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Papa Leone XIV convoca le Conferenze episcopali per la pastorale della famiglia

“Il 19 marzo 2016, Papa Francesco ha offerto alla Chiesa universale un luminoso messaggio di speranza riguardo all’amore coniugale e famigliare: l’Esortazione apostolica Amoris laetitia, frutto di tre anni di discernimento sinodale sostenuti dall’Anno Santo della Misericordia. In questo decimo anniversario, vogliamo rendere grazie al Signore per l’impulso dato allo studio e alla conversione pastorale della Chiesa e chiedergli il coraggio di proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo, nella gioia di poterlo annunciare a tutti”: attraverso una lettera in occasione del decimo anniversario dell’esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco, ‘Amoris Laetitia’, papa Leone XIV convoca per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo per un evento di ‘ascolto reciproco’ e ‘discernimento sinodale’.

Nella lettera il papa ciò che il Concilio Vaticano II ha trasmesso in merito alla famiglia: “Come insegna il Concilio Vaticano II, la famiglia è ‘il fondamento della società’, dono di Dio e ‘scuola di arricchimento umano’. Mediante il Sacramento del matrimonio, gli sposi cristiani costituiscono una sorta di ‘Chiesa domestica’, il cui ruolo è essenziale per l’educazione e la trasmissione della fede. Sulla scia dell’impulso conciliare, le due Esortazioni apostoliche ‘Familiaris consortio’, data da san Giovanni Paolo II nel 1981, ed ‘Amoris laetitia’ hanno entrambe stimolato l’impegno dottrinale e pastorale della Chiesa al servizio dei giovani, dei coniugi e delle famiglie”.

Con tale esortazione apostolica papa Francesco ha dato un preciso impegno alla Chiesa in questo cammino sinodale: “Il suo discorso del 17 ottobre 2015, pronunciato durante la XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, invita a un ‘ascolto reciproco’ all’interno del popolo di Dio…   E precisa che non è ‘possibile parlare della famiglia senza interpellare le famiglie, ascoltando le loro gioie e le loro speranze, i loro dolori e le loro angosce’.

Raccogliendo i frutti del discernimento sinodale, ‘Amoris laetitia’ offre un insegnamento prezioso che dobbiamo continuare ad approfondire oggi: la speranza biblica della presenza amorevole e misericordiosa di Dio, che permette di vivere ‘storie di amore’ anche quando si attraversano ‘crisi familiari’; l’invito ad adottare ‘lo sguardo di Gesù’ ed a stimolare senza stancarci ‘la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare’: l’appello a scoprire che l’amore nel matrimonio ‘dà sempre vita’ e che esso è ‘reale’ proprio nel suo modo ‘limitato e terreno’, come ci insegna il mistero dell’Incarnazione”.

Come detto ai giovani nel giubileo a Tor Vergata il papa ha evidenziato la necessità di vivere la bellezza della famiglia: “Per servire la missione di annunciare il Vangelo della famiglia alle giovani generazioni, dobbiamo imparare a evocare la bellezza della vocazione al matrimonio proprio nel riconoscimento della fragilità, in modo da risvegliare ‘la fiducia nella grazia’ ed il desiderio cristiano di santità. Dobbiamo anche sostenere le famiglie, in particolare quelle che soffrono tante forme di povertà e di violenza presenti nella società contemporanea”.

Proprio per questa vitalità della famiglia il papa ha chiesto attenzione per la pastorale: “Il nostro tempo è segnato da rapide trasformazioni che, ancor più di dieci anni fa, rendono necessaria una particolare attenzione pastorale alle famiglie, alle quali il Signore affida il compito di partecipare alla missione della Chiesa di annunciare e testimoniare il Vangelo.

Vi sono, infatti, luoghi e circostanze in cui la Chiesa ‘non può diventare sale della terra’ se non per mezzo dei fedeli laici e, in particolar modo, delle famiglie. Perciò l’impegno della Chiesa in questo ambito va rinnovato e approfondito, affinché coloro che il Signore chiama al matrimonio e alla famiglia possano vivere il loro amore coniugale in Cristo e i giovani si sentano attratti dall’intensità della vocazione matrimoniale nella Chiesa”.

Ed ecco la convocazione delle Conferenze Episcopali per un confronto su questa esortazione apostolica di papa Francesco: “Prendendo atto dei cambiamenti che continuano a influenzare le famiglie, ho deciso di convocare nell’ottobre 2026 i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali”.

Papa Leone XIV: l’accoglienza è un’esperienza

“Sono lieto di incontrarvi e di condividere con voi qualche riflessione sul tema che state affrontando come ‘Cattedra dell’Accoglienza’, nata dall’esperienza spirituale dell’Associazione Fraterna Domus con il sostegno fattivo di altre realtà ecclesiali e sociali. Queste vostre giornate sono animate dalla consapevolezza che la vocazione cristiana è orientata a generare comunione tra le persone, e la comunione nasce dalla capacità di accogliere gli altri, offrendo ascolto, ospitalità e assistenza”: ricevendo la ‘Cattedra dell’accoglienza’ papa Leone XIV ha invitato i partecipanti ad essere ‘educatrici ed educatori dell’accoglienza’ e a continuare a ‘promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società’.

Per questo il papa ha sottolineato il valore etimologico della parola, centrale per la relazione: “Una possibile etimologia della parola ‘accogliere’, centro di ogni vostra attività, risale al latino accipere che significa ‘ricevere’, ‘prendere con sé’. Al centro di ogni autentica accoglienza vi è, infatti, una relazione che nasce dalla grazia di un incontro”.

Quindi l’accoglienza è un’esperienza: “Facciamo esperienza di tanti tipi di incontro e quindi di accoglienza: l’incontro con le persone che ci amano, con i familiari, con i colleghi, e anche con persone estranee, a volte ostili. Quando un incontro è vero, da esperienza personale può trasformarsi e, progressivamente, diventare capace di coinvolgere gli altri dando vita a un’esperienza comunitaria”.

E’ stato un ringraziamento all’associazione per aver dedicato il tema di quest’anno ai giovani: “In un tempo attraversato da profonde trasformazioni culturali e sociali, i giovani, che sono naturalmente il futuro della società e della Chiesa, in realtà ne costituiscono già il presente vivo e generativo. Le loro domande e le loro inquietudini, infatti, invitano a rinnovare lo stile dei nostri rapporti.

Accogliere persone giovani significa, anzitutto, mettersi in ascolto delle loro voci, incrociare i loro sguardi e riconoscere che, nelle loro esistenze e nei loro linguaggi, lo Spirito continua a operare e a suggerirci percorsi rinnovati di presenza e custodia. Vorrei soffermarmi proprio su queste due parole (presenza e custodia), che concorrono a illuminare il senso cristiano dell’accoglienza”.

La presenza è importante perché segna un punto di riferimento: “Ognuno di noi, fin dal primo istante di vita, cresce in una realtà sociale. La famiglia, la parrocchia, la scuola, l’università, il lavoro rappresentano modelli di società dove si intrecciano diverse dimensioni: psicologica, giuridica, morale, pedagogica, culturale. Sono spazi di elezione identitaria il cui compito primario è delineato proprio dalla presenza. Essere presenti nella vita degli altri significa condividere tempo, esperienze, significati, offrendo punti di riferimento stabili nei quali gli altri possano riconoscersi e crescere”.

Per questo il ‘modello’ è la Famiglia di Nazaret: “Guardando alla Santa Famiglia di Nazaret (al cui modello di ispira la Fraterna Domus), ogni comunità accogliente può riscoprire la propria chiamata e imparare a orientarsi nel cammino del servizio. L’episodio evangelico di Maria e Giuseppe che smarriscono Gesù e, angosciati, lo ritrovano dopo tre giorni nel Tempio ci insegna che la presenza dell’altro non è un automatismo, ma l’esito di una ricerca costante. E’ accaduto a ciascuno di noi di smarrire qualcuno o qualcosa a cui eravamo molto legati. In quel momento ci siamo accorti di quanto quella presenza fosse preziosa”.

Ugualmente succede per la fede: “Così succede anche nella vita di fede: diamo per scontata la presenza di Gesù nella nostra esistenza, finché all’improvviso sembra che Egli non sia più dove lo abbiamo lasciato. Avvertiamo un senso di smarrimento. In realtà, non è Lui che si è perso, ma noi che ci siamo allontanati. Quando avviene questo, siamo chiamati a cercarlo con fiducia, con il coraggio di percorrere strade inesplorate, guardando il mondo con occhi nuovi, carichi di speranza. In questo modo si smetterà di cercare un Dio a propria misura per incontrarlo dove Egli abita. Cercare Gesù significa, dunque, passare dalla sicurezza delle nostre convinzioni alla responsabilità dell’incontro, imparando a vedere e ad accogliere la presenza di Dio che è sempre oltre”.

Quindi la presenza rimanda alla custodia, chiedendo di prendere ad esempio san Giuseppe: “E’ proprio quello che ha fatto san Giuseppe custodendo la famiglia affidatagli dal Signore. In lui riconosciamo che accogliere, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare accanto all’altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura. Questo atteggiamento appartiene anzitutto a Dio, che la Bibbia mostra come il custode del suo popolo”.

Infatti il salmo 121 ricorda il valore di custodire (‘Non si addormenterà, non prenderà sonno / il custode d’Israele. / Il Signore è il tuo custode’): “Da questa prospettiva comprendiamo che anche la famiglia umana è chiamata a preservare ciò che le è stato affidato: le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli, soprattutto di coloro che soffrono e che sono più fragili. Così Giuseppe ci dimostra che presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell’altro”.

Queste sono le due ‘lampade’ che conducono verso la santità: “Queste due parole possono rappresentare due lampade nel vostro percorso verso un’accoglienza capace di aprire sentieri di santità, in una prospettiva mai autoreferenziale, sempre relazionale e fraterna, così come ci ricorda l’enciclica ‘Fratelli tutti’, là dove afferma: ‘Solo una cultura sociale e politica che comprenda l’accoglienza gratuita potrà avere futuro’ per le nuove generazioni”.

Concludendo l’incontro il papa ha ringraziato ed incoraggiato l’associazione per l’impegno nell’accoglienza: “Carissimi, vi ringrazio per il vostro impegno silenzioso e discreto. Vi incoraggio a essere educatrici ed educatori dell’accoglienza. Coltivate il carisma dell’accoglienza nell’ascolto dello Spirito Santo, il cui frutto, ci dice san Paolo, ‘è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé’. Così potrete continuare a generare insieme ambienti capaci di promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società”.

(Foto: Santa Sede)

Vincenzo Varagona: da Torino un’informazione per la pace

Il congresso nazionale dell’Ucsi, che si è svolto al Sermig di Torino nelle scorse settimane, ha eletto Vincenzo Varagona nel suo secondo mandato da presidente dell’Unione cattolica stampa italiana. Accanto a lui i tre vicepresidenti dell’associazione Domenico Interdonato, Antonello Riccelli, Maria Luisa Sgobba. Inoltre della nuova giunta fanno parte anche Paola Springhetti (segretaria), Alessandro Zorco (amministratore), Giuseppe Delle Cave, Paolo Lambruschi, Alberto Lazzarini, Luisa Pozzar.

Mentre il congresso ha eletto anche il nuovo Consiglio nazionale dell’associazione: Claudio Baccarin (Veneto), Giustino Basso (Trentino – Alto Adige), Elisa Battista (Piemonte), Sara Bessi (Toscana), Rita D’Addona (Molise), Danijel Devetak (Friuli Venezia Giulia), Francesca Di Palma (Liguria), Giuseppe Longo (Basilicata), Elena Lovascio (Umbria), Andrea Pala (Sardegna), Mariangela Parisi (Campania), Francesco Pira (Sicilia), Laura Simoncini (Sicilia), Angela Trentini (Abruzzo), Daniela Verlicchi (Emilia Romagna).

Infine nel Collegio dei Garanti ci saranno invece Giovanni Bucchi (Emilia Romagna), Antonio Foti (Sicilia), Giulia Pigliucci (Lazio). Il Collegio dei Revisori dei Conti è composto da Salvatore Catapano (Puglia), Giovanni Corso (Sicilia), Flaminia Vittoria Marinaro (Lazio), Piero Chinellato (Marche), Eugenio Montesano (Basilicata).

A conclusione del congresso è stato approvato il documento conclusivo del Congresso, che ha espresso un giudizio positivo sul quadriennio trascorso ed ha invitato a proseguire con continuità, con particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e agli investimenti nella comunicazione digitale e nell’intelligenza artificiale, da utilizzare con responsabilità e sempre dichiarandone l’impiego, ribadendo l’identità professionale ed ecclesiale dell’Ucsi, il valore del lavoro in rete, la centralità della formazione e dell’advocacy, delineando un’Ucsi chiamata a essere presenza culturale e segno di speranza nella comunità:

“Il Congresso conferma la lunga tradizione di lavoro e ricerca nel campo del servizio pubblico radiotelevisivo, del diritto dei giornalisti di informare e della gente di essere informata: diritti e doveri compromessi dalla prevalenza di poteri forti, a livello nazionale e internazionale, che mettono a serio rischio l’informazione libera e la stessa democrazia.

Il congresso ribadisce il primato di quei percorsi che possono incoraggiare la solidarietà e la condivisione anche tra soggetti provenienti da storie, culture e ambiti diversi. Dall’esperienza al Sermig esce la profonda esigenza di conversione degli stili di vita con l’uso di ‘parole disarmate e disarmanti’, invito che ci arriva direttamente da papa Leone XIV”.

Al riconfermato presidente dell’UCSI, Vincenzo Varagona, chiediamo innanzitutto per quale motivo l’UCSI ha scelto il Sermig per parlare di informazione e di comunicazione: “Già prima del Covid Ucsi aveva in mente di celebrare il suo congresso al Sermig. La pandemia ce lo ha impedito. Oggi scegliere l’Arsenale della pace è stato un imperativo, più che un’opzione. L’Ucsi non contribuirà a silenziare l’impegno per la pace e chi non si stanca (come papa Francesco e papa Leone XIV) di dire, ma direi urlare, che non esiste guerra che porti alla pace”.

In quale modo l’UCSI è presenza viva nelle Chiese locali?

“Anche nella Chiesa stessa c’è un significativo problema di comunicazioni, sia interna, sia esterna. Molto spesso tra gli stessi soggetti incaricati di lavorare per la comunicazione (uffici comunicazione sociale, media diocesani) c’è difficoltà di comunicazione. All’esterno, non so quanto le ingenti risorse investite (in flessione, comunque) ottengono i risultati sperati. Occorre, quindi, animare una piccola rivoluzione. Noi la stiamo suggerendo, facendo cambiare pelle alla stessa Ucsi, speriamo che in giro si faccia altrettanto”.

More request, more sources (Più domande, più fonti); More time (Più tempo per approfondire); More languages, more points of view (Più linguaggi, più punti di vista); More legal protections, rights, freedom (Più tutele, diritti e libertà); More humanity (Più umanità) è l’obiettivo dell’UCSI: in cosa consistono queste ‘5M’?

“E’ un brand. In realtà niente di rivoluzionario, anche se diventa rivoluzionario in relazione a quanto sta accendo. L’informazione è evidentemente in crisi e cerca strade per uscirne. Le 5W non bastano più e allora abbiamo rovesciato la W che diventa una M che sta per l’inglese ‘more’, indicando cosa manca per ristabilire quel rapporto di fiducia e credibilità fra mondo dell’informazione ed opinione pubblica: più diritti, più tempo, più linguaggi, più fonti, soprattutto più umanità. Papa Francesco per anni ci ha suggerito più empatia, più ascolto con l’orecchio del cuore, più assenza di giudizio. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda”.

L’informazione può essere azione culturale?

“Abbiamo percorso in questi anni l’Italia in lungo e in largo proponendo momenti di formazione che costituiscono naturalmente azione culturale. Ci siamo connessi con il Constructive Network che propone uno stile diverso nel fare informazione, con lo sforzo di disegnare un contesto accanto al tema affrontato, verificando le soluzioni possibili al problema e indicando anche quelle che non hanno funzionato. Abbiamo anche indicato la strada del counseling, disciplina che lavora sulle relazioni umane e sulle consapevolezze, sia personali che professionali. Organizziamo incontri nelle scuole, con studenti e giornalisti. Ci sono, ovunque, risposte molto interessanti”.

L’informazione è capace di custodire voci e volti umani?

“Oggi, non lo so. Basta leggere alcuni giornali, vedere alcuni telegiornali, davvero non lo so. Può esserlo? Credo proprio di sì. Cambiando pelle, però. L’Ucsi lo sta facendo. C’è chi si è stupito, a Torino, nel vedere molti giovani e molte donne. C’è chi è rimasto un pò frastornato dal nuovo logo, decisamente moderno, che indica sostanzialmente due cose: Ucsi non è solo stampa cattolica, ma è formata da giornalisti e comunicatori cattolici che lavorano in tutti i media esistenti. Inoltre la U di Ucsi è proposta in modo tale da identificare l’aspirazione a una nuova relazione fra mondo dell’informazione. Ci crediamo molto”.

Nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire voci e volti umani, papa Leone XIV ha invitato a non rinunciare al proprio pensiero: quale compito ci attende?

“ Papa Francesco ci invitava a modificare l’ordine delle notizie, per dare voce a chi non ha voce. Papa Leone XIV ci invita a non rinunciare al nostro pensiero. Ebbene chiarire innanzitutto quale sia il nostro pensiero. Credo che una delle priorità, in questo momento della storia, sia relativa alla pace. Uno dei disastri informativi negli ultimi tempi sia stato il silenziamento dei due papi e di chiunque osasse dire che la guerra non è certo organizzata allo sviluppo del pianeta. Per andare contro corrente occorre coraggio, anche perché c’è non il rischio, ma la certezza di essere travolti dalla ‘bestia’ della propaganda. Non è un caso che gli unici giornali che hanno deciso di opporsi sono cresciuti proprio in termini di fiducia e credibilità. La strada è questa”.

(Tratto da Aci Stampa)

Haiti, il documentario che sostiene gli orfani della ‘Maison des Anges’

Estrema povertà, violenza criminale delle gang, calamità naturali: Haiti è questo, ma non solo, perché, sebbene non sia nelle pagine delle maggiori testate internazionali, può contare su una storia gloriosa di emancipazione dallo schiavismo già dai primi anni dell’800. Una storia che può rivivere ancora oggi a partire dal riscatto dei più piccoli, costretti spesso ad affiliarsi alle gang come unica possibilità per sopravvivere. Sono i ‘Figli di Haiti’, documentate dal regista Alessandro Galassi, che il quotidiano ‘Avvenire’ ha deciso di raccontare con un progetto multimediale.

Sono passati 200 anni dal 17 aprile 1825, quando la Francia costrinse gli ex schiavi, che avevano decimato le armate napoleoniche, ad indennizzarla con 150.000.000 franchi; sennò l’isola sarebbe stata invasa di nuovo. Si tratta di un debito che Haiti ha impiegato anni a ripagare e che ne ha minato già dal principio lo sviluppo con conseguenze che ancora scontano i suoi abitanti.

Il docufilm è stato ideato per un sostegno concreto all’orfanatrofio ‘Maison des Anges’ che, dopo aver subito violenza da parte delle gang locali, è stato costretto a fuggire nel dipartimento  lungo il fiume Artibonite per continuare a garantire un impegno di ospitalità e istruzione ai bambini orfani, come racconta il regista Alessandro Galassi: “Haiti è il simbolo della periferia del mondo, che lo scorso anno ha celebrato 200 anni dal debito che il Paese ha pagato alla Francia per avere la libertà. Oggi il Paese è completamente in mano alle gang, create dalle élite per proteggersi; è anche un hub strategico per il traffico di droga e organi dalla Colombia agli Stati Uniti”

Il regista ha percorso le strade delle periferie più pericolose nel mondo, dal Messico all’Afghanistan, prima di arrivare nell’isola caraibica: “Haiti è tra le realtà più pericolose che abbia incontrato fino ad ora perché mancano regole e anche l’ingresso per i reporter è complicato perché non ci sono limiti, le gang lasciano il paese in un totale stato di ingovernabilità. Di notte non è possibile uscire, ci sono proiettili vaganti e tutt’intorno c’è una situazione di povertà estrema, gli sfollati occupano ogni spazio possibile per sfuggire alla violenza e vivono senza nessun tipo di aiuto umanitario”.

Perchè un docufilm sui giovani di Haiti?

“Il docufilm non è esattamente un lavoro ‘sui giovani di Haiti’. E’ piuttosto un film sulla speranza. Ed i giovani, oggi, sono il territorio privilegiato in cui la speranza prova a sopravvivere. Per questo, insieme ad Avvenire, abbiamo scelto loro come chiave di racconto di un Paese complesso, ferito, ma ancora vivo. I giovani non rappresentano soltanto il futuro: sono il presente che, faticosamente, cerca uno spazio di respiro e di vita alternativo all’unico che sembra possibile, all’unica opzione che spesso viene loro proposta: entrare a far parte delle gang”.

Come è nata la sceneggiatura del docufilm?

“Non lavoro mai su una sceneggiatura rigida. Nel documentario, soprattutto in un progetto come questo, si lavora piuttosto sul contesto storico, politico e sociale. In questo caso è stato in parte più semplice, perché Avvenire, attraverso la campagna ‘Figli di Haiti’, segue e racconta da tempo la situazione del Paese. Il film nasce anche grazie alla preziosa collaborazione di Lucia Capuzzi, inviata del quotidiano, che ad Haiti è stata molte volte e che ha portato una conoscenza profonda del territorio e delle sue contraddizioni”.

Quale situazione ha trovato ad Haiti?

“Quello che ho trovato, è stato peggiore di quanto immaginassi. Una situazione segnata da un collasso quasi totale: della sicurezza interna, delle prospettive politiche, della presenza della comunità internazionale. Tutto questo ha permesso ad Haiti di diventare, consapevolmente o meno, una terra di nessuno, dove le gang comandano con la forza. Di fatto il Paese si è trasformato in un hub del contrabbando di armi, droga e organi. Ho vissuto Haiti come uno spazio di futuro distopico che ci aspetta se non saremo capaci di tornare indietro, di fare comunità: la sicurezza delegata ad agenzie private, i cittadini costretti a unirsi per difendersi da soli, a costruire cancelli, a chiudere strade, a privatizzare la paura. E’ una dinamica che racconto nella parte finale del film”.

In quale modo Haiti può essere un grande Paese?

“Eppure Haiti può essere un grande Paese. E’ il luogo in cui l’uomo ha conquistato la libertà: il primo Stato al mondo nato da una rivolta di schiavi che hanno scelto la vita. Da una terra con una storia così potente, in un contesto umano e naturale così straordinario, capace di tanta sofferenza, ci si può attendere solo una grande lezione”.

Cosa chiedono i giovani haitiani?

“I giovani che ho incontrato chiedono pochissimo. Come raccontano i ragazzi della scuola occupata, chiedono semplicemente di poter vivere la propria vita. Opportunità, dignità, speranza. Chiedono di non essere obbligati a scegliere la morte per vivere, di non dover entrare in una gang per sfamare i propri figli”.

Quale è l’opera della Chiesa a favore della gioventù haitiana?

“Non conosco nel dettaglio tutta l’opera della Chiesa nel Paese, ma so che oggi molte delle poche realtà rimaste attive sono quelle delle congregazioni religiose e della Caritas. Io ho incontrato, in uno dei quartieri più difficili di Port-au-Prince, suor Paesie, missionaria francese che attraverso un orfanotrofio e scuole prova a restituire futuro ai bambini. Conosco invece molto bene il lavoro di Avvenire: la campagna ‘Figli di Haiti’, che per tutto il 2025 ha raccontato una guerra dimenticata attraverso reportage, podcast e questo docufilm. Nella convinzione che il primo, indispensabile passo sia la conoscenza. Perché dare visibilità a ciò che viene rimosso è, oggi, un dovere giornalistico e umano necessario”.  

(Tratto da Aci Stampa)

Il Rock Cristiano (live) di Nando Bonini: “Tutto per amore di Dio”

In occasione dell’uscita il 14 febbraio del CD dal vivo Tutto per amore di Dio, una raccolta dei brani più significativi dei vari musical e recital scritti negli ultimi anni, inizia a marzo il tour per l’Italia del chitarrista, compositore e produttore Nando Bonini. Il nuovo lavoro del musicista che ha alle spalle una lunga collaborazione con Vasco Rossi (dal 1993 al 2005) ed altri importanti artisti italiani, si compone di 14 tracce per la durata complessiva di un’ora e 5 minuti ed è la registrazione del concerto che porterà in varie città d’Italia nei prossimi mesi.

I brani sono eseguiti dallo stesso Bonini (chitarre/voce) e da musicisti di solida esperienza come Marco Maggi (tastiere), Mario Schmidt (basso) e Andy Ferrera (batteria), che condividono i progetti del rocker lombardo senza timore di testimoniare in musica la Fede cattolica. Ai tre componenti della band si aggiungono sul palco il cantante e attore Alessio Contini e la lettrice Marina Bonalberti.

Nando Bonini, che tra i suoi numerosi progetti ha anche firmato album hard rock o progressive come ad esempio il suo ultimo lavoro in studio intitolato The Knights of the Last Days (Videoradio Channel Edizioni Musicali, Alessandria2025), una sorta di concept album ispirato all’Apocalisse di san Giovanni (6,1-8), oltre alla lunga collaborazione con Vasco Rossi (quasi 13 anni), ha alle spalle significative esperienze con altri noti artisti come Edoardo Bennato, Alberto Fortis, i Righeira e gli Skiantos.

Poi, durante una tournée con Vasco Rossi visse una straordinaria illuminazione che lo ha portato ad abbracciare la Fede, tanto da diventare terziario francescano. Significativo da quest’ultimo punto di vista è il brano incluso nel live intitolato Tanto è il bene che mi aspetto, che riprende il noto passaggio dell’omelia che nel 1213 san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226) rivolse al conte Orlando di Chiusi della Verna: «Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto».

Nella track list del CD segnaliamo in particolare le canzoni mariane come Madonna cara e C’eri tu sotto la Croce e il brano che dà il titolo all’album e al concerto dal titolo Tutto per amore di Dio. Per contatti (informazioni e/o richiesta del concerto) ci si può rivolgere alla casa di produzione musicale “Lux Mundi” (luxmundi02@gmail.com) e consultare il sito www.nandobonini.it. Il CD Tutto per amore di Dio, invece, può essere ordinato scrivendo a info@nandobonini.it (euro 13,50).

Da Terni un invito a riscoprire l’esperienza di vita di san Valentino

“Carissimi fratelli e sorelle, la liturgia della Parola di questa domenica, nella quale la nostra Chiesa diocesana celebra la festa del s. Patrono Valentino, focalizza l’attenzione sui comandamenti di Dio. Il sostantivo ‘comandamento’, a primo impatto sembra stridere con il desiderio di libertà a cui tutte le persone aspirano e aspiriamo”: in una cattedrale gremita di fedeli è stata celebrata, domenica scorsa, la festa diocesana di san Valentino con il solenne pontificale presieduto dal vescovo Francesco Antonio Soddu, concelebrato da mons. Salvatore Ferdinandi, vicario generale della Diocesi, da p. Josline Peediakkel parroco di san Valentino, dai i vicari foranei ed episcopali, il clero diocesano.

La festa del patrono della città di Terni è per la comunità cittadina un’occasione per riflettere sull’identità della città alla luce della testimonianza di san Valentino che ha plasmato cristianamente la città di Terni durante il suo lungo ministero episcopale, come maestro, padre dei poveri e dei giovani innamorati, di custode dell’amore: “San Valentino si presenta a noi come esempio fulgido da seguire sulla via della umanità e della santità. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo.

Intelligenza, legge e cuore in Valentino sono pienamente in sintonia e connesse per formare l’ossatura robusta della persona e del santo. Egli ha vissuto una vita buona perché ha nutrito la sua esistenza con il vangelo che è il bene sommo, il cibo sano per la vita sana. Tra le tante opportunità di una esistenza nociva e a buon mercato ha saputo scegliere e coltivare questo bene e non lo ha barattato con nient’altro”.

Nell’omelia il vescovo di Terni ha sottolineato che il santo ternano sia esempio per i giovani: “In un periodo, quello di Valentino, in cui l’odio per la fede portava al disprezzo stesso per la vita fino a inculcare il male in tutte le sue dimensioni facendolo passare per ottima cosa e utile per la crescita degli individui, egli si oppose risolutamente, testimoniando una ovvietà che anche oggi necessita d’esser presa in seria considerazione: se a una persona o a qualsiasi essere vivente viene somministrato del veleno, questi si ammala e inesorabilmente è destinato a perire.

Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.

Facendo riferimento alla liturgia della Parola che focalizza l’attenzione sui comandamenti, il vescovo ha sottolineato la pedagogia dell’insegnamento di Gesù: “Oppure ancora quando a causa del suo insegnamento ben mirato ed esigente molti non lo seguirono più, ai suoi discepoli disse se volete andarvene anche voi siete liberi di farlo.

Cari fratelli e sorelle tutto questo il Signore Gesù lo fa non per umiliare o opprimere nessuno quanto piuttosto per sciogliere i vincoli di qualsiasi contenimento del bene posto da un limite umano e così proiettare la persona verso la libertà assoluta che proviene da Dio”.

Quindi la Parola di Dio insegna che per poter aderire in pienezza a tutto questo è necessaria una particolare sapienza: “Il nostro san Valentino fa parte di questa schiera eletta. Egli però non è un numero anonimo fra tanti. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo con quell’intelligenza di cui abbiamo sentito e pregato con il Salmo responsoriale: Dammi intelligenza perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore”.

E’ stato un invito a valorizzare l’esperienza di san Valentino: “Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.

Mentre nella festa della solennità di san Valentino mons. Domenico Cancian vescovo emerito di Città di Castello, ha sottolineato la vocazione del Santo: “San Valentino fa parte dell’identità del popolo di questa chiesa e della città nella forma più bella. Tutti siamo affascinati da questa persona che non è un eroe, un personaggio o un influencer, noi celebriamo un santo, testimone di Cristo e del Vangelo e di una umanità migliore.

Valentino ha risposto alla sua vocazione sia come vescovo, che come uomo, come cultore della verità e dell’amore. San Valentino è attuale e vuole dirci che la santità cristiana è opera di Dio, è grazia del Signore che trasforma la vita”.

Quindi è un santo ‘attuale’: “Un santo che è estremamente attuale che ha dato la testimonianza più alta come vescovo e come uomo, ad immagine del buon pastore Gesù, che ha dato la vita per noi. Chi segue Gesù non è un mercenario, il buon pastore invita a non approfittare invece che farsi servitore, a non servirsi invece che servire, non strumentalizzare a proprio favore. Piuttosto insegna ad accogliere l’umanità dispersa, smarrita, sbandata che non ha speranza”.

(Foto: Diocesi di Terni)

Papa Leone XIV invita i sacerdoti ad essere santi

“Sono lieto di rivolgermi a voi con questa lettera in occasione della vostra Assemblea Presbiterale, e lo faccio con un sincero desiderio di fraternità e unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo e, dal profondo del cuore, ciascuno di voi per la disponibilità a incontrarvi come presbiterio, non solo per discutere di questioni comuni, ma anche per sostenerci a vicenda nella missione che condividete”: con una lunga e dettagliata lettera papa Leone XIV si è rivolto ai circa 1500 preti partecipanti all’assemblea presbiterale in corso fino a domani a Madrid con una riflessione sul ruolo del sacerdote in un’epoca in cui la fede è ‘strumentalizzata e banalizzata’.

Nella lettera il papa ha ‘apprezzato’ il loro impegno sacerdotale: “Apprezzo l’impegno con cui vivete ed esercitate il vostro sacerdozio nelle parrocchie, nei ministeri e nelle diverse realtà. So che questo ministero si svolge spesso tra stanchezza, situazioni complesse e una dedizione silenziosa testimoniata solo da Dio. Proprio per questo, spero che queste parole vi giungano come un gesto di vicinanza e di incoraggiamento, e che questo incontro favorisca un clima di ascolto sincero, di vera comunione e di fiduciosa apertura all’azione dello Spirito Santo, che non cessa di operare nella vostra vita e nella vostra missione”.

Per questo il papa ha invitato i sacerdoti al discernimento per comprendere meglio il ‘disegno di Dio’: “I tempi che la Chiesa sta vivendo ci invitano a fermarci insieme per una riflessione serena e onesta. Non tanto per soffermarci su diagnosi immediate o misure di emergenza, ma per imparare a comprendere in profondità il momento che stiamo vivendo, riconoscendo, alla luce della fede, sia le sfide che le possibilità che il Signore apre davanti a noi. In questo cammino, diventa sempre più necessario coltivare il nostro sguardo e praticare il discernimento, così da poter percepire più chiaramente ciò che Dio sta già operando, spesso silenziosamente e discretamente, in mezzo a noi e nelle nostre comunità”.

Tale lettura deve essere inserita in un contesto culturale e sociale: “Questa lettura del presente non può prescindere dal quadro culturale e sociale in cui la fede oggi si vive ed esprime. In molti ambiti osserviamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione del discorso pubblico e una tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola attraverso ideologie o categorie parziali e insufficienti. In questo quadro, la fede rischia di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante, mentre si consolidano forme di convivenza che prescindono da qualsiasi riferimento trascendente”.

Quindi anche il messaggio evangelico risente di tale ‘clima’ culturale: “A questo si aggiunge un profondo cambiamento culturale che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di punti di riferimento condivisi. Per lungo tempo, il seme cristiano ha trovato un terreno largamente fertile, perché il linguaggio morale, i grandi interrogativi sul senso della vita e alcune nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi.

Oggi, quel terreno comune si è notevolmente indebolito. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno facilitato la trasmissione del messaggio cristiano non sono più evidenti e, in molti casi, persino comprensibili. Il Vangelo incontra non solo l’indifferenza, ma anche un diverso paesaggio culturale, in cui le parole non hanno più lo stesso significato e dove l’annuncio iniziale non può più essere dato per scontato”.

Di questa situazione ‘soffrono’ soprattutto i giovani: “Sono convinto (e so che molti di voi lo percepiscono nell’esercizio quotidiano del vostro ministero) che una nuova inquietudine si agita nel cuore di molte persone, soprattutto dei giovani. La ricerca assoluta del benessere non ha portato la felicità attesa; la libertà separata dalla verità non ha generato la realizzazione promessa; e il progresso materiale da solo non è riuscito a soddisfare il desiderio più profondo del cuore umano”.

Proprio davanti a tale situazione il papa ha invitato i sacerdoti ad una maggiore presenza nel territorio: “In effetti, le proposte dominanti, insieme a certe interpretazioni ermeneutiche e filosofiche del destino dell’umanità, lungi dall’offrire una risposta sufficiente, hanno spesso lasciato un senso di maggiore stanchezza e di vuoto. Proprio per questo, osserviamo che molte persone stanno iniziando ad aprirsi a una ricerca più onesta e autentica, una ricerca che, accompagnata da pazienza e rispetto, le riconduce all’incontro con Cristo. Ciò ci ricorda che per il sacerdote questo non è un tempo di ritiro o di rassegnazione, ma di presenza fedele e di generosa disponibilità. Tutto ciò nasce dal riconoscimento che l’iniziativa appartiene sempre al Signore, che è già all’opera e ci precede con la sua grazia”.

Ed ha tratteggiato il ‘tipo’ di sacerdote di cui ha bisogno la Chiesa: “Non certo uomini definiti da una moltitudine di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il loro ministero attraverso una relazione viva con Lui, alimentata dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale segnata dal dono sincero di sé”.

Insomma, essere ‘alter Christus’: “Non si tratta di inventare nuovi modelli o di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di riproporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico (essere alter Christus), lasciando che Lui plasmi le nostre vite, unifichi i nostri cuori e dia forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, dalla dedizione fedele alla Chiesa e dal servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”.

Per questo il papa ha rinforzato quest’indicazione con l’immagine della cattedrale dell’Almudena a Madrid, la cui struttura si presta ad un perfetto parallelismo con i punti essenziali del sacerdozio: “Cari figli, permettetemi oggi di parlarvi del sacerdozio usando un’immagine che conoscete bene: la vostra Cattedrale. Non per descrivere un edificio, ma per imparare da esso. Perché le cattedrali (come ogni luogo sacro) esistono, come il sacerdozio, per condurci all’incontro con Dio e alla riconciliazione con i nostri fratelli e sorelle, e i loro elementi racchiudono una lezione per la nostra vita e il nostro ministero”.

E’ stato un tratteggio molto particolareggiato della cattedrale madrilena: “Basta guardare la sua facciata per capire qualcosa di essenziale. E’ la prima cosa che vediamo, eppure non dice tutto: indica, suggerisce, invita. Allo stesso modo, il sacerdote non vive per mettersi in mostra, ma non vive nemmeno per nascondersi. La sua vita è chiamata a essere visibile, coerente e riconoscibile, anche se non sempre viene compresa. La facciata non esiste per sé stessa: conduce verso l’interno. Allo stesso modo, il sacerdote non è mai fine a se stesso. Tutta la sua vita è chiamata a indicare Dio e ad accompagnare il cammino verso il Mistero, senza usurpare il posto di Dio”.

Insomma la cattedrale è un richiamo a vivere la fraternità sacerdotale: “La cattedrale è anche una casa comune, dove tutti hanno un posto. Così è chiamata ad essere la Chiesa, soprattutto verso i suoi sacerdoti: una casa che accoglie, protegge e non abbandona mai. Ed è così che deve essere vissuta la fraternità sacerdotale: come esperienza concreta di sapersi a casa, responsabili gli uni degli altri, attenti alla vita dei fratelli e pronti a sostenersi a vicenda. Figli miei, nessuno si senta esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistiamo insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e indebolisce la missione!”

Continuando nella descrizione della cattedrale il papa ha evidenziato anche il valore dei sacramenti battesimale e confessionale: “Prima di giungere al santuario, la cattedrale ci svela luoghi discreti ma fondamentali: al fonte battesimale nasce il Popolo di Dio; nel confessionale, si rinnova continuamente. Nei sacramenti, la grazia si rivela come la forza più reale ed efficace del ministero sacerdotale.

Perciò, cari figli, celebrate i sacramenti con dignità e fede, consapevoli che ciò che in essi si produce è la vera forza che edifica la Chiesa e che essi sono il fine ultimo a cui è ordinato tutto il nostro ministero. Ma non dimenticate che non siete la sorgente, ma il canale, e che anche voi avete bisogno di bere a quell’acqua. Perciò, non trascurate la confessione, ritornando sempre alla misericordia che annunciate”.

Concludendo la lettera il papa ha citato san Giovanni d’Avila con l’invito ad essere ‘suoi’, cioè santi: “Guardiamo al cuore di tutto questo, figli miei: qui si rivela ciò che dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove scaturisce il vostro ministero. Sull’’altare, attraverso le vostre mani, il sacrificio di Cristo si rende presente nell’azione più alta affidata alle mani dell’uomo; nel tabernacolo, Colui che avete offerto rimane, affidato nuovamente alle vostre cure.

Siate adoratori, persone di profonda preghiera, e insegnate al vostro popolo a fare lo stesso. Al termine di questo cammino, per essere i sacerdoti di cui la Chiesa ha bisogno oggi, vi lascio con lo stesso consiglio del vostro santo compatriota, san Giovanni d’Avila: ‘Siate tutti suoi’. Siate santi!”

Al Borgo Ragazzi Don Bosco di Roma per scoprire il volto umano

Nel giorno della festa di san Giovanni Bosco si è svolto al Borgo Ragazzi don Bosco di Roma il convegno ‘Il volto umano della devianza minorile – Comprendere per riattivare il futuro tra educazione, comunità e sistemi di intervento’, confronto ampio e partecipato che ha riunito istituzioni, educatori, esperti e rappresentanti del mondo salesiano su a una domanda centrale: come rispondere alla devianza minorile senza rinunciare allo sguardo educativo e umano sui ragazzi?

Ad aprire i lavori è stato don Emanuele De Maria, direttore del Borgo Ragazzi don Bosco, che ha letto un passaggio delle Memorie di don Bosco relativo alla sua esperienza nelle carceri. Un richiamo forte alle radici del sistema preventivo salesiano e al valore di uno sguardo capace di vedere il giovane oltre l’errore, oltre il reato. Don Emanuele ha poi presentato il Borgo, il suo impegno educativo nel territorio e le istituzioni presenti, sottolineando l’urgenza di un’alleanza tra tutti gli attori sociali.

Nel suo intervento, Alessandro Iannini, responsabile dell’area educativa emarginazione e disagio ‘Rimettere le Ali’ del Borgo Ragazzi don Bosco, ha ripercorso la nascita del Centro Minori e l’accoglienza dei primi ragazzi provenienti dal carcere, soffermandosi sul significato del titolo del convegno: “E’ necessario saper scorgere i ragazzi senza la maschera che tutti vedono, perché spesso ci si ferma a ciò che i giovani fanno, senza interrogarsi su ciò che portano dentro”.

Ecco l’appello alle Istituzioni ad investire seriamente su educazione e prevenzione, soprattutto in una fase storica in cui il dibattito pubblico sembra orientarsi prevalentemente verso sicurezza e repressione. Un richiamo già lanciato nel 2022 con il convegno ‘I ragazzi sono di chi arriva prima’: non si può restare a guardare, bisogna ‘arrivare prima’ della devianza, con politiche giovanili capaci di accompagnare la crescita dei ragazzi.

Nel saluto iniziale Giuseppe Battaglia, Assessore alle Periferie di Roma, ha riconosciuto nel Borgo Ragazzi don Bosco una realtà importante nel lavoro con i giovani, per la sua storia, per l’eredità di don Bosco e per la professionalità educativa che lo contraddistingue. Un impegno ancora più prezioso in un territorio complesso, segnato negli ultimi anni da fragilità sociali e fenomeni di criminalità diffusa: “Dare futuro significa offrire ai ragazzi alternative concrete al guadagno facile. Investire sui giovani vuol dire investire sul futuro del Paese”.

Sulla stessa linea Giovanni Battista Impagliazzo, Assessorato alle Politiche Giovanili di Roma Capitale, che ha definito il Borgo ‘un posto umano, una casa per tutti, soprattutto per chi si sente fuori posto’. Richiamando la figura di don Pino Puglisi, ha ribadito che ‘solo se si è amati si può cambiare’, sottolineando come Roma Capitale continuerà a camminare accanto al Borgo per una città più umana e inclusiva.

Don Francesco Preite, presidente di Salesiani per il Sociale, ha definito il Borgo Ragazzi don Bosco ‘eccellenza dell’Italia salesiana’, sottolineando come riscoprire il volto umano della devianza significhi restituire dignità alle persone: “La repressione non è la risposta. Il metal detector non elimina la devianza. Bisogna prevenire, educare, accompagnare”. Il Patto Educativo rappresenta proprio questo: mettere insieme risorse, competenze e responsabilità per costruire un sistema inclusivo.

Il contributo di Silvio Ciappi, criminologo clinico e psicoterapeuta, ha offerto una lettura profonda e complessa della devianza minorile contemporanea. Spesso non si tratta di ragazzi ‘a cui manca tutto’, ma di giovani apparentemente inseriti, che abitano però un profondo vuoto emotivo e relazionale.

‘Non ci sono mele marce, ma mele in un contenitore marcio’, ha affermato, descrivendo una società che alimenta il branco, la noia, la vergogna, la difficoltà per l’attenzione e l’ossessione per la performance. In questo contesto, la perdita diventa intollerabile e si trasforma in vendetta. L’unica risposta possibile è ricostruire una comunità intesa come civitas, fatta di relazioni reali, incontro, mitezza e corresponsabilità. Un luogo dove riscoprire la felicità e la differenza, mettendo ‘testa, mani e cuore’ nell’educazione.

Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati ha portato una testimonianza personale e pedagogica insieme: ‘Sono diventato educatore perché sono stato un ragazzo inquieto’. Richiamandosi esplicitamente al sistema preventivo di don Bosco, ha sottolineato la necessità di essere allo stesso tempo amico e maestro: capaci di entrare nel dolore del giovane, ma anche di indicare un limite.

Secondo Affinati, l’educatore è un testimone credibile, un ‘artista dei tempi morti’, capace di creare attenzione nei momenti informali e di accompagnare l’avventura interiore degli adolescenti. Solo se il giovane si sente realmente amato può fidarsi e affidarsi. Da qui il richiamo al ‘Villaggio Educativo’ di papa Francesco: una comunità educante che si fa carico dei ragazzi insieme.

A chiudere l’incontro è stato don Silvano Oni, cappellano del carcere minorile Ferrante Aporti di Torino, che ha offerto uno sguardo ‘da dentro’: non solo dall’interno dell’istituzione carceraria, ma soprattutto dall’interno delle vite dei giovani detenuti.

Don Silvano ha evidenziato le difficoltà strutturali del sistema: sovraffollamento, carenze strutturali e una forte tendenza alla risposta repressiva. Molti di questi ragazzi, ha spiegato, non hanno mai avuto nessuno che li aiutasse a formare una coscienza; faticano a rielaborare ciò che hanno fatto e guardano con sospetto il mondo adulto.

L’unica strada possibile è imparare a guardare la vita ‘dal basso’, senza giudizi affrettati, intercettando le domande prima delle risposte, riconoscendo il bene che ancora esiste in ciascuno. Educare alla dignità (anche attraverso la cura di sé, della scuola, dell’imparare) richiede tempo, pazienza e fiducia: “Ciò che non è oggi, sarà domani”.

(Foto: Salesiani per il sociale)

San Giovanni Bosco invita ancora a ‘servire’ i giovani

“La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026, ‘Fate quello che vi dirà’, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, che ha come sottotitolo ‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana.

In questa Strenna, divisa in  sei capitoli, il Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.

Al direttore dell’oratorio ‘Don Bosco’ de L’Aquila, don Cesare Orfini, chiediamo di raccontare il motivo per cui la Strenna salesiana parte dall’invito della Madre di Dio: ‘Fate tutto quello che vi dirà’?

“Il tempo presente ha bisogno di educatori e pastori di fede solida, al servizio e con disponibilità, come quella dei servi delle nozze a Cana. Don Fabio, successore di don Bosco, autore della strenna 2026, invita a prevenire il ‘fallimento’, cioè la perdita di identità innanzitutto dei gruppi della Famiglia Salesiana ai quali la Strenna è rivolta, sollecitandoli all’ascolto, come quello che chiede Maria ai servi: ‘Fate (ascoltate) quello che Lui vi dirà’. L’ascolto e la fede ci sorregge nel riempire le giare fino all’orlo, per portare l’acqua cambiata in vino alla vita ordinaria, alla realtà che viviamo e condividiamo tutti”.

‘In quella che doveva essere una bella festa di nozze, emerge una difficoltà: manca il vino. Di fronte alla possibilità che una festa si tramuti in un fallimento, troviamo la reazione che esce dal cuore di Maria: bisogna intervenire. E ciò che Maria fa è semplicemente presentare a Gesù la reale situazione’. Perché occorre essere liberi per servire da credenti? 

“Dalla fede scaturisce la vera libertà, e la libertà cristiana è innanzitutto libertà dall’individualismo per poi diventare libertà e capacità di donarsi agli altri, rimanendo sempre in ascolto di Cristo. Si chiama servizio, proprio come quello dei servi a Cana, che con la loro fede forte hanno distribuito in abbondanza il ‘il vino buono’. E’ il dono che noi oggi dobbiamo portare ai giovani e ai bisognosi. La missione deve intrecciarsi con il Vangelo per dare compiutezza all’azione verso i giovani”.

‘Una prima chiamata che vi invito ad accogliere e su cui riflettere è circa l’atteggiamento di Maria: la donna attenta a ciò che stava capitando attorno a lei. Il vangelo ci dice semplicemente che ‘il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù’. Il vangelo non dà altre informazioni. Ma quando ascoltiamo queste poche parole e le colleghiamo con la sua reazione, cominciamo ad intravedere alcuni elementi significativi del cuore di Maria’. Allora in quale modo è possibile accogliere i ‘segni dei tempi’?

“I farisei e gli scribi non sono stati in grado di cogliere i segni che il Regno di Dio era già presente in mezzo a loro.  Lo rifiutarono semplicemente perché le loro sicurezze e rigidità non permettevano loro di essere ‘ in ascolto ’. Il segno di Cana è la novità che entra nella storia dell’uomo, nella quotidiana esistenza, che la libera e la rigenera. Ma deve cambiare l’atteggiamento”.

‘Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio’. I salesiani come sono chiamati a ‘servire i giovani’? 

“Fate quello che vi dirà , così come presentato da don Fabio Attard, è diventato un manifesto per l’azione pastorale ed educativa dei salesiani.  Maria non invita a un’obbedienza passiva, ma a dare fiducia, che poi genera libertà vera e apre al servizio. E’ una dinamica progressione, come nella migliore tradizione salesiana: riconoscere, interpretare, discernere.

Così, dice don Fabio, si evita ‘l’attivismo cieco e ugualmente la spiritualità intimistica’: in questa dinamica si inserisce il sottotitolo della Strenna, che traccia una traiettoria chiara: dalla fede nasce la libertà, dalla libertà scaturisce il servizio, a favore soprattutto dei giovani e di quanti oggi faticano a trovare il ‘vino’ della speranza”.

‘E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della nostra missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che ‘tira verso il basso’, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e ora, quando non il più comodo’. In quale modo la fede non si adegua alla ‘cultura dominante’?

“Siamo nella storia e siamo anche chiamati a rigenerarla. La cultura in cui il cristiano opera non è allineata sempre sui valori cristiani. Per essere efficaci nella pastorale è necessario essere in ascolto.

Maria era presenza attenta a tutto ciò che le capitava attorno. Don Fabio dice che Maria ‘ha abbracciato il tempo e la storia’, non è rimasta indifferente. Ha intuito i bisogni, non è rimasta distante. Di fronte alla sfide della cultura odierna non possiamo rimanere indifferenti, dobbiamo farci interpellare personalmente. Dove si preferisce l’anonimato e l’indifferenza, noi, in ascolto di Cristo, accettiamo il rischio e ‘l’audacia della fede’ per portare vino nuovo”.

Dopo 150 anni come continua il sogno profetico di san Giovanni Bosco?

“Rendere protagonisti i giovani, soggetti attivi, non solo destinatari della pastorale. E’ necessario che i giovani trovino spazi dove possano esercitare un cristianesimo coraggioso, vivere una proposta di vita credibile. Fede matura e azione, guidate dalla Parola di Dio, sono il segno di una spiritualità ‘integrale’. La missione di don Bosco spinge verso la collaborazione, la realizzazione di reti, famiglie, comunità, scuole, associazioni, per creare una alleanza pastorale efficace”.

(Tratto da Aci Stampa)

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