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Quarta domenica di Quaresima: Signore, fa’ che io veda

Il brano del Vangelo continua la catechesi battesimale; il Battesimo è il sacramento che ci fa ‘uomini nuovi’, veri figli di Dio. Questa domenica è detta ‘lastre’, la domenica della gioia nella quale vediamo la luce e scopriamo la nuova dignità di figli di Dio. Perché la luce di Cristo risplenda in noi è necessario l’amore di Dio e avere il coraggio e la buona volontà di immergerci nella ‘piscina di Siloe’, il sacramento della riconciliazione.

Nel Vangelo il protagonista oggi è un mendicante, cieco dalla nascita; un uomo che non ha mai veduto né il sole, né la pioggia; non ha visto con i suoi occhi né il papà, né la mamma, un uomo costretto a vivere ai margini della società. Gesù lo vede, si commuove; fa un poco di fango con la saliva, spalma il fango negli occhi e lo invia alla piscina: ‘Vai, lavati ed avrai la vista’. Il cieco credette, andò, si lavò ed ebbe finalmente la vista. La salvezza operata da Gesù non è mai un atto magico, ma è sempre un atto relazionale: ognuno deve fare la sua parte: Dio opera ma l’uomo deve avere fede in Dio.

Ecco perché al cieco Gesù ordina: ‘Vai a Siloe e lavati!’, il cieco obbedì, andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Per i farisei presenti quanto è successo non è motivo di stupore, di riconoscenza a Dio, ma la convinzione che Gesù è un peccatore  per avere agito così in giorno di sabato. Al centro invece dell’agire di Cristo Gesù non c’è una norma di legge, ma c’è l’uomo e il suo bisogno. Ogni legge è scritta per servire l’uomo e riscattarlo nella sua dignità di persona umana.

Il miracolo operato da Gesù evidenzia una verità fondamentale: la preziosità della vista, non solo la vista fisica degli occhi, del corpo, ma soprattutto dell’anima, dello spirito. La vista fisica ci permette di cogliere l’apparenza delle cose: ciò che appare, che si può toccare con le mani, sentire con gli orecchi, cogliere anche nei suoi aspetti variopinti.  La vista dell’anima ci fa cogliere l’essenza delle cose, la verità che Dio ha profuso in esse; ci porta al cuor, ci porta a Dio. Chi non ha la luce della fede si ferma all’apparenza e si accontenta di essa; chi ha fede vede le cose in Dio, che ha creato tutta le realtà e l’uomo a sua immagine e somiglianza.

L’episodio del Vangelo è singolare: davanti a Gesù c’è quel povero cieco ormai guarito: una guarigione nel giorno di sabato, giorno di preghiera e del Signore; dall’altra parte ci sono i farisei, i dottori della legge. Quelli che si fermano alla lettera, all’apparenza, ed interrogano il guarito: chi sei?, come ci vedi?, chi ti ha dato la vista?, perché ti sei lavato in giorno di sabato? E’ peccato!  I farisei stimano il guarito un imbroglione ed interrogano i suoi genitori: è vostro figlio?, era cieco?, come ora ci vede? In giornata di sabato non si va in piscina a lavarsi.

Sembra un interrogatorio di quarto grado ed i genitori se ne lavano subito le mani per non essere coinvolti e rispondono: è nostro figlio, era cieco, chiedetelo a lui come ci vede; noi non lo sappiamo. Il cieco guarito ha ormai la vista degli occhi ma anche quella dell’anima e risponde da maestro: se Gesù è peccatore, io non lo so; so di certo che ero cieco ed ora ci vedo; ma, penso, può Dio operare miracoli attraverso un peccatore’ ? a meno che voi volete diventare suoi discepoli.

Ora il cieco è divenuto vero maestro destando l’ira dei farisei che dubitano della sua cecità; vorrebbero svuotare il miracolo dicendo: ‘Non è il cieco nato, ma uno che gli somiglia’; ma il cieco guarito ribatte: sono proprio io; mi ha guarito Gesù ma non so ora dove Egli sia. Nel cieco guarito i farisei vedono ora crollare tutti i loro sogni di grandezza, di un Dio tutto proprio perché si ritengono sani, saggi, pagano le tasse e sono rispettati dalla gente.

Ai farisei interessava la reputazione della gente; a Gesù interessa l’uomo, l’uomo creato ad immagine di Dio, l’uomo che deve essere salvato e riportato alla sua dignità: interessa salvare l’uomo. Sconfitti e delusi, i farisei si allontanano, mentre Gesù si avvicina al guarito; seppe che lo avevano cacciato fuori come peccatore e gli rivolge la domanda: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo?’ e il cieco guarito chiede: ‘Chi è Signore’? e Gesù aggiunge: ‘E’ colui che parla con te’; il guarito si prostrò e l’adorò. Il cieco guarito imbocca la strada della fede; scopre la luce vera, si prostra ed adora.

Nel cammino della vita l’uomo è chiamato a scoprire l’opera divina, che si impone senza compromessi, sempre per chiarezza e splendore. Il sabato, i comandamenti di Dio, la legge del Signore non mirano a schiavizzare l’uomo ma a renderlo veramente libero per amare Dio e i fratelli. Dio guarda sempre il cuore; il cuore deve essere sempre puro e libero.

Il Battesimo ci ha fatto rinascere a vita nuova e ci insegna una cosa: Amare perché Dio è amore. Con il Battesimo abbiamo ricevuto con lo Spirito Santo i tre semi teologali: la Fede, la Speranza e la Carità; come ogni seme la Fede deve crescere per segnare  la strada e la meta da raggiungere: luce vera che guida l’uomo nella giustizia e verità di Dio. Andiamo verso la Pasqua di risurrezione; ma sarà vera Pasqua se nel cuore regna l’amore.       

Tumori infantili: parlamento e governo per il sostegno alle famiglie

“Tanto lavoro è stato fatto, tantissimo rimane da fare, a cominciare dal sostegno che va dato a chi affronta queste cure”. E’ quanto ha dichiarato il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, nel messaggio per l’inaugurazione stamani a Montecitorio del convegno ‘Il diritto di guarire’, organizzato dalla Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica (FIAGOP) in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile.

“Un sostegno non soltanto dal punto di vista della ricerca, che è ovviamente fondamentale, ma anche da quello psicologico, dell’assistenza, dei caregiver dedicati”, ha proseguito Mulè. “Su questo in Parlamento abbiamo fatto una battaglia che vede l’assistenza psicologica al centro. Così come è stato fatto nello scorso anno inserendo finalmente nel Servizio Sanitario Nazionale la figura dello psicologo nei reparti di oncoematologia pediatrica, una figura che viene rafforzata con un ulteriore stanziamento previsto nella Legge di Stabilità già approvata del 2026. Piccoli passi, piccoli segni”, ha concluso Mulè, “che vanno però nella direzione di quella prossimità, di quella vicinanza, che va garantita in tutti i modi a coloro che quotidianamente combattono su questa trincea”.

Al convegno della FIAGOP, è giunto anche un messaggio da Alessandra Locatelli, ministro per le Disabilità: “In questo momento, stiamo lavorando moltissimo per il riconoscimento del caregiver familiare, quello che è vicino al bambino con una diagnosi così complessa”, ha detto Locatelli. “Si tratta di dare un riconoscimento al caregiver familiare prevalente e convivente, ma anche tutele differenziate per riconoscere servizi, tutele e sostegni a tutti coloro che hanno un impegno di cura più o meno intenso, anche a chi non è convivente.

Ma naturalmente vogliamo partire da chi ama, cura e non vuol essere sostituito in un impegno che a volte è di 24 ore su 24. Finalmente abbiamo una proposta che ha un punto di caduta comune e che può dare risposte a tutele differenziate, dal quale partire e sul quale poi migliorarsi nel corso dell’iter parlamentare o nel corso del tempo. E’ sicuramente un punto d’inizio fondamentale, che non dobbiamo lasciarci sfuggire”, ha concluso la ministro Locatelli, “che può iniziare a dare dignità e delle risposte concrete e responsabili alle persone che amano, che curano, che non vogliono essere sostituite, ma supportate anche dallo Stato”.

Al convegno a Montecitorio è intervenuta inoltre Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali: “La malattia di un figlio è una delle esperienze più dure per una famiglia e, affinché nessuno si senta solo, è necessaria una risposta fatta di cure, solidarietà e responsabilità condivisa”, ha sottolineato Bellucci. “Come governo stiamo rafforzando strumenti concreti di sostegno: dal Fondo per gli Enti del Terzo Settore, che assistono i bambini malati oncologici, incrementato in legge di bilancio di € 6.000.000 nel triennio 2026-28, all’attuazione della legge sull’oblio oncologico, per garantire pari opportunità nel lavoro e nella vita sociale a chi ha superato o sta affrontando la malattia, senza barriere o discriminazioni. Le Istituzioni continueranno ad esserci”, ha concluso Bellucci, “per accompagnare i più piccoli non solo nel percorso di cura, ma anche nella costruzione del loro futuro”.

“In questo convegno, abbiamo approfondito il tema dei diritti del bambino oncologico e della sua famiglia”, ha dichiarato a sua volta Sergio Aglietti, presidente della FIAGOP. “Il diritto principale è quello di guarire definitivamente e senza limitazioni per avere una vita come tutti gli altri bambini che diventeranno adulti. Per fare questo, occorre integrare diritti al sostegno psicosociale, alle migliori cure e alla ricerca scientifica propria dell’oncologia pediatrica”.

“Nei reparti di oncoematologia pediatrica non curiamo solo la malattia, ma accompagniamo bambini e genitori lungo un viaggio difficile, che richiede una presenza continuativa di équipe multidisciplinari e caregiver”, ha spiegato Angela Mastronuzzi, presidente dell’Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP). “Le misure annunciate rappresentano passi importanti, ma devono tradursi rapidamente in risorse stabili, perché il bisogno di assistenza è quotidiano e non può attendere i tempi della burocrazia.

Come operatori sanitari vediamo ogni giorno quanto faccia la differenza avere psicologi dedicati, servizi territoriali integrati e un concreto riconoscimento del ruolo dei caregiver familiari. Accogliamo quindi con favore l’attenzione delle Istituzioni e chiediamo che questo impegno diventi strutturale”, ha concluso Mastronuzzi, “per garantire davvero a tutti i bambini, adolescenti e giovani adulti il diritto di guarire e di costruirsi un futuro”.

Il convegno della FIAGOP alla Camera è stato organizzato con il contributo non condizionante del main sponsor Norgine Italia, di Bayer e della Federazione delle Associazioni Italiane degli Informatori Scientifici del Farmaco e del Parafarmaco (FEDAIISF). In occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile, FIAGOP ha anche promosso diverse campagne di sensibilizzazione a livello nazionale. Innanzitutto, è tornata l’iniziativa ‘Diamo radici alla speranza, piantiamo melograni’, che prevede la messa a dimora di un gran numero di piccole piante di questo arbusto da frutto presso parchi pubblici, giardini di ospedali e istituti scolastici. Novità di quest’anno è invece la campagna ‘Un succo per la vita’: le associazioni aderenti a FIAGOP stanno distribuendo in tutta Italia bottigliette di succo di melagrana – prodotto dalla Tenuta Il Melograno, azienda agricola biologica di Vasanello (Viterbo) – allo scopo di raccogliere fondi per finanziare un progetto triennale di ricerca di AIEOP sulla standardizzazione dello screening delle neoplasie pediatriche, di adolescenti e giovani adulti.

FIAGOP ha inoltre organizzato la tradizionale campagna “Ti voglio una sacca di bene”, dedicata alla promozione della donazione di sangue, piastrine e plasma, risorse fondamentali per garantire le cure ai bambini e ai ragazzi in terapia oncologica. Ulteriori informazioni sono disponibili su www.fiagop.it, www.giornatamondialecancroinfantile.it e www.unsuccoperlavita.it.

‘Siamo tutti Mariano’: la Fondazione Bambino Gesù del Cairo adotta il bambino di 200 kg

Esistono momenti che tracciano una linea definitiva tra il ‘prima’ e il ‘dopo’, istanti in cui una vita fragile incontra una promessa più grande della paura. Per il piccolo Mariano, residente a Vena di Maida, in provincia di Catanzaro, quel confine è stato attraversato il 5 febbraio, quando la Fondazione Bambino Gesù del Cairo Ente Filantropico ETS ha scelto di stringerlo a sé, adottando ufficialmente il suo cammino di guarigione, protezione e rinascita.

Mariano, conosciuto come ‘il bambino di 200 kg’, porta sulle sue giovani spalle una condizione di obesità patologica grave che ha segnato profondamente la sua infanzia. Quel numero non racconta soltanto un peso corporeo: racconta fatica, immobilità, vulnerabilità, isolamento. Racconta l’urgenza di cure altamente specialistiche e di un accompagnamento continuo, medico e umano. La sua situazione richiede un percorso multidisciplinare strutturato (endocrinologico, nutrizionale, psicologico e riabilitativo) capace di restituirgli non solo salute, ma prospettiva, autonomia e dignità.

Non si è trattato soltanto di una firma su un accordo legale con i genitori, Sigismondo e Tamara, ma di un atto di responsabilità morale e spirituale. La Fondazione ha scelto di farsi scudo, casa e custode di Mariano, assumendo la responsabilità esclusiva di raccogliere, coordinare e garantire ogni energia, ogni risorsa e ogni gesto d’amore che il mondo vorrà donargli. Un impegno fondato sulla trasparenza più rigorosa, affinché ogni contributo si trasformi in cura concreta, ogni donazione in dignità tangibile, ogni sostegno in futuro reale.

Come una carezza dolce, a suggello di questo legame appena nato, il 6 febbraio la storia di Mariano ha toccato le vette della speranza e della grazia. Il bambino e la sua famiglia sono stati accolti in Udienza Privata da Sua Santità Papa Leone XIV. In quel silenzio sospeso, carico di luce e di pace, Mariano ha ricevuto la Benedizione Apostolica: un gesto di carezza spirituale, un abbraccio invisibile che ha illuminato le ombre del passato, donato conforto al presente e affidato il suo futuro a un progetto più grande, condiviso e custodito, intriso di speranza, amore e protezione.

“Abbiamo deciso di abbracciare Mariano, di farci carico della sua fragilità e di trasformarla in speranza viva”, afferma con intensa commozione Mons. Yoannis Lazhi Gaid, Presidente della Fondazione ed ex Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco. “Non potevamo restare spettatori davanti al peso che grava sulle spalle di un bambino.

Abbiamo scelto di condividerlo, di sostenerlo insieme a migliaia di cuori generosi e di rilanciare con forza l’iniziativa: Siamo tutti Mariano. Non cammineremo da soli: lo faremo insieme a chiunque vorrà unirsi a noi, coordinando ogni aiuto con rigore e trasparenza, perché la speranza di Mariano non sia più un’attesa fragile, ma una casa sicura, una cura costante, un futuro possibile. Nessun peso è irrisollevabile, quando a sollevarlo è l’amore di molti”.

La Fondazione invita istituzioni, realtà associative, imprese e cittadini ad aderire con responsabilità e cuore a questa iniziativa, affinché Mariano e la sua famiglia non si sentano più soli e possano affrontare questo percorso sostenuti da una comunità unita.

Sicurezza. Trasparenza. Unità: questo protocollo non rappresenta soltanto un atto legale, ma un patto morale e pubblico: uno scudo per Mariano, una garanzia per chi dona, un progetto coordinato che assicura che ogni intervento sanitario, ogni sostegno economico e ogni azione istituzionale confluiscano in un unico, grande piano di cure e di rinascita. Oggi non è solo la storia di un bambino. Oggi è la responsabilità di tutti. Oggi, davvero, siamo tutti Mariano.

*già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco, Presidente della Fondazione ‘Bambino Gesù del Cairo ETS’ e della Fondazione della Fratellanza Umana

FIAGOP: maggiori tutele e legge 104 ai genitori di bambini malati di cancro

Maggiori tutele sul lavoro per i genitori che devono accudire i figli malati di cancro, con l’estensione dei benefici della Legge 104 a tutte le categorie di lavoratori, incluse le partite Iva. E’ quanto chiede la Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica (FIAGOP), in vista della Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile, istituita per il 15 febbraio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei tumori infantili e di esprimere sostegno ai minori malati di cancro e alle loro famiglie.  

Per questo appuntamento, FIAGOP ha organizzato a Roma un convegno sul tema ‘Il Diritto di Guarire. Un percorso di guarigione che integra diritti, cura e ricerca: dal reinserimento sociale dei guariti alla tutela dei caregiver’, che si svolgerà martedì 17 febbraio presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati.  

Al convegno interverranno esponenti politici, medici ed esperti, oltre a rappresentanti delle 32 associazioni in tutta Italia federate con la stessa FIAGOP. Nell’occasione, saranno anche presentate una serie di richieste al governo messe a punto da FIAGOP insieme con l’Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica (AIEOP), a partire dall’urgenza di un supporto economico ai genitori di bambini e adolescenti malati di tumore e dall’istituzione di un fondo specifico per la ricerca scientifica in ambito oncologia pediatrica.  

“FIAGOP aderisce anche quest’anno alla Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile in qualità di membro della Childhood Cancer International (CCI), promuovendo una mobilitazione nazionale che coinvolga tutte le associazioni federate in iniziative di sensibilizzazione, solidarietà e partecipazione attiva”, ha dichiarato il presidente di FIAGOP, Sergio Aglietti. “Il convegno che abbiamo organizzato nella sede prestigiosa di Montecitorio rappresenterà un’occasione fondamentale per portare all’attenzione delle Istituzioni i bisogni dei bambini e degli adolescenti guariti dal cancro, delle loro famiglie e dei caregiver, promuovendo politiche che garantiscano non solo la cura migliore possibile, ma anche il pieno diritto alla qualità della vita e al reinserimento sociale”.

Il programma del convegno, che sarà aperto dai saluti dei rappresentanti istituzionali, prevede una serie di interventi da parte di medici ed esperti: “Il diritto di guarire e di essere assistito”, dell’avv. Cinzia Laurenza, esperta in legislazione e specializzata nelle pratiche di invalidità civile, e della dott.ssa Laura Mori, responsabile del Servizio Sociale presso l’Ospedale A. Meyer di Firenze; “Guarire di più, guarire meglio: il ruolo della ricerca: riduzione degli effetti tardivi: il ruolo della ricerca finalizzato ad una guarigione migliore”, del prof. Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Oncoematologia dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma, e della prof.ssa Monica Terenziani, responsabile della Clinica Effetto Tardivo presso il Dipartimento di Pediatria e del Percorso di Preservazione della Fertilità dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; “Il passaggio all’età adulta: opportunità e sfide nell’inserimento sociale e lavorativo dei guariti”, del dott. Francesco Felicetti dell’Unità di Transizione per Neoplasie Curate in Età Pediatrica presso la Città della Salute e della Scienza di Torino. I lavori saranno conclusi dalla presidente di AIEOP, Angela Mastronuzzi, e dal presidente di FIAGOP, Sergio Aglietti.   Ulteriori informazioni sono disponibili su www.fiagop.it e www.giornatamondialecancroinfantile.it.  

Adolescenti coi modi difficili chiedono di essere amati. La parola ad Anna, liceale

Spesso parliamo dei giovani, ma non sempre siamo disposti a far parlare i giovani. Con i loro eccessi, ci sembrano sbagliati, esagerati, fuori posto. Sentiamo quasi la necessità di aggiustarli, di censurarli, oppure di ignorarli, come se l’adolescenza fosse una malattia e ‘speriamo passi in fretta’.

Eppure, l’adolescenza, con i suoi eccessi, con le emozioni sregolate, con le paure e le fragilità, è una stagione che va attraversata. Da soli? No. Sotto lo sguardo lucido, paziente, cosciente di adulti premurosi, solidi, che guidano e sostengono, senza giudicare.

A volte, in adolescenza affiorano le ferite che ci sono state procurate nell’infanzia. E’ in adolescenza che iniziamo a piangere le ingiustizie subite, a chiedere guarigione, a fare i conti con la rabbia e con la possibilità del perdono, soprattutto se la nostra famiglia ha lasciato segni che fanno male. Di seguito, troverete un testo scritto da una ragazza di 17 anni, combattuta in tanti aspetti, che vuole offrire agli adulti spunti per stare vicini ai giovani.

Studentessa del liceo coreutico di Tolentino, amante della danza, del canto e della poesia, scrive per dar voce ai suoi pensieri, per sfogare le sue sofferenze ma anche per aiutare i ragazzi a sentirsi meno soli e meno sbagliati. A lei spesso capita di sentirsi così. Sbagliata. E sta cercando di far pace con la sua storia, di perdonare, di trattenere il bene, anche se ha, ancora, tante ferite da curare.

Dietro alla rabbia e all’aggressività che a volte ha dimostrato agli altri, c’era poco amore per sé stessa; dietro alla strafottenza, il bisogno di essere vista, dietro alle parole forti o ai silenzi, la paura di non essere abbastanza. Lasciamo a lei la parola… e che gli adulti possano prendere nota.

“Sono la figlia di mio padre, quindi starò in silenzio finché questo silenzio pian piano non si trasformerà in rabbia, menefreghismo e disinteresse. Però sono anche la figlia di mia madre, e non importa quanto tu mi abbia fatto soffrire ma probabilmente finirò lo stesso per perdonarti, mettendo al primo posto il bene che ti voglio. Sono la figlia di mio padre, quindi conosco bene il silenzio che pesa più delle parole. So aspettare, so trattenere, so farmi piccola per non dare fastidio.

Sono la figlia di mia madre, quindi conosco anche la forza di chi ama senza misura, di chi perdona prima ancora di capire se dovrebbe. Sono la figlia di mio padre, e porto in me quella freddezza che a volte mi salva e a volte mi distrugge.

Quel distacco che sembra proteggermi, ma che in realtà costruisce muri che poi non so più abbattere. Sono la figlia di mia madre, e porto in me la sua capacità di abbracciare tutto, anche ciò che fa male, anche ciò che pesa. La sua tendenza a stringere ancora più forte quando gli altri si allontanano.

Sono la figlia di mio padre, e imparo a non tremare quando qualcuno alza la voce, perché dentro di me, ormai, il rumore l’ho spento da tempo. Sono la figlia di mia madre, e imparo a parlare anche quando la voce vacilla, perché il cuore, lei me lo ha insegnato, non va mai nascosto.

Sono la figlia di mio padre, e a volte scappo. Sono la figlia di mia madre, e a volte resto troppo. Sono la figlia di mio padre, e trattengo la rabbia finché diventa ghiaccio. Sono la figlia di mia madre, e trattengo l’amore finché diventa perdono.

Sono la figlia di mio padre, e porto nel sangue il suo silenzio duro, quello che ti insegna a non chiedere niente a nessuno, a stringere i denti anche quando fa troppo male. Sono la figlia di mia madre, e porto nel cuore la sua dolcezza ostinata, quella che ti fa restare anche quando dovresti andare, che ti fa perdonare anche quando non basterebbe. E sono queste due persone che vivono dentro di me.

Due poli opposti, due verità che tirano, che spingono, che mi dividono in modo sottile ma costante. Una mi difende, l’altra mi espone. Una mi fa chiudere, l’altra mi fa aprire. Una costruisce muri, l’altra tenta di scavalcarli. Sono la figlia di mio padre, e a volte divento fredda, distante, quasi invisibile. Sono la figlia di mia madre, e a volte divento calda, fragile, disposta a dare tutto anche quando non  resta niente.

Sono figlia di mio padre, ma lui non c’è mai stato. E sì, sono figlia di mia madre, colei che mi ha cresciuta da sola, ha creato muri che non le appartenevano e ha morso le labbra fino a farle sanguinare pur di salvarmi e farmi esistere.

Quindi sì, a volte sono incapace e aggressiva da far paura alle persone che mi stanno accanto, ma ricordatevi sempre che, verso ogni atto spregevole che io possa farvi, c’è un odio profondo verso me stessa. (…). Ed allora sì, continuate pure a giudicarmi, se volete. Continuate a dirmi che esagero, che urlo troppo, che sento troppo, che sbaglio tutto. Perché io, nel bene o nel male, sono il risultato di ciò che ho visto, di ciò che ho perso e di ciò che ho dovuto imparare troppo presto.

Sono figlia di mio padre, e ho dentro buchi che nessuno ha mai provato a riempire. E sono figlia di mia madre, e ho dentro un amore che mi spacca in due, perché lei mi ha insegnato a dare anche quando resti senza. E così cammino: a volte cado, a volte spingo via chi vorrei abbracciare, a volte mi difendo così forte da sembrare crudele. Ma chi sa guardarmi davvero capisce che ogni ferita che posso infliggere è un’eco di quelle che porto sotto la pelle.

E nonostante tutto, continuo a esserci. Continuo a scegliere, a tornare, a provarci. Perché quello che offro, nel poco o nel tanto, è reale. E’ mio. E’ vero. Ed un giorno, forse, qualcuno capirà che amare una come me non è facile… ma è autentico, senza maschere, senza filtri, senza il bisogno di essere diversi da ciò che siamo. Ed allora sì: sono figlia di mio padre, soprattutto, sono figlia di mia madre e un giorno diventerò figlia di me stessa”.

Anna, 17 anni, Albacina

Papa Leone XIV invita a tracciare nuove mappe di speranza

“…trovarsi in questo luogo, durante l’Anno giubilare, è un dono che non possiamo dare per scontato. Lo è soprattutto perché il pellegrinaggio, per attraversare la Porta Santa, ci ricorda che la vita è viva solo se è in cammino, solo se sa compiere dei ‘passaggi’, cioè se è capace di fare Pasqua”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha celebrato la Messa con gli studenti delle Università pontificie, firmando la Lettera apostolica a 60 anni dalla dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’.

Nell’omelia della celebrazione, che ha aperto il Giubileo del mondo educativo, il papa ha chiesto che l’esperienza dello studio e della ricerca universitaria possa rendere gli studenti capaci di uno sguardo nuovo: “E’ bello pensare alla Chiesa, allora, che in questi mesi, celebrando il Giubileo, sperimenta questo essere in cammino, ricordando a sé stessa di avere costantemente bisogno di convertirsi, di dover sempre camminare dietro Gesù senza tentennamenti e senza la tentazione di sorpassarlo, di essere sempre bisognosa di Pasqua, cioè di ‘passare’ dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. Spero che ciascuno di voi senta su di sé il dono di questa speranza e che il Giubileo sia un’occasione attraverso cui la vostra vita possa ripartire”.

Il papa è partito dal Vangelo per affermare che la Parola di Dio è liberante: “Una tale suggestione possiamo coglierla proprio dalla pagina del Vangelo appena proclamata , che ci consegna l’immagine di una donna curva la quale, guarita da Gesù, può finalmente ricevere la grazia di uno sguardo nuovo, uno sguardo più grande. La condizione dell’ignoranza, che spesso è legata alla chiusura e alla mancanza di inquietudine spirituale e intellettuale, assomiglia alla condizione di questa donna: essa è tutta curva, ripiegata su sé stessa, perciò le è impossibile guardare oltre sé stessa. Quando l’essere umano è incapace di vedere aldilà di sé, della propria esperienza, delle proprie idee e convinzioni, dei propri schemi, allora rimane imprigionato, rimane schiavo, incapace di maturare un giudizio proprio”.

Il pensiero del papa va diritto al cuore del racconto evangelico: “Come la donna curva del Vangelo, il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi. In realtà, però, molte cose che contano nella vita (possiamo dire le cose fondamentali) non ce le diamo da noi stessi; le riceviamo dagli altri, giungono a noi e le accogliamo dai maestri, dagli incontri, dalle esperienze della vita”.

Invece il Vangelo è grazia: “E questa è un’esperienza di grazia, perché guarisce i nostri ripiegamenti. Si tratta di una vera e propria guarigione che, proprio come succede alla donna del Vangelo, ci permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita e di guardarle in un orizzonte più grande. Questa donna guarita ottiene la speranza, perché può finalmente alzare lo sguardo e vedere qualcosa di diverso, vedere in modo nuovo. Questo succede in particolare quando incontriamo Cristo nella nostra vita: ci apriamo a una verità capace di cambiare la vita, di distrarci da noi stessi, di farci uscire dai ripiegamenti”.

Quindi lo studio è una grazia: “Chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita. Questa è la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso: ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale”.

Però è necessario uno sguardo nuovo: “Ricordiamolo sempre: la spiritualità ha bisogno di questo sguardo a cui lo studio della teologia, della filosofia e delle altre discipline contribuiscono in modo speciale. Oggi siamo diventati esperti di dettagli infinitesimali di realtà, ma siamo incapaci di avere di nuovo una visione d’insieme, una visione che tenga insieme le cose attraverso un significato più grande e più profondo; l’esperienza cristiana, invece, ci vuole insegnare a guardare la vita e la realtà con uno sguardo unitario, capace di abbracciare tutto rifiutando ogni logica parziale”.

E’ nn’esortazione ad avere uno sguardo ‘unitario’, come molti santi: “Vi esorto allora (lo dico a voi studenti e a tutti coloro che si impegnano nella ricerca e nell’insegnamento) a non dimenticare che di questo sguardo unitario ha bisogno la Chiesa di oggi e di domani. E guardando all’esempio di uomini e donne come Agostino, Tommaso, Teresa D’Avila, Edith Stein e molti altri, che hanno saputo integrare la ricerca nella loro vita e nel cammino spirituale, anche noi siamo chiamati a portare avanti il lavoro intellettuale e la ricerca della verità senza separarli dalla vita”.

Quindi ha sottolineato l’importanza dello studio che può trasformare: “E’ importante coltivare questa unità, perché quanto accade nelle aule dell’università e negli ambienti educativi di ogni ordine e grado non rimanga un astratto esercizio intellettuale, ma diventi una realtà capace di trasformare la vita, di farci approfondire la nostra relazione con Cristo, di farci comprendere meglio il mistero della Chiesa, di renderci testimoni audaci del Vangelo nella società”.

Però allo studio si collega l’educazione: “Educare somiglia al miracolo raccontato da questo Vangelo, perché il gesto di chi educa è rialzare l’altro, rimetterlo in piedi come Gesù fa con questa donna curva, aiutarlo a essere sé stesso e a maturare una coscienza e un pensiero critico autonomi.

Le Università Pontificie devono poter continuare questo gesto di Gesù. Si tratta di un vero e proprio atto d’amore, perché c’è una carità che passa proprio attraverso l’alfabeto dello studio, della conoscenza, della ricerca sincera di ciò che è vero e per cui vale la pena vivere. Sfamare la fame di verità e di senso è un compito necessario, perché senza verità e significati autentici si può entrare nel vuoto e si può perfino morire”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la Resurrezione sconfigge la tristezza

“Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i gruppi di adorazione venuti per il Giubileo, e la delegazione dell’Arcidiocesi di Białystok che ha portato la pietra angolare per il Museo del Beato Don Jerzy Popiełuszko. Oggi si celebra la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II. Esattamente 47 anni fa, in questa Piazza, egli ha esortato il mondo ad aprirsi a Cristo. Questo appello è valido ancora oggi: tutti siamo chiamati a farlo nostro”: al termine dell’udienza generale di oggi, memoria di papa san Giovanni Paolo II, papa Leone XIV ha salutato i pellegrini polacchi esortando tutti a seguire l’invito che il papa santo espresse nell’omelia della Messa di inizio del suo pontificato: ‘Tutti siamo chiamati a farlo nostro’.

E nella catechesi odierna papa Leone XIV ha incentrato la riflessione sulla resurrezione, che è un’esplosione di gioia: “La risurrezione di Gesù Cristo è un evento che non si finisce mai di contemplare e di meditare, e più lo si approfondisce, più si resta pieni di meraviglia, si viene attratti, come da una luce insostenibile e al tempo stesso affascinante. E’ stata un’esplosione di vita e di gioia che ha cambiato il senso dell’intera realtà, da negativo a positivo; eppure non è avvenuta in modo eclatante, men che meno violento, ma mite, nascosto, si direbbe umile”.

Inoltre guarisce dalle ‘malattie’ del tempo: “Oggi rifletteremo su come la risurrezione di Cristo può guarire una delle malattie del nostro tempo: la tristezza. Invasiva e diffusa, la tristezza accompagna le giornate di tante persone. Si tratta di un sentimento di precarietà, a volte di disperazione profonda che invade lo spazio interiore e che sembra prevalere su ogni slancio di gioia”.

Nel racconto evangelico dei discepoli di Emmaus il papa ha sottolineato che il sopravvento della tristezza può ‘distruggere’ la vita: “La tristezza sottrae senso e vigore alla vita, che diventa come un viaggio senza direzione e senza significato. Questo vissuto così attuale ci rimanda al celebre racconto del Vangelo di Luca sui due discepoli di Emmaus. Essi, delusi e scoraggiati, se ne vanno da Gerusalemme, lasciandosi alle spalle le speranze riposte in Gesù, che è stato crocifisso e sepolto.

Nelle battute iniziali, questo episodio mostra come un paradigma della tristezza umana: la fine del traguardo su cui si sono investite tante energie, la distruzione di ciò che appariva l’essenziale della propria vita. La speranza è svanita, la desolazione ha preso possesso del cuore. Tutto è imploso in brevissimo tempo, tra il venerdì e il sabato, in una drammatica successione di eventi”.

La tristezza è il vivere senza tenere conto della speranza: “Il paradosso è davvero emblematico: questo triste viaggio di sconfitta e di ritorno all’ordinario si compie lo stesso giorno della vittoria della luce, della Pasqua che si è pienamente consumata. I due uomini danno le spalle al Golgota, al terribile scenario della croce ancora impresso nei loro occhi e nel loro cuore.

Tutto sembra perduto. Occorre tornare alla vita di prima, col profilo basso, sperando di non essere riconosciuti… L’aggettivo greco utilizzato descrive una tristezza integrale: sul loro viso traspare la paralisi dell’anima”.

Ma la gioia si riaccende durante la cena: “Gesù accetta e siede a tavola con loro… Il gesto del pane spezzato riapre gli occhi del cuore, illumina di nuovo la vista annebbiata dalla disperazione. Ed allora tutto si chiarisce: il cammino condiviso, la parola tenera e forte, la luce della verità… Subito si riaccende la gioia, l’energia scorre di nuovo nelle membra stanche, la memoria torna a farsi grata. Ed i due tornano in fretta a Gerusalemme, per raccontare tutto agli altri”.

Così la Pasqua diventa un riconoscimento di un evento accaduto: “Il Signore è veramente Risorto. In questo avverbio, veramente, si compie l’approdo certo della nostra storia di esseri umani. Non a caso è il saluto che i cristiani si scambiano nel giorno di Pasqua. Gesù non è risorto a parole, ma con i fatti, con il suo corpo che conserva i segni della passione, sigillo perenne del suo amore per noi. La vittoria della vita non è una parola vana, ma un fatto reale, concreto”.

Ritorna la gioia, perché la Resurrezione cambia la prospettiva di vista: “La gioia inattesa dei discepoli di Emmaus ci sia di dolce monito quando il cammino si fa duro. E’ il Risorto che cambia radicalmente la prospettiva, infondendo la speranza che riempie il vuoto della tristezza. Nei sentieri del cuore, il Risorto cammina con noi e per noi. Testimonia la sconfitta della morte, afferma la vittoria della vita, nonostante le tenebre del Calvario. La storia ha ancora molto da sperare in bene.

Riconoscere la Risurrezione significa cambiare sguardo sul mondo: tornare alla luce per riconoscere la Verità che ci ha salvato e ci salva. Sorelle e fratelli, restiamo vigili ogni giorno nello stupore della Pasqua di Gesù risorto. Lui solo rende possibile l’impossibile!”

Precedentemente il papa aveva ricevuto in udienza la Fraternité Monseigneur Courtney; elogiando la missione accanto ai poveri: “Sono quindi lieto di accogliervi nel vostro cammino di fede: tornerete ai vostri impegni quotidiani rafforzati dalla speranza, meglio preparati a lavorare per lo sviluppo integrale di ogni persona alla luce del Vangelo”.

E’ stato un invito a mantenere viva la speranza: “Mantenete viva la speranza in un mondo migliore; Siate certi che, uniti a Cristo, i vostri sforzi porteranno frutto e saranno ricompensati. Affido voi e il vostro amato Paese, il Burundi, alla protezione di Nostra Signora del Rosario e imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica a voi, alle vostre famiglie e ai benefattori che operano per il progresso integrale del popolo burundese”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la spiritualità mariana è essenziale per la vita cristiana

“Negli ultimi giorni, l’accordo sull’inizio del processo di pace ha regalato una scintilla di speranza in Terra Santa. Incoraggio le parti coinvolte a proseguire con coraggio il percorso tracciato, verso una pace giusta, duratura e rispettosa delle legittime aspirazioni del popolo israeliano e del popolo palestinese. Due anni di conflitto hanno lasciato ovunque morte e macerie, soprattutto nel cuore di chi ha perso brutalmente i figli, i genitori, gli amici, ogni cosa. Con tutta la Chiesa sono vicino al vostro immenso dolore… A Dio, unica Pace dell’umanità, chiediamo di guarire tutte le ferite e di aiutare con la sua grazia a compiere ciò che umanamente ora sembra impossibile: riscoprire che l’altro non è un nemico, ma un fratello a cui guardare, perdonare, offrire la speranza della riconciliazione”: prima di concludere la messa per il Giubileo della spiritualità mariana, papa Leone XIV ha recitato in piazza San Pietro la preghiera mariana dell’Angelus con un pensiero per la Terra Santa.

Poi ha rivolto un pensiero anche contro gli attacchi all’Ucraina: “Con dolore invece seguo le notizie dei nuovi, violenti attacchi che hanno colpito diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti, tra cui bambini, e lasciando moltissime famiglie senza elettricità e riscaldamento. Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella privazione. Rinnovo l’appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprirsi al dialogo e alla pace!”

Infine un pensiero per la situazione in Perù: “Sono vicino al caro popolo peruviano in questo momento di transizione politica. Prego affinché il Perù possa continuare nella via della riconciliazione, del dialogo e dell’unità nazionale”.

Nella celebrazione eucaristica il papa ha ripreso le letture odierne, sottolineando la fedeltà di Dio: “Gesù è la fedeltà di Dio, la fedeltà di Dio a sé stesso. Bisogna dunque che la domenica ci renda cristiani, riempia cioè della memoria incandescente di Gesù il sentire e il pensare, modificando il nostro vivere insieme, il nostro abitare la terra. Ogni spiritualità cristiana si sviluppa da questo fuoco e contribuisce a renderlo più vivo”.

In questo giubileo della spiritualità mariana ha sottolineato il tema della guarigione: “La Lettura dal Secondo Libro dei Re ci ha ricordato la guarigione di Naamàn, il Siro. Gesù stesso commentò questo brano nella sinagoga di Nazaret e l’effetto della sua interpretazione sulla gente del paese fu sconcertante. Dire che Dio aveva salvato quello straniero malato di lebbra piuttosto che quelli che c’erano in Israele scatenò una reazione generale”.

Riprendendo un pensiero di papa Francesco il papa ha evidenziato la liberazione dalla malattia della presunzione: “Da questo pericolo ci libera Gesù, Lui che non porta armature, ma nasce e muore nudo; Lui che offre il suo dono senza costringere i lebbrosi guariti a riconoscerlo: soltanto un samaritano, nel Vangelo, sembra rendersi conto di essere stato salvato. Forse, meno titoli si possono vantare, più è chiaro che l’amore è gratuito. Dio è puro dono, sola grazia, ma quante voci e convinzioni possono separarci anche oggi da questa nuda e dirompente verità!”

E la spiritualità mariana è essenziale per la vita cristiana: “Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio. Il suo Regno, infatti, viene coinvolgendoci, proprio come a Maria ha chiesto il ‘sì’, pronunciato una volta e poi rinnovato di giorno in giorno”.

Ma Gesù si concentra sul ringraziamento, in quanto la grazia di Dio è per tutti: “I lebbrosi che nel Vangelo non tornano a ringraziare, infatti, ci ricordano che la grazia di Dio può anche raggiungerci e non trovare risposta, può guarirci e non coinvolgerci. Guardiamoci, dunque, da quel salire al tempio che non ci mette alla sequela di Gesù. Esistono forme di culto che non ci legano agli altri e ci anestetizzano il cuore. Allora non viviamo veri incontri con coloro che Dio pone sul nostro cammino; non partecipiamo, come ha fatto Maria, al cambiamento del mondo e alla gioia del Magnificat. Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede, che rischia di trasformare i diversi, spesso i poveri, in nemici, in ‘lebbrosi’ da evitare e respingere”.

Citando l’esortazione evangelica ‘Evangelii Gaudium’ papa Leone XIV sollecita a mantenere viva la spiritualità cristiana: “Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace, teniamo viva la spiritualità cristiana, la devozione popolare a quei fatti e a quei luoghi che, benedetti da Dio, hanno cambiato per sempre la faccia della terra. Facciamone un motore di rinnovamento e di trasformazione, come chiede il Giubileo, tempo di conversione e di restituzione, di ripensamento e di liberazione. Interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad affrontare la malattia nell’attenzione di Gesù

“Domenica scorsa è stato compiuto un vile attentato terroristico contro la comunità greco-ortodossa nella chiesa di Mar Elias a Damasco. Affidiamo le vittime alla misericordia di Dio ed eleviamo le nostre preghiere per i feriti e i familiari. Ai cristiani del Medio Oriente dico: vi sono vicino! Tutta la Chiesa vi è vicina! Questo tragico avvenimento richiama la profonda fragilità che ancora segna la Siria, dopo anni di conflitti e di instabilità. E’ quindi fondamentale che la comunità internazionale non distolga lo sguardo da questo Paese, ma continui a offrirgli sostegno attraverso gesti di solidarietà e con un rinnovato impegno per la pace e la riconciliazione”.

Al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha espresso preoccupazione per i cristiani in Medio Oriente, dopo l’attentato in una chiesa a Damasco, attraverso un appello alla pace per questa regione del mondo con le parole del profeta Isaia: “Continuiamo a seguire con attenzione e con speranza gli sviluppi della situazione in Iran, Israele e Palestina.

Le parole del profeta Isaia risuonano più che mai urgenti: ‘Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra’. Si ascolti questa voce, che viene dall’Altissimo! Si curino le lacerazioni provocate dalle sanguinose azioni degli ultimi giorni. Si respinga ogni logica di prepotenza e di vendetta e si scelga con determinazione la via del dialogo, della diplomazia e della pace”.

Mentre la catechesi dell’udienza generale è stata incentrata sulle guarigioni operate da Gesù: “Anche oggi meditiamo sulle guarigioni di Gesù come segno di speranza. In Lui c’è una forza che anche noi possiamo sperimentare quando entriamo in relazione con la sua Persona.

Una malattia molto diffusa nel nostro tempo è la fatica di vivere: la realtà ci sembra troppo complessa, pesante, difficile da affrontare. E allora ci spegniamo, ci addormentiamo, nell’illusione che al risveglio le cose saranno diverse. Ma la realtà va affrontata, e insieme con Gesù possiamo farlo bene. A volte poi ci sentiamo bloccati dal giudizio di coloro che pretendono di mettere etichette sugli altri”.

Quindi papa Leone XIV ha meditato su due episodi presi dal vangelo di Marco: “Tra queste due figure femminili, l’Evangelista colloca il personaggio del padre della ragazza: egli non rimane in casa a lamentarsi per la malattia della figlia, ma esce e chiede aiuto. Benché sia il capo della sinagoga, non avanza pretese in ragione della sua posizione sociale. Quando c’è da attendere non perde la pazienza e aspetta. E quando vengono a dirgli che sua figlia è morta ed è inutile disturbare il Maestro, lui continua ad avere fede e a sperare”.

Insomma due storie di sofferenza che si intrecciano: “Il colloquio di questo padre con Gesù è interrotto dalla donna emorroissa, che riesce ad avvicinarsi a Gesù e a toccare il suo mantello. Questa donna con grande coraggio ha preso la decisione che cambia la sua vita: tutti continuavano a dirle di rimanere a distanza, di non farsi vedere. L’avevano condannata a rimanere nascosta e isolata. A volte anche noi possiamo essere vittime del giudizio degli altri, che pretendono di metterci addosso un abito che non è il nostro. E allora stiamo male e non riusciamo a venirne fuori”.

Pur relegata riesce a trovare il coraggio di ‘uscire allo scoperto’: “Quella donna imbocca la via della salvezza quando germoglia in lei la fede che Gesù può guarirla: allora trova la forza di uscire e di andare a cercarlo. Vuole arrivare a toccare almeno la sua veste. Intorno a Gesù c’era tanta folla, e dunque tante persone lo toccavano, eppure a loro non succede niente. Quando invece questa donna tocca Gesù, viene guarita. Dove sta la differenza?”

Ricorrendo a sant’Agostino il papa ha messo in evidenza la fede che dà coraggio: “Commentando questo punto del testo, sant’Agostino dice (a nome di Gesù): ‘La folla mi si accalca intorno, ma la fede mi tocca’. E’ così: ogni volta che facciamo un atto di fede indirizzato a Gesù, si stabilisce un contatto con Lui e immediatamente esce da Lui la sua grazia. A volte noi non ce ne accorgiamo, ma in modo segreto e reale la grazia ci raggiunge e da dentro pian piano trasforma la vita”.

Ciò accade anche oggi con l’invito a superare la paura: “Forse anche oggi tante persone si accostano a Gesù in modo superficiale, senza credere veramente nella sua potenza. Calpestiamo la superficie delle nostre chiese, ma forse il cuore è altrove! Questa donna, silenziosa e anonima, vince le sue paure, toccando il cuore di Gesù con le sue mani considerate impure a causa della malattia. Ed ecco che subito si sente guarita”.

Ugualmente succede al padre, a cui è morta la figlia: “Nel frattempo, portano a quel padre la notizia che sua figlia è morta. Gesù gli dice: ‘Non temere, soltanto abbi fede!’. Poi va a casa sua e, vedendo che tutti piangono e gridano, dice: ‘La bambina non è morta, ma dorme’… Quel gesto di Gesù ci mostra che Lui non solo guarisce da ogni malattia, ma risveglia anche dalla morte. Per Dio, che è Vita eterna, la morte del corpo è come un sonno. La morte vera è quella dell’anima: di questa dobbiamo avere paura”.

L’ultima annotazione del papa ha evidenziato l’attenzione di Gesù al nutrimento del guarito: “Un ultimo particolare: Gesù, dopo aver risuscitato la bambina, dice ai genitori di darle da mangiare. Ecco un altro segno molto concreto della vicinanza di Gesù alla nostra umanità. Ma possiamo intenderlo anche in senso più profondo e domandarci: quando i nostri ragazzi sono in crisi e hanno bisogno di un nutrimento spirituale, sappiamo darglielo? E come possiamo se noi stessi non ci nutriamo del Vangelo?

Cari fratelli e sorelle, nella vita ci sono momenti di delusione e di scoraggiamento, e c’è anche l’esperienza della morte. Impariamo da quella donna, da quel padre: andiamo da Gesù: Lui può guarirci, può farci rinascere. Gesù è la nostra speranza!”

(Foto: Santa Sede)

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