Tag Archives: giovani
Papa Leone XIV ai giovani: andiamo nel mondo
“La festa della Trasfigurazione, che stiamo celebrando, è un mistero di luce che ci aiuta ad approfondire il nostro incontro, così gioioso, ma anche denso di interrogativi sul presente e sul futuro. Troviamo nel racconto evangelico il contrasto fra luce e ombra, silenzio e parole, stupore e incomprensione. Siamo ad Assisi, una città alla quale salgono da secoli tanti pellegrini – oggi anche noi – perché qui tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo. Qui è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e poi di migliaia di altri giovani: hanno accolto il Vangelo sine glossa (noi diremmo: senza sconti) e la vita di Gesù è ricominciata in loro”: nella festa della Trasfigurazione a Santa Maria degli Angeli papa Leone XIV ha invitato i giovani partecipanti al ‘Go! Franciscan Youth Meeting 2026!’, invitandoli a seguire Cristo.
Nella celebrazione eucaristica il papa ha invitato i giovani a dare un senso alla vita: “Nel Vangelo vediamo che si può trovare un senso, si può intravvedere una strada. Come Pietro, Giacomo e Giovanni siamo portati un po’ in disparte e Gesù è con noi. Questo conta: la sua presenza. Sul monte gli apostoli contemplano Gesù che si orienta al proprio futuro. Circa questo punto, c’era stata fra loro incomprensione. Sei giorni prima Pietro aveva contestato al Maestro il suo parlare apertamente della croce: si aspettava la gloria per il Messia, e forse anche per sé, senza mettere in conto resistenze e rischi, ma soprattutto senza domandarsi che cosa sia la gloria”.
Quindi per ‘seguire’ Gesù occorre una decisione: “Ora, nella trasfigurazione di Gesù, è Dio stesso a rivelarsi nella sua gloria, che ha l’aspetto di una nube che protegge e che avvolge. Indica il Figlio, invita ad ascoltarlo. La via della vita si scopre seguendolo insieme. La sua bellezza ha un nuovo aspetto, un’intensità senza precedenti, tanto che Pietro vorrebbe fermare il tempo e prolungare quella visione. Generosamente, si offre di costruire tre capanne, come per veder continuare la conversazione tra Gesù, Mosè ed Elia”.
Una decisione per diventare attori: “In quella conversazione, invece, bisogna entrare. Non si può restarne solo spettatori. Siamo infatti chiamati a leggere le Scritture col Maestro, a interpretare il nostro tempo e a prendere decisioni, seguendo il suo cammino. Siamo qui per vincere la rassegnazione e la paura, per sciogliere i dubbi che trattengono anche noi, come trattenevano gli apostoli. Gesù ci chiama a dialogare con la sua storia, per scrivere nuove pagine di storia”.
Una Trasfigurazione che preannuncia la Risurrezione: “E’ la luce di un nuovo giorno, verso il quale siamo orientati, mentre attorno a noi, e talvolta in noi, è ancora buio. Ne vediamo l’aurora nei santi canonizzati, come San Francesco e Santa Chiara, e in una miriade di fratelli e sorelle che al male rispondono col bene. Non siamo soli! In questi giorni ne avete fatto esperienza: vi siete incontrati e ascoltati, passando dal rumore di voci sovrastanti e contrastanti all’arte della conversazione. Oggi contempliamo Gesù che si trasfigura proprio nella conversazione col Padre, con chi lo ha preceduto, Mosè ed Elia, e coi suoi contemporanei, i discepoli”.
Questa è la Chiesa: “La Chiesa esiste per portarci in questo dinamismo di ascolto e di decisione, in cui comprendere per chi vivere e come vivere. E’ la comunità in cui imparare a distinguere la voce di Dio, che non coincide mai semplicemente con le nostre opinioni, e osare quell’obbedienza allo Spirito Santo che ha reso audaci e creativi tutti coloro che hanno accettato di seguire Gesù: noi ci de-figuriamo separandoci da Lui e dagli altri; ci trasfiguriamo, invece, nei legami che nutrono e chiamano alla vita. La spiritualità francescana, nella quale siete stati formati, è tra le più attente a riparare i rapporti fondamentali con Dio e con tutte le sue creature: un’armonia da custodire e coltivare, oggi più che mai”.
E’ stato un invito a credere nel Vangelo: “Ebbene, cari giovani, oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi: osate credere nella parola del Vangelo, diventate umani con la libertà di Gesù Cristo, abbracciate sorella povertà! Il titolo del vostro incontro, Go!, è una missione, un invio su strade di cui non abbiamo le mappe, perché si aprono ascoltando il cuore, obbedendo allo Spirito, seguendo il Risorto dove ha voluto precederci. Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go! Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti, di troppi figli e figlie di Dio”.
Ed ecco l’invito ad abbracciare il mondo: “Si può non essere compresi, persino da quelli di casa, come avvenne a San Francesco. Eppure, sottrarsi alla cultura della potenza e abbattere i muri che separano fra loro gli esseri umani non è mai tradire la famiglia, la città, la tradizione, ma liberarle dai loro fantasmi, da nemici inventati per paura e ignoranza, dalla violenza con cui si vorrebbe imporre il proprio piccolo ordine su una realtà che da ogni parte ci supera.
Fidarsi di Dio è ritrovare, come Francesco e Chiara, un mondo di fratelli e sorelle da apprezzare e servire, non da sfruttare e dominare. Non un mondo da difendere, ma da abbracciare. Votatevi, cari giovani, alla civiltà dell’amore, di cui avete incontrato i germogli in tanti esempi di gratuità, e che trasfigura (ad immagine di Cristo) innumerevoli operatori di pace anche oggi impegnati a servire la vita nei più tragici scenari di morte”.
Prima della celebrazione eucaristica il papa ha incontrato i giovani rispondendo alle loro domande: “Questo è avvenuto in una regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo. In realtà, la presenza dei francescani aveva ispirato per secoli il dialogo e aiutato la convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione”.
Ecco la richiesta di essere ‘operatori di pace’: “Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità. Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio”.
Operatori di pace per costruire la civiltà dell’amore: “Sottrarsi alla cultura della potenza e costruire la civiltà dell’amore non è subito compreso e accettato. Da San Francesco, però, imparate la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia”.
Insomma è stato un invito a ‘riparare’ la Chiesa: “La Parola di Dio, i Sacramenti e la pratica dell’amore fraterno sono vie di trasformazione per realizzare in noi l’immagine di Cristo. Francesco le ha percorse: non dominare, ma servire; non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza… Umilmente, è questo il Vangelo che annunciamo. Per condividere il desiderio del Signore, allora, non serve mostrarci migliori di come siamo. Occorre riconoscere e lasciare agire Gesù Risorto nella nostra vita, nella storia di tutti noi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ad Assisi: mons. Accrocca racconta l’attesa
Stanno proseguendo a pieno ritmo i preparativi per il ‘GO! Franciscan Youth Meeting’, l’evento che fino a domani sta trasformando Assisi nel fulcro europeo del Giubileo Francescano, cammino unitario di quattro giorni pensato per giovani dai 18 ai 33 anni.
A differenza di altri grandi raduni, ‘GO! Franciscan Youth Meeting’ è strutturato come un percorso organico: l’incontro con papa Leone XIV giovedì 6 agosto rappresenta il traguardo di un cammino di fraternità iniziato lunedì 3 agosto. Il ‘Franciscan Youth Meeting’ è un’esperienza immersiva che richiede la condivisione di ogni passo: dai workshop tematici ai momenti di preghiera, fino alla premiazione del concorso musicale ‘FraGOspel’ e le serate di festa, come ha raccontato fra Luca Di Pasquale, uno dei responsabili del meeting: “Quando abbiamo iniziato i preparativi per i vari eventi legati al centenario del transito di san Francesco avevamo già mandato una lettera a papa Leone XIV per invitarlo alle varie iniziative tra cui quella legata ai giovani europei”.
Al vescovo di Assisi, Nocera Umbra, Gualdo Tadino e Foligno, mons. Felice Accrocca, chiediamo di raccontarci l’attesa degli assisani per la visita di papa Leone XIV: “Gli assisani gioiscono sempre per la visita del Papa, di ogni Papa, nella propria città. Fin dalle origini, infatti è però possibile rilevare un movimento in duplice direzione, da Assisi verso Roma e da Roma verso Assisi: infatti, non furono solo Francesco e il suo gruppo a muoversi verso Roma, ma anche la Sede Apostolica a dirigersi verso Assisi.
Francesco, infatti, morì nella sua città la sera del 3 ottobre 1226. Poco meno di due anni dopo, il 16 luglio 1228, papa Gregorio IX si recò personalmente in Assisi per presiedere alla cerimonia della sua canonizzazione. Presumibilmente a ridosso di quella cerimonia, il pontefice pose pure (per sua esplicita ammissione con la lettera ‘Speravimushactenus’ del 16 giugno 1230 e come attesta la memoria agiografica dell’Ordine) la prima pietra della costruenda basilica in onore del novello santo. Come si vede, dunque, il rapporto tra Assisi e il pontefice romano è un rapporto di antica data”.
Quale il valore di questa visita papale ad 800 anni dal transito di san Francesco?
“Papa Leone XIV viene anzitutto per incontrare giovani provenienti da tutta Europa, convenuti nella città serafica nel nome di Francesco. Molti parlano dei giovani, discettano su di loro; ma non molti, mi sembra, parlano ai giovani, forse perché non ne sono effettivamente capaci. Papa Leone XIV viene per parlare con loro ed i giovani (prova ne è stato il viaggio pontificio in Spagna) desiderano incontrarlo ed ascoltarlo, perché comprendono che il papa si pone nei loro confronti con verità. I giovani, infatti, cercano proprio questo. C’è poi la figura, straordinaria sempre, di Francesco: a confronto con lui, essi potranno crescere nelle relazioni, elemento, questo, straordinariamente importante in un’epoca in cui le relazioni si vanno rarefacendo e i rapporti diventano sempre più virtuali”.
Il Capitolo delle Stuoie aveva come ‘obiettivo’ quello di discutere delle realtà francescane che si erano create dopo l’inizio della missione del santo di Assisi. Per quale motivo invitare i giovani a rivivere il ‘Capitolo delle Stuoie’?
“Proprio per fare un’esperienza di vera fraternità e riscoprire la bellezza delle relazioni autentiche, a partire dalla proposta del Vangelo, quel Vangelo che cambiò radicalmente l’esistenza di Francesco”.
Cosa è stato per la Chiesa tale ‘Capitolo delle Stuoie’?
“E’ stato un momento importante per il primo gruppo di persone riunitosi intorno a Francesco d’Assisi ed è stato importante per la Chiesa stessa. I Capitoli erano infatti incontri dei frati che, in momenti prefissati, convenivano appositamente alla Porziuncola. Nel 1216 Giacomo da Vitry, vedendo i frati riuniti in Capitolo, scrisse che essi si ritrovavano ‘nel luogo stabilito per rallegrarsi nel Signore e mangiare insieme. Qui, avvalendosi del consiglio di persone esperte, formulano e promulgano le loro leggi sante e confermate dal signor papa’. Tali momenti, dunque consentivano anche l’accompagnamento della comunità da parte della Sede Apostolica, la cui presenza è facilmente riconoscibile in quelle ‘persone esperte’ del cui consiglio i frati si avvalevano. Grazie a quell’esperienza il gruppo primitivo crebbe a dismisura e della ricchezza del carisma francescano hanno beneficiato tutta la Chiesa e l’intera umanità”.
‘Go Vai!’ è lo slogan dell’incontro: in quale modo invitare i giovani a ‘riparare’ la Chiesa?
“Aiutandoli anzitutto a capire che la vita ci è stata donata perché noi ne facessimo, a nostra volta, un dono per gli altri. Se vissuta in modo egoistico l’esistenza pian piano inaridisce e muore, perché l’egoismo isola la persona e la rinchiude in sé stessa, facendo sì che intristisca in modo inesorabile e progressivo. Donando la propria vita, ogni giovane potrà invece fare esperienza di gioia autentica e con la propria testimonianza contribuirà, in modo decisivo, a restaurare la Chiesa e a restituire ad essa il volto bello che Cristo ha voluto per la sua Sposa”.
Quali sono le ‘eredità’ di san Francesco ancora attuali?
“Anzitutto, come dicevo già, la capacità di tessere relazioni autentiche, cosa che oggi si rivela di un’importanza straordinaria; poi l’attenzione alle povertà più autentiche, materiali e spirituali, di questa nostra umanità. Inoltre, non da ultimo, l’azione avviata da Francesco in favore dell’instaurazione della pace dice molto a questo nostro mondo che, da un po’ di tempo, smania dalla voglia di mostrare i muscoli ed alla forza del diritto sta sostituendo il diritto della forza”.
Un ricordo di don Antonio Mazzi, testimone di speranza
Venerdì 31 luglio è morto don Antonio Mazzi, fondatore della Fondazione Exodus, dedicando la vita a chi rischiava di restare indietro, agli ultimi, ai tossicodipendenti. Veronese di nascita e milanese di adozione, è stato uno di quei preti che preferiscono il chiasso della strada al silenzio della sacrestia, l’azione alla preghiera. Da questa attitudine, negli anni ‘70, di fronte al dramma della droga che devastava i giovani al Parco Lambro, nasceva Exodus, una rete di comunità che sostiene migliaia di giovani fragili.
Nato a Verona il 30 novembre 1929, nel 1955 è ordinato sacerdote nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza – Opera Don Calabria e negli anni ’60 si specializza in psicologia, psicopedagogia e psicanalisi, approfondendo anche le problematiche della disabili.
Dopo alcuni incarichi direttivi e pastorali a Ferrara, nel Vicentino, a Roma e a Verona, nel 1979 diventa direttore dell’Opera don Calabria di Milano, a ridosso del Parco Lambro, all’epoca teatro di massicci spacci di droga. La presa di coscienza della gravità del fenomeno della tossicodipendenza si concretizza nell’ideazione del Progetto Exodus e nella realizzazione di percorsi alternativi al carcere per ex tossicodipendenti.
La Cascina ‘Molino Torrette’ al Parco Lambro diventa la sede madre dei Progetti Exodus (poi trasformatisi in Fondazione). Nel 1985 dà vita ad una Unità Mobile, precursore delle ‘attività di strada’. Nel 1989, presso la Stazione Centrale di Milano, apre un Sos per i disperati che vagano dentro e fuori la stazione. Nel 1998 l’avvio di una serie di iniziative chiamate ‘Tremenda Voglia di Vivere’, tra cui il diario scolastico che porta il nome di ‘Tremenda’.
Tra le altre iniziative da lui ideate, l’Associazione Ambalaki in Madagascar, a servizio dei giovani che vivono nei Paesi in via di sviluppo, una comunità per aiutare i ragazzi di strada in Patagonia ed il movimento ‘Educatori senza Frontiere’, affiancato ai ‘Medici senza Frontiere’.
L’ultimo messaggio lasciato dal fondatore di Exodus, secondo la collaboratrice Cristina Mazza, è stato un invito a sognare: “I sogni sono sempre giovani. Non dobbiamo mai smettere di sognare, che abbiamo 70 anni, che ne abbiamo 15, che ne abbiamo 80”.
Da giovanissimo religioso venne mandato a Ferrara, alla Città del Ragazzo, proprio nel tempo in cui si verificò la tremenda alluvione del Po nel novembre 1951. Quell’esperienza gli cambiò la vita, perché in mezzo a un tale disastro comprese cosa significava fare da padre per tanti ragazzi che non avevano più nulla. Lui che non aveva avuto un padre, decise che sarebbe stato padre per i ragazzi più poveri e dimenticati, mostrando loro quel volto della paternità di Dio che è un aspetto centrale nella spiritualità di san Giovanni Calabria.
Un’altra esperienza particolarmente significativa fu al Centro Don Calabria a Verona, dove negli anni ‘70 avviò le attività rivolte alle persone con disabilità in un momento in cui in Italia erano pochissimi ad occuparsene. Nel 1979 diventò superiore della comunità dell’Opera a Milano, che si affacciava sul Parco Lambro, una delle zone peggiori per lo spaccio e il consumo di droga a quell’epoca.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso il suo cordoglio per la morte del sacerdote “che ha speso interamente la sua esistenza al servizio degli ultimi e dei fragili: emarginati, poveri, disabili, tossicodipendenti. Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile, vigoroso e spesso coraggioso, nella formazione dei giovani, nella creazione di ambienti e di occasioni, spesso innovative, di solidarietà e di amicizia. Alla sua comunità, ai suoi ragazzi, la solidarietà e la vicinanza della Repubblica”.
Sul finire degli anni ’90 dello scorso secolo lo incontrai a Tolentino ed in una breve intervista, in quanto era preso a rispondere ai giovani, disse: “Sto tentando di realizzare qualcosa per gli adolescenti, perché l’adolescenza non l’abbiamo ancora scoperta, al di là dei libri e dei centri specializzati. L’età 10-14 anni ci impone una riflessione collettiva, genitori, insegnanti, preti, politici, perché, in quel tempo sconvolgente, al mondo un po’ incantato dell’infanzia segue spesso una realtà di solitudine. A Milano stiamo cercando di prendere quelli che sono sbattuti via dalla scuola media, come faceva don Milani. Dobbiamo pensare ad una scuola che non ha le classi né le regole insignificanti; ripensare all’educazione ed alla paternità”.
Tema che è ritornato nell’ultimo editoriale, scritto per ‘Oggi’ nello scorso mercoledì 8 luglio, riguardo l’incapacità degli adulti di vivere le difficoltà del ‘presente’: “Oggi ai nostri adolescenti mancano adulti ‘veri’, amicizia, speranza nel futuro… Sembra poco? No, è tutto quello che serve per diventare grandi. Proviamo a declinare meglio i tre aspetti. Partiamo dagli adulti: cosa c’è che non va in quelli dei nostri giorni?
Non abbiamo più adulti. Siamo diventati solo vecchi, non adulti, forse perché abbiamo dimenticato come si fa a diventarlo. L’adulto è colui che sa rendere testimonianza in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni situazione, quando le cose vanno bene e anche quando vanno male. Oggi invece non abbiamo adulti ‘veri’. Soprattutto non abbiamo genitori capaci di interpretare e di vivere le difficoltà”.
Due sono i suggerimenti per i genitori: “Il primo è il dovere di testimoniare. Testimoniare vuol dire non fermarsi alla superficie, ricordarsi che esiste una vita interiore. Certo, anche questa è una parola che va chiarita, troppo spesso usiamo parole come chiacchiere. Le parole che contano sono frutto della verità. Testimoniare vuol dire rendere concreto quello che si dice, vuol dire incarnare le parole dopo averle dette, cioè essere esempi importanti per i nostri ragazzi.
Il secondo è aiutare gli adolescenti a volersi bene. Oggi non si vogliono bene e non perché siano cattivi. Non si vogliono bene perché sono tristi, è scomparso il sorriso dai loro volti. Qualcuno dice che, dopo la pandemia, sia aumentata l’incertezza del futuro. È vero, ma non basta a spiegare questa situazione di disorientamento generale”.
Solo attraverso la testimonianza si può dare speranza ai giovani: “L’incertezza nel futuro c’è sempre stata, ma una cosa è vedere il futuro con speranza oppure vederlo con disperazione. Noi adulti dobbiamo tornare a dire ai giovani che qualcosa di bene verrà, che vale la pena scommettere sul futuro, che la speranza è tutto. Certo, per dirlo, ci vorrebbero degli adulti. Che però, non essendo cresciuti, non sono in grado di dirlo. Torniamo a testimoniare ai nostri adolescenti la bellezza del sorriso che è segno di speranza”.
(Foto: Exodus)
Maria Karapetyan, ex studentessa di Rondine, eletta vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE
Grande orgoglio e soddisfazione a Rondine Cittadella della Pace per l’importante traguardo raggiunto da Maria Karapetyan. Membro dell’Assemblea Nazionale dell’Armenia e ‘Rondine d’Oro’, Karapetyan è stata eletta Vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE. L’elezione ha visto una convergenza straordinaria sulla sua figura: la deputata ha ottenuto il maggior numero di preferenze tra i candidati, raccogliendo 119 voti da parte dei parlamentari in rappresentanza di 57 Paesi.
A nome di tutta Rondine vanno a Maria le più vive congratulazioni per questo bellissimo riconoscimento, accompagnate dalla certezza che saprà svolgere il suo prestigioso incarico con eccellente professionalità e profonda umanità, continuando a coltivare il dialogo e la riconciliazione tra i popoli.
Un traguardo, questo, che dà nuova forza alle parole che Maria aveva pronunciato in passato, proprio durante il suo percorso formativo a Rondine, e che oggi risuonano come una promessa mantenuta e confermata dai suoi eccezionali risultati: “I giovani non sono solo il futuro, ma il presente: se offri ai giovani la possibilità di prendere parte alla formazione del proprio futuro, loro possono essere in prima linea nella costruzione della pace”.
Nata in Armenia nel 1988 (anno in cui la sua terra natale fu squarciata da un terribile terremoto), Maria Karapetyan ha imparato negli anni ad accettare gli eventi immodificabili, scegliendo però di intervenire con coraggio laddove le è possibile fare la differenza. Un percorso di crescita avvenuto anche grazie all’esperienza formativa a Rondine.
Dal 2013 al 2015 è stata infatti studentessa presso la Cittadella della Pace, dove si è impegnata in prima persona nella progettazione e realizzazione di programmi educativi per studenti italiani e internazionali. Nello stesso periodo ha conseguito con successo il Master in Studi sulla Pace presso l’Università di Roma Tre.
Il suo percorso personale e professionale è da sempre legato all’impegno per la risoluzione dei conflitti armati e nella diplomazia dal basso. Ha contribuito a progetti innovativi di dialogo tra i popoli del Caucaso meridionale e, dal 2012, ha ricoperto il ruolo di direttrice di sviluppo dell’Imagine Center for ConflictTransformation, organizzazione indipendente nata nel 2007 per la trasformazione positiva delle relazioni e la creazione di fondamenti per una pace durevole e sostenibile nelle società che hanno superato i conflitti.
In questo contesto è stata attivamente coinvolta nella progettazione e realizzazione di progetti di dialogotra i popoli del Caucaso. Nella primavera del 2018, durante la così detta Rivoluzione di velluto, Karapetyan è scesa in piazza a Yerevan tra le protagoniste del cambiamento politico dell’Armenia verso una maggiore democrazia. Entrata nelle istituzioni, ha ricoperto la carica di membro dell’Assemblea Nazionale dal 2019 al 2021, periodo in cui ha fatto parte della Commissione permanente per la protezione dei diritti umani e gli affari pubblici. In seguito alle elezioni parlamentari del 20 giugno 2021, è stata nuovamente rieletta all’Assemblea Nazionale, dove siede tutt’oggi nella Commissione permanente per gli affari esteri.
Mons. Lorefice: santa Rosalia invita all’impegno
“Cominciamo da Palermo, perché, care concittadine e cari concittadini, la peste è tornata a Palermo! Ogni anno, durante questo appuntamento, abbiamo riflettuto sui problemi della nostra Città. Ma permettetemi di dire che stasera è diverso. Riemergono vecchie ferite di Palermo ma insieme alle nuove. Sono sotto gli occhi di tutti. E chiunque abbia una responsabilità (io per primo) non può girarsi dall’altra parte. Il nostro omaggio alla Santuzza sarebbe vuoto e insulso se davanti a lei, stasera, non ci impegnassimo tutti per una svolta. Sono ferite mortali per il corpo sociale della città. Penso al ritorno prepotente e asfissiante del racket. Alla trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene le brave persone.
Alla violenza diffusa e senza scrupoli. Alla recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia che ha nella sua stupidità la maggiore pericolosità. Già la mafia è stupida e meschina, a cominciare dai suoi sedicenti vertici, come hanno dimostrato le ultime efficaci operazioni dei Carabinieri e delle forze di Polizia. A loro un sentito grazie!”: nel discorso alla città di Palermo per il festino della patrona santa Rosalia l’arcivescovo mons. Corrado Lorefice ha invitato all’impegno.
Un impegno, innanzitutto, contro la mafia, che non si sconfigge solo con la repressione: “Di fronte a tutto questo, pensare solo alla repressione non basta e rischia anzi di portarci fuori strada. Rendiamoci conto (e lo dico anzitutto alle donne e agli uomini della politica, del governo, a chi ha responsabilità civili ed ecclesiali a qualunque livello) che la vera sfida è sociale e culturale. Tutto questo accade (diciamocelo con franchezza) perché il lavoro manca drammaticamente.
Perché i licenziamenti (pensiamo in questo Festino alla vertenza dei lavoratori ex Almaviva che attendono trepidanti il completamento dell’iter burocratico regionale in vista del loro reimpiego) vanno avanti ad una velocità e con una determinazione disumana; perché la pandemia del pizzo ci stringe e le denunce sono poche; perché i giovani sono scoraggiati e scelgono di andare via o di rifugiarsi nell’alcol, nella droga, in ciò che li distrugge”.
Un attacco frontale alla mafia: “Tutto questo accade perché le dipendenze servono ad apparecchiare il lauto banchetto della mafia, che sfrutta il disorientamento, la frustrazione, la disperazione dei giovani per mangiarci su, con sprezzo totale dell’umanità e senza rispetto per la vita. Una mafia fanfarona e bambinesca volta ad attirare consenso e per questo disposta alla violenza predatoria e da assalto pur di impadronirsi dei territori, pronta a intimidire, a minacciare, a incentivare lo sporco sommerso della criminalità e della manovalanza”.
Ma al contempo è un richiamo a non dimenticare quelle persone che hanno lottato e lottano contro la mafia: “Ma sbaglieremmo (lo ripeto con forza) se addossassimo ad altri le principali responsabilità. Esse, nella nostra Isola e nelle nostre realtà locali, ricadono anzitutto su una politica che fatica a fare scelte lungimiranti. Quando non si devono addirittura registrare contiguità con ambienti e logiche mafiose.
Queste responsabilità ricadono su un’economia dello scarto e dello sfruttamento, basata sulla corruzione e sull’indifferenza. Ricadono su una Chiesa che evidentemente non ha testimoniato in maniera adeguata e luminosa la Buona Notizia del Vangelo, sull’esempio dei nostri santi, da Rosalia a Giacomo Cusmano, e dei martiri della fede, come Pino Puglisi e Rosario Livatino, e della giustizia, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. E la lista sappiamo che sarebbe molto più lunga. Diciamolo senza mezzi termini: non abbiamo amato Palermo, se non l’abbiamo addirittura tradita!”
Quindi l’arcivescovo ha chiesto agli abitanti della città uno ‘scatto’: “Ed ora dobbiamo in fretta pentirci e rimediare, senza scusanti, senza lungaggini, senza compromessi. Alziamoci in piedi! Lo faccia tutta Palermo, facciamolo tutti, dalle donne e dagli uomini delle Istituzioni a tutte le Palermitane e i Palermitani. Chiediamoci: ma noi la amiamo davvero Palermo? Palermo ci sta a cuore come sta a cuore a Rosalia? Se guardiamo a lei non possiamo avere dubbi. Care Concittadine, Cari Concittadini, vi supplico, dal profondo del cuore: dimostriamo il nostro amore per Palermo! Agiamo con decisione e iniziamo oggi a cambiare le cose. Domani sarà troppo tardi!”
E’ stato un richiamo a ritornare alle fondamenta del Vangelo, ricordando il viaggio a Lampedusa di papa Leone XIV: “Non si tratta (come alcuni hanno voluto rilevare – di un’ingerenza politica del Santo Padre, di uno sconfinamento. Né tanto meno di buonismo. No, mie care e miei cari, si tratta del Vangelo. E’ il Vangelo l’annuncio potente della liberazione dei prigionieri, del Regno di Dio per i poveri, della parola che dice: ‘Non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra perché uno solo è il Padre vostro che è nei cieli, e voi siete tutti fratelli’. Ogni manifestazione esterna di religiosità, ogni proclamazione dell’identità cristiana o cattolica che si faccia scudo del nome cristiano per giustificare il rifiuto del debole, del povero, del migrante, si trasforma in un insulto alla verità annunciata dal Cristo Signore”.
Il Vangelo è un invito a riconoscere l’altro: “Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale, geografica è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica ed umana e sfrutta l’insicurezza, la frustrazione, il risentimento della gente per individuare un capro espiatorio su cui scaricare il negativo della vita sociale e politica”.
Eppoi la guerra con i ‘danni collaterali’: “Stiamo ricominciando a considerare la guerra come una continuazione della politica. Stiamo tornando a sancire un diritto alla guerra, ovvero un diritto del più forte sul più debole. Le guerre di questi ultimi anni, il linguaggio dei potenti del nostro tempo, il dibattito politico odierno fanno sempre più riferimento alle armi e alla guerra come un dato ineliminabile, necessario. La divisione del pianeta in miliardi di poveri e in pochi milioni (o forse poche migliaia) di privilegiati pare non essere un problema, quasi che l’ingiustizia sia un destino scritto nelle stelle. Distruggere la vita altrui è ritenuto nuovamente possibile alla luce del sole, se tale atto è giustificato dall’annientamento del nemico: i bambini, le donne, gli innocenti sono, da questo punto di vista, puri ‘danni collaterali’. Siamo di fronte a una sistematica cancellazione del volto dell’altro”.
Da qui il richiamo a santa Rosalia, che ha scelto una ‘rottura’ con chi propugnava il male: “Oggi, guardando alle pesti contemporanee, il richiamo alla figura di Rosalia assume un significato nuovo, civile e spirituale insieme. La peste del 1624 era infatti un male fisico, visibile, misurabile. Le pesti odierne sono più subdole: sono pesti dell’anima, dello spirito umano. Rosalia ci aiuta a curarle. Pensiamo alla guerra, a questa forma estrema di negazione dell’altro. Invocare Rosalia significa oggi chiedere il coraggio di chi, come lei, ha rinunciato ai privilegi nobiliari e all’affermazione di sé per un’esistenza di verità. La pace non è assenza di conflitto, ma la presenza di una giustizia che la Santuzza ci insegna a cercare nel silenzio dell’ascolto. Pensiamo alla prepotenza dei grandi della terra: Rosalia ha abbandonato la corte normanna per cercare il suo sposo, Cristo, nella nudità della grotta. E’ l’eterna protesta dell’umile e del povero”.
Questo è il significato del Festino: “Insomma, amici miei, l’abbiamo capito: il Festino non deve essere una ricorrenza folkloristica. E’, nell’essenza, un esame di coscienza della nostra Città. Le reliquie della Santa che sfilano per le strade di Palermo ci ricordano che la salvezza passa attraverso la comunione, attraverso la condivisione. Chiedere a Santa Rosalia di liberarci dalle pesti attuali significa, concretamente, vigilare. Vigilare per non lasciare che il rumore delle armi copra il grido di chi soffre. Significa accogliere: riconoscere nell’altro (nel migrante, nel diverso, nello scartato) la stessa scintilla divina che la Santa ha coltivato nel suo eremitaggio. Significa resistere: opporsi alla prepotenza con la forza dolce ma inflessibile dei princìpi, proprio come fece Rosalia quando scelse il rigore della penitenza invece della sottomissione alle logiche di palazzo”.
Santa Rosalia insegna, quindi, che il cambiamento si realizza dal ‘basso’; “Con il suo esempio la Santuzza ci insegna che il cambiamento non parte mai dall’alto, ma bensì dalla terra, dalla grotta, dal basso. La peste del ’600 fu vinta quando il popolo smise di guardare solo alla propria sopravvivenza e iniziò a guardare alle proprie radici spirituali. Liberarsi dalla peste dell’ingiustizia richiede lo stesso sguardo: tornare all’umano. La preghiera a Rosalia, oggi, diventa un impegno a non essere mai spettatori della sofferenza altrui, ma a diventare, nel nostro piccolo, animatori di una processione che trasporta la speranza nelle piazze del mondo, specialmente là dove il buio della guerra e dell’odio sembrano aver preso il sopravvento”.
(Foto: Arcidiocesi di Palermo)
Fine vita, carceri, legalità e aree interne: priorità dei vescovi della Campania
“La recente visita di papa Leone in Campania ha consegnato alle nostre Chiese una parola che non possiamo lasciare cadere. Il Santo Padre ha richiamato tutti ad un sussulto di dignità e di responsabilità, invitando a servire la vita, a scegliere la giustizia ed a porre il bene comune al di sopra degli interessi di parte. Come Vescovi della Campania, sentiamo il dovere di raccogliere e rilanciare questo messaggio”: così inizia l’appello ‘Per la dignità della persona ed il bene della Campania’, presentato nella scorsa settimana a Pompei e sottoscritto dai vescovi della Conferenza Episcopale Campana, che raccoglie e rilancia il messaggio consegnato da papa Leone XIV nella visita nella regione.
Un testo rivolto anzitutto alle comunità cristiane, ma soprattutto alle Istituzioni, agli amministratori, ai rappresentanti politici e a quanti sono chiamati a compiere scelte che incidono sul presente e sul futuro della Campania, per difendere la vita, come ha sottolineato il presidente della Conferenza episcopale della Campania (CEC), mons. Antonio Di Donna: “Ci stanno a cuore le questioni della salute e della sanità… Ci stanno a cuore le comunità, non solo quelle ecclesiali, ma il popolo della Campania: le famiglie, i giovani, gli anziani, i malati … Per noi la vita è tutta intera”.
Il documento nasce dall’ascolto delle comunità e dalla consapevolezza che le diverse fragilità della Campania hanno una radice comune: la dignità della persona, da custodire in ogni fase dell’esistenza, richiamando il dibattito sul fine vita, chiedendo cure palliative, accompagnamento e prossimità perché nessuno sia lasciato solo davanti alla malattia e alla morte. Allo stesso tempo esprimono preoccupazione per la deospedalizzazione dell’aborto e per il rischio che la vita nascente, la maternità e la solitudine delle donne siano affrontate senza un adeguato sostegno umano e sociale:
“Pensiamo anzitutto alla custodia della vita fragile e sofferente, al dibattito sul fne vita, alla necessità di cure palliative, di accompagnamento e di prossimità, perché nessuno sia lasciato solo dinanzi alla malattia, alla sofferenza e alla morte. Guardiamo con preoccupazione alla deospedalizzazione dell’aborto e alla sua progressiva riduzione a pratica ambulatoriale, perché ogni scelta che riguarda la vita nascente, la maternità la solitudine delle donne e la responsabilità della società merita attenzione, accompagnamento e tutela, non semplificazioni procedurali”.
Il documento è un appello al miglioramento delle condizioni sanitarie: “Ci interpellano le gravi questioni della salute e della sanità, soprattutto quando le disuguaglianze territoriali, economiche e sociali rendono più difficile l’accesso alle cure e colpiscono le persone più fragili. Non possiamo ignorare l’emigrazione dei nostri ammalati verso regioni dove l’assistenza sanitaria garantisce condizioni migliori”.
La difesa della vita si intreccia con le condizioni concrete di tante persone, in quanto la dignità passa anche dal lavoro e dall’attenzione ai senza dimora, alle famiglie povere, ai lavoratori sfruttati, al lavoro povero, al caporalato, contro ogni economia che sacrifica la persona al profitto: “Non possiamo ignorare la condizione delle carceri, il disagio dei detenuti, delle loro famiglie, del personale penitenziario, e la necessità di percorsi che non si limitino alla custodia, ma aprano alla dignità, alla responsabilità, alla giustizia riparativa e al reinserimento”.
Un richiamo anche sulla situazione dei migranti e di coloro che non hanno casa: “Ci preoccupano i Centri di permanenza per il rimpatrio, la condizione dei migranti e dei Rom, il rischio che persone e popoli vengano percepiti come problema da respingere e non come volti da incontrare, accompagnare e integrare secondo giustizia e legalità. Richiamano la nostra responsabilità i senza fissa dimora, le famiglie povere, i lavoratori sfruttati, il lavoro povero, il caporalato e ogni forma di economia che sacrifica la dignità della persona al profitto od alla convenienza”.
Altro tema ‘caldo’ affrontato dai vescovi campani riguarda lo spopolamento delle aree interne: “Sentiamo il peso delle aree interne, dello spopolamento, della chiusura di servizi e presìdi educativi, della fatica di territori che rischiano di essere lasciati ai margini del futuro. Portiamo nel cuore le ferite della Terra dei Fuochi, le conseguenze dell’inquinamento, dell’illegalità e della camorra, ma anche il desiderio di rinascita, di bonifica morale ed ambientale, di responsabilità condivisa.
Ci preoccupa il disagio giovanile, la violenza minorile, la povertà educativa, la disaffezione alla partecipazione e la progressiva perdita di luoghi nei quali educare alla fiducia, alla legalità, alla cittadinanza e alla vita buona del Vangelo. Ci addolora anche il problema dell’abbattimento delle case”.
Ecco il motivo per cui la dignità è ‘una sola’: “Rivolgiamo questo appello anzitutto alle nostre comunità cristiane, perché non cedano alla paura e alla rassegnazione. Rivolgiamo questo appello soprattutto alle Istituzioni, agli amministratori, ai rappresentanti politici, a quanti hanno responsabilità nella vita pubblica e a tutti coloro che, a diverso titolo, concorrono alle scelte che riguardano il presente e il futuro della Campania”.
Però la Chiesa non si sostituisce alle Istituzioni civili, ma chiede un confronto su scelte importanti: “Chiediamo fortemente che sui temi indicati si attivi un confronto vivo, un dialogo, una lettura condivisa. Chiediamo che le decisioni che toccano la vita delle persone non vengano assunte senza un dialogo serio con i soggetti sociali che quotidianamente incontrano le ferite della gente. A quanti sono impegnati in politica e dichiarano di ispirarsi alla Dottrina sociale della Chiesa chiediamo coerenza, coraggio e soprattutto capacità di tradurre i principi in scelte concrete”.
Per questo i vescovi non si rassegnano, perché amano ‘questa terra’: “Per questo non vogliamo rassegnarci. Non vogliamo che la Campania sia raccontata solo attraverso le sue emergenze, né che il futuro venga consegnato alla paura, all’indifferenza od all’illegalità. Crediamo che sia possibile costruire una terra più giusta, più fraterna, più attenta alla vita, più capace di custodire i piccoli, i poveri, i fragili e le nuove generazioni”.
L’orchestra OIDA compie 10 anni: domenica 12 luglio una grande festa ad Arezzo
L’Orchestra Instabile di Arezzo invita tutta la città a festeggiare i suoi primi dieci anni: OIDA suonerà sul palco con tanti amici, musica, ospiti e il concerto dei giovani musicisti di OIDA Campus. Aperte le prenotazioni per il mercatino degli strumenti in collaborazione con il Calcit.
Dieci anni di musica, incontri, progetti, collaborazioni e crescita condivisa con la città. Domenica 12 luglio 2026, dalle ore 18.30, Piazza Grande ad Arezzo ospiterà la festa per i dieci anni di OIDA Orchestra Instabile di Arezzo: un momento pubblico, aperto a tutti e a ingresso libero, pensato per festeggiare un percorso nato come una scommessa e diventato oggi una realtà riconosciuta e profondamente radicata nel territorio.
Il programma prevede un concerto di OIDA con un repertorio insolito e festoso, ospiti, racconti, testimonianze, un mercatino degli strumenti musicali in collaborazione con il Calcit e il concerto dei giovani musicisti di OIDA Campus, giunto alla sua sesta edizione, quest’anno in programma a Sant’Egidio di Cortona fino al 10 luglio.
OIDA è un progetto orchestrale nato ad Arezzo dalla collaborazione tra musicisti del territorio e realtà associative, con l’obiettivo di creare un’orchestra al servizio della città e dei giovani musicisti. Fin dall’inizio l’orchestra si è distinta per la sua identità “instabile”: aperta alla sperimentazione, capace di mescolare più arti espressive e di proporre un punto di vista insolito sull’ascolto, sui luoghi in cui si fa musica e sulle modalità della formazione musicale.
In questi dieci anni l’Orchestra ha suonato in 10 Paesi, dal Canada alla Cina, si è esibita nella sede ONU di New York e al Parlamento Europeo di Bruxelles, oltre che in diverse città italiane ed europee, e ha portato la propria musica anche in contesti internazionali di grande prestigio, come il Festival di El Jem in Tunisia. Ha realizzato circa 200 concerti, seguiti complessivamente da un pubblico di circa 70.000 persone, partecipando anche a eventi di rilievo come la sfilata internazionale di Dior a Firenze.
Numerose anche le collaborazioni artistiche: da quella recente con Jovanotti, Amara, Giovanni Caccamo e il Maestro Valter Sivilotti, a quelle con Mogol, Simone Cristicchi, Zen Circus, Michele Campanella, Cesare Chiacchiaretta, Giuseppe Bruno, Romolo Gessi, Andrea Fornaciari e Andrea Turini; dagli ospiti internazionali come Nil Venditti, Linus Lerner, Hae Joo Hahn e Anna Tifu, fino a personalità del teatro, della cultura e dell’impegno civile come Francesco Pannofino, Liliana Segre e molti altri.
Tra le attività più significative del percorso di OIDA c’è OIDA Campus, la residenza musicale rivolta a ragazzi e ragazze tra i 10 e i 16 anni. In cinque edizioni il progetto ha coinvolto circa 400 giovani musicisti, offrendo loro un’esperienza formativa, orchestrale e umana che rappresenta uno dei cuori più vivi dell’attività dell’orchestra e siamo alle soglie della sesta edizione con più di 80 partecipanti.
La festa del 12 luglio sarà dunque un traguardo da condividere con la città e un momento di racconto e momenti musicali legati alla storia dell’orchestra e ai tanti progetti che ne hanno accompagnato il percorso. Al centro della serata l’Orchestra e i giovani musicisti di OIDA Campus, che porterà in Piazza Grande il concerto conclusivo della settimana residenziale. Accanto a loro ospiti, testimonianze, improvvisazioni musicali e i cantanti di Opera Seme Festival.
‘Abbiamo suonato i primi dieci anni. I prossimi vogliamo costruirli insieme’: è il messaggio di Paolo Vaccari e Lorenzo Rossi, co-direttori artistici e fondatori di questa realtà insieme a molti altri amici, che saranno sul palco domenica per raccontare successi, difficoltà e prospettive di un progetto che ha saputo crescere e guardare al futuro. Durante la festa sarà possibile partecipare anche al mercatino degli strumenti musicali, realizzato in collaborazione con il Calcit, uno spazio aperto dove strumenti usati potranno essere provati, scambiati e acquistati da studenti, musicisti, famiglie e appassionati. A breve i contatti per iscriversi saranno sul sito.
Appuntamento a domenica 12 luglio alle 18,30, sarà un’occasione informale e festosa per incontrare l’orchestra, conoscere più da vicino il suo percorso e celebrare un traguardo che appartiene non solo a OIDA, ma a tutta la città. Tutte le info su www.oidarezzo.it.
(Foto: OIDA)
Giornata mondiale contro le droghe: Simone Feder invita a tenere ‘alta’ l’attenzione
Nelle scorse settimane è stato presentato dall’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe la ‘Relazione europea sulla droga 2026: tendenze e sviluppi’, in cui si evidenzia che in Italia sono oltre 105.000 le persone che fanno uso di siringhe per l’iniezione di sostanze, nessun altro Paese in Europa ha un numero così alto. Quindi un mercato delle droghe sempre più dinamico, diversificato e complesso, con crescenti rischi per la salute pubblica e la sicurezza con la disponibilità di sostanze ad alta potenza, incluse nuove droghe sintetiche, che continua ad aumentare, mentre il policonsumo rende sempre più difficili prevenzione e trattamento
Dal rapporto, presentato in occasione della Giornata mondiale contro le droghe, che si è celebrata venerdì 26 giugno, si evince che la cannabis rimane la sostanza illecita più diffusa, con indagini nazionali che mostrano che circa l’8,7% degli adulti europei (25.000.000 persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni) ne ha fatto uso nell’ultimo anno. Gli oppioidi sintetici, in particolare nitazeni e altre nuove molecole, rappresentano una minaccia e emergente e sono associati a un numero crescente di overdose e decessi.
Quindi si continuano a individuare nuove sostanze psicoattive-nps al ritmo di circa una alla settimana: nel 2025 sono state segnalate, per la prima volta in Europa, 50 nps, portando il numero totale monitorato dall’Euda a 1.050: come ha evidenziato Euda: “Tra queste, vi sono nuovi potenti oppioidi sintetici, che comportano un rischio maggiore di intossicazione potenzialmente letale. L’uso di sigarette elettroniche, che comporta il consumo di prodotti contenenti nicotina, è ormai una pratica diffusa tra gli adolescenti europei”.
Dunque il consumo di cocaina resta elevato e si osserva una diffusione crescente di crack in diverse città europee e l’uso di questa sostanza sta mettendo a dura prova i servizi di riduzione del danno e di trattamento, che devono rispondere alle esigenze di un’utenza che affronta gravi problemi di salute e sociali, come ha sottolineato Simone Feder, psicologo nella Casa del Giovane di Pavia:
“Bisogna sempre più tenere alta l’attenzione sulle nuove sostanze e monitorarle, ma quello che è più spaventoso è tutto il mondo del crack. Io lo vedo anche a Rogoredo (periferia sud-est di Milano): molte persone stanno utilizzando tanto questa sostanza. Ciò porta anche un tema di sicurezza, di pericolosità. Chi ne fa uso non è facile da gestire, non riesce a instaurare delle relazioni. Il crack porta in una dimensione di depersonalizzazione. Poi c’è tutto il mondo dei cationi e della cannabis sintetica che passa un po’ inosservato, ma ne paghiamo caro il prezzo perché slatentizzano molti giovani che sono in fase di costruzione di personalità”.
Per quale motivo l’uso delle droghe è in aumento?
“Le cause sono molteplici. Da un lato assistiamo a una crescente fragilità emotiva: ansia, solitudine, senso di inadeguatezza, paura del futuro. Dall’altro, la cultura contemporanea tende a privilegiare il benessere immediato e la soddisfazione rapida dei desideri. In questo contesto la droga viene spesso percepita non tanto come trasgressione, ma come strumento per stare meglio, per anestetizzare il dolore o per sentirsi più sicuri di sé.
Inoltre, molte sostanze sono oggi più accessibili e socialmente sempre più normalizzate rispetto al passato. Per questo il fenomeno non può essere affrontato solo sul piano repressivo: è necessario comprendere il disagio che spesso si nasconde dietro il consumo. Dovremmo imparare a porci una domanda diversa: non soltanto ‘che droga usa?’, ma soprattutto ‘perché ne ha bisogno?’ Dietro ogni dipendenza c’è una storia che chiede di essere ascoltata”.
I giovani sono consapevoli delle ricadute sulla propria salute?
“In parte sì, ma la consapevolezza razionale non sempre coincide con una reale percezione del rischio. Molti giovani conoscono i danni delle sostanze, ma tendono a considerarli lontani, improbabili o comunque gestibili. Manca spesso la percezione della gravità delle conseguenze e, nelle nuove generazioni, manca anche la memoria storica di ciò che hanno rappresentato negli anni ottanta la diffusione dell’eroina e la tragedia dell’AIDS. Più che una mancanza di informazioni, emerge spesso una difficoltà a valutare le conseguenze nel lungo periodo.
Quando una persona vive una sofferenza, una solitudine o una pressione particolarmente intensa, il beneficio immediato appare più concreto del rischio futuro. Per questo l’educazione non può limitarsi a trasmettere nozioni: deve aiutare a sviluppare capacità critica, equilibrio emotivo e fiducia in se stessi”.
La droga è legata ad esperienze forti che i giovani vogliono provare: quali esperienze proporre?
“I giovani hanno bisogno di intensità, di avventura, di sfide e di passioni autentiche. Non bisogna spegnere questo desiderio, ma orientarlo. Le esperienze più significative sono quelle che permettono di sentirsi vivi e protagonisti: lo sport, il volontariato, l’arte, la musica, i viaggi, l’impegno sociale, le esperienze comunitarie, il contatto con la natura, i percorsi di crescita personale e spirituale. La vera alternativa alla droga non è una vita più prudente, ma una vita più piena. I ragazzi cercano emozioni, ma soprattutto cercano significato. Quando incontrano qualcosa che dà senso alla loro esistenza, diminuisce il bisogno di cercare altrove forme artificiali di evasione”.
I giovani hanno bisogno di una ‘casa’: in quale modo accogliere i giovani?
“Una ‘casa’ non è soltanto un luogo fisico. E’ uno spazio in cui una persona si sente vista, ascoltata e accolta per ciò che è. I giovani hanno bisogno di adulti capaci di stare accanto senza giudicare immediatamente, di ascoltare prima di dare risposte, di creare relazioni affidabili e durature. Hanno bisogno di comunità educanti: famiglie, scuole, oratori, associazioni, gruppi sportivi e culturali che offrano appartenenza e legami autentici.
L’accoglienza non consiste nell’abbassare ogni esigenza, ma nel coniugare vicinanza e responsabilità. I ragazzi crescono quando sentono che qualcuno crede in loro e continua a farlo anche nei momenti di fragilità. Hanno bisogno di essere riconosciuti non per i loro limiti o problemi, ma per le loro risorse, i loro talenti e i loro sogni”.
A quale compito sono chiamati genitori ed adulti?
“Il primo compito degli adulti è essere presenti. In una società che corre velocemente, la presenza è forse la forma più preziosa di educazione. Non basta parlare ai giovani: occorre fare con loro, condividere tempo, esperienze, fatiche e speranze. Genitori ed educatori sono chiamati a testimoniare che una vita buona è possibile, offrendo esempi credibili più che discorsi perfetti. Devono saper porre limiti quando necessario, ma anche costruire dialogo e fiducia.
Occorre inoltre aiutare i giovani ad affrontare le inevitabili fatiche dell’esistenza. Un ragazzo che impara a confrontarsi con la frustrazione, con il fallimento e con il dolore sarà meno incline a cercare scorciatoie che promettono una fuga dalla realtà. Educare significa accompagnare, non sostituirsi; essere presenti, senza essere invadenti; indicare una strada, continuando a camminare accanto”.
In quale modo è possibile andare ‘oltre il bosco’?
“Frequentando il ‘Bosco’ di Rogoredo incontro spesso giovani che tutti vedono come tossicodipendenti, ma che prima di tutto sono persone ferite, smarrite, alla ricerca di qualcuno che non le giudichi e non le abbandoni. Il bosco è diventato il simbolo di tante solitudini e di tante fragilità che abitano il nostro tempo.
Andare ‘oltre il bosco’ significa comprendere che nessuno è identificabile con la propria dipendenza. Ogni persona è molto più grande dei suoi errori e delle sue cadute. Per questo il primo passo è tornare a guardare chi soffre non come un problema da risolvere, ma come una persona da incontrare. Dal bosco si esce attraverso relazioni vere, percorsi di cura, comunità accoglienti e adulti capaci di restare accanto anche quando tutto sembra perduto. Si esce dal bosco quando qualcuno continua a credere in te, anche quando tu non riesci più a credere in te stesso.
In occasione della Giornata mondiale contro le droghe vorrei ricordare che la risposta non può essere soltanto il contrasto alle sostanze. La vera sfida è offrire ragioni per vivere, per sperare, per costruire il futuro. Perché il contrario della dipendenza non è semplicemente l’astinenza: è la possibilità di riscoprire legami, senso e speranza. Nessuna storia è perduta per sempre. Oltre il bosco c’è sempre una strada che può riportare alla vita”.
Il card. Repole a Torino: san Giovanni Battista indica la strada
“Nel vangelo di Luca, Gesù entra in giorno di sabato nella sinagoga di Nazaret e lì dopo che è stata pronunciata la lettura del Profeta Isaia tiene il suo discorso programmatico: un’omelia breve ma assolutamente incisiva, che è capace di tratteggiare la novità inedita rappresentata dalla sua stessa Persona ed il fatto che in Lui e attraverso di Lui si stia realizzando la grande ed antica promessa di Dio. Nel libro degli Atti degli Apostoli, lo stesso autore, Luca, ci presenta l’apostolo Paolo che in un’altra sinagoga, quella di Antiochia di Pisidia, ancora nel giorno di sabato, compie lo stesso gesto di Gesù”: nella festività della natività di san Giovanni Battista, patrono della città di Torino, l’arcivescovo card. Roberto Repole ha sottolineato che Gesù delinea la promessa di Dio.
E’ una promessa che si compie in Gesù: “Chi ha dimestichezza con la Scrittura non può non vedere una profonda simmetria tra l’orazione del discepolo e quella del Maestro. Il contesto è il medesimo, la funzione del discorso è identica: aprire le menti e i cuori di chi ascolta a percepire la novità di Cristo, a vedere come la lunga vicenda del rapporto tra Dio e il suo popolo si compie nella Persona di Gesù di Nazaret”.
E si realizza nella Pasqua: “In particolare, nel caso di Paolo è evidente che la Pasqua di Cristo appare come il compimento di ogni intervento di Dio nella storia, come la luce divina capace di illuminare ormai ogni cosa. L’apostolo ripercorre infatti tutta la storia di liberazione e di cura con cui Dio si è fatto vicino e intimo al suo popolo, fino al momento che segna il passaggio al punto di convergenza di quella lunga storia, alla novità attesa eppure inimmaginabile che è Cristo”.
Il ‘tramite’ è il Battista: “Custode di questo momento unico è Giovanni Battista. Egli è lo spartiacque fatto uomo fra il tempo dell’attesa della visita ultima e definitiva di Dio e il tempo del compimento, quello della venuta di Cristo e della sua Pasqua”.
In questo modo san Giovanni Battista diventa ‘custode’ di Gesù: “Lo è con una parola molto semplice e con un atteggiamento preciso. La parola è quella che riconosce Colui che viene dopo di lui. E’ una parola che sa fare spazio, che è capace di riconoscere la novità, di dare fiducia a chi sta venendo dopo di lui, a colui che con la sua stessa presenza lo relativizzerà. E’ una parola che può sorgere dal cuore di una persona che non ha posizioni di rendita da difendere”.
Con questa indicazione il Battista lascia ‘spazio’ a Gesù: “Giovanni ha fatto il suo e sa che è necessario che adesso cominci il tempo di un altro. Più profondamente, il Battista è cosciente del fatto che ciò che egli ha compiuto nella sua esistenza rimarrà per sempre solo se sarà capace della libertà di chi sa cedere il passo, di chi sa fare spazio ad un altro”.
Indica la strada da seguire: “A questa parola si affianca un atteggiamento: quello di chi sa indicare la strada, di chi dà un orientamento, di chi mostra una direzione. Egli mostra che ogni valore e ogni bene stanno in Gesù. Egli addita Lui come l’unico capace di dare senso ad ogni esistenza, come il criterio per distinguere ciò che tiene e resiste da ciò che è invece effimero e non vale. E’ anche così che Giovanni Battista, patrono della nostra città, continua ad essere un faro per la nostra vita ecclesiale e civile”.
Ed anche oggi continua in questo ‘compito’: “Lo è, invitandoci ad interiorizzare la sua parola e a diventare pure noi degli adulti capaci di cedere il passo ai più giovani: a chi si affaccia alla vita, a chi è agli inizi del tempo della responsabilità, a chi ha tutto il diritto di indicare le linee del futuro, perché quel futuro è anzitutto suo, a chi ha persino il diritto di fare i suoi errori, così come è successo a noi. Credo che oggi di fronte alla rapidità dei cambiamenti del mondo, che affannano le vecchie generazioni, sia diventato davvero urgente dare voce e dare incarichi di responsabilità ai giovani”.
Una riflessione soprattutto per la Chiesa: “Offro questa mia riflessione pensando anzitutto alla Chiesa, che ha bisogno di ripensare sé stessa a partire dai giovani, che sono portatori di doni inediti, e dal desiderio autentico di farli incontrare realmente con Cristo. I nostri figli sono spesso molto preparati, molto creativi, molto ricchi di ideali: rappresentano la più grande opportunità di questo nostro tempo, non facciamoli aspettare”.
L’omelia del cardinale chiede un ripensamento sullo ‘spazio’ ai giovani: “Mi colpisce leggere che in Piemonte, nei Comuni di una certa consistenza, con popolazione superiore ai 15.000 abitanti, non esiste neanche un Sindaco di età inferiore ai 35 anni. Apprendo che l’età media dei dirigenti nelle aziende italiane si aggira attorno ai 50 anni, rispetto alla media europea di 45 anni. Leggo che nelle nostre università si diventa professori ordinari fra i 50 e i 58 anni, contro una media europea di 40-45 anni”.
Quindi è un invito a spronare i giovani alla responsabilità: “Perché abbiamo timore nel fare spazio ai giovani? Anzi, vorrei porre la domanda tutta in positivo: cosa aspettiamo a dare una spinta in avanti ai nostri giovani? A dare loro posti di responsabilità quando ne sono pronti? Non desidero semplificare; proprio a Torino da una decina di anni abbiamo Sindaci più giovani rispetto alla tradizione. Il passato ci ha regalato leaders importanti di tutte le età nella politica e nell’economia.
Credo che possiamo fare tesoro di questa bella tradizione e farlo in modo adatto ai tempi che viviamo: quest’epoca di trasformazioni così complesse, anche sul fronte tecnologico, esige che le nuove generazioni prendano molta più voce e lo facciano in fretta. Il compito di chi le ha precedute non è certo farsi da parte, ma guidare i giovani alla assunzione di responsabilità, lasciarsi affiancare e portarli a sedere nei direttivi delle diverse organizzazioni, lasciarsi indicare direzioni nuove”.
Giovani condannati e non stimolati: “Devo confessare che quest’anno ho sofferto molto di fronte alle polemiche sulla violenza dei movimenti giovanili antagonisti. Non è mai stata in dubbio la condanna dei gesti di violenza, ma le polemiche ci hanno a volte distratti rispetto ai messaggi di disagio che potevamo intercettare fra i giovani arrabbiati e al grido che sale da una grande massa di giovani pacifici. Accanto ai giovani che hanno la fortuna di studiare, ce ne sono anche tanti che stanno perdendo il treno e non fanno nulla, non lavorano e non vanno a scuola, bivaccano nelle periferie”.
Da qui l’invito a stare vicino a loro: “Anche questi nostri figli dobbiamo affrettarci a ritrovare. Così come dobbiamo ritrovare quei tanti giovani che guardano con paura al futuro, in questo mondo che a volte sembra impazzito e che appare in ogni caso sempre più complesso. Penso al dato drammatico che ci dice che, tra gli adolescenti torinesi, negli ultimi quattro anni i tentativi di suicidio sono aumentati del 249%.
Penso all’aumento spropositato di consulenze di neuropsichiatria nel nostro Regina Margherita che, secondo uno studio, sono balzate dalle 319 del 2018 alle 1.694 nel 2022, rimanendo inalterate in questi ultimi anni. E penso (è solo di alcuni giorni fa) alla notizia dell’uso fuori controllo di paracetamolo fra gli adolescenti”.
Per questo ha invitato gli adulti ad indicare una strada ai giovani: “Credo che essere adulti di fronte ai giovani, sia quando protestano, sia quando urlano la loro sofferenza, sia quando sono semplicemente giovani non possa ridursi a reprimere senza spiegare o avallare tutto senza indicare una direzione, senza indirizzare in una strada da percorrere con fiducia. Se ci limitiamo a reprimere senza spiegare o a lasciar fare, voltandoci dall’altra parte, non stiamo volendo bene davvero ai nostri figli!”
Infine un ringraziamento a coloro che educano i giovani, indicando una strada: “Guardo allora con grande riconoscenza e invito tutti a nutrire sentimenti di profonda gratitudine verso i tanti che, nella nostra città e nella nostra Regione, come Giovanni Battista si prendono la responsabilità di mostrare una via; e lo fanno sporcandosi le mani in un compito educativo tanto nascosto, quanto indispensabile all’esistenza di una città e di una società ancora umane.
Penso ai genitori, giovani anch’essi, che non solo hanno ancora il coraggio di mettere al mondo dei figli, ma si impegnano combattendo a volte contro tutto e tutti pur di mostrare loro per che cosa valga la pena di vivere. Penso ai tantissimi insegnanti di tutte le fasce di età, dal nido all’Università, che non si limitano a prendersi cura dei bisogni materiali od a fornire conoscenze asettiche, ma desiderano essere testimoni autentici di ideali alti e adulti capaci di orientare i giovani, perché interiorizzino in modo autonomo quei valori sui quali costruire l’esistenza. E penso ai tanti educatori, ai preti, ai religiosi e alle religiose, ai politici, agli uomini della cultura e dello spettacolo”.
Grazie a loro Torino è una bella città: “Sono ancora in tanti ad essere autenticamente e non superficialmente adulti in questa nostra amata città di Torino. Se Torino rimane una bella città, lo dobbiamo anche a loro; lo dobbiamo soprattutto a loro, come a molte altre donne e a molti altri uomini di buona volontà. Mentre insieme diciamo proprio a loro il nostro grazie, insieme ci diciamo che possiamo, dobbiamo accompagnare i giovani a prendere il loro posto”.






























