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Papa Leone XIV a Barcellona: essere comunità di santi
“Il Concilio Vaticano II definisce l’Ufficio divino ‘voce della sposa che parla allo sposo’ e ‘preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre’. Anche la Lettura che abbiamo ascoltato sottolinea che ‘tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo’. Possiamo allora farci aiutare, nella nostra riflessione, proprio da queste due immagini: la Sposa e il Corpo”: papa Leone XIV, appena giunto a Barcellona prega l’Ora Media nella cattedrale cittadina.
Commentando nell’omelia la Lettera ai Corinzi di san Paolo, il papa ha chiesto di essere una ‘comunità di santi’: “La prima ci ricorda che la Chiesa, e in particolare quest’assemblea, ricca di doni e carismi e della varietà delle storie di ciascuno, è anzitutto una Sposa amata. Dio vi ha voluti qui, perché ama in voi e nel vostro essere insieme una bellezza e una bontà uniche e sacre. Lui vi ha scelti, non altri, a rappresentare, oggi, la ‘Comunità dei santi’ che è in Barcellona”.
E’ stato un invito a ‘camminare insieme’: “Ed è con questa consapevolezza che vi invito a rinnovare, concordi, il proposito di camminare insieme, tutti, fedeli e Pastori, sulle orme di Cristo, verso la pienezza della vita. La Chiesa è frutto di un atto d’amore che la precede e che viene da Dio, e cresce anzitutto lasciandosi amare da Lui, unita, con cuore umile e grato, perché solo chi si lascia amare da Dio può costruire, con gli altri, le opere dell’amore”.
Ed ha riproposto le parole di papa Francesco che invitava a diffondere un ‘clima’ di famiglia: “Le sue parole indicano il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita: un clima di famiglia, in cui si vive insieme, memori della comune figliolanza e della comune chiamata, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono”.
Per questo papa san Giovanni Paolo II diceva che Barcellona era un focolare: “Carissimi, Barcellona, in questo, ha una grande tradizione di Chiesa. Ne faceva memoria san Giovanni Paolo II quando, in visita qui, lodava l’ ‘animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti’, e vi incoraggiava a ‘proclamare davanti alla Chiesa che questa città e questa regione sono un focolare grande ed aperto alla fraternità cristiana’.
Nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione. Ed ancora oggi esse hanno conferma nella vitalità delle numerose opere di annuncio, di formazione e di carità di cui tutti siete animatori e protagonisti”.
L’altra immagine riguarda la corporeità: “Se Cristo infatti è lo Sposo che ci ha amato per primo, Egli è anche il Capo a cui siamo uniti come membra di un unico organismo, gli uni al servizio degli altri, ‘gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione’, tutti animati dall’azione dello stesso Spirito, tutti chiamati alla stessa santità. Anche questo è importante, perché ci rammenta che per noi lavorare insieme non è una scelta di ‘stile’, ma una necessità fisiologica, fondata sulla grazia concessa a ciascuno ‘secondo la misura del dono di Cristo’, e a cui corrispondiamo impegnando i carismi ricevuti nel rispetto dei ministeri affidati”.
E’ il corpo che fa comunità: “E’ lo Spirito che, come parti di un’unica compagine viva, ci spinge non solo a donarci senza riserve, là dove la Provvidenza ci chiama, ma a farlo secondo i disegni di Dio, nell’obbedienza e nella fiducia. Come in un corpo, anche tra noi ci sono membra più forti e altre più deboli, alcune visibili, che svolgono funzioni evidenti all’esterno, altre nascoste, che agiscono dal di dentro, in alcuni casi non fermandosi mai e assolvendo funzioni vitali, senza che nessuno nemmeno se ne accorga”.
Citando la figura di sant’Eulalia, compatrona della Cattedrale, ha sottolineato il significato di ‘martirio’: “Cari fratelli e sorelle, è con questo spirito che anche noi, in un mondo dilaniato da guerre e divisioni, in una società sempre più frammentata e individualistica, vogliamo essere “martiri”, cioè testimoni e profeti, di unità, di accoglienza, di concordia e di pace, anche a costo di sacrifici e rinunce. Come la Vergine Eulalia e tanti altri martiri, vogliamo rispondere il nostro ‘sì’, pronti, dove necessario, a morire a noi stessi, a perderci per ritrovarci, a rinunciare a ciò che è superfluo per costruire su ciò che è essenziale e dura per sempre”.
Ma prima di lasciare Madrid per Barcellona il papa ha ringraziato i volontari, parlando del ‘lievito della gratuità’: “La vostra esperienza di questi giorni, come quella di tanti fratelli e sorelle volontari in circostanze simili (penso al Giubileo dell’anno scorso), è un segno del Regno che viene, e lo è per un aspetto essenziale: la gratuità”.
La gratuità è parte della ‘città di Dio’: “La gratuità è un lievito che fa crescere la qualità umana, etica e spirituale di una società, perché, potremmo dire, è un tratto tipico della ‘città di Dio’. Tanto più in un mondo continuamente influenzato dalla logica dell’interesse, del profitto, dove il termine ‘crescita’ è ridotto alla dimensione economico-finanziaria, c’è bisogno di pensare e di vivere secondo la logica più vera, cioè quella di una crescita umana integrale”.
La gratuità è la logica del Vangelo: “Carissimi, Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo il lievito del Regno dei cieli, lo ha mescolato nella pasta della nostra umanità malata per risanarla dall’interno, con l’acqua e con il sangue del suo Sacrificio e con il fuoco dello Santo Spirito. E dopo la sua morte e risurrezione ha mandato i discepoli, con la forza dello stesso Spirito, perché siano nel mondo segni e strumenti del suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace.
Questo avviene con la predicazione, ma avviene anche, e direi soprattutto, attraverso uno stile di vita, un modo di pensare e di comportarsi che è quello del Vangelo. Ebbene, un tratto essenziale di questo stile è la gratuità”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ai vescovi spagnoli: la Chiesa in cammino con il popolo
“Dopo aver salutato i rappresentanti politici che mi hanno accolto in Parlamento, vorrei ora approfittare di questi momenti insieme per ravvivare la comunione così come Gesù consigliava ai suoi apostoli… Il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un processo di ascolto profondo. Essere capaci di riconoscere la voce di Dio, che parla attraverso la comunità ecclesiale, è uno dei suoi valori fondamentali. E’ un dialogo fecondo che come Chiesa state definendo in diversi modi. Uno concreto, che possiamo evocare, è quello dei congressi che state realizzando”: all’incontro con i vescovi spagnoli papa Leone XIV ha esortato a proseguire il cammino sinodale in dialogo con tutti, creando realtà capaci di comunicare l’esperienza di fede attraverso la comunione del Popolo di Dio.
Quindi il papa ha proposto loro un viaggio verso Dio: “Una tentazione nel viaggio è diventare ossessionati da ciò che lasciamo, luoghi, cose, forme, senza aprirci, nella docilità allo Spirito, alla novità di ciò che troviamo. A questa tentazione si aggiunge quella dei bagagli, che, per motivi simili, riempiamo con cose inutili che finiscono per essere un peso. D’altra parte, non dobbiamo dimenticare qualcosa che impariamo dalle vicissitudini di tanti migranti: una sola persona, senza radici e senza risorse, è qualcuno che soffre terribilmente e che con grande difficoltà riesce a stabilire legami solidi nel luogo in cui arriva”.
Ed è ritornato a non sottovalutare il patrimonio di fede: “Come non ricordare qui l’immenso patrimonio cristiano della vostra terra, l’enorme capacità di convocazione che quella ricchezza ci fornisce: con la sua bellezza, che raggiunge anche il non credente, o con i legami di appartenenza che è stata capace di intessere nell’identità spirituale di ogni angolo di questo amato popolo, e che rimane presente anche nei momenti in cui la sua fede vacilla. Una sfida enorme, certamente, a cui siamo chiamati a rispondere con coraggio, affinché questo patrimonio produca i frutti di cui è capace”.
Però durante il viaggio è necessario il cibo: “Un altro tesoro che non possiamo dimenticare nel nostro bagaglio è il Viatico del pellegrino. Il Pane della Parola e dell’Eucaristia ci è ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la strada della salvezza. Non si tratta di come rendere la celebrazione più o meno attraente, ma sentire che, se siamo partecipi di quel Pane, la sua assenza ci provoca un disagio che possiamo paragonare alla fame materiale. La vita sacramentale accompagna il ritmo della nostra esistenza come quella di un bambino che riceve il cibo dalla madre, come quella di uno sportivo che va misurando le forze necessarie per raggiungere il traguardo”.
Comunque nel viaggio si deve anche essere disponibili al dialogo: “Se prima abbiamo detto che dobbiamo abbandonare tutto ciò che ci frena e ci allontana, ora il compito deve essere che il nostro patrimonio sia sempre uno strumento e un’opportunità di dialogo con coloro che incontriamo sul nostro cammino. Come accade ai pellegrini del Cammino di Santiago, nel nostro viaggio possiamo incontrare quelle immense pianure castigliane, vuote ai nostri occhi. I pochi incontri di questi pellegrini con alcune persone anziane o con lavoratori stranieri, possono essere una metafora di molte situazioni sociali che purtroppo si percepiscono in alcune delle vostre realtà ecclesiali”.
Ma anche usare bene il linguaggio: “Il primo riguarda la capacità di comunicare, di parlare con ogni realtà presente nel nostro territorio, di abbassarsi non solo per capire, ma per condividere. Solo sulla base della condivisione di tutto ciò che di buono c’è nel proprio patrimonio, apportando ciascuno il proprio contributo, potremo costruire una realtà nuova in cui la fede possa radicarsi profondamente. Per questo, logicamente, bisogna cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviare processi e tessere legami dove poter seminare il seme del Regno.
Il secondo è la chiamata a creare realtà capaci esse stesse di comunicare la propria esperienza di fede… Dopo le pianure deserte, troveremo anche grandi città; in esse, il silenzio e la lontananza non sono fisici, ma spirituali. Le risposte saranno diverse, ma analoghi i processi per arrivarci: ascolto, comprensione, rispetto, generosità e franchezza”.
Però un punto importante è quello di lasciarsi guidare da Dio: “E’ il Signore che ci conduce, Egli è il padrone della storia e di ciascuna delle nostre storie, Egli determina i tempi. Noi camminiamo dietro di Lui, anzi, camminiamo con Lui come membri di un solo corpo. Questo legame profondo chiede alla Chiesa, in questo tempo di polarizzazioni e contrapposizioni sempre più dure, una testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio. Il volto di Cristo si lascia riconoscere nel mosaico vivente della Chiesa, dove molte tessere, senza confondersi, convergono per manifestare la bellezza dell’unico Signore”.
Per questo è importante la comunione: In questo compito, il ministero del vescovo assume una responsabilità peculiare. Siamo chiamati a essere principio visibile di comunione, innanzitutto della comunione con Cristo, custodendo con amore la fede ricevuta, in docilità alla Parola di Dio e alla viva Tradizione della Chiesa; poi, in comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale, con il presbiterio e con la propria comunità diocesana, con la vita consacrata, con i movimenti, con le associazioni e con ogni carisma autentico che lo Spirito dona per l’edificazione comune”.
Ed ha elencato alcuni punti di questa missione: “La vostra missione chiede di custodire l’unità, favorire il dialogo, sanare le fratture e accompagnare il cammino del popolo affidato alle vostre cure. La comunione, vissuta in questo modo, possiede anche una forza missionaria. Una Chiesa riconciliata interiormente può parlare con maggiore libertà ai fratelli di altre confessioni cristiane e di altre religioni, a coloro che non credono, alle autorità civili e a tutti gli uomini di buona volontà che lavorano per il bene comune”.
E’ stato un sollecito alla pastorale vocazionale: “Per questo, la pastorale vocazionale non può ridursi a una semplice ricerca di numeri. Essa nasce da comunità vive, da sacerdoti gioiosi, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce l’esistenza, ma la espande. Dove il Vangelo è vissuto con gioia, servizio e comunione, anche la chiamata del Signore può essere nuovamente ascoltata come promessa di vita. Prima abbiamo parlato di bagagli: i pellegrini del Cammino di Santiago sanno bene che nello zaino deve essere caricato solo l’essenziale”.
Quindi il cammino della Chiesa è fatto di incontri, specialmente con chi è stato abusato: “Come vedete, il nostro cammino è fatto di incontri: in essi non mancheranno coloro che vivono momenti di oscurità e ci chiedono di diventare per loro samaritani. Uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura”.
Un incontro che attraverso la cura possa risollevare chi ha subito la ferita: “Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione. Questa stessa logica vale anche per le sfide di un mondo secolarizzato. Molti uomini e donne del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di senso, di verità, di appartenenza e di speranza, anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto ed ad offrire, come Pietro e Giovanni al paralitico accanto alla porta del tempio, il tesoro che le è stato affidato: Gesù Cristo, nel cui nome l’uomo può alzarsi e camminare”.
Ha concluso l’incontro di ‘viaggio’ con un riferimento anche ai sacerdoti: “Guardandolo lui, penso a coloro che sono i più vicini compagni dei vescovi in questo viaggio, a quei ‘semplici sacerdoti’, nel senso più alto e più esigente del termine. Il nostro camminare con loro dovrebbe trasmettere il valore di quella essenza: essere presbiteri innamorati di Cristo, radicati nella preghiera, fedeli alla Chiesa, vicini al popolo e capaci di unire dottrina solida, zelo apostolico e carità pastorale. Presbiteri che trovino nel vescovo non solo un’autorità riconosciuta, ma un padre che li accompagna; e negli altri sacerdoti fratelli con cui condividere le fatiche e le gioie di questa peregrinazione piena di incontri, in cui tutti cerchiamo Cristo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: annunciare il Vangelo nell’essenzialità
“E’ quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i vescovi italiano, a conclusione dell’82^ assemblea generale della Cei, con un ringraziamento per l’apprezzamento dell’enciclica.
Il discorso del papa verte intorno al ‘seminatore’ instancabile quale è Dio: “Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara. Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi”.
Riprendendo i testi di san Francesco d’Assisi, il papa ha invitato i vescovi ad annunciare il Vangelo: “Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge”.
Ed ecco che l’iniziazione cristiana non è solo limitata ai sacramenti: “Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il ‘grembo’ in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale… Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale”.
E’ stato un invito a ‘coltivare’ la comunità: “La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura”.
La comunità, quindi, è viva, quando c’è ascolto: “Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi”.
Ed il cammino sinodale è lo stile a cui la Chiesa è chiamata: “Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo”.
Stile sinodale come missione: “Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica”.
Per questo ha invitato i vescovi al coraggio dell’essenziale: “Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia”.
In precedenza aveva incontrato i partecipanti alla plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione, ringraziandoli per il lavoro giubilare svolto con l’invito ad annunciare il Vangelo: “L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali; solo così la fede stessa viene riscoperta sempre di nuovo nella sua bellezza ed esprime al meglio la sua credibilità. L’annuncio del Vangelo, che infonde speranza, non è una proposta utopica: è una testimonianza che attrae in quanto manifesta la chiamata all’amore e alla verità”.
Per evangelizzare, però, è necessario capire i ‘segni dei tempi’: “La trasmissione della fede, in tale contesto, passa necessariamente attraverso l’incontro con persone e comunità che esprimono la gioia della fede cristiana e la coerenza di uno stile di vita evangelico. Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio ‘la via, la verità e la vita’ che ha convertito e santificato tante persone.. La santità della vita, pertanto, rimane sempre la forma più convincente della bellezza della fede cristiana che supera i tempi e si propone ad ogni cultura”.
Il papa ha terminato l’incontro con la richiesta di una maggior ‘attenzione’ al sacramento del battesimo: “Un’attenzione peculiare è dovuta nei confronti dei catecumeni, che in numero sempre più significativo chiedono il Battesimo. Il gioioso servizio della comunità nell’accogliere e accompagnare i catecumeni non può concludersi con la celebrazione del Sacramento. Altrettanta responsabilità richiede il compito successivo, quello cioè di offrire un ambiente nel quale trovino riscontro le attese che hanno portato ad aderire a Cristo e alla sua Chiesa”.
In questo modo si garantisce la crescita spirituale: “Il dovere di mantenere viva la scelta di fede compiuta con il Battesimo comporta, in particolare per le comunità parrocchiali, l’esigenza di tendere sempre alla misura alta della vita cristiana, per assicurare ai nuovi battezzati uno spazio di crescita coerente, frutto di relazioni interpersonali vissute nell’amore e nel servizio reciproco”.
(Foto: Santa Sede)
Cei: Magnifica Humanitas è un dono prezioso
In apertura dei lavori della 82^ Assemblea generale della Cei il presidente card. Matteo Zuppi ha ricordato le prime parole di papa Leone XIV, appena eletto: “Non un semplice saluto, ma l’annuncio del Risorto alla comunità: la parola che apre le porte chiuse, fa superare la paura, rimette in cammino, fa gustare oggi quello che non finisce e di cui abbiamo bisogno. Da allora quelle parole non hanno smesso di accompagnarci e, direi, di lavorare dentro di noi e di indicare a tutti la scelta della pace”.
E la gratitudine si è estesa commentando l’enciclica presentata ieri: “Oggi sentiamo di estendere la nostra gratitudine per il dono dell’enciclica ‘Magnifica humanitas’, che accogliamo come un dono prezioso, un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza che talvolta avvertiamo intorno a noi. Questo documento, nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, ci sprona nell’impegno a fare del bene comune, della destinazione universale dei beni, della sussidiarietà, della solidarietà e della giustizia sociale i principi di riferimento in un’epoca in cui la grande sfida è custodire l’umano”.
L’enciclica interpella tutti: “Ci sentiamo interpellati di fronte alle guerre, alle diseguaglianze sociali, allo sfruttamento del lavoro, al modello tecnocratico e agli egoismi verso le migrazioni dei popoli, alla cosiddetta ‘teologia della prosperità’. Questa è vantaggiosa solo per i potenti e legittima i conflitti armati, come fossero parte dello sviluppo di una cultura, chiamando addirittura in causa il nome di Dio, che starebbe dalla parte del più forte”.
L’enciclica è uno sprone per la Chiesa: “Ci impegniamo a tradurre l’aspirazione verso la verità più profonda con scelte concrete che animeranno l’orizzonte pastorale dei prossimi anni, come peraltro il papa ci ha chiesto nel nostro primo incontro del giugno 2025. Sentiamo, infatti, il pericolo di un fondamentalismo della verità, interpretata come forza delle proprie ragioni da imporre agli altri a qualunque costo, che ci rende chiusi al dono dello Spirito Santo e alla forza del messaggio di Gesù”.
Per questo la sinodalità è lo stile della Chiesa: “Per questo, non si può piegare il magistero a conferma del proprio pensiero estrapolandone parti che fanno comodo: il magistero, invece, va letto nella Chiesa e con la Chiesa, in comunione con il papa ed i vescovi, ma anche in ascolto dei battezzati che ogni giorno hanno le mani in pasta con la vita sociale. Siamo popolo e non la somma di singoli interessi. La sinodalità rimane uno stile da vivere nel quotidiano… Accogliamo la nuova enciclica come un ‘cammino di discernimento comunitario’, che metterà insieme le migliori energie del Paese per un rinnovato entusiasmo nella costruzione del bene comune”.
Però un cammino ha bisogno di relazioni: “Lo stile del cammino ci rende partecipi di un grande progetto comune: una società dove è consentito alle persone di fiorire per i loro talenti (sussidiarietà), ma dentro una trama di relazioni solidali… Intendiamo attivare percorsi di cura reciproca, di condivisione, di amicizia sociale e di cooperazione per non rimanere indifferenti verso i poveri e gli ultimi. La solidarietà è un modo di fare la storia perché fa crescere comunità e non assemblea di individui, ci rende comunità di destino e non frequentatori digitali”.
Relazioni capaci di leggere i tempi: “Siamo chiamati a leggere questo tempo, con le sue ferite e le sue attese, alla luce di quella pace che il Risorto dona non quando tutto è facile, ma proprio mentre le porte sono chiuse e i discepoli hanno paura. Per questo, ci aiuta e possiamo farci accompagnare dalla scena del Risorto che visita i discepoli nel Cenacolo”.
Il discorso del presidente della Cei è stato un rimando alla pace di Gesù agli apostoli nel cenacolo: “Questa parola illumina il nostro tempo. Viviamo in un mondo attraversato da guerre, paure, solitudini, diffidenze. La violenza sembra tornata a essere considerata il linguaggio normale della politica internazionale. Il riarmo, diverso dalla difesa, viene presentato come un destino inevitabile. La diplomazia fatica, il diritto internazionale è indebolito, la fiducia tra i popoli appare fragile.
Eppure, proprio qui, in questo Cenacolo largo che è la storia odierna, la Chiesa ascolta ancora la parola del Risorto: ‘Pace a voi’. La Chiesa vive in questo tempo difficile, che è un tempo di conflitti per troppi popoli, un tempo in cui si fa ricorso all’odio e allo scontro più che al dialogo e all’incontro… Sappiamo come questa ‘cultura violenta della potenza’ produce tanti dolori, morti, distruzioni e come, progressivamente, crei una cultura della forza che si riverbera non solo nelle relazioni tra Stati, ma anche sulla società stessa e nel comportamento delle persone”.
Ed ecco che l’annuncio evangelico non va scollegato con la promozione umana: “Il percorso sinodale ha dato conferma a un’intuizione antica della nostra Conferenza Episcopale, cui peraltro venne dedicato il primo Convegno ecclesiale nazionale di cui ricordiamo i cinquant’anni, ovvero che l’annuncio del Vangelo e la promozione umana non sono due binari paralleli. Sono invece un unico respiro. Quando la Chiesa annuncia Cristo, non si disinteressa dell’uomo; quando serve l’uomo, non mette tra parentesi Cristo”.
Da qui l’invito a costruire comunità: “Per questo continuiamo a stare vicino alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi vive nella solitudine. Continuiamo a spenderci nella cura dei poveri. Continuiamo a educare al legame, alla pazienza, alla prossimità. E continuiamo, con serietà, il cammino di promozione della tutela dei minori contro ogni forma di abuso: l’ascolto delle vittime, il riconoscimento delle ferite, la conversione comunitaria, la responsabilità delle istituzioni ecclesiali. Una Chiesa adulta non nasconde le proprie ombre. Le porta alla luce della verità e della misericordia, perché solo ciò che è portato alla luce può essere guarito”.
E la comunità è anche il luogo della riconciliazione: “La comunità cristiana non è il luogo dei perfetti. Guai alla tentazione di comunità di presunti puri! Diventeremmo tutti dei fratelli maggiori che non comprendono non solo il minore ma lo stesso Padre! Siamo chiamati a essere santi, cioè pieni dell’amore di Dio, come solo la grazia di Dio può permettere. La comunità è il luogo di coloro che si lasciano riconciliare, il luogo del dialogo tra diversi. Per questo può diventare, anche nella società, laboratorio di umanità: non perché possiede soluzioni immediate, ma perché continua a credere che, annunciando il Signore Risorto, nessuno debba essere lasciato solo, scartato, straniero in casa propria”.
Ed in conclusione il card. Zuppi ha richiamato san Francesco d’Assisi: “Davanti alla Porziuncola il Papa ci ha ricordato che Francesco e i primi frati condivisero insieme le tappe del loro cammino, si recarono dal Papa, perfezionarono e arricchirono insieme il testo iniziale. E’ un’icona semplice e luminosa dello stile sinodale. Nessuno cammina da solo. Nessuno possiede tutto il disegno. La fedeltà cresce camminando, ascoltando, correggendo, affidandosi. Camminiamo anche noi così, con umiltà e fiducia. Non ci mancano le fatiche, né le domande, né le resistenze. Ma non ci manca il Signore. Ed è questo che basta per non cedere alla rassegnazione”.
Il Professor Domenico Simeone: ‘L’educazione cura’
“So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché.
Come non lo sapranno i suoi genitori. Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande”.
Abbiamo selezionato questa parte della lettera scritta dalla prof.ssa Chiara Mocchi, dopo essere stata accoltellata da uno studente di 13 anni nei corridoi di una scuola a Trescore, per comprendere meglio il valore dell’educazione e lo facciamo con il prof. Domenico Simeone, preside della facoltà di Scienze della Formazione, docente di Pedagogia generale e sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttore dell’Osservatorio per l’educazione e la cooperazione internazionale: “Di fronte alle sfide del futuro l’educazione si presenta come il dono più prezioso che le generazioni che sono più avanti negli anni possono offrire alle giovani generazioni, mettendo a loro disposizione sia le mappe per muoversi in un mondo complesso sia gli strumenti per orientarsi e per trovare nuovi itinerari e per aprire nuovi percorsi.
Ci troviamo per la prima volta di fronte alla compresenza di tre, a volte di quattro, generazioni nello stesso nucleo familiare, ma se nella famiglia patriarcale le generazioni più anziane godevano di una considerazione particolare, che derivava dal riconoscimento della loro funzione di depositarie dell’esperienza e della tradizione culturale. Nella società odierna tale riconoscimento è perlomeno ambiguo. Gli anziani sembrano spiazzati in una società in rapido mutamento e che richiede nuove competenze. Il rischio è che aumenti l’incomunicabilità intergenerazionale. Così facendo si perde un immenso patrimonio di sapere sulla vita”.
Per quale motivo l’educazione è una relazione verso l’altro che porta in alto?
“Attraverso l’educazione possiamo trasformarci e trasformare. Possiamo affinare la nostra umanità ed un’umanità piena che va alla radice della sua essenza non può essere che un’umanità rivolta verso l’altro e verso l’alto”.
Quindi l’educazione è curativa: in quale modo prendersi cura dell’altro?
“Per prendersi cura dell’altro è necessario essere fedeli a quella promessa che nasce dall’incontro con l’altro, perché quando incontriamo un’altra persona ci rendiamo conto dei suoi bisogni e possiamo decidere di spenderci a favore dell’altro, mettendo le nostre competenze al servizio dell’altro. La relazione educativa è sempre reciproca; quindi mentre ci prendiamo cura dell’altro abbiamo la possibilità anche di conoscerci meglio e di prenderci cura anche di noi stessi”.
Perciò potere ed autonomia non sono in contrapposizione?
“Assolutamente no, se mettiamo il potere che abbiamo al servizio della crescita dell’altro; se lo mettiamo nella relazione, perché l’altro se ne avvantaggi e possa diventare sempre più autonomo e meno dipendente da noi. Credo che alla fine il compito fondamentale di ogni educatore sia quello di lasciare il posto all’altro”.
Quali punti di forza ritiene importanti per un’alleanza efficace tra scuola e famiglia?
“Ritengo importante: avere obiettivi educativi condivisi tra scuola e famiglia per aiutare i ragazzi a crescere e sviluppare le competenze proprie dell’età, ed avere la consapevolezza della propria interdipendenza: per costruire una comunità che educa. La scuola ha bisogno della famiglia e la famiglia ha bisogno della scuola”.
In quale modo il ruolo del docente può accompagnare la famiglia nella sua responsabilità genitoriale?
“Il docente, per il ruolo che ricopre e per le competenze che ha, ma anche per il punto di osservazione di cui beneficia, può aiutare i genitori a prendere consapevolezza del proprio ruolo educativo e può fare in modo che ogni genitore metta in gioco le proprie competenze e le proprie capacità. Nei momenti di difficoltà può essere d’aiuto sostenendo i genitori e accompagnandoli, creando un’alleanza tra adulti che condividono una corresponsabilità educativa”.
Quindi il Patto educativo della Chiesa va in questa direzione?
“Il Patto educativo globale lanciato da papa Francesco e ripreso da papa Leone XIV va nella direzione di mettere a disposizione le migliori risorse ed energie per mettere al centro la persona, in modo che possa sviluppare al meglio i propri talenti, perché anche questi possano essere al sevizio della comunità”.
Papa Leone XIV ha scritto la lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’:quale rapporto l’educazione può avere un rapporto con questi nuovi mezzi di comunicazione?
“Papa Leone XIV parla della necessità di umanizzare il mondo della tecnologia. Credo che non dobbiamo avere paura del nuovo che sta emergendo; quindi non dobbiamo essere tecnofobi, ma non dobbiamo essere nemmeno dei tecnofili. Dobbiamo stare in mezzo a questo spazio fra chi ha paura e chi invece vede nella tecnologia una soluzione a tutti i problemi. Noi dobbiamo abitare questo mondo contemporaneo con intelligenza e sapere usare i new media correttamente ed al servizio della piena umanizzazione della persona e non per strumentalizzare l’altro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV a Pompei: con Monsignor Caputo nella devozione alla Madonna
Venerdì 8 maggio papa Leone XIV, nel primo anniversario della sua elezione, papa Leone XIV sarà in visita pastorale al Santuario di Pompei, come ha detto l’arcivescovo prelato di Pompei e delegato pontificio per il Santuario della Beata Maria Vergine del Santo Rosario, mons. Tommaso Caputo: “Come non ricordare ora le parole pronunciate dal pontefice nel suo primo discorso dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro? Oggi è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei, evidenziò quel giorno”.
Per il delegato pontificio questo viaggio è la sintesi di una storia importante: “Questo che potrebbe sembrare solo un annuncio è in realtà la mirabile sintesi delle attese e delle speranze della nostra Città mariana, a coronamento della sua storia segnata dalla recente canonizzazione del fondatore, San Bartolo Longo, celebrata esattamente quattro mesi fa.
L’esultanza della nostra Chiesa e di tutta la comunità civile è piena, ricolma di tutte le grazie e i doni che porta con sé ogni passo del Papa pellegrino, primo messaggero del Vangelo, che viene a confermare nella fede un popolo guidato da Maria sulla strada verso il Risorto”.
In un comunicato congiunto l’arcivescovo di Napoli, il card. Mimmo Battaglia, il vescovo di Acerra e presidente della Conferenza Episcopale Campana, mons. Antonio Di Donna, e l’arcivescovo Tommaso Caputo, hanno scritto: “Si può vedere, ed è giusto farlo, questo duplice viaggio del Vicario di Cristo come un segno di predilezione verso una terra che rappresenta una sintesi particolarmente viva delle attese e delle speranze, nonché dei drammi e dei ritardi, che ancora ostacolano lo sviluppo armonico e lineare di un popolo in cui è sempre vivo il richiamo di una fede profonda…
Ma ciò che scorgiamo in questo segno di così grande attenzione, è qualcosa di ancora più profondo, perché chiama in causa e accresce la responsabilità nostra e delle nostre chiese che vengono a trovarsi al centro, in maniera così diretta e coinvolgente, nella linea di un pontificato che, giorno per giorno, esprime sempre più il suo carattere missionario per l’annuncio della gioia del Vangelo”.
A pochi giorni della visita apostolica del papa abbiamo chiesto a mons. Tommaso Caputo di raccontarci il sentimento della popolazione: “E’ un sentimento di profonda gioia e di viva emozione che cresce di giorno in giorno. La visita di un papa rappresenta un crocevia per la storia di una comunità che riceve questo grande dono. Lo è certamente per la nostra amata città mariana, costituendo un motivo di rinnovata speranza e di nuovo slancio nella prosecuzione dell’opera nata dal genio e dalla fede di san Bartolo Longo e della moglie Marianna Farnararo De Fusco”.
Mons. Caputo ha accennato all’accoglienza al papa che si sta preparando: “Sin dall’annuncio dello scorso 19 febbraio, la nostra comunità civile ed ecclesiale si sta preparando spiritualmente all’incontro. L’accoglienza del Vicario di Cristo si prepara innanzitutto con la preghiera.
Laici, religiosi, sacerdoti di Pompei desiderano che il papa trovi una Chiesa viva e una città aperta e accogliente. I 2.000.000 di pellegrini che ogni anno visitano il nostro Santuario per attingere alla spiritualità del Rosario testimoniano la vitalità del carisma di san Bartolo Longo.
Carisma non solo di fede, ma anche di carità che è tuttora attiva nelle numerose opere sociali che accolgono centinaia di bambini, giovani, ragazze madri, donne e minori in difficoltà, persone con disabilità, poveri, immigrati. Saranno proprio loro i protagonisti dell’incontro con il papa”.
La visita al santuario di Pompei ‘cade’ ad un anno dalla sua elezione: perché il papa è devoto alla Madonna di Pompei?
“Papa Leone XIV è stato eletto al soglio pontificio l’8 maggio 2025. Era il giorno della festa della Madonna di Pompei, della recita solenne della preghiera della Supplica in piazza Bartolo Longo. E’ stato proprio il Santo Padre, dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro, a rimarcare questa coincidenza nelle sue prime parole dopo l’elezione. Sin dagli inizi il segno mariano ha caratterizzato il pontificato di papa Leone, alla cui presenza, venerdì 8 maggio, celebreremo solennemente il 150^ anno dalla posa della prima pietra del Santuario dedicato alla Beata Vergine del Santo Rosario”.
Quale è il legame del papa con san Bartolo Longo, da lui canonizzato?
“Con la visita di papa Leone XIV trovano compimento, per la quinta volta, le parole pronunciate da san Bartolo il 5 maggio 1901, giorno dell’inaugurazione della monumentale facciata del Santuario: ‘Un giorno noi vedremo la bianca figura del Rappresentante di Cristo benedire le genti accolte in questa piazza, acclamanti la pace universale’.
Va ricordato che il 25 febbraio 2025, dalla cattedra di sofferenza dell’Ospedale Gemelli di Roma, papa Francesco approvò il decreto per la canonizzazione di san Bartolo, rito che il 19 ottobre successivo, in piazza san Pietro, è stato presieduto proprio da papa Leone XIV. Con papa Leone XIII ha avuto inizio la storia della Nuova Pompei, mentre papa Leone XIV ha proclamato santo il suo Fondatore. Un cerchio che si è chiuso, nel disegno della Divina Provvidenza”.
Cosa significa essere pellegrino di pace a Pompei?
“Il mondo sembra conoscere solo il ‘lessico’ distruttivo della guerra e papa Leone XIV ci esorta continuamente a pregare per la pace, in modo particolare nella recita del Santo Rosario, preghiera d’elezione per il nostro Santuario. Nel suo pellegrinaggio a Pompei, il pontefice affiderà all’intercessione di Maria Santissima l’assoluto bisogno di pace del mondo intero. E noi pregheremo con lui. Mai più la guerra!”
Oggi ha ancora senso pregare il Rosario?
“Certo che ha senso! San Bartolo Longo si affidava all’intercessione della Madonna perché sapeva di essere fragile e che al Padre doveva tutto, ogni singolo respiro. Quando, nell’ottobre 1872, egli arrivò nella Valle di Pompei, ricca di pericoli ed abitata da un migliaio di contadini, ascoltò un’ispirazione interiore, che non finiremo mai di ripetere: ‘Se cerchi salvezza, propaga il Rosario.
E’ promessa di Maria. Chi propaga il Rosario è salvo!’ La preghiera, la contemplazione della vita di Cristo, attraverso i misteri del Rosario, sono stati il fondamento di ogni opera del nostro Fondatore che, quasi per mano, è stato accompagnato dalla Madonna in questo cammino. Quando pregando si contempla il volto di Cristo, ogni cosa buona è possibile all’uomo. Il Rosario è, infatti, una preghiera cristologica: Gesù, la sua opera, le sue parole, ne sono il centro, il cuore. Preghiamo Maria per arrivare al Signore come san Bartolo e con san Bartolo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Napoli celebra l’Immacolata di Don Placido: al Gesù Vecchio un Convegno mariologico per il bicentenario dell’Incoronazione
Nel cuore pulsante del centro storico di Napoli, la Basilica Santuario del Gesù Vecchio si appresta a vivere un momento di profonda spiritualità e cultura. In occasione del secondo centenario dell’Incoronazione dell’Immacolata di Don Placido, si terrà il Convegno mariologico dal titolo ‘Tota pulchra’. L’evento, previsto per venerdì 1° maggio 2026 alle ore 18.00, intende onorare una delle immagini più care alla devozione napoletana, ripercorrendo il legame indissolubile tra la città e la figura della Vergine, nel solco dell’eredità spirituale lasciata dal Venerabile Placido Baccher.
I lavori saranno introdotti dai saluti di Mons. Pasquale Di Luca, Rettore della Basilica, che farà gli onori di casa in un luogo che da secoli rappresenta un faro di fede per la comunità. Il dibattito entrerà nel vivo con tre interventi di alto profilo accademico e pastorale: La bellezza e la regalità di Maria: a cura del Prof. Francesco Asti, Preside della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale.
Devoti dell’Immacolata, innamorati di Cristo: una riflessione di Mons. Raffaele Galdiero, Incaricato dell’Arcidiocesi di Napoli per la Pietà Popolare.
La Vergine Madre… per riscoprire la nostra bellezza: un approfondimento del Prof. Giuseppe Falanga, docente presso la Pontificia Università della Santa Croce in Roma.
Le conclusioni saranno affidate al Card. Crescenzio Sepe, Arcivescovo Emerito di Napoli, la cui presenza sottolinea l’importanza dell’evento per l’intera Chiesa locale. Al termine, il porporato inaugurerà la mostra ‘Corona Aurea’, allestita presso il Salone della Basilica.
L’Incoronazione dell’Immacolata di Don Placido, avvenuta due secoli fa, non fu solo un atto formale, ma il riconoscimento di un amore viscerale del popolo napoletano verso Maria. Questo Convegno si propone non solo come celebrazione storica, ma come occasione per riscoprire l’attualità del messaggio mariano nella società contemporanea.
In questo solco di fede, il Convegno del 1° maggio rappresenta anche un ideale momento di preparazione spirituale per la comunità che, appena una settimana dopo, l’8 maggio, vivrà lo storico incontro con Papa Leone XIV in visita alla città.
E’ proprio nel cuore del centro storico, però, il vero fulcro di questa devozione: la Basilica del Gesù Vecchio. Qui la ‘gran Signora’ (come amava chiamarla Don Placido Baccher) continua ad accogliere migliaia di pellegrini ogni 11 del mese e nel ‘sabato privilegiato’, ovvero quello successivo al 30 dicembre, anniversario dell’Incoronazione della venerata immagine avvenuta nel 1826 su mandato del Capitolo Vaticano. L’appuntamento nasce proprio dalla volontà di valorizzare la pietà popolare come un fenomeno vivo, da riscoprire e considerare in una luce sempre più positiva.
Il Convegno celebra un rapporto viscerale tra Napoli e l’Immacolata del Venerabile Placido Baccher (1781-1851). La sua missione sacerdotale alla Basilica del Gesù Vecchio nacque da un voto: durante la rivoluzione del 1799, imprigionato a Castel Capuano e prossimo alla condanna a morte, Don Placido sognò la Vergine che gli promise la libertà.
Divenuto primo Rettore della Basilica nel 1806, impiegò tutte le sue sostanze nel restauro dell’antico tempio, che rischiava di essere trasformato in un teatro. Scorgendo però nella chiesa «una reggia senza la Regina», fece realizzare dall’artista Nicola Ingaldi la statua dell’Immacolata esattamente come gli era apparsa in sogno durante la prigionia.
La devozione per la ‘Madonnina di Don Placido’ divenne rapidamente un fenomeno cittadino, coinvolgendo ogni strato sociale, dai sovrani al popolo minuto. Il culmine di questo amore fu la solenne Incoronazione del 30 dicembre 1826, concessa da papa Leone XII. A duecento anni da quello storico evento, il Convegno ‘Tota pulchra’, inserito tra le celebrazioni programmate dalla Basilica, intende onorare l’eredità spirituale di un uomo che ha trasformato il Gesù Vecchio in un centro mariano ed eucaristico di rilievo internazionale.
Per i vescovi italiani il lavoro è via alla pace
“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa”: questo è l’inizio del messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, in svolgimento il 1^ maggio, dal titolo ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.
Nel messaggio i vescovi sottolineano che attraverso il lavoro si crea comunità: “In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”.
E creando comunità costruiscono il futuro: “Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. E’ una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona”.
Nonostante papa san Giovanni Paolo II abbia sottolineato il valore profetico del lavoro è in crisi: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità”.
E la guerra distrugge il lavoro: “Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli”.
Ed ecco la differenza tra costruire e ricostruire: “Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare”.
Quindi i vescovi sottolineano che la guerra distrugge il lavoro: “Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo”.
Occorre quindi ‘orientare’ il lavoro alla pace: “Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia….
Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari”
Citando papa Leone XIV e mons. Tonino Bello il messaggio si conclude con la sollecitazione a riconoscere il lavoro come via alla pace: “Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo ‘gli aratri in lance’. Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno”.
‘Cambio Rotta’, coinvolti nel progetto 3.000 minori del circuito penale
Si è svolto mercoledì scorso alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma il convegno conclusivo del progetto ‘Cambio Rotta: percorsi inclusivi nella giustizia minorile’, con la partecipazione di oltre 300 tra rappresentanti istituzionali, operatori, enti del terzo settore e studiosi. L’iniziativa ha coinvolto più di 3.000 ragazzi inseriti nel circuito penale minorile, attraverso percorsi educativi, formativi e di inclusione sociale.
Ad aprire i lavori è stato il messaggio del viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, che ha indicato la direzione: “Mettere al centro la persona, non il reato. Cambio Rotta dimostra che percorsi individualizzati, capaci di integrare educazione e inclusione, possono offrire ai ragazzi nuove prospettive di vita”.
Il direttore generale dell’impresa sociale ‘Con i Bambini’, Marco Imperiale, ha rilanciato la domanda che ha attraversato l’intero progetto: ‘è stato un modello efficace?’, e la risposta emersa dal confronto è netta: “Sì, a condizione che si rafforzi una governance realmente condivisa tra pubblico e privato, fondata su corresponsabilità, fiducia e comunicazione stabile”.
Dalla voce degli operatori è arrivata un’indicazione altrettanto chiara: ‘Servono reti territoriali più forti e interventi continuativi. Superare la frammentazione, investire nella co-progettazione e garantire stabilità ai percorsi sono le condizioni per incidere davvero sulla povertà educativa e sulla prevenzione della recidiva”.
Il procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, ha riconosciuto nel progetto un esempio concreto di sussidiarietà, ma ha anche richiamato i rischi emergenti “accanto alle mafie tradizionali, crescono le dinamiche di reclutamento minorile legate a reti terroristiche e processi di radicalizzazione online. Da qui l’esigenza di rafforzare l’alleanza tra istituzioni e società civile, fino a costruire” – nelle sue parole – un vero e proprio ‘esercito di sentinelle’.
Particolarmente intensa la riflessione del prof. Adolfo Ceretti, che ha offerto una lettura profonda delle trasformazioni adolescenziali: “Se i ragazzi dei primi anni 2.000 potevano essere definiti ‘narcisisti’, quelli di oggi appaiono spesso ‘vuoti’, fragili, attraversati da rabbia e smarrimento…
In questo scenario, ‘Cambio Rotta’ assume un valore ancora più significativo – ha proseguito l’esperto: non solo progetto educativo, ma spazio di ‘ricerca-azione’ in cui i ragazzi hanno potuto sperimentare percorsi di ricostruzione personale per avviare un processo di riappropriazione di sé, passando da un corpo ‘subìto’ a un corpo ‘pensato’, abitato consapevolmente”.
Tutto ciò è stato possibile anche attraverso l’ausilio della musica, del teatro, della scrittura, dell’arte, della natura e di variegate attività esperienziali. A confermare l’efficacia dell’intervento sono stati anche gli esiti della valutazione d’impatto, che evidenziano miglioramenti nelle competenze sociali e relazionali, una riduzione dei fattori di rischio e una maggiore capacità dei territori di attivare risposte integrate.
In chiusura, il presidente dell’associazione ‘Con i Bambini’, Marco Rossi Doria, ha richiamato il valore strategico dell’alleanza educativa costruita dal progetto: “Cambio Rotta dimostra che solo comunità educanti solide, capaci di mettere in relazione istituzioni, scuola e terzo settore, possono offrire opportunità reali ai ragazzi più fragili. La sfida, ora, è dare continuità a queste esperienze e renderle strutturali”.
Un elemento qualificante emerso nel corso dell’esperienza è rappresentato dall’avvio di nuove prassi operative con gli USSM, fondate sulla co-progettazione dei percorsi destinati ai minorenni autori di reato. Da questo lavoro congiunto sono scaturite significative sinergie positive che hanno contribuito a rafforzare l’efficacia delle prese in carico e la qualità degli interventi.
Nel convegno è stato evidenziato come, in un momento storico caratterizzato da crescenti fragilità sociali, educative e relazionali, e da una maggiore complessità dei bisogni dei giovani coinvolti nei circuiti della giustizia minorile, sia sempre più urgente promuovere modelli di intervento integrati e personalizzati.
In Italia, secondo i dati aggiornati al 31 marzo 2026, sono circa 19.500 i minori e giovani adulti coinvolti in procedimenti penali e seguiti dagli USSM: un fenomeno che riguarda prevalentemente i maschi (91%) e che vede una forte incidenza nella fascia tra i 15 e i 17 anni. I reati più diffusi sono quelli contro il patrimonio (36%) e contro la persona (31%), segnalando una crescente complessità delle traiettorie di devianza minorile, spesso intrecciate a condizioni di marginalità sociale, fragilità educativa e contesti familiari problematici.
(Foto: Con i bambini)
Il New York Times accende i riflettori sull’ospitalità religiosa in Italia
Dopo l’attenzione ricevuta dal Times di Londra nello scorso gennaio, è ora il New York Times ad approfondire l’ospitalità religiosa in Italia, e in particolare su quella romana, confermando l’interesse internazionale verso una forma di accoglienza che rappresenta un tratto originale e distintivo del nostro Paese.
Nel reportage il quotidiano americano racconta le diverse opportunità offerte dalle comunità religiose a chi arriva a Roma per motivi spirituali, turistici, di studio o di lavoro, mettendo in luce anche l’impegno dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana nella catalogazione e nella promozione di queste strutture.
L’articolo si sofferma su cinque realtà concrete, descrivendone caratteristiche, servizi, costi e stile di accoglienza. Ne emerge un modello apprezzato per la convenienza, la sobrietà degli ambienti e il valore umano dell’esperienza, capace di andare oltre il semplice pernottamento e di intercettare l’interesse di chi cerca un soggiorno più autentico e significativo.
“Essere presenti su media internazionali così autorevoli è molto importante” dichiara il presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Fabio Rocchi. “Significa poter far conoscere nel mondo un aspetto dell’ospitalità italiana davvero unico, che non si limita a offrire un posto dove dormire, ma propone uno stile di accoglienza fondato sulla relazione umana, sulla semplicità e su valori profondi. E’ una ricchezza originale del nostro Paese, difficilmente replicabile altrove”.
“Che grandi testate straniere scelgano di raccontare questa realtà,” aggiunge Rocchi, “aiuta a darle la giusta visibilità e a far comprendere come anche attraverso l’ospitalità religiosa l’Italia sappia esprimere un modello distintivo, in cui il soggiorno può trasformarsi in un’esperienza di incontro, attenzione e umanità”.
Nell’articolo inoltre si evidenzia il prezzo ‘contenuto’: “Uno degli elementi che rende particolari queste strutture è il prezzo contenuto. L’associazione di Rocchi stima il costo medio per notte di una camera doppia in una casa religiosa intorno ai 90 euro; una doppia in un hotel di Roma costa in media 190 euro. I visitatori devono aspettarsi camere essenziali. L’attenzione, ha detto Rocchi, è rivolta alla ‘semplicità, per farvi sentire a casa’, non ad un’esperienza da cinque stelle.
Trovare queste strutture può essere complicato: una legge italiana le definisce come realtà ‘gestite al di fuori dei normali canali commerciali’. Le prenotazioni vengono generalmente gestite via email o telefono, oltre che tramite banche dati come quella di Rocchi e del sito di prenotazione Monastery Stays. Per il viaggiatore che desidera uno sguardo più intimo su Roma, una casa religiosa per ospiti offre un ambiente sicuro e spesso centrale”.



























