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The Sun: con la musica far innamorare di Dio i giovani

Dopo il successo al giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani il complesso musicale ‘The Sun’ sarà protagonista anche a Castel Sant’Angelo a Roma martedì 29 luglio con un concerto per il Giubileo dei missionari digitali e, dopo alcuni giorni, sabato 2 agosto, al Giubileo dei giovani, mentre è uscito ‘Coraggio’, il singolo che anticipa il nuovo album che sarà presentato a novembre all’Alcatraz di Milano con l’etichetta ‘La Gloria’, co-fondata anche da Francesco Lorenzi.

Senza contare che la band vicentina (Francesco LorenziRiccardo Rossi, Matteo Reghelin, Gianluca Menegozzo ed Andrea Cerato) è stata selezionata tra i finalisti dei Catholic Music Awards 2025, considerati il corrispettivo dei Grammy Awards nel contesto della Chiesa cattolica,  ricevendo 7 nomination in 6 diverse categorie: miglior artista/band; miglior album, miglior canzone italiana, miglior video musicale (2 nomination), miglior canzone rock e miglior canzone pop, con una premiazione a Roma domenica 27 luglio; mentre prima hanno animato il pellegrinaggio da loro organizzato lungo il Cammino di Santiago.

Nonostante questi impegni Francesco Lorenzi ha trovato anche un po’ di tempo per rispondere ad alcune domande. Iniziamo dal giubileo dei missionari digitali e da quello dei giovani, in programma a Roma tra l’ultima settimana di luglio e la prima settimana di agosto: cosa significa comunicare il Vangelo oggi?

“Comunicare il Vangelo significa viverlo. Solo chi vive il Vangelo veramente nella quotidianità e nelle proprie scelte davvero ce l’ha nel cuore ed allora lo comunica. Rifletto spesso sulle parole di san Francesco: ‘Annunciate il Vangelo e se è necessario fatelo anche con le parole’, perché prima di ogni parola arriva il nostro atteggiamento e la nostra energia. Lo percepisci quando stai accanto ad una persona che ha nel cuore il Vangelo. Questo è il primo fondamentale ingrediente, senza il quale il resto della comunicazione è vacuo.

Da qui il passaggio alle varie forme di condivisione e comunicazione del Vangelo. Abbiamo anzitutto bisogno di radicarci nel rapporto con la Parola di Dio e, attraverso questo continuo relazionarci con Gesù, saremo capaci di sviluppare quella concretezza e quello sguardo che ci permettono di essere veri propagatori del Vangelo e quindi anche di comunicare quello che facciamo attraverso la musica”.

‘Io vi conosco, vi ho visto alcune volte, recentemente, in televisione’: vi ha detto papa Leone XIV, quando lo avete incontrato ad inizio giugno. Quale effetto ha provocato in voi incontrare un papa agostiniano?

“In tutto ciò che facciamo c’è un respiro agostiniano, anche se non sempre è esplicitato – come nel singolo ‘Coraggio’, dove c’è un rimando chiaro alle ‘Confessioni’ di sant’Agostino. Il nostro cammino è permeato da questo carisma incontrato nel 2013 nel corso della nostra tournée. Dal 2014, il direttore spirituale dei The Sun è un frate agostiniano ed, anno dopo anno, abbiamo scoperto quanto questo carisma parli a noi e alla nostra storia.

In questa prospettiva, aver incontrato papa Leone XIV ad appena tre settimane dalla sua elezione, è stato un dono e un segno al contempo: dopo il concerto per il Giubileo delle Famiglie, siamo stati invitati ad andare in udienza dal Papa. Senza saperlo, siamo stati i primi musicisti ad avere avuto questo grande onore, fatto che ha reso ancor più significativo quell’avvenimento, confermando quanto l’amore di Dio raggiunga le nostre piccole storie.

Quindi puoi capire come esserci trovati al cospetto di papa Leone XIV sia stato per noi un motivo di immensa gratitudine nei confronti del Signore. I The Sun sono un ‘piccolo granello di sabbia’ nel mondo discografico mondiale, ma l’essere i primi ad incontrarlo senza nemmeno averlo chiesto, rappresenta un segno che abbiamo accolto con commozione e gratitudine. Una conferma dal cielo per il particolare cammino dei The Sun, in quanto non è per nulla facile essere testimoni di una musica libera a servizio del bene e della verità nel mondo discografico attuale, ma è bellissimo ed è ciò che rende unica l’esperienza dei The Sun.

Allora, quanto è stato importante per voi aver scoperto sant’Agostino?

“E’ stato fondamentale. Dodici anni fa abbiamo incontrato la comunità agostiniana di san Nicola da Tolentino e da lì è iniziato un sodalizio, ormai più che decennale, con un confratello, che ci guida e cammina insieme, p. Gabriele Pedicino. Attraverso lui ed altri suoi confratelli abbiamo imparato a conoscere lo spirito agostiniano dal loro atteggiamento. Come nella prima risposta, sant’Agostino si può comunicare vivendo secondo l’esempio che ci ha lasciato.

P. Gabriele ci aiuta a vivere ciò che questo padre della Chiesa ha trasmesso. Poi per chiunque cerca la verità e cerca in sé uno sguardo sempre autentico e rinnovato, l’incontro con le opere di sant’Agostino è di fondamentale importanza: egli è riuscito a descrivere cosa c’è nel cuore dell’uomo in ricerca, in un modo straordinariamente dettagliato: leggendo le sue opere, impariamo a leggere noi stessi”.

Quale è il vostro messaggio per i giovani?        

“Il nostro messaggio riguarda la vita, che è il dono più grande. Ognuno di noi è nato per una ragione unica, personale e collettiva insieme. Questa ragione è scritta nel nostro cuore ed è uno spartito unico ed irripetibile che soltanto noi possiamo scoprire attraverso l’aiuto di Dio. Nel momento in cui davvero torneremo a relazionarci con Lui con autenticità, scopriremo con autenticità le profonde bellezze e la straordinarietà di cui siamo costituiti, perché siamo parte di una grande sinfonia. Siamo strumenti di luce che chiedono solo di essere accordati, armonizzati e suonati non da altri, ma da noi stessi con Dio, per vivere nell’Amore e nella consapevolezza di questo dono straordinario, che è destinato all’eternità”.            

Infine nel mese di giugno è uscito anche il primo libro per bambini, intitolato ‘La musica del bosco’ per ‘Effatà Editrice’, che è una favola moderna che celebra la forza dell’amicizia, della musica e della diversità, attraverso un viaggio incantato nel cuore del bosco, dove i protagonisti John, un lupo bianco dai misteriosi occhi color muschio, e Ippo, un simpatico ippopotamo con il ritmo nel sangue guidano i lettori alla scoperta di un mondo, dove le particolarità di ognuno diventano armonia e la musica parla direttamente al cuore. Perché hai scritto anche questo libro per bambini?

“Da molti anni noto che nei nostri concerti c’è sempre una maggiore presenza di bambini, e non soltanto una presenza che cresce nel numero, ma soprattutto nella partecipazione attiva negli eventi. Bambini che cantano e vivono le nostre canzoni ed i valori che esse trasmettono con tantissima convinzione e con quell’adesione tipica dei ‘cuori puri’. Questa circostanza mi ha fatto riflettere sull’importanza che ha la musica nella loro crescita e mi interroga su come possiamo offrire strumenti ai bambini ed alle loro famiglie per farli crescere sviluppando una visione ampia e profonda della realtà e della vita, per poter crescere nella libertà autentica del cuore.

Così ho iniziato a sentire il desiderio di scrivere un libro per bambini che potesse essere uno strumento valido ed efficace per le famiglie e per gli educatori, da affiancare alle canzoni, un libro con dentro numerosi elementi di utilità pratica e quotidiana, soprattutto nel tempo in cui si lotta sempre più con gli schermi dei telefonini e dei play pad.

‘La musica nel bosco’ è il mio terzo libro e non è stato facile scrivere un libro per bambini dopo due best seller internazionali, che hanno caratteristiche molto diverse, perché ‘La strada del Sole’è un libro autobiografico, mentre il libro ‘I segreti della luce’ è un saggio sul combattimento spirituale. In qualche modo questo terzo libro racchiude elementi del primo e del secondo rielaborati, affinchè possano parlare contemporaneamente al cuore dei più piccoli e dei loro genitori. E’ un libro che avrei desiderato leggere da bambino e che senza dubbio mi sarebbe stato molto utile”.

(Tratto da Aci Stampa)

A Palermo mons. Lorefice invita alla legalità nel ricordo di Paolo Borsellino  

“Sono passati trentatré lunghi anni (gli stessi del Giusto eliminato appeso sulla croce del Golgota) e ci ritroviamo ancora a fare memoria di un evento che segna uno dei momenti più tristi della storia della nostra Isola e dell’Italia. E’ un dovere personale ed un atto di corresponsabilità sociale fare memoria di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Nessuno di noi può prendere parte a questo atto di memoria per puro formalismo o per dovere di circostanza, ma solo per consapevolezza sostanziale”: nel 32^ anniversario della strage di via D’Amelio, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, è intervenuto in un incontro dedicato al ricordo e all’esempio del magistrato e degli agenti della scorta.

Durante l’incontro ha richiamato alla responsabilità: “Siamo qui per assumerci in prima persona una responsabilità di fronte ai fatti, che, purtroppo, ancora devono essere ricostruiti e, soprattutto, riscattati da insabbiamenti, depistamenti, indolenze e connivenze. Altrimenti sarebbe una reiterata condanna di morte di questi meravigliosi amanti della nostra vita e della vita delle generazioni future che abiteranno le case, le piazze e le strade delle nostre città e della nostra Isola.

Siamo qui per attingere ancora una volta alle nobili e alte motivazioni del loro animo, a quelle ‘forze morali, intellettuali e professionali’ (P. Borsellino) che hanno sostenuto e guidato le loro idee e i loro passi, fino alla tragica e gloriosa fine, e per essere partecipi della loro sorte. Per amore, per gratitudine, per dovere di coscienza, per obbligo di giustizia. Con sincero pentimento”.

E’ stato un ricordo dell’amico di Giovanni Falcone: “L’animo più intimo di Paolo Borsellino emerge, come cartina al tornasole, in quell’intervento alla Veglia organizzata dall’AGESCI Regionale nella sua Palermo, a S. Domenico, il 20 giugno 1992, dove coglie e tratteggia lo spirito di Giovanni Falcone. Esordisce così, proprio 29 giorni prima della strage di Via D’Amelio: ‘Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la Mafia, lo avrebbe un giorno ucciso’.

Evidenziava così la lucida consapevolezza di Falcone del ‘compiersi dei giorni’. La stessa che ritroviamo in lui. ‘Ora tocca a me’, dirà a don Cesare Rattoballi dopo la morte di Falcone… Non voglio assolutamente imporre un’etichetta religiosa a Paolo Borsellino, ma non si può parlare di lui senza tenere conto della sua formazione religiosa”.

Senza etichettarlo l’arcivescovo ha delineato la sua fede: “Il suo profilo umano e di magistrato emerge ancor più nitido se mettiamo in risalto l’intenzionalità cristiana (l’intenzionalità ‘cristica’) che lo guidava nell’esercizio della sua professione, spinto fino alla consapevole e libera determinazione del sacrificio della vita. E’ cristiano chi ha la mens e la forma Christi (la logica e la forma di Cristo). Chi gli assomiglia. Chi lo segue usque ad finem, ‘fino alla fine’. Paolo Borsellino era un uomo di fede. Ciò che lo ha spinto a continuare fino alla fine, a dare la sua vita, anche sacrificando il suo amore per la vita dei suoi cari, della sua famiglia”.

Per questo ha ricordato un suo discorso all’Agesci nel 1992: “Una sottolineatura fatta in riferimento al fatto che Falcone ‘è morto nella carne ma è vivo nello spirito’. Borsellino non rimanda alla citazione del testo neotestamentario ma, è evidente, che sono parole che riprendono alla lettera: ‘Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito’. Lo conferma anche l’altro passaggio dove il magistrato palermitano mette in rilievo il sacrificio ‘pro-esistenziale’ di Falcone, della Morvillo e della scorta: ‘Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti’. Quest’ultima frase (‘per gli ingiusti’) è chiaramente ripresa ancora dal testo della Prima Lettera di Pietro”.

Nella lettera dell’apostolo Pietro si chiarisce il significato: “In questo testo neotestamentario Cristo è il giusto che muore per gli ingiusti. Ma attenzione non solo a causa degli ingiusti ma anche in favore degli ingiusti, dei malvagi, anche di chi lo uccide. Perché quella di Cristo è una redenzione totale, universale. Per tutti… E’ proverbiale il rispetto che Borsellino aveva anche per gli imputati e per i condannati!”

Da qui deriva il dono della vita di Paolo Borsellino: “La forza del dono totale di sé da parte di chi ‘conosce’ l’amore di Cristo (conoscenza in senso biblico: di chi ha una relazione con Cristo) diventa contemporaneamente un atto di adorazione del Signore e una testimonianza di speranza per tutti”.

Da qui l’impegno: “Una fonte di impegno perché si possa contribuire a quel ‘movimento culturale e morale, anche religioso’ che in quel discorso Borsellino auspicava. La lotta alla mafia deve continuare da parte di tutti, a maggior ragione da parte di chi attinge il nome di Dio dalle Sacre Scritture, dalla Bibbia, di chi partecipa anche della fede di Paolo Borsellino: ‘Quale Dio è come te, che toglie l’iniquità?’ Chi ha fede, insieme ad ogni uomo e ad ogni donna di buona volontà capaci di indignazione, si impegna a togliere l’iniquità che opprime la convivenza della città umana”.

Ed ha messo in luce la fede di Borsellino: “Vogliamo mettere in risalto il  chiaro orizzonte di fede che ha guidato Paolo Borsellino nel suo alto magistero di magistrato che ha raggiunto il massimo della carriera a cui può e deve aspirare chi esercita questa delicata e ardua professione con spirito di autentico servizio e totale indipendenza: il martirio, l’effusione del sangue. Per amore. L’unica carriera a cui aspira ogni vero discepolo del Crocifisso risorto”.

Una fede incarnata nel suo lavoro: “La sua professione di magistrato porta dentro questa intenzionalità cristica. Autonomia teonoma: magistrato autonomo, indipendente. Uomo integro, cristiano per scelta, ‘testimone’ credibile. Un autentico cristifidelis, un vero laico cristiano. Un uomo, un magistrato, un cristiano che ha speso la sua vita per ‘una lotta d’amore’. Mi permettete, non un cattolico come tanti per etichetta, bensì mosso da una fede operante, che alimenta il principio responsabilità”.

E questa è stata la sua conclusione: “Chiunque assimila e pratica l’animo e la volontà di Paolo e di Giovanni.  Solamente questi è loro fratello e amico.  Ed oggi (in un tempo di ostentata antimafia) ce n’è un disperato bisogno!”

Anche nel discorso alla città in occasione della 401^ festa di santa Rosalia l’arcivescovo di Palermo aveva fatto un appello contro la ‘peste dell’indifferenza e della rassegnazione’: “Noi li conosciamo: Ninni, Giovanni, Francesca, Paolo, Pino, Biagio…. Sono i testimoni della giustizia, della legalità, della fede e della carità che hanno versato il sangue per Palermo e per la Sicilia e quanti – tanti – che in questa città, senza clamore, sono capaci di fare la loro parte nella feriale coerenza e nella sobria bellezza.

Stasera, miei Cari e mie Care, siamo di fronte a un’alternativa di vita o di morte. Rosalia ci mette davanti a questo bivio. O ritroviamo la vitalità dentro di noi (che significa gioia di essere accanto agli altri, gioia di costruire assieme, gioia di accogliere e di lasciarsi accogliere), ascoltando l’appello del nostro cuore, ovvero siamo destinati a un’esistenza cupa, infelice, sempre bisognosa di possesso, di controllo, di ossequio e riconoscimento forzato da parte di chi ci sta attorno. Rosalia ci grida: ‘Svegliatevi! Non restate passivi spettatori di un disastro. Non arrendetevi alla disperazione. Il bene è possibile, la vita buona è possibile’.

La Santuzza ci addita stasera l’esempio meraviglioso di papa Francesco. E’ lui l’uomo che ha scelto la parte del cuore. Colui che ha scelto la verità dell’ascolto profondo di sé e degli altri. E ha fatto risplendere nel mondo una luce diversa. Un fiume di persone, di poveri, di sconsolati sono andati a ringraziarlo il giorno dell’Eucaristia di suffragio… che meraviglia! Il bene, quello vero, ritorna! Nemmeno i potenti della terra hanno potuto sottrarsi a rendere omaggio all’autorevolezza di papa Francesco. E papa Leone si è immesso sulla stessa strada, sullo stesso cammino, con la forza delle parole evangeliche: pace, amore, unità, umiltà,  povertà”.

Il suo discorso è stato un invito a svegliarsi: “Svegliatevi, miei carissimi giovani! Svegliamoci, fratelli e sorelle di Palermo! La vita è dura, a volte impietosa. La fatica è tanta, a volte insostenibile. Ma abbiamo la vitalità per farci carico della nostra esistenza. E per farlo assieme. Per sognare assieme. Sognare, con il pastore Martin Luther King, un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli; un mondo in cui le nostre Città, la nostra Città sia seme di bellezza; una Palermo dove la mafia non ci sia più, annientata non dalla forza militare ma bensì dalla scoperta della sua inconsistenza, della sua nullità, della sua infelicità. Ecco, una Palermo, nella quale il fuoco e la luce della speranza si accenda e contagi”.

Papa Leone XIV invita ad affrontare la malattia nell’attenzione di Gesù

“Domenica scorsa è stato compiuto un vile attentato terroristico contro la comunità greco-ortodossa nella chiesa di Mar Elias a Damasco. Affidiamo le vittime alla misericordia di Dio ed eleviamo le nostre preghiere per i feriti e i familiari. Ai cristiani del Medio Oriente dico: vi sono vicino! Tutta la Chiesa vi è vicina! Questo tragico avvenimento richiama la profonda fragilità che ancora segna la Siria, dopo anni di conflitti e di instabilità. E’ quindi fondamentale che la comunità internazionale non distolga lo sguardo da questo Paese, ma continui a offrirgli sostegno attraverso gesti di solidarietà e con un rinnovato impegno per la pace e la riconciliazione”.

Al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha espresso preoccupazione per i cristiani in Medio Oriente, dopo l’attentato in una chiesa a Damasco, attraverso un appello alla pace per questa regione del mondo con le parole del profeta Isaia: “Continuiamo a seguire con attenzione e con speranza gli sviluppi della situazione in Iran, Israele e Palestina.

Le parole del profeta Isaia risuonano più che mai urgenti: ‘Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra’. Si ascolti questa voce, che viene dall’Altissimo! Si curino le lacerazioni provocate dalle sanguinose azioni degli ultimi giorni. Si respinga ogni logica di prepotenza e di vendetta e si scelga con determinazione la via del dialogo, della diplomazia e della pace”.

Mentre la catechesi dell’udienza generale è stata incentrata sulle guarigioni operate da Gesù: “Anche oggi meditiamo sulle guarigioni di Gesù come segno di speranza. In Lui c’è una forza che anche noi possiamo sperimentare quando entriamo in relazione con la sua Persona.

Una malattia molto diffusa nel nostro tempo è la fatica di vivere: la realtà ci sembra troppo complessa, pesante, difficile da affrontare. E allora ci spegniamo, ci addormentiamo, nell’illusione che al risveglio le cose saranno diverse. Ma la realtà va affrontata, e insieme con Gesù possiamo farlo bene. A volte poi ci sentiamo bloccati dal giudizio di coloro che pretendono di mettere etichette sugli altri”.

Quindi papa Leone XIV ha meditato su due episodi presi dal vangelo di Marco: “Tra queste due figure femminili, l’Evangelista colloca il personaggio del padre della ragazza: egli non rimane in casa a lamentarsi per la malattia della figlia, ma esce e chiede aiuto. Benché sia il capo della sinagoga, non avanza pretese in ragione della sua posizione sociale. Quando c’è da attendere non perde la pazienza e aspetta. E quando vengono a dirgli che sua figlia è morta ed è inutile disturbare il Maestro, lui continua ad avere fede e a sperare”.

Insomma due storie di sofferenza che si intrecciano: “Il colloquio di questo padre con Gesù è interrotto dalla donna emorroissa, che riesce ad avvicinarsi a Gesù e a toccare il suo mantello. Questa donna con grande coraggio ha preso la decisione che cambia la sua vita: tutti continuavano a dirle di rimanere a distanza, di non farsi vedere. L’avevano condannata a rimanere nascosta e isolata. A volte anche noi possiamo essere vittime del giudizio degli altri, che pretendono di metterci addosso un abito che non è il nostro. E allora stiamo male e non riusciamo a venirne fuori”.

Pur relegata riesce a trovare il coraggio di ‘uscire allo scoperto’: “Quella donna imbocca la via della salvezza quando germoglia in lei la fede che Gesù può guarirla: allora trova la forza di uscire e di andare a cercarlo. Vuole arrivare a toccare almeno la sua veste. Intorno a Gesù c’era tanta folla, e dunque tante persone lo toccavano, eppure a loro non succede niente. Quando invece questa donna tocca Gesù, viene guarita. Dove sta la differenza?”

Ricorrendo a sant’Agostino il papa ha messo in evidenza la fede che dà coraggio: “Commentando questo punto del testo, sant’Agostino dice (a nome di Gesù): ‘La folla mi si accalca intorno, ma la fede mi tocca’. E’ così: ogni volta che facciamo un atto di fede indirizzato a Gesù, si stabilisce un contatto con Lui e immediatamente esce da Lui la sua grazia. A volte noi non ce ne accorgiamo, ma in modo segreto e reale la grazia ci raggiunge e da dentro pian piano trasforma la vita”.

Ciò accade anche oggi con l’invito a superare la paura: “Forse anche oggi tante persone si accostano a Gesù in modo superficiale, senza credere veramente nella sua potenza. Calpestiamo la superficie delle nostre chiese, ma forse il cuore è altrove! Questa donna, silenziosa e anonima, vince le sue paure, toccando il cuore di Gesù con le sue mani considerate impure a causa della malattia. Ed ecco che subito si sente guarita”.

Ugualmente succede al padre, a cui è morta la figlia: “Nel frattempo, portano a quel padre la notizia che sua figlia è morta. Gesù gli dice: ‘Non temere, soltanto abbi fede!’. Poi va a casa sua e, vedendo che tutti piangono e gridano, dice: ‘La bambina non è morta, ma dorme’… Quel gesto di Gesù ci mostra che Lui non solo guarisce da ogni malattia, ma risveglia anche dalla morte. Per Dio, che è Vita eterna, la morte del corpo è come un sonno. La morte vera è quella dell’anima: di questa dobbiamo avere paura”.

L’ultima annotazione del papa ha evidenziato l’attenzione di Gesù al nutrimento del guarito: “Un ultimo particolare: Gesù, dopo aver risuscitato la bambina, dice ai genitori di darle da mangiare. Ecco un altro segno molto concreto della vicinanza di Gesù alla nostra umanità. Ma possiamo intenderlo anche in senso più profondo e domandarci: quando i nostri ragazzi sono in crisi e hanno bisogno di un nutrimento spirituale, sappiamo darglielo? E come possiamo se noi stessi non ci nutriamo del Vangelo?

Cari fratelli e sorelle, nella vita ci sono momenti di delusione e di scoraggiamento, e c’è anche l’esperienza della morte. Impariamo da quella donna, da quel padre: andiamo da Gesù: Lui può guarirci, può farci rinascere. Gesù è la nostra speranza!”

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai seminaristi: servitori di una Chiesa missionaria

“Sono molto contento di incontrarvi e ringrazio tutti, seminaristi e formatori, per la vostra calorosa presenza. Grazie innanzitutto per la vostra gioia e questo vostro entusiasmo. Grazie perché con la vostra energia voi alimentate la fiamma della speranza nella vita della Chiesa!”: oggi nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha incontrato i futuri sacerdoti riuniti per il loro giubileo, invitandoli alla preghiera ed al discernimento per essere ‘testimoni di speranza’ ed evangelizzatori ‘miti e forti’ in un mondo segnato da conflitti, narcisismo e sete di potere.

Destreggiandosi tra l’italiano e lo spagnolo papa Leone XIV li ha invitati ad essere testimoni della speranza con coraggio: “Oggi non siete solo pellegrini, ma anche testimoni di speranza: la testimoniate a me e a tutti, perché vi siete lasciati coinvolgere dall’avventura affascinante della vocazione sacerdotale in un tempo non facile. Avete accolto la chiamata a diventare annunciatori miti e forti della Parola che salva, servitori di una Chiesa aperta e una Chiesa in uscita missionaria.

E dico una parola anche in spagnolo: grazie per aver accettato con coraggio l’invito del Signore a seguirlo, ad essere discepoli, a entrare in Seminario. Bisogna essere coraggiosi e non abbiate paura! A Cristo che chiama voi state dicendo ‘sì’, con umiltà e coraggio; e questo vostro ‘eccomi’, che rivolgete a Lui, germoglia dentro la vita della Chiesa e si lascia accompagnare dal necessario cammino di discernimento e formazione”.

Però l’incontro con Gesù avviene attraverso l’amicizia: “Gesù, lo sapete, vi chiama anzitutto a vivere un’esperienza di amicizia con Lui e con i compagni di cordata; un’esperienza destinata a crescere in modo permanente anche dopo l’Ordinazione e che coinvolge tutti gli aspetti della vita. Non c’è niente di voi, infatti, che debba essere scartato, ma tutto dovrà essere assunto e trasfigurato nella logica del chicco di grano, al fine di diventare persone e preti felici, ‘ponti’ e non ostacoli all’incontro con Cristo per tutti coloro che vi accostano. Sì, Lui deve crescere e noi diminuire, perché possiamo essere pastori secondo il suo Cuore”.

Ed ha chiesto di mettere al centro della lor azione il Cuore di Gesù, riprendendo l’enciclica ‘Dilexit nos’ di papa Francesco: “Oggi in modo particolare, in un contesto sociale e culturale segnato dal conflitto e dal narcisismo, abbiamo bisogno di imparare ad amare e di farlo come Gesù. Come Cristo ha amato con cuore di uomo, voi siete chiamati ad amare con il Cuore di Cristo! Amare con il cuore di Gesù. Ma per apprendere quest’arte bisogna lavorare sulla propria interiorità, dove Dio fa sentire la sua voce e da dove partono le decisioni più profonde; ma che è anche luogo di tensioni e di lotte, da convertire perché tutta la vostra umanità profumi di Vangelo”.

Riprendendo il pensiero di sant’Agostino papa Leone XIV ha invitato a ‘ritornare’ al cuore: “Il primo lavoro dunque va fatto sull’interiorità. Ricordate bene l’invito di Sant’Agostino a ritornare al cuore, perché lì ritroviamo le tracce di Dio. Scendere nel cuore a volte può farci paura, perché in esso ci sono anche delle ferite. Non abbiate paura di prendervene cura, lasciatevi aiutare, perché proprio da quelle ferite nascerà la capacità di stare accanto a coloro che soffrono. Senza la vita interiore non è possibile neanche la vita spirituale, perché Dio ci parla proprio lì, nel cuore”.

Ed in spagnolo ha sottolineato che si deve imparare ad ascoltare Dio che parla al cuore: “Dio ci parla nel cuore, dobbiamo saperlo ascoltare. Di questo lavoro interiore fa parte anche l’allenamento per imparare a riconoscere i movimenti del cuore: non solo le emozioni rapide e immediate che caratterizzano l’animo dei giovani, ma soprattutto i vostri sentimenti, che vi aiutano a scoprire la direzione della vostra vita. Se imparerete a conoscere il vostro cuore, sarete sempre più autentici e non avrete bisogno di mettervi delle maschere”.

Questo ascolto interiore avviene attraverso la preghiera con l’invocazione allo Spirito Santo: “E la strada privilegiata che ci conduce nell’interiorità è la preghiera: in un’epoca in cui siamo iperconnessi, diventa sempre più difficile fare l’esperienza del silenzio e della solitudine. Senza l’incontro con Lui, non riusciamo neanche a conoscere veramente noi stessi.

Vi invito a invocare frequentemente lo Spirito Santo, perché plasmi in voi un cuore docile, capace di cogliere la presenza di Dio, anche ascoltando le voci della natura e dell’arte, della poesia, della letteratura e della musica, come delle scienze umane. Nell’impegno rigoroso dello studio teologico, sappiate altresì ascoltare con mente e cuore aperti le voci della cultura, come le recenti sfide dell’intelligenza artificiale e quelle dei social media. Soprattutto, come faceva Gesù, sappiate ascoltare il grido spesso silenzioso dei piccoli, dei poveri e degli oppressi e di tanti, soprattutto giovani, che cercano un senso per la loro vita”.

Ed attraverso la cura del cuore avviene il discernimento: “Se vi prenderete cura del vostro cuore, con i momenti quotidiani di silenzio, meditazione e preghiera, potrete apprendere l’arte del discernimento. Anche questo è un lavoro importante: imparare a discernere. Quando siamo giovani, ci portiamo dentro tanti desideri, tanti sogni e ambizioni. Il cuore spesso è affollato e capita di sentirsi confusi.

Invece, sul modello della Vergine Maria, la nostra interiorità deve diventare capace di custodire e meditare. Capace di synballein, come scrive l’evangelista Luca: mettere insieme i frammenti. Guardatevi dalla superficialità, e mettete insieme i frammenti della vita nella preghiera e nella meditazione, chiedendovi: quello che sto vivendo cosa mi insegna? Cosa sta dicendo al mio cammino? Dove mi sta guidando il Signore?”

Ed infine si è rivolto a loro con un’esortazione a testimoniare Cristo: “In un mondo dove spesso c’è ingratitudine e sete di potere, dove a volte sembra prevalere la logica dello scarto, voi siete chiamati a testimoniare la gratitudine e la gratuità di Cristo, l’esultanza e la gioia, la tenerezza e la misericordia del suo Cuore. A praticare lo stile di accoglienza e vicinanza, di servizio generoso e disinteressato, lasciando che lo Spirito Santo ‘unga’ la vostra umanità prima ancora dell’ordinazione”.

E’ stato un invito ad avere un cuore ‘compassionevole’ come quello di Gesù: “Il Cuore di Cristo è animato da un’immensa compassione: è il buon Samaritano dell’umanità e ci dice: ‘Va’ e anche tu fa’ così’. Questa compassione lo spinge a spezzare per le folle il pane della Parola e della condivisione, lasciando intravedere il gesto del Cenacolo e della Croce, quando avrebbe dato sé stesso da mangiare, e ci dice: ‘Voi stessi date loro da mangiare’, cioè fate della vostra vita un dono d’amore”.

Augurando un buon cammino il papa li ha invitati ad appassionarsi della vita sacerdotale: “Cari Seminaristi, la saggezza della Madre Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, nel corso del tempo cerca sempre le modalità più adatte alla formazione dei ministri ordinati, secondo le esigenze dei luoghi. In questo impegno, qual è il vostro compito?

E’ quello di non giocare mai al ribasso, di non accontentarvi, di non essere solo ricettori passivi, ma appassionarvi alla vita sacerdotale, vivendo il presente e guardando al futuro con cuore profetico. Spero che questo nostro incontro aiuti ciascuno di voi ad approfondire il dialogo personale con il Signore, in cui chiedergli di assimilare sempre più i sentimenti di Cristo, i sentimenti del suo Cuore. Quel Cuore che palpita d’amore per voi e per tutta l’umanità”.

(Foto: Santa Sede)

Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di papa Francesco: la preghiera davanti alla tomba di Re Baldovino del Belgio

La preghiera di Papa Francesco (1936-2025) davanti alla tomba del re Baldovino di Sassonia Coburgo Gotha (1930-1993), è una delle istantanee più suggestive del viaggio apostolico di Bergoglio in Belgio, Paese visitato tra il 26 e il 29 settembre, dopo una breve tappa in Lussemburgo.

In tale occasione il Pontefice ha elogiato pubblicamente il coraggio del sovrano per aver scelto nel 1990 di «lasciare il suo posto da Re per non firmare una legge omicida», ovvero quella che ha legalizzato l’aborto in Belgio. Per la pubblica testimonianza in favore della vita Papa Francesco ha auspicato che la causa di beatificazione di colui che è stato Re del Belgio per oltre quarant’anni (dal 1951 al 1993) proceda e, dopo la scomparsa di Bergoglio, ci auguriamo davvero che tale indicazione abbia seguito.

A tal fine la pubblicazione avvenuta la scorsa settimana, a firma del giornalista Fulvio Fulvi, di una nuova e ben documentata biografia di Baldovino (Edizioni Ares, Milano 2025, pp. 144, euro 16), non può che fare piacere. Del resto questo sovrano è stato un personaggio molto amato, in patria e non solo, per le sue doti di equilibrio e saggezza, capacità di ascolto e servizio.

Al suo funerale, il 7 agosto 1993, la nazione intera si è stretta intorno a lui e nella sua omelia il primate del Belgio, il cardinale Godfried Danneels (1933-2019), ha pronunciato a suo riguardo parole forti e solenni dando eco ai sentimenti di molti. «Vi sono Re che sono più che Re -ha detto fra l’altro -: sono i pastori del loro popolo. Non si limitano a regnare, amano, fino a dare la propria vita. Tale è stato Re Baldovino. Egli amava. La sua intelligenza politica affondava le proprie radici profonde nel cuore, il suo savoir-faire gli derivava dalla sua forza d’amare. Il segreto del suo regno era il suo cuore.

È stato un Re secondo il cuore degli uomini. Ci amava, noi l’amavamo. Quest’uomo discreto, silenzioso, sempre sorridente, infinitamente delicato, aveva un cuore largo come le spiagge lungo il mare. Vi nascondeva tutte le gioie e tutte le sofferenze del suo Paese e del suo popolo. Quest’uomo portava in sé un calore, una capacità di ascolto ed empatia difficilmente immaginabili».

Baldovino di Sassonia Coburgo Gotha, comunque, è stato una personalità autorevole e influente non solo per il Belgio ma anche per la storia dell’Europa del secondo Novecento. Nel libro di Fulvi si ripercorrono a questo proposito eventi significativi come la deportazione del futuro re con la famiglia durante il dominio del continente da parte del nazionalsocialismo, gli anni del collegio svizzero e, soprattutto, la sua salita al trono poco più che ventenne. Nel 1951 il nuovo Re dovette affrontare la grave crisi in cui versava la sua nazione dopo la Seconda guerra mondiale che cercò di rimediare con equilibrio, saggezza e lungimiranza. In seguito, si adoperò con convinzione e da protagonista per l’ingresso del Belgio nell’Ue e nell’Alleanza Atlantica.

Figura indelebile della vita di Baldovino è naturalmente quella della moglie, la regina Fabiola. Compagna inseparabile di vita e di fede e sua prima confidente, ebbe un ruolo di primo piano anche nello snodo più importante (dal punto vista etico e valoriale) del suo regno, ovvero quando, nel 1990, Baldovino sospese il suo incarico piuttosto che firmare la legge favorevole all’aborto votata dal Governo. In questa decisione risultò decisivo l’incontro segreto che i sovrani ebbero con un frate al santuario di Loreto. È questo il “gran rifiuto” di Baldovino, lodato da Papa Francesco durante la sua visita pastorale a Bruxelles, nella quale ha avuto anche modo, come accennato, di sollecitare ai vescovi locali l’apertura del processo per la beatificazione del re.

Fulvio Fulvi, giornalista e scrittore, ha lavorato per le redazioni Interni e Agorà del quotidiano cattolico Avvenire. È autore di numerose biografie e saggi sul cinema, tra i quali: Poliziotti senza paura. Stelvio Massi e il cinema d’azione (Il Foglio Letterario 2010); Il desiderio nasce dallo sguardo. Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme (Unmondoaparte 2012), Il vero volto di don Camillo. Vita & Storie di Fernandel (Ares 2015); Lo spirito di Giulietta Masina, storia di un’antidiva (Edizioni La Fronda 2021); Graham Greene. Il tormento e la fede (Ares 2023).

San Giovanni Paolo II: un papa nella storia

San Giovanni Paolo II

Karol Józef Wojtyła nacque il 18 maggio 1920 a Wadowice, cittadina polacca situata a 48 km a sud-ovest di Cracovia. Era il terzo figlio di Emilia, nata Kaczorowska (1884-1929), e di Karol Wojtyła senior (1879-1941). Essendo un ex ufficiale dell’esercito austro-ungarico, egli volle dare al terzogenito il nome dell’ultimo imperatore asburgico, Carlo I ma,  durante la giovinezza, venne  chiamato da amici e  familiari ‘Lolek’.  Karol subì varie perdite tra cui la madre nel 1929. Quando Karol, che aveva nove anni, seppe della notizia, disse: ‘Era la volontà di Dio’.

Dopo questo evento, suo padre, uomo molto religioso, si impegnò  per fare studiare il figlio Karol, il quale visse la sua gioventù  in stretto contatto anche con  l’allora numerosa comunità ebraica di Wadowice. Nell’estate del 1938, Karol e il padre, da Wadowice si trasferirono a Cracovia. Qui il giovane si iscrisse all’Università Jagellonica nel semestre autunnale. Nel suo primo anno, non si limitò a studiare filologia, lingua e letteratura polacca, ma  prese anche lezioni private di francese.

Lavorò come bibliotecario volontario e fece l’addestramento militare obbligatorio nella legione accademica. Alla fine dell’anno accademico 1938-1939, impersonò il ruolo di Sagittarius nell’opera fiabesca ‘The Moonlight Cavalier’, prodotta da una compagnia teatrale sperimentale e studiò  varie lingue, così da conoscerne e parlarne undici: polacco, slovacco, russo, italiano, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, ucraino, inglese, latino ecclesiastico ed esperanto.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Karol e suo padre fuggirono da Cracovia verso est, come migliaia di altri polacchi. Durante la fuga, a volte, si nascosero nei fossi per sfuggire alla Luftwaffe. Dopo avere camminato per duecento chilometri, a causa dell’invasione sovietica della Polonia, furono costretti a tornare a Cracovia.

Nel novembre seguente, 184 accademici dell’Università Jagellonica furono arrestati e l’Università chiusa. Tutti i maschi abili furono costretti a lavorare. Nel primo anno di guerra Karol lavorò come fattorino per un ristorante. Questo lavoro gli permise di continuare gli studi,  la carriera teatrale e atti di resistenza culturale. Intensificò anche lo studio del francese.

Anche grazie al sostegno della sua insegnante di francese, dall’autunno del 1940, Karol iniziò a lavorare nelle cave di pietra della Solvay.  Questo lo risparmiò dal lavoro forzato in Germania. L’azienda, infatti, produceva soda caustica, particolarmente importante nel periodo bellico. Il lavoro presso la Solvay durò fino al 1944, nel frattempo, il padre morì nel 1941. Nel 1942, Karol entrò nel seminario clandestino diretto dall’arcivescovo di Cracovia Sapieha. Il 29 febbraio 1944, tornando a casa dal lavoro alla cava, fu investito da un camion tedesco, perse coscienza e passò due settimane in ospedale, riportando un trauma cranico acuto, numerose escoriazioni e una ferita alla spalla. Secondo la biografia del papa, scritta da George Weigel, essere sopravvissuto a questo, confermò a Wojtyła la propria vocazione religiosa.

Nel 1944, dopo la rivolta di Varsavia, il 6 agosto la Gestapo rastrellò Cracovia, deportando i giovani maschi per evitare una simile ribellione. Quando la Gestapo perquisì la casa di Wojtyła, egli riuscì a scampare alla deportazione nascondendosi dietro una porta. Si rifugiò nel Palazzo vescovile, dove rimase fino alla fine della guerra. Quando i tedeschi lasciarono la città, i seminaristi restaurarono il vecchio seminario.

Karol Wojtyła venne ordinato presbitero il 1º novembre 1946 dall’arcivescovo di Cracovia, poi si trasferì  a Roma per continuare  gli studi teologici presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino. Nella tesi di dottorato, che aveva per tema la dottrina della fede in San Giovanni della Croce, Wojtyła si concentrò sulla natura personale dell’incontro tra l’uomo e Dio.

Nel 1948, la sua prima missione pastorale fu nel paesino di Niegowić, a venticinque chilometri da Cracovia. Nel 1949, fu trasferito nella parrocchia di San Floriano a Cracovia. Insegnò etica all’Università Jagellonica e, poi, all’Università Cattolica di Lublino.

A Cracovia si distinse per la sua attività di opposizione al regime comunista. In particolare, fece pubblicare a puntate nel suo giornale diocesano alcuni libri usciti all’epoca e colpiti dalla censura comunista. Tra questi Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e Lettera a un bambino mai nato della scrittrice fiorentina Oriana Fallaci. Nel 1958, fu nominato vescovo titolare di Ombi e ausiliare di Cracovia, e quattro anni dopo assunse la guida dell’arcidiocesi come vicario capitolare. Il 13 gennaio 1964, papa Paolo VI lo nominò arcivescovo di Cracovia.

Wojtyła partecipò al Concilio Vaticano II, contribuendo ai documenti per la stesura della Dignitatis Humanae e della Gaudium et Spes, due dei documenti storici più importanti e influenti prodotti dal concilio intervenendo saggiamente in vari schemi preparatori. Poi partecipò alla  Pontificia commissione per il controllo della popolazione e delle nascite.

Il 26 giugno 1967 fu nominato cardinale di San Cesareo in Palatio da papa Paolo VI. Nell’agosto del 1978, dopo la morte di Paolo VI, partecipò al conclave che si concluse con l’elezione di Albino Luciani, ( papà Giovanni Paolo I), il patriarca di Venezia, il quale fu papa per soli 33 giorni.  In ottobre, Wojtyła fece ritorno in Vaticano per il nuovo conclave.

Dopo 455 anni dalla nomina di papa  Adriano VI, eletto nel 1522, il quale era olandese, fu chiamato a capo delia Chiesa un papa straniero. Nonostante i favoriti fossero Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, e Giovanni Benelli, arcivescovo di Tusuros (Senegal) Wojtyła, venne eletto all’ottavo scrutinio, con grande stupore di tutto il mondo.

Alle 18:18 del 16 ottobre 1978 dal comignolo della Sistina si levò la fumata bianca. Poco meno di mezz’ora dopo, alle 18:45, il cardinale protodiacono Pericle Felici annunciò l’avvenuta elezione. Pare che Wojtyła volesse scegliere come nome pontificale Stanislao, in onore del santo patrono della Polonia. Non essendo però un nome che rientrava nella tradizione romana, il papa scelse di chiamarsi Giovanni Paolo II, per ricordare il predecessore. Pare che Papa Luciani avesse detto di volersi chiamare Giovanni Paolo I perché certo che sarebbe venuto un Giovanni Paolo II.

Quando si presentò alla folla, contrariamente a quanto previsto dal cerimoniale, decise di rivolgere un discorso di saluto, definendosi «un nuovo vescovo di Roma […] chiamato da un paese lontano» e catturando la simpatia degli italiani dicendo: «se mi sbaglio mi corrigerete!».

Nell’ Omelia per la messa di inizio del pontificato, il papà disse: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!» 

Egli continuò a rinnovare le celebrazioni e ad avvicinarsi alla gente facendo a meno di parte della simbologia e del cerimoniale tradizionale al fine di rendere il suo pontificato meno simile a un vero e proprio regno. Decise anche di non usare il plurale maiestatis, riferendosi a sé stesso con ‘Io’ e non con i ‘Noi’. Celebrò una semplice messa al posto della tradizionale cerimonia di incoronazione papale. Il suo stemma, come quello dei predecessori, fu sormontato dal triregno un copricapo extra-liturgico adottato dai papi, sia negli stemmi sia nelle apparizioni pubbliche, visto spesso come un simbolo di potere terreno e di ricchezza, ma egli disse:

“Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi”.

Così egli utilizzò la mitra. Il papa volle iniziare il suo pontificato rendendo omaggio ai due patroni d’Italia, visitando Assisi, per venerare san Francesco e la basilica di Santa Maria sopra Minerva in Roma, per venerare la tomba di santa Caterina da Siena. Il suo pontificato fu caratterizzato da un’intensa attività pastorale in tutto il mondo, operando per la pace, il miglioramento delle relazioni con le altre religioni, in primo luogo con anglicani e ortodossi. Riconobbe ufficialmente lo Stato di Israele e chiese perdono per le mancanze e i peccati dei cristiani verso i ‘fratelli maggiori’ nel corso dei secoli.

Il presidente della Repubblica Italiana indica  persone per vivere l’anno nuovo

Anno nuovo con il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, che domenica scorsa, a sorpresa, si è recato a Caivano, partecipando alla celebrazione eucaristica, officiata da don Maurizio Patriciello, nella chiesa dei Santissimi Apostoli della parrocchia del Parco Verde, ringraziando il parroco per l’opera che svolge nella comunità di Caivano: “Gli auguri non sono soltanto per l’anno che è appena cominciato ma sono per il futuro. Specialmente per i bambini e i ragazzi, su di loro ci sono le speranze della comunità. A loro auguriamo un futuro di crescita, di serenità, di lavoro e cultura”.

Al termine della visita don Maurizio Patriciello ha ringraziato il presidente Mattarella per aver testimoniato la presenza dello Stato: “Non me l’aspettavo. Si è presentato mezz’ora prima della Messa il prefetto dicendomi che oggi ci sarebbe stata una sorpresa. Fino a qualche tempo fa dicevo che lo Stato è un signore distinto ma distante. Oggi dico che lo Stato è un signore distinto ma non più distante”.

Una presenza dello Stato manifestata anche nel discorso del presidente della Repubblica italiana di fine anno, ricordando le difficoltà di vivere la pace: “Nella notte di Natale si è diffusa la notizia che a Gaza una bambina di pochi giorni è morta assiderata. Nella stessa notte di Natale feroci bombardamenti russi hanno colpito le centrali di energia delle città dell’Ucraina per costringere quella popolazione civile al buio e al gelo. Gli innocenti rapiti da Hamas, e tuttora ostaggi, vivono un secondo inizio di anno in condizioni disumane. Queste forme di barbarie non risparmiano neppure il Natale e le festività più sentite. Eppure mai come adesso la pace grida la sua urgenza”.

Ed ha sottolineato la necessità per i cittadini di conoscere la Costituzione italiana: “Abbiamo il dovere di osservare la Costituzione che indica norme imprescindibili sulla detenzione in carcere. Il sovraffollamento vi contrasta e rende inaccettabili anche le condizioni di lavoro del personale penitenziario. I detenuti devono potere respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti alla illegalità e al crimine. Su questo sono impegnati generosi operatori, che meritano di essere sostenuti”.

Inoltre è importante non dimenticare persone che nello scorso anno hanno prospettato traiettorie importanti per la vita: “Ho incontrato valori e comportamenti positivi e incoraggianti nel volto, nei gesti, nelle testimonianze di tanti nostri concittadini. Li ho incontrati nel coraggio di chi ha saputo trasformare il suo dolore, causato da un evento della vita, in una missione per gli altri. Li ho letti nelle parole di Sammy Basso che insegnano a vivere una vita piena, oltre ogni difficoltà”.

Ma anche nei ragazzi e nelle ragazze che ogni giorno lottano per difendere la dignità della persona: “Si trovano nel rumore delle ragazze e dei ragazzi che non intendono tacere di fronte allo scandalo dei femminicidi. Siamo stati drammaticamente coinvolti nell’orrore per l’inaccettabile sorte di Giulia Cecchettin e, come lei, di tante altre donne uccise dalla barbarie di uomini che non rispettano la libertà e la dignità femminile e, in realtà, non rispettano neppure sé stessi”.

Questi sono alcuni esempi di chi crede nel bene comune che invitano a non ‘cadere’ nell’indifferenza: “Ho fatto riferimento ad alcuni esempi di persone che hanno scelto di operare per il bene comune perché è proprio questa trama di sentimenti, di valori, di tensione ideale quel che tiene assieme le nostre comunità e traduce in realtà quella speranza collettiva che insieme vogliamo costruire.

E’ questa medesima trama che ci consentirà di evitare quelle divaricazioni che lacerano le nostre società producendo un deserto di relazioni, un mondo abitato da tante solitudini. Siamo tutti chiamati ad agire, rifuggendo da egoismo, rassegnazione o indifferenza”.

Senza dimenticare il messaggio del presidente della Repubblica a papa Francesco per ringraziare del messaggio in occasione del messaggio per la Giornata mondiale per la pace con l’invito a ‘seguire’ i suoi suggerimenti: “Affinché, come Ella auspica, il 2025 possa essere un anno in cui ‘cresca la pace’, Vostra Santità suggerisce gesti urgenti e coraggiosi.

Spetta a ciascuno, individualmente e nel contesto sociale di riferimento, raccogliere questo invito a credere nel dialogo e nella pace, a fare di più per gestire con efficacia il fenomeno strutturale delle migrazioni, il degrado ambientale, i rischi e le opportunità connessi alle nuove tecnologie. Tutti temi che investono il futuro dell’umanità e sui cui quali il Suo alto Magistero pone massima attenzione”.

Auguri di buon anno!!!

(Foto: facebook don Patriciello)

Natale di speranza: il coraggio silenzioso delle madri dimenticate

In attesa del Natale, il mio cuore è rivolto a tutte le mamme che, in questo periodo, mi hanno cercato, contattato e incontrato. Sono donne che portano con sé un dolore profondo, nei cui volti si leggono i segni di una sofferenza che, a volte, sembra non avere fine. Si trovano ad affrontare momenti di grande difficoltà, segnati dalla solitudine e dalla disperazione. Sono mamme che spesso portano sulle spalle il peso insostenibile del senso di colpa, donne che si sentono inadeguate e che convivono con il cuore ferito per un figlio smarrito, inghiottito dal buio di un bosco diabolico che sembra non avere vie d’uscita.

Ho incontrato madri che vivono questo dolore in completa solitudine, lontane dalle attenzioni istituzionali, abbandonate dalle parole di conforto e, a volte, ferite ulteriormente da sguardi giudicanti. Ho sofferto con loro. Ho condiviso l’angoscia di quei lunghi momenti di attesa, aspettando un messaggio, una telefonata. Ho visto la loro disperazione mentre cercavano un figlio tra le sterpaglie di quel bosco maledetto, un luogo che sembra non conoscere speranza.

Sono state mamme che hanno provato in tutti i modi a portare i loro figli lungo un percorso di recupero, a dar loro una possibilità di salvezza, ma …. Mamme che hanno lottato, che hanno cercato aiuto, che hanno insistito per dare ai loro figli una chance di rialzarsi, senza mai arrendersi. Eppure, nonostante ogni tentativo, ogni sacrificio, si sono trovate a dover affrontare la realtà di un cammino difficile, che sembrava non portare a nulla.

Madri che hanno visto i loro ragazzi spegnersi sotto il peso della droga, della disperazione, e a quelle che non ricevono notizie dei propri figli da mesi, forse da anni. Madri che appendono volantini con le foto dei loro figli scomparsi, madri che attraversano il freddo e l’oscurità dei boschi come quello di Rogoredo, sfidando la paura e i venditori di morte, pur di intravedere ancora, anche solo per un istante, lo sguardo di un figlio amato.

Queste sono storie troppo spesso dimenticate, vite spezzate troppo presto. Eppure, quei figli restano impressi per sempre nel cuore di chi li ha amati, perché l’amore di una madre non si arrende mai. Eppure, anche in questo buio che sembra senza fine, credo ancora nella speranza. Credo che, persino nei luoghi più oscuri, possa accendersi una piccola luce, una luce capace di ricordarci che non tutto è perduto. Anche nel dolore più profondo è possibile trovare la forza di rialzarsi, di ricominciare, di sperare ancora.

A queste mamme coraggiose e sofferenti va il mio pensiero più sincero. Che possano trovare, dentro di loro, la forza di continuare a camminare, anche sotto il peso della loro croce. Che la luce di questo Natale, con il suo messaggio di rinascita, entri nei loro cuori, illumini le notti più buie e porti conforto e speranza.

A quelle madri che lottano senza tregua, che non dormono più, che si sentono sfinite e senza più forze, voglio dire con tutto il cuore: non arrendetevi mai, sono con voi! Anche quando il cuore si spezza, anche quando tutto sembra perduto, c’è sempre una ragione per sperare. Perché l’amore di una madre può vincere il buio e diventare quella luce che guida, passo dopo passo, un figlio smarrito verso casa.

Auguro a queste donne e ai loro figli, ovunque si trovino, che questo Natale porti con sé un soffio di speranza, un sorriso inatteso e una nuova forza per credere in un domani migliore. Perché, anche nei momenti più difficili, la vita non smette mai di sorprenderci con la sua capacità di rinascere.

Papa Francesco ai Gesuiti: seguite l’esempio di p. Matteo Ricci

Nei giorni scorsi La Civiltà Cattolica ha pubblicato l’incontro di papa Francesco con i gesuiti avvenuto durante il viaggio apostolico in Lussemburgo ed in Belgio alla presenza di circa 150 gesuiti, residenti in Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi, tra cui il provinciale della Provincia dell’Europa occidentale francofona, p. Thierry Dobbelstein, ed il superiore della Regione indipendente dei Paesi Bassi, p. Marc Desmet, alla presenza anche del card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per lo sviluppo umano integrale:

“Buonasera a tutti! Sono stato qui in questo luogo altre due volte in passato e mi fa piacere tornarvi. Devo dirvi la verità: una volta qui ho commesso un furto. Andavo a celebrare la Messa, e ho visto un plico di fogli che mi ha incuriosito. Erano dispense di lezioni sul libro di Giobbe. Quell’anno in Argentina dovevo fare lezioni proprio su Giobbe. Ho sfogliato le pagine e mi hanno colpito. Alla fine, quegli appunti me li sono presi!”

Molte le domande, ma soprattutto la prima si è concentrata sulla missione dei Gesuiti nel Nord Europa: “Guarda, non conosco bene la vostra situazione, e quindi non so dire quale debba essere la vostra missione in questo contesto specifico. Ma posso dirti una cosa: il gesuita non deve spaventarsi di nulla. E’ un uomo in tensione tra due forme di coraggio: coraggio di cercare Dio nella preghiera e coraggio di andare alle frontiere.

Questa è davvero la ‘contemplatività’ nell’azione. Credo che sia proprio questa la missione principale dei gesuiti: immergersi nei problemi del mondo e lottare con Dio nella preghiera. C’è una bella allocuzione di san Paolo VI ai gesuiti all’inizio della Congregazione Generale XXXII: nei crocevia delle situazioni complesse c’è sempre un gesuita, diceva. Quella allocuzione è un capolavoro e dice chiaramente ciò che la Chiesa vuole dalla Compagnia. Vi chiedo di leggere quel testo. Lì troverete la vostra missione”.

Eppoi sull’inculturazione ha citato l’esempio di p. Matteo Ricci: “Il limite dell’inculturazione lo troviamo studiando gli inizi della Compagnia. I vostri maestri siano p. Matteo Ricci, p. Roberto De Nobili, e gli altri grandi missionari che pure hanno spaventato alcuni nella Chiesa per la loro azione coraggiosa. Questi nostri maestri hanno tracciato il limite dell’inculturazione. Inculturazione della fede ed evangelizzazione della cultura vanno sempre insieme.

Dunque, qual è il limite? Non c’è un limite fisso! Lo si deve cercare nel discernimento. E si discerne pregando. Mi colpisce, e lo ripeto sempre: nel suo ultimo discorso p. Arrupe diceva di lavorare sulle frontiere e insieme di non dimenticare mai la preghiera. E la preghiera del gesuita si sviluppa nelle situazioni limite, difficili. Questa è la cosa bella della nostra spiritualità: rischiare”.

Eppoi ha risposto ad una domanda sul ruolo della donna nella Chiesa: “Ripeto spesso che la Chiesa è donna. Vedo la donna nel cammino dei carismi, e non voglio limitare il discorso del ruolo della donna nella Chiesa al tema del ministero. Poi, in generale, maschilismo e femminismo sono logiche di «mercato». In questo tempo sto cercando sempre di più di far entrare le donne in Vaticano con ruoli di responsabilità sempre più alta. E le cose stanno cambiando: lo si vede e lo si sente. La vicegovernatrice dello Stato è una donna.

Poi il Dicastero per lo sviluppo umano integrale ha anch’esso come vice una donna. Nell’équipe per la nomina dei vescovi ci sono tre donne, e da quando ci sono loro che selezionano i candidati, le cose vanno molto meglio: sono acute nei loro giudizi. Nel Dicastero per i religiosi la vice è una donna. La vice del Dicastero per l’economia è una donna. Le donne, insomma, entrano in Vaticano con ruoli di alta responsabilità: proseguiremo su questa strada. Le cose funzionano meglio di prima”.

E non poteva mancare una domanda sull’apostolato culturale: “L’apostolato intellettuale è importante ed è parte della nostra vocazione di gesuiti, che devono essere presenti nel mondo accademico, nella ricerca e anche nella comunicazione. Sia chiaro: quando le Congregazioni Generali della Compagnia di Gesù dicono di inserirsi nel popolo e nella storia non significa ‘fare il carnevale’, ma inserirsi nei contesti anche più istituzionali, vorrei dire, con qualche ‘rigidità’, nel buon senso della parola. Non bisogna cercare sempre l’informalità”.

Infine sulle migrazioni: “Il problema della migrazione deve essere affrontato e studiato bene, e questo è vostro compito. Il migrante deve essere ricevuto, accompagnato, promosso e integrato. Non deve mancare nessuna di queste quattro azioni, altrimenti è un problema serio. Un migrante che non è integrato finisce male, ma finisce male anche la società nella quale si ritrova. Pensate, ad esempio, a quel che è accaduto a Zaventem, qui in Belgio: quella tragedia è anche frutto di una mancata integrazione.

E questo lo dice la Bibbia: bisogna prendersi cura della vedova, del povero e dello straniero. La Chiesa deve prendere sul serio il lavoro con i migranti. Io conosco il lavoro di «Open Arms», ad esempio. Nel 2013 sono stato a Lampedusa per fare luce sul dramma migratorio. Ma aggiungo una cosa che mi sta a cuore e che sto ripetendo spesso: l’Europa non ha più figli, sta invecchiando. Ha bisogno dei migranti perché si rinnovi la vita. E’ diventata ormai una questione di sopravvivenza”.

(Foto: Civiltà Cattolica)

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