineato l’importanza “del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. Il diritto umanitario, oltre a garantire, nelle piaghe della guerra, un minimo di umanità, è un impegno che gli Stati hanno preso. Esso deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti, al fine di mitigare gli effetti devastanti della guerra, anche in un’ottica di ricostruzione”.

Il discorso papale è stata una condanna esplicita all’uso della forza militare contro i civili e l’importanza dell’ONU: “Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale. In questa prospettiva, le Nazioni Unite hanno mediato conflitti, promosso lo sviluppo ed aiutato gli Stati nella protezione di diritti umani e libertà fondamentali”.

Ecco il motivo per cui la diplomazia ha bisogno di parole certe: “Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare”.

Da parole non certe nasce un’esclusione, definita dal papa ‘orwelliana’, che smarrisce la verità: “Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità.

Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”.

E può nascere una deriva che esclude i diritti: “Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari”.

E’ un’invocazione all’obiezione di coscienza: “L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale”.

Da questo assunto il papa ha chiesto che ci sia libertà religiosa: “I dati più recenti affermano che le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e che il 64% della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto. Nel chiedere il pieno rispetto della libertà religiosa e di culto per i cristiani, la Santa Sede lo domanda anche per tutte le altre comunità religiose. In occasione del 60° anniversario della promulgazione della Dichiarazione ‘Nostra Aetate’, uno dei frutti del Concilio Ecumenico Vaticano II conclusosi l’8 dicembre 1965, ho avuto modo di ribadire il rigetto categorico di ogni forma di antisemitismo, che purtroppo continua a seminare odio e morte, e l’importanza di coltivare il dialogo ebraico-cristiano, approfondendo le comuni radici bibliche”.

Quindi ha richiamato l’attenzione alla persecuzione contro i cristiani: “Non si può, tuttavia, tralasciare che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380.000.000 di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale e nel 2025 si è aggravato a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso. Tutti questi dati mostrano, purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un ‘privilegio’ o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale”.

Per questo ha ricordato i Paesi in cui i cristiani sono maggiormente perseguitati: “In questa sede, desidero rivolgere un pensiero particolare alle numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria, come pure a quelle del grave attentato terroristico del giugno scorso alla parrocchia Sant’Elia di Damasco, senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico.

Non va tuttavia trascurata una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia”.

Un’altra istituzione minacciata è la famiglia, fondamentale per la formazione civile: “Tale vocazione si manifesta in modo privilegiato e unico all’interno della famiglia. E’ in questo contesto che si apprende ad amare e si sviluppa la capacità di mettersi al servizio della vita, contribuendo così allo sviluppo della società e alla missione della Chiesa.

Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica”.

Famiglia che accoglie la vita: “La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità. La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio”.

Il discorso del papa è stato un appello a garantire la tutela della vita: “E’ alla luce di questa visione profonda della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile che si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita.

In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto ‘diritto all’aborto sicuro’ e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita”.

Lo stesso discorso è valido per la tutela della vita degli anziani e dei giovani: “Simili considerazioni possono essere estese ai malati e alle persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere. E’ compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia.

Analoga riflessione può essere riferita ai molti giovani costretti ad affrontare numerose difficoltà, tra le quali vi sono le tossicodipendenze. Occorre uno sforzo congiunto di tutti per debellare questa piaga dell’umanità e il narcotraffico che la alimenta, al fine di evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga. Insieme a tale sforzo non dovranno mancare adeguate politiche di recupero dalle dipendenze e maggiori investimenti nella promozione umana, nell’istruzione e nella creazione di opportunità di lavoro”.

Ricordando i troppi Paesi coinvolti nelle guerre il papa ha condannato l’industria delle armi: “In molti di questi scenari, notiamo, come rileva lo stesso Agostino, che al centro vi è sempre l’idea che la pace sia possibile solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza. D’altronde, la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari.

In particolare, penso all’importante seguito da dare al Trattato New START, in scadenza il prossimo mese di febbraio. Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale. Quest’ultima è uno strumento che necessita di una gestione adeguata ed etica, nonché di quadri normativi incentrati sulla tutela della libertà e sulla responsabilità umana”.

Nonostante tutto la pace è possibile: “Essa, come ricorda Agostino, ‘è il fine del nostro bene’, poiché è il fine proprio della città di Dio, a cui aspiriamo, anche inconsapevolmente, e di cui possiamo assaporare l’anticipo nella città terrena. Nel tempo del nostro pellegrinaggio su questa terra, essa esige umiltà e coraggio. L’umiltà della verità e il coraggio del perdono. Nella vita cristiana essi sono rappresentati dal Natale, in cui la Verità, il Verbo eterno di Dio, si fa umile carne, e dalla Pasqua, in cui il Giusto condannato perdona i suoi persecutori, donando loro la Sua vita di Risorto”.

Per questo ha citato alcune operazioni di pace: “Ed a ben vedere, non mancano neanche nel nostro tempo segni di coraggiosa speranza, che devono essere costantemente sostenuti. Penso ad esempio agli Accordi di Dayton, che trent’anni fa posero fine alla sanguinosa guerra in Bosnia ed Erzegovina e che, nonostante le difficoltà e le tensioni, hanno aperto la possibilità ad un futuro più prospero e armonioso.

Penso pure alla Dichiarazione congiunta di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, siglata nell’agosto scorso, che si spera possa spianare la strada a una pace giusta e duratura nel Caucaso meridionale, risolvendo i problemi ancora aperti con soddisfazione di entrambe le Parti. Per analogia penso all’impegno profuso in questi anni dalle Autorità vietnamite nel migliorare le relazioni con la Santa Sede e le condizioni in cui opera la Chiesa nel Paese. Sono tutti germogli di pace, che necessitano di essere coltivati”.

Mentre la chiusura del discorso ai diplomatici è stata riservata a san Francesco d’Assisi: “Il prossimo mese di ottobre, ricorrerà l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, un uomo di pace e di dialogo, universalmente riconosciuto anche da chi non appartiene alla Chiesa cattolica. La sua vita è luminosa perché animata dal coraggio della verità e dalla consapevolezza che un mondo pacifico si edifica a partire da un cuore umile, proteso alla città celeste. Un cuore umile e costruttore di pace è quanto auguro a ciascuno di noi e ad ognuno degli abitanti dei nostri Paesi all’inizio di questo nuovo anno”.

(Foto: Sede)

Da Roma un invito ad osare la pace

“Donne e uomini di differenti religioni, cercatori di pace, amici del dialogo, persone di buona volontà, ci siamo raccolti a Roma. Ci siamo ascoltati. Abbiamo pregato per la pace secondo le nostre diverse tradizioni religiose, portando nel cuore il dolore di tanti popoli per le guerre in corso. Abbiamo constatato le scandalose disuguaglianze, il disinteresse verso il creato e la vita delle future generazioni.

Abbiamo compreso ancor più profondamente che davvero ‘ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato’, che è ‘un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male’.

E’ questo il tempo di osare, per aprire vie di pace. Non si può aspettare. Non possono aspettare milioni di bambini, anziani, donne, uomini che subiscono le conseguenze della guerra”: con un appello alla pace attraverso frasi tratte dall’esortazione apostolica ‘Fratelli tutti’ si è concluso a Roma l’evento ‘Osare la pace’, l’incontro internazionale organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio alla presenza dei leader religiosi di tutto il mondo.

Nell’appello conclusivo si è sottolineato che non c’è ‘futuro senza l’altro’: “La pace è la domanda inascoltata di popoli interi, dei profughi, dei bambini, delle donne. Non c’è futuro se la guerra si sostituisce alla diplomazia e al dialogo nella soluzione dei conflitti”.

E’ stato un impegno per impegnarsi nel dialogo: “Per questo impegniamo noi stessi e chiediamo ai responsabili del mondo un cambiamento di paradigma: rimettiamo al centro la comunità umana. Impariamo di nuovo l’arte del vivere insieme. Costruiamo ponti e non muri. Fermiamo le guerre e apriamo il tempo della riconciliazione, per una sicurezza fondata sul dialogo e non sull’escalation della produzione e della minaccia delle armi. Le future generazioni ringrazieranno chi ha avuto il coraggio di osare per la pace. Abbandoniamo il tempo della forza e inoltriamoci nel tempo del dialogo e della negoziazione, che solo può dare pace e sicurezza”.

Ed un impegno importante possono offrirlo le religioni: “Le religioni offrono quello che hanno ricevuto da Dio: l’amore, la sapienza, il valore della vita, il perdono. Sono fermamente consapevoli che i popoli formano un’unica comunità, con un destino comune. Rivolgono con fede la loro preghiera perché si spenga ogni odio e sia consolato ogni cuore affranto. Nessuna guerra è santa, solo la pace è santa!”

Nel saluto conclusivo il presidente della Comunità di Sant’Egidio, prof. Marco Impagliazzo, ha sottolineato il soffio dello spirito di Assisi: “Cari amici, nonostante i venti di guerra, lo spirito di Assisi soffia ancora. Lo abbiamo visto in tutti questi anni stringendoci gli uni gli altri, scegliendo di resistere alla forza del male con le armi povere dell’incontro, del dialogo, della preghiera. Kondo Koko, sopravvissuta all’atomica di Hiroshima, ci ha trasmesso un messaggio fondamentale a partire dalla sua sofferenza: ‘è la guerra che dovremmo odiare, mai le persone!’ E continueremo a resistere con voi tutti che siete in questa piazza e altrove, pellegrini di pace!”

E’ stato un invito ad ‘osare la pace’: “Abbiamo cercato di non dimenticare nessuno, con la preghiera e con la memoria. Dai nostri incontri sono nate concrete iniziative di pace. Perché la pace è sempre possibile!

Osare la pace è liberare la grande energia di dialogo e di bene che c’è in ogni religione, in ogni uomo e in ogni donna. Anche se il presente appare spesso buio, noi guardiamo con trepidazione ‘alle scintille di speranza’ che abbiamo sostenuto in questi giorni a Roma. Che arrivino a tutti i popoli, perché (lo ripetiamo ancora) la pace è sempre possibile!”

La cerimonia conclusiva è stata ‘impreziosita’ dalla testimonianza di Malla Alì Omar, medico chirurgo sudanese, a 31 anni è arrivato in Italia all’inizio di questo mese con il corridoio umanitario dall’Etiopia: “Ma mentre parlo qui oggi, il mio cuore è ancora in Sudan. A El-Fashir, le persone vivono sotto assedio da più di due anni, senza cibo, medicine, speranza. Le madri danno ai propri figli cibo per animali pur di tenerli in vita. Chi non muore per i proiettili, muore lentamente di fame.  

Vi prego, vi chiedo, pregate per il Sudan. Pregate per El-Fashir. Pregate perché la pace torni nel mio Paese, e in ogni nazione lacerata dalla guerra. Ricordiamo: la pace non è solo l’assenza di guerra, ma la presenza dell’amore, della dignità e dell’umanità”.

Comunque l’intervento più atteso era quello di papa Leone XIV, che ha ringraziato per questi giorni di preghiera per la pace: “Il mondo ha sete di pace: ha bisogno di una vera e solida epoca di riconciliazione, che ponga fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli! Noi oggi, insieme, manifestiamo non solo la nostra ferma volontà di pace, ma anche la consapevolezza che la preghiera è una grande forza di riconciliazione”.

Ha messo in guardia da chi usa la religione per portare la guerra: “Chi non prega abusa della religione, persino per uccidere. La preghiera è un movimento dello spirito, un’apertura del cuore. Non parole gridate, non comportamenti esibiti, non slogan religiosi usati contro le creature di Dio. Abbiamo fede che la preghiera cambi la storia dei popoli. I luoghi di preghiera siano tende dell’incontro, santuari di riconciliazione, oasi di pace”.

E’ stata una proposta di ‘attivare’ la cultura della riconciliazione: “La cultura della riconciliazione vincerà l’attuale globalizzazione dell’impotenza, che sembra dirci che un’altra storia è impossibile. Sì, il dialogo, il negoziato, la cooperazione possono affrontare e risolvere le tensioni che si aprono nelle situazioni conflittuali. Devono farlo! Esistono le sedi e le persone per farlo…

Questo è l’appello che noi leader religiosi rivolgiamo con tutto il cuore ai governanti. Facciamo eco al desiderio di pace dei popoli. Ci facciamo voce di chi non è ascoltato e non ha voce. Bisogna osare la pace! E se il mondo fosse sordo a questo appello, siamo certi che Dio ascolterà la nostra preghiera e il lamento di tanti sofferenti. Perché Dio vuole un mondo senza guerra. Egli ci libererà da questo male!”

(Foto: Santa Sede)

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