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Papa Leone XIV ribadisce ai focolarini il valore dell’unità
“Sono lieto di incontrarvi questo pomeriggio, dopo che avete partecipato all’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Saluto la Presidente, Margaret Karram, nuovamente eletta per un secondo mandato, e il nuovo Copresidente, don Roberto Eulogio Almada. Che il Signore benedica il vostro servizio!”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i membri del Movimento che hanno partecipato all’Assemblea generale a Rocca di Papa, rieleggendo Margaret Karram come presidente per un secondo mandato e la scelta di un nuovo co-presidente, il sacerdote italo-argentino Roberto Eulogio Almada.
Nel discorso il papa ha richiamato alla necessità dell’unità, molto importante per la fondatrice del Movimento: “Tutti voi siete stati attratti dal carisma della Serva di Dio Chiara Lubich, che ha plasmato la vostra esistenza personale e lo stile della vostra vita comunitaria. Ogni carisma nella Chiesa esprime un aspetto del Vangelo che lo Spirito Santo porta in primo piano in un determinato periodo storico, per il bene della Chiesa stessa e per il bene del mondo intero. Per voi si tratta del messaggio dell’unità: unità fra gli esseri umani che è frutto e riflesso dell’unità di Cristo con il Padre”.
L’unità è possibilità di vita fraterna: “E’ un seme, semplice ma potente, che attira migliaia di donne e uomini, suscita vocazioni, genera una spinta di evangelizzazione, ma anche opere sociali, culturali, artistiche, economiche, che è fermento di dialogo ecumenico e interreligioso. Di questo fermento di unità c’è tanto bisogno oggi, perché il veleno della divisione e della conflittualità tende a inquinare i cuori e le relazioni sociali e va contrastato con la testimonianza evangelica dell’unità, del dialogo, del perdono e della pace”.
Da qui il richiamo ad essere costruttori di pace: “Anche attraverso di voi, Dio si è preparato, nei decenni passati, un grande popolo della pace, che proprio in questo momento storico è chiamato a fare da contrappeso e da argine a tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza”.
Quindi è importante mantenere vivo il carisma del Movimento: “In questo tempo, siete chiamati a discernere insieme quali sono gli aspetti della vostra vita comune e del vostro apostolato che sono essenziali, e perciò vanno mantenuti, e quali sono invece gli strumenti e le pratiche che, benché in uso da tempo, non sono essenziali al carisma, o che hanno presentato aspetti problematici e che perciò sono da abbandonare”.
Ed un movimento è mantenuto vivo con la trasparenza e la partecipazione: “Questa fase esige anche un impegno forte alla trasparenza da parte di chi ha ruoli di responsabilità, a tutti i livelli. La trasparenza, infatti, da un lato è condizione di credibilità e dall’altro è dovuta in quanto il carisma è un dono dello Spirito Santo di cui tutti i membri sono responsabili.
Essi hanno quindi il diritto e il dovere di sentirsi compartecipi dell’Opera alla quale hanno aderito con dedizione totale. Ricordate, poi, che il coinvolgimento dei membri è sempre un valore aggiunto: stimola la crescita, sia delle persone sia dell’Opera, fa emergere le risorse latenti e le potenzialità di ciascuno, responsabilizza e promuove il contributo di tutti”.
Il discernimento è necessario per l’equilibrio tra discernimento e libertà personale: “La responsabilità di discernimento comune, affidata a tutti voi, abbraccia anche il modo in cui il carisma dell’unità debba essere tradotto in stili di vita comunitaria che facciano brillare la bellezza della novità evangelica e, allo stesso tempo, rispettino la libertà e la coscienza dei singoli, valorizzando i doni e l’unicità di ciascuno”.
Il papa ha ribadito che l’unità è un dono ed un ‘compito’: “L’unità è un dono e, al tempo stesso, un compito e una chiamata che interpella ciascuno. Tutti sono chiamati a discernere qual è la volontà di Dio e come si può realizzare la verità del Vangelo nelle varie situazioni della vita comunitaria o apostolica. E tutti in questo cammino di discernimento devono esercitare fraternità, sincerità, franchezza e soprattutto umiltà, libertà da sé stessi e dal proprio punto di vista. L’unità di tutti in Dio è un segno evangelico che è forza profetica per il mondo”.
Per questo l’unità deve essere nutrita: “E’ necessario perciò che l’unità sia sempre nutrita e sostenuta dalla carità reciproca, che esige magnanimità, benevolenza, rispetto; quella carità che non si vanta, non si inorgoglisce, né cerca il proprio interesse, né tiene conto del male ricevuto, ma si rallegra soltanto della verità”.
(Foto: Santa Sede)
10 anni dopo Mitis Iudex Dominus Iesus: colloquio con Emanuele Tupputi e Rosario Vitale
Martedì 24 febbraio si svolgerà presso la Pontificia Università Antonianum, la Giornata di studio Giuridico-Pastorale organizzata dalla Facoltà di diritto canonico della stessa Facoltà, dal titolo: ‘Discernere e accompagnare nella verità, la fragilità matrimoniale tra procedura giuridica e cura pastorale’. La Giornata si svolgerà in due modalità: in presenza o online per la sessione mattutina e solo in presenza per la sessione pomeridiana, ove sono previsti due laboratori da scegliere al momento dell’iscrizione all’indirizzo antdiritto@gmail.com inserendo come oggetto ‘24 febbraio 2026 – PUA’, specificando non solo la modalità di partecipazione, ma possibilmente anche la propria provenienza e attività ecclesiale che si svolge (religioso, sacerdote, operatore pastorale, avvocato, giudice).
Nel frattempo è stato pubblicato il volume ‘La riforma del processo matrimoniale canonico a dieci anni dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus dimensione giuridica e pastorale tra bilanci e prospettive’, curato dall’avv. Rosario Vitale, membro dell’Associazione Canonistica Italiana (ASCAI) e direttore di ‘Vox Canonica, periodico online di scienze canonistiche, e don Emanuele Tupputi, dottore in Diritto Canonico, vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Diocesano di Trani-Barletta-Bisceglie, responsabile del Servizio Diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, membro del Servizio Diocesano per la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili, giudice al Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Pugliese e membro di ASCAI.
Il volume vuole celebrare il decimo anniversario della pubblicazione del Motu Proprio di papa Francesco, ‘Mitis Iudex Dominus Iesus’, e raccoglie tutti i contributi che Vox Canonica (la rivista on line specializzata in diritto canonico, ha pubblicato sul tema. La collettanea, nell’intento degli Autori, nasce dall’intento di offrire una riflessione organica e multidisciplinare sul significato, sull’impatto e sulle prospettive aperte dalla riforma voluta da papa Francesco.
Agli autori,don Emanuele Tupputi e Rosario Vitale, abbiamo chiesto di raccontare l’intento di questa collettanea: “Il volume intende festeggiare i 10 anni dalla promulgazione del MIDI e raccoglie tutti i contributi che Vox Canonica ha pubblicato in questi primi 5 anni di attività sull’argomento. È stato un lavoro poderoso e di squadra, che contribuisce a far conoscere sempre più e sempre meglio la riforma di papa Francesco. Lo stesso report sui Tribunali ecclesiastici italiani ha contribuito a dare uno spaccato e far comprendere meglio ‘a quale punto siamo’ con la riforma e cosa ancora si deve fare. Mi auguro che questo piccolo contributo, che voglio sottolinearlo, è frutto di una grande squadra che è la famiglia di Vox Canonica, possa aiutare tutti i fedeli ad accostarsi con sempre maggiore consapevolezza al sacramento del matrimonio”.
Quali sono i punti fondamentali del Motu Proprio?
“Tra i punti fondamentali del MIDI si può serenamente riconoscere che esso ha contribuito molto a rendere la giustizia e l’accertamento della verità più efficace e più vicino alla realtà dei fedeli.
Leggendo il MIDI con attenzione si evince chiaramente come il Legislatore ribadisca che deve esserci sempre sinergia tra diritto e azione pastorale nella Chiesa, cosi come l’importanza di recuperare uno stile di prossimità e di reciprocità che ponga al centro la persona e la sua salus nella condizione umana che la vede come creatura.
L’accompagnamento, l’ascolto e il discernimento sono la cifra emblematica della riforma voluta da papa Francesco ma richiede una sempre maggiore attuazione onde fugare pastoralismi sterili a discapito della verità. Un altro punto di forza del MIDI è aver avviato dei processi di conversione delle strutture giudiziarie, anche se non sono mancate e non mancano delle resistenza da superare, come, ad esempio, una maggiore attenzione ad avere più operatori del diritto che siano preparati e quindi di investire anche e soprattutto sui laici affinché possano contribuire nell’amministrazione della giustizia a vari livelli.
E’ difficile per un vescovo di una diocesi dove vi è carenza di sacerdoti, affidare il ruolo di vicario giudiziale ad esempio ad un prete e che questi possa dedicarsi esclusivamente a quello. Questo accade poiché nell’immaginario ecclesiale, certi uffici sembrano essere meno importanti di altri o si pensa che possano occupare meno tempo di altri”.
Cosa è ‘cambiato’ in questo decennio nel processo matrimoniale canonico?
“In questo decennio il processo matrimoniale canonico è stato sicuramente più valorizzato nel suo valore ecclesiale, giuridico e pastorale, ma mai a discapito della verità. Tuttavia, non sono mancate, e ancora persistono, difficoltà di natura culturale, organizzativa o formativa.
Infatti, da una piccola ricerca sui tribunali ecclesiastici in Italia a 10 anni dal MIDI e annesso report compiuto (pubblicati sul sito di Vox Canonica lo scorso 7 gennaio) si è rilevato che il processo matrimoniale canonico è cambiato a macchia di leopardo, nel senso che da un lato si è rilevata la positività della normativa per aver apportato significativi benefici in termini di economia processuale per l’abolizione dell’obbligatorietà della doppia decisione conforme, come requisito per l’esecutività della sentenza, dall’altro lato diversi Tribunali ecclesiastici (la maggioranza) hanno cercato di accogliere la riforma favorendo un’applicazione ponderata e ragionevole tenendo in debito conto le varie conformazioni territoriali e le competenze.
Nel report, inoltre, alla positività del MIDI sono seguite alcune criticità da superare tra alcune si evidenzia una che è la scomparsa degli appelli contro sentenze affermative che induce a una legittima e saggia riflessione sul se e sul come la difesa del vincolo sia in realtà assicurata e su come la figura del Difensore del vincolo debba essere sostenuta e apprezzata nel serio svolgimento del proprio ruolo processuale in difesa del vincolo”.
Quale pastorale della vicinanza è possibile?
“La prima pastorale della vicinanza è quella di un cambio di mentalità per un autentico servizio alle famiglie che coinvolge direttamente la pastorale giudiziale. Favorire servizi ecclesiali in cui la dimensione giuridica e quella pastorale entrino veramente in dialogo, cosi come previsto, ad esempio, dall’istituto canonico dell’indagine pregiudiziale o pastorale (cfr. RP art. 1-5 del MIDI) che in molte diocesi è ancora disatteso. E questo vale sia per quelle che fanno parte di un tribunale interdiocesano sia per quelle che hanno deciso di istituite un tribunale diocesano.
In un contesto culturale ed antropologico in continua evoluzione anche per la famiglia ed in special modo per le sue fragilità urge andare più incontro ai fedeli feriti aiutandoli a ‘conoscere’ la possibilità della dichiarazione di nullità, e ove possibile invitandoli a percorrerla o in caso contrario accompagnarli pastoralmente per un maggiore integrazione nella comunità ecclesiale e far riscoprire i desiderio di famiglia. Urge una maggiore sinergia tra tribunali ecclesiastici e ambito pastorale della famiglia, della catechesi, dei giovani e della formazione del clero.
Questo al fine di saper leggere le singole situazioni dei fedeli e aprire un più articolato discernimento che favorisca una pastorale unitaria affinché le dinamiche, pastorali prima e processuali poi, corrispondano ad un impegno ecclesiale, in primis dei Vescovi, verso un attenzione concreta delle crisi matrimoniali nella via di alcune parole chiavi: prossimità, accompagnamento, discernimento ed integrazione”.
Papa Leone XIV ha sottolineato la natura pastorale del Diritto Canonico: quali sono le prospettive?
“Le prospettive sono alquanto positive in quanto papa Leone essendo un canonista di formazione e avendo un senso altrettanto spiccato della pastorale sarà capace di far avanzare le finalità del diritto canonico per il bene delle anime. A tal riguardo lo scorso novembre ha ribadito come ‘Nella potestà giudiziaria opera un aspetto fondamentale del servizio pastorale: la diaconia della verità. Ogni fedele, ogni famiglia, ogni comunità ha bisogno di verità circa la propria situazione ecclesiale, in ordine a compiere bene il cammino di fede e di carità. In questa cornice si situa la verità sui diritti personali e comunitari: la verità giuridica dichiarata nei processi ecclesiastici è un aspetto della verità esistenziale nell’ambito della Chiesa’.
Recentemente il 26 gennaio, parlando ai prelati della Rota Romana dopo averli esortati ad essere cooperatori della verità ed operatori di pace ha ribadito l’importanza di coniugare nell’azione giuridica la verità della giustizia e la virtù della carità fugando che una malintesa compassione offuschi la verità. In questi primi discorsi del papa canonista, dunque, si evince il suo desiderio e la sua volontà di far comprendere che il diritto canonico è al servizio della Chiesa e della salus animarum. La sua missione non è un uso positivistico dei canoni per cercare soluzioni di comodo ai problemi giuridici o tentare certi ‘equilibrismi’, ma quella di applicarlo nelle situazioni concrete della pastorale coniugando misericordia e giustizia”.
Papa Leone XIV invita i sacerdoti ad essere santi
“Sono lieto di rivolgermi a voi con questa lettera in occasione della vostra Assemblea Presbiterale, e lo faccio con un sincero desiderio di fraternità e unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo e, dal profondo del cuore, ciascuno di voi per la disponibilità a incontrarvi come presbiterio, non solo per discutere di questioni comuni, ma anche per sostenerci a vicenda nella missione che condividete”: con una lunga e dettagliata lettera papa Leone XIV si è rivolto ai circa 1500 preti partecipanti all’assemblea presbiterale in corso fino a domani a Madrid con una riflessione sul ruolo del sacerdote in un’epoca in cui la fede è ‘strumentalizzata e banalizzata’.
Nella lettera il papa ha ‘apprezzato’ il loro impegno sacerdotale: “Apprezzo l’impegno con cui vivete ed esercitate il vostro sacerdozio nelle parrocchie, nei ministeri e nelle diverse realtà. So che questo ministero si svolge spesso tra stanchezza, situazioni complesse e una dedizione silenziosa testimoniata solo da Dio. Proprio per questo, spero che queste parole vi giungano come un gesto di vicinanza e di incoraggiamento, e che questo incontro favorisca un clima di ascolto sincero, di vera comunione e di fiduciosa apertura all’azione dello Spirito Santo, che non cessa di operare nella vostra vita e nella vostra missione”.
Per questo il papa ha invitato i sacerdoti al discernimento per comprendere meglio il ‘disegno di Dio’: “I tempi che la Chiesa sta vivendo ci invitano a fermarci insieme per una riflessione serena e onesta. Non tanto per soffermarci su diagnosi immediate o misure di emergenza, ma per imparare a comprendere in profondità il momento che stiamo vivendo, riconoscendo, alla luce della fede, sia le sfide che le possibilità che il Signore apre davanti a noi. In questo cammino, diventa sempre più necessario coltivare il nostro sguardo e praticare il discernimento, così da poter percepire più chiaramente ciò che Dio sta già operando, spesso silenziosamente e discretamente, in mezzo a noi e nelle nostre comunità”.
Tale lettura deve essere inserita in un contesto culturale e sociale: “Questa lettura del presente non può prescindere dal quadro culturale e sociale in cui la fede oggi si vive ed esprime. In molti ambiti osserviamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione del discorso pubblico e una tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola attraverso ideologie o categorie parziali e insufficienti. In questo quadro, la fede rischia di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante, mentre si consolidano forme di convivenza che prescindono da qualsiasi riferimento trascendente”.
Quindi anche il messaggio evangelico risente di tale ‘clima’ culturale: “A questo si aggiunge un profondo cambiamento culturale che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di punti di riferimento condivisi. Per lungo tempo, il seme cristiano ha trovato un terreno largamente fertile, perché il linguaggio morale, i grandi interrogativi sul senso della vita e alcune nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi.
Oggi, quel terreno comune si è notevolmente indebolito. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno facilitato la trasmissione del messaggio cristiano non sono più evidenti e, in molti casi, persino comprensibili. Il Vangelo incontra non solo l’indifferenza, ma anche un diverso paesaggio culturale, in cui le parole non hanno più lo stesso significato e dove l’annuncio iniziale non può più essere dato per scontato”.
Di questa situazione ‘soffrono’ soprattutto i giovani: “Sono convinto (e so che molti di voi lo percepiscono nell’esercizio quotidiano del vostro ministero) che una nuova inquietudine si agita nel cuore di molte persone, soprattutto dei giovani. La ricerca assoluta del benessere non ha portato la felicità attesa; la libertà separata dalla verità non ha generato la realizzazione promessa; e il progresso materiale da solo non è riuscito a soddisfare il desiderio più profondo del cuore umano”.
Proprio davanti a tale situazione il papa ha invitato i sacerdoti ad una maggiore presenza nel territorio: “In effetti, le proposte dominanti, insieme a certe interpretazioni ermeneutiche e filosofiche del destino dell’umanità, lungi dall’offrire una risposta sufficiente, hanno spesso lasciato un senso di maggiore stanchezza e di vuoto. Proprio per questo, osserviamo che molte persone stanno iniziando ad aprirsi a una ricerca più onesta e autentica, una ricerca che, accompagnata da pazienza e rispetto, le riconduce all’incontro con Cristo. Ciò ci ricorda che per il sacerdote questo non è un tempo di ritiro o di rassegnazione, ma di presenza fedele e di generosa disponibilità. Tutto ciò nasce dal riconoscimento che l’iniziativa appartiene sempre al Signore, che è già all’opera e ci precede con la sua grazia”.
Ed ha tratteggiato il ‘tipo’ di sacerdote di cui ha bisogno la Chiesa: “Non certo uomini definiti da una moltitudine di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il loro ministero attraverso una relazione viva con Lui, alimentata dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale segnata dal dono sincero di sé”.
Insomma, essere ‘alter Christus’: “Non si tratta di inventare nuovi modelli o di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di riproporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico (essere alter Christus), lasciando che Lui plasmi le nostre vite, unifichi i nostri cuori e dia forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, dalla dedizione fedele alla Chiesa e dal servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”.
Per questo il papa ha rinforzato quest’indicazione con l’immagine della cattedrale dell’Almudena a Madrid, la cui struttura si presta ad un perfetto parallelismo con i punti essenziali del sacerdozio: “Cari figli, permettetemi oggi di parlarvi del sacerdozio usando un’immagine che conoscete bene: la vostra Cattedrale. Non per descrivere un edificio, ma per imparare da esso. Perché le cattedrali (come ogni luogo sacro) esistono, come il sacerdozio, per condurci all’incontro con Dio e alla riconciliazione con i nostri fratelli e sorelle, e i loro elementi racchiudono una lezione per la nostra vita e il nostro ministero”.
E’ stato un tratteggio molto particolareggiato della cattedrale madrilena: “Basta guardare la sua facciata per capire qualcosa di essenziale. E’ la prima cosa che vediamo, eppure non dice tutto: indica, suggerisce, invita. Allo stesso modo, il sacerdote non vive per mettersi in mostra, ma non vive nemmeno per nascondersi. La sua vita è chiamata a essere visibile, coerente e riconoscibile, anche se non sempre viene compresa. La facciata non esiste per sé stessa: conduce verso l’interno. Allo stesso modo, il sacerdote non è mai fine a se stesso. Tutta la sua vita è chiamata a indicare Dio e ad accompagnare il cammino verso il Mistero, senza usurpare il posto di Dio”.
Insomma la cattedrale è un richiamo a vivere la fraternità sacerdotale: “La cattedrale è anche una casa comune, dove tutti hanno un posto. Così è chiamata ad essere la Chiesa, soprattutto verso i suoi sacerdoti: una casa che accoglie, protegge e non abbandona mai. Ed è così che deve essere vissuta la fraternità sacerdotale: come esperienza concreta di sapersi a casa, responsabili gli uni degli altri, attenti alla vita dei fratelli e pronti a sostenersi a vicenda. Figli miei, nessuno si senta esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistiamo insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e indebolisce la missione!”
Continuando nella descrizione della cattedrale il papa ha evidenziato anche il valore dei sacramenti battesimale e confessionale: “Prima di giungere al santuario, la cattedrale ci svela luoghi discreti ma fondamentali: al fonte battesimale nasce il Popolo di Dio; nel confessionale, si rinnova continuamente. Nei sacramenti, la grazia si rivela come la forza più reale ed efficace del ministero sacerdotale.
Perciò, cari figli, celebrate i sacramenti con dignità e fede, consapevoli che ciò che in essi si produce è la vera forza che edifica la Chiesa e che essi sono il fine ultimo a cui è ordinato tutto il nostro ministero. Ma non dimenticate che non siete la sorgente, ma il canale, e che anche voi avete bisogno di bere a quell’acqua. Perciò, non trascurate la confessione, ritornando sempre alla misericordia che annunciate”.
Concludendo la lettera il papa ha citato san Giovanni d’Avila con l’invito ad essere ‘suoi’, cioè santi: “Guardiamo al cuore di tutto questo, figli miei: qui si rivela ciò che dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove scaturisce il vostro ministero. Sull’’altare, attraverso le vostre mani, il sacrificio di Cristo si rende presente nell’azione più alta affidata alle mani dell’uomo; nel tabernacolo, Colui che avete offerto rimane, affidato nuovamente alle vostre cure.
Siate adoratori, persone di profonda preghiera, e insegnate al vostro popolo a fare lo stesso. Al termine di questo cammino, per essere i sacerdoti di cui la Chiesa ha bisogno oggi, vi lascio con lo stesso consiglio del vostro santo compatriota, san Giovanni d’Avila: ‘Siate tutti suoi’. Siate santi!”
Un concistoro per rinnovare la Chiesa
Nel tardo pomeriggio si è concluso il primo concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV, che ha ringraziato per la presenza, la partecipazione e per il sostegno i cardinali più anziani per la testimonianza preziosa, ribadendo la sua vicinanza ai cardinali nel mondo che non sono potuti venire, come ha riferito Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, nel briefing conclusivo, a cui hanno partecipato il card. Stephen Brislin, arcivescovo metropolita di Johannesburg, il card. Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo metropolita di Bogotá ed il card. Pablo Virgilio Siongco David, vescovo di Kalookan.
La riunione di questi giorni è in continuità con quanto chiesto durante la riunione dei cardinali prima del conclave e anche successivamente, la metodologia scelta del concistoro è stata scelta per aiutare a incontrarsi e conoscersi meglio. In questi giorni il papa ha parlato di una sinodalità non tecnica ed organizzativa, ma come strumento per crescere nelle relazioni, in continuità con il cammino del Concilio Vaticano II. Il papa ha anche parlato della continuazione di questo cammino con la proposta di una prossima occasione di concistoro di due giorni durante la festa dei Santi Pietro e Paolo, per poi continuare questi incontri con una cadenza annuale di 3-4 giorni.
Stamane, dopo la celebrazione eucaristica nella basilica di san Pietro, ha aperto i lavori del secondo giorno il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, descrivendo i lavori del metodo sinodale durante il pontificato di papa Francesco ed evidenziando alcuni elementi tratti dal lavoro del sinodo negli ultimi anni, in particolare la profonda comprensione a cui si è giunti del primato del Vescovo di Roma, della sinodalità come collegialità nella comunione come principio di unità per la chiesa tutta, della funzione profetica del popolo di Dio, del discernimento dei pastori in una relazione di circolarità.
Nel pomeriggio la relazione del card. Victor Manuel Fernandez sul tema dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’, ribadendo che non è un testo scaduto con il precedente pontificato, perchè si parla di proclamazione del nucleo del Vangelo, cioè della bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestata in Gesù Cristo che morì e risorse.
Mentre mercoledì 7 gennaio il concistoro è stato aperto dalla meditazione del card. Timothy Radcliffe sul passo del Vangelo di Marco, ‘Gesù cammina sulle acque’, per sottolineare alcune indicazioni sul compito dei cardinali: “Gesù comandò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo. Pietro non deve affrontare la tempesta da solo. Questa è la nostra prima obbedienza: rimanere nella barca di Pietro, con il successore di Gesù, mentre egli fronteggia le tempeste del nostro tempo. Non possiamo restare sulla spiaggia dicendo: ‘Io oggi non prenderei il largo’ o ‘Preferirei un’altra barca’. Gesù è solo sulla montagna, ma Pietro non deve essere lasciato senza compagnia”.
Anche se sembra assente Gesù è presente, anche in questo difficile momento: “Si prende il tempo necessario, attende che siano quasi esausti. Questa esperienza dell’assenza li prepara a un’intimità che non avrebbero mai potuto immaginare. Quindi sale sulla barca con loro. Anche noi, talvolta, ci sentiremo soli, logorati, esausti. Ma Gesù veglia su di noi e si farà più vicino che mai. Per questo non dobbiamo temere”.
Per questo ha sottolineato che nella Chiesa non esiste la contrapposizione, in quanto Dio è sempre ‘nuovo’ nella memoria: “In ‘Evangelii Gaudium’ leggiamo come la vita cristiana sia sostenuta dalla memoria e dall’inesauribile novità di Dio. Agostino afferma che Dio è sempre più giovane di noi! Nel Concistoro, alcuni di noi saranno custodi della memoria, valorizzando e custodendo la tradizione. Altri sapranno gioire più intensamente della sorprendente novità di Dio.
Memoria e novità, tuttavia, sono inseparabili nel dinamismo della vita cristiana. Le nostre discussioni prenderanno vita se sapremo essere insieme radicati nella memoria delle grandi opere compiute dal Signore ed aperti alla sua perenne e sempre nuova freschezza. Non c’è alcuna competizione tra le due”.
Solo se il cuore è aperto i doni saranno grandi: “I discepoli avevano nutrito i 5.000, ma restavano intrappolati nella vecchia logica del calcolo. Tutto ciò che erano riusciti ad offrire erano cinque pani e pochi pesci. Dovevano scoprire che, nella logica del Regno, i loro piccoli doni erano più che sufficienti per migliaia di persone. Il Signore della mietitura compie miracoli con ciò che offriamo”.
Ed ecco che con la grazia di Dio tutto diverrà sufficiente: “Di fronte alle grandi sfide del mondo e della Chiesa, potremmo sentirci come se avessimo poco da offrire. Cosa possiamo dire o fare che possa davvero fare la differenza? Eppure, con la grazia di Dio, il nostro poco sarà più che sufficiente. Non induriamo il cuore, ma apriamolo ai doni incalcolabili di Dio, che ci concede la grazia senza misura se apriamo le mani e le orecchie a Lui e agli altri”.
‘E tu che storia sei?’: primo incontro di orientamento vocazionale nel Centro di pastorale giovanile ad Albano Laziale
Fino al 7 dicembre si terrà ad Albano Laziale il primo incontro di orientamento vocazionale, promosso dai Missionari del Preziosissimo Sangue in collaborazione con le suore Adoratrici del Sangue di Cristo. L’appuntamento, pensato per i giovani dai 18 ai 30 anni, si svolgerà presso il Centro di pastorale giovanile e vocazionale, annesso al santuario di San Gaspare del Bufalo – chiesa di San Paolo.
Il percorso, dal titolo evocativo ‘E tu che storia sei?’, è guidato dal Servizio di pastorale giovanile e vocazionale e intende offrire ai partecipanti uno spazio privilegiato di ascolto, riflessione e confronto, in un clima di amicizia e accompagnamento spirituale, come descrive questi giorni don Valerio Volpi, direttore del Servizio di pastorale giovanile e vocazionale dei Missionari del Preziosissimo Sangue:.
“Non un accumulo di informazioni, ma la possibilità di instaurare una relazione viva con il Signore Gesù. E’ questo quello che pensiamo possa arricchire la vita dei nostri ragazzi. Viviamo in un tempo in cui, a partire dai social, si propongono una enorme quantità di contenuti anche in ambito di fede, ma l’esperienza di Gesù non è un accumulo di stuzzicanti informazioni, non è questione di contenuti. Ci vogliono spazi, tempi e luoghi dedicati al silenzio e ad una relazione che va coltivata”.
Durante le tre giornate, i giovani saranno coinvolti in momenti di meditazione, preghiera sulla Parola di Dio, spazi di silenzio, laboratori, testimonianze e dialoghi personali, strumenti pensati per aiutarli a leggere la propria storia alla luce della fede e a compiere passi significativi nel discernimento vocazionale.
Papa Leone XIV ai missionari consacrati: la relazione con Dio è importante
“Cari fratelli, sono contento di incontrarvi in occasione della vostra centoquattresima Assemblea Generale. Come sapete, anch’io ho svolto il ministero che vi è affidato e conosco l’importanza di ritrovarsi insieme per ascoltare e discernere, alla luce dello Spirito Santo, ciò che il Signore chiede a voi e ai vostri Ordini e Congregazioni per il bene della Chiesa. Per questa assemblea avete scelto il tema ‘Fede connessa: vivere la preghiera nell’era digitale’. Esso tocca tre aree oggigiorno molto importanti per la vita religiosa: la relazione con Dio, l’incontro coi fratelli e il confronto con il mondo digitale”: salutando p. Arturo Sosa, presidente dell’Unione Superiori Generali, papa Leone XIV, nel pomeriggio, ha incontrato 160 consacrati, che fino al 28 novembre parteciperanno alla 104^ Assemblea dell’Unione Superiori Generali a Sacrofano.
Quindi ha analizzato la prima parte del titolo, incentrando la riflessione sulla relazione con Dio: “La nostra speranza si fonda sulla consapevolezza di camminare verso l’incontro e la piena comunione con Dio, che per primo ci ha offerto la sua amicizia. Per questo, fondamentale nell’esistenza di ogni consacrato è la preghiera: spazio relazionale entro il quale il cuore si apre al Signore, imparando a chiedere e a ricevere con fiducia e gratitudine il suo amore che guarisce, trasforma e infiamma alla missione. Così testimoniamo ciò che realmente siamo: creature bisognose di tutto, abbandonate nelle mani provvidenti e buone del Creatore”.
E’ stata un’esortazione a coltivare “questa fede perché non si affievolisca, magari a causa di fughe o difese, oppure soffocata dall’ansia o dalla presunzione di sentirci ‘gestori di molti servizi’. Allora, abbagliati dai riflettori dell’efficientismo, intorpiditi dai fumi del compromesso o bloccati dalla paralisi della paura, rischiamo di fermarci, oppure di trasformare il nostro cammino di pellegrini in una corsa disordinata e logorante, dimentica dalla sua fonte e della sua meta.
A tale scopo il Giubileo ci offre un’occasione preziosa per tornare a ciò che conta, stringendoci al cuore infuocato di Dio, perché siano la sua luce e il suo calore a guidare e alimentare il nostro procedere personale e i nostri percorsi comunitari!”
Il secondo valore è l’incontro con i fratelli: “In tale dinamica gli Istituti, gli Ordini e le Congregazioni che rappresentate sono, per così dire, corpi carismatici, in cui tutti sono profondamente connessi per la stessa umanità, per la medesima fede, per l’appartenenza a Cristo e per la chiamata che unisce nella fraternità. Così nella Chiesa, ‘soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione’, i legami sono trasfigurati in vincoli sacri, in canali di grazia, in vene e arterie vive che irrorano un unico corpo con lo stesso sangue”.
Quindi c’è bisogno del confronto con il ‘mondo’ digitale: “La tecnologia informatica rappresenta infatti una sfida anche per i consacrati. Da un lato offre possibilità immense di bene, sia per la vita comune che per l’apostolato. Sarebbe miope ignorare le straordinarie opportunità che fornisce alla comunione e alla missione, permettendoci di raggiungere persone lontane, di condividere la fede attraverso nuovi linguaggi, di arrivare anche a chi, per vie ordinarie, fatica ad avvicinarsi alle nostre comunità.
Al tempo stesso, però, queste risorse possono influenzare fortemente, e non sempre per il meglio, il nostro modo di costruire e mantenere relazioni. E’ facile, ad esempio, lasciarsi tentare dall’idea di sostituire la mera connessione virtuale ai rapporti reali tra le persone, dove sono indispensabili presenza, ascolto prolungato e paziente e condivisione profonda di idee e sentimenti”.
Concludendo l’incontro il papa ha richiamato alla custodia delle relazioni: “Come Superiori, voi avete la responsabilità di custodire anche in questo ambito la fraternità e la comunione, vigilando affinché i mezzi tecnici non compromettano l’autenticità delle relazioni, né riducano gli spazi necessari a coltivarle. In particolare vorrei sottolineare che strumenti tradizionali di comunione come i Capitoli, i Consigli, le Visite canoniche e i momenti formativi non possono essere relegati all’ambito dei collegamenti ‘a distanza’.
La fatica del trovarsi insieme per dialogare e confrontarsi è parte integrante della nostra identità evangelica. In questo paesaggio di luci e di ombre ci attende una sfida: quella di integrare con equilibrio nova et vetera, custodendo e coltivando la relazione con Dio e con i fratelli, senza trascurare o seppellire, per pigrizia o per timore, i nuovi talenti che il Signore mette nelle nostre mani”.
(Foto: Santa Sede)
Giuseppe Lubrino invita a scoprire le virtù cristiane per stare nel mondo
“Proporre oggi le virtù cristiane non è una scelta nostalgica, ma un gesto profetico. In un’epoca segnata da smarrimento e frammentazione, le virtù rappresentano la risposta più umana e più vera al bisogno di pienezza che ciascuno porta nel cuore. Esse sono forma della libertà, incarnazione del desiderio di bene, struttura interiore della santità possibile e concreta. Questo testo non intende essere un trattato astratto, ma una proposta educativa e culturale: educare alla virtù significa educare alla realtà, alla verità, alla bellezza, alla speranza. E’ insegnare a vivere in rapporto con tutto ciò che c’è, alla luce di un’appartenenza che rende l’uomo intero”.
Così scrive il prof. Giancarlo Restivo, direttore della Schola ‘Carlo Magno’, nella prefazione al libro del prof. Giuseppe Lubrino, docente di religione cattolica, ‘Alla scoperta delle virtù cristiane: dalle radici greco-romane a Benedetto XVI’, che racconta il motivo per cui ha scritto un libro sulle virtù cristiane:
“Dopo un’attenta analisi, condotta insieme al direttore della ‘Schola Carlo Magno’, Giancarlo Restivo, delle derive antropologiche e culturali che caratterizzano lo scenario educativo contemporaneo, abbiamo ritenuto necessario esplorare e approfondire il valore educativo e l’attualità delle virtù cristiane. Le virtù rappresentano uno strumento fondamentale attraverso cui i giovani possono imparare a leggere e decifrare la realtà, crescere e maturare in umanità”.
Quanto sono importanti oggi le virtù cristiane per ‘abitare il mondo’?
“Assistiamo a una diffusa perdita di senso tra i giovani: fragilità emotive e caratteriali, isolamento sociale, disturbi alimentari, fenomeni di autolesionismo. Molti sembrano incapaci di immaginare un futuro possibile. Le virtù, per loro natura intrinseca, costituiscono da sempre un supporto per affrontare la complessità del reale. Riscoprirne il valore è oggi fondamentale per sviluppare capacità decisionali e resilienza, partendo da un’identità personale solida”.
Esiste una differenza tra le virtù del mondo ellenistico e quelle del mondo cristiano?
“La peculiarità del Cristianesimo rispetto alla tradizione greco-romana risiede nell’introduzione delle virtù teologali, in particolare della carità. Per greci e romani, il fondamento delle virtù era la ragione. Il Cristianesimo ha invece introdotto la dimensione della trascendenza, il bisogno di perdono e redenzione, l’umiltà. Le virtù teologali sono indispensabili per crescere ed evolversi, penetrando il mistero della vita”.
In che modo la virtù cristiana può condurre alla santità?
“La santità è spesso percepita come una meta straordinaria, irraggiungibile, utopica. E’ invece necessario recuperare la dimensione ordinaria della santità, facendo comprendere che essa si costruisce giorno per giorno, vivendo con onestà, verità, giustizia e solidarietà. La virtù cristiana è il cammino quotidiano verso la santità”.
Perché, secondo sant’Agostino, le virtù cristiane sono il frutto di una conversione?
“Per sant’Agostino, la conversione è una condizione costante della vita umana. L’essere umano ha sempre bisogno di riprendere il cammino, le inclinazioni al male, il desiderio di possesso, l’egoismo sono, talvolta, uno ostacolo alla crescita e allo sviluppo e alla realizzazione dell’esistenza umana. L’essere umano è chiamato ogni giorno a scegliere il bene, rinunciando al male. Le virtù diventano strumenti essenziali per un sano discernimento. Nella misura in cui l’uomo si apre all’azione della grazia, viene modellato e conformato a Cristo”.
Qual è il rapporto tra virtù cardinali e virtù teologali?
“Si tratta di un legame inscindibile. Le virtù cardinali orientano e favoriscono le azioni umane; le virtù teologali ne rivelano il senso profondo e costituiscono il compimento del cammino educativo dell’uomo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il Leone e la Tiara, in una storia del XVI secolo la collaborazione tra potere temporale e potere ecclesiale
“L’idea del libro è nata dal confronto con Thomas Mancin, con cui condivido la passione per la storia delle istituzioni e delle relazioni tra potere politico e religioso. Abbiamo voluto analizzare non solo i conflitti giuridici e territoriali, ma anche il modo in cui la diplomazia, l’economia e la dottrina politica dell’epoca influenzavano la gestione di una risorsa così strategica. Attraverso un’attenta lettura delle fonti, abbiamo ricostruito episodi cruciali che testimoniano come l’equilibrio tra Stato e Chiesa non fosse mai statico, ma sempre oggetto di ridefinizione e compromesso”: questa è la spiegazione del prof. Matteo Cantori, docente universitario in Storia dei Rapporti tra Stato e Chiesa e Santa Sede e cooperazione internazionale e postulatore per le cause dei Santi, che con l’ufficiale dell’esercito italiano Thomas Manchin, ha scritto il libro ‘Il Leone e la Tiara’.
Perché ‘il Leone e la Tiara’?
“Il titolo racchiude un forte valore simbolico e storico, evocando due emblemi rappresentativi di due grandi potenze dell’Italia preunitaria: il Leone di San Marco, simbolo della Repubblica Serenissima di Venezia, e la Tiara, ovvero il triregno pontificio, emblema dell’autorità spirituale e temporale dello Stato della Chiesa.
Attraverso questi simboli, l’opera richiama il complesso intreccio di rapporti (spesso dialettici, talvolta conflittuali) tra due entità statali che, per secoli, hanno esercitato un’influenza determinante su una parte consistente della Penisola. In questo contesto, il ‘Grande Fiume’, il Po, assume il ruolo di confine naturale e insieme di punto d’incontro tra due visioni del potere: una laica e repubblicana, l’altra teocratica e universale.
‘Il Leone la Tiara’ è il frutto di una scrittura a quattro mani con Thomas Manchin, pubblicato da ‘Nuova Editoriale Romani’ all’interno della collana Auxilia Iuridica, dedicata agli approfondimenti giuridici, storici e istituzionali. L’opera si propone come un dialogo tra passato e presente, tra diritto e storia, tra simboli e territori”.
Allora in quale modo il ‘Leone’ e la ‘Tiara’ possono collaborare?
“Per rispondere a questa domanda, occorre innanzitutto ricordare che il titolo ‘Il Leone la Tiara’ è intriso di un forte valore simbolico. Il Leone richiama il potere temporale della Repubblica Serenissima di Venezia, mentre la Tiara (ovvero il triregno) rappresenta l’autorità spirituale dello Stato Pontificio. Due poteri distinti, ma profondamente intrecciati nella storia italiana ed europea.
Queste due sfere, il laico e il sacro, il governo civile e la guida spirituale, non sono mai state realmente autonome l’una dall’altra. Al contrario, per lunghi secoli si sono trovate in un equilibrio dinamico, talvolta conflittuale, talvolta cooperativo, ma quasi mai indifferente. Del resto, il cittadino (o, nel linguaggio storico, il suddito, il regnicolo) non vive mai in una sola dimensione. È, allo stesso tempo, parte di un ordine giuridico e di una comunità di fede. La sua esistenza quotidiana è plasmata da leggi terrene e da valori spirituali, che si intrecciano e si influenzano a vicenda.
Proprio in questa interdipendenza risiede la possibilità (e la necessità) di un dialogo tra Leone e Tiara: un confronto tra potere e coscienza, tra norma e morale, tra Stato e Chiesa. Il volume esplora questo delicato ma fondamentale rapporto, offrendo una riflessione che è al tempo stesso storica, giuridica e profondamente umana”.
Perché racconta la storia di un rapporto tra lo Stato Pontificio e la Repubblica di Venezia nel XVI secolo?
“La scelta di concentrarsi sul rapporto tra lo Stato Pontificio e la Repubblica di Venezia nel corso del XVI secolo risponde a un intento duplice, di natura storico-giuridica. Questo periodo (in particolare la seconda metà del Cinquecento) è segnato da profonde tensioni tra le due potenze, ma anche da importanti tentativi di composizione, di mediazione e di equilibrio tra interessi divergenti.
Il XVI secolo rappresenta infatti un momento cruciale per la definizione dei rapporti tra potere temporale e autorità spirituale, tra l’autonomia degli Stati e la pretesa universale della Chiesa. In questo contesto, la Repubblica di Venezia si afferma come una realtà politica estremamente coerente, capace di esprimere una forte identità unitaria non solo sul piano istituzionale, ma anche su quello culturale e giuridico.
Venezia nel Cinquecento è molto più di uno Stato: è un modello politico, una visione del mondo, un laboratorio di convivenza tra diritto civile e sensibilità religiosa, tra ragione di Stato e libertà di pensiero. Raccontare la sua relazione (a tratti conflittuale, a tratti diplomatica) con lo Stato Pontificio significa entrare nel cuore di una riflessione che ancora oggi parla di sovranità, di pluralismo giuridico e del difficile ma necessario dialogo tra autorità terrena e istanze spirituali.
Quanto è importante il nome di Leone nella Chiesa?
“Il nome di Leone nella Chiesa non è soltanto un semplice appellativo: è un simbolo di straordinaria forza e profonda autorità morale, capace di attraversare i secoli con un richiamo potente e suggestivo. Il nome stesso evoca un ruggito: non solo un’espressione di potere temporale, ma soprattutto un segno di guida, fermezza e protezione.
Il nome Leone è programmatico, indubbiamente. Non è solo il nome assunto da papa Pecci alla morte di Pio IX, ma ricorda anche il primo papa a chiamarsi Leone. Papa san Leone Magno bloccò l’avanzata di Attila, salvando vite, prima ancora che territori. E, quindi, di papa Leone XIII non si dimentichi l’attenzione al sociale che, con la lettera enciclica ‘Rerum Novarum’, apre la Chiesa ad uno sguardo ancora più aperto nei confronti delle classi operaie e dei braccianti, che richiedono una maggiore attenzione e tutela. Ecco, quindi, che l’ultimo Leone, come abbiamo appreso anche dai suoi primi discorsi, pare aver fissato come linea portante del suo pontificato la pace e l’interesse verso chi soffre.
Non si tratta solo di papa Leone XIII, il papa della rivoluzione industriale, noto per l’enciclica Rerum Novarum, che ha aperto una nuova stagione di impegno sociale e giustizia; ma anche del primo Leone, papa Leone I, colui che con la sua sola presenza e autorità morale fermò l’avanzata di Attila, il re degli Unni.
Il nome Leone simboleggia dunque non solo la sovranità, ma un’autorità morale indiscussa, una figura di riferimento solida e rispettata, un primus inter pares (un ‘primo tra pari’) che si erge a guida sicura e sostegno affidabile, capace di offrire orientamento non solo ai credenti, ma anche a chi, pur senza fede, riconosce la sua autorevolezza etica.
Oggi, immersi in una rivoluzione digitale e sociale (o meglio, in una rivoluzione sociale digitalizzata) il ‘ruggito’ di Leone acquista un valore ancora più attuale e necessario. In un mondo in rapido cambiamento, segnato da sfide tecnologiche, culturali e umane, la Chiesa e le sue figure di guida sono chiamate a incarnare questa autorità morale, offrendo un punto di riferimento stabile, saggio e coraggioso. Il nome di Leone diventa così il simbolo di una leadership che unisce forza e saggezza, autorità e compassione, rappresentando un faro di speranza e stabilità in un’epoca di grandi trasformazioni”.
Come sarà il pontificato di papa Leone XIV?
Risponde con un sorriso: “Non ho la sfera di cristallo! Ma qualcosa si può già intuire. In queste prime settimane, papa Leone XIV ha delineato alcune direttrici chiare. Al centro del suo messaggio c’è la pace, invocata con forza e costanza. Papa Prevost non affronta un’epoca più complessa di altre. Ogni tempo ha le sue sfide. La differenza sta nella capacità di leggere i segni dei tempi e di rispondere con coraggio e umiltà.
Proprio l’umiltà sembra essere la cifra di questo pontificato. Mi viene in mente sant’Agostino: ‘La prima virtù è l’umiltà. La seconda è l’umiltà. La terza è ancora l’umiltà’. L’umiltà di papa Leone XIV non è fatta di gesti appariscenti, ma si esprime nel tono sobrio, nella riflessione, nell’ascolto. E’ un atteggiamento che non cerca il clamore, ma la sostanza. Tuttavia, ritengo sia ancora troppo presto per dare un giudizio. Ma i primi passi indicano un pontificato attento, radicato, e pronto ad accompagnare la Chiesa in un tempo di cambiamento, nel solco dei suoi predecessori di venerata memoria”.
Come è sorta la sua ‘passione’ per lo studio dei rapporti tra Chiesa e Stato?
“La mia passione? In realtà, credo che ogni autentico interesse nasca dalla curiosità. E’ la curiosità, quella tensione interiore a voler comprendere di più, a spingerci oltre l’apparenza delle cose, che costituisce la radice più profonda di ciò che comunemente chiamiamo ‘passione’. Nel mio caso, è stata proprio la curiosità intellettuale e spirituale a guidarmi verso lo studio dei rapporti tra Chiesa e Stato: una relazione complessa, ricca di sfumature storiche, giuridiche e religiose, che ha plasmato la nostra civiltà in modi profondi e talvolta contraddittori.
Con il tempo, questa curiosità si è trasformata in desiderio di approfondimento, in volontà di ricerca, condotta con semplicità, senza pretese, ma con un forte senso di responsabilità verso la verità. Non ho mai considerato questo interesse come qualcosa di ‘astratto’ od ‘accademico’, bensì come un percorso di conoscenza che interroga anche il presente e che ha molto da dire sull’equilibrio tra potere spirituale e potere temporale, tra coscienza e istituzioni.
In definitiva, potrei dire che più che una ‘passione’, è stata una chiamata al discernimento, un invito costante a comprendere come la fede e la politica si siano incontrate, scontrate e influenzate nel corso dei secoli, e cosa questo possa significare ancora oggi”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV all’Ordine di Malta invita ad essere testimoni di Gesù
“Sono particolarmente lieto d’indirizzarvi questo mio messaggio in occasione della celebrazione della solennità di San Giovanni Battista, protettore del vostro Ordine religioso, che ne porta il nome. La Chiesa vi ringrazia per tutto il bene che fate lì dove c’è bisogno di amore, in situazioni talvolta molto difficili”: ieri, festa di san Giovanni Battista papa Leone XIV ha indirizzato una lettera ai membri del Sovrano Militare Ordine di Malta, in cui ha ricordato l’importanza di discernere i segni dello Spirito per non cadere nella mondanità.
Per questo ha ricordato quale è stata la missione del Battista: “Possiamo dire che san Giovanni Battista fin da prima della sua nascita ha adempiuto la missione ricevuta da Dio di essere annunciatore di Gesù. Lo farà con radicale austerità durante tutta la sua vita. La sua idea di Messia all’inizio era ancora troppo legata a quella di giudice rigoroso”.
Però anche lui è stato chiamato a convertirsi per dare testimonianza: “Gesù lo aiuta a cambiare prospettiva, a convertirsi, innanzitutto quando si presenta a lui chiedendo di essere battezzato, umilmente mischiato tra tanti penitenti. Dopo questa manifestazione, Giovanni indica Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Seguendo il suo invito, due dei suoi discepoli si fanno discepoli di Gesù. Ed il Battista, dando la sua vita nell’affermazione della verità, si farà testimone di Gesù, che è la Verità”.
Per tale sua missione è patrono dell’Ordine di Malta: “San Giovanni Battista, vostro celeste Protettore, deve illuminare la vostra vita e la missione che nella Chiesa siete chiamati ad adempiere per azione dello Spirito Santo. Il vostro Ordine ha come finalità la tuitio fidei e l’obsequium pauperum”.
Quindi il papa ha sottolineato questi due particolari ‘doti’: “Due aspetti di un unico carisma: la fede che viene propagata e tutelata nella dedizione amorosa ai poveri, agli emarginati, a tutti coloro che hanno bisogno del sostegno, dell’aiuto altrui. Non limitarsi a soccorrere le necessità dei poveri, ma annunciare loro l’amore di Dio con la parola e la testimonianza. Se venisse a mancare questo, l’Ordine perderebbe il proprio carattere religioso e si ridurrebbe a essere un’organizzazione a scopo filantropico”.
L’amore può essere ricevuto solo se ci si abbassa: “L’amore che ognuno di noi deve offrire agli altri è quello che si pone al livello di chi lo riceve, così come ha fatto Gesù che si è messo al nostro livello, solidale con chi è disprezzato, con coloro ai quali è tolta la vita perché considerata di nessun valore.
Perciò Gesù può ricevere una risposta d’amore da noi, perché in questo suo abbassarsi ci comunica il suo amore, che possiamo restituire a Lui nella gratitudine. Così è con il povero. Se lo amiamo mettendoci al suo livello, l’amore che gli comunichiamo ci ritorna nella sua gratitudine, fatta non di umiliazione, ma di gioia. E’ questa la tuitio fidei, perché così facendo voi trasmettete concretamente la fede in Dio amore, offrendo l’esperienza della sua vicinanza”.
Insomma è una ‘resistenza’: “Anche Gesù è stato tentato in questo, quando il maligno ‘gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria’ e gli promise di darglieli, se lo avesse adorato. Ma allora Gesù non sarebbe più stato il Servo sofferente di Dio, che nell’umiltà si spoglia di ogni potere mondano per conquistare, con l’amore, l’amore dell’uomo. Gesù riafferma, anche in questa tentazione particolarmente subdola, la supremazia di Dio e non si vende alla potenza di questo mondo. Se avesse acconsentito alla tentazione, Gesù avrebbe adottato dei mezzi illeciti e non avrebbe conseguito il fine posto dal Padre alla sua missione”.
Tale missione è chiesta anche all’Ordine di Malta: “L’Ordine di Malta, nel corso della storia, ha assunto a seconda delle contingenze mezzi differenti, che però vanno vagliati nella loro validità attuale per raggiungere il fine di tuitio fidei e obsequium pauperum.
Lungo i secoli, l’Ordine ha assunto una sempre maggiore rilevanza nell’ambito internazionale, un tipo del tutto particolare di sovranità, con prerogative in tale ambito che devono necessariamente essere funzionali alla finalità di tuitio fidei e obsequium pauperum”.
Per tale motivo il papa ha esortato a non tralasciare tali prerogative: “Se tali prerogative venissero da voi usate lasciandovi attrarre nella mondanità, magari senza accorgervene, proprio per l’illusione che la mondanità comporta, correreste il pericolo di agire perdendo di vista il fine. E’ da fare continuamente nostro quanto insegnato da Gesù, che non ha chiesto al Padre di toglierci dal mondo, perché ci manda nel mondo, ma che non siamo del mondo come Lui non è del mondo; e ha chiesto al Padre che ci custodisca dal maligno”.
Mentre a Torino, il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, ha evidenziato il valore di una nascita: “Nel riportare la notizia della natività di Giovanni il Battista, l’evangelista Luca non spende molte parole. Gliene bastano pochissime. Liquida la questione in un solo versetto. Sembra decisamente più interessato a rilevare quali siano i sentimenti e le reazioni di chi fa i conti con l’assolutamente inedito di quella nascita: gli astanti, i parenti, i vicini. Quasi a dirci che la natività di Giovanni come quella di ogni cucciolo d’uomo avviene solo laddove si crei uno spazio di attesa, di accoglienza calda, di apertura fattiva alla novità imprevedibile che ogni nuovo nato rappresenta e porta con sé”.
Un’omelia che ha affrontato la responsabilità degli adulti: “Quasi a dire che non ci può essere sopravvivenza di nessun infante se non c’è riconoscimento, cura e presa in carico da parte del mondo degli adulti. Quasi a rimarcare ciò che non avrebbe neppure bisogno di essere rimarcato, tanto è inscritto nelle fibre del nostro essere, ma che può essere oscurato ad ogni generazione dal peccato degli uomini, quello che Bonhoeffer descrive in maniera lucida come il cor in se curvum: che, cioè, la vita umana, perché si dia e ci sia, perché cresca e perché si esprima, domanda che qualcuno vi si chini sopra benevolmente, vi si accosti con meraviglia, la accolga con senso di responsabilità, con attesa indifesa e con la decisione ferma e tenace di mettere a disposizione ad ogni passo tutto ciò che quella vita richiede per essere custodita, protetta, alimentata, fatta crescere, educata”.
Infatti ogni nascita comporta una responsabilità adulta: “Quasi a dire, in definitiva, che solo se ci sono donne e uomini adulti capaci di non avere paura e di accogliere la libertà inedita che ogni nuovo nato rappresenta, solo allora può esserci davvero e fino in fondo la nascita e la presa in carico di un nuovo essere umano.
Forse per questo Luca è così spiccio nell’annotare la natività del Battista, mentre si sofferma più a lungo a rimarcare il senso di gratitudine e di profonda gioia che essa inietta attorno a sé. Una gratitudine e una gioia tanto più intense quanto più esprimono il riconoscimento della straordinarietà di quella nascita: Giovanni è infatti il frutto dell’attenzione e della misericordia di Dio verso il suo popolo”.
Per diventare adulto è necessaria l’educazione: “Non solo. L’evangelista riassume tutta la fanciullezza del Battista con parole altamente simboliche. Il fanciullo cresce e si fortifica nello spirito, abitando regioni desertiche, luoghi cioè che per lungo tempo lo rendono invisibile agli occhi dei più. Ma questo tempo non è infinito. Arriva il giorno in cui si manifesta davanti a Israele. Il verbo, nel testo greco originale, è molto significativo: indica il momento del manifestarsi, ma anche del prendere il proprio compito, dell’assumere la propria funzione pubblica”.





























