Tag Archives: Discernimento
Papa Leone XIV: la Chiesa ascolti le famiglie
“Ho desiderato convocare questo incontro a dieci anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, e vi ringrazio per aver riorganizzato i vostri impegni in modo da poter trascorrere questi giorni insieme. Ringrazio di cuore le coppie sposate e tutti coloro che sono venuti a condividere qualcosa della loro vita in Cristo e che prenderanno parte alle nostre conversazioni, così come gli esperti e i facilitatori. Permettetemi di iniziare ricordando il lungo e fecondo cammino sinodale e missionario che la Chiesa ha compiuto in relazione al matrimonio e alla famiglia, un cammino che siamo chiamati a proseguire”: aprendo l’incontro in Vaticano per i 10 anni dell’esortazione apostolica ‘Amoris laetitia’ che riunisce coppie, capi delle Chiese orientali, presidenti delle Conferenze Episcopali, papa Leone XIV ha chiesto di ascoltare le famiglie, comprese quelle ‘segnate da difficoltà, solitudine ed apparenti fallimenti’.
Ed ha citato alcuni documenti per sottolineare l’impegno verso la famiglia: “La famiglia ha sempre occupato un posto importante nella preoccupazione pastorale del Successore di Pietro e dei Vescovi che lo assistono attraverso la loro partecipazione al Sinodo dei Vescovi. Il Sinodo del 1980 riprese un desiderio già espresso da papa Giovanni Paolo I durante il suo breve pontificato, che portò infine all’Esortazione apostolica ‘Familiaris consortio’ di san Giovanni Paolo II.
All’inizio del proprio pontificato, papa Francesco ha posto nuovamente la famiglia al centro di un processo sinodale, riconoscendo la necessità di proseguire il discernimento della Chiesa di fronte ai profondi cambiamenti che interessano un ambito così strettamente legato alla sua missione nel mondo di oggi. Quel percorso ha portato, dieci anni fa, all’esortazione apostolica Amoris laetitia”.
E’ stato un cammino che è stato tracciato dal Concilio Vaticano II: “Quando i Padri conciliari posero la dignità del matrimonio e della famiglia all’inizio della seconda parte della ‘Gaudium et Spes’, riconobbero che la vita familiare offre un punto di accesso privilegiato alle grandi questioni culturali, economiche, sociali e politiche del nostro tempo, compresa l’opera di promozione della pace tra i popoli.
L’interdipendenza di queste questioni è diventata oggi ancora più evidente, sempre alla luce della Parola di Dio…La famiglia rimane fondamentale per un approccio che coniughi il locale e il globale, guidato dalla ricerca di una fraternità universale in Cristo che il Vangelo ci chiama a costruire con tutti. Questa storia di oltre mezzo secolo attribuisce al nostro incontro una responsabilità particolare come Pastori, mentre la vocazione sinodale di tutta la Chiesa continua a dispiegarsi”.
Ed ha sottolineato l’importanza dell’esortazione post sinodale di papa Francesco: “All’interno di questa storia, Amoris laetitia ha segnato una tappa importante e i dieci anni trascorsi dalla sua pubblicazione sono entrati a far parte della vita delle nostre Chiese particolari. In questo periodo, l’Esortazione Apostolica è stata accolta in diverse culture e contesti pastorali, ha accompagnato la vita concreta delle famiglie e ha ispirato iniziative e percorsi”.
E’ stato un invito a camminare: “Gli Atti degli Apostoli ci offrono una bella immagine di ciò che stiamo per fare…In seguito, mentre si recavano a Gerusalemme, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando ciò che era accaduto durante la missione e il loro racconto portò grande gioia ai fratelli e alle sorelle. Quando raggiunsero Gerusalemme, furono accolti dalla Chiesa, dagli Apostoli e dagli anziani, e ancora una volta ‘riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro’. C’è qualcosa di questo movimento nel nostro stesso incontro. Come ho detto, la Chiesa ha trascorso questi dieci anni accogliendo ‘Amoris laetitia’ e camminando con famiglie in circostanze molto diverse”.
Quindi il matrimonio è un ministero, che deve essere ascoltato: “Questo ministero ci pone anche in una scuola di ascolto. La sapienza del Popolo di Dio ci raggiunge attraverso la nostra fede comune, che illumina tutte le famiglie, comprese quelle segnate da difficoltà, solitudine e talvolta persino da apparenti fallimenti. Il Signore stesso ci insegna con pazienza, quando ci prendiamo il tempo di ascoltare, e abbiamo certamente molto da imparare dalle famiglie”.
Ma ci sono molti ostacoli: “Le loro vite ci pongono anche delle domande che meritano di essere affrontate con coraggio. In molti contesti è emersa una crescente distanza tra il modo in cui vengono vissuti il sesso e l’intimità e la visione cristiana del matrimonio. I giovani continuano ad anelare all’amore, alla fedeltà e al senso di appartenenza, eppure molti trovano difficile comprendere come una tale visione dell’amore possa concretizzarsi nella propria vita o credere che un impegno per tutta la vita sia la condizione per raggiungere ciò che desiderano. L’insicurezza economica, la migrazione, la violenza, la solitudine e altre forme di fragilità emotiva influenzano anch’esse le scelte che le persone compiono e le possibilità che riescono a immaginare per il proprio futuro”.
Per questo ha chiesto di ‘attenzionare’ le difficoltà: “La fragilità merita un’attenzione particolare, poiché può plasmare profondamente il modo in cui le persone vedono sé stesse, il proprio futuro e persino il proprio rapporto con Dio e con la Chiesa. L’esperienza della fragilità solleva la domanda se siamo in grado di rimanere vicini gli uni agli altri quando la vita non corrisponde più a ciò che si era sperato, e se riusciamo a riconoscere l’opera della grazia anche in situazioni segnate da limiti, ferite e apparenti fallimenti”.
Infine ha chiesto una ‘narrazione condivisa’ di ciò che è stato compiuto in questo decennio: “Spero che, attraverso le numerose testimonianze che portate dalle vostre Chiese e da diversi contesti culturali, possa gradualmente prendere forma una narrazione condivisa di questi dieci anni, caratterizzata da gioia e speranza, e che ci renda capaci di affrontare con onestà le prove e le difficoltà che ancora permangono.
Ciò alimenterà il discernimento pastorale delle Conferenze Episcopali e delle strutture gerarchiche delle Chiese orientali. Aiuterà inoltre le Chiese locali a riconoscere nuovi percorsi e a coinvolgere più profondamente tutti i battezzati nel cammino sinodale della Chiesa. Chiedo inoltre che tutti noi preserviamo la discrezione e la riservatezza che questo tempo di ascolto e di discernimento richiede”.
(Foto: Santa Sede)
Amoris Laetitia: l’annuncio del Vangelo con le famiglie
“A dieci anni dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, il Santo Padre Leone XIV ha convocato in Vaticano dal 7 al 14 ottobre 2026 un incontro con i Capi delle Chiese Orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo. Saranno presenti circa 248 vescovi, con alcune famiglie e alcuni esperti. Perché questo incontro? Come annunciato nel Messaggio del 19 marzo 2026, è suo desiderio procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali”: iniziando l’intervento la prof.ssa Gabriella Gambino, sottosegretaria del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita – Coordinatrice delle famiglie, ha presentato l’incontro che ha l’obiettivo di fare il punto sulle famiglie di oggi ascoltando le testimonianze di vescovi e coppie provenienti dai cinque continenti.
Infatti il tempo decennale è “un tempo significativo per fermarsi a riflettere e ascoltare i Vescovi sul cammino che le Chiese locali stanno percorrendo con le famiglie. Il nostro tempo è segnato da rapide trasformazioni culturali e sociali, che rendono sempre più difficile per le famiglie vivere e trasmettere la fede. Nelle società sempre più secolarizzate, i giovani hanno bisogno di scoprire la bellezza della vocazione matrimoniale per poter vivere il loro amore coniugale in Cristo, testimoniarlo e trasmetterlo ai figli ed essere così parte di una Chiesa viva”.
Un incontro per fare un punto sul ruolo della famiglia: “Certamente, la realtà della pastorale familiare nei cinque continenti è quanto mai articolata e si confronta con situazioni e problematiche diverse in materia di matrimonio e famiglia. Ovunque, però, la Chiesa è consapevole del ruolo insostituibile della famiglia nell’alimentare la vita della Chiesa stessa e nel costruire società rispettose della persona umana. Famiglie in grado di trasmettere la fede sono oggi necessarie per avere domani una Chiesa capace di generare vocazioni e di evangelizzare il mondo in maniera capillare”.
La domanda fondante di questo incontro riguarda il rinnovamento della pastorale familiare, maturato durante le visite ad limina: “Tale domanda si rende necessaria, perché nonostante il cammino indicato dal Concilio Vaticano II e da Amoris laetitia, in molti contesti ecclesiali la famiglia ancor oggi rischia di essere considerata come destinataria passiva dell’azione pastorale: un mero settore della pastorale affidato a una commissione in parrocchia o in diocesi. In un tempo di forte scristianizzazione, più volte il Santo Padre Leone XIV ci ha esortati affinché l’evangelizzazione diventi davvero un atto ecclesiale, in cui pastori e famiglie si sentano corresponsabili e partecipino insieme all’annuncio del Vangelo”.
Ed ha fornito alcuni dati preoccupanti sulla famiglia: in Polonia, i matrimoni religiosi celebrati negli ultimi 5 anni si sono ridotti del 45%. In Australia, tra il 1970 e il 2024 sono passati dall’88% al 16%. Segnali che richiamano l’urgenza di accompagnare la scelta matrimoniale e sostenere in modo più decisivo la trasmissione della fede in famiglia: “Ma che cosa intendiamo per ‘pastorale familiare’ quando accompagniamo le famiglie? Questa domanda attraversa tutta la riflessione della Chiesa sulla famiglia e il suo impegno per essa. Amoris laetitia ha ribadito, sulla scia di Familiaris Consortio, che le famiglie cristiane, per la grazia del sacramento nuziale, sono i principali soggetti della pastorale familiare”.
Quindi una pastorale che deve accompagnare ogni ‘tappa’ di accompagnamento per la crescita della famiglia: “Questa pastorale dovrebbe cominciare molto prima del matrimonio e accompagnare le persone per tutta la vita: la crescita dei bambini, le domande dei ragazzi, la scelta di sposarsi, i primi anni di vita coniugale, le stagioni faticose e i momenti di crisi. Il punto di partenza della pastorale familiare dovrebbe essere una domanda vocazionale.
E’ un invito che interpella anche noi: la pastorale familiare comincia quando aiutiamo un ragazzo o una ragazza a guardare alla propria vita come a una chiamata. Oggi abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo e di una riflessione capaci di abbracciare le diverse fasi della vita familiare”.
Ecco il motivo per cui l’incontro è rivolto ‘solo’ ai Capi delle Chiese Orientali ed ai Presidenti delle Conferenze Episcopali: “Perché a loro è affidata la responsabilità di promuovere e sostenere l’azione pastorale nei rispettivi Paesi e nelle Chiese locali. Conoscono da vicino le trasformazioni che stanno interessando le famiglie, le difficoltà che incontrano, sanno quali temi richiedono maggiore attenzione e possono condividere esperienze e proposte. Per questo il Santo Padre desidera ascoltarli direttamente e dialogare con loro nel discernimento”.
Comunque ci sarà le testimonianze di alcune famiglie: “Insieme ai Capi delle chiese saranno presenti alcune famiglie, scelte da alcuni vescovi tenendo conto della varietà delle provenienze geografiche. Tra queste, cinque coppie porteranno la loro testimonianza, che sarà parte dell’ascolto di questi giorni. Di esse non riveleremo i nomi per discrezione e per salvaguardare la privacy della loro testimonianza personale e familiare”.
Anche la prof.ssa Orietta Rachele Grazioli, docente di ‘Diritto canonico e comparato della famiglia’ al Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, ha sottolineato che tale decennale è un’ opportunità “per mettere sempre più a fuoco la famiglia come importante luogo e soggetto di evangelizzazione. L’esortazione apostolica postsinodale rappresenta uno strumento consegnato dieci anni fa alla Chiesa nel solco di un percorso che parte da lontano, come ha evidenziato papa Leone nel decennale, ricordando le radici nel Concilio Vaticano II ed in Familiaris Consortio (a sua volta un’esortazione apostolica postsinodale), di cui ricorrono i 45 anni, percorso che continuamente procede e si snoda in un contesto che cambia sempre più rapidamente.
Dieci anni sono un tempo di trasformazione e crescita rapida soprattutto oggi, ma ugualmente un tempo sufficientemente lungo da permettere di osservare e ascoltare le costanti e le contestualità emergenti, nonché la creatività pastorale nata dall’intero testo di Amoris laetitia, ovviamente in modo diverso a seconda delle regioni del mondo”.
Ed ha spiegato le modalità in cui si svolge questo ‘seminario’: “In questo senso, si snoda il percorso tematico, articolato nei 5 temi già comunicati, che offre solo alcuni spunti di ascolto e di dialogo, che corrispondono a diversi aspetti dell’annuncio del Vangelo per quanto riguarda il matrimonio e la famiglia, quali sono i temi 2, 3 e 4: nello specifico il Tema 2 ‘I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale’, Tema 3 ‘La vita matrimoniale. I primi anni di matrimonio: un tempo decisivo’, Tema 4 ‘Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere’. All’orizzonte sociale ed ecclesiale sono dedicati i temi 1 e 5 che aprono e chiudono la sessione: Tema 1 ‘Le famiglie oggi: realtà, bellezza e sfide’, Tema 5 ‘Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa’, che necessitano di essere contestualizzati.
In questo senso, sarà importante il ruolo dei Presidenti delle Conferenze episcopali che, nelle loro responsabilità apicali, faranno eco alle varie realtà locali. Si metteranno in posizione di ascolto delle famiglie, degli esperti e dei fratelli nell’episcopato per crescere insieme in un discernimento profondo”.
Infine p. Giacomo Costa, consultore della Segreteria Generale del Sinodo, ha evidenziato il metodo: “Possiamo considerare questo Incontro, in qualche modo, come una sorta di assemblea di valutazione. E’ un’espressione che stiamo utilizzando nella fase attuativa del Sinodo 2021-2024. Un processo sinodale, infatti, non si conclude con l’approvazione di un Documento. Un Documento non è il punto di arrivo: deve entrare nella vita della Chiesa e lasciarsi mettere alla prova dall’esperienza.
Le Chiese sono chiamate a tradurne gli orientamenti nei diversi contesti, a sperimentare percorsi, a verificarne i frutti e le difficoltà e poi a tornare insieme su quanto vissuto. Valutare, in questa prospettiva, non significa formulare un giudizio sul testo, per esaltarlo o criticarlo, ma imparare dall’esperienza maturata dopo la sua pubblicazione, per riconoscere dove lo Spirito sta conducendo la Chiesa e quali nuovi passi chiede di compiere”.
Quindi ha spiegato anche il metodo degli incontri: “Nei gruppi di lavoro utilizzeremo la Conversazione nello Spirito, alternando parola, ascolto e silenzio. Attraverso tre giri (la narrazione dell’esperienza di ciascuno, la risonanza a quanto ascoltato dagli altri e l’elaborazione condivisa di ciò che è emerso) i partecipanti cercheranno di mettere a fuoco convergenze, ma anche differenze, tensioni, questioni aperte e possibili passi da compiere.
Non cercheremo di cancellare le differenze per arrivare a un consenso: anche una divergenza compresa meglio può essere un frutto dell’ascolto. Ogni gruppo offrirà una breve restituzione all’Assemblea, che sarà ripresa e approfondita nel dialogo in plenaria. Questo Incontro non è un Sinodo, naturalmente, ma assume consapevolmente il metodo maturato nell’esperienza sinodale degli ultimi anni e ormai sperimentato da molti partecipanti nelle proprie Chiese”.
(Foto: Vatican Media)
Papa Leone XIV ai giovani: portate nel cuore il desiderio di libertà
“Nella notte, la luce ci appare ancora più eclatante. E’ così, cari giovani, che abbiamo ascoltato insieme dalle parole di san Paolo. Vogliamo tenerle alte, come fiaccola che rischiara non solo la preghiera di ciascuno, ma tutta la storia della Chiesa. L’Apostolo osserva il suo tempo e accoglie l’ispirazione divina, cioè lo Spirito Santo, che apre sempre prospettive luminose di futuro. Sì, Dio è Signore della storia e, qualsiasi cosa avvenga, la conduce verso la salvezza: in Cristo ogni male ha una fine, proprio perché la fine diventa inizio di vita nuova ed eterna”: papa Leone XIV ha concluso la prima giornata del viaggio apostolico in Francia, con un messaggio ai giovani riuniti nello Stade de France di Parigi, Leone XIV consegnando loro un messaggio di libertà con l’invito a prendere atto dei conflitti esteriori e interiori, perdonando e perdonandosi per le proprie ansie e incertezze.
E’ un invito al desiderio di libertà: “Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci dice che è la verità che ci renderà liberi; e che la Verità è Lui stesso). Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto vivente con Gesù”.
Ma la libertà si raggiunge attraverso una compagnia: “La compagnia del Signore, infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel cuore. Dio attraversa come luce la nostra anima, chiamandoci a un rinnovamento permanente, a una conversione che dona pieno senso all’esistenza, perché ci fa attori di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità, dall’indifferenza all’impegno per la giustizia. San Paolo lo dice con tre verbi, che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti”.
Una compagnia che si fonda sulla relazione, portando l’esempio di un giovane francese: “Per gustare la vicinanza di Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità di like, ma restando soli con sé stessi…
Sì, chi vive con Dio tende verso il meglio: è in allenamento costante. Il suo desiderio cerca la virtù, cioè la forza che lo rende buono e vero. Cari amici, la dinamica che caratterizza l’esistenza cristiana porta un nome preciso: si chiama cammino di santità. E’ il cammino che il Signore apre davanti a ciascuno di noi, accompagnandoci lungo la via. E quanti figli e figlie di questa amata terra di Francia si sono lasciati condurre su questa via! Pensiamo, ad esempio, al beato Marcel Callo, un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente libero”.
E’ stato un invito a scegliere nel cammino verso la santità: “Man mano che avanziamo in questo cammino di santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: bisogna scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà, compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai; il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il volto raggiante dell’amore: è Dio in persona!
Le virtù che san Paolo ci indica come riflessi della sua bontà sono queste: la giustizia verso l’umanità; la pietà e la fede verso Dio; la carità con tutti; la pazienza verso chi ci fa soffrire; la mitezza che contraddistingue chi cerca la pace con animo puro. I principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte radicali e coraggiose di un cuore libero. Fare nostre queste qualità non è solo un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da compromessi”.
Ecco la necessità di un combattimento dell’amore per giungere alla santità, come santa Giovanna d’Arco: “Combattere, sì, come fece San Paolo, rappresentato spesso con una spada nelle mani, segno della Parola di Dio, ‘pada dello Spirito’. Questo verbo risuona con forza qui in Francia, terra di santa Giovanna d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia. Ma attenzione, il verbo come anche l’immagine ci sono ormai chiari: la lotta alla quale siamo chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle. E’ nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione.
E’ nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli, contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento, ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità, però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque, scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore”.
Ed i santi sono alleati dei giovani nel cammino: “Abbiamo inoltre come alleati i santi: sono amici che ci sostengono nella prova. Carissimi, quando le scelte della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità! Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a santa Teresa del Bambino Gesù di insegnarci la sua ‘piccola via’ dell’amore quotidiano, solido fondamento di ogni pace duratura”.
In precedenza aveva risposto alle domande di alcuni giovani sull’indifferenza verso Dio: “In questa dinamica spirituale siamo coinvolti tutti noi, anche oggi: è vero, come tu hai detto, che la società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza. Che molti siano estranei alla questione di Dio è, in effetti, un problema; ma lo è altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo. Quante persone purtroppo si disinteressano…
Mediante Gesù, crocifisso e risorto, Egli dà la sua stessa vita, affinché noi viviamo. Ecco allora il modo di annunciare Cristo che unisce coraggio e rispetto: annunciarlo come Vangelo di salvezza, come parola di verità e di vita. Questo Vangelo è buona notizia per tutti, annuncio liberante e regola di vita nuova. Il Vangelo di Gesù, infatti, non porta al conflitto, ma invita sempre al perdono: mentre illumina il dramma della storia, ci educa alla cura fraterna. L’incontro con Cristo apre al dialogo e prepara alla pace, perché offre a ogni uomo e ogni donna la promessa più grande, che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna”.
E davanti ad presunto fallimento Dio risolleva; “Non esiste fallimento dal quale Dio non possa sollevarci: la sua misericordia è la nostra gioia. Eppure, voi avete parlato dell’ansia e dell’incertezza come ostacoli al vostro entusiasmo. Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni.
A questi sentimenti se ne aggiungono altri, che gravano sulla vostra generazione, come ad esempio l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti climatici o alla situazione economica e internazionale. Sì, bisogna prestare un orecchio attento a questi sentimenti. Invito tutti voi, cari giovani, a mantenere il cuore aperto di fronte alle sofferenze dei vostri compagni”.
E’ un invito al discernimento: “Egli ha voluto vivere da uomo, affinché noi potessimo vivere con Lui, per sempre, come testimoni gioiosi della speranza. Cari amici, è in questa amicizia con Gesù che si realizza il nostro discernimento, una riflessione che si fa invocando lo Spirito Santo. Si tratta di un esercizio costante per camminare in modo ordinato e sicuro.
Come discernere bene? In primo luogo, ricordate che la parola del Signore è sempre lampada ai nostri passi. Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale passa attraverso la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio (quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico) e l’annuncio.
Poi, guardate all’esempio dei santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto strade di pace. Guardate a sacerdoti appassionati di Cristo, come sant’Eugène de Mazenod e san Jean-Marie Vianney; guardate alla mistica bellezza di santa Thérese de Lisieux; alla beata Pauline Jaricot, fervente nella carità e nella missione; al coraggio dei cinquanta martiri dell’apostolato, al tempo della Seconda Guerra Mondiale, che hanno servito i loro fratelli fino al sacrificio della vita. Questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede”.
Nel pomeriggio l’incontro con vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrate nella cattedrale di Notre-Dame: “Cari amici, dall’Incarnazione (‘Dio mandò il suo Figlio’) discende l’identità della Chiesa, chiamata ad essere sempre ‘in uscita’. Come discepoli di Cristo, voi sapete bene che la comunità cristiana non si costituisce come enclave in cui ritrarsi per difendersi dal proprio tempo. Si offre, al contrario, come le antiche cattedrali, quale spazio di accoglienza, di rispetto, di rivelazione e di senso per tutti. Qui sta la forza di una Chiesa viva: accogliere la periferia che si trova già nel suo cuore, il lontano che in realtà è già vicino, l’estraneo nel quale Cristo già sta bussando alla porta”.
Solo attraverso la missione la Chiesa è viva: “Se Notre-Dame è il segno di tale incontro nel centro di Parigi, a maggior ragione le altre città e regioni di Francia, anche le più periferiche e rurali, saranno trasfigurate da una presenza missionaria semplice e benevola, che aiuti anche la composizione delle differenze culturali e la guarigione delle ferite presenti nelle nostre società.
Dalle coste del nord fino al Mediterraneo, dalle aree interne ai dipartimenti d’oltremare, siate una Chiesa viva, multiforme e vicina. La povertà di mezzi non impedisce la missione, poiché è la grazia di Dio a facilitare la libertà interiore e la sobrietà della vita, così da riflettere uno stile evangelico. In tutto ciò, valorizzate con fiducia la presenza missionaria dei fedeli laici, che sono l’avamposto vivente della Chiesa nei crocevia del mondo quotidiano”.
Per questo occorre una celebrazione curata: “A voi che celebrate quotidianamente l’Eucaristia, chiedo di avere cura che le celebrazioni liturgiche siano sempre vissute con dignità e decoro, anche laddove si radunano comunità più piccole. Siate eredi consapevoli dei Padri e dei Santi della Chiesa che lungo tutti i secoli ci hanno trasmesso il significato profondo e la bellezza della liturgia, testimoniando sempre una grande umiltà davanti al Mistero celebrato.
Il Concilio Vaticano II, la cui ricchezza deve molto alla Francia, ha raccolto e approfondito in maniera eminente tale eredità, riconoscendone la centralità nella vita ecclesiale. Vi esorto, pertanto, tutti, vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, a coltivare un autentico amore per la liturgia e ad essere testimoni e servitori della vocazione profetica, sacerdotale e regale dell’intero popolo di Dio.
La liturgia rimane in questo uno specchio della vita. La gioia eucaristica si afferma e si diffonde dove l’armonia è ritrovata, dove la dignità rinasce, dove l’autorità si fa servizio, dove la libertà si rimette in cammino. E’ il dono più grande che possiamo condividere. Mettete dunque al di sopra delle vostre personali sensibilità la comunione col successore di Pietro e con la Chiesa, per coltivare l’unità del popolo di Dio. Insieme, saremo la profezia che un mondo riconciliato è possibile”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a ‘smascherare’ le ambiguità
“Con l’incontro odierno iniziamo a riflettere sulla Costituzione pastorale ‘Gaudium et spes’, con cui il Concilio Vaticano II ha inteso approfondire un tema fondamentale, ossia il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo. San Giovanni XXIII, già nel Discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, aveva inteso dissentire dai ‘profeti di sventura’ che, ‘sebbene accesi di zelo per la religione… vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia’. Da qui il compito affidato ai Padri conciliari”: all’udienza generale, ritornata in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha inaugurato un ciclo di catechesi sulla costituzione pastorale ‘Gaudium et spes’, esortando la comunità ecclesiale a non cedere alle sirene dei ‘profeti di sventura’ ed a farsi carico delle storture contemporanee.
Nella catechesi il papa ha ricordato il discorso inaugurale del Concilio Vaticano II, da cui è maturata la Costituzione sulla speranza: “Tre anni dopo, la promulgazione di ‘Gaudium et spes’ riconosceva in tale discernimento un elemento essenziale della natura della Chiesa, descrivendo come costitutiva la sua indole pastorale: da qui la definizione di ‘Costituzione pastorale’. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli si è reso ‘in tutto simile ai fratelli’ e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo ‘in riscatto per tutti’.
Tale condivisione con l’umanità è la via che il Cristo chiede alla Chiesa; perciò, la Costituzione conciliare ‘Gaudium et spes’ si apre dichiarando che la Chiesa sente come proprie ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono’”.
Da ciò nasce una condivisione per quello che succede nel mondo: “E’ una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo. Non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere. Con Cristo e sorretti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza”.
Con tale ‘prossimità’ è possibile dare una lettura diversa agli avvenimenti: “In tal senso, la prossimità verso l’umanità apre a una lettura più profonda degli avvenimenti e della stessa Rivelazione e, nella medesima prospettiva, ‘Gaudium et spes’ richiama il ‘dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo’. Questa Costituzione conciliare ha dunque richiamato la Chiesa a un permanente impegno di conversione, per testimoniare che essa non è mossa da ‘nessuna ambizione terrena’, ma ‘mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito’”.
Ed ha sottolineato che su tale insegnamento papa Francesco, nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium, ha ricordato che per la Chiesa è necessaria l’opzione per i poveri: “Non si tratta, in effetti, di una disposizione semplicemente morale. Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa ‘l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica… Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro’”.
Compito del cristiano consiste nel ‘mascherare le contraddizioni’: “La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre ‘a suo servizio’; o una conoscenza più chiara delle ‘leggi della vita sociale’, accompagnata però da incertezze ‘sulla direzione da imprimervi»; o ancora, una maggiore disponibilità di «ricchezze, possibilità e potenza economica’, che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia ‘una grande parte degli abitanti del globo… ancora tormentata dalla fame e dalla miseria’; oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace”.
Questo è il compito della Chiesa: “In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, la Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo ‘la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana’.
Perciò, nella Chiesa, ad ogni livello, in ogni epoca ha da realizzarsi la kenosi misericordiosa del Cristo che ‘non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo… facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce’. Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza (gaudium et spes) siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: il mondo ha bisogno di intelligenza umana
“Il tema del vostro incontro annuale, ‘Dignità umana e intelligenza artificiale: sfide, opportunità e controllo’, vi offre l’occasione per riflettere su una delle questioni fondamentali della nostra epoca. Lo straordinario progresso dell’intelligenza artificiale sta schiudendo orizzonti che le generazioni precedenti avrebbero potuto a malapena immaginare. Tuttavia, ogni conseguimento tecnologico pone anche l’umanità di fronte a una questione morale: non soltanto che cosa possiamo fare, ma che cosa dovremmo fare? Di fatto, oggi la nostra famiglia umana si trova dinanzi a una scelta fondamentale”: dopo la pausa estiva, ricominciano le udienze del papa, ricevendo i membri dell’International Catholic Legislators Network (Rete Internazionale dei Legislatori Cattolici).
Il tema verte sull’intelligenza artificiale: “Come ho scritto nella Lettera Enciclica Magnifica humanitas, possiamo essere tentati di costruire una nuova Torre di Babele, dove il potere, l’efficienza e il controllo oscurano il volto della persona umana; oppure possiamo costruire una civiltà in cui la tecnologia serve lo sviluppo integrale di ogni persona. La domanda decisiva rimane la stessa: la tecnologia aiuta le persone a diventare più fraterne e responsabili verso sé stesse e le une verso le altre? A tale riguardo, i principi della dottrina sociale della Chiesa (la dignità inviolabile di ogni persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà e la solidarietà) forniscono criteri certi per il discernimento”.
Ed i legislatori devono affrontare questa sfida: “Responsabili di fornire politiche per la gestione della tecnologia ai fini del bene comune, il vostro compito non è di impedire l’innovazione bensì di guidarla con saggezza. Una buona legislazione dovrebbe incoraggiare la creatività scientifica e tecnologica, salvaguardando al tempo stesso i diritti umani e le libertà. Dovrebbe proteggere gli utenti dallo sfruttamento, tutelare la privacy personale, garantire la trasparenza nell’uso delle tecnologie emergenti e assicurare che rafforzino le istituzioni democratiche”.
Quindi occorre vigilanza: “Questa vigilanza può operare a diversi livelli ( locale, nazionale e internazionale) agevolando il dibattito aperto sul ‘codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa’, ed assicurando che nessuna ideologia o interesse specifico detti i valori incorpora12i nei sistemi d’intelligenza artificiale”.
Vigilanza per non creare dipendenza: “Al tempo stesso, il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale rischia di creare nuove forme di dipendenza tecnologica, con le nazioni più povere che dipendono sempre più da quelle più ricche. Dobbiamo restare vigili a questo riguardo, per evitare che l’innovazione diventi un altro veicolo di colonialismo ideologico o economico.
Purtroppo, ci troviamo di fronte a una forma sottile di dominio quando sono gli algoritmi a decidere chi viene visto, chi rimane invisibile, quando le piattaforme digitali influenzano il dibattito pubblico senza dover rendere conto e quando la dignità dei lavoratori è subordinata all’ottimizzazione di sistemi. Questi sviluppi rivelano un nuovo volto dell’antica tentazione del dominio e del potere senza servizio”.
Ed ecco il richiamo alla civiltà dell’amore: “Contro questa cultura del potere la Chiesa propone ‘la civiltà dell’amore’, una civiltà che sappia guidare saggiamente l’intelligenza artificiale, formando cuori capaci di carità, compassione e responsabilità. In una tale società, la prima scuola di umanità sarebbe la famiglia. Perché è in famiglia che impariamo la fiducia prima del calcolo, la generosità prima della competizione, il dialogo prima della divisione e l’amore prima del potere”.
E’ un incoraggiamento a promuovere leggi a favore della persona e della famiglia: “Non bisogna mai consentire all’intelligenza artificiale di erodere questa cellula primaria della società, né riducendo le persone e le relazioni a dati e simulazioni, né inondando le giovani menti di contenuti che distorcono il desiderio, e nemmeno con modelli economici che rendono la vita familiare economicamente precaria. Per questo vi incoraggio a promuovere politiche che rafforzino il matrimonio e le famiglie, sostengano i genitori nella loro missione educativa e consentano ai giovani di guardare al futuro con fiducia”.
Ha concluso l’incontro sottolineando che il mondo ha bisogno dell’intelligenza umana: “Cari amici, il mondo non ha bisogno di un’intelligenza artificiale che sminuisca l’umanità; piuttosto, ha bisogno di intelligenza umana illuminata dalla saggezza, di autorità politica guidata dalla coscienza e di innovazione tecnologica guidata dalla carità. Solo allora l’intelligenza artificiale diventerà non un rivale dell’umanità, ma un servitore del bene comune. Con queste riflessioni, prego perché le vostre deliberazioni diano abbondante frutto per le vostre nazioni e per l’intera famiglia umana”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV agli spagnoli: abbandonare le ideologie identitarie
“Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore”: papa Leone XIV al Corpo Diplomatico spagnolo ha esortato a mantenere viva la fede.
Per questo ha sottolineato il legame tra fede e popolo: “Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare”.
Un legame espressione della fede popolare: “Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. E’ un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!”
Ed ha ricordato i santi spagnoli più ‘famosi’: “A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà.
In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare… Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore”.
Per questo la Chiesa si pone come testimone: “La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace”.
E’ stato un invito ad abbandonare le ideologie identitarie: “Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. E’ il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora.
Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi”.
Per questo la sicurezza si può raggiungere attraverso la ‘mediazione culturale’: “La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei”.
La Spagna è ‘maestra’ in questo campo: “Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza”.
Infine ha concluso con un riferimento a sant’Ignazio di Loyola: “Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle ‘cose nuove’ che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ribadisce ai focolarini il valore dell’unità
“Sono lieto di incontrarvi questo pomeriggio, dopo che avete partecipato all’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Saluto la Presidente, Margaret Karram, nuovamente eletta per un secondo mandato, e il nuovo Copresidente, don Roberto Eulogio Almada. Che il Signore benedica il vostro servizio!”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i membri del Movimento che hanno partecipato all’Assemblea generale a Rocca di Papa, rieleggendo Margaret Karram come presidente per un secondo mandato e la scelta di un nuovo co-presidente, il sacerdote italo-argentino Roberto Eulogio Almada.
Nel discorso il papa ha richiamato alla necessità dell’unità, molto importante per la fondatrice del Movimento: “Tutti voi siete stati attratti dal carisma della Serva di Dio Chiara Lubich, che ha plasmato la vostra esistenza personale e lo stile della vostra vita comunitaria. Ogni carisma nella Chiesa esprime un aspetto del Vangelo che lo Spirito Santo porta in primo piano in un determinato periodo storico, per il bene della Chiesa stessa e per il bene del mondo intero. Per voi si tratta del messaggio dell’unità: unità fra gli esseri umani che è frutto e riflesso dell’unità di Cristo con il Padre”.
L’unità è possibilità di vita fraterna: “E’ un seme, semplice ma potente, che attira migliaia di donne e uomini, suscita vocazioni, genera una spinta di evangelizzazione, ma anche opere sociali, culturali, artistiche, economiche, che è fermento di dialogo ecumenico e interreligioso. Di questo fermento di unità c’è tanto bisogno oggi, perché il veleno della divisione e della conflittualità tende a inquinare i cuori e le relazioni sociali e va contrastato con la testimonianza evangelica dell’unità, del dialogo, del perdono e della pace”.
Da qui il richiamo ad essere costruttori di pace: “Anche attraverso di voi, Dio si è preparato, nei decenni passati, un grande popolo della pace, che proprio in questo momento storico è chiamato a fare da contrappeso e da argine a tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza”.
Quindi è importante mantenere vivo il carisma del Movimento: “In questo tempo, siete chiamati a discernere insieme quali sono gli aspetti della vostra vita comune e del vostro apostolato che sono essenziali, e perciò vanno mantenuti, e quali sono invece gli strumenti e le pratiche che, benché in uso da tempo, non sono essenziali al carisma, o che hanno presentato aspetti problematici e che perciò sono da abbandonare”.
Ed un movimento è mantenuto vivo con la trasparenza e la partecipazione: “Questa fase esige anche un impegno forte alla trasparenza da parte di chi ha ruoli di responsabilità, a tutti i livelli. La trasparenza, infatti, da un lato è condizione di credibilità e dall’altro è dovuta in quanto il carisma è un dono dello Spirito Santo di cui tutti i membri sono responsabili.
Essi hanno quindi il diritto e il dovere di sentirsi compartecipi dell’Opera alla quale hanno aderito con dedizione totale. Ricordate, poi, che il coinvolgimento dei membri è sempre un valore aggiunto: stimola la crescita, sia delle persone sia dell’Opera, fa emergere le risorse latenti e le potenzialità di ciascuno, responsabilizza e promuove il contributo di tutti”.
Il discernimento è necessario per l’equilibrio tra discernimento e libertà personale: “La responsabilità di discernimento comune, affidata a tutti voi, abbraccia anche il modo in cui il carisma dell’unità debba essere tradotto in stili di vita comunitaria che facciano brillare la bellezza della novità evangelica e, allo stesso tempo, rispettino la libertà e la coscienza dei singoli, valorizzando i doni e l’unicità di ciascuno”.
Il papa ha ribadito che l’unità è un dono ed un ‘compito’: “L’unità è un dono e, al tempo stesso, un compito e una chiamata che interpella ciascuno. Tutti sono chiamati a discernere qual è la volontà di Dio e come si può realizzare la verità del Vangelo nelle varie situazioni della vita comunitaria o apostolica. E tutti in questo cammino di discernimento devono esercitare fraternità, sincerità, franchezza e soprattutto umiltà, libertà da sé stessi e dal proprio punto di vista. L’unità di tutti in Dio è un segno evangelico che è forza profetica per il mondo”.
Per questo l’unità deve essere nutrita: “E’ necessario perciò che l’unità sia sempre nutrita e sostenuta dalla carità reciproca, che esige magnanimità, benevolenza, rispetto; quella carità che non si vanta, non si inorgoglisce, né cerca il proprio interesse, né tiene conto del male ricevuto, ma si rallegra soltanto della verità”.
(Foto: Santa Sede)
10 anni dopo Mitis Iudex Dominus Iesus: colloquio con Emanuele Tupputi e Rosario Vitale
Martedì 24 febbraio si svolgerà presso la Pontificia Università Antonianum, la Giornata di studio Giuridico-Pastorale organizzata dalla Facoltà di diritto canonico della stessa Facoltà, dal titolo: ‘Discernere e accompagnare nella verità, la fragilità matrimoniale tra procedura giuridica e cura pastorale’. La Giornata si svolgerà in due modalità: in presenza o online per la sessione mattutina e solo in presenza per la sessione pomeridiana, ove sono previsti due laboratori da scegliere al momento dell’iscrizione all’indirizzo antdiritto@gmail.com inserendo come oggetto ‘24 febbraio 2026 – PUA’, specificando non solo la modalità di partecipazione, ma possibilmente anche la propria provenienza e attività ecclesiale che si svolge (religioso, sacerdote, operatore pastorale, avvocato, giudice).
Nel frattempo è stato pubblicato il volume ‘La riforma del processo matrimoniale canonico a dieci anni dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus dimensione giuridica e pastorale tra bilanci e prospettive’, curato dall’avv. Rosario Vitale, membro dell’Associazione Canonistica Italiana (ASCAI) e direttore di ‘Vox Canonica, periodico online di scienze canonistiche, e don Emanuele Tupputi, dottore in Diritto Canonico, vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Diocesano di Trani-Barletta-Bisceglie, responsabile del Servizio Diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, membro del Servizio Diocesano per la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili, giudice al Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Pugliese e membro di ASCAI.
Il volume vuole celebrare il decimo anniversario della pubblicazione del Motu Proprio di papa Francesco, ‘Mitis Iudex Dominus Iesus’, e raccoglie tutti i contributi che Vox Canonica (la rivista on line specializzata in diritto canonico, ha pubblicato sul tema. La collettanea, nell’intento degli Autori, nasce dall’intento di offrire una riflessione organica e multidisciplinare sul significato, sull’impatto e sulle prospettive aperte dalla riforma voluta da papa Francesco.
Agli autori,don Emanuele Tupputi e Rosario Vitale, abbiamo chiesto di raccontare l’intento di questa collettanea: “Il volume intende festeggiare i 10 anni dalla promulgazione del MIDI e raccoglie tutti i contributi che Vox Canonica ha pubblicato in questi primi 5 anni di attività sull’argomento. È stato un lavoro poderoso e di squadra, che contribuisce a far conoscere sempre più e sempre meglio la riforma di papa Francesco. Lo stesso report sui Tribunali ecclesiastici italiani ha contribuito a dare uno spaccato e far comprendere meglio ‘a quale punto siamo’ con la riforma e cosa ancora si deve fare. Mi auguro che questo piccolo contributo, che voglio sottolinearlo, è frutto di una grande squadra che è la famiglia di Vox Canonica, possa aiutare tutti i fedeli ad accostarsi con sempre maggiore consapevolezza al sacramento del matrimonio”.
Quali sono i punti fondamentali del Motu Proprio?
“Tra i punti fondamentali del MIDI si può serenamente riconoscere che esso ha contribuito molto a rendere la giustizia e l’accertamento della verità più efficace e più vicino alla realtà dei fedeli.
Leggendo il MIDI con attenzione si evince chiaramente come il Legislatore ribadisca che deve esserci sempre sinergia tra diritto e azione pastorale nella Chiesa, cosi come l’importanza di recuperare uno stile di prossimità e di reciprocità che ponga al centro la persona e la sua salus nella condizione umana che la vede come creatura.
L’accompagnamento, l’ascolto e il discernimento sono la cifra emblematica della riforma voluta da papa Francesco ma richiede una sempre maggiore attuazione onde fugare pastoralismi sterili a discapito della verità. Un altro punto di forza del MIDI è aver avviato dei processi di conversione delle strutture giudiziarie, anche se non sono mancate e non mancano delle resistenza da superare, come, ad esempio, una maggiore attenzione ad avere più operatori del diritto che siano preparati e quindi di investire anche e soprattutto sui laici affinché possano contribuire nell’amministrazione della giustizia a vari livelli.
E’ difficile per un vescovo di una diocesi dove vi è carenza di sacerdoti, affidare il ruolo di vicario giudiziale ad esempio ad un prete e che questi possa dedicarsi esclusivamente a quello. Questo accade poiché nell’immaginario ecclesiale, certi uffici sembrano essere meno importanti di altri o si pensa che possano occupare meno tempo di altri”.
Cosa è ‘cambiato’ in questo decennio nel processo matrimoniale canonico?
“In questo decennio il processo matrimoniale canonico è stato sicuramente più valorizzato nel suo valore ecclesiale, giuridico e pastorale, ma mai a discapito della verità. Tuttavia, non sono mancate, e ancora persistono, difficoltà di natura culturale, organizzativa o formativa.
Infatti, da una piccola ricerca sui tribunali ecclesiastici in Italia a 10 anni dal MIDI e annesso report compiuto (pubblicati sul sito di Vox Canonica lo scorso 7 gennaio) si è rilevato che il processo matrimoniale canonico è cambiato a macchia di leopardo, nel senso che da un lato si è rilevata la positività della normativa per aver apportato significativi benefici in termini di economia processuale per l’abolizione dell’obbligatorietà della doppia decisione conforme, come requisito per l’esecutività della sentenza, dall’altro lato diversi Tribunali ecclesiastici (la maggioranza) hanno cercato di accogliere la riforma favorendo un’applicazione ponderata e ragionevole tenendo in debito conto le varie conformazioni territoriali e le competenze.
Nel report, inoltre, alla positività del MIDI sono seguite alcune criticità da superare tra alcune si evidenzia una che è la scomparsa degli appelli contro sentenze affermative che induce a una legittima e saggia riflessione sul se e sul come la difesa del vincolo sia in realtà assicurata e su come la figura del Difensore del vincolo debba essere sostenuta e apprezzata nel serio svolgimento del proprio ruolo processuale in difesa del vincolo”.
Quale pastorale della vicinanza è possibile?
“La prima pastorale della vicinanza è quella di un cambio di mentalità per un autentico servizio alle famiglie che coinvolge direttamente la pastorale giudiziale. Favorire servizi ecclesiali in cui la dimensione giuridica e quella pastorale entrino veramente in dialogo, cosi come previsto, ad esempio, dall’istituto canonico dell’indagine pregiudiziale o pastorale (cfr. RP art. 1-5 del MIDI) che in molte diocesi è ancora disatteso. E questo vale sia per quelle che fanno parte di un tribunale interdiocesano sia per quelle che hanno deciso di istituite un tribunale diocesano.
In un contesto culturale ed antropologico in continua evoluzione anche per la famiglia ed in special modo per le sue fragilità urge andare più incontro ai fedeli feriti aiutandoli a ‘conoscere’ la possibilità della dichiarazione di nullità, e ove possibile invitandoli a percorrerla o in caso contrario accompagnarli pastoralmente per un maggiore integrazione nella comunità ecclesiale e far riscoprire i desiderio di famiglia. Urge una maggiore sinergia tra tribunali ecclesiastici e ambito pastorale della famiglia, della catechesi, dei giovani e della formazione del clero.
Questo al fine di saper leggere le singole situazioni dei fedeli e aprire un più articolato discernimento che favorisca una pastorale unitaria affinché le dinamiche, pastorali prima e processuali poi, corrispondano ad un impegno ecclesiale, in primis dei Vescovi, verso un attenzione concreta delle crisi matrimoniali nella via di alcune parole chiavi: prossimità, accompagnamento, discernimento ed integrazione”.
Papa Leone XIV ha sottolineato la natura pastorale del Diritto Canonico: quali sono le prospettive?
“Le prospettive sono alquanto positive in quanto papa Leone essendo un canonista di formazione e avendo un senso altrettanto spiccato della pastorale sarà capace di far avanzare le finalità del diritto canonico per il bene delle anime. A tal riguardo lo scorso novembre ha ribadito come ‘Nella potestà giudiziaria opera un aspetto fondamentale del servizio pastorale: la diaconia della verità. Ogni fedele, ogni famiglia, ogni comunità ha bisogno di verità circa la propria situazione ecclesiale, in ordine a compiere bene il cammino di fede e di carità. In questa cornice si situa la verità sui diritti personali e comunitari: la verità giuridica dichiarata nei processi ecclesiastici è un aspetto della verità esistenziale nell’ambito della Chiesa’.
Recentemente il 26 gennaio, parlando ai prelati della Rota Romana dopo averli esortati ad essere cooperatori della verità ed operatori di pace ha ribadito l’importanza di coniugare nell’azione giuridica la verità della giustizia e la virtù della carità fugando che una malintesa compassione offuschi la verità. In questi primi discorsi del papa canonista, dunque, si evince il suo desiderio e la sua volontà di far comprendere che il diritto canonico è al servizio della Chiesa e della salus animarum. La sua missione non è un uso positivistico dei canoni per cercare soluzioni di comodo ai problemi giuridici o tentare certi ‘equilibrismi’, ma quella di applicarlo nelle situazioni concrete della pastorale coniugando misericordia e giustizia”.
Papa Leone XIV invita i sacerdoti ad essere santi
“Sono lieto di rivolgermi a voi con questa lettera in occasione della vostra Assemblea Presbiterale, e lo faccio con un sincero desiderio di fraternità e unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo e, dal profondo del cuore, ciascuno di voi per la disponibilità a incontrarvi come presbiterio, non solo per discutere di questioni comuni, ma anche per sostenerci a vicenda nella missione che condividete”: con una lunga e dettagliata lettera papa Leone XIV si è rivolto ai circa 1500 preti partecipanti all’assemblea presbiterale in corso fino a domani a Madrid con una riflessione sul ruolo del sacerdote in un’epoca in cui la fede è ‘strumentalizzata e banalizzata’.
Nella lettera il papa ha ‘apprezzato’ il loro impegno sacerdotale: “Apprezzo l’impegno con cui vivete ed esercitate il vostro sacerdozio nelle parrocchie, nei ministeri e nelle diverse realtà. So che questo ministero si svolge spesso tra stanchezza, situazioni complesse e una dedizione silenziosa testimoniata solo da Dio. Proprio per questo, spero che queste parole vi giungano come un gesto di vicinanza e di incoraggiamento, e che questo incontro favorisca un clima di ascolto sincero, di vera comunione e di fiduciosa apertura all’azione dello Spirito Santo, che non cessa di operare nella vostra vita e nella vostra missione”.
Per questo il papa ha invitato i sacerdoti al discernimento per comprendere meglio il ‘disegno di Dio’: “I tempi che la Chiesa sta vivendo ci invitano a fermarci insieme per una riflessione serena e onesta. Non tanto per soffermarci su diagnosi immediate o misure di emergenza, ma per imparare a comprendere in profondità il momento che stiamo vivendo, riconoscendo, alla luce della fede, sia le sfide che le possibilità che il Signore apre davanti a noi. In questo cammino, diventa sempre più necessario coltivare il nostro sguardo e praticare il discernimento, così da poter percepire più chiaramente ciò che Dio sta già operando, spesso silenziosamente e discretamente, in mezzo a noi e nelle nostre comunità”.
Tale lettura deve essere inserita in un contesto culturale e sociale: “Questa lettura del presente non può prescindere dal quadro culturale e sociale in cui la fede oggi si vive ed esprime. In molti ambiti osserviamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione del discorso pubblico e una tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola attraverso ideologie o categorie parziali e insufficienti. In questo quadro, la fede rischia di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante, mentre si consolidano forme di convivenza che prescindono da qualsiasi riferimento trascendente”.
Quindi anche il messaggio evangelico risente di tale ‘clima’ culturale: “A questo si aggiunge un profondo cambiamento culturale che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di punti di riferimento condivisi. Per lungo tempo, il seme cristiano ha trovato un terreno largamente fertile, perché il linguaggio morale, i grandi interrogativi sul senso della vita e alcune nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi.
Oggi, quel terreno comune si è notevolmente indebolito. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno facilitato la trasmissione del messaggio cristiano non sono più evidenti e, in molti casi, persino comprensibili. Il Vangelo incontra non solo l’indifferenza, ma anche un diverso paesaggio culturale, in cui le parole non hanno più lo stesso significato e dove l’annuncio iniziale non può più essere dato per scontato”.
Di questa situazione ‘soffrono’ soprattutto i giovani: “Sono convinto (e so che molti di voi lo percepiscono nell’esercizio quotidiano del vostro ministero) che una nuova inquietudine si agita nel cuore di molte persone, soprattutto dei giovani. La ricerca assoluta del benessere non ha portato la felicità attesa; la libertà separata dalla verità non ha generato la realizzazione promessa; e il progresso materiale da solo non è riuscito a soddisfare il desiderio più profondo del cuore umano”.
Proprio davanti a tale situazione il papa ha invitato i sacerdoti ad una maggiore presenza nel territorio: “In effetti, le proposte dominanti, insieme a certe interpretazioni ermeneutiche e filosofiche del destino dell’umanità, lungi dall’offrire una risposta sufficiente, hanno spesso lasciato un senso di maggiore stanchezza e di vuoto. Proprio per questo, osserviamo che molte persone stanno iniziando ad aprirsi a una ricerca più onesta e autentica, una ricerca che, accompagnata da pazienza e rispetto, le riconduce all’incontro con Cristo. Ciò ci ricorda che per il sacerdote questo non è un tempo di ritiro o di rassegnazione, ma di presenza fedele e di generosa disponibilità. Tutto ciò nasce dal riconoscimento che l’iniziativa appartiene sempre al Signore, che è già all’opera e ci precede con la sua grazia”.
Ed ha tratteggiato il ‘tipo’ di sacerdote di cui ha bisogno la Chiesa: “Non certo uomini definiti da una moltitudine di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il loro ministero attraverso una relazione viva con Lui, alimentata dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale segnata dal dono sincero di sé”.
Insomma, essere ‘alter Christus’: “Non si tratta di inventare nuovi modelli o di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di riproporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico (essere alter Christus), lasciando che Lui plasmi le nostre vite, unifichi i nostri cuori e dia forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, dalla dedizione fedele alla Chiesa e dal servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”.
Per questo il papa ha rinforzato quest’indicazione con l’immagine della cattedrale dell’Almudena a Madrid, la cui struttura si presta ad un perfetto parallelismo con i punti essenziali del sacerdozio: “Cari figli, permettetemi oggi di parlarvi del sacerdozio usando un’immagine che conoscete bene: la vostra Cattedrale. Non per descrivere un edificio, ma per imparare da esso. Perché le cattedrali (come ogni luogo sacro) esistono, come il sacerdozio, per condurci all’incontro con Dio e alla riconciliazione con i nostri fratelli e sorelle, e i loro elementi racchiudono una lezione per la nostra vita e il nostro ministero”.
E’ stato un tratteggio molto particolareggiato della cattedrale madrilena: “Basta guardare la sua facciata per capire qualcosa di essenziale. E’ la prima cosa che vediamo, eppure non dice tutto: indica, suggerisce, invita. Allo stesso modo, il sacerdote non vive per mettersi in mostra, ma non vive nemmeno per nascondersi. La sua vita è chiamata a essere visibile, coerente e riconoscibile, anche se non sempre viene compresa. La facciata non esiste per sé stessa: conduce verso l’interno. Allo stesso modo, il sacerdote non è mai fine a se stesso. Tutta la sua vita è chiamata a indicare Dio e ad accompagnare il cammino verso il Mistero, senza usurpare il posto di Dio”.
Insomma la cattedrale è un richiamo a vivere la fraternità sacerdotale: “La cattedrale è anche una casa comune, dove tutti hanno un posto. Così è chiamata ad essere la Chiesa, soprattutto verso i suoi sacerdoti: una casa che accoglie, protegge e non abbandona mai. Ed è così che deve essere vissuta la fraternità sacerdotale: come esperienza concreta di sapersi a casa, responsabili gli uni degli altri, attenti alla vita dei fratelli e pronti a sostenersi a vicenda. Figli miei, nessuno si senta esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistiamo insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e indebolisce la missione!”
Continuando nella descrizione della cattedrale il papa ha evidenziato anche il valore dei sacramenti battesimale e confessionale: “Prima di giungere al santuario, la cattedrale ci svela luoghi discreti ma fondamentali: al fonte battesimale nasce il Popolo di Dio; nel confessionale, si rinnova continuamente. Nei sacramenti, la grazia si rivela come la forza più reale ed efficace del ministero sacerdotale.
Perciò, cari figli, celebrate i sacramenti con dignità e fede, consapevoli che ciò che in essi si produce è la vera forza che edifica la Chiesa e che essi sono il fine ultimo a cui è ordinato tutto il nostro ministero. Ma non dimenticate che non siete la sorgente, ma il canale, e che anche voi avete bisogno di bere a quell’acqua. Perciò, non trascurate la confessione, ritornando sempre alla misericordia che annunciate”.
Concludendo la lettera il papa ha citato san Giovanni d’Avila con l’invito ad essere ‘suoi’, cioè santi: “Guardiamo al cuore di tutto questo, figli miei: qui si rivela ciò che dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove scaturisce il vostro ministero. Sull’’altare, attraverso le vostre mani, il sacrificio di Cristo si rende presente nell’azione più alta affidata alle mani dell’uomo; nel tabernacolo, Colui che avete offerto rimane, affidato nuovamente alle vostre cure.
Siate adoratori, persone di profonda preghiera, e insegnate al vostro popolo a fare lo stesso. Al termine di questo cammino, per essere i sacerdoti di cui la Chiesa ha bisogno oggi, vi lascio con lo stesso consiglio del vostro santo compatriota, san Giovanni d’Avila: ‘Siate tutti suoi’. Siate santi!”
Un concistoro per rinnovare la Chiesa
Nel tardo pomeriggio si è concluso il primo concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV, che ha ringraziato per la presenza, la partecipazione e per il sostegno i cardinali più anziani per la testimonianza preziosa, ribadendo la sua vicinanza ai cardinali nel mondo che non sono potuti venire, come ha riferito Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, nel briefing conclusivo, a cui hanno partecipato il card. Stephen Brislin, arcivescovo metropolita di Johannesburg, il card. Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo metropolita di Bogotá ed il card. Pablo Virgilio Siongco David, vescovo di Kalookan.
La riunione di questi giorni è in continuità con quanto chiesto durante la riunione dei cardinali prima del conclave e anche successivamente, la metodologia scelta del concistoro è stata scelta per aiutare a incontrarsi e conoscersi meglio. In questi giorni il papa ha parlato di una sinodalità non tecnica ed organizzativa, ma come strumento per crescere nelle relazioni, in continuità con il cammino del Concilio Vaticano II. Il papa ha anche parlato della continuazione di questo cammino con la proposta di una prossima occasione di concistoro di due giorni durante la festa dei Santi Pietro e Paolo, per poi continuare questi incontri con una cadenza annuale di 3-4 giorni.
Stamane, dopo la celebrazione eucaristica nella basilica di san Pietro, ha aperto i lavori del secondo giorno il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, descrivendo i lavori del metodo sinodale durante il pontificato di papa Francesco ed evidenziando alcuni elementi tratti dal lavoro del sinodo negli ultimi anni, in particolare la profonda comprensione a cui si è giunti del primato del Vescovo di Roma, della sinodalità come collegialità nella comunione come principio di unità per la chiesa tutta, della funzione profetica del popolo di Dio, del discernimento dei pastori in una relazione di circolarità.
Nel pomeriggio la relazione del card. Victor Manuel Fernandez sul tema dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’, ribadendo che non è un testo scaduto con il precedente pontificato, perchè si parla di proclamazione del nucleo del Vangelo, cioè della bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestata in Gesù Cristo che morì e risorse.
Mentre mercoledì 7 gennaio il concistoro è stato aperto dalla meditazione del card. Timothy Radcliffe sul passo del Vangelo di Marco, ‘Gesù cammina sulle acque’, per sottolineare alcune indicazioni sul compito dei cardinali: “Gesù comandò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo. Pietro non deve affrontare la tempesta da solo. Questa è la nostra prima obbedienza: rimanere nella barca di Pietro, con il successore di Gesù, mentre egli fronteggia le tempeste del nostro tempo. Non possiamo restare sulla spiaggia dicendo: ‘Io oggi non prenderei il largo’ o ‘Preferirei un’altra barca’. Gesù è solo sulla montagna, ma Pietro non deve essere lasciato senza compagnia”.
Anche se sembra assente Gesù è presente, anche in questo difficile momento: “Si prende il tempo necessario, attende che siano quasi esausti. Questa esperienza dell’assenza li prepara a un’intimità che non avrebbero mai potuto immaginare. Quindi sale sulla barca con loro. Anche noi, talvolta, ci sentiremo soli, logorati, esausti. Ma Gesù veglia su di noi e si farà più vicino che mai. Per questo non dobbiamo temere”.
Per questo ha sottolineato che nella Chiesa non esiste la contrapposizione, in quanto Dio è sempre ‘nuovo’ nella memoria: “In ‘Evangelii Gaudium’ leggiamo come la vita cristiana sia sostenuta dalla memoria e dall’inesauribile novità di Dio. Agostino afferma che Dio è sempre più giovane di noi! Nel Concistoro, alcuni di noi saranno custodi della memoria, valorizzando e custodendo la tradizione. Altri sapranno gioire più intensamente della sorprendente novità di Dio.
Memoria e novità, tuttavia, sono inseparabili nel dinamismo della vita cristiana. Le nostre discussioni prenderanno vita se sapremo essere insieme radicati nella memoria delle grandi opere compiute dal Signore ed aperti alla sua perenne e sempre nuova freschezza. Non c’è alcuna competizione tra le due”.
Solo se il cuore è aperto i doni saranno grandi: “I discepoli avevano nutrito i 5.000, ma restavano intrappolati nella vecchia logica del calcolo. Tutto ciò che erano riusciti ad offrire erano cinque pani e pochi pesci. Dovevano scoprire che, nella logica del Regno, i loro piccoli doni erano più che sufficienti per migliaia di persone. Il Signore della mietitura compie miracoli con ciò che offriamo”.
Ed ecco che con la grazia di Dio tutto diverrà sufficiente: “Di fronte alle grandi sfide del mondo e della Chiesa, potremmo sentirci come se avessimo poco da offrire. Cosa possiamo dire o fare che possa davvero fare la differenza? Eppure, con la grazia di Dio, il nostro poco sarà più che sufficiente. Non induriamo il cuore, ma apriamolo ai doni incalcolabili di Dio, che ci concede la grazia senza misura se apriamo le mani e le orecchie a Lui e agli altri”.





























