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Papa Leone XIV: il Vangelo invita a farsi aprire gli occhi
“Voi rappresentate la parrocchia che ha come patrono il Sacro Cuore di Gesù. Il cuore, che cosa rappresenta? L’amore, la carità, l’espressione così grande di Dio infinito; e di Dio, quello che è infinito è il suo amore, la sua grazia, la sua misericordia. E questa è una cosa che in questa parrocchia, in una maniera molto speciale, si fa presente a tante persone. E voglio ringraziare tutti voi, tutti coloro che fanno parte di questa parrocchia: la Caritas, nell’espressione di aiuto per gli immigrati; quelli che accompagnano gli ammalati; quelli che tante volte soffrono perché non trovano lavoro, non hanno casa, non sanno dove andare. E voi, come parrocchia, avete creato una comunità che veramente sa accogliere”: oggi pomeriggio papa Leone XIV ha ultimato le visite pastorali in avvicinamento alla Pasqua nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, in cui ha sottolineato il valore dell’inclusione che questa comunità promuove da tanti anni.
Inoltre ha ringraziato gli anziani per l’accoglienza: “E allora vi ringrazio per questo bellissimo servizio. Vorrei incoraggiare quelli che vengono, che sicuramente trovano delle difficoltà, ci sono persone che non hanno casa, che grazie a Dio possono trovare qui un posto anche per (non so) la doccia, per qualcosa da mangiare, per un po’ di comunità, persone che ricevono qualcosa. Oggi c’è anche questo, tante volte: la solitudine. Molte persone soffrono, si trovano sole, non trovano con chi parlare, chi può aiutare, chi può accompagnare nel cammino della vita”.
Per questo ha sottolineato il significato del nome della parrocchia: “Ed allora una parrocchia che si chiama Sacro Cuore, è una parrocchia che rappresenta questo cuore di Gesù, è veramente un luogo benedetto da Dio, che è chiamata ad essere questa casa di accoglienza, questa casa di fraternità, di carità, di amore, dove le persone che hanno bisogno possono trovare veramente una famiglia. Una famiglia che prega, una famiglia che vive la fede, una famiglia che vive l’autentico amore nella carità fraterna”.
Nell’omelia della celebrazione eucaristica il papa ha preso spunto dall’invito evangelico di questa domenica ‘in laetare’: “Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano”.
E’ una domenica ‘in laetare’ in quanto il vangelo racconta un gioco di sguardi: “Secondo quanto racconta l’evangelista Giovanni, significa prima di tutto superare i pregiudizi di chi, di fronte a un uomo che soffre, vede solo un reietto da disprezzare, oppure un problema da evitare, richiudendosi nella torre blindata di un individualismo egoista… Gesù non fa così: guarda il cieco con amore, non come un essere inferiore o una presenza fastidiosa, ma come una persona cara e bisognosa di aiuto. Così il loro incontro diventa un’occasione perché in tutti si manifesti l’opera di Dio””.
Ecco il gesto di Gesù che ricorda la creazione: “Nel ‘segno’, nel miracolo, Gesù rivela la sua potenza divina e l’uomo, quasi ripercorrendo i gesti della creazione (il fango, la saliva) torna a mostrare pienamente la sua bellezza e dignità di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio. Così, recuperando la vista, diventa testimone di luce”.
Ma molti scelgono di non vedere e di ‘chiudersi’nella legge: “Si rivela, così, negli astanti, un’altra cecità, diversa e ancora più grave: quella di non vedere, proprio davanti a sé, il volto Dio, per cui barattano la possibilità di un incontro salvifico con la sterile sicurezza che dà loro l’osservanza legalistica di una disciplina formale.
Di fronte a tale ottusità Gesù non si ferma, mostrando che non c’è ‘sabato’ che possa ostacolare un atto d’amore. Del resto il senso del riposo sabbatico, per il popolo d’Israele (e per noi della domenica, giorno del Signore) è proprio quello di celebrare il mistero della vita come un dono, di fronte al quale nessuno può ignorare il grido di aiuto del fratello e della sorella che soffrono”.
Al termine della celebrazione eucaristica il papa ha incontrato il consiglio pastorale, sottolineando l’importanza del fonte battesimale: “Durante la celebrazione stavo pensando che in un certo senso le letture che abbiamo ascoltato erano proprio per questo giorno e questa parrocchia. E’ la vostra esperienza e quanto era bello! Cominciando dall’idea dell’acqua che purifica e che lava: voi avete anche qui nella parrocchia le docce!
Le persone che vengono precisamente a trovare vita: quanto è importante l’acqua, in più sensi. E poi davanti all’altare (non so quando è stato fatto, diciamo, un po’ per rinnovare la chiesa) però c’è il fonte battesimale proprio davanti. E’ un bel segno, specialmente durante la Quaresima, perché, voi sapete, che il tempo di Quaresima, nella lunga tradizione della Chiesa, è stato sempre la preparazione per il Battesimo”.
(Foto: Santa Sede)
Paolo Naldini: l’arte contribuisce alla pace
Nei mesi scorsi a Kharkiv, l’Università Beketov (bombardata più volte dall’inizio della guerra) aveva ospitato il ‘Terzo Paradiso’ dell’artista Michelangelo Pistoletto: un’opera ‘open source’ che chiunque, previa autorizzazione della ‘Fondazione Pistoletto’, poteva reinterpretare e riprodurre gratuitamente. Il simbolo del ‘Terzo Paradiso’ ed il marchio del Mean (Movimento Europeo Azione Nonviolenta) sono stati riprodotti su un muro interno dell’università, come un murales di pregiatissima fattura. Studenti, professori e volontari hanno potuto aggiungere la propria firma od un disegno. Il corridoio nel quale era stato riprodotto il murales, bianchissimo, riverniciato di fresco, non era stato scelto a caso: collegava la parte dell’edificio colpita dai missili con la parte illesa.
Gli studenti d’arte hanno offerto la propria visione dell’opera, riproducendola su carta o su tela e modificandola secondo la propria intenzione espressiva: dalla matita, all’acrilico, al collage, sono state impiegate tecniche pittoriche molto diverse tra loro. Nel frattempo, su un grande schermo, è stato proiettato il videomessaggio che Michelangelo Pistoletto aveva inviato all’Università ed al Mean, come ringraziamento per l’iniziativa e come spiegazione dei significati dell’opera, la quale incarna nel modo più sintetico e simbolico possibile un’idea di composizione dei conflitti, di ritrovata armonia, di produzione del nuovo e del bello da elementi che sono in rapporto di contrasto e opposizione tra loro.
Nel videomessaggio l’artista esortava a sprigionare una forza creativa capace di costruire una ‘pace preventiva’: “Dobbiamo creare un sistema dove l’uomo non è più capace di mangiare l’altro uomo, non lo vuole più fare! Per fare questo bisogna costruire un sistema di pace che non viene dopo la guerra, ma viene prima. La pace deve essere preparata prima di fare la guerra”.
Riferendosi a quell’evento, a 5 anni dall’invasione russa dell’ Ucraina, il direttore della Fondazione Pistoletto, Paolo Naldini, ha affermato: “E’ molto più facile fare la guerra che la pace; per questo la prima è amata dagli uomini di poco valore. La seconda si costruisce con enorme fatica, spesso senza riconoscimento e poche risorse, perchè la guerra fa fare affari che accrescono il denaro, mentre la pace previene immenso dolore e spese maledette: purtroppo, per molti, è difficile scegliere la strada della prevenzione, ci vuole immaginazione e visione, due cose che l’arte coltiva e produce. Anche per questo ogni società ha radicalmente bisogno degli artisti, dei curatori, delle guide e dei direttori dei musei, degli insegnanti e degli amante dell’arte”.
Per quale motivo a Kharkiv era stata esposta l’opera ‘Terzo Paradiso’?
“Nelle mie conversazioni con Angelo Moretti e Doriano Zurlo del MEAN, la funzione sociale dell’arte è sempre stata al centro della nostra attenzione. Sottolineo che la mia partecipazione come attivista non è disgiunta dalla mia attività come artista e portatore delle istanze, delle pratiche dell’arte nel sistema contemporaneo. Con Doriano avevamo valutato le condizioni che i nostri ospiti italiani ci rappresentavano e, in particolare, le possibilità di cooperare con l’Accademia e l’Università.
Per me era importante che la nostra presenza fosse non solo di testimonianza, ma anche di ascolto, o meglio di abilitazione, di invito e incoraggiamento alla produzione del pensiero e della pratica artistica. Dunque non si trattava per me di portare un nostro artefatto o manufatto che rappresentasse la nostra individuale personalità calata in quel contesto, ma al contrario che ci si ritrovasse in uno spazio comune di cura e di co-creazione in cui gli artisti e le istituzioni di Kharkiv potessero raccontare la loro storia in un contesto come quello che stanno vivendo”.
Cos’è il ‘Terzo Paradiso’?
“Il ‘Terzo Paradiso’ è una formula, un simbolo che esprime l’universale dinamica di tensione e connessione, di incontro tra gli opposti nella natura e in ogni altra situazione di fenomeno, compresi i fenomeni sociali. Una formula che rappresenta come da due elementi opposti possa prodursi e generarsi un fenomeno e una terza entità che prima non esisteva.
Questa è la formula della creazione. Il ‘Terzo Paradiso’ ha questa denominazione perché la prima applicazione era dedicata alla paradigmatica opposizione dualista natura-artificio. Ed era dunque da questa applicazione che derivava l’individuazione di un primo paradiso ordinato dalla natura, con un secondo, che vi si opponeva attraverso l’artificio operato dagli umani. Pur provenendo pienamente dalla natura, vi si contrapponeva con una dimensione di artificio, dalle prime abitazioni, ai vestiti, alle colture, alla sporta per raccogliere le bacche, fino alle città e alle più avanzate tecnologie digitali”.
In quale modo l’arte può ‘battere’ l’indifferenza?
“L’arte nasce da un sentire, da un sentimento che coglie la realtà individuandone qualcosa che non accontenta l’artista, ma, se c’è, da una forma di critica rispetto al reale; nel reale manca qualcosa, o quel che c’è non va bene. L’arte, dunque, nasce da una prima posizione di critica sul reale, ma la critica non basta. Quindi dall’immagine alla forma, all’iperforma, alla performance, c’è il percorso che collega l’estetica all’etica, nella loro pratica artistica. Portando con sé la radice di un senso e di un’emozione che ha scatenato la ricerca artistica, la pratica dell’arte estende il movimento dell’emozione al fruitore dell’arte stessa e al contesto che ospita l’arte nella sua traiettoria di distribuzione come sensibile nel mondo dell’umanità.
Questo movimento di emozione porta con sé, come un’onda di energia o elettromagnetica, un’informazione che la materia che ne viene raggiunta assume ed inizia a vibrare della stessa onda. Inoltre, si estende e si espande questa emozione alle realtà circostanti pur senza trasferimento di materia, come vediamo avvenire con la luce o le onde elettromagnetiche. L’arte e gli artisti sono dunque centrali di produzione e trasmissione di onde di emozioni e movimento che attraversano la società e che attivano la società; sono quindi quelle onde che arrivano a toccare i nervi, il cuore e lo spirito delle persone avvolte o sommerse dalla apatia che, in qualche modo, la legge di conservazione dell’energia tende a far assumere loro”.
Allora l’arte può costruire la pace?
“L’arte può contribuire a costruire la pace generando quelle onde di connessione emozionale e concettuale come un pensiero che viene trasmesso di corpo in corpo, di luogo in luogo, di Stato in Stato, di popolo in popolo, formando una piattaforma in cui la circolazione dell’emozione e del sentimento di identificazione con l’altro sia la base di un antidoto alle dinamiche distruttive della guerra.
L’arte permette di vedere il mondo con l’occhio dell’altro e di sentire le emozioni che l’altro sente attraverso le nostre stesse corde e nervi emozionali. Esistono dei circuiti neuronali che afferiscono al concetto di neuroni specchio: le emozioni che vediamo e leggiamo nelle espressioni, nelle vicende altrui, sono da vissute ed esperite come se le vivessimo noi stessi.
Questa capacità di empatia strutturale cablata nei nostri sistemi nervosi è la base per vedere l’altro, leggere le sue emozioni, ascoltando le sue canzoni, conoscendo le sue storie, entrando nei suoi territori, nella sua casa, gustando i sapori della sua cucina, della sua tradizione, i profumi e gli odori del suo mondo. Vederli attraverso l’operare dell’arte intensifica la condivisione empatica e l’interpretazione del mondo attraverso l’occhio altrui.
Ciò pone le basi di una resistenza agli attacchi delle forze della distruzione, dell’odio, della paura e dell’insicurezza che pure abitano sulla nostra interiorità emozionale e nel nostro spirito. L’arte quindi è forse il più profondo antidoto alle dinamiche distruttive e di odio, perché agisce attivando gli stessi sistemi di percezione e di sensazione che attiviamo nel nostro sentire quotidiano”.
(Foto: Fondazione Pistoletto)
A Mentone l’Arte Sacra Contemporanea
Torna la Biennale d’Arte Sacra Contemporanea (BACS), ideata e diretta da Liana Marabini, appuntamento unico nel panorama artistico internazionale che si svolge ogni due anni a Mentone, al Palace des Ambassadeurs, sede del Museo Marabini-Martac.
L’edizione 2025 della Biennale, in programma dal 1° al 31 ottobre, ha come tema centrale ‘Il perdono’, offrendo al pubblico un mese di riflessioni artistiche su un valore universale e sempre attuale.
Esporranno quasi 200 artisti provenienti da 28 Paesi, testimoniando la vocazione internazionale e inclusiva della Biennale. Tra i nomi più rilevanti: Alessandro Sciaraffa, Algarco, Kim Boulukos, Frédérique Nalbandian, Drew Tal, Brian Finch, Fabrizio Dotta, Patricia Salles, Pari Ravan. E’ interessante anche la presenza della Scuola di arte del vetro ‘Abate Zanetti’ di Murano, con una selezione di opere realizzate dagli studenti della scuola.
La Biennale si distingue per la sua filosofia: gli organizzatori non percepiscono alcuna commissione sulle vendite, lasciando agli artisti l’intero ricavato delle opere. Un modello di filantropia pura, che pone al centro la creazione e la valorizzazione degli artisti.
Figura di rilievo nel mondo dell’arte, Liana Marabini è direttrice di due musei privati: Museo Arte e Cibo (Sasso Marconi, Italia) e Museo Marabini-Martac (Mentone, Francia), presidente dei Patrons of the Arts in the Vatican Museums (Mecenati dei Musei Vaticani), capitolo del Principato di Monaco e della Costa Azzurra, editore di libri di storia dell’arte, collezionista, mecenate e organizzatrice di esposizioni tra Francia e Italia.
Con la Biennale d’Arte Sacra Contemporanea ha creato uno spazio privilegiato per la riflessione artistica sul sacro, aperto a linguaggi e sensibilità diverse.
Negli anni pari, quando la Biennale non ha luogo, Liana Marabini porta avanti il programma ‘Artist in residence’: tre artisti selezionati tra centinaia di candidature vengono ospitati per due settimane al Palace des Ambassadeurs, con tutte le spese coperte, per dedicarsi esclusivamente alla creazione, alla visita di musei e alla scoperta della Provenza, terra che ha ispirato generazioni di artisti con la sua luce e la sua atmosfera.
Il campione del mondo di forgiatura è Giampaolo Maniero. Italia e Repubblica Ceca si aggiudicano tutti i premi del campionato
Oltre 250 fabbri iscritti al campionato di forgiatura tra i più di 350 presenti, due turni straordinari aggiunti alle forge: è stata l’edizione dei record quella della XXVI Biennale d’arte fabbrile di Stia, promossa e organizzata dall’associazione autonoma per la Biennale di Arte Fabbrile Stia e dal Comune di Pratovecchio Stia.
Il piccolo comune nel cuore del Casentino si conferma la capitale italiana del ferro, accogliendo per quattro giorni centinaia di fabbri e fabbre provenienti da ogni angolo del mondo, con la partecipazione ogni giorno di migliaia di visitatori italiani e internazionali che hanno visitato Stia e il Casentino.
La XXVI edizione si è chiusa domenica 7 settembre, con le premiazioni e l’annuncio del sindaco di Pratovecchio Stia, Luca Santini, di un evento speciale nel 2026 per celebrare i 50 anni dalla fondazione di una manifestazione che è ormai un punto di riferimento mondiale. Annunciate anche le date della prossima Biennale in programma dal 3 al 6 settembre 2027.
Campione del mondo vincitore del 12° Campionato di forgiatura, quest’anno a tema ‘miti e magie’, è stato proclamato Giampaolo Maniero (Italia) con l’opera “La Sciabola di perseo”, premiato ieri in una gremita ed emozionata piazza Tanucci. Al secondo posto Isacco Szathvary (Italia) con ‘Knock knock knocking at the wizard’s door’ e al terzo posto Stefano Fagioli (Italia) con ‘Sambuco (albus silente)’. Per la categoria dei gruppi che si sono sfidati nel campionato di forgiatura i vincitori del primo, secondo e terzo premio sono tutti dalla Repubblica Ceca: al primo posto Rulf, Trpisovsky, Havranek, Tomasek con l’opera “When the light ends, the trade begins”; al secondo posto Ruth, Jungr, Rosecky, Wasserbauer con l’opera “The birth of venus”, al terzo posto Lubos, Hartinkov, Frantisek con l’opera “Oracolo”.
La giuria, presieduta dall’Architetto Pietro Carlo Pellegrini, ha inoltre attribuito anche i premi per le altre competizioni: per il 5° Concorso Internazionale di Scultura, che aveva il tema Magica-mente, è stato annunciato il vincitore è Matthias Kuehn (Germania) con ‘Lumen Mentis’, al secondo posto Roman Kost (Ucraina) con “The living” e al terzo posto “Davide Caprili (Italia) con ‘L’angelo che è in te’.
Per l’11° concorso di progettazione e disegno ‘Pier Luigi della Bordella’, che quest’anno impegnava i partecipanti a progettare il cancello della scuola di arte fabbrile di Stia, il vincitore è Leonardo Innocenti (It) con il disegno ‘Onda anomala’, secondo posto a Jonas Biggeri (It) con “Il testimone” e terzo posto a Dirk Van Esser (Belgio) con ‘Bound by fire’. Menzioni speciali per tre opere esposte presso lo Spazio Espositivo ‘Lanificio Spazio Vuoto_Incubatore di Idee’: Martino Stenico (It) con la sua opera ‘Panca tonda’, Roberto Magni (It) con ‘Infinto’ e Rosario Maglione (It) con ‘Coffee break’.
È stato inoltre conferito per la prima volta un premio speciale intitolato a Pietro Annigoni istituito dalla Banca Anghiari e Stia in occasione del 120esimo anniversario della sua fondazione e destinato al più giovane fabbro iscritto al campionato di forgiatura: è stato conferito a Tomas UsiJka (Repubblica Ceca), giovane fabbro del 2008.
Prima delle premiazioni la presidente dell’Associazione autonoma dell’arte fabbrile Maria Gemma Bendoni e il Sindaco di Pratovecchio Stia Luca Santini hanno invitato sul palco di Piazza Tanucci la delegazione di fabbri lituani che ha donato all’associazione una croce realizzata appositamente per la Biennale per essere custodita nella Chiesa della Madonna del Ponte di Stia, che in questi giorni ha ospitato la mostra di croci lituane ‘Cento soli di ferro’.
Sono state poi invitate le delegazioni provenienti dagli Stati Uniti e dalla Sicilia che hanno realizzato due sculture, rispettivamente ispirate alla natura e all’Etna, destinate alla città di Stia. A seguire è stato letto un toccante ricordo di Giovanni Zeppieri, fabbro presente alla Biennale sin dalla prima edizione e scomparso quest’anno, tratto da uno scritto di Pier Luigi della Bordella.
La Biennale è continuata fino a mercoledì 10 settembre con ‘Iron notes summer camp’, la residenza professionalizzante organizzata a Stia nell’ambito del programma europeo Erasmus+, a cui partecipano gli studenti delle università e degli enti partner del progetto europeo ‘Iron notes’ (Biennale di Stia, LAB University of Applied Sciences della Finlandia, Estonian Academy of Arts dell’Estonia, Oslo National Academy of the Arts della Norvegia, l’Università di Göteborg della Svezia e l’azienda finlandese di forgiatura ME-talli Oy), cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Europa Creativa, per promuovere la tradizione artigianale della forgiatura del ferro, stimolando riflessione culturale sulla sua funzione nella contemporaneità. Fino al termine del camp gli studenti e le studentesse continueranno a lavorare con i fabbri italiani e internazionali su nuove tecniche e nuovi approcci che sperimentano presso la sede di STIA School Training Iron & Arts.
La XXVI Biennale Europea d’Arte Fabbrile di Stia è stata realizzata dall’Associazione Biennale d’Arte Fabbrile e il Comune di Pratovecchio Stia, in collaborazione con Regione Toscana, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, Camera di Commercio di Arezzo-Siena e BCC Banca di Anghiari e Stia, con il patrocinio della Provincia di Arezzo, di Confartigianato Imprese Arezzo, CNA Arezzo e CESVOT.
La manifestazione si è svolta anche grazie al sostegno di Freschi & Vangelisti Srl, Siegwerk, I Tre Magi, Fondazione Giuseppe e Adele Baracchi, Miniconf S.p.A. – Maglificio Giò, Banca Generali, Coingas, Eco Trade, Polistamp, Fiumiflex – Tappezzeria Fiumicelli.
Sito ufficiale: https://biennaleartefabbrile.it /
Papa Leone XIV: la speranza nasce nel silenzio
“Cari fratelli e sorelle, nel nostro cammino di catechesi su Gesù nostra speranza, oggi contempliamo il mistero del Sabato Santo. Il Figlio di Dio giace nel sepolcro. Ma questa sua ‘assenza’ non è un vuoto: è attesa, pienezza trattenuta, promessa custodita nel buio. E’ il giorno del grande silenzio, in cui il cielo sembra muto e la terra immobile, ma è proprio lì che si compie il mistero più profondo della fede cristiana. E’ un silenzio gravido di senso, come il grembo di una madre che custodisce il figlio non ancora nato, ma già vivo”: oggi nell’udienza generale papa Leone XIV, riprendendo il ciclo di catechesi che si svolge lungo l’intero Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, ha incentrato la sua meditazione sul tema della morte.
Ha descritto la deposizione del corpo di Cristo come nel giardino dell’Eden: “Il corpo di Gesù, calato dalla croce, viene fasciato con cura, come si fa con ciò che è prezioso. L’evangelista Giovanni ci dice che fu sepolto in un giardino, dentro ‘un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto’. Nulla è lasciato al caso. Quel giardino richiama l’Eden perduto, il luogo in cui Dio e l’uomo erano uniti. E quel sepolcro mai usato parla di qualcosa che deve ancora accadere: è una soglia, non un termine. All’inizio della creazione Dio aveva piantato un giardino, ora anche la nuova creazione prende avvio in un giardino: con una tomba chiusa che, presto, si aprirà”.
Ed è interessante che ciò è avvenuto di sabato: “Il Sabato Santo è anche un giorno di riposo. Secondo la Legge ebraica, nel settimo giorno non si deve lavorare: infatti, dopo sei giorni di creazione, Dio si riposò. Ora anche il Figlio, dopo aver completato la sua opera di salvezza, riposa. Non perché è stanco, ma perché ha terminato il suo lavoro. Non perché si è arreso, ma perché ha amato fino in fondo. Non c’è più nulla da aggiungere. Questo riposo è il sigillo dell’opera compiuta, è la conferma che ciò che doveva essere fatto è stato davvero portato a termine. E’ un riposo pieno della presenza nascosta del Signore”.
E’ un monito a saper dare importanza ai momenti essenziali della vita: “Noi facciamo fatica a fermarci e a riposare. Viviamo come se la vita non fosse mai abbastanza. Corriamo per produrre, per dimostrare, per non perdere terreno. Ma il Vangelo ci insegna che saperci fermare è un gesto di fiducia che dobbiamo imparare a compiere. Il Sabato Santo ci invita a scoprire che la vita non dipende sempre da ciò che facciamo, ma anche da come sappiamo congedarci da quanto abbiamo potuto fare”.
Ed il silenzio è essenziale per la Parola di Dio: “Nel sepolcro, Gesù, la Parola vivente del Padre, tace. Ma è proprio in quel silenzio che la vita nuova inizia a fermentare. Come un seme nella terra, come il buio prima dell’alba. Dio non ha paura del tempo che passa, perché è Signore anche dell’attesa. Così, anche il nostro tempo “inutile”, quello delle pause, dei vuoti, dei momenti sterili, può diventare grembo di risurrezione. Ogni silenzio accolto può essere la premessa di una Parola nuova. Ogni tempo sospeso può diventare tempo di grazia, se lo offriamo a Dio”.
Infatti nel silenzio avviene la resurrezione: “Gesù, sepolto nella terra, è il volto mite di un Dio che non occupa tutto lo spazio. E’ il Dio che lascia fare, che attende, che si ritira per lasciare a noi la libertà. E’ il Dio che si fida, anche quando tutto sembra finito. E noi, in quel sabato sospeso, impariamo che non dobbiamo avere fretta di risorgere: prima occorre restare, accogliere il silenzio, lasciarci abbracciare dal limite”.
Concludendo l’udienza generale il papa ha invitato ad alimentare la speranza nel silenzio: “A volte cerchiamo risposte rapide, soluzioni immediate. Ma Dio lavora nel profondo, nel tempo lento della fiducia. Il sabato della sepoltura diventa così il grembo da cui può sgorgare la forza di una luce invincibile, quella della Pasqua.
Cari amici, la speranza cristiana non nasce nel rumore, ma nel silenzio di un’attesa abitata dall’amore. Non è figlia dell’euforia, ma dell’abbandono fiducioso. Ce lo insegna la Vergine Maria: lei incarna questa attesa, questa fiducia, questa speranza. Quando ci sembra che tutto sia fermo, che la vita sia una strada interrotta, ricordiamoci del Sabato Santo”.
Quindi nel silenzio è possibile accogliere la ‘sorpresa’ di Dio: “Anche nel sepolcro, Dio sta preparando la sorpresa più grande. E se sappiamo accogliere con gratitudine quello che è stato, scopriremo che, proprio nella piccolezza e nel silenzio, Dio ama trasfigurare la realtà, facendo nuove tutte le cose con la fedeltà del suo amore. La vera gioia nasce dall’attesa abitata, dalla fede paziente, dalla speranza che quanto è vissuto nell’amore, certo, risorgerà a vita eterna”.
Ed al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha rivolto un appello affinché cessino le guerre nel mondo e si rispetti la dignità dell’uomo: “Esprimo la mia profonda vicinanza al popolo palestinese a Gaza, che continua a vivere nella paura e a sopravvivere in condizioni inaccettabili, costretto con la forza a spostarsi ancora una volta dalle proprie terre. Davanti al Signore Onnipotente che ha comandato: ‘Non ucciderai’ ed al cospetto dell’intera storia umana, ogni persona ha sempre una dignità inviolabile, da rispettare e da custodire. Rinnovo l’appello al cessate-il-fuoco, al rilascio degli ostaggi, alla soluzione diplomatica negoziata, al rispetto integrale del diritto umanitario internazionale. Invito tutti ad unirsi alla mia accorata preghiera, affinché sorga presto un’alba di pace e di giustizia”.
Mentre nel messaggio ai partecipanti all’VIII Congresso di Astana, in Kazakhstan, dal titolo ‘Dialogo delle Religioni: Sinergia per il Futuro’ che si svolge fino a domani, papa Leone XIV ha ricordato che quando le guide delle diverse fedi ‘si schierano insieme in difesa dei più vulnerabili’, della casa comune e delle dignità delle persone ‘testimoniano la verità che la fede unisce più di quanto divida’:
“In questa prospettiva, operare in armonia non è semplicemente una scelta pragmatica, ma un riflesso dell’ordine più profondo della realtà. E’ in sintonia con il tessuto stesso della nostra esistenza condivisa, come membri dell’unica famiglia umana… Questi impegni di alto livello si riflettono in azioni concrete: quando avvengono disastri naturali, quando i rifugiati sono costretti a fuggire, o quando famiglie soffrono a causa della povertà estrema e della fame, le comunità di fede spesso si uniscono, lavorando fianco a fianco per portare sollievo e speranza a chi è più nel bisogno”.
(Foto: Santa Sede)
Con fra Giulio Cesareo scopriamo l’edizione del Cortile di Francesco: ‘CreAzione’
Il Cortile di Francesco entra nel vivo dell’11^ edizione, dal titolo ‘CreAzione’ dopo i due appuntamenti di sabato 6 settembre con la tavola rotonda dal titolo ‘Come comunicare nuove energie creative’con il giornalista Carlo Verdelli, il regista Carlos Casas e l’imprenditore Antonio Romano; a cui è seguita la presentazione del calendario 2026 della rivista ‘San Francesco patrono d’Italia’, dal titolo ‘San Francesco vive’, in occasione dell’ottavo centenario dalla morte di san Francesco, con il fotografo Gianluigi Di Napoli:
“Per la prima volta nella loro storia i Frati del Sacro Convento hanno scelto di aprire le porte a uno sguardo fotografico autoriale, per raccontare la spiritualità e l’essenza francescana attraverso le immagini. E’ un gesto di apertura non scontato, che dimostra sensibilità e coraggio, e che ho accolto con molta gratitudine e senso di responsabilità. Il calendario nasce da un accesso straordinario, concesso in un momento altrettanto unico della storia di San Francesco e del mondo. Mi sono dunque messo in ascolto, con silenzio e presenza. Il mio intento è stato quello di evocare, assorbire e restituire qualcosa dell’invisibile che si respira in quei luoghi”.
A fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio Comunicazione del Sacro Convento di San Francesco, chiediamo il motivo per cui in quest’edizione il ‘Cortile di Francesco’ riflette sulla ‘CreAzione’: “Tutto il mondo francescano sta celebrando l’ottavo centenario del Cantico delle creature. Esso offre tanti spunti di approfondimento: la poesia, la mistica, l’ecologia. La nostra scelta è stata quella di dare risalto a ciò che ne ha permesso la scrittura e cioè la creatività. E’ questo il senso del ‘Cortile di Francesco’, che è appunto ‘CreAzione’. Celebrando la creatività, che è il dono di scoprire ed esprimere i significati nascosti nella realtà, in realtà ci rinnoviamo a vicenda nell’impegno a costruire delle relazioni improntate al bene comune e all’armonia”.
In quale modo la creazione genera la creatività?
“Direi piuttosto che la creatività è proprio l’azione con cui si crea (CreAzione). E creare non è di per sé dare sfogo all’immaginazione. Nella Bibbia Dio crea, perché ama e tutto ciò che Egli crea, siccome lo ama, è bello. In questo senso il dono straordinario che appartiene ad ogni persona è proprio quello di ri-scoprire che dentro le cose, sotto l’ovvietà di ogni giorno, se c’è amore, c’è anche bellezza e armonia.
Se c’è passione, impegno, interesse, le cose e le persone sbocciano e possono portare frutto. In un bouquet di fiori per la propria amata, tecnicamente ci sono semplicemente dei fiori: lei però sa bene che essi le comunicano l’amore: è un’esperienza di creazione, perché quel significato dei fiorì era nascosto, era sotto traccia: l’ha svelato e comunicato l’amore. E quando questo succede la nostra vita e il mondo fanno un upgrade, sono nuovi e si vive a un altro livello”.
In quale modo san Francesco vive oggi?
“San Francesco non è un semplice uomo del passato. Nella fede sappiamo che Dio ha cura di tutti e per questo tutti vivono per Lui. Non si tratta però di una vita individuale, sganciata dagli altri: al contrario è proprio lo scoprirsi, come dice Gesù, ‘un’unica vigna’. La vita di san Francesco oggi è più che mai impastata con quella di coloro che gli appartengono: i suoi amici, discepoli, seguaci e anche noi frati che, pur non essendo all’altezza del nostro Padre, non per questo cessiamo di esserne la discendenza. In questo senso credo che gli 800 anni di storia del ‘Francesco dopo Francesco’ parlano in maniera eloquente di questa vita che continua tra noi e in noi”.
Allora, quanto è importante oggi il Cantico delle Creature?
“Il Cantico ha tanto valore, da molti punti di vista: qui mi permetto di ricordare come la preghiera e la lirica di un uomo semplice, malato e quasi completamente cieco (siccome parlava dal cuore ed ai cuori) continua ancora oggi a suscitare interesse, ispirazioni, speranza e adesione. Il Cantico delle Creature testimonia che non è importante essere geni, ma se comunichiamo la nostra autenticità per il bene comune e non per secondi fini, realizziamo un gesto che ha il sapore dell’eternità”.
Quale è l’eredità culturale di san Francesco?
“San Francesco è un uomo povero, eppure ricchissimo: la sua esperienza e la sua sensibilità sono, a dir poco, straordinarie: in questo senso ciascuno trova in lui ispirazioni e stimoli: come una sorgente che, mentre disseta tutti, non si inaridisce. Per noi frati tuttavia, la sua eredità culturale è proprio la fraternità, l’esperienza e la condivisione che è possibile una vita bella e realizzata non fondata sulla competizione e sull’affermazione di sé e dei propri vantaggi individuali (singolari o di gruppo), ma sull’accoglienza reciproca e sul servizio. E questo credo sia un messaggio così travolgente e significativo, semplicemente perché è proprio vero, concreto e attuale”.
Per il programma completo: www.cortiledifrancesco.it
(Tratto da Aci Stampa)
Novendiali: papa Francesco artefice di unità
Da mercoledì 7 maggio i cardinali elettori si riuniranno nella Cappella Sistina, immersi nella bellezza degli affreschi michelangioleschi, mentre continuano i preparativi, sia un punto di vista logistico, sia soprattutto per ragionare intorno alle questioni che il 266^ successore di Pietro dovrà affrontare in comunione con tutta la Chiesa. Intanto sul tetto della Cappella Sistina è stato montato il comignolo, mentre i cardinali hanno parlato di evangelizzazione e di Chiese orientali, di testimonianza dell’unità, ma anche dell’importanza del Codice di Diritto canonico, dell’ermeneutica della continuità negli ultimi tre pontificati, della liturgia e della sinodalità.
Nel frattempo proseguono le cerimonie dei Novendiali, nei quali il card. Claudio Gugerotti, già Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ha sottolineato la fede nella resurrezione: “La risurrezione, infatti, come ci ricorda la prima Lettura, non è un fenomeno intrinseco alla natura umana. E’ Dio che ci fa risorgere, mediante il suo Spirito. Dalle acque del Battesimo noi siamo emersi come nuove creature, familiari di Dio, suoi intimi o, come dice San Paolo, figli adottivi e non più schiavi…
A questo grido si associa la creazione intera che, nelle doglie del parto, aspetta la sua guarigione. Sembrano avere così poco valore oggi il creato e la persona umana. Eppure tra noi ci sono cardinali, come quelli provenienti dall’Africa, che sentono spontaneamente la bellezza del frutto di queste doglie, perché una nuova vita è per i loro popoli un valore inestimabile”.
Nella resurrezione la creazione prende nuova forza: “Intorno a noi non facciamo altro che percepire il grido della creazione e in essa quello di chi è destinato alla gloria ed è la finalità per la quale la creazione è stata voluta: la persona umana. Grida la terra ma soprattutto grida una umanità travolta dall’odio, a sua volta frutto di una profonda svalutazione del valore della vita che, come abbiamo sentito, per noi cristiani è partecipazione alla famiglia di Dio, fino alla concorporeità e consanguineità con il Cristo Signore, che stiamo celebrando in questo sacramento dell’Eucaristia”.
Infatti nell’omelia il card. Gugerotti ha sottolineato il valore della vita: “Chi ama la sua vita la perderà, ci ricorda il Vangelo secondo Giovanni, e chi odia la propria vita la troverà. In questa frase così estrema il Signore esprime la nostra specificità di cristiani, considerati dal mondo seguaci di un perdente, di uno sconfitto della vita, che attraverso la morte, e non attraverso l’edificazione di un regno terreno, ha salvato il mondo e redento ciascuno di noi”.
Tale vangelo della vita è sempre stato insegnato da papa Francesco: “Papa Francesco ci ha insegnato a raccogliere il grido della vita violata, ad assumerlo e presentarlo al Padre, ma anche ad operare per alleviare concretamente il dolore che suscita questo grido, a qualsiasi latitudine e negli infiniti modi con cui il male ci indebolisce e ci distrugge”.
Nonostante le incomprensioni del passato oggi la Chiesa sta ritornando a respirare con due polmoni: “Papa Francesco, che ci ha insegnato ad amare la diversità e la ricchezza dell’espressione di tutto ciò che è umano, oggi credo esulti al vederci insieme per la preghiera per lui e per l’intercessione di lui. E noi ancora una volta ci impegniamo, mentre molti di loro sono costretti a lasciare le loro antiche terre, che furono Terra Santa, per salvare la vita e vedere un mondo migliore, a sensibilizzarci, come aveva voluto il nostro papa, per accoglierli e aiutarli nelle nostre terre a conservare la specificità del loro apporto cristiano, che è parte integrante del nostro essere Chiesa cattolica”.
E le liturgie orientali sono ricche di bellezza: “La loro liturgia è tutta intessuta di questo stupore. E così, ad esempio, in questo tempo liturgico, la tradizione bizantina ripete senza fine questa esperienza ineffabile, dicendo, cantando e comunicando agli altri: ‘Cristo è risorto dai morti, calpestando con la morte la morte, e ai morti dei sepolcri ha elargito la vita’. E lo ripetono costantemente, come per farlo entrare nel cuore proprio e degli altri.
Questo stesso stupore esprime anche la liturgia armena, nel pregare con le parole di quel san Gregorio di Narek che proprio Papa Francesco volle ascrivere tra i Dottori della Chiesa e che la tradizione ha reso parte integrante dell’eucologia eucaristica… Ecco solo due esempi della forza vibrante con cui l’emozione del cuore si mescola in oriente alla lucidità della mente per descrivere la nostra immensa povertà salvata dall’infinità dell’amore di Dio”.
Mentre nel sesto giorno dei Novendiali il card. Víctor Manuel Fernández, già Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha evidenziato la tenerezza di papa Francesco nell’annunciare Cristo: “Papa Francesco è di Cristo, appartiene a Lui, e ora che ha lasciato questa terra è pienamente di Cristo. Il Signore ha preso Jorge Bergoglio con se sin dal suo battesimo, e lungo tutta la sua esistenza. Lui è di Cristo, che ha promesso per lui la pienezza della vita.
Sapete con quanta tenerezza parlava di Cristo papa Francesco, come godeva il dolce nome di Gesù, come buon gesuita. Lui sapeva bene di essere suo, e sicuramente Cristo non l´ha lasciato, non l´ha perso. Questa è la nostra speranza che celebriamo con gioia pasquale sotto la luce preziosa di questo Vangelo di oggi. Non possiamo ignorare che stiamo celebrando pure la giornata dei lavoratori, che stavano tanto a cuore a papa Francesco”.
E’ stato un ricordo particolare nella giornata della festa del lavoro: “Ma permettetemi presentare pure papa Francesco come un lavoratore. Lui non solo parlava del valore del lavoro, ma tutta la sua vita è stato uno che viveva la sua missione con grande sforzo, passione e compromesso. Per me è stato sempre un mistero capire come poteva sopportare, anche essendo un uomo grande e con diverse malattie, un ritmo di lavoro così tanto esigente. Lui non solo lavorava al mattino con diverse riunioni, udienze, celebrazioni ed incontri, ma anche tutto il pomeriggio. E mi è sembrato veramente eroico che con le pochissime forze che aveva nei suoi ultimi giorni si è fatto forte per visitare un carcere”.
Al termine ha ricordato la particolare devozione del papa a san Giuseppe: “Infine, fatemi ricordare l’amore di Papa Francesco verso san Giuseppe, quel forte e umile lavoratore, quel falegname di un piccolo paese dimenticato, che col suo lavoro si prendeva cura de Maria e di Gesù. E ricordiamo pure che quando Papa Francesco aveva un grosso problema, metteva un pezzetto di carta con una supplica sotto l’immagine di san Giuseppe”.
(Foto: Santa Sede)
A San Paolo fuori le Mura la Comunità di Sant’Egidio ha festeggiato 57 anni
Nella basilica di San Paolo fuori le Mura la Comunità di Sant’Egidio ha ‘festeggiato’ 57 anni di ‘vita’, nata nel 1968, a conclusione del Concilio Vaticano II, per iniziativa di Andrea Riccardi, in un liceo del centro di Roma. Con gli anni è divenuta una rete di comunità che, in più di 70 paesi del mondo, con una particolare attenzione alle periferie e ai periferici, raccoglie uomini e donne di ogni età e condizione, uniti da un legame di fraternità nell’ascolto del Vangelo e nell’impegno volontario e gratuito per i poveri e per la pace.
Per questa occasione il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, è stato ricevuto da papa Francesco, che ha ringraziato per l’impegno negli anni a favore dei poveri e, in particolare, in questo tempo difficile, per l’accoglienza e l’integrazione offerta ai migranti attraverso i corridoi umanitari, rallegrandosi, in modo particolare, per l’ultimo arrivo, in salvezza, di circa 140 profughi dalla Libia.
Nell’omelia della celebrazione eucaristica il card. Baldassarre Reina, vicario generale della diocesi di Roma, commentando le letture della liturgia, ha affermato: “In un tempo in cui sperimentiamo una solitudine, che è fonte di angoscia e sofferenza per tanti, è importante ribadire che non è bene che l’uomo sia solo, non è bene lasciare nessuno indietro: non possiamo accettare che nessuno sia schiacciato dalla povertà, dalla sofferenza, dalla malattia o da qualsiasi forma di disagio”.
Commentando il capitolo della Genesi sulla creazione il vicario generale ha riletto l’impegno della Comunità: “E rileggo in questa espressione l’impegno, il cammino, lo sforzo, la profezia della Comunità di Sant’Egidio, che ha creduto fortemente, e crede, nelle relazioni. Che vive nel promuovere queste relazioni, a tutti i livelli. E diventano relazioni di pace laddove ci sono i conflitti, purtroppo ancora oggi assai presenti e sanguinanti. Diventano relazioni diplomatiche, diventano relazioni tra le diverse fedi, tra le diverse sensibilità, tra le diverse religioni”.
Quindi è necessario ‘sentire’ la carne: “Sentire nostra la carne di tutta l’umanità, sentire nostra la fatica e la gioia di ogni essere che è sulla faccia della terra. Poter dire: questa è carne della mia carne. Non lo dice soltanto il marito alla moglie, l’uomo alla donna, ma lo dice ogni persona ritrovandosi davanti una creatura che gli è simile. Ed è il comandamento simile al primo: ama il prossimo tuo perché è come te stesso, perché è te stesso. Non è bene che l’uomo sia solo. Finalmente questa è carne della mia carne”.
Ed affrontando il tema giubilare ha citato don Tonino Bello: “Diceva don Tonino Bello: la speranza va organizzata. Ci vuole pazienza nel saper organizzare la speranza. Perché servono decisioni ferme, delle risposte puntuali, ma serve anche la pazienza di saper costruire futuro. Questo è un tempo che ha bisogno di persone, di uomini e donne che costruiscono futuro. Quella donna ha saputo aspettare.
Avrebbe potuto dire a se stessa: non ce la faccio, anche il Messia, anche il Signore mi ha girato le spalle, me ne vado. Ha saputo aspettare con pazienza, sotto la tavola. Ed è stata premiata: Per questa tua parola la tua figlioletta è guarita. Ed è, la parola di questa donna, una parola di fede e di pazienza, una parola coraggiosa, una parola umile, una parola forte”.
Infine un ringraziamento ma anche un invito a ‘guardare avanti’: “Ma l’anniversario nella logica cristiana è sempre l’occasione per guardare avanti. Perché la nostra non è una fede del passato, ma semmai una esperienza che getta lo sguardo sul futuro. Allora vogliamo chiedere al Signore, in questa celebrazione eucaristica, che continui ad accompagnare i passi della Comunità di Sant’Egidio, che continui a benedire questa Comunità così come ha fatto in questi 57 anni.
A tutti voi la gratitudine della nostra Chiesa, della Chiesa di Roma e, attraverso le mie parole, la gratitudine del Santo Padre. Ed è una gratitudine che vi responsabilizza, che vi chiede un impegno ancora maggiore”.
Al termine della celebrazione eucaristica il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha sottolineato la ‘responsabilità’ della speranza, fondata sull’ascolto della Parola di Dio: “Sentiamo la responsabilità di portare ‘la speranza che non delude’ e siamo consapevoli che solo con la forza dell’amicizia e del sostegno di tutti voi potremo essere all’altezza di questo compito. In questi anni abbiamo sempre cercato, in ascolto della Parola di Dio, ‘lampada ai nostri passi’, di non coltivare visioni di parte o ideologiche della vita e della vicenda storica”.
E la Parola di Dio si associa alla parola della libertà: “Abbiamo cercato di essere liberi dal guardare le situazioni in modo binario e contrapposto (come capita spesso nelle vicende dei conflitti) e dalla cultura del nemico, che vede tutto il male nell’altro. E di scoprire così risorse ed energie insospettate, liberandoci da un pessimismo scontato, nella riscoperta dei legami tra uomo e donna, tra i popoli, tra gente diversa. Con la convinzione di dover costruire giorno dopo giorno un destino comune da cui nessuno si senta escluso”.
Al termine della celebrazione è iniziata la festa con tutti i partecipanti: anziani in difficoltà, a cui Sant’Egidio è particolarmente vicino, persone senza dimora, alcuni dei quali usciti dalla strada grazie al sostegno della Comunità, persone con disabilità, molte delle quali inserite in percorsi artistici e lavorativi, i ‘nuovi italiani’ oggi integrati nel nostro paese e i rifugiati venuti con i corridoi umanitari. Ma anche un gruppo di profughi ucraini, toccati da un conflitto che proprio in questo mese sta arrivando dolorosamente ai suoi tre anni. La festa di Roma è stata la prima di tante altre che ci saranno negli oltre 70 Paesi in cui è presente Sant’Egidio, dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’America Latina.
(Foto: Comunità di Sant’Egidio)
‘Antiqua et Nova’: aprirsi all’Intelligenza Artificiale con l’Intelligenza Umana
Nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di san Tommaso d’Aquino (28 gennaio) il dicastero per la Dottrina della Fede ed il Dicastero per la Cultura e l’Educazione hanno pubblicato la nota ‘Antiqua et nova’ sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, ribadendo che l’intelligenza è un dono, che deve essere ‘coltivato’:
“Con antica e nuova sapienza siamo chiamati a considerare le odierne sfide e opportunità poste dal sapere scientifico e tecnologico, in particolare dal recente sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA). La tradizione cristiana ritiene il dono dell’intelligenza un aspetto essenziale della creazione degli esseri umani ‘ad immagine di Dio’. A partire da una visione integrale della persona e dalla valorizzazione della chiamata a ‘coltivare’ e ‘custodire’ la terra, la Chiesa sottolinea che tale dono dovrebbe trovare espressione attraverso un uso responsabile della razionalità e della capacità tecnica a servizio del mondo creato”.
La Chiesa, infatti, non condanna il progresso: “La Chiesa incoraggia i progressi nella scienza, nella tecnologia, nelle arti e in ogni altra impresa umana, vedendoli come parte della ‘collaborazione dell’uomo e della donna con Dio nel portare a perfezione la creazione visibile’… Le abilità e la creatività dell’essere umano provengono da Lui e, se usate rettamente, a Lui rendono gloria, in quanto riflesso della Sua saggezza e bontà. Pertanto, quando ci domandiamo cosa significa ‘essere umani’, non possiamo escludere anche la considerazione delle nostre capacità scientifiche e tecnologiche”.
Con questa nota la Chiesa vuole affrontare le ‘questioni’ antropologiche ed etiche che l’Intelligenza Artificiale pone: “Per esempio, a differenza di molte altre creazioni umane, l’IA può essere addestrata sui prodotti dell’ingegnosità umana e quindi generare nuovi ‘artefatti’ con un livello di velocità e abilità che spesso uguagliano o superano le capacità umane, come generare testi o immagini che risultano indistinguibili dalle composizioni umane, quindi suscitando preoccupazione per il suo possibile influsso sulla crescente crisi di verità nel dibattito pubblico.
Oltre a ciò, essendo una tale tecnologia progettata per imparare e adottare in autonomia alcune scelte, adeguandosi a nuove situazioni e fornendo soluzioni non previste dai suoi programmatori, ne derivano problemi sostanziali di responsabilità etica e di sicurezza, con ripercussioni più ampie su tutta la società. Questa nuova situazione induce l’umanità a interrogarsi circa la propria identità e il proprio ruolo nel mondo”.
La nota, innanzitutto, pone un chiarimento intorno all’Intelligenza Artificiale attraverso una breve digressione storica: “Il concetto di intelligenza nell’IA si è evoluto nel tempo, raccogliendo in sé una molteplicità di idee provenienti da varie discipline. Sebbene abbia radici che risalgono a secoli fa, un momento importante di questo sviluppo si è avuto nel 1956, quando l’informatico statunitense John McCarthy organizzò un convegno estivo presso l’Università di Dartmouth per affrontare il problema dell’ ‘Intelligenza Artificiale’, definito come ‘quello di rendere una macchina in grado di esibire comportamenti che sarebbero chiamati intelligenti se fosse un essere umano a produrli’. Il convegno lanciò un programma di ricerca volto a usare le macchine per riuscire ad eseguire compiti tipicamente associati all’intelletto umano e a un comportamento intelligente”.
Quindi molti ‘compiti’ sono stati affidati ad essa: “A causa di tali rapidi progressi, molti lavori un tempo gestiti esclusivamente dalle persone sono ora affidati all’IA. Tali sistemi possono affiancare o addirittura sostituire le possibilità umane in molti settori, in particolare in compiti specializzati come l’analisi dei dati, il riconoscimento delle immagini e le diagnosi mediche.
Sebbene ogni applicazione di IA ‘ristretta’ sia calibrata su un compito specifico, molti ricercatori sperano di giungere alla cosiddetta ‘intelligenza artificiale generale’ (Artificial General Intelligence, AGI), cioè ad un singolo sistema, il quale, operando in ogni ambito cognitivo, sarebbe in grado di svolgere qualsiasi lavoro alla portata della mente umana”.
E proprio intorno all’intelligenza è stato aperto un importante dibattito: “Alcuni sostengono che una tale IA potrebbe un giorno raggiungere lo stadio di ‘superintelligenza’, oltrepassando la capacità intellettuale umana, o contribuire alla ‘superlongevità’ grazie ai progressi delle biotecnologie. Altri temono che queste possibilità, per quanto ipotetiche, arrivino un giorno a mettere in ombra la stessa persona umana, mentre altri ancora accolgono con favore questa possibile trasformazione”.
La nota ribadisce che il pensiero è solo umano: “Le sue caratteristiche avanzate conferiscono all’IA sofisticate capacità di eseguire compiti, ma non quella di pensare. Una tale distinzione è di importanza decisiva, poiché il modo in cui si definisce l’ ‘intelligenza’ va inevitabilmente a delimitare la comprensione del rapporto che intercorre tra il pensiero umano e tale tecnologia. Per rendersi conto di ciò, occorre ricordare che la ricchezza della tradizione filosofica e della teologia cristiana offre una visione più profonda e comprensiva dell’intelligenza, la quale a sua volta è centrale nell’insegnamento della Chiesa sulla natura, dignità e vocazione della persona umana”.
In questo senso l’intelligenza umana è una facoltà della persona: “In questo contesto, l’intelligenza umana si mostra più chiaramente come una facoltà che è parte integrante del modo in cui tutta la persona si coinvolge nella realtà. Un autentico coinvolgimento richiede di abbracciare l’intera portata del proprio essere: spirituale, cognitivo, incarnato e relazionale”.
La nota specifica anche la visione cristiana come integrazione tra verità e vita: “Al cuore della visione cristiana dell’intelligenza vi è l’integrazione della verità nella vita morale e spirituale della persona, orientando il suo agire alla luce della bontà e della verità di Dio. Secondo il Suo disegno, l’intelligenza intesa in senso pieno include anche la possibilità di gustare ciò che è vero, buono e bello, per cui si può affermare, con le parole del poeta francese del XX secolo Paul Claudel, che ‘l’intelligenza è nulla senza il diletto’. Anche Dante Alighieri, quando raggiunge il cielo più alto nel Paradiso, può testimoniare che il culmine di questo piacere intellettuale si trova nella ‘Luce intellettüal, piena d’amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolzore’”.
E l’intelligenza umana non implica solo acquisizione di ‘dati’: “Una corretta concezione dell’intelligenza umana, quindi, non può essere ridotta alla semplice acquisizione di fatti o alla capacità di eseguire certi compiti specifici; invece, essa implica l’apertura della persona alle domande ultime della vita e rispecchia un orientamento verso il Vero e il Buono… Per i credenti, questa capacità comporta, in modo particolare, la possibilità di crescere nella conoscenza dei misteri di Dio attraverso l’approfondimento razionale delle verità rivelate (intellectus fidei)”.
Per questo esiste una responsabilità morale: “Questo principio è valido anche per le questioni riguardanti l’IA. In tale ambito, la dimensione etica assume primaria importanza poiché sono le persone a progettare i sistemi e a determinare per quali scopi essi vengano usati. Tra una macchina e un essere umano, solo quest’ultimo è veramente un agente morale, cioè un soggetto moralmente responsabile che esercita la sua libertà nelle proprie decisioni e ne accetta le conseguenze”.
E’ un invito ad usare l’Intelligenza Artificiale per il bene di ‘tutti’: “Nella misura in cui tali applicazioni ed il loro impatto sociale diventano più chiari, si dovrebbero cominciare a fornire adeguati riscontri a tutti i livelli della società, secondo il principio di sussidiarietà. E’ importante che i singoli utenti, le famiglie, la società civile, le imprese, le istituzioni, i governi e le organizzazioni internazionali, ciascuno al proprio livello di competenza, si impegnino affinché sia assicurato un uso dell’IA confacente al bene di tutti”.
Infine un appello particolare è rivolto ai credenti: “Nella prospettiva della sapienza, i credenti saranno in grado di operare come agenti responsabili capaci di usare questa tecnologia per promuovere una visione autentica della persona umana e della società, a partire da una comprensione del progresso tecnologico come parte del disegno di Dio per la creazione: un’attività che l’umanità è chiamata a ordinare verso il Mistero Pasquale di Gesù Cristo, nella costante ricerca del Vero e del Bene”.
XXVIII Domenica Tempo Ordinario: la vera sapienza è di lasciare che Gesù ci guardi e ci ami!
Scrive san Paolo: gli Ebrei chiedono miracoli; i Pagani invocano la sapienza umana che si chiama ‘filosofia’; per i Cristiani la vera sapienza è Cristo, che è amore ed ha dato la vita per la salvezza di tutti (cfr. 1 Cor. 1, 22-24). Il brano del Vangelo ci presenta l’incontro di un Giovane con Gesù: Nell’incontro possiamo distinguere tre momenti: a) una domanda del Giovane; b) Gesù aiuta quel giovane a scoprire il volto vero di Dio, che è amore; c) un invito di Gesù: vai, vendi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi. Gesù invita a conseguire la vera Sapienza che è quella che guida a raggiungere il fine ultimo; la meta per la quale siamo stati creati.
La creazione è il grande atto di amore di Dio nei riguardi dell’uomo: conseguire la vita eterna. Il peccato aveva distolto l’uomo dal suo fine ultimo; ma il cuore dell’uomo è inquieto sino a quando non riposa in Dio. Per conseguire la vita eterna è necessario camminare nella via tracciata da Gesù, l’unico che poté dire: ‘Io sono la Via, la Verità e la Vita’. Dio ha scritto due libri. la natura con la molteplicità delle cose create, la Bibbia o sacra scrittura: Antino e Nuovo Testamento; se impariamo a leggere questi libri, se camminiamo nella via tracciata da Dio si arriva alla vita eterna. A causa del peccato l’uomo intravede solo la speranza terrena, frutto della sapienza terrena limitata e fragile.
Nella pienezza dei tempi Dio interviene con la rivelazione: dà all’uomo i dieci comandamenti e lo invita a guardare avanti , all’opera redentrice di Cristo Gesù. Il giovane, che si era presentato a Gesù, aveva osservato i dieci comandamenti amando Dio e i fratelli ma il suo cuore era rimasto sempre sulla terra e per la terra. Aveva accumulato molti beni sulla terra e il suo cuore era legato ad essi. Si era ora presentato a Gesù per conoscere la sua vera identità e cosa fare per assicurarsi la vita eterna.
Gesù amò subito questo giovane e gli addita i veri valori, la vita eterna; Gesù evidenzia che per seguirlo non basta l’osservanza dei dieci comandamenti, ma occorre dargli il cuore amandolo più dei beni terreni, dei parenti, della stessa vita perchè solo Dio è il Bene sommo. Lo invita perciò: vai, vendi tutto, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi ‘vieni e seguimi’! Il giovane se ne partì triste: era legato ai suoi beni terreni. Da qui il messaggio di Gesù: ‘Beati i poveri di spirito perchè di essi è il regno dei cieli” infatti dove c’è il tuo tesoro, là c’è il tuo cuore’!
Non dimenticare, amico che leggi, che i beni terreni hanno sempre un limite, viceversa il desiderio dell’uomo è sempre inappagato, non ha limiti: se hai poco non sei beato perchè cerchi ancora; se hai molto non sei beato perchè vuoi di più e temi di perdere quello che hai. Se sei ricco la tua vita è solo una bolgia ansiosa. Finché sei insoddisfatto non sei ricco ma solo povero e vivi nell’angoscia che presto dovrai lasciare tutto.
Ricordati non sei mai quello che credi di essere, nè quello che la gente pensa di te o quello che appari davanti al pubblico; sei solo quello che ami; ma amare è servire incondizionatamente. Non vali per i titoli che possiedi, per i tuoi anni o per le tue forze: tu vali solo per quello che effettivamente ami: se il tuo amore è fango, rimani infangato; se ami Dio e vedi l’immagine di Dio nei fratelli, diventerai simile a Dio. Scegli cosa ti conviene fare; la risposta non dovrebbe essere difficile.
Seguire Gesù è la vera sapienza; è la cosa più importante ma comporta rinnegare se stesso e prendere la croce ogni giorno. Conoscere Gesù e seguirlo è la vera sapienza: non è un atto di intelligenza ma del cuore, di tutta la persona, come ci insegna il Padre. Amare il Regno di Dio più della salute e della bellezza fisica è lasciare che Gesù ci guardi e ci ami.
Cristiano vero non è colui che si affanna per i beni terreni ma chi riscopre se stesso e la meta verso la quale è diretto; cristiano vero è chi ha veramente fede, speranza e carità e sperimenta ogni giorno la presenza di Gesù nella propria vita. Questa è la vera sapienza. Fare esperienza di Gesù significa fare esperienza della sapienza divina che non è un atto dell’intelletto ma del cuore, di tutta la persona.
Dio è amore e ti insegna solo ad amare nella duplice dimensione orizzontale e verticale: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore , con tutte le forze; amerai il prossimo tuo come te stesso. Ama e sarai veramente sapiente e saggio. La Vergine Maria, che ha detto il suo “Sì” al Signore, Lei, madre di Gesù e nostra , ci aiuti a scoprire il vero senso della vita, ci aiuti ad amare e a scoprire la bellezza di fare della vita un dono prezioso a Dio, creatore e padre.




























