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Dalla festa di santa Rita da Cascia un messaggio di pace che attraversa i confini del mondo

A un mese dalla Festa, Cascia si prepara ad accogliere uno degli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno, capace ogni volta di unire fede, emozione e comunità. Il 22 maggio 2026 la Festa di Santa Rita torna a riunire migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo per rendere omaggio a Santa Rita, tra le Sante più amate, simbolo universale di perdono, pace e speranza. Un evento che è insieme spirituale e popolare, ma anche profondamente solidale e benefico, capace di trasformare la devozione in gesti concreti di vicinanza ai più fragili e di rin-novare, anno dopo anno, il suo valore come uno dei momenti più significativi della devozione in-ternazionale.

L’edizione 2026 assume un significato particolarmente rilevante per il forte richiamo al tema della pace, in continuità con il messaggio di santa Rita e con le parole di papa Leone XIV. Entrambi, appartenenti all’Ordine agostiniano, condividono una visione fondata su perdono, riconciliazione e unità. Questo legame si rafforza ulteriormente quest’anno grazie al gemellaggio che ha unito Cascia a Chicago, città natale del Papa, dove è stata accesa la Fiaccola del Perdono e della Pace di Santa Rita. La fiaccola sarà poi benedetta dal Pontefice il 20 maggio in Piazza San Pietro, suggellando un simbolico legame tra comunità e continenti e rafforzando un messaggio universale di pace:

“Nel tempo che stiamo vivendo, attraversato da conflitti e profonde divisioni, il messaggio di Santa Rita risuona con una forza ancora più urgente e necessaria, dichiara Suor Maria Grazia Cossu, madre Badessa del monastero. La sua vita ci insegna che la pace non è un’utopia, ma una scelta concreta che nasce dal perdono, dalla riconciliazione e dal coraggio di amare anche quando è più difficile”. La madre Badessa sottolinea inoltre il valore simbolico della Fiaccola, che quest’anno unisce idealmente Cascia, Chicago e Roma:

“E’ molto più di un segno: è un appello che attraversa i confini e interpella la coscienza di ciascuno. In sintonia con il forte richiamo alla pace di Papa Leone XIV, vogliamo dire con chiarezza che non possiamo abituarci alla guerra, né rassegnarci alla divisione”. Un messaggio che si traduce in un invito concreto: “A Santa Rita affidiamo il grido di pace che sale dai popoli e dalle famiglie, perché si trasformi in gesti di dialogo, accoglienza e fraternità. E’ questo oggi il compito che ci viene consegnato: essere, ciascuno nel proprio quotidiano, costruttori di pace”.

A condividere questo richiamo è anche Padre Joseph L. Farrell, Priore Generale dell’Ordine Agostiniano, che il 21 maggio alle 16,30 presiederà la Santa Messa per la famiglia agostiniana: “E’ per me una gioia partecipare per la prima volta come Priore Generale le celebrazioni in onore di Santa Rita, testimone luminosa di pace e di perdono. In un tempo segnato da tante ferite, sentiamo ancora più urgente l’appello alla pace che viene dalla sua testimonianza e che oggi risuona con forza anche nelle parole di papa Leone XIV. Come famiglia agostiniana ci riconosciamo profondamente in questo invito a costruire relazioni riconciliate, fondate sulla misericordia e sul dialogo. Celebrare Santa Rita significa rinnovare il nostro impegno a essere operatori di pace, nella Chiesa e nel mondo”.

A rafforzare il valore simbolico dell’iniziativa è anche Padre Giustino Casciano, rettore della Ba-silica di Santa Rita da Cascia, che ha accompagnato la Fiaccola fino a Chicago: “Quest’anno la festa di Santa Rita è segnata da un segno particolarmente significativo: la Fiaccola del Perdono e della Pace che ritorna a Cascia dalla città natale del Papa Leone XIV. Un cammino che culminerà il 20 maggio a Roma con la benedizione del Santo Padre. E’ un gesto che unisce idealmente luoghi e comunità diverse, nella speranza che questo messaggio di pace e di perdono, così attuale e necessario, possa raggiungere il cuore di tutti e tradursi in scelte concrete di riconciliazione e fraternità””.

Inoltre il 21 maggio alle ore 10 saranno presentate le ‘Donne di Rita’, alle quali sarà assegnato il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026, che dal 1988 dà visibilità e voce a donne che, come la Santa degli impossibili, vivono nella quotidianità valori universali quali pace, dialogo, solidarietà e perdono. Donne di pace, prima di tutto. Donne che hanno scelto il perdono anche quando sembrava impossibile, dimostrando che la pace non è un’idea astratta, ma nasce da gesti concreti, quotidiani, spesso silenziosi. E’ proprio da questi piccoli gesti – un incontro, una parola, una mano tesa – che può prendere forma una riconciliazione capace di cambiare le persone e le comunità.

L’edizione di quest’anno è dedicata a donne che, come Santa Rita, hanno attraversato prove durissime segnate dalla perdita del marito e dei figli. Un dolore profondo che, nelle loro vite, si è trasformato in un cammino di amore, fede e apertura agli altri, diventando testimonianza concreta di speranza per tutta la comunità.

Le figure che incarnano questi valori sono: Fanni Curi, Lucia Di Mauro e Mirna Pompili.

Fanni Curi da Roma ha vissuto la perdita del figlio Luca, morto a soli otto anni dopo una grave malattia. Un dolore che non l’ha chiusa nella sofferenza, ma che ha saputo trasformare in un cammino di fede e amore condiviso, aiutando i senza tetto e i più fragili. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver trasformato la perdita del fi-glio in un percorso di fede, amore e dedizione agli altri, diventando segno concreto di speranza e rinascita.

Lucia Di Mauro da Napoli, invece dopo l’uccisione del marito, ha scelto di trasformare il dolore in un impegno al fianco dei più fragili. Il suo percorso l’ha portata a incontrare e perdonare uno degli assassini, avviando un cammino di riconciliazione. Ha accompagnato Antonio in un percorso di responsabilità e cambiamento, andandolo a trovare in carcere e sostenendolo nel suo cammino di vita. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver scelto la via del perdono e della riconciliazione, trasformando una tragedia personale in un impegno concreto per gli altri e in una testimonianza di speranza.

Infine Mirna Pompili da Palestrina ha perso la figlia Camilla in un tragico incidente, affrontando un dolore devastante. Fin da subito ha scelto la via del perdono, avvicinandosi alla persona responsabile con compassione. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver testimoniato una straordinaria capacità di perdono, trasformando il dolore più grande in un esempio autentico di amore, miseri-cordia e speranza.

Come ogni anno la Festa di Santa Rita si traduce anche in impegno concreto capace di dare forma ai valori della santa. Lo fa attraverso l’azione della Fondazione Santa Rita da Cascia, ente filantropico nato per volontà dello stesso Monastero, che sostiene i più fragili in Italia e nel mondo, con numerosi progetti. Per la Festa 2026, la Fondazione lancia la campagna di raccolta fondi per l’avvio dell’Oasi Santa Rita, progetto del Monastero Santa Rita da Cascia che punta a creare a Porto Recanati, sul mare delle Marche, una struttura ricettiva non profit dedicata all’accoglienza di persone con disabilità e chi se ne prende cura.

Il progetto, sviluppato in più fasi pluriennali, con un investimento stimato di € 2.400.000 per la sola ristrutturazione dell’immobile, vuole dar vita a un luogo innovativo, col quale generare reale cambiamento sociale: dall’assistenza alla promozione di autonomia, partecipazione e qualità della vita, affinché la vacanza diventi un diritto accessibile a tutti. Per sostenere la missione e ricevere in dono lo speciale bracciale della Festa di Santa Rita, si può visitare il sito festadisantarita.org .

Mons.Yoannis Lahzi Gaid: L’eredità di Francesco nel Medio Oriente, tra ferite aperte e speranza ancora viva

Papa Francesco

«Ricorre oggi il primo anniversario della morte di Papa Francesco», osserva Mons. Yoannis Lahzi Gaid — storico Segretario di Papa Francesco — «e il Medio Oriente appare più lacerato di un anno fa: conflitti persistenti, tensioni irrisolte, un integralismo religioso che si nasconde dietro apparenze di pietà e crisi economiche che spingono milioni di persone verso la migrazione, la povertà o la disperazione». In questo scenario, «il nome di Francesco torna con forza a porre una domanda essenziale: e se il mondo avesse davvero ascoltato la sua voce?».

«Eletto il 13 marzo 2013 — prosegue — Papa Francesco non è stato soltanto il capo della Chiesa cattolica. Divenne rapidamente una coscienza del mondo, un riferimento morale per chiunque cercasse una pace autentica, non fondata sulla forza delle armi, ma sulla dignità della persona». Nel Medio Oriente — sottolinea — «non fu mai un ospite di passaggio: fu un fratello, un amico che portava nel cuore le ferite di queste terre e difendeva le loro popolazioni nei momenti più difficili».

«Scrivo oggi — afferma — da figlio di questo Oriente e da testimone diretto», avendo accompagnato il Santo Padre «nella maggior parte delle sue visite storiche nella regione». Tappe che — ricorda — «non si sono limitate a trasformare l’immagine della Chiesa, ma hanno ridefinito il concetto stesso di dialogo interreligioso, abbattendo muri costruiti nel corso di decenni».

«Nel maggio 2014 — continua — Francesco aprì la sua presenza concreta nella regione con una visita in Giordania e in Terra Santa». Non fu «un viaggio di protocollo, ma un pellegrinaggio spirituale sulle orme dei profeti». Dal Giordano a Betlemme e Gerusalemme — evidenzia — «alzò la voce per una soluzione giusta alla questione palestinese, fondata sul rispetto dei diritti e della dignità umana, rifiutando ogni logica di esclusione e di violenza». E ricordava con forza: «La violenza non può essere giustificata in nome di Dio».

«Tra le visite che meglio espressero il coraggio di Francesco — prosegue Mons. Gaid — vi fu quella in Egitto, nell’aprile 2017». Giunse «dopo attentati terroristici sanguinosi, in un clima di sicurezza straordinariamente delicato». Eppure il Papa insistette nel volerci essere: «riteneva che l’assenza, in simili momenti, costituisse un tradimento della missione». Al Cairo incontrò il Presidente Abd el-Fattah el-Sisi, Papa Tawadros II e partecipò alla Conferenza mondiale sulla pace organizzata dall’Università Al-Azhar, su invito del Grande Imam, il Dr. Ahmad Al-Tayyeb.

In quell’occasione pronunciò parole che fecero il giro del mondo, sottolineando che «una religiosità priva di misericordia rappresenta una delle minacce più gravi per le società». La visita fu «un sostegno morale di grande rilievo per il popolo egiziano, un messaggio di fiducia nella sua capacità di superare il terrorismo e una testimonianza chiara al mondo intero: il dialogo tra cristianesimo e islam non è un’utopia teorica, ma una scelta concretamente praticabile».

«Nel marzo 2019 — ricorda ancora — durante la visita nel Regno del Marocco, Francesco tornò a insistere sulla “convivenza” come necessità esistenziale in un mondo plurale». «La paura dell’altro — ammoniva — è la radice delle guerre», mentre «la conoscenza e il rispetto reciproco costituiscono le fondamenta di ogni stabilità duratura». In un’epoca segnata dal crescere del discorso d’odio — sottolinea Mons. Gaid — «le sue parole riaffermavano con forza che la diversità non è una debolezza, bensì una ricchezza».

«La tappa più significativa — afferma — resta tuttavia la visita storica negli Emirati Arabi Uniti nel febbraio 2019, la prima di un Papa nella penisola arabica». Ad Abu Dhabi — ricorda — «sotto la generosa ospitalità di Sua Altezza lo Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan», venne firmato il Documento sulla fratellanza umana con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. «Non si trattò di una dichiarazione di intenti — precisa — ma di un manifesto di principi: condanna della violenza, rifiuto della strumentalizzazione della religione, affermazione che tutti gli esseri umani sono fratelli nell’umanità».

«Da allora — aggiunge — il Documento è entrato nei programmi scolastici, è stato adottato come riferimento da istituzioni internazionali e ha dato origine alla Casa Abramitica», segno concreto «di ciò che Francesco aveva auspicato: il passaggio dalle formalità protocollari alla fraternità vissuta».

«Nel corso degli anni trascorsi al fianco del Santo Padre — testimonia — ho potuto osservare da vicino la sua determinazione a rendere giustizia all’uomo di questa regione e a mostrarne il vero volto culturale». Un volto «così distante dalle immagini distorte alimentate da guerre ed estremismi». Francesco «credeva con convinzione che il dialogo con l’islam non fosse una scelta diplomatica, ma un dovere di fede e di umanità: la pace non si costruisce con i discorsi, ma con l’incontro».

«A un anno dalla sua morte — conclude Mons. Yoannis Lahzi Gaid — l’eredità di Francesco appare più urgente che mai». In un Oriente «dilaniato da conflitti e appesantito dall’integralismo e dalle crisi economiche», egli resta «il modello di una guida religiosa che ha scelto l’umiltà al posto del potere, la misericordia al posto della condanna, la pace al posto dello schieramento».

«Papa Francesco è andato via nel corpo, ma il suo lascito è vivo». È vivo «in ogni scuola, in ogni università, in ogni centro di dialogo che studia il Documento sulla fratellanza umana», ed è vivo «nella sua immagine mentre piange con i rifugiati, ascolta le sofferenze dei popoli, ride con i bambini d’Oriente».

«In questo anniversario non ricordiamo solo un uomo o un Papa, ma evochiamo un messaggio profetico: la pace è possibile, la religione può essere un ponte e non un’arma. Il Medio Oriente, nonostante tutto ciò che attraversa, è ancora capace di essere terra d’incontro e non campo di battaglia. Papa Francesco fu davvero il Papa della pace. E oggi, forse più di ieri, ne abbiamo bisogno”.

Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ai giovani: siate coraggiosi

“Care concittadine e cari concittadini, si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore. La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace. Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”.

Il discorso di fine anno del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha un inizio che ricorda che l’anno appena terminato è stato terribile per le molte guerre divampate nel mondo, ripetendo la linea del Magistero della Chiesa, che hanno descritto sia papa Francesco che papa Leone XIV.

Infatti ha richiamato il messaggio per la giornata mondiale della pace di papa Leone XIV, che ha invitato a ‘disarmare le parole’: “La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio”.

A distanza di giorni è opportuno tornare a riflettere sulle parole del presidente della Repubblica italiana per cambiare mentalità, come aveva sottolineato a Natale papa Leone XIV: “Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale… Ha richiamato alla necessità di disarmare le parole”.

L’invito del Presidente della Repubblica è quello di meditare le parole papali per ritornare alla propria responsabilità di cittadini: “Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi.

Di fronte all’interrogativo: ‘cosa posso fare io?’ dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno. L’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica, che esprime la volontà di realizzare il futuro insieme, attraverso il dialogo. Raffigura la responsabilità di essere cittadini”.

Per ricordare quest’anniversario il presidente Mattarella ha scelto il voto delle donne come uno dei fondamenti della Repubblica italiana: “Il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne. Quel segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità.

L’altro fotogramma riguarda il dialogo: “Di mattina i costituenti discutevano (e si contrapponevano) sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale. La Costituzione italiana, che ha ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni. La Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia. Non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie della comunità”.

Un altro fotogramma riguardano le riforme, la cultura (spesso ‘maltrattata’) e lo sport che hanno permesso ai cittadini di sentirsi italiani e sconfiggere il terrorismo: “Fondamentale alla crescita della identità nazionale è stato (e rimane) il contributo della cultura, dell’arte, del cinema, della letteratura, della musica. Il ruolo del servizio pubblico affidato alla Rai, a garanzia del pluralismo, presupposto essenziale di un largo coinvolgimento popolare attorno alle istituzioni della Repubblica…

Le stragi. Il terrorismo. Ricordiamo i volti e i nomi delle vittime. Magistrati, giornalisti, uomini delle istituzioni, esponenti delle forze dell’ordine. E poi tanti, troppi giovani che cadono per mano di ideologie che fanno della violenza il loro unico strumento. Verrà definita la notte della Repubblica. Ma l’Italia prevale. Le istituzioni si dimostrano più forti del terrore. E lo sono grazie all’unità delle forze politiche e sociali, capaci di difendere i principi fondativi della Repubblica”.

Tra questi nomi il presidente della Repubblica italiana ha ricordato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “Due volti che non possiamo dimenticare: quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della legalità e della lunga lotta contro la mafia. Protagonisti anche dopo il loro assassinio: il loro esempio continua a ispirare, non soltanto in Italia, le nuove generazioni e tutti coloro che non si rassegnano alla prepotenza della criminalità”.

Ma ha ricordato anche un massacro, dimenticato dalla maggioranza degli italiani, di soldati impegnati nella pace: “L’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale, anche grazie al contributo che i nostri militari hanno dato e danno alla costruzione della sicurezza e della pace. Anche qui un cammino con alti prezzi, a partire dal sacrificio dei nostri aviatori in missione umanitaria a Kindu, in Congo, nel 1961. L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi”.

Insomma il discorso del presidente Mattarella è stato un percorso della democrazia italiana, ma anche un incoraggiamento per i giovani: “Abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi, accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale che attraversiamo… Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia. Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani. Qualcuno, che vi giudica senza conoscervi davvero, vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna”.

Papa Leone XIV: chi non ama non si salva

“Così canta la liturgia nella notte di Natale, e così riecheggia nella Chiesa l’annuncio di Betlemme: il Bambino che è nato dalla Vergine Maria è il Cristo Signore, mandato dal Padre a salvarci dal peccato e dalla morte. Egli è la nostra pace, Colui che ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio. Per questo ‘il Natale del Signore è il Natale della pace’. Gesù è nato in una stalla, perché non c’era posto per Lui nell’alloggio. Appena nato, sua mamma Maria ‘lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia’. Il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”: dalla Loggia centrale della basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato per la prima volta il messaggio di Natale alla città e al mondo, esortando a farsi solidali con i deboli e gli oppressi.

Nel Natale di Gesù la scelta di Dio è stata ben precisa: “Il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso”.

Dio ha scelto la responsabilità di assumersi il peccato attraverso l’amore per il prossimo: “Nel Natale di Gesù già si profila la scelta di fondo che guiderà tutta la vita del Figlio di Dio, fino alla morte sulla croce: la scelta di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo Lui per noi, di farsene carico. Questo, solo Lui poteva farlo. Ma nello stesso tempo ha mostrato ciò che invece solo noi possiamo fare, cioè assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità. Sì, perché Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi, cioè senza la nostra libera volontà di amare. Chi non ama non si salva, è perduto. E chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.

E per amare occorre responsabilità: “Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità. Se ognuno di noi, a tutti i livelli, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.

Però occorre essere liberi dal peccato: “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace. Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato. Lui è il Salvatore. Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.

Ecco la richiesta di pace per il Medio Oriente con le parole del profeta Isaia: “In questo giorno di festa, desidero inviare un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente, che ho inteso incontrare recentemente con il mio primo viaggio apostolico. Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano.

Il Bambino che oggi nasce a Betlemme è lo stesso Gesù che dice: ‘Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!’ Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: Praticare la giustizia darà pace. Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre”.

Mentre per l’Europa ha chiesto uno ‘spirito’ collaborativo: “Al Principe della Pace affidiamo tutto il Continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”.

Inoltre ha implorato la consolazione per le vittime delle guerre: “Dal Bambino di Betlemme imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo. Ricordo in modo particolare i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo.

In questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza, preghiamo il Dio fatto uomo per la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione. Il Bambino Gesù ispiri quanti in America Latina hanno responsabilità politiche, perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.

Inoltre ha chiesto riconciliazione per i conflitti in Asia e per chi soffre a causa dei disastri naturali: “Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani. A Lui chiediamo che si restauri l’antica amicizia tra Thailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace.

A Lui affidiamo anche le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni. Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”.

Il primo Urbi et Orbi papale è stato un invito a non lasciarsi vincere dall’indifferenza verso i migranti: “Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.

Quindi, ricordando le imminenti chiusure delle Porte sante giubilari papa Leone XIV ha invitato tutti ad ‘aprire’ il proprio cuore per diventare figli di Dio: “In questo giorno santo, apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore. Così facendo lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità: ‘A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’.

Tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina. E’ il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace”.

(Foto: Santa Sede)

Un libro di Sergio Calistri sostiene le Tende di Natale AVSI

La chiesa sul fiume – Memorie perdute di un imperatore’ dà il titolo alla raccolta, scritta da Sergio Calistri, di tre testi narrativi ambientati in epoche distinte e ricostruisce in forma letteraria una spedizione immaginaria dell’imperatore Carlo Magno nella Val di Chienti, finalizzata al recupero di una reliquia attribuita all’apostolo Pietro; mentre il racconto ‘La croce e la coccarda – Storia di un amore difficile’, è ambientato nel contesto del sacco di Macerata del 1799, concentrandosi su due figure contrapposte per ideologia ma unite da un legame affettivo: Lucia, insorgente fedele alla tradizione religiosa, e Andrea, giacobino repubblicano. Infine il racconto ‘Non vuole che se ne parli’ intreccia memoria storica e resistenza civile, seguendo le vicende della famiglia ebraica Levi-Benvenisti durante le persecuzioni nazifasciste in Italia. Attraverso la rete clandestina costruita da Tullio Colsalvatico e dal parroco di Fiastra, il racconto narra fughe, nascondigli, documenti falsi, gesti di coraggio e scelte dolorose.

Il ricavato del libro sostiene la campagna di Natale 2025 delle ‘Tende di Natale’ di AVSI, che ha scelto come slogan ‘La pace è una via umile. Percorriamola insieme’: “Questa via non è affrontabile da soli: c’è bisogno di una compagnia di persone che, ciascuno a partire dalla sua identità, dalla sua creatività e dai suoi doni, possa dare vita giorno dopo giorno a gesti quotidiani in grado di edificare la pace. La definizione di pace come via umile, nel paragone con gesti ad alto impatto mediatico, potrebbe sembrare una fuga o una resa al silenzio.

Ma è proprio il contrario: questo titolo, come un farmaco a lento rilascio, costringe a fermarsi, invita a una riflessione continua, a rivedersi in azione, rimette al centro la responsabilità di ciascuno, e chiama tutti a incamminarsi in un percorso che inizia dal basso, dalla relazione semplice e ordinaria con chi abbiamo accanto, fino a raggiungere chi vive in contesti lontani. L’aggettivo umile, poi, richiama l’humus, la terra: è un invito ad appassionarsi sempre e di nuovo alla realtà, al quotidiano confronto con l’altro che incontriamo. Speriamo di ritrovarci in tanti a camminare per questa via”.

All’autore Sergio Calistri, responsabile della sezione maceratese di Avsi, chiediamo di raccontare l’idea di scrivere un libro intitolato ‘La Chiesa sul fiume’: “L’idea è nata da una suggestione che viene dagli studi di don Carnevale che ha ipotizzato la presenza di Carlo Magno nella Valle del Chienti. La chiesa di San Claudio al Chienti, con una architettura che richiama quella di una cappella palatina, mi è sembrata il luogo ideale per ambientare una narrazione che unisse la ricerca di un fondamento spirituale e politico. Da lì è nato il desiderio di raccontare una spedizione immaginaria dell’imperatore, alla ricerca di una reliquia attribuita all’apostolo Pietro, che potesse legittimare il Sacro Romano Impero”.

La Chiesa sul fiume prende spunto dalla storia di una presenza (presunta o vera?) di Carlo Magno nella Valle del Chienti: quanto c’è di vero?

“Per me è difficile dirlo: la presenza di Carlo Magno nella Valle del Chienti non è documentata ufficialmente, ma gli studi del prof. Carnevale e di altri che hanno preso il testimone suggeriscono un passaggio o un interesse dell’imperatore per questa zona. Il racconto è una ricostruzione letteraria, ma si basa su elementi storici plausibili: la chiesa di San Claudio, la figura del monaco Ratperto, la simbologia petrina, e la necessità di Carlo di trovare un fondamento spirituale per il suo impero”.

C’è un legame tra le tre storie narrate nel libro?

Credo che il legame sia la resistenza silenziosa e il coraggio civile. Che si tratti di Carlo Magno, di Lucia e Andrea durante il sacco di Macerata, o di Tullio Colsalvatico che salva famiglie ebree, tutti i protagonisti compiono scelte difficili, spesso nel silenzio, guidati da una fede profonda o da un senso di giustizia. Le tre storie si svolgono in epoche diverse, ma condividono la tensione tra potere e coscienza, tra storia ufficiale e memoria nascosta”.

Eppoi una storia ambientata durante il ‘sacco di Macerata’ nel 1799: quanto unisce il legame affettivo?

“Il legame affettivo è il cuore della storia che mostra una via d’uscita tra le contrapposizioni ideologiche. Lucia e Andrea, pur divisi da ideologie opposte (lei insorgente, lui giacobino) trovano nell’amore una via di riconciliazione. Il loro rapporto diventa simbolo di una città ferita che cerca di ritrovare se stessa. Anche p. Felice Rosetani, che muore per salvare Lucia, incarna una forma di amore che si fa azione, sacrificio, testimonianza”.

Ed infine la storia di Tullio Colsalvatico: perché ancora non se ne parla abbastanza?

“Tullio Colsalvatico ha scelto il silenzio. Ha salvato decine di vite durante le persecuzioni nazifasciste, ma non ha mai cercato riconoscimenti. Solo nel 2009 è stato dichiarato Giusto tra le Nazioni e il suo nome è scritto nel museo dell’olocausto a Gerusalemme, lo Yad Vashem. Come recita il titolo della campagna Tende di AVSI, la pace è una via umile. Comunque, per me, raccontare la sua storia è stato un invito a riscoprire il valore della discrezione e della responsabilità personale”.

Il ricavato del libro è destinato alle Tende di Natale di AVSI: perché la pace è una via umile?

“Come ci insegna Tullio Colsalvatico la pace non si impone, si costruisce. E’ fatta di gesti piccoli, di ascolto, di accoglienza. Le Tende di AVSI incarnano questa umiltà: aiutano in silenzio chi è in difficoltà, senza distinzioni, con rispetto e concretezza. Destinare il ricavato del libro a questa iniziativa è un modo per dare continuità alle storie narrate, che parlano tutte di pace cercata, costruita, custodita”.

In quale modo è possibile percorrerla insieme?

“Secondo me le manifestazioni con bandiere, striscioni, slogan e spesso violenze non costruiscono la pace, a volte la ostacolano. La via della costruzione della pace è quella indicata da Colsalvatico: una costruzione silenziosa. Oggi esistono innumerevoli associazioni di volontariato che costruiscono la pace in silenzio: persone che dedicano tempo, energie e denaro animati da un desiderio di bene e di pace. Penso a tutto il volontariato cattolico di cui faccio parte, ma anche a quelle associazioni laiche che operano senza clamore nella costruzione dell’accoglienza e della solidarietà”.

Lo ‘slogan’ nasce da una frase che papa Leone XIV ha detto nello scorso giugno ai vescovi italiani (‘la pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa’): per quale motivo AVSI ha ‘scelto’ questa frase?

“AVSI lavora sul terreno, con gesti quotidiani, intessuti di pazienza e, per molti colleghi attivi in luoghi remoti e pericolosi, di coraggio; la nostra azione inizia dall’ascolto dei bisogni degli ultimi e dei più vulnerabili, e si costruisce a partire da una presenza costante accanto alle persone e alle comunità, da una relazione coltivata con vigilanza e attenzione per la dignità di ciascuno. Per questo i progetti e gli interventi di AVSI e di chi li rende possibili con il suo sostegno, sono realmente azioni di pace: azioni umili di costruttori di pace”.

(Tratto da Aci Stampa)

Terza domenica di Avvento: Tempo di attesa, di gioiosa attesa

L’avvento è tempo di attesa: per noi cristiani è attesa gioiosa, attesa fiduciosa. Protagonisti nella Liturgia appaiono Isaia, il grande profeta, e Giovanni Battista, il precursore di Gesù. E’ l’attesa del popolo ebreo a cui è stata affidata la rivelazione attraverso i patriarchi e i profeti: verrà il liberatore, il Messia, il salvatore del popolo ebreo e dell’umanità: ‘Coraggio, dirà il profeta, non temete; irrobustite le mani fiacche, rendete solide le ginocchia vacillanti’. Il Signore non delude: ‘Si apriranno i cieli e scenderà il Giusto’. 

E’ l’attesa di Abramo, l’uomo dalla fede profonda, che crede in Dio anche se apparentemente sembra impossibile la promessa divina: dalla tua discendenza verrà il salvatore. Abramo infatti è anziano, non ha figli e Dio gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e  i granelli di sabbia nel deserto. Abramo ha fiducia nel Signore, lascia la sua terra e si trasferisce nella terra promessa; dirà il profeta: ‘Tu, Betlemme, non sei piccola se da te nascerà il Re dei Re; e il popolo attende sulla parola del Signore’. E’ l’attesa di Maria alla quale l’Angelo aveva detto: rallegrati, diventerai madre, nascerà un Bambino che avrà i Regno di David, suo padre; quando Maria  obietta: come è possibile? L’angelo la tranquillizza: è opera divina1 e Maria abbassa il capo: Sono la serva del Signore! 

E’ l’attesa di Giovanni Battista, il precursore, l’uomo di cui Gesù dirà: “tra i nati di donna non c’è un uomo simile a lui”. Giovanni allora era in carcere per difendere la verità di Dio: Giovanni, infatti, era in carcere per avere rimproverato il Re perché conviveva con la cognata dicendo: ‘Non ti è lecito!’ Dal carcere Giovanni invia i suoi discepoli per dire a Gesù: ‘Sei tu il Cristo che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro’.

Il Battista, che aveva annunciato la venuta del Giusto che avrebbe cambiato il mondo, adesso si accorge che i mondo è rimasto come prima; invia allora i suoi discepoli a chiedere: ‘Sei tu veramente il Messia o dobbiamo aspettarne un altro?’ Ai discepoli di Giovanni Gesù offre i segni messianici; dite quello che avete visto: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i morti risuscitano.

Gesù risponde in modo chiaro  e silenzioso: ‘Vedete quello che io ho fatto e riferite’; non ha fatto una rivoluzione cruenta, non ha cambiato con forza il mondo ma ha acceso tante luci nel mondo, luci che costituiscono nei millenni la grande strada illuminata da percorrere. Non è la rivoluzione violenta o le grandi promesse che cambiano il mondo ma la luce della verità, della bontà di Dio che è segno della sua presenza e dà la certezza che l’uomo non è dimenticato da Dio, l’uomo non è il prodotto del caso, ma siamo veramente figli del suo amore.

Tutta la Liturgia oggi ci parla di attesa e di attesa operosa. Noi andiamo verso Cristo Che è venuto a salvarci a prezzo del suo sangue e lo stesso Gesù verrà ancora una volta ma come giudice dei buoni e dei cattivi; Egli giudicherà non ‘per sentito dire’ ma ciascun uomo in chiave di fede vera e di amore profondo. Periodo di avvento, periodo di attesa operosa durante la quale è necessario operare la nostra conversione, cambiare vita in chiave di amore.

E’ l’attesa dell’agricoltore che, come scrive l’apostolo Giacomo, ha seminato ed aspetta con pazienza il frutto della terra, dopo essere stata irrorata dalle piogge d’autunno e di primavera: ‘Non lamentatevi, fratelli, siate pazienti, rinfrancate i vostri cuori perché la venuta del Signore è vicina’. Il cristianesimo, infatti, istituito da Gesù è gioia vera perché non siamo mai soli, il signore è sempre vicino.

Dio non abbandona mai la sua Chiesa, anzi ci sarà una strada appianata e la chiameranno ‘via Santa’; su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore, i pentiti di cuore ed allora gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e paura. L’avvento è allora attesa gioiosa ed operosa, attesa attiva dove infine trionferà la misericordia, la fraternità, l’amore. Le opere di misericordia concretizzate nella vita quotidiana sono il segno manifesto della conversione vera.

Il cristiano, allora, non è un uomo ‘rassegnato’, al contrario è una persona impegnata a curarsi perché Gesù con la sua risurrezione ha vinto la morte e come Cristo è risorto anche noi risorgeremo. L’uomo, purtroppo spesso cerca la felicità per strade che si rivelano sbagliate, il profeta annuncia la vera speranza, quella che non delude mai perché fondata sulla parola di Dio.

Ce ne dà conferma la Vergine Maria, che il Vangelo chiama beata perché ha creduto nell’adempimento della parola del Signore. Ci aiuti Maria, madre di Gesù e madre della Chiesa, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi. Allora e solo allora è Natale.

Papa Leone XIV invita a fare la scelta di santa Chiara di Assisi

“Nel testo biblico appena letto, l’Evangelista nota che alcune persone, dopo aver ascoltato Gesù, lo deridevano. Sembrava loro assurdo il suo discorso sulla povertà. Più precisamente, si sentivano toccati sul vivo per il loro attaccamento al denaro”: nell’udienza giubilare odierna papa Leone XIV ha spiegato come da una scelta si può giungere a sperare sull’esempio di santa Chiara di Assisi.

Ed il Giubileo è un tempo di speranza: “Cari amici, siete venuti come pellegrini di speranza, e il Giubileo è un tempo di speranza concreta, in cui il nostro cuore può trovare perdono e misericordia, affinché tutto possa ricominciare in modo nuovo. Il Giubileo apre anche alla speranza di una diversa distribuzione delle ricchezze, alla possibilità che la terra sia di tutti, perché in realtà non è così. In questo anno dobbiamo scegliere chi servire, se la giustizia o l’ingiustizia, se Dio o il denaro”.

Quindi la speranza implica una scelta: “Questo significa almeno due cose. Quella più evidente è che il mondo cambia se noi cambiamo. Il pellegrinaggio si fa per questo, è una scelta. La Porta Santa si attraversa per entrare in un tempo nuovo. Il secondo significato è più profondo e sottile: sperare è scegliere perché chi non sceglie si dispera. Una delle conseguenze più comuni della tristezza spirituale, cioè dell’accidia, è non scegliere niente. Allora chi la prova è preso da una pigrizia interiore che è peggio della morte. Sperare, invece, è scegliere”.

Come ha scelto santa Chiara di Assisi: “Una ragazza coraggiosa e controcorrente: Chiara di Assisi. E sono contento di parlare di lei proprio nel giorno della festa di San Francesco. Sappiamo che Francesco, scegliendo la povertà evangelica, dovette rompere con la propria famiglia. Era però un uomo: lo scandalo ci fu, ma fu minore. La scelta di Chiara risultò ancora più impressionante: una ragazza che voleva essere come Francesco, che voleva vivere, da donna, libera come quei fratelli!”

La santa assisiate ha compreso in pieno la vita in quanto ha scelto di vivere il Vangelo: “Chiara ha capito che cosa chiede il Vangelo. Ma anche in una città che si crede cristiana, il Vangelo preso sul serio può apparire una rivoluzione. Allora, come oggi, bisogna scegliere! Chiara ha scelto, e questo ci dà una grande speranza.

Vediamo infatti due conseguenze del suo coraggio nel seguire quel desiderio: la prima è che molte altre ragazze di quel territorio trovarono lo stesso coraggio e scelsero la povertà di Gesù, la vita delle Beatitudini; la seconda conseguenza è che quella scelta non fu come un fuoco di paglia, ma dura nel tempo, fino a noi. La scelta di Chiara ha ispirato scelte vocazionali in tutto il mondo e così continua a fare fino a oggi”.

La sua è stata una scelta radicale per non vivere da ‘fotocopie’: “Gesù dice: non si possono servire due padroni. Così la Chiesa è giovane e attira i giovani. Chiara di Assisi ci ricorda che il Vangelo piace ai giovani. E’ ancora così: ai giovani piacciono le persone che hanno scelto e portano le conseguenze delle loro scelte.

E questo fa venire voglia ad altri di scegliere. E’ una santa imitazione: non si diventa ‘fotocopie’, ma ognuno (quando sceglie il Vangelo) sceglie sé stesso. Perde sé stesso e trova sé stesso. L’esperienza lo dimostra: succede così”.

Per questo il papa ha chiesto di pregare per i giovani: “Preghiamo dunque per i giovani; e preghiamo per essere una Chiesa che non serve il denaro o sé stessa, ma il Regno di Dio e la sua giustizia. Una Chiesa che, come santa Chiara di Assisi, ha il coraggio di abitare diversamente la città. Questo dà speranza!”

Inoltre in questo giorno in cui la Chiesa celebra san Francesco di Assisi papa Leone XIV ha firmato la sua prima esortazione apostolica, ‘Dilexi Te’, che sarà presentato giovedì 9 ottobre.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai politici francesi: testimoniare Cristo nella società con la Dottrina Sociale

“Sono lieto di accogliervi nel vostro cammino di fede: ritornate ai vostri impegni quotidiani rafforzati nella speranza, più saldi per lavorare alla costruzione di un mondo più giusto, più umano, più fraterno, che non può essere altro che un mondo più impregnato del Vangelo. Dinanzi alle derive di ogni genere che vivono le nostre società occidentali, noi non possiamo fare di meglio, come cristiani, che volgerci verso Cristo e chiedere il suo aiuto nell’esercizio delle nostre responsabilità”: papa Leone XIV ha ricevuto in udienza una delegazione di rappresentanti politici e personalità civili provenienti dalla Francia, mettendoli in guardia da ‘una laicità a volte fraintesa’.

Per questo il cammino dei politici è molto importante, anche se non facile: “Per questo il vostro cammino, più che un semplice arricchimento personale, è di grande importanza e di grande utilità per gli uomini e le donne che servite. Ed è tanto più lodevole in quanto non è facile in Francia, per un eletto, a causa di una laicità a volte fraintesa, agire e decidere in coerenza con la propria fede nell’esercizio di responsabilità pubbliche”.

Quindi il cristianesimo non è un fatto privato: “La salvezza che Gesù ha ottenuto con la sua morte e la sua resurrezione racchiude tutte le dimensioni della vita umana, quali la cultura, l’economia e il lavoro, la famiglia e il matrimonio, il rispetto della dignità umana e della vita, la salute, passando per la comunicazione, l’educazione e la politica. Il cristianesimo non si può ridurre a una semplice devozione privata, perché implica un modo di vivere in società improntato all’amore di Dio e del prossimo che, in Cristo, non è più un nemico ma un fratello”.

E si addentrato nella situazione di quella regione francese: “La vostra regione, luogo dei vostri impegni, deve affrontare grandi questioni sociali come la violenza in alcuni quartieri, l’insicurezza, la precarietà, le reti della droga, la disoccupazione, la scomparsa della convivialità… Per farvi fronte, il responsabile cristiano è forte della virtù della carità che lo abita sin dal suo battesimo…

coEcco perché il responsabile cristiano è meglio preparato ad affrontare le sfide del mondo attuale, naturalmente nella misura in cui vive e testimonia la fede operante in lui, il suo rapporto personale con Cristo che lo illumina e gli dà questa forza. Gesù lo afferma con vigore: ‘perché senza di me non potete far nulla’; non bisogna quindi stupirsi che la promozione di ‘valori’ (per quanto evangelici siano) ma ‘svuotati’ di Cristo che ne è l’autore, siano incapaci di cambiare il mondo”.

Ed ecco il consiglio: “Il primo (ed il solo) che vi darei è di unirvi sempre più a Gesù, di viverne e di testimoniarlo. Non c’è separazione nella personalità di un personaggio pubblico: non c’è da una parte l’uomo politico e dall’altra il cristiano. Ma c’è l’uomo politico che, sotto lo sguardo di Dio e della sua coscienza, vive cristianamente i propri impegni e le proprie responsabilità!”

Però è necessario lo studio della dottrina sociale: “Siete dunque chiamati a rafforzarvi nella fede, ad approfondire la dottrina (in particolare la dottrina sociale) che Gesù ha insegnato al mondo, e a metterla in pratica nell’esercizio delle vostre funzioni e nella stesura delle leggi. I suoi fondamenti sono sostanzialmente in sintonia con la natura umana, la legge naturale che tutti possono riconoscere, anche i non cristiani, persino i non credenti. Non bisogna quindi temere di proporla e di difenderla con convinzione: è una dottrina di salvezza che mira al bene di ogni essere umano, all’edificazione di società pacifiche, armoniose, prospere e riconciliate”.

Anche se ciò non è sempre facile il papa li ha invitati ad avere ‘coraggio’: “Sono ben consapevole che l’impegno apertamente cristiano di un responsabile pubblico non è facile, in particolare in certe società occidentali in cui Cristo e la sua Chiesa sono emarginati, spesso ignorati, a volte ridicolizzati. Non ignoro neppure le pressioni, le direttive di partito, le ‘colonizzazioni ideologiche’ (per riprendere una felice espressione di papa Francesco), a cui gli uomini politici sono sottoposti.

Devono avere coraggio: il coraggio di dire a volte ‘no, non posso!’, quando è in gioco la verità. Anche qui, solo l’unione con Gesù (Gesù crocifisso!) vi darà questo coraggio di soffrire in suo nome…  Conservate la speranza di un mondo migliore; conservate la certezza che, uniti a Cristo, i vostri sforzi recheranno frutto e saranno ricompensati”.

(Foto: Santa Sede)

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