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Replica a Roma del ‘Tetillo’ di Eduardo Scarpetta: come erano (e non dovrebbero essere più) i giovani italiani…
La commedia napoletana continua ad essere rappresentata (e amata) a Roma. Nell’ambito della stagione teatrale pianificata dall’Associazione Culturale Torraccia (A.C.T.), attiva nella Capitale da molti anni, la Compagnia “Prof. Enzo Cunti” di Baia e Latina (Caserta) riproporrà infatti domani sera la quinta replica stagionale di “Tetillo”, la commedia brillante in tre atti scritta nel 1880 da Eduardo Scarpetta (1853-1925), il creatore del teatro dialettale moderno e il più importante attore e autore del teatro napoletano tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.
La regia dell’opera, tratta dal Bébé del commediografo belga Alfred Hennequin (1842-1887), è dell’eclettico Enzo Maiello, voce e chitarra della band di rock cristiano NovA e contemporaneamente percussionista e mandolinista del gruppo folk di Baia e Latina, suo paese natale.
La trama di questa imperdibile commedia, alimentata dai meccanismi dell’equivoco, della complicità, della ingenuità, gira tutta intorno ad alcuni aspetti reali e amplificati del carattere del napoletano. La mamma di Tetillo, infatti, che crede il figlio un angelo, ha con lui un rapporto che pare sia ancora legato al cordone ombelicale, lo difende, al di là del concepibile, sistematicamente contro il padre verso il quale assume un ruolo oppositivo sempre che l’argomento della discussione riguarda il figlio Felice, soprannominato Tetillo. Quest’ultimo, però, è di fatto un giovane menefreghista e inconcludente che, dall’alto dei suoi quasi 22 anni, “dovrebbe” frequentare l’università da ben 4 anni. Il virgolettato non è casuale, perché in realtà il ragazzo la frequenta senza alcun profitto: non ha dato mai esami e, per di più, ha addirittura l’abitudine di vendere regolarmente i propri libri per pagarsi la bella vita.
Di più: il giovane, con la complicità del compagno di “avventure” Arturo, ha in effetti un solo chiodo fisso in testa: le donne! Eh già, perché Felice (chiamato in maniera vezzeggiativa Tetillo), è in realtà un ragazzo irresponsabile, viziato, figlio di una madre apprensiva e possessiva che continua a trattarlo da bambino e che vive alle spalle del padre, in una situazione sospesa tra ricchezza, malizia, furbizia e inettitudine, in una miscela esplosiva che genererà una girandola di equivoci e situazioni oltremodo esilaranti.
L’ingresso per assistere alla commedia, con prenotazione obbligatoria e contributo volontario suggerito di 8 €, sarà possibile solo prima delle ore 18 (inizio dello spettacolo) nella Sala Multifunzionale dell’A.C.T. in via Aldo Sandulli 100, Roma. Per info, prenotazioni e ritiro biglietti, ci si può rivolgere ai contatti della Segreteria A.C.T. (aperta dal lunedì al venerdì dalle 17.00 alle 19.30): tel. 06/41200623, cell. 347/4196132 (attivo anche su WhatsApp), posta elettronica: actpolivalente@gmail.com.
Ad Ascoli Piceno l’arte sacra contemporanea diventa speranza
Nello scorso dicembre ad Ascoli Piceno è stata inaugurata la XVI biennale d’arte sacra e contemporanea, di cui curatore è il critico d’arte Giuseppe Bacci con la cooperazione di Arnaldo Colasanti ed Andrea Viozzi, con una mostra intitolata ‘Profeti di speranza, creatori di bellezza’, visitabile fino a sabato 31 gennaio nelle chiese di San Vittore e Sant’Agostino per Ascoli Piceno ed ad Isola del Gran Sasso nel Museo Staurós, mentre tra qualche mese sarà esposta anche a San Benedetto del Tronto, seguendo cinque tematiche prefissate per gli artisti: ‘Nel segno della Luce – Segni di luce, segni di speranza’; ‘La Pace nel cuore dell’arte’; ‘Profeti di Speranza per un nuovo domani’; ‘Creati per creare – creatori di bellezza’; ‘Dialogo tra le culture’.
La mostra è stata possibile grazie alla volontà del vescovo di Ascoli Piceno –San Benedetto del Tronto – Ripatransone, mons. Gianpiero Palmieri, che aveva avuto un incontro con Giuseppe Bacci, grazie a Giuliano Giuliani, e dalla conoscenza dell’esperienza della Biennale d’arte Sacra di San Gabriele. Da qui l’idea di proporre una riflessione sull’arte e l’arte sacra contemporanea. Le opere, più che rappresentare soggetti religiosi, intendono stimolare una ricerca spirituale attraverso gli elementi naturali dell’esistenza, tra cui la ricerca della speranza e della bellezza. Sono esperienze che aprono a un cammino capace di intercettare il mistero di Dio.
La mostra si inserisce in un dialogo tra arte contemporanea e spazi segnati dall’arte dei secoli passati. La scelta di collocare le opere in una chiesa tanto ricca di storia permette un confronto tra ciò che è stato e l’anelito verso qualcosa di più grande. La scelta delle chiese romaniche ad Ascoli Piceno non è casuale: questi spazi presentano caratteristiche architettoniche precise: volumi ampi, luce naturale filtrata, pareti che possono accogliere interventi. L’arte contemporanea entra in dialogo con la struttura storica. Il contrasto temporale diventa elemento espositivo. Invece il Museo Staurós ha una vocazione specifica verso l’arte sacra recente con la collezione permanente che include lavori di artisti del ‘900.
La poetica di questa Biennale si fonda sull’idea che l’arte possa essere profetica. Gli artisti non si limitano a illustrare contenuti religiosi. Attraverso la loro sensibilità anticipano domande e tensioni del nostro tempo. Il tema della speranza attraversa tutte le sezioni della mostra. In un’epoca segnata da crisi e incertezze, l’arte offre uno spazio di resistenza. La bellezza non è consolazione facile ma invito a guardare oltre l’apparenza.
‘Profeti di speranza, creatori di bellezza’ è un’occasione per riflettere sul ruolo dell’arte oggi e per . ricordare che la bellezza può essere strumento di trasformazione con l’invito è a lasciarsi sorprendere dalle opere, a sostare davanti a immagini che parlano un linguaggio universale in un dialogo tra fede e creatività, che rimane fecondo.
Al parroco di san Pietro martire, don Francesco Guglietta, membro dell’Ufficio di Pastorale Universitaria, abbiamo chiesto in quale modo essere ‘Profeti di speranza, creatori di bellezza’: “Direi che gli artisti coinvolti nella mostra, ognuno con la propria sensibilità e linguaggio, abbiano espresso che la bellezza e la speranza hanno tanti modi di essere concepite, vissute e raccontate. Anche l’idea di collegare la ricerca della bellezza (che poi è la ricerca di Dio) con la profezia della speranza mi sembra particolarmente importante per l’attuale momento storico e culturale che viviamo”.
Per quale motivo la speranza può creare la bellezza?
“La speranza è, oltre che una virtù teologale cristiana, una ricerca costante di quel che è importante nella nostra vita. Mai è un raggiungimento. Sempre una tensione costante verso il meglio del bello, del vero, del giusto. La bellezza è proprio l’espressione di questa tensione. Se non c’è la speranza non può esserci autentica bellezza, ma solo paccottaglia kitsch, ripetizione in serie depotenziate, retorica estetica. Cose di cui, ahimè, siamo tanto pieni”.
Quale rapporto intercorre tra arte e spiritualità?
“L’arte è espressione di un desiderio di bellezza (ma anche di verità, di autenticità) che tende però ad un oltre. Tende a dire il non detto. Talvolta dicendo senza neanche saper bene che cosa dire, ma esprimendo anche soltanto un anelito impossibile. Tutto questo coincide con la ricerca spirituale che parte proprio dall’impossibilità di accogliere l’assoluto, Dio, così come lo hai già conosciuto. La spiritualità è, proprio come l’arte, un cammino che cerca quel che intuisci che ci sia, ma che non sai bene che cosa sia. Questo è vero anche per l’arte cristiana che, se abbandona questa tensione spirituale, diventa idolatrica. L’arte cristiana è spirituale quando va alla ricerca del volto del Signore Gesù che non è mai donato una volta per sempre, ma che chiede sempre una conversione, una esplorazione”.
In quale modo l’arte contemporanea si ‘interfaccia’ con la spiritualità?
“L’arte contemporanea è piena di spiritualità. Talvolta esprime un desiderio di rottura con ciò che è stato e può sembrare violenta, dissacrante. Ma la vera spiritualità è sempre così: è dissacrazione di Dio così come lo hai conosciuto ed è ricerca della sua vera essenza. Una conversione continua. Poi anche l’arte contemporanea rischia di essere retorica, quando diventa solo espressione dei disagi personali, quando è riproposizione sterile di quel che è stato, quando cerca solo di compiacere un certo mercato”.
In quale modo gli artisti hanno risposto al tema della biennale?
“In modo splendido! Le opere sono straordinarie nella loro bellezza. Alcuni artisti si sono anche coinvolti personalmente nell’allestimento, altri hanno creato delle opere ad hoc, altri hanno offerto opere già realizzate, ma che avevano un profondo legame con la biennale. Sono da poco all’interno di questo mondo ma ho trovato molto desiderio di essere coinvolti in un cammino di ricerca estetica che racconti le cose più autentiche dell’umanità e che, per chi è cristiano, rivela sempre più il volto di Gesù e, in Lui, della Trinità”,
Per quale motivo i giovani possono essere attratti da tale biennale?
“Ribalterei la domanda: se uno è attratto dall’arte non può che essere giovane. Solo chi avverte se stesso come una persona in ricerca, che non si accontenta della sua esperienza, può lasciarsi coinvolgere dalle opere presenti alla biennale nell’entusiasmo o anche nella contestazione. Per un giovane (ma vale per tutti) è una specie di test: sono davvero giovane o sono un vecchio nel corpo di un giovane?”
(Tratto da Aci Stampa)
Il disagio esplode: e noi dove siamo?
I fatti tragici di questi giorni, in cui un giovane uccide un altro giovane, ci costringono tutti a fermarci ed a riflettere. È tempo di silenzio, di rispetto, ma anche di domande profonde. È il tempo di interrogarci come adulti, come genitori, come comunità.
Oggi le fatiche che stanno vivendo i giovani ci parlano di un argine che si è rotto: il disagio, a lungo trattenuto, ora esplode in tutta la sua forza. La violenza di un ragazzo non nasce dal nulla, ma è spesso il risultato di regole ignorate, di emozioni non riconosciute e non gestite, di un rapporto fragile con l’autorità e con il senso del limite.
Ci stupiamo, e ce lo chiediamo con sgomento: come è possibile che crescano in famiglie che li amano e li proteggono e che, una volta fuori, diventino quasi irriconoscibili, mossi da rabbia o sfida? Oggi qualcosa si è rotto… e dobbiamo avere il coraggio di chiederci: dove siamo noi adulti in tutto questo?
Qual è l’antidoto a questa deriva? Davvero pensiamo che bastino regole più rigide, divieti o punizioni? Forse l’unica strada possibile è camminare accanto a loro, passo dopo passo, offrendo rispetto, ascolto, confronto e fiducia. Oggi facciamo fatica a stare con i giovani: a reggere le loro domande, la loro irrequietezza, i momenti di ribellione, gli scatti d’ira, il disordine, la mancanza di responsabilità dentro le mura di casa. E troppo spesso il problema diventa ‘loro’.
Non è facile ammetterlo, ma serve un sincero mea culpa: quando li abbiamo davvero accompagnati dentro le esperienze della vita? Quanto spesso li lasciamo soli? Quanto ci manca il coraggio di restare, di affrontare conversazioni scomode, di mostrare con l’esempio cosa significa vivere secondo principi solidi e credibili?
Più sto con i giovani, più mi accorgo di quanto abbiano bisogno di noi. Hanno bisogno di adulti capaci di trasmettere il bello della vita anche attraverso le fatiche. Hanno bisogno di vedere anche le nostre fragilità, i nostri limiti, il nostro tentativo sincero di andare oltre. Di adulti che sappiano mostrare il valore dell’impegno, la soddisfazione di raggiungere un obiettivo, il rispetto delle regole e dell’autorità non come imposizione, ma come occasione di crescita per tutti.
I loro occhi si illuminano quando qualcuno li ascolta davvero, quando sentono che le loro paure, i loro desideri, le loro fragilità contano. Hanno bisogno di spazi dove potersi sperimentare, mettersi alla prova, sbagliare senza essere etichettati, e dove ogni piccolo successo diventa un mattone della loro autostima.
Non possiamo più delegare l’educazione dei figli alla strada, alla rete, alle amicizie costruite qua e là, al vicinato o a figure adulte occasionali. Oggi quella comunità, purtroppo, manca. E allora viene spontaneo chiederci: chi accompagna i nostri ragazzi quando noi siamo presi dal lavoro, dagli impegni, dallo smartphone? Chi insegna loro a provare, a cadere, a rialzarsi?
Il tempo è il dono più prezioso che possiamo offrire, insieme alla nostra coerenza di adulti. Crescere significa sbagliare, cadere, sbucciarsi le ginocchia, affrontare frustrazioni e imparare a portare i propri pesi. Non possiamo crescere figli a brioche e iPhone e poi stupirci se faticano a stare nella vita.
Forse il disagio dei giovani non è solo un problema loro. Forse è una domanda rivolta a noi. E allora la vera questione non è cosa fare dei ragazzi, ma che adulti scegliamo di essere. Perché l’educazione non si delega. Si vive. Ogni giorno.
Papa Leone XIV invita i giovani ad essere lieti
“Ci salutiamo da qui. Potrete seguire un po’ sugli schermi. Vado da qui all’Aula Paolo VI. Potrete ascoltare un po’… Quanto mi piacerebbe che tutti potessimo stare insieme, non solo con lo schermo ma personalmente, perché è nell’incontro che ci troviamo bene… Stare soli, tante volte, è soffrire. Ma quando siamo con gli amici, quando siamo con la famiglia, quando siamo con quelli che ci amano e che ci vogliono bene, possiamo andare avanti. Abbiate sempre questo coraggio!”: prima di incontrare i giovani nell’aula Paolo VI il papa ha salutato i giovani assiepati nella piazza san Pietro eppoi ha continuato il giro salutando anche i giovani romani assiepati al Petriano.
Quindi nel discorso ai giovani, riuniti nell’aula Paolo VI, papa Leone XIV ha ringraziato per la presenza: “Sono molto contento di trovarmi con voi, di avere questa opportunità di condividere un po’ questa ricerca, questo desiderio di rispondere non solo a quelle domande che abbiamo appena sentito, ma a tante cose nella vita. Vi condivido che poco prima di venire questa sera ho ricevuto un messaggio da una mia nipote, giovane anche lei, che mi diceva: ‘Zio, come fai con tanti problemi del mondo, con tante preoccupazioni?’ e poneva la stessa domanda: ‘Non ti senti solo? Come fai a portare avanti?’ E la risposta, in gran parte, siete voi! Perché non siamo soli!”
Con il pensiero ai giovani che sono morti nella tragedia a Crans-Montana il papa ha raccontato la bellezza della fede: “Se ricordiamo la bellezza della fede, la bellezza della gioia, di essere giovani, di trovarci insieme, di cercare insieme, possiamo sapere davvero nel nostro cuore che mai siamo soli, perché Gesù è con noi!”
Ancora una volta papa Leone XIV ha ricordato che la vita è ‘preziosa’: “E vorrei anche spendere una parola (il cardinale Baldo già ce lo ha detto): è veramente grande questa tristezza e dolore che tutti abbiamo vissuto, per quei 40 ragazzi di Crans-Montana che hanno perso la vita. Anche noi dobbiamo ricordare che la vita è così preziosa, che non possiamo mai dimenticare quelli che soffrono. Purtroppo quelle famiglie, ancora nel dolore, devono cercare adesso come superare quel dolore. Anche per questo è importante la nostra preghiera, la nostra unità: stiamo sempre uniti, come amici, come fratelli “.
Il papa ha risposto alle domande dei giovani su delusione e solitudine, in quanto la vita non è un like: “Quando questo grigiore appanna i colori della vita, vediamo che si può essere isolati anche in mezzo a tante persone. Anzi, proprio così la solitudine mostra il suo volto peggiore: non si viene ascoltati, perché immersi nel frastuono delle opinioni; non si guarda niente, perché abbagliati da immagini frammentarie. Una vita di link senza relazione o di like senza affetto ci delude, perché siamo fatti per la verità: quando manca, ne soffriamo. Siamo fatti per il bene, ma le maschere del piacere usa-e-getta tradiscono il nostro desiderio”.
E’ stato un invito ad affinare una propria ‘sensibilità’: “Se tendiamo l’orecchio e apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza”.
Ed ecco la presenza di Dio: “Se tendiamo l’orecchio ed apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza”.
Attraverso una poesia di Salvatore Quasimodo il papa ha invitato ad aprire gli occhi: “Se tendiamo l’orecchio e apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza”.
Con Gesù il mondo si colora: “Allora un mondo grigio e anonimo diventa un luogo ospitale, a misura d’uomo, proprio perché abitato da Dio. Sono contento che nei vostri ambienti sperimentiate relazioni autentiche: quello che vivete nelle parrocchie romane, in oratorio, e nelle associazioni, non potete tenerlo per voi!”
E’ un invito ad agire con letizia: “Non aspettatevi che il mondo vi accolga a braccia aperte: la pubblicità, che deve vendere qualcosa da consumare, ha più audience della testimonianza, che vuole costruire amicizie sincere. Agite dunque con letizia e tenacia, sapendo che per cambiare la società occorre anzitutto cambiare noi stessi. E voi già mi avete mostrato che siete capaci di cambiare voi stessi e di costruire questi rapporti di amicizia. Così possiamo cambiare il mondo, così possiamo costruire un mondo di pace!”
Con una poesia di Clemente Rebora il papa ha affrontato la santità: “Mi avete chiesto che cosa desidero per voi: nelle mie preghiere, chiedo per ciascuno una vita buona e vera, secondo la volontà di Dio. In breve, spero per tutti una vita santa. Qui vi dico una cosa: sapete che la parola ‘santa’ ha la stessa radice della parola ‘sana’ e che se veramente vogliamo essere santi, bisogna cominciare con una vita sana e bisogna aiutarci, gli uni gli altri, a cercare come evitare quelle cose come, purtroppo, le dipendenze: tante situazioni in cui vivono i giovani”.
Ed ecco la testimonianza: “Noi siamo testimonianza, gli amici veri quelli che accompagnano, quelli che possono veramente offrire una vita sana, perché tutti siamo santi. E questo dipende anche da voi. Non abbiate paura di accettare questa responsabilità. Niente di meno desidero, perché vi voglio bene: vive davvero, infatti, chi vive con Dio, autore e salvatore della vita. Ecco come possiamo essere tutti santi in questa vita! Il Signore rende buona la vita non insegnando astratti ideali, ma dando la vita per noi”.
La testimonianza si trasforma in ‘raggio di luce’: “Il raggio di luce che ci trafigge si vede e si sente! E’ un amore vero, perché fedele e senza tornaconto. E’ un amore che conosce il nostro cuore e lo libera dalla paura. E la pace è il frutto che l’amore di Dio coltiva in noi: gustandolo, lo possiamo condividere attraverso la dedizione a chi non si sente amato, a quei piccoli che hanno più bisogno di attenzione, a chi attende da noi un gesto di perdono. Carissimi giovani, il vostro impegno nella società e nella politica, in famiglia, nella scuola e nella Chiesa parta dal cuore, e sarà fruttuoso. Parta da Dio, e sarà santo”.
In questo senso la preghiera è essenziale: “Anzitutto pregare. E’ questo l’atto più concreto che il cristiano fa per il bene di chi gli è accanto, di sé e del mondo intero. Pregare è atto di libertà, che spezza le catene della noia, dell’orgoglio e dell’indifferenza. Per infiammare il mondo occorre un cuore ardente! E il fuoco lo accende Dio quando preghiamo, specialmente quando lo riceviamo e lo adoriamo nell’Eucaristia, quando lo incontriamo nel Vangelo, quando lo cantiamo nei Salmi. Così Lui ci rende capaci di essere luce del mondo e sale della terra”.
Per questo ha invitato a guardare alla Madre di Dio ed ai santi: “Ci vuole coraggio per testimoniare oggi questa gioia! Ci vuole ardore per amare come il Signore ci ha amati, eppure è esattamente questo che ci fa ‘smettere di temporeggiare e vivere davvero’, come avete detto. Non si tratta di compiere sforzi sovrumani, e neppure di fare ogni tanto qualche opera di carità: si tratta di vivere come uomini e donne che hanno Cristo nel cuore, lo ascoltano come Maestro e lo seguono come Pastore”.
Per questo motivo i santi sono liberi: “Guardiamo ai santi: come sono liberi! Insieme con loro, andiamo avanti nel cammino, ben sapendo che il vero bene della vita non si può comprare con denaro né conquistare con le armi, ma si può donare, semplicemente, perché a tutti Dio lo dona con amore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ha ringraziato chi ha collaborato al Giubileo
“Una menzione particolare va al Governo della Repubblica Italiana, al Commissario Governativo, al Comune di Roma (in particolare al Signor Sindaco e alla sua struttura organizzativa), ed alla Regione Lazio; come pure alle Forze di Sicurezza, alla Prefettura, che ne ha coordinato il lavoro, alla Protezione Civile e alle numerose Associazioni di volontariato, e all’Agenzia ‘Giubileo 2000’. Speciale gratitudine esprimo al Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo, e agli altri Dicasteri coinvolti, alla Gendarmeria Vaticana, al Corpo della Guardia Svizzera Pontificia, al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, alla Prefettura della Casa Pontificia, alle diverse Commissioni – pastorale, culturale, della comunicazione, ecumenica, tecnica, economica –, ai Sacerdoti Confessori, ai rappresentanti delle Diocesi e delle Conferenze Episcopali, agli esperti di varie categorie intervenuti per i singoli eventi e ai cinquemila “Volontari del Giubileo”, di ogni età e provenienza”.
E’ iniziata con un lungo ringraziamento l’udienza di papa Leone XIV ai collaboratori alla ‘buona’ riuscita del giubileo dell’Anno Santo, conclusosi nella solennità dell’Epifania per il loro prezioso ‘apporto’: “Avete dato un apporto multiforme, spesso nascosto, sempre impegnativo e carico di responsabilità, grazie al quale oltre trenta milioni di pellegrini hanno potuto compiere il cammino giubilare e partecipare alle celebrazioni e agli eventi, in un clima di festa e al tempo stesso di compostezza, raccoglimento, ordine e organizzazione. Grazie a voi Roma ha offerto a tutti il suo volto di casa accogliente, di comunità aperta, gioviale e al tempo stesso discreta e rispettosa, aiutando ciascuno a vivere con frutto questo grande momento di fede”.
In questa occasione ha citato alcuni luoghi importanti per la fede cristiana con una citazione di sant’Agostino: “La visita alle tombe di Pietro e Paolo, degli altri Apostoli e dei Martiri, il cammino verso la Porta Santa, l’esperienza del perdono e della misericordia di Dio, sono stati per tante persone momenti di incontro fecondo con il Signore Gesù, in cui toccare con mano che ‘la speranza non delude’, perché Egli vive e cammina in noi e con noi (nei momenti salienti dell’esistenza come nell’ordinarietà di ogni giorno), e perché con Lui possiamo arrivare alla meta… Con il vostro lavoro voi avete aiutato molti a trovare e ritrovare speranza, e a riprendere il viaggio della vita con fede rinnovata e propositi di carità”.
E non poteva richiamare la canonizzazione di due santi molto amati dai giovani: “Vorrei richiamare, in particolare, la presenza a Roma, in occasione del Giubileo, di tanti giovani e adolescenti di ogni nazione. E’ stato bello toccare con mano il loro entusiasmo, essere testimoni della loro gioia, vedere la serietà con cui hanno pregato, meditato e celebrato, osservarli, così numerosi e diversi tra loro, eppure uniti, ordinati (anche grazie al vostro servizio!), desiderosi di conoscersi e di vivere insieme momenti di grazia, di fraternità, di pace. Riflettiamo su ciò che ci hanno mostrato”.
Ecco il motivo per cui san Carlo Acutis e san Piergiorgio Frassati sono ‘modello’ di discernimento per i giovani: “Tutti, a vari livelli, siamo responsabili del loro futuro, in cui c’è il futuro del mondo. Chiediamoci, allora, alla luce di ciò che abbiamo visto: di che cosa hanno realmente bisogno? Cosa li aiuta davvero a maturare e a dare il meglio di sé? Dove possono trovare risposte vere alle domande più profonde che portano nel cuore? I giovani hanno bisogno di modelli sani, che li indirizzino al bene, all’amore, alla santità, come ci hanno mostrato le figure di san Carlo Acutis e di san Piergiorgio Frassati, canonizzati lo scorso settembre. Teniamo davanti a noi i loro occhi limpidi e vivi, pieni di energia e al tempo stesso tanto fragili: ci potranno essere di grande aiuto per discernere con saggezza e prudenza nelle gravi responsabilità che ci attendono nei loro confronti”.
Alla conclusione dell’udienza il papa ha dato loro il ‘compito’ di portare a tutti la speranza: “Sia questo il mandato che portiamo con noi, come continuazione feconda del lavoro compiuto, perché i molti semi di bene che, anche grazie al vostro aiuto, il Signore, nei mesi scorsi, ha posto in tanti cuori, possano crescere e svilupparsi”.
Congedandoli ha donato loro un crocifisso con l’augurio di buon anno: “Al termine di questo incontro, sono contento di poter donare ad ognuno di voi, come piccolo segno di riconoscenza, il Crocifisso del Giubileo: una miniatura della croce con il Cristo glorioso che ha accompagnato i pellegrini. Vi resti come ricordo di questa esperienza di collaborazione. Ed allora vi benedico e vi auguro ogni bene per questo nuovo anno”.
Inoltre è stato anche reso noto tutto l’intervento finale al Concistoro del papa, ringraziando i cardinali del ‘lavoro’ svolto: “Questa riunione è intimamente connessa a quanto abbiamo vissuto al Conclave. Avevate espresso, anche prima del Conclave, dell’elezione del successore di Pietro, il desiderio di conoscerci e di poter dare il vostro contributo e sostegno. Abbiamo fatto una prima esperienza il 9 maggio.
Poi in questi due giorni, con un metodo semplice, ma non necessariamente facile, che ci potesse aiutare a incontrarci e conoscerci meglio. Personalmente ho sentito una profonda comunione e sintonia con tutti voi e tra tanti interventi. Abbiamo fatto anche un’esperienza di sinodalità, non vissuta come tecnica organizzativa, ma come strumento per crescere nell’ascolto e nelle relazioni. E certo dobbiamo continuare e approfondire questi incontri”.
Ha ribadito la centralità del Concilio Vaticano II: “I temi che sono stati scelti sono profondamente radicati nel Concilio Vaticano II e in tutto il cammino che è scaturito dal Concilio. Non sottolineeremo mai abbastanza l’importanza di continuare con il cammino che si è aperto con il Concilio. Vi incoraggio a farlo. Ho scelto questo tema, come sapete (i documenti e l’esperienza del Concilio), per le udienze pubbliche di quest’anno. E questo cammino è un processo di vita, di conversione, di rinnovamento di tutta la Chiesa. ‘Evangelii gaudium’ e la sinodalità sono elementi importanti di questo cammino”.
E la sinodalità è importante per la missione: “Il cammino della sinodalità è un cammino di comunione per la missione, in cui tutti siamo chiamati a partecipare. Per questo i legami tra noi sono importanti. Avete sottolineato l’importanza della connessione del Santo Padre in particolare con le Conferenze episcopali e con le Chiese locali; e l’importanza delle Assemblee continentali. Anche queste però non devono diventare riunioni ‘in più’ da aggiungere a una lista, ma luoghi di incontro e di relazioni tra Vescovi con i presbiteri e i laici, e tra Chiese, che aiutano tanto a promuovere un’autentica creatività missionaria”.
Parlando della formazione il papa ha evidenziato il problema degli abusi, che devono essere al centro dell’attenzione dei vescovi: “Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori. Vorrei dire, anche incoraggiando voi a condividerlo a vostra volta con i vescovi: tante volte il dolore delle vittime è stato più forte per il fatto che non sono state accolte e ascoltate.
L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori. Una vittima, poco tempo fa, mi ha detto che veramente per lei la cosa più dolorosa era precisamente che nessun vescovo voleva ascoltarla. E quindi anche lì: l’ascolto è profondamente importante”.
Ed ha concluso con l’invito a trasmettere la speranza: “Speranza che ci sentiamo di trasmettere al nostro mondo. E con questo, vogliamo tutti insieme manifestare la preoccupazione che abbiamo condiviso nei dialoghi e negli incontri personali, e anche in qualche intervento nel gruppo, per tutti quelli che soffrono nel mondo. Non siamo riuniti qui sordi alla realtà della povertà, della sofferenza, della guerra, della violenza che affligge tante Chiese locali. E qui, con loro nei nostri cuori, vogliamo dire anche che siamo vicini a loro. Molti di voi siete venuti da Paesi dove state vivendo con questa sofferenza della violenza e della guerra”.
E’ stato un invito a farsi carico della speranza anche di fronte a chi l’ha perduta: “Siamo chiamati a farci carico di questo cammino di speranza anche davanti alle giovani generazioni: ciò che viviamo e decidiamo oggi non riguarda soltanto il presente, ma incide sul futuro prossimo e su quello più lontano. E’ la speranza che abbiamo vissuto nel Giubileo che si è appena concluso. E’ veramente un messaggio che vogliamo offrire al mondo: abbiamo chiuso la Porta Santa, ma ricordiamo: la porta di Cristo e del suo amore rimane sempre aperta!”
Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ai giovani: siate coraggiosi
“Care concittadine e cari concittadini, si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore. La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace. Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”.
Il discorso di fine anno del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha un inizio che ricorda che l’anno appena terminato è stato terribile per le molte guerre divampate nel mondo, ripetendo la linea del Magistero della Chiesa, che hanno descritto sia papa Francesco che papa Leone XIV.
Infatti ha richiamato il messaggio per la giornata mondiale della pace di papa Leone XIV, che ha invitato a ‘disarmare le parole’: “La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio”.
A distanza di giorni è opportuno tornare a riflettere sulle parole del presidente della Repubblica italiana per cambiare mentalità, come aveva sottolineato a Natale papa Leone XIV: “Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale… Ha richiamato alla necessità di disarmare le parole”.
L’invito del Presidente della Repubblica è quello di meditare le parole papali per ritornare alla propria responsabilità di cittadini: “Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi.
Di fronte all’interrogativo: ‘cosa posso fare io?’ dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno. L’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica, che esprime la volontà di realizzare il futuro insieme, attraverso il dialogo. Raffigura la responsabilità di essere cittadini”.
Per ricordare quest’anniversario il presidente Mattarella ha scelto il voto delle donne come uno dei fondamenti della Repubblica italiana: “Il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne. Quel segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità.
L’altro fotogramma riguarda il dialogo: “Di mattina i costituenti discutevano (e si contrapponevano) sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale. La Costituzione italiana, che ha ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni. La Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia. Non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie della comunità”.
Un altro fotogramma riguardano le riforme, la cultura (spesso ‘maltrattata’) e lo sport che hanno permesso ai cittadini di sentirsi italiani e sconfiggere il terrorismo: “Fondamentale alla crescita della identità nazionale è stato (e rimane) il contributo della cultura, dell’arte, del cinema, della letteratura, della musica. Il ruolo del servizio pubblico affidato alla Rai, a garanzia del pluralismo, presupposto essenziale di un largo coinvolgimento popolare attorno alle istituzioni della Repubblica…
Le stragi. Il terrorismo. Ricordiamo i volti e i nomi delle vittime. Magistrati, giornalisti, uomini delle istituzioni, esponenti delle forze dell’ordine. E poi tanti, troppi giovani che cadono per mano di ideologie che fanno della violenza il loro unico strumento. Verrà definita la notte della Repubblica. Ma l’Italia prevale. Le istituzioni si dimostrano più forti del terrore. E lo sono grazie all’unità delle forze politiche e sociali, capaci di difendere i principi fondativi della Repubblica”.
Tra questi nomi il presidente della Repubblica italiana ha ricordato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “Due volti che non possiamo dimenticare: quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della legalità e della lunga lotta contro la mafia. Protagonisti anche dopo il loro assassinio: il loro esempio continua a ispirare, non soltanto in Italia, le nuove generazioni e tutti coloro che non si rassegnano alla prepotenza della criminalità”.
Ma ha ricordato anche un massacro, dimenticato dalla maggioranza degli italiani, di soldati impegnati nella pace: “L’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale, anche grazie al contributo che i nostri militari hanno dato e danno alla costruzione della sicurezza e della pace. Anche qui un cammino con alti prezzi, a partire dal sacrificio dei nostri aviatori in missione umanitaria a Kindu, in Congo, nel 1961. L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi”.
Insomma il discorso del presidente Mattarella è stato un percorso della democrazia italiana, ma anche un incoraggiamento per i giovani: “Abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi, accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale che attraversiamo… Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia. Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani. Qualcuno, che vi giudica senza conoscervi davvero, vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna”.
Da Parigi la Comunità di Taizè invita i giovani a cercare Gesù
“Ma dove si terrà il nostro prossimo incontro europeo? Si terrà: in un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava; in una città segnata dall’incontro di quattro culture diverse: cattolica, protestante, ortodossa e ebraica; che ha due ottime squadre di calcio; con un nome non facile da pronunciare: il prossimo incontro europeo si terrà nella città di Łódź in Polonia!”: con un po’ di suspense per gli oltre 15.000 giovani europei convocati dal 28 dicembre al 1 gennaio dalla Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca, ‘Cosa cerchi?’, il priore frére Matthew ha annunciato la città del prossimo incontro europeo in terra polacca.
Quindi il prossimo incontro dei giovani della comunità di Taizé si svolgerà dal 28 dicembre 2026 al primo gennaio 2027 a Łódź, in Polonia; ed una nota della comunità di Taizé ricorda che il primo incontro in Polonia (Wrocław, 1989-1990) coincise con la caduta della cortina di ferro. Questo prossimo incontro europeo, il sesto in Polonia, è un invito a continuare a costruire la pace dentro di noi e nel mondo. Come suggerisce frère Matthew nella sua lettera del 2026, ‘attraverso gli altri possiamo essere sorpresi nello scoprire qualcosa che non avremmo trovato da soli’.
Ai giovani riuniti dalla comunità di Taizé, nei giorni scorsi, si era rivolto papa Leone XIV con un messaggio a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.
Nelle riflessioni il priore della Comunità di Taizè, frère Matthew, ha invitato i giovani a camminare insieme: “Camminare insieme agli altri nelle nostre cappellanie e parrocchie può essere un grande sostegno e va di pari passo con un cammino personale. Siamo pronti a entrare sempre più nel mistero del Corpo di Cristo, la sua Chiesa, dove possiamo essere uno solo e solo tutti insieme? E come ascoltare i desideri di quelle e quelli che si sentono lontani dalla fiducia in Dio?”
In tale cammino è fondamentale l’incontro tra Maddalena e Gesù risorto: “Stasera abbiamo ascoltato il Vangelo che racconta l’incontro tra Maria Maddalena e Gesù dopo la sua risurrezione. Gli amici di Gesù erano turbati dopo la sua morte e avevano paura della persecuzione. La mattina presto del primo giorno della settimana, Maria si recò al sepolcro di Gesù. La sua tristezza era grande: la pietra che ne sigillava l’ingresso era stata rimossa e il corpo di Gesù non c’era più”.
Il nome pronunciato da Gesù ridà gioia a Maddalena: “Ma quando Gesù chiama Maria con il suo nome, lei lo riconosce e il loro rapporto personale si ricostituisce. Sorpresa e gioia la travolgono. Gesù non vuole che lei lo possieda o lo monopolizzi, ma piuttosto che viva di Lui per gli altri. La manda come apostola agli apostoli per proclamare la buona novella che Dio lo ha risuscitato dai morti. Così, la comunione tra Gesù e suo Padre diventa aperta a tutti coloro che lo amano”.
E’ stato un invito a riconoscere Gesù: “Anche se, come Maria Maddalena, non riconosciamo Cristo come Risorto, Egli è al nostro fianco. Quando abbiamo paura, si avvicina e ci offre la sua pace. E affida a tutti noi una missione: non semplicemente tenere questa pace per noi, ma continuare la sua opera di riconciliazione, diventare pellegrini di pace. Saremo tra coloro che faranno di tutto per vivere la pace di Cristo per gli altri? E’ così che la speranza rinascerà nel nostro continente europeo e nel mondo”.
Eppoi l’invito a pregare per la pace: “Non voglio fare grandi dichiarazioni, ma semplicemente invitarvi a pregare per la pace nelle nostre società europee, affinché diventino accoglienti verso tutti, e per l’Ucraina, testimone della lotta per la libertà e che resiste nella speranza di una pace giusta; per la Palestina (non dimentichiamo la popolazione abbandonata di Gaza) e per Israele, il Sudan, il Myanmar e tutti i Paesi dove infuria la guerra. Preghiamo anche per coloro che cercano giustizia sotto regimi oppressivi”.
Da qui il racconto della sua recente visita in Ucraina: “Sono tornato dall’Ucraina alcuni giorni fa. Ho passato lì il Natale, accolto con uno dei miei fratelli da dei cristiani che fanno di tutto per ascoltare e accompagnare coloro che soffrono a causa della guerra. Offrono così un sostegno concreto a chi ha visto le proprie case distrutte, aiutandoli a ricreare un focolare. Abbiamo pregato sulle tombe di persone che hanno dato la vita per difendere la libertà del proprio Paese”.
Infine l’invito a ‘ricostruire’ l’Europa: “In Ucraina, come dicevo, ho visto case distrutte, ma una vita che rinasce continuamente, che rifiuta di essere soffocata. La nostra casa europea, ricostruita dopo le ferite della Seconda guerra mondiale, può sembrare di nuovo in rovina, ma saremo pronti a impegnarci con le donne e gli uomini coraggiosi che danno tutto per farla rinascere?
I valori a noi cari sono sempre presenti. Come possono aprire il nostro orizzonte per vedere più lontano e operare per una casa europea dove tutte e tutti possano sentirsi a casa? E questo attraverso gesti molto semplici: incontrarsi, scambiarsi idee e ascoltarsi anche senza capire tutto dell’altro, là dove pregare insieme non è possibile. Scopriamo così ciò che è già dato, una realtà in cui la giustizia è ben presente, ma spesso nascosta ai nostri occhi”.
(Foto: Comunità di Taizè)
A Sacrofano la 39^ edizione del Convegno nazionale giovani USC
Fino a lunedì 5 gennaio, presso la Fraterna Domus a Sacrofano (RM), si terrà il XXXIX Convegno nazionale giovani USC, promosso dall’ufficio di pastorale giovanile e vocazionale dei Missionari del Preziosissimo Sangue in collaborazione con le suore Adoratrici del Sangue di Cristo.
L’appuntamento, ormai consolidato nel tempo, riunirà circa 300 giovani dai 16 ai 30 anni, provenienti da diverse parti d’Italia per vivere un’esperienza di preghiera, fraternità e discernimento, arricchita dalle testimonianze di tanti ospiti. Il tema scelto per questa edizione, ‘Chi è freddo non riscalda’, tratto da una riflessione di san Gaspare del Bufalo, richiama con forza l’urgenza di una fede viva, capace di scaldare il cuore e trasformarsi in slancio missionario.
Durante le tre giornate, i partecipanti saranno coinvolti in momenti di ascolto, catechesi, laboratori, celebrazioni liturgiche e spazi di condivisione, con particolare attenzione alla dimensione vocazionale e alla responsabilità missionaria dei giovani oggi, come racconta don Valerio Volpi, direttore dell’ufficio di pastorale giovanile e vocazionale dei Missionari del Preziosissimo Sangue:
“Ad impreziosire questo nostro tempo insieme saranno le diverse testimonianze che si susseguiranno nel corso dei tre giorni. Da Pietro Sarubbi, noto ai più per il ruolo di Barabba nel celebre film di Mel Gibson, ai familiari della beata suor Maria Laura Mainetti, nella cui vita la missione ha trovato compimento fino al dono del sangue.
Sarà con noi anche la prof.ssa Antonella Anghinoni, che offrirà una catechesi biblica sul tema, mentre fra’ Antonio d’Errico ci guiderà alla scoperta del mondo dell’evangelizzazione digitale. Accanto alle celebrazioni liturgiche e ai momenti di lavoro in gruppo, vivremo insieme l’appuntamento più atteso del convegno: la solenne veglia eucaristica davanti al Santissimo Sacramento, per lasciarci accendere il cuore”.
I giovani europei a Parigi accolti da messaggi di pace
Oggi i giovani europei iniziano gli incontri a Parigi, accolti dalla Comunità di Taizè per riflettere sul tema del 48^ Pellegrinaggio di fiducia sulla terra, ‘Chi cercate?’; e dopo il messaggio di papa Leone XIV, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha scritto che i giovani sono la speranza: “La vostra presenza, il vostro cammino e il vostro impegno testimoniano una speranza viva, capace di illuminare il nostro mondo, così spesso oscurato dall’incertezza, dalla paura e dalla divisione. Provenite da Paesi, culture e tradizioni ecclesiali diversi.
Eppure, avete risposto alla stessa chiamata: partire, abbandonare per un periodo le vostre abitudini, per incontrare altri giovani, pregare insieme, ascoltare, dialogare e ricercare il senso profondo di una vita autenticamente cristiana. Questo pellegrinaggio di fiducia è un segno prezioso: mostra che i giovani di oggi non si rassegnano all’indifferenza o all’isolamento, ma osano credere che l’incontro con l’altro è fonte di arricchimento, non di minaccia”.
La domanda di questo pellegrinaggio è fondamentale per i giovani: “Attraverso il tema che vi viene proposto (‘Che cosa cercate?’) siete invitati a rispondere a una domanda essenziale, quella che Cristo stesso rivolge a coloro che si avvicinano a Lui all’inizio del Vangelo: ‘Che cosa cercate?’. Questa domanda permea ogni esistenza umana. Vi chiama a discernere ciò che abita nel vostro cuore: i vostri desideri, le vostre paure, i vostri sogni, ma anche la vostra sete di verità, giustizia e amore. Non abbiate paura di questa domanda. Accoglietela nel silenzio e nella preghiera, perché è spesso lì che Dio si avvicina e sussurra una via”.
Per questo il patriarca ecumenico ha affermato che c’è bisogno del coraggio dei giovani: “Il mondo ha bisogno della vostra visione chiara, del vostro coraggio e della vostra capacità di speranza. Ha bisogno di giovani operatori di pace, capaci di resistere alla violenza, all’esclusione e al disprezzo per gli altri. Ha bisogno di testimoni di una fede umile, vissuta non come potere, ma come servizio.
Nella tradizione ortodossa, ci piace ricordarvi che la vera forza di un cristiano si manifesta nell’amore incondizionato e nella fedeltà al prossimo… Mentre camminiamo insieme in questi giorni, affidate il vostro cammino a Dio. Possa Egli illuminare le vostre menti, rafforzare i vostri cuori e donarvi la pace. Possa questo incontro aiutarvi a diventare, ovunque viviate, seminatori di fiducia, dialogo e riconciliazione”.
Anche il segretario della federazione luterana mondiale, rev. Anne Burghardt, è importante riflettere sulla domanda posta dall’incontro parigino: “Le vostre riflessioni sulla domanda di Cristo: ‘Cosa cercate?’ sono profonde ed incoraggianti. Cercando il silenzio, discernete una direzione, sperimentate una profonda gioia evangelica, scoprite il coraggio di lavorare per la giustizia e la pace, così urgentemente necessarie oggi, e vivete tutto questo insieme, in comunità, in una comunione sostenuta e costantemente rinnovata dalla promessa di Cristo.
Per la Federazione Luterana Mondiale, questa ricerca è radicata nella speranza. La promessa di Dio di fare nuove tutte le cose dona speranza; una speranza che, da un lato, affonda le sue radici nella prospettiva del compimento ultimo di tutte le cose e che, dall’altro, può già essere intravista qui e ora: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’. Sì, rispondendo alla domanda e alla chiamata di Cristo, attraverso la vostra ricerca e risposta, Dio interviene misteriosamente nel corso della storia, facendo nuove tutte le cose”.
Mentre il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, rev. Jerry Pillay, ha sottolineato che la domanda è fondamentale per il ‘nostro’ tempo: “Il tema che guida il vostro incontro risuona potentemente nel nostro tempo. La ricerca di significato, giustizia, pace e comunità in un mondo segnato da frammentazione e conflitti trova una forte eco anche all’interno del movimento ecumenico odierno.
Come Nicodemo, che andò da Gesù di notte, (curiosi, cauti e in cerca) molti giovani oggi affrontano la vita con domande profonde. Sono alla ricerca di significato, giustizia e appartenenza in mezzo alla complessità e all’incertezza del nostro mondo. Insieme a milioni di altre persone in tutto il mondo, vi state confrontando con domande fondamentali sull’identità, la vocazione e su cosa significhi veramente vivere bene”.
E’ un invito a nascere di nuovo: “Il significato della vita non inizia dall’avere tutte le risposte, ma dall’essere aperti alla grazia trasformante di Dio. Questo brano esprime anche il profondo desiderio di giustizia che alberga nel nostro mondo. Gesù ci ricorda che Dio non ha mandato suo Figlio per condannare il mondo, ma per salvarlo.
Questo sfida qualsiasi idea che un cambiamento duraturo possa derivare dalla colpa, dall’esclusione o dalla paura. Molti giovani sono profondamente consapevoli delle ingiustizie ((povertà, razzismo, violenza, distruzione ambientale) e spesso si sentono sopraffatti da sistemi che sembrano resistenti al cambiamento”.
Il presidente della Conferenza delle Chiese europee (CEC), arcivescovo Nikita di Thyateira e della Grande Bretagna ha evidenziato che il pellegrinaggio è parte della tradizione cristiana: “Percorriamo un cammino e camminiamo lungo una via sacra, in cammino verso la nostra meta, un santuario sacro o un altro luogo sacro. Durante il nostro pellegrinaggio, incontriamo persone diverse e ci impegniamo in conversazioni e dialoghi; in questo modo, il viaggio si riempie di esperienze nuove e gioiose. Attraverso queste esperienze, impariamo, cresciamo, maturiamo e ci evolviamo, così da poter guardare al futuro con speranza”.
E’ un invito a trovare la pace: “Durante i giorni che trascorrerete insieme, affronterete temi essenziali: costruire comunità, dialogo e solidarietà, tra gli altri. Condividerete anche le vostre riflessioni sulla pace e su come promuovere questo valore in un momento di difficoltà per il nostro mondo. Siete chiamati a impegnarvi per trovare la pace nei vostri cuori, tra di voi e con il mondo intero. Portate la pace di Cristo alle anime in difficoltà e guidatele a unirsi a voi nella costruzione di nuove relazioni di fiducia e amicizia”.
Il segretario del forum mondiale cristiano, rev. Casely Baiden Essamuah, ha invitato i giovani a cercare Gesù: “Come Maria e Giuseppe, che affrontarono paura, incertezza e prove personali all’ombra dell’Impero Romano, anche noi siamo chiamati a portare i nostri interrogativi, le nostre ansie e le nostre speranze alla luce della sua presenza, confidando che, anche nel cuore del caos, Dio ci incontra lì dove siamo, offrendoci guida, conforto e forza di pace.
In una cultura che privilegia la velocità alla riflessione, la tecnologia alla connessione umana e il fare all’essere, prego che questo tempo a Taizé sia per voi uno spazio di rinnovato incontro con Cristo. Lasciate che il silenzio parli al vostro cuore. Che la preghiera, la lode e la vita comunitaria vi aprano allo Spirito. Ascoltate le storie di chi vi circonda (amici da ogni continente) e ricordate: non siete soli nelle vostre lotte, nei vostri interrogativi o nelle vostre aspirazioni, e le mie preghiere sono con voi mentre scrivo questo messaggio”.
Il segretario generale dell’Alleanza evangelica mondiale, Botrus Mansour, ha ringraziato i giovani per tale scelta coraggiosa: “Come pellegrini di pace, il vostro compito sembra schiacciante in un mondo che sta cadendo a pezzi. Potreste anche lottare per la vostra pace, cercando le necessità della vita in un mondo distrutto. Cose come la direzione, il significato, la giustizia, il silenzio, la gioia… Dio si è fatto uomo senza perdere la Sua divinità: che onore e che alta dignità per l’umanità! Eppure, ha dovuto percorrere questa strada difficile per morire per i nostri peccati. Attraverso la Sua morte e risurrezione, ci riporta al nostro bisogno fondamentale: una comunione senza ostacoli con il nostro Padre Celeste, la nostra casa divina a cui apparteniamo. A cui apparteniamo insieme!”





























