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Papa Leone XIV invita i monegaschi a tenere lo sguardo fisso su Gesù

Nella tarda mattinata papa Leone XIV aveva incontrato i giovani ed i catecumeni nella chiesa di santa Devota, patrona del Principato di Monaco, e dopo aver ascoltato le testimonianze di alcuni giovani ha parlato di lei, come “giovane coraggiosa, che ha saputo testimoniare la sua fede di fronte alla violenza dei persecutori, fino al martirio. Il suo corpo, dalla Corsica, è provvidenzialmente arrivato fin qui, su quella che oggi è la costa monegasca”.

La sua vita è testimonianza capace di produrre ‘frutti’: “Volevano annientarla, cancellare ogni suo ricordo, e invece il suo sacrificio ha portato il messaggio di pace e d’amore del Vangelo ancora più lontano. Questo ci aiuta a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio. Non solo, ma ci ricorda anche che la testimonianza della fede è un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani, ben oltre le nostre stesse aspettative e possibilità”.

Ed accanto a santa Devota ha proposto san Carlo Acutis: “In questa chiesa, recentemente, alla memoria della santa Martire Devota si è unita quella di san Carlo Acutis, altro giovane innamorato di Gesù, fedele all’amicizia con Cristo fino alla fine, pur in tempi e con modalità completamente diversi: nella carità, nell’apostolato sul web, di cui lo veneriamo patrono, e da ultimo nella malattia”.

Da qui l’invito ad imitarli: “Carissimi giovani, questi due santi ci incoraggiano e ci spingono a imitarli. Anche oggi, infatti, come è stato ricordato, la fede incontra sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità. Ne sono prova i tanti uomini e donne di ogni età che, in numero crescente, desiderano conoscere il Signore e chiedono il Battesimo”.

E, citando il card. Martini, ha invitato i giovani a sperimentare l’amore di Dio: “Ma ciò che dà solidità alla vita è l’amore: l’esperienza fondamentale dell’amore di Dio, prima di tutto, e poi, di riflesso, quella illuminante e sacra dell’amore vicendevole. Ed amarsi, se da una parte richiede apertura a crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità”.

Con l’amore di Dio l’inquietudine dei giovani si acquieta: “Solo così l’inquietudine trova pace (anche noi desideriamo la pace!) e si riempie il vuoto interiore di cui parlava Andreia, non con cose materiali e passeggere, nemmeno con i consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze condizionanti, artificiali, a volte persino violente.

Da queste cose bisogna sgomberare la porta del cuore, perché l’aria sana e ossigenante della grazia possa tornare a rinfrescarne e vitalizzarne le stanze, e perché il vento forte dello Spirito Santo possa riprendere a gonfiare le vele della nostra esistenza, spingendola verso la felicità vera”.

Ecco l’invito a vivere la Settimana Santa, porta della Pasqua: “E se questo conta per la vita spirituale e per la preghiera, allo stesso modo vale per l’esercizio della carità… Le parole e i gesti della testimonianza e della speranza non si improvvisano e non ce li diamo da noi stessi: vengono da un profondo rapporto con Dio, in cui noi per primi troviamo le risposte fondamentali della vita. Se il canale del suo agire in noi è aperto, e se è aperto lo scambio reciproco, con cui facciamo di tale rapporto d’amore un dono comune e condiviso, possiamo avere fiducia che le parole giuste e la forza necessaria ad agire verranno, al momento opportuno”.

Ed ecco l’invito a vivere la frase di sant’Agostino (‘Ama e fa ciò che vuoi’) nella quotidianità: “Cari giovani, non abbiate paura di donare tutto, il vostro tempo, le vostre energie, a Dio e ai fratelli, di spendervi fino in fondo per il Signore e per gli altri. Solo così troverete un gusto sempre nuovo e un senso sempre più profondo nella vita. Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza, per superare le derive del nostro tempo e affrontarne le sfide, e soprattutto per riscoprire il sapore buono dell’amore di Dio e del prossimo…

Portate il Vangelo nelle scelte del vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo la cultura della cura. Fate di tutto un dono a Dio e vivete tutto come una missione, che vi vuole gli uni per gli altri amici in Cristo e fedeli compagni di cammino”.

Mentre nella celebrazione dell’Ora Media con la comunità cattolica il papa aveva evidenziato il dono della comunione: “Gesù Cristo, il giusto, intercedendo per l’umanità presso il Padre, ci riconcilia con Lui e tra di noi… Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende ‘avvocato’ a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro.

Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa”.

Ed ecco la Chiesa a difesa dell’umanità: “Penso allora a una Chiesa chiamata a farsi ‘avvocato’, cioè a difendere l’uomo: tutto l’uomo e tutti gli esseri umani. Si tratta di un cammino di discernimento critico e profetico teso a promuovere ‘uno sviluppo integrale dell’umanità, che ne rispetti la dignità e l’identità autentica, come anche il fine ultimo, che rimanda a un mistero di comunione piena col Dio Trinità e tra noi’.

Questo è il primo servizio che l’annuncio del Vangelo deve rendere: illuminare la persona umana e la società affinché, alla luce di Cristo e della sua Parola, scoprano la propria identità, il significato della vita umana, il valore delle relazioni e della solidarietà sociale, lo scopo ultimo dell’esistenza e il destino della storia”.

Quindi è stato un invito a tenere fisso lo sguardo su Gesù: “Carissimi, tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, nostro avvocato presso il Padre, genera una fede radicata nel rapporto personale con Lui, una fede che si fa testimonianza, capace di trasformare la vita e rinnovare la società. Questa fede ha bisogno di essere annunciata con strumenti e linguaggi nuovi, anche digitali, e ad essa tutti devono essere introdotti e formati con continuità e creatività. Ciò vale in particolare per coloro che si stanno aprendo all’incontro con Dio, ai catecumeni e ai ricomincianti, verso i quali vi raccomando un’attenzione particolare”.

(Foto: Santa Sede)

Rolando Rivi: la pace oltre la morte

Rolando Maria Rivi (il 7 gennaio 1931- 13 aprile 1945) fu un seminarista cattolico di 14 anni ucciso dai partigiani comunisti durante la seconda guerra mondiale. Nacque a Castellarano. Nel 1942, entrò nel seminario di Marola ma a causa dell’occupazione tedesca, dovette  tornare a casa. Una volta tornato,  continuò a sentirsi un seminarista.

Indossò l’abito talare, nonostante la preoccupazione dei genitori, in quanto i gesti di odio verso i religiosi erano  diffusi nella zona. Lì i sacerdoti subivano vari atti di violenza e venivano anche uccisi. Il 10 aprile 1945, Rolando fu rapito da un gruppo di partigiani comunisti i quali,  con l’accusa di essere una spia per i fascisti , lo torturarono e umiliarono per tre giorni. Dopo fu ucciso con due colpi di pistola in un bosco di Piane di  Monchio.

La salma del ragazzo fu ritrovata il 14 aprile e sepolta con esequie cristiane. Dopo una serie di guarigioni miracolose attribuite alla sua intercessione,il 5 ottobre 2013, Rolando fu beatificato. La sua memoria liturgica si celebra il 29 maggio. La sua storia ha suscitato polemiche in alcune zone d’Italia, ma ha anche ispirato un messaggio di pace e riconciliazione.

Nel 2018, infatti, la figlia dell’assassino di Rolando, Meris Corghi, ha stretto la mano ai parenti del beato mostrando che nonostante le atroci azioni compiute in guerra, la pace è possibile a conflitto finito, tanto che il gesto è considerato come un simbolo di riconciliazione e perdono tra le due famiglie. La sua storia è ben raccontata nel film documentario Dio sceglie i piccoli,  del regista milanese Riccardo Denaro.

Gesù e YouTube

Se uno dà una scorsa, anche veloce, ai video su YouTube che riguardano la figura di Gesù, nota come questi video sono dedicati all’esistenza storica o meno di un personaggio che ha cambiato la storia. Un po’ poco. Soprattutto dopo la ricorrenza dei millesettecento anni del Concilio di Nicea che lo ha dichiarato ‘consustanziale’ al Padre. Si può andare oltre l’esistenza storica di Gesù?

E’ quello che sta tentando di fare Fabio Cittadini, docente di religione, licenziato in Teologia presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, sul suo canale YouTube “theological mind” con la sezione intitolata ‘Gesù, il Cristo’. Se si ripercorrono i video si può osservare come siano stati proposti al visualizzatore dei video che, subito dopo aver chiarito se Gesù di Nazareth sia esistito o meno facendo riferimento alle fonti extra-evangeliche, cercano di tratteggiare la figura di Gesù dal punto di vista teologico. Ecco allora che anche il video sulla differenza tra Vangeli canonici e Vangeli apocrifi rientra nel tentativo di dare spessore teologico su YouTube al Nazzareno.

Questo spiega, inoltre, perché sotto questa sezione possiamo trovare dei video che si focalizzano sulla portata teologica di ciascuno dei quattro Vangeli canonici (Marco, Matteo, Luca e Giovanni) per poi interessarsi ad alcune figure che in questi Vangeli trovano una loro specifica collocazione: l’apostolo Pietro e la Vergine Maria. Da ultimo va segnalato l’interessante video dedicato al Diavolo tra arte, letteratura (Dante, Milton, Goethe) e teologia.

Tutti i video si lasciano apprezzare per la loro chiarezza e sinteticità quasi ad introdurre lo spettatore o il semplice curioso ad una tematica che nel percorso accademico ha un suo proprio corso teologico. Inoltre i video sono stati pensati e scritti dall’autore che così ha messo a disposizione il suo sapere, ma le immagini e la voce sono state create con intelligenze artificiale, dimostrando un uso efficace di questo strumento.

Per chi fosse interessato: www.youtube.com/@theologicalmind

A Gesù per Maria: un cammino semplice e profondo per riscoprire la Madre di Dio

In un tempo in cui la fede rischia spesso di ridursi a concetti astratti o a devozioni slegate dalla vita, il libro ‘A Gesù per Maria. Un breve percorso per conoscere e innamorarsi della Madre di Dio’ di Manuel Valenzisi si presenta come una proposta limpida, accessibile e al tempo stesso teologicamente solida per riscoprire il cuore della spiritualità cristiana.

Il titolo dice già l’essenziale: non si va a Maria per fermarsi a Maria, ma per lasciarsi condurre a Cristo. E’ questa la convinzione che attraversa tutte le pagine del libro: il mistero di Gesù non può essere compreso pienamente senza il mistero di Maria, perché Dio stesso ha scelto di venire a noi attraverso di Lei.

Un percorso in tappe, per la preghiera personale e comunitaria. Il volume raccoglie nove meditazioni, nate originariamente come predicazioni e poi trascritte mantenendo uno stile diretto, vivo, vicino al parlato. Questo rende il libro particolarmente adatto sia alla lettura personale, sia all’uso in gruppi di preghiera, comunità religiose, parrocchie, o come novena mariana.

Le tappe proposte accompagnano gradualmente il lettore a entrare nel mistero di Maria: Maria nel mistero di Cristo; Maria, la Prescelta; Giuseppe, lo sposo di Maria; Maria, la Graziata; Maria, la Vergine; Maria, la Madre; Maria, la Mediatrice; Maria, la Presente; La Consacrazione a Gesù per Maria. Ogni meditazione unisce fondamento biblico, riflessione teologica e ricaduta concreta sulla vita spirituale, secondo una convinzione centrale dell’autore: la vita spirituale è il dogma vissuto.

Uno degli aspetti più preziosi del libro è il modo in cui Maria viene presentata: non come una figura lontana e irraggiungibile, ma come Madre profondamente vicina, capace di comprendere la fragilità umana proprio perché totalmente immersa nella grazia. La riflessione sull’Immacolata, sulla verginità, sulla maternità e sulla mediazione di Maria non rimane mai astratta. Ogni pagina invita il lettore a interrogarsi: che cosa cambia nella mia vita se accolgo davvero Maria come Madre? Che cosa significa lasciarsi generare da Lei alla vita del Figlio?

 Il cammino trova il suo punto culminante nella consacrazione a Gesù per Maria, ispirata alla grande tradizione spirituale della Chiesa, in particolare a san Luigi Maria Grignion de Montfort. Non si tratta di un gesto devozionale isolato, ma di una scelta di vita: affidarsi a Maria per appartenere più radicalmente a Cristo.

Per questo il libro include anche due appendici: indicazioni pratiche per la preparazione alla consacrazione; un prezioso testo di Fulton Sheen, che ha ispirato alcune delle meditazioni. Il libro è pensato per chi desidera approfondire la propria relazione con Maria senza separarla da Cristo; per sacerdoti, religiosi e laici impegnati nella catechesi e nella predicazione; per chi cerca un percorso semplice ma non superficiale di crescita spirituale; per chi sente il bisogno di una fede più incarnata, capace di unire verità e vita.

In un linguaggio chiaro, essenziale e profondamente ecclesiale, questo libretto si propone come una guida discreta e sicura per lasciarsi condurre, passo dopo passo, a Gesù per Maria. Disponibile su Amazon: https://amzn.to/4937qMQ

I vescovi italiani invitano ad educare alla pace disarmante

“Il Signore ci dona e ci affida la sua pace. Ci consiglia di essere operatori di pace, per essere chiamati figli di Dio. La cura per una cultura di pace è una costante preoccupazione dei credenti e di tutti gli uomini di buona volontà. Leone XIV ha chiesto che ogni comunità sia una ‘casa della pace e della non violenza’, ‘dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono’. Per questo motivo la Commissione Episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, avvalendosi del contributo di teologi e teologhe impegnati nella riflessione sul tema della pace e ai quali va la nostra riconoscenza per l’apporto dato, ha preparato una Nota pastorale sul tema dell’educazione alla pace, approvata dall’81ª Assemblea Generale il 19 novembre 2025 ad Assisi. Già nel 1998, la Commissione Ecclesiale giustizia e pace della CEI aveva pubblicato una nota sull’educazione alla pace”.

Così inizia  la Nota pastorale ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’, che analizza la situazione attuale e indica le vie da percorrere per educarci tutti alla Pace. Innanzitutto l’invito “a riscoprire la centralità di Cristo ‘nostra pace’ in ogni annuncio e impegno per promuovere la riconciliazione e la concordia”. Inoltre la Nota precisa di inserirsi ‘nel solco della Dottrina sociale della Chiesa’, proiettata nel contesto attuale.

La riflessione spazia dalle responsabilità dei leader politici (architetti di pace o di conflitti) agli artigiani di pace ovvero alle singole persone, che spesso agiscono secondo una cultura di violenza diffusa, anziché seguire ‘una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione’, come propone tutto il magistero sociale da papa san Giovanni XXIII fino a papa Leone XIV:

“Il presente documento, ‘Educare a una pace disarmata e disarmante’, invita a riscoprire la centralità di Cristo ‘nostra pace’ in ogni annuncio e impegno per promuovere la riconciliazione e la concordia, e si inserisce nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, con un’analisi attenta della situazione attuale segnata da numerosi conflitti; dall’ ‘inutile strage’ di persone, per lo più civili e bambini; da una mentalità che rincorre la strategia della deterrenza degli armamenti, che può cambiare l’economia e la cultura dei nostri Paesi; da una violenza diffusa che rischia di diventare una cultura che affascina soprattutto i più giovani”.

Nella Nota i vescovi sottolineano la necessità di ‘attingere’alla Parola di Dio: “Alle nostre comunità viene dato uno strumento per leggere la realtà contemporanea (prima parte della Nota); viene poi rivolto l’invito ad attingere alla Parola di Dio e al Magistero una visione di riconciliazione, di pace, di convivenza tra i popoli, continuamente minacciata dal peccato nelle sue forme anche ‘strutturate’ di ingiustizie e di guerre.

Essere alla scuola della pace significa mettersi alla scuola della Parola di salvezza e della Dottrina sociale della Chiesa; quest’ultima, in particolare da papa Benedetto XV fino a papa Leone XIV, è stata un punto di riferimento per tutti i popoli nella soluzione di conflitti e nel ripensamento delle vie di pace da percorrere. Da questa ricchezza di contenuti, che disarmano i cuori e trasformano gli strumenti di distruzione in mezzi di sviluppo, nasce un impegno che i cristiani condividono con tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

Da questa lettura del messaggio per la pace scaturisce la proposta delle ‘case di pace’: “Oggi si aprono tanti ambiti e orizzonti nei quali divenire ‘case di pace’: la preghiera, anzitutto, che implora costantemente questo dono di Dio e anima la speranza; la famiglia e la scuola, luoghi nei quali si comincia ad apprendere la non violenza; la società civile e la politica, chiamate ad avere una visione che assicuri sviluppo e solidarietà, che sono ‘i nomi nuovi’ della pace; a scongiurare la strategia della corsa agli armamenti e a non far proliferare le armi nucleari”.

Il messaggio dei vescovi si conclude con l’invito ad ‘applicare’ la pace di san Francesco di Assisi: “Sono grandi temi su cui occorre ritornare per formare le coscienze delle comunità, che devono essere illuminate da un ideale di pace. Ci sostenga, in questo percorso, san Francesco d’Assisi, la cui lezione di vita, dopo otto secoli, non perde d’attualità. Come scrive il suo primo agiografo, egli, «in ogni suo sermone, prima di comunicare la parola di Dio al popolo radunato, augurava la pace dicendo: ‘Il Signore vi dia la pace!’ Questa pace egli annunciava sempre sinceramente a uomini e donne, a tutti quanti incontrava o venivano a lui”.

Don Francesco Cristofaro racconta il modo di scoprire il volto di Gesù

In questo libro, ‘Venite a me. Il volto di Gesù nel vangelo di Matteo’, don Francesco Cristofaro guida il lettore in un percorso spirituale alla scoperta del Volto di Gesù nel Vangelo di Matteo: dalla nascita a Betlemme fino al discorso della Montagna, dalle tentazioni nel deserto agli incontri che hanno segnato la vita dei discepoli e delle persone ferite, ogni pagina ci avvicina al Cuore del Maestro e alla sua misericordia.

L’autore intreccia il racconto evangelico con esperienze personali, episodi di vita quotidiana, incontri pastorali e testimonianze, creando un dialogo vivo tra Parola di Dio e vita di ogni giorno. A impreziosire il percorso offerto al lettore, numerosi riferimenti alla tradizione della Chiesa, in particolare con ampi riferimenti a sant’Agostino, che con la sua sapienza illumina e approfondisce i temi trattati.

Questo testo, nello stile dell’autore, non è solo un commento al Vangelo, ma un invito alla contemplazione per il lettore: è un viaggio da fare insieme, che sollecita a fermarsi, ad alzare lo sguardo e a lasciarsi trasformare dall’incontro con Cristo. Il Volto di Gesù diventa così specchio in cui riconoscere la nostra umanità e scuola di amore, umiltà e speranza. Un libro da leggere con calma, da meditare e da portare nel cuore, come compagno di preghiera e guida nel quotidiano.

In quale modo i Vangeli raccontano il volto di Gesù?

“Il volto di Gesù nei Vangeli è riconoscibile dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi atteggiamenti. Si dice di una persona che il volto parla, gli occhi parlano. Credo che valga anche per Gesù. Il suo modo di approcciarsi alle persone, il suo linguaggio diverso da tutti gli altri, le caratteristiche del servizio e della misericordia hanno manifestato il suo volto.

Nelle pagine del libro, venite a me (edizioni San Paolo), ho tratteggiato il volto di Gesù nei vari momenti della sua vita terrena, a partire dalla mangiatoia di Betlemme dove viene fuori il volto di un bambino che richiama l’umanità alla semplicità, all’umiltà all’essenzialità e soprattutto alla non artificialità di cui ci hanno abituato i social media e l’intelligenza artificiale. Oggi sappiamo ancora mostrarci così come siamo o abbiamo bisogno di ritoccare ogni cosa?”

Come è il volto di Gesù?

“Dalla mia esperienza, dalle storie incontrate e dalle testimonianze ascoltate e riportate nel libro, sicuramente il volto di Gesù è un volto misericordioso. Misericordioso non perché acconsente tutto ma, perché il suo amore è capace di toccare e trasformare. Il volto di Gesù è ancora paziente. Noi siamo dominati dalla fretta, dalla frenesia. Il signore sa aspettare”.

Sant’Agostino come ‘racconta’ il volto di Gesù?

“Nelle pagine del libro, riporto diversi insegnamenti e commenti di Sant’Agostino. Io credo che Sant’Agostino racconti il volto di Gesù a partire dalla sua esperienza di peccatore perdonato.. solo chi si riconosce peccatore, fragile, povero misero, e sperimenta la misericordia e il perdono, può raccontare agli altri il volto di Gesù”.

In quale modo riconoscere il volto di Gesù nel volto del nostro prossimo?

“Penso che il primo modo è mettere da parte il giudizio e accorciare le distanze. Chi è il prossimo? è chiunque incontro. Quindi, anche io lo posso essere. Per questo Gesù ha detto: beati misericordiosi perché otterranno misericordia”.

E’ possibile lasciarsi trasformare dal volto misericordioso di Gesù?

“Non solo è possibile, ma è doveroso lasciarsi trasformare dal volto di Cristo. voglio ricordare che noi siamo stati creati ad immagine somiglianza di Dio. il peccato ha deturpato quell’immagine ma la grazia che viene a noi dall’incontro con Cristo che perdona risana ci ridona la bellezza di quella immagine sporcata”.

Allora in quale modo contemplare il volto di Gesù ‘natalizio’?

“Nelle pagine del mio ultimo libro mi soffermo sulle opere di misericordia e sul giudizio finale. Gesù lo possiamo riconoscere nel prossimo, nel fratello o nella sorella che incontriamo. Una delle mie esperienze più drammatiche che racconto anche in queste pagine e la mia prima volta, in un carcere di massima sicurezza. Lì in un momento di smarrimento, chiesi a Gesù come posso riconoscerLo nel volto di queste persone che hanno fatto del male. Poi salii sul palco di quel teatro gremito di detenuti e incominciai a parlare.

Alla fine chiesi se qualcuno volesse farmi qualche domanda, dire qualcosa. Prese la parola uno di loro e mi disse: ‘Padre, noi siamo qui a giusta ragione, ma c’è una cosa che ci uccide due volte, lo sguardo della gente che ci giudica’. Queste parole erano per me che fino a quel momento avevo solo saputo giudicare e condannare. Forse non tutti possono entrare in un carcere fisicamente ma tutti possiamo farlo spiritualmente e con la preghiera”.

In quale modo le famiglie possono riscoprire la bellezza del volto di Gesù in un Bambino appena nato?

“Io penso che il demonio voglia distruggere due cose: la famiglia ed il sacerdote. Se distrugge la famiglia, ha distrutto l’armonia, la pace, la bellezza, perché la famiglia poi è tutto. Ed il sacerdote deve curare le famiglie. Se distrugge un sacerdote, distrugge una comunità. Allora voglio dire alle famiglie questo: ci saranno sempre difficoltà, ci saranno sempre problemi, però imparate l’arte della delicatezza, della gentilezza e del dialogo, perché alla fine, quando si è gentili, si disarma. Siate sempre gentili, perché un giorno può andare tutto bene, ma un altro giorno può succedere qualcosa che fa andare storto. Noi non dobbiamo essere quella goccia che fa traboccare il vaso, noi dobbiamo essere la bellezza. Famiglie, siete quello che dovete essere, cioè un capolavoro di Dio”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV invita i vescovi italiani a guardare Gesù ed il povero

“E sono contento di questa mia prima sosta, seppur brevissima, ad Assisi, luogo altamente significativo per il messaggio di fede, fraternità e pace che trasmette, di cui il mondo ha urgente bisogno. Qui san Francesco ricevette dal Signore la rivelazione di dover ‘vivere secondo la forma del santo Vangelo’. Il Cristo, infatti, che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà”: traendo spunto dalle Fonti francescane oggi papa Leone XVI ha concluso l’Assemblea generale della CEI ad Assisi, con la richiesta di una ‘Chiesa collegiale’ attraverso un umanesimo integrale.

Nella basilica di Santa Maria degli Angeli il papa ha invitato a guardare Gesù, come aveva detto nell’incontro dello scorso giugno: “Guardare a Gesù è la prima cosa a cui anche noi siamo chiamati. La ragione del nostro essere qui, infatti, è la fede in Lui, crocifisso e risorto… E questo vale prima di tutto per noi: ripartire dall’atto di fede che ci fa riconoscere in Cristo il Salvatore e che si declina in tutti gli ambiti della vita quotidiana”.

Solo attraverso lo sguardo sul viso di Gesù si riesce a vedere lo sguardo del povero: “Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. E’ il suo amore che ci spinge verso di loro. E la fede in Lui, nostra pace, ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace. Viviamo un tempo segnato da fratture, nei contesti nazionali e internazionali: si diffondono spesso messaggi e linguaggi intonati a ostilità e violenza; la corsa all’efficienza lascia indietro i più fragili; l’onnipotenza tecnologica comprime la libertà; la solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro”.

Nonostante questo ciascuno è esortato a divenire ‘artigiani’ della fraternità: “Eppure, la Parola e lo Spirito ci esortano ancora ad essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche nelle nostre comunità, dove, senza reticenze e timori, dobbiamo ascoltare e armonizzare le tensioni, sviluppando una cultura dell’incontro e diventando, così, profezia di pace per il mondo. Quando il Risorto appare ai discepoli, le sue prime parole sono: ‘Pace a voi’. E subito li manda, come il Padre ha mandato Lui: il dono pasquale è per loro, ma perché sia per tutti!”

Riprendendo il discorso dell’incontro dello scorso giugno il papa ha sottolineato il valore della sinodalità, come un camminare insieme: “Dal Signore riceviamo la grazia della comunione che anima e dà forma alle nostre relazioni umane ed ecclesiali. Sulla sfida di una comunione effettiva desidero che ci sia l’impegno di tutti, perché prenda forma il volto di una Chiesa collegiale, che condivide passi e scelte comuni. In questo senso, le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi decenni, che interessano l’ambito demografico, culturale ed ecclesiale, ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli accorpamenti delle diocesi, soprattutto laddove le esigenze dell’annuncio cristiano ci invitano a superare certi confini territoriali e a rendere le nostre identità religiose ed ecclesiali più aperte, imparando a lavorare insieme e a ripensare l’agire pastorale unendo le forze”.

Conoscendo tale sforzo ha esortato al discernimento: “Al contempo, guardando la fisionomia della Chiesa in Italia, incarnata nei diversi territori, e considerando la fatica e talvolta il disorientamento che tali scelte possono provocare, auspico che i Vescovi di ogni Regione compiano un attento discernimento e, magari, riescano a suggerire proposte realistiche su alcune delle piccole diocesi che hanno poche risorse umane, per valutare se e come potrebbero continuare a offrire il loro servizio”.

Infatti il discernimento si realizza solo attraverso uno stile sinodale: “Ciò che conta è che, in questo stile sinodale, impariamo a lavorare insieme e che nelle Chiese particolari ci impegniamo tutti a edificare comunità cristiane aperte, ospitali e accoglienti, nelle quali le relazioni si traducono in mutua corresponsabilità a favore dell’annuncio del Vangelo”.

Infatti la sinodalità ha l’esigenza di ascoltare anche il popolo di Dio: “La sinodalità, che implica un esercizio effettivo di collegialità, richiede non solamente la comunione tra di voi e con me, ma anche un ascolto attento e un serio discernimento delle istanze che provengono dal popolo di Dio. In questo senso, il coordinamento tra il Dicastero per i Vescovi e la Nunziatura Apostolica, ai fini di una comune corresponsabilità, deve poter promuovere una maggiore partecipazione di persone nella consultazione per la nomina di nuovi Vescovi, oltre all’ascolto degli Ordinari in carica presso le Chiese locali e di coloro che si apprestano a terminare il loro servizio”.

Ecco il motivo per cui il papa ha invitato a vivere un ‘umanesimo integrale’: “In questa prospettiva, la Chiesa in Italia può e deve continuare a promuovere un umanesimo integrale, che aiuta e sostiene i percorsi esistenziali dei singoli e della società; un senso dell’umano che esalta il valore della vita e la cura di ogni creatura, che interviene profeticamente nel dibattito pubblico per diffondere una cultura della legalità e della solidarietà”.

Vivere tale dimensione significa anche affrontare la sfida delle nuove tecnologie: “Non si dimentichi in tale contesto la sfida che ci viene posta dall’universo digitale. La pastorale non può limitarsi a ‘usare’ i media, ma deve educare ad abitare il digitale in modo umano, senza che la verità si perda dietro la moltiplicazione delle connessioni, perché la rete possa essere davvero uno spazio di libertà, di responsabilità e di fraternità”.

Questo vuol dire essere una Chiesa sinodale: “Camminare insieme, camminare con tutti, significa anche essere una Chiesa che vive tra la gente, ne accoglie le domande, ne lenisce le sofferenze, ne condivide le speranze. Continuate a stare vicini alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi vive nella solitudine. Continuate a spendervi nella cura dei poveri: le comunità cristiane radicate in modo capillare nel territorio, i tanti operatori pastorali e volontari, le Caritas diocesane e parrocchiali fanno già un grande lavoro in questo senso e ve ne sono grato”.

E non ha dimenticato una particolare cura per i più deboli: “Su questa linea della cura, vorrei anche raccomandare l’attenzione ai più piccoli e vulnerabili, perché si sviluppi anche una cultura della prevenzione di ogni forma di abuso. L’accoglienza e l’ascolto delle vittime sono il tratto autentico di una Chiesa che, nella conversione comunitaria, sa riconoscere le ferite e si impegna per lenirle.. Vi ringrazio per quanto avete già fatto e vi incoraggio a portare avanti il vostro impegno nella tutela dei minori e degli adulti vulnerabili”.

Insomma una sinodalità come quella vissuta da san Francesco con i suoi compagni: “Carissimi fratelli, in questo luogo san Francesco e i primi frati vissero appieno quello che, con linguaggio odierno, chiamiamo ‘stile sinodale’. Insieme, infatti, condivisero le diverse tappe del loro cammino; insieme si recarono dal Papa Innocenzo III; insieme, di anno in anno, perfezionarono e arricchirono il testo iniziale che era stato presentato al Pontefice, composto, dice Tommaso da Celano, ‘soprattutto di espressioni del Vangelo’, fino a trasformarlo in quella che oggi conosciamo come prima Regola. Questa scelta convinta di fraternità, che è il cuore del carisma francescano insieme alla minorità, fu ispirata da una fede intrepida e perseverante”.

Prima dell’incontro con i vescovi il papa aveva pregato sulla tomba di san Francesco: “E’ una benedizione poter venire qui oggi in questo luogo sacro. Siamo vicini agli 800 anni dalla morte di San Francesco, questo ci dà modo di prepararci per celebrare questo grande umile e povero Santo mentre il mondo cerca segni di speranza”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai giovani: coltiviamo l’amicizia di Gesù

A sorpresa al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV è riapparso sul palco ed ha ringraziato i giovani ricordando il prossimo appuntamento in Corea del Sud per la giornata Mondiale della Gioventù nel 2027: “Bene, ragazzi e ragazze, un ultimo saluto. Grazie di nuovo a tutti voi! Grazie per la musica, grazie a tutti coloro che hanno lavorato per preparare tante cose durante questa settimana, questo Giubileo. Abbiamo detto già che il prossimo appuntamento sarà in Corea. Un applauso ai tanti coreani presenti!”

Infine ha invitato i giovani a portare l’entusiasmo evangelico ai coetanei, con un pensiero a chi soffre per la guerra: “Chiedo a voi di portare un saluto anche ai tanti giovani che non sono potuti venire e stare qui con noi, in tanti Paesi da dove era impossibile uscire. Ci sono posti da dove i giovani non hanno potuto [venire], per le ragioni che conosciamo. Portate questa gioia, questo entusiasmo a tutto il mondo. Voi siete sale della terra, luce del mondo: portate questo saluto a tutti i vostri amici, a tutti i giovani che hanno bisogno di un messaggio di speranza. Grazie di nuovo a tutti voi! E buon viaggio!”.

Mentre prima della recita dell’Angelus ha ringraziato per il giubileo dei giovani, nel ricordo delle due giovani decedute: “E’ stato una cascata di grazia per la Chiesa e per il mondo intero! E lo è stato attraverso la partecipazione di ognuno di voi. Per questo voglio ringraziarvi ad uno ad uno, con tutto il cuore.

In particolare ricordo e affido al Signore María e Pascale, le due giovani pellegrine, una spagnola e l’altra egiziana, che ci hanno lasciato in questi giorni. Ringrazio i Vescovi, i sacerdoti, le religiose e i religiosi, gli educatori che vi hanno accompagnato; e anche tutti coloro che hanno pregato per questo evento e hanno partecipato spiritualmente”

Quindi un invito a ritrovarsi in Corea nell’agosto 2027: “Dopo questo Giubileo, il ‘pellegrinaggio di speranza’ dei giovani continua e ci porterà in Asia! Rinnovo l’invito che papa Francesco ha rivolto a Lisbona due anni fa: i giovani di tutto il mondo si ritroveranno insieme al successore di Pietro per celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù a Seoul, in Corea, dal 3 all’8 agosto 2027. Questa Giornata avrà per tema ‘Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!’

Proprio la speranza che abita nei nostri cuori ci dà la forza di annunciare la vittoria di Cristo Risorto sul male e sulla morte; e di questo voi, giovani pellegrini di speranza, sarete testimoni sino ai confini della terra. Vi do allora appuntamento a Seoul: continuiamo a sognare insieme, a sperare insieme!”

Nella celebrazione eucaristica papa Leone XIV ha invitato i giovani a celebrare l’Eucarestia: “Possiamo immaginare di ripercorrere, in questa esperienza, il cammino compiuto la sera di Pasqua dai discepoli di Emmaus: prima si allontanavano da Gerusalemme intimoriti e delusi; andavano via convinti che, dopo la morte di Gesù, non ci fosse più niente da aspettarsi, niente in cui sperare.

Ed invece hanno incontrato proprio Lui, lo hanno accolto come compagno di viaggio, lo hanno ascoltato mentre spiegava loro le Scritture, e infine lo hanno riconosciuto allo spezzare del pane. I loro occhi allora si sono aperti e l’annuncio gioioso della Pasqua ha trovato posto nel loro cuore”.

Ripercorrendo le letture liturgiche il papa ha sottolineato che la liturgia  oggi ha raccontato l’incontro con Gesù risorto: “La prima Lettura, tratta dal Libro del Qoelet, ci invita a prendere contatto, come i due discepoli di cui abbiamo parlato, con l’esperienza del nostro limite, della finitezza delle cose che passano; e il Salmo responsoriale, che le fa eco, ci propone l’immagine dell’ ‘erba che germoglia; al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca’. Sono due richiami forti, forse un pò scioccanti, che però non devono spaventarci, quasi fossero argomenti ‘tabù’, da evitare”.

E la fragilità è parte dell’umanità: “La fragilità di cui ci parlano, infatti, è parte della meraviglia che siamo. Pensiamo al simbolo dell’erba: non è bellissimo un prato in fiore? Certo, è delicato, fatto di steli esili, vulnerabili, soggetti a seccarsi, piegarsi, spezzarsi, e però al tempo stesso subito rimpiazzati da altri che spuntano dopo di loro, e di cui generosamente i primi si fanno nutrimento e concime, con il loro consumarsi sul terreno. E’ così che vive il campo, rinnovandosi continuamente, e anche durante i mesi gelidi dell’inverno, quando tutto sembra tacere, la sua energia freme sotto terra e si prepara ad esplodere, a primavera, in mille colori”.

I giovani sono fatti per la meraviglia: “Non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore. E così aspiriamo continuamente a un ‘di più’ che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere”.

E’ un invito a non cadere nell’inganno: “Di fronte ad essa, non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola, piuttosto! Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a Lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima. Ed è bello, anche a vent’anni, spalancargli il cuore, permettergli di entrare, per poi avventurarci con Lui verso gli spazi eterni dell’infinito”.

Ricordando le parole di papa Francesco nella Gmg di Lisbona il papa invita a vivere la pienezza della vita: “In tutto questo potete cogliere una risposta importante: la pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo né, come abbiamo sentito nel Vangelo, da ciò che possediamo. E’ legata piuttosto a ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere.

Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle ‘cose di lassù’, per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi ‘sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità’, di perdono, di pace, come quelli di Cristo”.

In conclusione ha ribadito che la speranza è Cristo, ritornando alle parole di san Giovanni Paolo II pronunciate nella giornata mondiale della gioventù del 2000: “Carissimi giovani, la nostra speranza è Gesù… Teniamoci uniti a Lui, rimaniamo nella sua amicizia, sempre, coltivandola con la preghiera, l’adorazione, la Comunione eucaristica, la Confessione frequente, la carità generosa, come ci hanno insegnato i beati Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis, che presto saranno proclamati Santi. Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo”.

(Foto: Santa Sede)

Aquileia, ritorno e ripartenza: ‘Tenere lo sguardo fisso su Gesù’

Si è svolto sabato 14 giugno ad Aquileia il pellegrinaggio giubilare delle facoltà ecclesiastiche presenti nel Triveneto: Facoltà teologica del Triveneto (sede e Istituti collegati in rete), Facoltà di diritto canonico San Pio X di Venezia, Istituto di Liturgia pastorale Santa Giustina di Padova e Istituto di studi ecumenici San Bernardino di Venezia.

Un’esperienza di preghiera e di spiritualità, di incontro e di festa a cui hanno partecipato circa 400 persone, fra studenti e studentesse, docenti e personale delle quattro istituzioni accademiche. La giornata, iniziata con l’ingresso in Basilica attraverso il Battistero e il rito del rinnovo delle promesse battesimali guidato dal vescovo di Gorizia mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, ha avuto il suo momento centrale nella celebrazione eucaristica presieduta da S.Em. card. Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, e concelebrata dai vescovi del Triveneto.

Sguardi innocenti, pieni di stupore, di curiosità, di attesa: sono gli occhi dei compaesani di Gesù, fissi su di lui mentre parla in sinagoga all’inizio della sua predicazione: come vorremmo che la chiesa fosse così! Il cardinale Pietro Parolin nell’omelia ha commentato: «si realizzerebbe la splendida raccomandazione della Lettera agli ebrei, che invita a tenere lo sguardo fisso su Gesù, a non essere comunità piegata su se stessa né preoccupata di catturare l’attenzione del mondo». Ha poi citato alcune fra le prime parole di papa Leone XIV nella Cappella Sistina: «Un impegno irrinunciabile per chiunque nella chiesa eserciti un ministero di autorità è sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché lui sia conosciuto e glorificato».

«Tenere lo sguardo su Gesù è il compito primo della teologia – ha affermato –. A voi, che siete impegnati in questo ministero fondamentale per la vita della chiesa, è data la meravigliosa possibilità di rinnovare continuamente tale incanto contemplativo. In questo modo è possibile accogliere un ministero che va studiato e indagato con il rigore degli studi, certo, ma che va amato con la tenerezza degli affetti e va declinato con una passione autentica per l’umanità dolente di oggi. Mistero che ci viene donato in modo del tutto speciale nell’Eucaristia, per la quale va continuamente coltivato lo “stupore eucaristico”, da cui si impara a trasformare la parola proclamata in vita vissuta».

«Il convenire in questa basilica oggi da parte delle istituzioni accademiche, nell’attuale contesto socio-culturale – contrassegnato da una parte dalle crescenti sfide e opportunità e dall’altra dalle vicende dolorose della situazione mondiale – consegna il compito di far vedere che l’ “oggi” di Dio è possibile anche qui, in un continuo raccordo tra la Parola di Dio, la vita sacramentale della chiesa e la prassi concreta delle comunità cristiane dentro il contesto di società civili sempre più diversificate. Queste istituzioni accademiche vanno considerate come uno dei segni più belli della vitalità delle nostre chiese».

Al termine della messa il cardinale Parolin ha voluto sottolineare il clima «intenso, solenne e anche familiare» del momento celebrativo, aggiungendo una nota personale: «È commovente per me tornare qui, nel luogo da cui proviene anche la mia fede, che dà senso e sapore alla vita. Una fede che gratuitamente abbiamo ricevuto e che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni».

Il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, nel saluto all’inizio della celebrazione ha sottolineato la valenza del luogo: «Qui, nell’aula teodoriana su cui, più tardi, sarebbe stata edificata la grande basilica patriarcale nella quale ci troviamo, fu celebrato il Concilio che concluse, per l’Occidente latino, la lunga e complessa storia della messa a punto della dottrina della consustanzialità del Verbo, iniziata a Nicea 1700 anni fa. Tutto ciò rende vivo, attuale e imprescindibile il compito filosofico e teologico circa l’intelligenza della fede di cui tutte le nostre Facoltà, in modi differenti, si rendono interpreti».

Negli interventi che hanno preceduto la celebrazione, Maurizio Girolami – preside della Facoltà teologica del Triveneto che quest’anno celebra i vent’anni della fondazione – ha sottolineato  come «la fede chiede di essere pensata e il pensiero chiede il buon uso delle parole, cioè un buon uso della Parola di Dio che va conosciuta e amata; un buon uso delle parole ecclesiali, perché la Chiesa sia sempre visibilmente una, pur nella varietà delle sue espressioni di fede; un buon uso delle parole umane, perché possano fare sentire l’altro come fratello».

Marzia Ceschia, docente di teologia spirituale, ha evidenziato che «la teologia non è a servizio di un mondo ideale, ma del mondo come è, e richiede di non guardare a distanza la storia. Ci è richiesta una “mistica degli occhi aperti”, in cui la fede e il ragionare sulla fede ci apra a un cammino solidale con l’invocazione di ogni uomo, di ogni donna, con la sua speranza e disperazione, soprattutto con l’anelito alla giustizia. “Sapere Dio” non è un processo soltanto intellettuale».

Il tema della giustizia è declinato nelle sue diverse dimensioni – in particolare la giustizia riparativa – nella pubblicazione realizzata in occasione del Giubileo con il contributo delle quattro realtà accademiche che si sono fatte pellegrine ad Aquileia. ‘Mosaici di giustizia. Voci teologiche del Triveneto’ è il titolo della pubblicazione, edita da Triveneto Theology Press in formato cartaceo e digitale, consegnata a tutti i partecipanti e scaricabile gratuitamente in formato pdf dal sito www.fttr.it.

«Il Giubileo è un invito a tutti i battezzati a farsi pellegrini per scoprire il dono della speranza che abita nei cuori di chi ha ricevuto il bene inestimabile della fede – scrive Maurizio Girolami –. La speranza cristiana, per essere concreta, chiede innanzitutto di ristabilire la giustizia, che si traduce nel rispetto della dignità di ogni persona e di ogni popolo, attraverso una equa distribuzione delle ricchezze e un impegno collettivo per la salvaguardia della nostra casa comune».

I contributi del libro, curato da Paola Zampieri, sette in tutto, percorrono gli ambiti biblico-teologico (Maurizio Girolami, Facoltà teologica del Triveneto), rituale-liturgico (Loris Della Pietra, Istituto di Liturgia pastorale Santa Giustina), spirituale (Marzia Ceschia, Facoltà teologica del Triveneto), del diritto canonico (Bruno Fabio Pighin, Facoltà di Diritto canonico San Pio X), pastorale (Assunta Steccanella, Facoltà teologica del Triveneto), ecumenico (Marco Dal Corso, Istituto di Studi Ecumenici San Bernardino) e pedagogico (Davide Lago, Istituto superiore di Scienze religiose “Mons. Arnoldo Onisto”).

L’evento e la pubblicazione sono stati realizzati con il contributo del Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose della Conferenza episcopale italiana e di Banco BPM.

L’appello di papa Leone XIV ad aiutare il Medio Oriente cristiano

“So che per voi sostenere le Chiese Orientali non è anzitutto un lavoro, ma una missione esercitata in nome del Vangelo che, come indica la parola stessa, è annuncio di gioia, che rallegra anzitutto il cuore di Dio, il quale non si lascia mai vincere in generosità. Grazie perché, insieme ai vostri benefattori, seminate speranza nelle terre dell’Oriente cristiano, mai come ora sconvolte dalle guerre, prosciugate dagli interessi, avvolte da una cappa di odio che rende l’aria irrespirabile e tossica. Voi siete la bombola di ossigeno delle Chiese Orientali, sfinite dai conflitti. Per tante popolazioni, povere di mezzi ma ricche di fede, siete una luce che brilla nelle tenebre dell’odio. Vi prego, col cuore in mano, di fare sempre tutto il possibile per aiutare queste Chiese, così preziose e provate”: con queste parole papa Leone XIV ha incontrato il card. Claudio Gugerotti, gli altri Superiori del Dicastero, gli Officiali ed i membri delle Agenzie della ROACO (Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali).

Durante l’incontro ha ricordato le violenze subite ed anche compiute dalle Chiese orientali: “La storia delle Chiese cattoliche orientali è stata spesso segnata dalla violenza subita; purtroppo non sono mancate sopraffazioni e incomprensioni pure all’interno della stessa compagine cattolica, incapace di riconoscere e apprezzare il valore di tradizioni diverse da quella occidentale. Ma oggi la violenza bellica sembra abbattersi sui territori dell’Oriente cristiano con una veemenza diabolica mai vista prima”.

Ma anche quelle attuali: “Ne ha risentito pure la vostra sessione annuale, con l’assenza fisica di quanti sarebbero dovuti venire dalla Terra Santa, ma non hanno potuto intraprendere il viaggio. Il cuore sanguina pensando all’Ucraina, alla situazione tragica e disumana di Gaza, e al Medio Oriente, devastato dal dilagare della guerra. Siamo chiamati noi tutti, umanità, a valutare le cause di questi conflitti, a verificare quelle vere e a cercare di superarle, e a rigettare quelle spurie, frutto di simulazioni emotive e di retorica, smascherandole con decisione. La gente non può morire a causa di fake news”.

Ha tracciato anche una strada in cui anche i cristiani possono portare pace: “E mi chiedo: da cristiani, oltre a sdegnarci, ad alzare la voce e a rimboccarci le maniche per essere costruttori di pace e favorire il dialogo, che cosa possiamo fare? Credo che anzitutto occorra veramente pregare. Sta a noi fare di ogni tragica notizia e immagine che ci colpisce un grido di intercessione a Dio. E poi aiutare, come fate voi e come molti fanno, e possono fare, attraverso di voi.

Ma c’è di più, e lo dico pensando specialmente all’Oriente cristiano: c’è la testimonianza. E’ la chiamata a rimanere fedeli a Gesù, senza impigliarsi nei tentacoli del potere. E’ imitare Cristo, che ha vinto il male amando dalla croce, mostrando un modo di regnare diverso da quello di Erode e Pilato: uno, per paura di essere spodestato, aveva ammazzato i bambini, che oggi non cessano di essere dilaniati con le bombe; l’altro si è lavato le mani, come rischiamo di fare quotidianamente fino alle soglie dell’irreparabile”.

Quindi l’invito è lo sguardo a Gesù: “Guardiamo Gesù, che ci chiama a risanare le ferite della storia con la sola mitezza della sua croce gloriosa, da cui si sprigionano la forza del perdono, la speranza di ricominciare, il dovere di rimanere onesti e trasparenti nel mare della corruzione. Seguiamo Cristo, che ha liberato i cuori dall’odio, e diamo l’esempio perché si esca dalle logiche della divisione e della ritorsione. Vorrei ringraziare e idealmente abbracciare tutti i cristiani orientali che rispondono al male con il bene: grazie, fratelli e sorelle, per la testimonianza che date soprattutto quando restate nelle vostre terre come discepoli e come testimoni di Cristo”.

E la memoria ritorna all’attentato alla chiesa di Damasco: “Cari amici della ROACO, nel vostro lavoro voi vedete, oltre a molte miserie causate dalla guerra e dal terrorismo (penso al recente terribile attentato nella chiesa di sant’Elia a Damasco) anche fiorire germogli di Vangelo nel deserto. Scoprite il popolo di Dio che persevera volgendo lo sguardo al Cielo, pregando Dio e amando il prossimo. Toccate con mano la grazia e la bellezza delle tradizioni orientali, di liturgie che lasciano abitare a Dio il tempo e lo spazio, di canti secolari intrisi di lode, gloria e mistero, che innalzano un’incessante richiesta di perdono per l’umanità. Incontrate figure che, spesso nel nascondimento, vanno ad aggiungersi alle grandi schiere dei martiri e dei santi dell’Oriente cristiano. Nella notte dei conflitti siete testimoni della luce dell’Oriente”.

Infine l’invito a tutti i cristiani ad una maggiore conoscenza della ‘cultura’ delle Chiese orientali: “Vorrei che questa luce di sapienza e di salvezza sia più conosciuta nella Chiesa cattolica, nella quale sussiste ancora molta ignoranza al riguardo e dove, in alcuni luoghi, la fede rischia di diventare asfittica anche perché non si è realizzato il felice auspicio espresso più volte da san Giovanni Paolo II…E c’è bisogno pure di incontro e di condivisione dell’azione pastorale, perché i cattolici orientali oggi non sono più cugini lontani che celebrano riti ignoti, ma fratelli e sorelle che, a motivo delle migrazioni forzate, ci vivono accanto. Il loro senso del sacro, la loro fede cristallina, resa granitica dalle prove, e la loro spiritualità che profuma del mistero divino possono giovare alla sete di Dio latente ma presente in Occidente”.

La giornata ‘papale’ era stata aperta dall’incontro con i vescovi delle congregazioni redentoriste e scalabriniane: “Tutti e due furono fondatori, diventarono vescovi e seppero rispondere alle sfide di sistemi sociali ed economici che, se da una parte aprivano nuove frontiere a vari livelli, dall’altra si lasciavano alle spalle tanta miseria inascoltata e tanti problemi, creando sacche di degrado di cui nessuno sembrava volersi occupare…

Anche nel nostro mondo l’opera del Signore sempre ci precede: ad essa siamo chiamati a conformare le nostre menti e i nostri cuori attraverso un sapiente discernimento; e sono convinto che il confronto che avete promosso sarà molto utile a questo scopo. Vi incoraggio, perciò, a mantenere e a coltivare anche per il futuro questi rapporti di aiuto fraterno, con generosità e disinteresse, per il bene di tutto il Gregge di Cristo”.

(Foto: Santa Sede)

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