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Quaresima: il sapore della Parola
La osservo avanzare lentamente, fare un lieve inchino, presentarsi all’ambone. ‘Lettera di san Paolo…’. Maria, emigrata calabrese, a Londra già dagli anni ’60, inizia a leggere, ma solo dopo un lunghissimo respiro. Non legge, proclama. Lentissimamente. Pronuncia una parola dopo l’altra, articolandola come se dovesse raccontare qualcosa a un bambino con un’inflessione, un respiro e un ritmo senza tempo. Sospesi nell’aria. Non c’è assolutamente fretta o voglia di concludere. Ogni parola per un bambino è come una finestra che illumina un avvenimento o un’emozione dentro. Sarà importante, allora, prendere il tempo di affacciarsi…
Per san Paolo ogni parola è un messaggio, come un frutto gonfio di vita, rivolto a una comunità riunita. Maria si ferma ogni tanto con un silenzio interminabile. Benefico. ‘Ogni parola autentica nasce dal silenzio e dal silenzio è custodita’, afferma un autore. Pare quasi di capire che ogni parola dell’Apostolo è scavata nell’abisso della sua anima, nell’esperienza di lotta di un essere itinerante, migrante come lei. Come lui. Ma c’è anche l’amore per la nostra lingua. Nel mare di un’altra che all’estero ti circonda, la lingua materna è una terra di salvezza. Un incontro con quello che eri una volta, la tua origine stessa.
Pare di ascoltare da lei la lettera di un figlio che scrive dal fronte. Ogni parola viene pesata, sollevata, guardata, riguardata, gustata fino in fondo. E’ Paolo di Tarso dal fronte delle prime comunità e dello Spirito che le anima. Comunità raccolte da lui, ma fatte di mille pezzi diversi che Paolo amava come colei che le genera, come una madre.
Ed assomigliano tanto alla nostra comunità di oggi a Londra, fatta di calabresi e di friulani, di gente del sud e del nord messi insieme, con qualcuno del posto. Guardo con stupore questa assemblea composita di emigranti della nostra terra, che proprio qui assaporano la parola ‘unità’ e ‘comunione’ in nome di Dio.
E così penso al disagio che provo, a volte, nel rientrare al mio paese. La Parola di Dio in una celebrazione sembra qualcosa di letto velocemente, come una vecchia poesia che si impara a scuola e si ripete meccanicamente. Sembra quasi una parola che scivola via senza sapore, senza amore. Non vi avverti la fibra dell’Apostolo o il fuoco dello Spirito. Non vedi l’ansia o i mille volti di un popolo di Dio finalmente riunito. Sono i nostri, semplicemente.
Penso, allora, alla Parola di Dio vissuta qualche tempo fa in terra africana. Dopo il canto, i tamburi, le voci, le mani, il loro ritmo con due colpi e due pause, un lunghissimo grido corale si alzava al suo acme e tutto, infine, si spegneva d’incanto. Si piombava subito in un silenzio perfetto, immobile. Una miriade di volti neri ti fissava, allora, dall’assemblea con gli occhi ben aperti.
Lunghi momenti di attesa, mentre una vera emozione ti prende. Poi, la parola esce dalla bocca del lettore. Viene offerta con gesto lento come gustandola prima, ruotandola nel palato, assaporandola. Parola calma, sonora e solenne. Vedi subito dagli occhi e dal silenzio come ognuno la riceve: la attende, la gusta, gli risuona nelle tempie, gli fa brillare lo sguardo, scende nell’anima, in profondità.
Comprendi allora concretamente che cosa vuol dire una ‘civiltà della parola’ come questa, africana. La parola qui è sacra. E sintesi di cuore, di corpo e di mente. E ancor più dell’amore di Dio, fattosi Parola lui stesso. Essa si posa nella vita di ognuno dopo l’ascolto e la penetra per darne forza, bellezza e coraggio. E fa comprendere, in fondo, la dignità della loro stessa esistenza, ‘una storia sacra’ scritta ai nostri giorni. Nelle lacrime, nelle gioie o nelle conquiste di povera gente che lotta, soffre e ama. Personaggi biblici di oggi. Essi hanno incontrato Dio, senza saperlo.
Papa Leone XIV: Quaresima tempo di conversione attraverso l’ascolto ed il digiuno
“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito”: nel messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua di quest’anno, ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’, papa Leone XIV ha chiesto forme di ‘astensione concreta’ come ‘disarmare il linguaggio’ e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre .
Nel messaggio quaresimale il papa ha invitato ad ascoltare la Parola di Dio: “Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”.
Una sottolineatura importante, perché l’ascolto è relazione: “Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.
Per questo anche Dio si è messo in ascolto: “Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido’. L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù”.
Dio ascolta perché è coinvolgente: “E’ un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta”.
Però l’ascolto ha bisogno dell’azione del digiuno: “Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo ‘fame’ e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli ‘appetiti’, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.
Quindi il digiuno è un orientamento al bene, come affermava sant’Agostino: “Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.
Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, deve essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché ‘non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio’… Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.
Ed ecco una prima indicazione concreta: “Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.
Mentre la seconda indicazione consiste in un cammino insieme: “Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.
Da qui deriva la conversione, che è uno stile di vita comunitario: “Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale”.
Una conversione che è frutto di relazioni: “In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione”.
Relazione con Dio e con gli altri per la ‘civiltà dell’amore: “Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.
Per la 34^ Giornata del Malato Marina Melone racconta l’ospitalità di ‘Casa il Gelsomino’
La XXXIV Giornata Mondiale del Malato, intitolata ‘La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro’ sarà celebrata a Chiclayo, in Perù, mercoledì 11 febbraio: “Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati… Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’enciclica ‘Fratelli tutti’, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.
Presentando il messaggio papale alla stampa il card. Card Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e rappresentante del papa a Chiclayo, ha sottolineato che esso “parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima”.
Nella presentazione del messaggio ha raccontato la propria esperienza Marina Melone, componente del Consiglio pastorale della parrocchia San Gregorio VII di Roma e di ‘Casa Il Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù: “Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce.
Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza. Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta ed abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore”.
Nel messaggio il papa parla di compassione: in cosa consiste la compassione del Samaritano?
“Per la mia esperienza la compassione del Samaritano nasce dall’attenzione a chi e a cosa mi è accanto. Il Samaritano si ferma perché ha guardato con l’intento di comprendere ciò che ha di fronte. La compassione nasce dal non nascondersi dietro le nostre priorità ma dal cercare comunque spazio all’incontro, anche improvviso, dell’altro”.
In quale modo l’incontro con il sofferente può essere un dono?
“Stare vicino a chi è nel bisogno o nella sofferenza mi sta insegnando prima di tutto a rendermi conto della situazione. Impariamo a cogliere le necessità osservando sguardi e gesti. Questo ci porta ad essere più attenti, più accorti ai dettagli alle sfumature. Spesso l’aiuto non è richiesto a gran voce ma da uno sguardo sfuggente. E bisogna essere pronti a coglierlo e a farsi trovare. Accostarsi con delicatezza a chi soffre comporta avere occhio attento per capire al volo quale è in quel momento il nostro posto, orecchio per intercettare pianto o riso ed entrare in sintonia, mani pronte per abbracciare nei momenti di abbandono. Essere vicino a chi è nel dolore mi restituisce, tra i tanti, il dono di uscire dal mio piccolo mondo personale”.
Quindi la cura del malato è un’autentica azione ecclesiale?
La carità, la prossimità, aiutare l’altro è una peculiarità umana che può svolgersi anche autonomamente arrivando fin dove le forze personali lo permettono. Tuttavia, la comunione di intenti ha il valore aggiunto di ‘curare’ meglio e da più aspetti la persona nel bisogno. Lo vediamo negli ospedali: diverse forze sono messe in campo per la cura di un malato e, ognuno secondo la propria competenza (carisma) si prende cura e concorre al servizio della cura.
Ora se questa naturale attitudine umana la caliamo nella dimensione ecclesiale, cioè la viviamo come fratelli che si riconoscono nell’essere parte di un tutto, allora la cura di colui che riconosco come mio fratello diventa per tutti lo strumento per vivere un’autentica dimensione ecclesiale”.
Come nasce il progetto ‘Casa il Gelsomino’?
“Il progetto nasce nel momento in cui, avendo avuto a disposizione degli spazi sovrastanti l’area degli uffici parrocchiali, ci si è interrogati su quale potesse essere l’utilizzo dei locali più rispondente alle necessità della parrocchia e del territorio. L’osservazione del territorio ha messo in luce la necessità per le tante famiglie che, da posti anche lontanissimi portano i loro bambini alle cure dell’ospedale Bambino Gesù, di trattenersi a Roma per periodi anche molto lunghi con conseguente, spesso insostenibile, impegno economico.
Da qui la nostra decisione di andare incontro a questa urgenza creando un ambiente in cui accoglienza e riservatezza potessero permettere a queste famiglie, già nella difficoltà e nel dolore, di vivere un momento di tranquillità e di conforto sentendosi a ‘casa quando casa è lontana’, come ci piace pensare che sia per loro il Gelsomino”.
Perché è un progetto comunitario?
“Perché non avrebbe avuto senso mettere su un progetto del parroco che nel tempo cambia, di una persona che può stancarsi o di un piccolo gruppo che può sciogliersi. Nasceva in una parrocchia che per sua natura è la casa di una comunità che invece resta. Il progetto rappresentava quindi un’occasione di crescita per tutti. Una comunità che decide, si attiva e partecipa ognuno secondo il suo carisma”.
In quale modo state vicino ai genitori?
“La nostra presenza è prima di tutto uno ‘stare’, porsi accanto ai genitori (soprattutto mamme che spesso restano sole per motivi di esigenze familiari). Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno. E’ sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. E’ accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa.
La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza. Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore.
E ci sono momenti che diventa difficile anche per noi sostenere tutto questo. Ecco il senso di essere con la comunità. La fraternità dei frati della parrocchia, il consiglio pastorale e la comunità ne è parte integrante. Noi sappiamo che il sostegno ci viene da tutti. Da chi sostiene generosamente la sua economia a chi prega costantemente per i bambini della casa. E’ proprio nei momenti forti, di gioia per la guarigione e, soprattutto, di immenso dolore per la perdita di un bambino, che sentiamo di far parte di un corpo unito e più grande.
Insieme ci ritroviamo in chiesa, insieme le affidiamo al Nostro Signore, invochiamo lo Spirito di Consolazione per chi non trova pace per aver perso un figlio o innalziamo il nostro grazie per la gioia donata. Quei momenti sono momenti di vera consolazione per i volontari certi di non essere mai soli e certi di crescere sempre un po’ di più come comunità verso una carità condivisa”.
(Tratto da Aci Stampa)
Ciclone Harry e frana di Niscemi: la Chiesa al fianco delle comunità colpite
Il passaggio del ciclone mediterraneo Harry e il grave evento franoso che ha interessato il territorio di Niscemi hanno prodotto, tra il 19 e il 26 gennaio, una situazione di emergenza diffusa in diverse aree del Sud Italia, con un impatto significativo sulla sicurezza delle persone, sull’abitabilità dei territori e sulla tenuta delle comunità locali. Sicilia, Calabria e Sardegna risultano tra le regioni maggiormente colpite da piogge intense, frane, allagamenti, mareggiate e danni alle infrastrutture.
Particolarmente critica è la situazione di Niscemi, dove la frana che ha interessato il versante ovest del centro abitato ha comportato l’evacuazione di oltre 1.500 persone, costrette a lasciare le proprie abitazioni. Una condizione che, oltre all’emergenza immediata, apre interrogativi e bisogni legati al medio periodo, dall’accompagnamento delle famiglie sfollate alla tenuta dei legami sociali e comunitari.
Fin dalle prime ore dell’emergenza, Caritas Italiana, attraverso il Servizio Emergenze, ha attivato un costante raccordo con le Delegazioni regionali e le Caritas diocesane dei territori coinvolti, garantendo un monitoraggio continuo della situazione e una lettura condivisa dei bisogni emergenti.
La rete Caritas locale ha segnalato criticità diffuse che riguardano non solo i danni materiali ad abitazioni, strutture comunitarie e servizi, ma anche le ricadute sociali ed economiche sugli abitanti, in particolare sulle persone più fragili, sugli anziani e sui nuclei familiari costretti allo sfollamento.
In questo contesto, l’azione di Caritas si concentra sull’ascolto delle comunità colpite, sull’accompagnamento delle Caritas diocesane e sulla costruzione di percorsi di prossimità capaci di andare oltre la sola fase emergenziale. Alla luce del quadro emerso e delle esigenze raccolte sul territorio, Caritas Italiana ha deciso di attivare una raccolta fondi per sostenere gli interventi di emergenza e accompagnare le comunità colpite dal ciclone Harry e dalla frana di Niscemi.
Le risorse raccolte serviranno a supportare le Caritas diocesane coinvolte, a rispondere ai bisogni delle persone più vulnerabili e a contribuire a percorsi di sostegno sociale e comunitario nel medio periodo. Caritas Italiana continuerà a seguire con attenzione l’evoluzione della situazione, in stretto raccordo con la rete territoriale, fornendo aggiornamenti e mantenendo viva l’attenzione sulle comunità ferite da questa emergenza.
Mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, continuando a restare in contatto con le Chiese locali, ha sottolineato la necessità della cura: “Esprimiamo solidarietà e prossimità, ricordando che la questione ambientale è inscindibile da quella sociale: per avere a cuore la società dobbiamo prenderci a cuore il creato, che non è un semplice scenario, ma il frutto di una interazione tra l’uomo e la natura”.
Anche la diocesi di Roma ha espresso vicinanza concreta alla comunità di Niscemi, duramente colpita dai gravi eventi franosi degli ultimi giorni, che stanno mettendo a dura prova molte famiglie e l’intero territorio. Il card. Baldo Reina, vicario del papa per la diocesi di Roma, ha manifestato profonda solidarietà alla popolazione colpita, assicurando la partecipazione della Chiesa di Roma, ‘chiamata a presiedere nella carità’, ad un impegno condiviso di sostegno e prossimità verso chi sta vivendo ore di grande difficoltà.
E’ stata inoltre attivata una raccolta fondi per sostenere le prime necessità e accompagnare le comunità nel tempo, con particolare attenzione alle persone più vulnerabili. Un gesto di carità che diventa segno tangibile di una Chiesa che non resta a guardare, ma si fa prossima nelle ferite dell’umanità e della storia.
Anche la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV ha espresso grande vicinanza e sincera partecipazione alle popolazioni colpite dal passaggio del ciclone Harry, che ha duramente segnato ampie aree dell’Italia, come ha sottolineato Paola Da Ros, presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli: “La Società di San Vincenzo De Paoli è da sempre vicina a chi sperimenta la fragilità e desidera far giungere alle popolazioni colpite un messaggio di autentica solidarietà. I nostri soci e volontari, presenti in tutte le regioni interessate dal ciclone, si sono attivati fin dalle primissime ore per intercettare i bisogni più urgenti.
Ma il nostro operato non si esaurisce nell’aiuto materiale immediato. Accanto alle persone colpite scegliamo l’ascolto, la prossimità e un accompagnamento che guarda al futuro. Offriamo conforto, sostegno e presenza costante, con l’obiettivo di aiutare ciascuno a ritrovare fiducia e a intraprendere un percorso di uscita dalla condizione di disagio. E’ uno stare accanto che incoraggia e sostiene, senza sostituirsi, ma camminando insieme”.
Inoltre potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante i giorni del ciclone Harry, secondo l’aggiornamento della Mediterranea Saving Humans, sulla base di nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libia e Tunisia, come ha denunciato la presidente Laura Marmorale: “Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito”.
(Foto: Caritas)
Devotio 2026: il futuro dei luoghi di culto tra fede e bene culturale
Chiese e basiliche nascono come luoghi di culto e per la vita spirituale, ma oggi il loro numero sembra essere esuberante rispetto alle reali esigenze delle comunità di fedeli ancora praticanti. In ambito ecclesiale, e non solo, ci si è iniziati quindi ad interrogare su quali siano le possibili trasformazioni e le diversificazioni d’uso che questi edifici sacri possano affrontare senza snaturarne la missione originale.
E’ a questo interrogativo che cercherà di rispondere ‘Devotio 2026’, quinta edizione della più grande fiera nel mondo e l’unica in Italia sui prodotti devozionali e i servizi per il settore religioso, che si svolge fino al 3 febbraio a BolognaFiere. Questa manifestazione, a cui partecipano 229 espositori provenienti dall’Italia e da altri 17 Paesi, prevede anche un ricco programma culturale sul tema ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’ con una serie di conferenze ed esposizioni con la partecipazione di sacerdoti, religiose, docenti ed esperti.
Il programma culturale di ‘Devotio 2026’ prevede una decina di conferenze, workshop e tavole rotonde, che affronteranno temi come la chiesa spazio dell’ecclesia, arte e letteratura in dialogo con il sacro, il canto e la musica nella liturgia, il restauro delle chiese e delle campane e il diritto ecclesiastico italiano.
In programma anche tre mostre: ‘Oltre i percorsi’, che propone le opere realizzate da undici giovani artisti che hanno partecipato, negli anni dal 2017 al 2024, all’iniziativa ‘Percorsi di riavvicinamento: artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’, curata dal Comitato scientifico di Devotio e dal Centro Studi per l’architettura sacra ‘Cardinale Giacomo Lercaro’; ‘Casule d’artista’, con l’esposizione di dieci vesti liturgiche disegnate da altrettanti artisti nell’ambito di un’iniziativa di Atelier Sirio; e ‘Via Crucis’ di Filip Moroder Doss con scene tratte dalle meditazioni di papa san Giovanni Paolo II per la Via Crucis biblica celebrata al Colosseo nel 2002. Previsti anche due eventi in città a Bologna: la visita sul tema ‘Sguardi sull’arte e sull’architettura’ presso il Museo d’arte Lercaro ed il concerto ‘Musica sacra: tra Rinascimento e Contemporaneo’ del Coro Sibi Consoni-Accademia Vocale di Genova nella Basilica di san Petronio.
‘Devotio 2026’ ha ricevuto anche i patrocini dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, dall’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, dall’Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, dalla Chiesa di Bologna, dalla FACI-Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia, dalla FIUDAC/S-Federazione italiana tra le Unioni Diocesane Addetti al Culto, dall’Associazione Musei Ecclesiastici Italiani. Partner della manifestazione sono inoltre Fondazione Culturale San Fedele e Provincia Italiana Pie Discepole del Divin Maestro. Digital partner è il Marketplace Ereligio.com, mentre media partner sono Edizioni San Paolo, Emil Edizioni (D’A) e Chiesa Oggi.
Il comitato scientifico è coordinato dall’architetto Claudia Manenti, direttrice della Fondazione Centro Studi per l’Architettura Sacra ‘Card. Giacomo Lercaro’ ETS e coordinatrice del Comitato Scientifico e della proposta culturale di Devotio2026, a cui abbiamo chiesto spiegazione del titolo del tema di quest’anno, intitolata ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’:
“La proposta culturale di Devotio 2026 ha scelto il titolo ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’, perché intende proporre una riscoperta dell’importanza dello spazio liturgico per la vita della comunità cristiana, approfondendo gli aspetti simbolici e le modalità pratiche di valorizzazione dei luoghi celebrativi. In un’epoca dove anche le liturgie sono soggette a una tendenza alla virtualizzazione che fa inevitabilmente perdere di rilievo all’esperienza sensoriale e spaziale, fermarsi a riflettere sul ruolo dell’edificio liturgico e delle sue espressioni artistiche per la vitalità della comunità cristiana può essere utile per vivere con maggiore consapevolezza la valorizzazione delle chiese come luoghi di cultura artistica e architettonica che manifestano in forme visibili il ‘credo’ che la comunità cristiana vive nel tempo e nello spazio”.
Un luogo della fede può essere anche un luogo culturale?
“Le attività culturali di ‘Devotio’ di quest’anno intendono affrontare il tema del possibile utilizzo extra-liturgico degli edifici sacri. Infatti, se è vero che le chiese sono molto spesso degli scrigni di opere d’arte e degli spazi che ben si prestano a eventi collettivi, è necessario che quanto avviene in essi si armonizzi con i contenuti liturgici per i quali questi edifici sono stati costruiti. Negli appuntamenti in programma si affronteranno, infatti, i temi relativi alla relazione tra architettura e liturgia nell’epoca del virtuale, a quali usi extra-liturgici sono possibili e quali le precauzioni è necessario prendere per i nuovi adeguamenti architettonici, oltre ai temi della ristrutturazione delle chiese e della sperimentazione dei suoi adeguamenti. Una novità di questa edizione di Devotio riguarda l’ampio spazio dato dal tema della musica sacra che unisce liturgia e cultura”.
Come si può distinguere un evento di fede da un evento culturale all’interno di un luogo sacro?
“L’architettura edificata dalla comunità cristiana come luogo della liturgia eucaristica è, in tutti i secoli, immagine della volontà di imprimere nella materia i cardini della fede, accentuando di epoca in epoca gli aspetti del messaggio evangelico che più si prestano ad interpretare la sensibilità del momento. Le chiese sono i luoghi dove la comunità cristiana si ritrova per celebrare l’Eucarestia, ma chi vive la grazia del Battesimo desidera manifestare e proporre anche a chi ne è distante la propria visione di vita; in questo senso le attività culturali approfondiscono e diffondono la profondità del messaggio cristiano declinato nelle realtà del contemporaneo”.
Da questi spazi quale proposta di Chiesa emerge?
“Nella consapevolezza che lo spazio che la comunità cristiana realizza e nel quale celebra non può che essere un’immagine della vitalità spirituale della Chiesa stessa, è necessario chiedersi e confrontarsi su come la proposta spirituale della ‘Buona Novella’ possa essere oggi declinata in termini spaziali per coinvolgere le nuove generazioni e quanti gravitano ai margini della comunità ancora non attratti dalla novità della risurrezione di Cristo”.
In quale modo si rapportano con la fede gli artisti contemporanei?
“Oggi, come non mai, il mondo dell’arte e la formazione degli artisti sono molto lontani dal cristianesimo e spesso non ne conoscono la proposta di spiritualità. Devotio ha sempre voluto dare spazio all’arte per dimostrare che anche oggi fede e un’arte qualitativamente elevata possono alimentarsi vicendevolmente. Nell’edizione di ‘Devotio 2026’ sarà presente la mostra ‘Oltre i Percorsi’ che propone una visione d’insieme delle opere scaturite dalle quattro edizioni dei ‘Percorsi di riavvicinamento: Artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’, svolte in occasione delle precedenti edizioni di Devotio, integrando le opere già presentate con altri lavori realizzati dai giovani artisti, anche non a soggetto sacro”. Ulteriori informazioni su www.devotio.it.
(Foto: Devotio)
Beni ecclesiali e futuro delle comunità
Un corso promosso da Facoltà teologica del Triveneto, Istituto superiore di Scienze religiose ‘Mons. A. Onisto’ e Diocesi di Vicenza guarda alle strutture parrocchiali sottoutilizzate o chiuse (cinema, scuole, patronati, canoniche) per fornire alle comunità alcune piste operative che restituiscano il coraggio di innovare rimanendo fedeli all’originaria funzione educativa, sociale, di servizio del bene.
Formare le persone, rispondere a bisogni locali e rinforzare il legame comunitario: per questo nelle parrocchie sono sorte scuole, cinema, patronati; beni immobili ‘minori’ che da qualche tempo ormai stanno conoscendo stagioni difficili. Si prospetta un futuro di dismissione o è possibile una rinascita, un ritorno alla funzione comunitaria e sociale per cui i nostri avi li avevano costruiti? Come innovare restando fedeli al principio? Che cosa aiuta le persone e le comunità a ragionare ancora come un ‘noi’? Quali rappresentazioni di comunità sono in gioco?
Provocata da queste domande la ricerca accademica si mette al servizio del territorio con l’intento di comprendere i processi in atto. E’ così che la Facoltà teologica del Triveneto e l’Istituto superiore di Scienze religiose ‘Mons. A. Onisto’ con la Diocesi di Vicenza hanno avviato il seminario di ricerca ‘Beni della chiesa e futuro delle comunità. Un laboratorio di ricerca e progettazione’ che ha avuto una prima tappa a febbraio 2025, cui è seguita una pubblicazione open access edita da Triveneto Theology Press (link download https://www.fttr.it/beni-ecclesiali-e-futuro-delle-comunita/).
Nel 2026 l’approfondimento si amplia con un corso, nella sede dell’Issr di Vicenza, articolato in otto incontri (da febbraio a maggio, il venerdì pomeriggio dalle 18.30 alle 21) che si soffermeranno sulle analisi delle ricadute pratiche nella gestione dei beni immobili comunitari a partire da tre parole chiave: rappresentazioni, modelli, innovazioni.
Sotto la guida dei docenti Davide Lago e Assunta Steccanella, i partecipanti al corso saranno invitati a comprendere quali sono le competenze necessarie e le rappresentazioni di comunità attraverso casi di studio e discussioni. Un secondo passaggio sarà l’analisi dei modelli di gestione comunitaria dei beni ecclesiastici ‘minori’. Infine, si esploreranno le pratiche innovative che si stanno sperimentando nelle comunità cristiane, anche con partner laici.
“Se la parrocchia si apre però al territorio, non svendendo la propria identità ma individuando gli interlocutori che consentano di porsi anche oggi a servizio dei bisogni degli ultimi, spiega Lago, allora alcuni spazi potrebbero fornire un tetto a centri multifunzionali a servizio dell’età anziana, della genitorialità o di varie forme di fragilità personale e sociale.
C’è poi anche un versante prosaico, perché i beni immobili prima o poi ‘chiedono il conto’ in termini di ristrutturazione e messa a norma. Ma su tutto rimane una domanda di fondo. Per cosa sono stati creati questi beni immobili ‘minori’? In estrema sintesi e con un linguaggio forse piuttosto laico: per formare le persone, per rispondere a bisogni locali e per rinforzare il legame comunitario”.
Dopo la riflessione, il discernimento e lo studio di alcune buone pratiche, il passaggio successivo cercherà di favorire una sorta di mappatura dei beni, non tanto in maniera sistematica, di tipo quantitativo, ma con un approccio qualitativo, coinvolgendo gli studenti che parteciperanno al corso. “A ciascuno di loro chiederemo di individuare un bene ‘minore’ nella propria unità pastorale, che sia già oggetto di discernimento comunitario in merito al suo utilizzo, e di andare sul campo per comprendere i processi in atto, con umiltà e apertura mentale.
L’idea è di riportare poi negli incontri del corso alcuni casi di studio ‘allo stato nascente’ e magari, in un secondo tempo, di poterne seguire gli sviluppi. Ovviamente il corso è aperto anche a chi non è studente Issr, ma è sensibile al tema e vuole dotarsi di strumenti teorici e metodologici adeguati. Aspettiamo chiunque sia mosso dal desiderio di accomunare spirito comunitario e innovazione sociale”.
Per informazioni e iscrizioni – entro il 31 gennaio 2026 – contattare la segreteria dell’Issr di Vicenza al numero 0444 1497942, aperta da lunedì a mercoledì ore 18-20, giovedì 18-19.
(Foto: Facoltà Teologica del Triveneto)
Carcere, lavoro e dignità a Milano: ‘La comunicazione come diritto umano fondamentale’
Lunedì 12 gennaio si è svolto presso la Sala Turismo della sede di Confcommercio a Milano il convegno nazionale ‘Comunicazione, dignità e lavoro nel carcere: il ruolo dei commercialisti nel percorso di recupero umano, spirituale e sociale’, promosso da Milano PerCorsi. L’iniziativa ha coinvolto istituzioni, professioni, imprese, terzo settore e mondo dell’informazione, diventando uno dei principali momenti di confronto pubblico del 2026 sul sistema penitenziario italiano.
Al centro del dibattito c’è stata la funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, e la necessità di ripensare il carcere come spazio di recupero umano, sociale e lavorativo, capace di restituire dignità, responsabilità e prospettive future alle persone detenute.
Il convegno nasceva da una emergenza nazionale: il sistema penitenziario italiano versa in crisi estrema. I dati su suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo descrivono una realtà drammatica e inaccettabile. Il sovraffollamento cronico rende le condizioni di vita dei detenuti insostenibili, trasformando le carceri in luoghi di emergenza permanente. E’ emersa la necessità di un intervento urgente da parte dello Stato, questione di responsabilità istituzionale, giuridica e morale.
La comunicazione è stata analizzata come dimensione centrale del recupero umano. Non come semplice strumento informativo, ma come relazione, ascolto, riconoscimento e presenza qualificata. L’assenza di dialogo, la solitudine istituzionale e la carenza di figure professionalmente formate contribuiscono in modo determinante al disagio psicologico delle persone detenute, aumentando il rischio di gesti estremi. Una comunicazione fondata sul rispetto della dignità umana e sulla costruzione di legami autentici rappresenta una delle più efficaci forme di prevenzione del suicidio e di umanizzazione della pena.
Tra gli interventi di maggiore rilievo si è collocato quello di Biagio Maimone, giornalista e scrittore, che ha evidenziato il ruolo della comunicazione come diritto umano fondamentale nei contesti di privazione della libertà, spiegando come la parola sia spazio di riconoscimento dell’identità, strumento di relazione e condizione essenziale per la sopravvivenza psicologica della persona detenuta. L’impossibilità di comunicare il proprio disagio e di essere riconosciuti come esseri umani è una delle principali cause di isolamento, crollo emotivo e, in casi estremi, di suicidio in carcere.
Ha proposto un modello innovativo con la presenza qualificata di professionisti della comunicazione e del giornalismo all’interno delle carceri, capaci di creare spazi di ascolto e di restituzione pubblica della realtà detentiva. Dare voce a chi non ce l’ha restituisce dignità, riattiva il senso di responsabilità personale e consente alla persona detenuta di percepirsi nuovamente parte della comunità.
Maimone ha richiamato anche la visione cristiana del perdono, secondo cui nessuna persona è definitivamente perduta se sceglie la conversione, intesa come consapevolezza dell’errore e volontà concreta di non reiterarlo. In questa prospettiva, la colpa non annulla la dignità e il carcere non può limitarsi a un percorso di riabilitazione esclusivamente sociale e lavorativa, ma deve includere anche una dimensione spirituale ed esistenziale del recupero.
Secondo Maimone, se il cristianesimo afferma che Dio perdona chi si converte, anche la società è chiamata a fare altrettanto. Questo interpella in modo particolare i cristiani, chiamati non al giudizio ma a farsi promotori del cambiamento, accompagnando le persone detenute in un autentico percorso di recupero umano, sociale e spirituale. Il perdono non indebolisce la giustizia: la rende umana, perché riconosce la possibilità di rinascita dell’essere umano e rende concretamente possibile il reinserimento e la riconciliazione con la comunità.
Biagio Maimone è Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, che opera nei contesti di maggiore fragilità sociale e umana. Il suo intervento si è collegato ai Diritti Umani universali, alle Regole Mandela e all’articolo 27 della Costituzione, riaffermando che la pena, per essere legittima, deve preservare la dignità della persona.
Accanto alla comunicazione, il convegno ha posto con forza il tema del lavoro, non come semplice opportunità occupazionale, ma come elemento strutturale del percorso di recupero umano e sociale. Il lavoro restituisce responsabilità, autonomia e riconoscimento sociale, rafforza il senso di appartenenza alla comunità e riduce concretamente il rischio di recidiva. In questa prospettiva, il ruolo dei commercialisti, delle professioni economiche e giuridiche, delle imprese e del terzo settore assume un valore strategico nella costruzione di percorsi di formazione, inserimento e accompagnamento al lavoro delle persone detenute ed ex detenute.
Il confronto ha coinvolto rappresentanti delle istituzioni, delle professioni, del giornalismo, del mondo imprenditoriale e del terzo settore. Dopo i saluti istituzionali di Elbano De Nuccio, Presidente Nazionale dei Dottori Commercialisti, Francesco Caroprese, Vicepresidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Antonio Uricchio, Presidente ANVUR, Massimo Molla, Presidente di Italia Professioni, Edoardo Ginevra, Presidente Nazionale AIDC, e Marcello Guadalupi, Presidente di Milano PerCorsi Srl – Impresa Sociale, i lavori sono entrati nel vivo con interventi significativi.
Il tema della sicurezza e della gestione penitenziaria è stato affrontato da Amerigo Fusco, Primo Dirigente del Corpo di Polizia Penitenziaria, che ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà operative quotidiane e sull’importanza di affiancare alla funzione custodiale un autentico progetto rieducativo, a tutela sia del personale sia delle persone detenute.
Un ruolo centrale è stato attribuito al mondo dell’informazione. Marco Scotti, Direttore di Affaritaliani.it, Gianni Todini, Direttore dell’Agenzia Askanews, Nicola Saldutti, Caporedattore Economia del Corriere della Sera, Antonetta Carrabs, giornalista e direttore responsabile editoriale di Oltre i Confini Magazine, e Fulvio Fulvi, giornalista di Avvenire e scrittore, hanno sottolineato come il carcere sia rimasto troppo spesso ai margini del racconto pubblico, alimentando invisibilità e disinformazione, e come sia necessario un giornalismo capace di restituire responsabilità sociale.
Ampio spazio è stato dedicato anche al tema del lavoro e del reinserimento sociale. Gianmarco Invernizzi, commercialista, Pietro Latella, consulente del lavoro, ed Enea Trevisan, fondatore di Ealixir Inc., hanno evidenziato come il lavoro rappresenti uno dei pilastri fondamentali per ridurre la recidiva, restituire dignità e favorire un reale percorso di autonomia per le persone detenute ed ex detenute. Sul versante dell’impegno sociale e imprenditoriale, Hector Villanueva, CEO e Founder dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, e Massimiliano Fantini, dell’Associazione Seconda Chance – Lombardia, hanno portato esperienze concrete di collaborazione tra imprese, terzo settore e sistema penitenziario, dimostrando come l’inclusione lavorativa sia possibile quando istituzioni e società civile operano in sinergia.
Al termine dei lavori, Milano PerCorsi ha predisposto un documento di raccomandazioni operative da sottoporre alle istituzioni, al mondo imprenditoriale e al terzo settore, con l’obiettivo di promuovere politiche efficaci di comunicazione, prevenzione, inclusione e reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute ed ex detenute, contribuendo alla costruzione di un modello di sistema penitenziario orientato al recupero umano, educativo e sociale, riaffermando che senza dignità non può esserci sicurezza, senza lavoro non può esserci reinserimento, senza comunicazione non può esserci umanità.
Da Riccione l’Azione Cattolica Italiana lancia la sfida educativa
“Egli auspica che esso possa favorire la consapevolezza di quanto sia delicato l’impegno educativo nei confronti di ragazzi, adolescenti e giovani che vanno accompagnati con sapienza e sostenuti con affetto. Ciò richiede una formazione di qualità per coloro che sono chiamati a svolgere questa importante missione: anzitutto la disposizione ad ascoltare e ad empatizzare con gli altri, quale ambito in cui germina e dà frutti l’evangelizzazione”: con un messaggio inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, card. Pietro Parolin, e letto in apertura dei lavori dall’assistente generale, mons. Claudio Giuliodori, alla platea degli oltre 1700 partecipanti al convegno degli educatori dell’Azione Cattolica Italiana, svoltosi nella scorsa settimana a Riccione,.
Il tema posto a base dell’incontro dell’Azione Cattolica Italiana verteva sulla sfida educativa, ‘Verso l’Alto. Per una scelta educativa fedele al Vangelo e alla vita’, per proporre una riflessione e fornire strumenti concreti a giovani e adulti sul senso della scelta educativa, che ha rappresentato un’occasione per interrogarsi sul valore, sulle responsabilità e sulle sfide che accompagnano chi si dedica all’educazione, ricordando che questa missione è chiamata a rimanere ‘fedele al Vangelo e alla vita’.
Anche il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, nel video messaggio aveva evidenziato che l’educazione non è protagonismo, come insegna san Piergiorgio Frassati: “Non è un problema prestazionale di protagonismo soggettivo e individualista in cui devo far vedere e devo mostrare chi sono, con anche i fallimenti e delusioni che questo comporta, o come tanti culturismi soggettivi che impediscono poi di costruire la comunità e di pensarsi insieme, di pensarsi in relazione”.
E’ stato un invito ad ‘entrare nelle case’, come ha fatto Gesù che è nato per farsi ‘carne’: “Il Signore entra nella vita, il Natale è il Signore che entra nella storia e che ci fa entrare con Lui nella storia. Ecco, io mi auguro che l’Azione Cattolica continui ad aiutare tanti ad andare verso l’alto, a cercare l’alto per trovare sé stessi e il prossimo”. La prima giornata è proseguita con gli interventi introduttivi dei responsabili nazionali dei settori Adulti e Giovani e dell’Acr e con una veglia di preghiera, ‘Perché la vostra gioia sia piena’, incentrata sulla vocazione del servizio educativo.
Nel giorno successivo i partecipanti hanno dato vita ad incontri sulla cura, ravvivando con la loro gioia ‘colorita’ una città in addobbo per Natale: l’Acr ha continuato la riflessione sui ‘fondamenti’ dell’esperienza educativa, individuando nella fiducia e nella fedeltà le note di stile che caratterizzano l’essere educatore e la relazione educativa tra educatore e ragazzi: quella al servizio educativo è una chiamata esigente e totalizzante, che merita una risposta consapevole e gioiosa.
L’Acg ha rilanciato ciò che ha più a cuore: camminare insieme come educatori che si lasciano educare, come comunità che cresce condividendo il passo, le fatiche e la gioia della cura. Invece il settore degli adulti ha utilizzato come slogan la battuta del film ‘Frankenstein Junior’, ‘Si può fare!’, lasciando spazio a chi sogna e costruisce una formazione possibile per gli adulti, tra visioni nuove, metodi condivisi e percorsi che nascono dal vivere l’associazione come esperienza di comunità.
Mentre nella celebrazione eucaristica conclusiva, che ha aperto la giornata domenicale, mons. Claudio Giuliodori ha sottolineato che l’educazione è la via che conduce alla santità: “A ben vedere, quanto stiamo vivendo è bello e significativo perché in Azione Cattolica tutti educhiamo e tutti siamo educati. E’ il circolo virtuoso dell’essere educati in Cristo e nella Chiesa che ci fa crescere giorno dopo giorno dentro relazioni fraterne di amore e servizio reciproco, via maestra verso la santità”.
E’ stato un invito a tracciare quei percorsi educativi indicati nella lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza: “Possiamo sentirci a pieno titolo una parte significativa e luminosa di quelle costellazioni che nella storia della Chiesa hanno saputo tradurre l’insegnamento evangelico in percorsi educativi per accompagnare la crescita integrale di ogni persona in tutte le stagioni della vita… stiamo lavorando per contribuire con creatività, competenza e lungimiranza, a rinnovare e rilanciare la passione educativa della Chiesa”.
Quindi è stata un’esortazione a percorrere i sentieri ‘educativi’ di san Pier Giorgio Frassati, ribadendo fedeltà alla ‘scelta religiosa’: “Fedeli alla ‘scelta religiosa’, maturata sulla scia del Concilio per essere sempre più profondamente radicati nella missione della Chiesa e liberi da compromissioni improprie, siamo chiamati ancora oggi, soprattutto attraverso il servizio educativo e formativo, in un dialogo aperto e costruttivo con tutti, ad essere fermento di crescita spirituale, di animazione culturale, di testimonianza credibile, personale ed associativa, in tutti gli ambiti della vita umana, dagli affetti alle professioni, dall’economia alla politica, collaborando alla costruzione di un mondo più giusto e solidale, capace di realizzare una pace disarmata e disarmante”.
Infine nel confronto conclusivo, ‘Custodire la vita, generare comunità’ il prof. Domenico Simeone, docente di pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha invitato i partecipanti ad una ‘formazione continua’, interrogandosi continuamente sul modo in cui si utilizza il ‘potere’ educativo, che deve essere speso “perché si sviluppi l’empowerment dell’altro e perché questi rafforzi la sua capacità di camminare in modo autonomo”.
Anche la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei, ha ricordato come la caratteristica dell’ ‘asimmetria’ nella relazione non deve compromettere il ‘rispetto della dignità di ciascuno’: “La prima cosa di cui ha bisogno una persona vittima di qualunque forma di abuso è essere ascoltato. In questo caso occorre mettere in atto un ‘ascolto attivo’, e dunque ci si ferma e si fa sentire l’altro oggetto di attenzione, senza pretendere di identificare subito ciò che si ascolta”.
E sull’importanza del curare la vita comunitaria, e del ‘rigenerare le istituzioni associative esistenti’ ha insistito la conclusione del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano: “Dobbiamo riempire di senso le nostre espressioni di vita associativa, che non sono un ostacolo all’efficienza e curare le nostre équipe, che esistono in quanto, per tenere gli occhi sulle persone, non si può che lavorare insieme”.
Perché l’Azione Cattolica Italiana punta sull’educazione?
“L’atto educativo è l’azione propria della vita associativa: prendersi cura delle persone significa costruire legami significativi per costruire la vita della comunità. Nell’esperienza associativa abbiamo imparato che l’educazione è uno stile di abitare le relazioni, ma è anche un modo per generare la vita civile e sociale. La sfida educativa ci porta verso l’altro aiutandoci a stare insieme”.
In quale modo l’educazione può essere un aiuto per uno sguardo verso l’alto?
“Il rapporto con l’altro implica anche un atto contemplativo verso l’alto, perché nel Vangelo Gesù ha affermato che Lo possiamo riconoscere nei fratelli. L’evangelizzazione è un’azione educativa; quindi un’autentica azione educativa non può che essere un’azione di annuncio di Vangelo”.
Allora è possibile costruire alleanza tra Azione Cattolica Italiana, Chiesa ed istituzioni civili?
“Bisogna costruire alleanze educative, in quanto è necessario educare insieme: ci vuole un villaggio. Così bisogna costruire reti associative ed avere una visione organica dell’educazione, in modo d tenere in conto tutte le situazioni della persona, perché essa possa aver accesso ad un percorso di crescita culturale, spirituale e fisica”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: il cinema racconti la bellezza della speranza
“Il cinema è un’arte giovane, sognatrice e un po’ irrequieta, anche se ormai centenaria. Proprio in questi giorni compie 130 anni, a far conto da quella prima proiezione pubblica, realizzata dai fratelli Lumière il 28 dicembre 1895 a Parigi. Inizialmente, il cinema appariva come un gioco di luci e di ombre, per divertire e impressionare. Ma ben presto, quegli effetti visivi hanno saputo manifestare realtà ben più profonde, fino a diventare espressione della volontà di contemplare e di comprendere la vita, di raccontarne la grandezza e la fragilità, d’interpretarne la nostalgia d’infinito”: nell’incontro con più di 160 registi, attori e maestranze, papa Leone XIV li ha ringraziati per saper mettere ‘in movimento la speranza’ e promuovere ‘la dignità umana’, non sfruttando il dolore ma accompagnandolo.
Per il papa il cinema sa raccontare l’anima umana ed accendere la speranza: “E’ bello riconoscere che, quando la lanterna magica del cinema si accende nel buio, s’infiamma in simultanea lo sguardo dell’anima, perché il cinema sa associare quello che sembra essere soltanto intrattenimento con la narrazione dell’avventura spirituale dell’essere umano. Uno dei contributi più preziosi del cinema è precisamente quello di aiutare lo spettatore a tornare in sé stesso, a guardare con occhi nuovi la complessità della propria esperienza, a rivedere il mondo come se fosse la prima volta e a riscoprire, in questo esercizio, una porzione di quella speranza senza la quale la nostra esistenza non è piena. Mi conforta pensare che il cinema non è soltanto moving pictures: è mettere in movimento la speranza!”
Nella sala cinematografica lo spettatore assapora la bellezza: “Entrare in una sala cinematografica è come attraversare una soglia. Nel buio e nel silenzio, l’occhio torna attento, il cuore si lascia raggiungere, la mente si apre a ciò che non aveva ancora immaginato. In realtà, voi sapete che la vostra arte richiede concentrazione. Con le vostre opere, voi dialogate con chi cerca leggerezza, ma anche con chi porta dentro il cuore un’inquietudine, una domanda di senso, di giustizia, di bellezza”.
E pone interrogativi: “Oggi, viviamo con gli schermi digitali sempre accesi. Il flusso delle informazioni è costante. Ma il cinema è molto più di un semplice schermo: è un crocevia di desideri, memorie e interrogazioni. E’ una ricerca sensibile dove la luce perfora il buio e la parola incontra il silenzio. Nella trama che si dispiega, lo sguardo si educa, l’immaginazione si dilata e perfino il dolore può trovare un senso”.
Quindi cinema e teatri sono i cuori pulsanti della città: “Strutture culturali come i cinema e i teatri sono dei cuori pulsanti dei nostri territori, perché contribuiscono alla loro umanizzazione. Se una città è viva è anche grazie ai suoi spazi culturali: dobbiamo abitarli, costruirci relazioni, giorno dopo giorno. Ma le sale cinematografiche vivono una preoccupante erosione che le sta sottraendo a città e quartieri. E non sono in pochi a dire che l’arte del cinema e l’esperienza cinematografica sono in pericolo. Invito le istituzioni a non rassegnarsi e a cooperare per affermare il valore sociale e culturale di questa attività”.
Quindi il cinema ‘interpella’ ed accende la speranza: “Nell’anno del Giubileo, in cui la Chiesa invita a camminare verso la speranza, la vostra presenza da tante Nazioni e, soprattutto, il vostro lavoro artistico quotidiano, sono segni luminosi. Perché anche voi, come tanti altri che giungono a Roma da ogni parte del mondo, siete in cammino come pellegrini dell’immaginazione, cercatori di senso, narratori di speranza, messaggeri di umanità.
La strada che voi percorrete non si misura in chilometri ma in immagini, parole, emozioni, ricordi condivisi e desideri collettivi. E’ un pellegrinaggio nel mistero dell’esperienza umana che voi attraversate con lo sguardo penetrante, capace di riconoscere la bellezza anche nelle pieghe del dolore, la speranza dentro le tragedie delle violenze e delle guerre”.
Citando papa san Paolo VI ed il regista David W. Griffith ha invitato i presenti a fare del cinema un’arte dello Spirito: “La nostra epoca ha bisogno di testimoni di speranza, di bellezza, di verità: voi con il vostro lavoro artistico potete esserlo. Recuperare l’autenticità dell’immagine per salvaguardare e promuovere la dignità umana è nel potere del buon cinema e di chi ne è autore e protagonista. Non abbiate paura del confronto con le ferite del mondo. La violenza, la povertà, l’esilio, la solitudine, le dipendenze, le guerre dimenticate sono ferite che chiedono di essere viste e raccontate”.
E’ stato un invito ad indagare nel ‘mistero’ della fragilità: “Il grande cinema non sfrutta il dolore: lo accompagna, lo indaga. Questo hanno fatto tutti i grandi registi. Dare voce ai sentimenti complessi, contraddittori, talvolta oscuri che abitano il cuore dell’essere umano è un atto d’amore. L’arte non deve fuggire il mistero della fragilità: deve ascoltarlo, deve saper sostare davanti ad esso. Il cinema, senza essere didascalico, ha in sé, nelle sue forme autenticamente artistiche, la possibilità di educare lo sguardo”.
Quindi il cinema è un ‘atto comunitario’: “Per concludere, la realizzazione di un film è un atto comunitario, un’opera corale in cui nessuno basta a sé stesso. Tutti conoscono e apprezzano la maestria del regista e la genialità degli attori, ma un’opera sarebbe impossibile senza la dedizione silenziosa di centinaia di altri professionisti: assistenti, runner, trovarobe, elettricisti, fonici, attrezzisti, truccatori, acconciatori, costumisti, location manager, casting director, direttori della fotografia e delle musiche, sceneggiatori, montatori, addetti agli effetti, produttori…
In un’epoca di personalismi esasperati e contrapposti, ci mostrate come per fare un buon film è necessario impegnare i propri talenti. Ma ciascuno può far brillare il suo particolare carisma grazie ai doni e alle qualità di chi lavora accanto, in un clima collaborativo e fraterno. Che il vostro cinema resti sempre un luogo d’incontro, una casa per chi cerca senso, un linguaggio di pace. Che non perda mai la capacità di stupire, continuando a mostrarci anche un solo frammento del mistero di Dio”.
(Foto: Santa Sede)





























