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Per i vescovi italiani il lavoro è via alla pace

“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa”: questo è l’inizio del messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, in svolgimento il 1^ maggio, dal titolo ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.

Nel messaggio i vescovi sottolineano  che attraverso il lavoro si crea comunità: “In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”.

E creando comunità costruiscono il futuro: “Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. E’ una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona”.

Nonostante papa san Giovanni Paolo II abbia sottolineato il valore profetico del lavoro è in crisi: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità”.

E la guerra distrugge il lavoro: “Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli”.

Ed ecco la differenza tra costruire e ricostruire: “Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare”.

Quindi i vescovi sottolineano che la guerra distrugge il lavoro: “Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo”.

Occorre quindi ‘orientare’ il lavoro alla pace: “Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia….

Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari”

Citando papa Leone XIV e mons. Tonino Bello il messaggio si conclude con la sollecitazione a riconoscere il lavoro come via alla pace: “Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo ‘gli aratri in lance’. Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno”.

‘Cambio Rotta’, coinvolti nel progetto 3.000 minori del circuito penale

Si è svolto mercoledì scorso alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma il convegno conclusivo del progetto ‘Cambio Rotta: percorsi inclusivi nella giustizia minorile’, con la partecipazione di oltre 300 tra rappresentanti istituzionali, operatori, enti del terzo settore e studiosi. L’iniziativa ha coinvolto più di 3.000 ragazzi inseriti nel circuito penale minorile, attraverso percorsi educativi, formativi e di inclusione sociale.

Ad aprire i lavori è stato il messaggio del viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, che ha indicato la direzione: “Mettere al centro la persona, non il reato. Cambio Rotta dimostra che percorsi individualizzati, capaci di integrare educazione e inclusione, possono offrire ai ragazzi nuove prospettive di vita”.

Il direttore generale dell’impresa sociale ‘Con i Bambini’, Marco Imperiale, ha rilanciato la domanda che ha attraversato l’intero progetto: ‘è stato un modello efficace?’, e la risposta emersa dal confronto è netta: “Sì, a condizione che si rafforzi una governance realmente condivisa tra pubblico e privato, fondata su corresponsabilità, fiducia e comunicazione stabile”.

Dalla voce degli operatori è arrivata un’indicazione altrettanto chiara: ‘Servono reti territoriali più forti e interventi continuativi. Superare la frammentazione, investire nella co-progettazione e garantire stabilità ai percorsi sono le condizioni per incidere davvero sulla povertà educativa e sulla prevenzione della recidiva”.

Il procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, ha riconosciuto nel progetto un esempio concreto di sussidiarietà, ma ha anche richiamato i rischi emergenti “accanto alle mafie tradizionali, crescono le dinamiche di reclutamento minorile legate a reti terroristiche e processi di radicalizzazione online. Da qui l’esigenza di rafforzare l’alleanza tra istituzioni e società civile, fino a costruire” – nelle sue parole – un vero e proprio ‘esercito di sentinelle’.

Particolarmente intensa la riflessione del prof. Adolfo Ceretti, che ha offerto una lettura profonda delle trasformazioni adolescenziali: “Se i ragazzi dei primi anni 2.000 potevano essere definiti ‘narcisisti’, quelli di oggi appaiono spesso ‘vuoti’, fragili, attraversati da rabbia e smarrimento…

In questo scenario, ‘Cambio Rotta’ assume un valore ancora più significativo – ha proseguito l’esperto: non solo progetto educativo, ma spazio di ‘ricerca-azione’ in cui i ragazzi hanno potuto sperimentare percorsi di ricostruzione personale per avviare un processo di riappropriazione di sé, passando da un corpo ‘subìto’ a un corpo ‘pensato’, abitato consapevolmente”.

Tutto ciò è stato possibile anche attraverso l’ausilio della musica, del teatro, della scrittura, dell’arte, della natura e di variegate attività esperienziali. A confermare l’efficacia dell’intervento sono stati anche gli esiti della valutazione d’impatto, che evidenziano miglioramenti nelle competenze sociali e relazionali, una riduzione dei fattori di rischio e una maggiore capacità dei territori di attivare risposte integrate.

In chiusura, il presidente dell’associazione ‘Con i Bambini’, Marco Rossi Doria, ha richiamato il valore strategico dell’alleanza educativa costruita dal progetto: “Cambio Rotta dimostra che solo comunità educanti solide, capaci di mettere in relazione istituzioni, scuola e terzo settore, possono offrire opportunità reali ai ragazzi più fragili. La sfida, ora, è dare continuità a queste esperienze e renderle strutturali”.

Un elemento qualificante emerso nel corso dell’esperienza è rappresentato dall’avvio di nuove prassi operative con gli USSM, fondate sulla co-progettazione dei percorsi destinati ai minorenni autori di reato. Da questo lavoro congiunto sono scaturite significative sinergie positive che hanno contribuito a rafforzare l’efficacia delle prese in carico e la qualità degli interventi.

Nel convegno è stato evidenziato come, in un momento storico caratterizzato da crescenti fragilità sociali, educative e relazionali, e da una maggiore complessità dei bisogni dei giovani coinvolti nei circuiti della giustizia minorile, sia sempre più urgente promuovere modelli di intervento integrati e personalizzati.

In Italia, secondo i dati aggiornati al 31 marzo 2026, sono circa 19.500 i minori e giovani adulti coinvolti in procedimenti penali e seguiti dagli USSM: un fenomeno che riguarda prevalentemente i maschi (91%) e che vede una forte incidenza nella fascia tra i 15 e i 17 anni. I reati più diffusi sono quelli contro il patrimonio (36%) e contro la persona (31%), segnalando una crescente complessità delle traiettorie di devianza minorile, spesso intrecciate a condizioni di marginalità sociale, fragilità educativa e contesti familiari problematici.

(Foto: Con i bambini)

Il New York Times accende i riflettori sull’ospitalità religiosa in Italia

Dopo l’attenzione ricevuta dal Times di Londra nello scorso gennaio, è ora il New York Times ad approfondire l’ospitalità religiosa in Italia, e in particolare su quella romana, confermando l’interesse internazionale verso una forma di accoglienza che rappresenta un tratto originale e distintivo del nostro Paese.

Nel reportage il quotidiano americano racconta le diverse opportunità offerte dalle comunità religiose a chi arriva a Roma per motivi spirituali, turistici, di studio o di lavoro, mettendo in luce anche l’impegno dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana nella catalogazione e nella promozione di queste strutture.

L’articolo si sofferma su cinque realtà concrete, descrivendone caratteristiche, servizi, costi e stile di accoglienza. Ne emerge un modello apprezzato per la convenienza, la sobrietà degli ambienti e il valore umano dell’esperienza, capace di andare oltre il semplice pernottamento e di intercettare l’interesse di chi cerca un soggiorno più autentico e significativo.

“Essere presenti su media internazionali così autorevoli è molto importante” dichiara il presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Fabio Rocchi. “Significa poter far conoscere nel mondo un aspetto dell’ospitalità italiana davvero unico, che non si limita a offrire un posto dove dormire, ma propone uno stile di accoglienza fondato sulla relazione umana, sulla semplicità e su valori profondi. E’ una ricchezza originale del nostro Paese, difficilmente replicabile altrove”.

“Che grandi testate straniere scelgano di raccontare questa realtà,” aggiunge Rocchi, “aiuta a darle la giusta visibilità e a far comprendere come anche attraverso l’ospitalità religiosa l’Italia sappia esprimere un modello distintivo, in cui il soggiorno può trasformarsi in un’esperienza di incontro, attenzione e umanità”.

Nell’articolo inoltre si evidenzia il prezzo ‘contenuto’: “Uno degli elementi che rende particolari queste strutture è il prezzo contenuto. L’associazione di Rocchi stima il costo medio per notte di una camera doppia in una casa religiosa intorno ai 90 euro; una doppia in un hotel di Roma costa in media 190 euro. I visitatori devono aspettarsi camere essenziali. L’attenzione, ha detto Rocchi, è rivolta alla ‘semplicità, per farvi sentire a casa’, non ad un’esperienza da cinque stelle.

Trovare queste strutture può essere complicato: una legge italiana le definisce come realtà ‘gestite al di fuori dei normali canali commerciali’. Le prenotazioni vengono generalmente gestite via email o telefono, oltre che tramite banche dati come quella di Rocchi e del sito di prenotazione Monastery Stays. Per il viaggiatore che desidera uno sguardo più intimo su Roma, una casa religiosa per ospiti offre un ambiente sicuro e spesso centrale”.

“I volti della povertà in carcere”: a Fabriano la mostra fotografica che racconta una realtà invisibile

Si è svolta nei giorni scorsi la conferenza stampa di presentazione della mostra ‘I volti della povertà in carcere’, che sarà ospitata sino a domenica 12 aprile all’Oratorio del Gonfalone di Fabriano. L’esposizione è tratta dall’omonimo volume con fotografie di Matteo Pernaselci e testi di Rossana Ruggiero, pubblicato da EDB – Edizioni Dehoniane Bologna.

L’evento è stato promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. La mostra offrirà ai visitatori uno sguardo profondo e lontano dagli stereotipi sulla realtà carceraria: volti, storie e frammenti di vita restituiti attraverso immagini capaci di cogliere silenzi, solitudine, ma anche momenti di umanità e condivisione. Un racconto visivo che mette in luce un’umanità sospesa tra il peso del passato e la speranza di un futuro diverso.

Durante la conferenza stampa sono intervenuti Maurizio Serafini, Assessore alla Comunità e alla Solidarietà del Comune di Fabriano, Gianluigi Farneti, Direttore Caritas diocesana, Massimo Stopponi del Consiglio Centrale della Società di San Vincenzo De Paoli di Fabriano, Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza e Gabriele Cinti, Referente del progetto ‘Confini umani’.

L’assessore alla comunità e alla solidarietà sociale del Comune di Fabriano, Maurizio Serafini, ha evidenziato che l’amministrazione comunale è particolarmente attenta alle persone che escono dal carcere. Ha inoltre ringraziato la Società di San Vincenzo De Paoli per la struttura di prima accoglienza via Mamiani che ospita persone senza fissa dimora, di cui circa il 20% sono ex detenuti.

Infine, ha rilevato le difficoltà che molte associazioni di volontariato incontrano nel reperire persone disponibili a dedicare una parte del proprio tempo agli altri, evidenziando la necessità di promuovere una maggiore sensibilizzazione e partecipazione della comunità.

Il direttore della Caritas diocesana, Gianluigi Farneti, ha sottolineato come l’iniziativa rappresenti un’occasione preziosa per coinvolgere l’intera comunità — anziani, adulti e giovani — avvicinandola a una realtà spesso poco conosciuta e restituendo attenzione e visibilità a un’umanità troppo frequentemente dimenticata. Ha evidenziato inoltre che il progetto si inserisce in un impegno più ampio volto a costruire un legame vivo tra carcere e comunità, favorendo il dialogo, l’inclusione e la diffusione di una cultura della dignità, promossa quotidianamente anche dalla Caritas su tutto il territorio nazionale.

A seguire, Massimo Stopponi ha richiamato il significato dell’iniziativa, inserendola nella tradizione di impegno della Società di San Vincenzo De Paoli verso il mondo carcerario, ispirata a San Vincenzo De Paoli e al beato Federico Ozanam, che già dalle origini includeva tra le opere di carità il sostegno ai detenuti e alle loro famiglie.

Questo impegno continua attraverso azioni concrete rivolte a detenuti ed ex detenuti con percorsi educativi, iniziative culturali e progetti di reinserimento sociale, accompagnati da una costante attività di formazione dei volontari.

Proprio nelle Marche, dall’11 ottobre al 6 dicembre 2025, si è svolto il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’. Il corso si è concluso il 14 febbraio ad Ancona e ha coinvolto 112 iscritti provenienti da 11 regioni italiane, di cui due terzi dalle Marche. Tra i partecipanti si contano 15 giovani sotto i 30 anni e circa 20 volontari della Società di San Vincenzo De Paoli. Il percorso ha avuto anche una significativa estensione online, con oltre 1.200 visualizzazioni dei contenuti formativi. I volontari formati saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie del territorio.

L’attenzione verso le persone più fragili prosegue anche nella Casa di prima accoglienza di via Mamiani dove vengono accolti stabilmente anche ex detenuti che incontrano difficoltà nel reinserimento sociale. Pur in assenza di dati precisi, si stima che rappresentino circa il 20% degli ospiti.

Nel suo intervento, Antonella Caldart ha sottolineato come la mostra nasca dall’esperienza diretta nei luoghi della detenzione, restituendo attraverso immagini e racconti un’umanità fatta di volti, gesti e frammenti di vita. Ha evidenziato che il carcere non è solo spazio di pena ma luogo in cui convivono sofferenza, relazioni e possibilità di cambiamento, che coinvolgono non solo i detenuti ma anche gli operatori.

Caldart ha richiamato con forza il tema della dignità della persona, ribadendo che la pena non deve trasformarsi in una “pena dell’anima”, ma mantenere una prospettiva educativa e di reinserimento, in linea con i principi costituzionali. Ha inoltre ricordato come, in assenza di reali percorsi di recupero, il rischio di recidiva resti elevato, sottolineando l’importanza di investire su accompagnamento e inclusione.

Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato il valore del volontariato, descritto come presenza concreta e relazione autentica: un impegno che si realizza nell’ascolto, nelle attività in carcere e nel sostegno alle persone anche fuori, insieme alle loro famiglie. In questo senso, la mostra è stata indicata come uno strumento capace di favorire conoscenza e incontro, superando pregiudizi e stigmatizzazioni.

Durante il periodo di esposizione della mostra sono state invitate le scuole secondarie di secondo grado di Fabriano, con percorsi guidati di circa 75 minuti. Le visite prevedono un’introduzione, attività di gruppo sulle fotografie, momenti di restituzione e dialogo finale, con l’obiettivo di superare stereotipi e promuovere una comprensione più consapevole e responsabile della realtà carceraria.

Gabriele Cinti, referente del progetto “Confini umani: carcere, fragilità e comunità educante”, ha evidenziato come la mostra I volti della povertà in carcere offra uno sguardo sulla realtà carceraria, mettendo in luce il legame tra povertà e marginalità sociale.

La mostra nei prossimi mesi sarà allestita in altre città italiane, tra cui Bologna e Cagliari. Ogni tappa porterà con sé il proposito di diffondere il valore dell’accoglienza e della dignità umana, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità.

Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV è da anni impegnato in percorsi di formazione, sensibilizzazione e progettazione educativa per rafforzare il dialogo tra carcere e società.

Papa Leone XIV: giustizia ricerca della verità nella carità

Apertura anno giudiziario

“Il vostro lavoro, discreto e silenzioso, contribuisce in modo significativo al corretto funzionamento dell’assetto istituzionale dello Stato e, più profondamente, alla credibilità dell’ordinamento giuridico che lo regge. La giustizia autentica, tuttavia, non può essere compresa soltanto nelle categorie tecniche del diritto positivo. Alla luce della missione che orienta l’azione della Chiesa, essa appare anche come esercizio di una forma ordinata di carità, capace di custodire e promuovere la comunione”: aprendo l’Anno Giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, papa Leone XIV ha sottolineato che l’amministrazione della giustizia contribuisce anche alla tutela del valore dell’unità, ‘elemento essenziale della vita ecclesiale’.

Nel ringraziamento del lavoro svolto il papa ha sottolineato il rapporto tra giustizia ed unità: “In questo nostro primo incontro desidero pertanto condividere con voi alcune riflessioni sul rapporto che intercorre tra l’amministrazione della giustizia e il valore dell’unità. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto nella giustizia una virtù fondamentale per l’ordine della vita personale e comunitaria.

A questo proposito, Sant’Agostino ricordava che l’ordine della società nasce dall’ordine dell’amore, affermando che ‘ordinata dilectio est iustitia’. Quando l’amore è rettamente ordinato, quando Dio è posto al centro e il prossimo è riconosciuto nella sua dignità, allora l’intera vita personale e sociale ritrova il suo giusto orientamento”.

Dall’ordine dell’amore nasce la giustizia: “Da questo ordine dell’amore nasce anche l’ordine della giustizia. L’amore autentico, infatti, non è mai arbitrario o disordinato, ma riconosce la verità delle relazioni e la dignità di ogni persona. Per questo la giustizia non è soltanto un principio giuridico, ma una virtù che contribuisce a edificare la comunione e a rendere stabile la vita della comunità”.

Questa prospettiva è stata approfondita da san Tommaso d’Aquino: “La riflessione teologica e giuridica della tradizione cristiana ha approfondito ulteriormente questa prospettiva. In particolare, San Tommaso, basandosi sul diritto romano, definisce la giustizia come ‘constans et perpetua voluntas ius suum unicuique tribuendi’, vale a dire la volontà costante e perpetua di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Con questa definizione il Dottore Angelico mette in luce il carattere stabile e oggettivo della giustizia, che non dipende da interessi contingenti, ma si radica nella verità di ciascuna persona e nella ricerca del bene comune”.

Infatti la giustizia è indirizzata al bene comune: “Alla luce di questa tradizione si comprende anche il legame profondo tra giustizia e carità. La sapienza teologica ha espresso tale relazione con l’affermazione secondo cui ‘caritas perfecta, perfecta iustitia est’. perché nella pienezza della carità la giustizia trova il suo compimento più autentico. Ne consegue che, laddove non vi sia una vera giustizia, non può sussistere neppure un autentico diritto, poiché il diritto stesso nasce dal riconoscimento della verità dell’essere e della dignità di ogni persona”.

Solo se è equa la giustizia si apre alla carità: “La giustizia, così concepita, è la virtù cardinale che ci chiama ‘a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune’. In questo riconoscimento si apre la via alla carità, perché soltanto quando le relazioni sono ordinate secondo verità diventa possibile quella comunione che è il frutto più alto dell’amore.

La restaurazione della giustizia diventa dunque condizione dell’avvento della carità, che è dono dello Spirito e il principio di unità nella Chiesa. In questa prospettiva si comprende anche come l’amore e la verità non possano essere separati: solo amando si conosce la verità, e l’amore della verità conduce a scoprire la carità come suo compimento”.

In questo senso la giustizia, quando pratica la carità, è segno di unità: Per questa ragione la giustizia, quando è esercitata con equilibrio e fedeltà alla verità, diventa uno dei più solidi fattori di unità nella comunità. Essa non divide, ma rafforza i legami che uniscono le persone e contribuisce a edificare quella fiducia reciproca che rende possibile la convivenza ordinata”.

In modo particolare nello Stato del Vaticano la giustizia ha un significato particolare: “L’amministrazione della giustizia non si limita infatti alla risoluzione delle controversie, ma contribuisce alla tutela dell’ordine giuridico e alla credibilità delle istituzioni. L’osservanza delle garanzie procedurali, l’imparzialità del giudice, l’effettività del diritto di difesa e la ragionevole durata dei processi non rappresentano soltanto strumenti tecnici del procedimento giudiziario. Essi costituiscono le condizioni attraverso le quali l’esercizio della funzione giurisdizionale acquista particolare autorevolezza e contribuisce alla stabilità istituzionale”.

In questo senso la giustizia è un ministero a favore del popolo di Dio: “La giustizia nella Chiesa non è mero esercizio tecnico della norma, ma ministero al servizio del Popolo di Dio. Essa richiede, oltre che competenza giuridica, anche sapienza, equilibrio e una costante ricerca della verità nella carità. Ogni decisione, ogni processo e ogni giudizio sono chiamati a riflettere quella ricerca della verità che sta al cuore della vita della Chiesa”.

Ecco il motivo per cui la giustizia diventa un ‘fattore di stabilità’: “Quando la giustizia è esercitata con integrità e fedeltà alla verità, essa diventa un fattore di stabilità e di fiducia all’interno della società, generando come naturale conseguenza l’unità. Continuate dunque a svolgere questo servizio con integrità, prudenza e spirito evangelico.

La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia, poiché entrambe trovano la loro pienezza in Cristo. Così il diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventa uno strumento prezioso per edificare la comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Ddl Caregiver: FISH esprime apprezzamento ma chiede correttivi urgenti

La Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con disabilità e Famiglie (FISH) e le associazioni aderenti esprimono vivo apprezzamento per il disegno di legge sul riconoscimento del caregiver familiare, un intervento atteso da decenni che segna un passo fondamentale verso il pieno riconoscimento di chi quotidianamente assiste e sostiene persone con disabilità, garantendo inclusione e dignità.

Pur valutando positivamente l’impianto della legge, la memoria depositata e la discussione odierna in audizione, presso la XII Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati, evidenzia la necessità di correttivi volti a rafforzare l’efficacia della norma. Tra le proposte principali figurano la libertà di scelta della persona con disabilità, la revisione del monte ore richiesto per la qualifica di caregiver (art 2), che verrebbe ridotta a 70 ore per i conviventi e a 18 ore per i non conviventi.

La Federazione richiede, inoltre, il potenziamento del contributo economico, previsto dal 1° gennaio 2027 per chi si registrerà al portale INPS entro ottobre 2026, e la conferma della natura esentasse del beneficio, escludendolo dal calcolo del reddito imponibile e dell’ISEE. La FISH chiede, infatti, l’eliminazione della soglia dei 3000 euro lordi annui per chi non svolge attività lavorativa e la soglia ISEE dei 15000 euro, stabilendo invece come soglia quella prevista per il riconoscimento dell’assegno Unico e Universale (AUU). In caso di co-caregiving, il contributo dovrebbe essere ripartito equamente tra entrambi i genitori (art 13).

La FISH propone anche l’istituzione di un Fondo integrativo volontario presso l’INPS (art 13 – bis) per ampliare le risorse destinate ai caregiver, finanziato esclusivamente da contributi volontari dei lavoratori, professionisti e donazioni pubbliche o private, senza gravare sulle risorse statali obbligatorie.

Altro punto centrale riguarda la previdenza dei caregiver (art. 13-ter): entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, si auspica un decreto legislativo che garantisca contributi figurativi per l’intero periodo di assistenza, calcolati su base 54 ore settimanali, interamente a carico dello Stato, dal momento del riconoscimento ufficiale del ruolo di caregiver.

Infine, sul tema della qualifica del caregiver, attualmente collegata al numero di ore settimanali, la FISH propone tre alternative per uniformare i criteri su tutto il territorio nazionale: fissare soglie minime nazionali, basarsi sul carico di cura effettivo certificato da strumenti ufficiali (PAI o Progetto di Vita), o definire standard omogenei tramite decreto specifico:

“In questo momento storico, sottolinea la Federazione, è fondamentale che la Commissione e le istituzioni competenti assumano piena responsabilità, rafforzando il provvedimento per trasformarlo in uno strumento concreto di riconoscimento, tutela e sostegno dei caregiver familiari. Migliaia di famiglie attendono da anni questo passo: il Parlamento deve approvare una norma solida, equa e capace di rispondere ai bisogni reali delle persone e delle comunità”. 

Azione contro la fame intensifica la risposta all’emergenza umanitaria in Libano

Azione Contro la Fame lancia l’allarme sulle gravi conseguenze umanitarie in corso, tra cui la carenza di beni di prima necessità, i danni alle infrastrutture idriche ed energetiche e il rischio di sfollamenti su larga scala, sia all’interno sia all’esterno del Paese. L’organizzazione sta intensificando la risposta umanitaria in Libano, rafforzando il sostegno ai rifugi di comunità e ampliando la distribuzione di aiuti essenziali alle famiglie sfollate. Azione Contro la Fame è attiva anche in diversi Paesi della regione, tra cui Iraq, Afghanistan e Pakistan, oltre che nelle aree limitrofe come i Territori Palestinesi Occupati, Giordania, Libano, Siria e Yemen.

L’escalation del conflitto nella regione mediorientale sta aggravando emergenze umanitarie già significative, interrompendo i servizi essenziali, aumentando il livello di sfollamento della popolazione ed esponendo civili e operatori umanitari a rischi considerevoli. Comunità che già vivevano in condizioni difficili si trovano ora ad affrontare un livello di incertezza ancora maggiore.

In Libano, i continui attacchi aerei, gli ordini di sfollamento di massa, le incursioni terrestri e l’aumento rapido degli sfollati interni hanno innescato una crisi umanitaria su larga scala. L’Unità di gestione dei rischi di catastrofi, guidata dal Consiglio dei ministri libanese, stima che fino a un milione di persone potrebbero essere costrette a lasciare le proprie case se le ostilità persistono.

In risposta, Azione Contro la Fame sta intensificando il proprio intervento in tutto il Paese, rafforzando il sostegno ai rifugi di comunità e la distribuzione di aiuti essenziali alle famiglie sfollate.

“Le famiglie, già provate da anni di difficoltà, sono nuovamente in movimento, con migliaia di persone costrette a dormire in auto o in spazi pubblici”, afferma la direttrice regionale Suzanne Takkenberg. “Serve urgentemente il sostegno internazionale per garantire una risposta proporzionata a questa crisi”.

Da quando il conflitto ha raggiunto il Libano lo scorso 2 marzo, Azione Contro la Fame ha attivato meccanismi di emergenza e condotto valutazioni rapide per identificare i bisogni più urgenti, coordinandosi con autorità e agenzie umanitarie per evitare duplicazioni. Ad oggi, l’organizzazione ha sostenuto 32 rifugi di comunità, tra cui 6 nel distretto di Baalbek, 8 nella Bekaa occidentale, 4 a Zahle e 11 nel distretto di Aley (Monte Libano). Le squadre distribuiscono cibo, acqua in bottiglia e kit igienici e forniscono servizi di emergenza per la nutrizione dei bambini e il supporto ai caregiver.

I principali interventi finora messi in atto riguardano:     323 kit per l’igiene familiare e 136 kit per l’igiene dei neonati distribuiti; 9.168 litri di acqua in bottiglia consegnati; 800 pacchi alimentari pronti al consumo, sufficienti a coprire una settimana di cibo per circa 1.800 persone; supporto a tre ospedali (due a Zahle e uno a Tiro) per gravidanze ad alto rischio; oltre 150 bambini hanno ricevuto integratori o biscotti ad alto contenuto energetico per prevenire la malnutrizione.

Azione Contro la Fame esorta la comunità internazionale a cessare immediatamente la violenza nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario, ad assicurare un accesso sicuro e senza ostacoli all’assistenza umanitaria e ad aumentare i finanziamenti umanitari per soddisfare le crescenti esigenze.

Azione Contro la Fame | www.azionecontrolafame.it

Accordo tra Banca Etica e il Coordinamento CERS a sostegno delle comunità energetiche di Roma e del Lazio

Banca Etica annuncia la definizione di un protocollo di intesa con il Coordinamento CERS Roma e Lazio, elaborato in collaborazione con l’Ufficio Clima di Roma Capitale, finalizzato al sostegno economico e finanziario delle comunità energetiche rinnovabili e solidali attive nel territorio regionale. L’accordo nasce dalla volontà condivisa di rafforzare un modello energetico democratico, partecipato e sostenibile, capace di coniugare transizione ecologica, coesione territoriale e contrasto alle disuguaglianze. Le CERS rappresentano infatti uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’energia pulita e redistribuire valore economico sui territori.

Attraverso il protocollo, Banca Etica metterà a disposizione delle CERS aderenti al Coordinamento strumenti finanziari dedicati e condizioni agevolate per sostenere la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili, l’anticipazione di contributi pubblici e il finanziamento degli investimenti necessari allo sviluppo dei progetti. L’intesa prevede inoltre la possibilità di attivare strumenti mutualistici di garanzia e soluzioni coerenti con i principi della finanza etica, rafforzando l’autonomia economica delle comunità energetiche e costruendo un’alleanza strutturale tra società civile organizzata e finanza responsabile.

“Questo accordo rappresenta un passaggio strategico per consolidare e far crescere le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali nel Lazio – dichiara il Coordinamento CERS Roma e Lazio –. L’accesso al credito è uno snodo decisivo per trasformare le esperienze civiche in infrastrutture energetiche reali, in energia condivisa e in benefici concreti per i territori, con particolare attenzione alle famiglie in condizione di vulnerabilità energetica. Con Banca Etica rafforziamo un’alleanza che mette la finanza al servizio della transizione ecologica e del bene comune”.

“L’accordo si inquadra nel più ampio impegno di Banca Etica per la transizione e il contrasto al cambiamento climatico. Le CERS, oltre a contribuire in modo determinante alla sostenibilità ambientale e al contrasto alla povertà energetica, sono uno straordinario strumento per dare impulso alla costruzione di comunità in epoca di frammentazione sociale, prevedendo che i benefici economici abbiano ricaduta sociale sul territorio. Imprescindibile il ruolo di Roma capitale come propulsore di questi approcci, con la messa a disposizione di superfici pubbliche ed il generale sostegno al progetto”, ha detto Riccardo Dugini, vicedirettore generale di Banca Etica.

Il Protocollo avrà validità fino al 31 dicembre 2027, con possibilità di rinnovo, e prevede momenti annuali di verifica dei risultati raggiunti e delle operazioni attivate. L’accordo è stato annunciato il 18 febbraio 2026 nel corso della seconda Conferenza delle comunità energetiche rinnovabili, promossa da Roma Capitale e tenutasi in Campidoglio.

Nella stessa occasione il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha annunciato lo stanziamento di circa € 800.000 – risorse provenienti dal ministero dell’Ambiente nell’ambito del Climate City Contract – e la prossima pubblicazione di un bando dedicato per affiancare alla messa a disposizione delle superfici pubbliche un sostegno economico diretto alle comunità energetiche rinnovabili e solidali.

Per il Coordinamento CERS Roma e Lazio si tratta di un passaggio significativo: senza strumenti finanziari adeguati, il diritto delle comunità locali a produrre e condividere energia rischia di rimanere solo formale. Le risorse annunciate potranno contribuire a rafforzare e rendere pienamente operativi diversi progetti promossi dalle CERS romane aderenti al Coordinamento. Particolarmente rilevante è l’approvazione del Piano di Fattibilità Tecnica ed Economica per la realizzazione di impianti solari in 15 scuole di Roma Capitale, che potrà consentire l’attivazione di ulteriori comunità energetiche nei municipi romani, consolidando il legame tra patrimonio pubblico e beni comuni energetici.

Papa Leone XIV invita i teologi a navigare in mare aperto

“Sono lieto di incontrarvi questa mattina e di condividere con voi qualche riflessione riguardante il cammino di formazione offerto dalle vostre rispettive Istituzioni, la Facoltà Teologica Pugliese e l’Istituto Teologico Calabro. Pensando alle due Regioni da cui provenite, bagnate dalla bellezza e dalla vastità del mare, mi ritornano in mente le parole che papa Francesco rivolse alla comunità degli scrittori de La Civiltà Cattolica, che possono essere utili anche per voi: Restate in mare aperto. Il cattolico non deve aver paura del mare aperto, non deve cercare il riparo di porti sicuri”: con le parole di papa Francesco questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto le ‘comunità’ della Facoltà Teologica Pugliese e dell’Istituto Teologico di Calabria, rimarcando che la fede deve essere inculturata.

Ma l’inculturazione della fede non equivale al nozionismo: “Non si tratta di acquisire nozioni per adempiere obblighi accademici, ma di avviare una navigazione coraggiosa, una traversata in alto mare. Questo viaggio si muove in una duplice direzione: da una parte è un percorso per scendere in profondità, scrutando gli abissi del mistero di Dio e le diverse dimensioni della fede cristiana; dall’altra, è un prendere il largo per andare oltre, per scrutare altri orizzonti e trovare, così, nuove forme e nuovi linguaggi in cui annunciare il Vangelo nelle diverse situazioni della storia”.

Quindi la teologia serve per annunciare il Vangelo: “Questo è un punto importante che mi preme ribadire: la teologia serve per l’annuncio del Vangelo; perciò è parte integrante e fondamentale della missione della Chiesa. La formazione teologica non è un destino per pochi specialisti, ma una chiamata rivolta a tutti, perché ciascuno possa approfondire il mistero della fede e ricevere gli strumenti utili a portare avanti con passione il ‘perseverante impegno di mediazione culturale e sociale del Vangelo’… Su questa strada è possibile costruire un comune orizzonte di pensiero e una convergenza sulle sfide pastorali e sulle esigenze dell’evangelizzazione”.

Lodando il cammino intrapreso dalle due facoltà teologiche il papa ha ribadito che occorre fare insieme teologia: “Una formazione che serve all’annuncio del Vangelo è possibile solo insieme, navigando ‘in mare aperto’ ma non come navigatori solitari. E farlo, come dicevamo, lasciando il proprio porto sicuro, andando oltre i propri confini territoriali ed ecclesiali, nell’incontro e nel confronto, nell’ascolto reciproco e nel dialogo, in quella comunione tra le Chiese che mette in connessione le risorse, le competenze e i carismi”.

Nella comunione si aprono orizzonti nuovi per la Chiesa: “Facendo teologia insieme, gli orizzonti intellettuali, spirituali e pastorali si allargano e si mescolano, generando prospettive comuni e un impegno ecclesiale più incarnato nel territorio, offrendovi la possibilità di rinnovare gli stili e i linguaggi della fede nel contesto reale in cui vi trovate.

Facendo teologia insieme, scoprirete di essere un laboratorio che prepara i futuri presbiteri e operatori pastorali a vivere relazioni ecclesiali nello stile sinodale, in cui i diversi soggetti, ministeri e carismi ecclesiali si completano a vicenda superando ogni chiusura”.

In questo percorso insieme si riesce a rispondere meglio alle ‘sfide’ contemporanee: “Facendo teologia insieme, infine, sarete più capaci di accogliere le domande e le sfide del contesto sociale e culturale. Infatti, la ricchezza della storia da cui provenite e la diffusa religiosità del vostro popolo non cancellano le numerose problematiche sociali, la crisi del lavoro, il fenomeno dell’emigrazione e tutte quelle forme di oppressione, di schiavitù e di ingiustizia che invocano una coscienza nuova e un impegno audace da parte di tutti”.

Ha concluso l’incontro, affermando che la teologia sviluppa un pensiero critico, aperto alla speranza: “La formazione teologica contribuisce a generare un pensiero critico e profetico, rappresentando un investimento culturale per il futuro in grado di disinnescare le logiche della rassegnazione e dell’indifferenza.

Vi incoraggio a portare avanti questo progetto con entusiasmo, con determinazione e senza lasciarvi sedurre dalla tentazione di tornare indietro. Vi invito a sognare una comunità accademica in cui i candidati al ministero ordinato, i consacrati e le consacrate, i laici e le laiche si formano insieme e aiutano le Comunità cristiane a diventare segno del Vangelo e cantieri di speranza”.

(Foto: Santa Sede)

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