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Il Giubileo rigenera la terra

Domenica 9 novembre la diocesi di Acerra ospita la 75ª Giornata Nazionale del Ringraziamento, il cui titolo del messaggio è ‘Giubileo, rigenerazione della terra e speranza per l’umanità’: “Nel celebrare l’Anno Santo rileggiamo le indicazioni che vengono dai primi libri della Bibbia, di grande rilievo per la cura del lavoro della terra e delle relazioni. Già papa Francesco, nell’enciclica ‘Laudato sì’, aveva invitato a scorgere nella Scrittura ‘la riscoperta e il rispetto dei ritmi inscritti nella natura dalla mano del Creatore’. Anzitutto il senso del sabato, nel quale il Popolo di Dio custodiva la memoria grata dell’opera del Creatore, che fa del settimo giorno un tempo di libertà dal lavoro per tutti gli esseri umani e anche per quei viventi che in esso sono coinvolti: tempo di ri-creazione e di festa, di discontinuità rispetto all’operare feriale”.

Partendo dall’inizio del messaggio della Conferenza Episcopale Italiana, intitolato ‘Giubileo, rigenerazione della terra e speranza per l’umanità’, abbiamo incontrato il presidente nazionale di Acli Terra, Nicola Tavoletta, invitato dalla parrocchia ‘Santa Maria Annunziata’ dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, in collaborazione con il Sermirr di Recanati, il Sermit di Tolentino, Agesci, Azione Cattolica Italiana, Acli, Movimento Laudato Sì, Movimento dei Focolari, associazione ‘Città per la Fraternità’, in occasione dell’ottocentesimo anniversario del Cantico delle Creature ed a dieci anni dall’enciclica ‘Laudato sì’,

Nella riflessione ‘Laudato sì, mio Signore, per sora madre terra’ il presidente di Acli Terra ha fatto un breve excursus storico della laude francescana: “Il ‘Cantico delle Creature’ è un cantico di san Francesco d’Assisi composto intorno al 1224 fra san Damiano e il vescovado di Assisi. E’ il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. Secondo una tradizione, la sua stesura risalirebbe a due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1226. Il Cantico è una lode a Dio e alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore. La creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.

Per quale motivo san Francesco lodava Dio attraverso la terra?

“Per il motivo che ne riconosceva la creazione dell’universo e la Sua presenza in ogni realtà generata. Ne riconosceva l’equilibrio naturale e sociale”.

Per quale motivo il giubileo è rigenerazione della terra, come hanno affermato i vescovi italiani nel messaggio per la festa del ringraziamento?

“Per il motivo che riconosciamo i nostri errori e, una volta riconosciuti, c’è un cambiamento. Tali cambiamenti che escludono gli errori passati possono offrire una nuova prospettiva. Certo, c’è probabilità che possono generare nuovi errori, ma anche nuove prospettive interessanti per la comunità”.

Quindi rispettare i ritmi del creato indica anche una speranza?

“Ho parlato della questione del tempo, in quanto occorre rispettare anche il ritmo della creato; noi dobbiamo non accelerare il ritmo, ma vivere il ritmo della natura”.

In quale modo il mondo agricolo può essere stimolo per la cura del creato?

“L’agricoltore ha due approcci: il primo quando si alza la mattina e vede che il vento gli ha rovinato il sistema delle vigne o l’eccessiva pioggia gli ha rovinato le  orticole; il secondo approccio è quello dell’agricoltore che vede nei frutti non solo il risultato del proprio lavoro, ma anche l’unione tra il lavoro ed il creato. Questo secondo approccio è un amore che genera la vita. Questo secondo aspetto prevale e permette all’agricoltura di esistere da migliaia di anni”.

Quindi è essenziale l’invito al ringraziamento da parte della Chiesa?

“Certo che è essenziale, perché se da sempre abbiamo frutti, quindi c’è generatività, vuol dire che ci è permesso dal creato ed è bene essere consapevole che è necessario ringraziare Dio”.

Quindi a distanza di 800 anni il Cantico delle Creature è ancora attuale?

“Non solo è attuale, ma ha anche una funzione di ‘rilancio’, perché ho visto esprimere il cantico di san Francesco non solo in termini di poesia, ma anche in altre arti, quali la musica, la danza, la pittura. Quindi il Cantico delle Creature è da riscoprire perché è un’opera letteraria che lodando Dio attraverso ogni aspetto del creato, interroga ancora l’umanità”.  

Gli incontri proseguono domenica 23 novembre alle ore 11.00 ospitando la consigliera nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per il settore giovani, Martina Sardo, che rifletterà sul tema ‘Laudato sii, mio Signore, per tutte le tue creature’;  mentre domenica 30 novembre alle ore 11.00 Nizar Lama, guida cattolica a Betlemme, racconta la vita in Terra Santa.

Nel nuovo anno domenica 15 febbraio Alessandra Cetro, incaricata nazionale al settore ‘Giustizia, Pace e Nonviolenza’, racconterà il verso ‘Laudato sii, mio Signore, per tutti quelli che perdonano per amor Tuo; mentre domenica 22 marzo l’avvocato Monica Silvia Correale, postulatrice al Dicastero delle Cause dei Santi, racconterà l’amore del venerabile Luigi Rocchi per il creato: ‘Un innamorato  del Creato e dei sofferenti’. Chiude il percorso l’autore ed attore Diego Mecenero, che domenica 10 maggio racconterà come si sconfigge il bullismo: ‘San Francesco ed il lupo insieme per sconfiggere il bullismo’.

(Tratto da Aci Stampa)

Disegnare nuove mappe di speranza: l’educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Nel sessantesimo anniversario della dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’, papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa una Lettera Apostolica che non si limita a commemorare un documento storico, ma che rilancia con forza e lucidità la missione educativa della comunità cristiana nel mondo contemporaneo. Si tratta di un testo profondo, profetico, che affronta le sfide del nostro tempo con lo sguardo della fede e la concretezza della Dottrina Sociale della Chiesa.

Tra i suoi passaggi più significativi, una sezione si impone come uno snodo cruciale, in cui il Pontefice affronta il tema dell’Intelligenza Artificiale (IA) e degli ambienti digitali con una visione etica e teologica all’altezza della complessità attuale: ‘Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza’ (§9.3).

Queste parole, non sono solo un avvertimento, ma una chiamata alla responsabilità. Il papa non demonizza la tecnologia, né la esalta in modo acritico. Piuttosto, invita a un discernimento maturo, capace di riconoscere che ogni strumento tecnico è sempre frutto di scelte umane, e che il suo impatto dipende dall’orizzonte etico e spirituale in cui viene inserito.

Nel contesto educativo, l’IA rappresenta una sfida radicale. Essa promette efficienza, personalizzazione, accesso universale alla conoscenza. Ma al tempo stesso rischia di ridurre la relazione educativa a un’interazione algoritmica, di sostituire il dialogo con la simulazione, di confondere la libertà con la previsione statistica. Il Santo Padre ci invita a non cedere alla seduzione della neutralità tecnologica: il vero nodo non è la potenza dell’IA, ma il suo orientamento.

La Chiesa, in questo scenario, è chiamata a custodire la centralità della persona, a promuovere una cultura della dignità, a formare coscienze capaci di interrogare la tecnica. L’IA, scrive il Papa, deve essere orientata alla giustizia e al lavoro: non può diventare strumento di esclusione, né motore di precarizzazione. Deve essere governata con criteri di etica pubblica, cioè con regole condivise, trasparenti, partecipate. E deve essere accompagnata da una riflessione teologica e filosofica all’altezza, capace di interrogare il senso ultimo dell’agire umano.

Il tema dell’IA si colloca pienamente nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), che da sempre pone la persona al centro dell’economia, della politica, della cultura. I principi di dignità, giustizia, solidarietà e sussidiarietà, che costituiscono l’ossatura della DSC, trovano in questo testo una nuova declinazione digitale. L’educazione, secondo papa Leone XIV, non può essere lasciata alle logiche di mercato, né affidata esclusivamente agli algoritmi. Deve essere un atto di giustizia, un’opera di carità, un servizio al bene comune.

Uno dei rischi più insidiosi dell’IA è la sua capacità di prevedere, orientare, influenzare le scelte individuali. In ambito educativo, questo si traduce nella possibilità di personalizzare i percorsi, ma anche di condizionare le libertà. Papa Prevost ci ricorda che l’educazione è formazione della coscienza, è esercizio della libertà, è apertura alla trascendenza. Nessun algoritmo può sostituire il discernimento, nessuna macchina può educare alla responsabilità.

Per questo, siamo chiamati a formare alla libertà digitale, alla cittadinanza critica, alla capacità di interrogare le tecnologie. Si deve insegnare ad usare l’IA come strumento, non come oracolo; come supporto, non come sostituto. È necessario promuovere una cultura dell’incontro, della relazione, della comunità, anche nei contesti virtuali.

Il richiamo della Lettera Apostolica alla riflessione teologica e filosofica, è anche un appello a una nuova alleanza tra fede e cultura. L’IA non è solo una questione tecnica: è una sfida antropologica, spirituale, escatologica. Interroga il senso dell’umano, la definizione di coscienza, il rapporto tra libertà e previsione. La teologia deve tornare a interrogare la tecnica, a illuminare le scelte, a custodire la speranza. E la filosofia deve aiutare a pensare criticamente, a decostruire le narrazioni dominanti, a restituire profondità al dibattito pubblico.

‘Disegnare nuove mappe di speranza’ è un documento che parla al cuore del nostro tempo e ci ricorda – tra l’altro – che l’educazione non può essere delegata alle macchine, ma richiede volti, mani, cuori. L’IA può essere alleata, ma non guida. Solo l’uomo può educare l’uomo. Come cristiani, come educatori, come cittadini, siamo chiamati a raccogliere questo appello. A disegnare mappe di speranza che non siano solo algoritmi, ma percorsi di libertà. Perché educare, oggi più che mai, è evangelizzare. Anche nell’era IA.

Mons. Claudio Giuliodori: l’educazione dei giovani riguarda la comunità

“Come sappiamo, la Chiesa è Madre e Maestra, e voi contribuite a incarnarne il volto per tanti alunni e studenti alla cui educazione vi dedicate. Grazie infatti alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno ‘polifonico’ nella Chiesa, nelle Diocesi, in Congregazioni, Istituti religiosi, associazioni e movimenti, voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene della persona”: queste sono le parole iniziali del discorso di papa Leone XIV durante l’incontro con insegnanti e studenti per il Giubileo del mondo educativo, esortando i maestri ad entrare in contatto con ‘l’interiorità’ degli studenti.

Partendo da questa frase abbiamo incontrato mons. Claudio Giuliodori, presidente della Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della Cei, che ha puntualizzato: “La scuola è il più grande, il più importante investimento dell’Italia, perché sull’educazione si gioca il presente e, soprattutto, il futuro dell’Italia. L’impegno profuso da tutti per accompagnare, sostenere e formare le nuove generazioni è ciò che qualifica in maniera rilevante anche la vita di un popolo. In questo momento vogliamo far sentire la nostra vicinanza, il nostro affetto, ma anche l’impegno concreto di tutti coloro che sono attivamente coinvolti nell’attività scolastica. Ma non solo, perché l’educazione è un’impresa di comunità e tutti devono dare il loro contributo”

Per quale motivo un giubileo che ha riflettuto sull’educazione?

 “L’aspetto educativo è fondamentale nella società, non solo rivolto ai giovani ma per tutte le realtà. In modo particolare questo sarà un giubileo rivolto al mondo della scuola, dell’università e degli educatori. Viviamo in un tempo in cui molti hanno ormai rinunciato ad educare. Si trasmettono competenza e sapere, ma educare è qualcosa di più importante, in quanto esso consiste nell’aiutare le persone, soprattutto i giovani, a trovare il senso, la bellezza ed i valore autentici della vita.

Allora, educare significa proporre incontri significati (per il credente, ovviamente, è l’incontro con Gesù). Il giubileo è conversione, cioè cambiamento di vita, rinnovamento; quindi ci auguriamo che esso possa essere una bella occasione per tutti coloro che hanno la passione educativa per ritrovare il senso di questa, che è una fatica certamente, ma anche l’impresa più bella e più affascinante della vita”. 

Ed allora in quale modo è possibile armonizzare il linguaggio ‘della mente, delle mani e del cuore’?

“Questa era un’espressione cara a papa Francesco, che la usava spesso per dire l’integralità dell’esperienza umana.  Noi ci esprimiamo attraverso diverse componenti: la mente ci ricorda che siamo in tutta la realtà creata dotati di particolari capacità di interpretazione, di elaborazione e la mente umana è qualcosa di talmente grandioso, che nessuna imitazione artificiale può eguagliare. Penso all’intelligenza artificiale che non potrà mai paragonarsi alla profondità ed all’ampiezza della mente umana, in quanto essa è una mente che ragiona con il cuore, come diceva Blaise Pascal, perché il cuore ha le sue ragioni, nel senso che la vera ragione è quella che comprende il senso della vita come relazione con Dio e con gli altri. Noi siamo esseri sociali; se viviamo come individui isolati e se pensiamo di bastare a noi stessi finiremo per fallire nella nostra vita. Quindi questo essere capaci di pensare con il cuore ed agire coerentemente e concretamente con le mani, fa sì che possiamo elaborare e sperimentare quell’unità che dà senso alla vita, rendendola veramente bella”.

Quindi l’educazione è un compito della comunità?

“Sì, nel senso che nessuno può educare da solo. C’è quel proverbio che se uno vuole andare veloce magari corre anche da solo; ma se vuole andare lontano serve una comunità; solo una comunità può educare, nel senso che è talmente grande l’essere umano, che nessuno da solo può colmare il suo mistero. Solo la partecipazione condivisa di molte persone può garantire davvero una pienezza di vita. Quindi l’educazione è un’impresa di alleanze. Sul territorio serve l’alleanza della Chiesa, della Scuola, delle Istituzioni, delle Famiglie, dei Soggetti sociali, delle Società sportive e del Volontariato: tutti sono chiamati a concorrere al bene integrale di ogni persona”.

Quindi, dopo 60 anni, per quale motivo la dichiarazione sull’educazione cristiana ‘Gravissimum Educationis’ è ancora profetica?

“Innanzitutto è profetica, perché in quel momento è stato individuato un percorso, che non era chiaro a tutti o condiviso da tutti, perché dire la gravità dell’impegno educativo voleva dire richiamare il mondo (gli anni Sessanta sono quelli della ‘guerra fredda’) alla responsabilità. Ed anche oggi viviamo un tempo di conflitti. Proprio l’opera educativa, allora come oggi, è la via maestra per aiutare le nuove generazioni a disinnescare la ‘bomba’ della violenza ed alimentare la via della pace e della riconciliazione.

Ma soprattutto creare quella visione che papa Francesco ha descritto in maniera magistrale nell’esortazione apostolica ‘Fratelli tutti’, per cui l’altro non è un nemico, ma una risorsa: è un patrimonio che devo sapere coltivare ed affiancare per costruire ponti e non muri. Occorre augurarsi che anche oggi l’educazione possa ritornare ad essere via maestra per la pace tra le persone”.

Infine l’anno prossimo saranno 25 anni dall’istituzione della legge sulla parità scolastica: dopo un quarto di secolo si arriverà ad una piena attuazione?

“Dobbiamo registrare, da una parte, con la legge del 62/2000 l’esistenza di un buon quadro legislativo perché la legge definisce, in maniera molto precisa, il nostro sistema scolastico, come un sistema plurale, in cui è riconosciuta la libertà di educazione e la primaria responsabilità della famiglia, oltre che degli stessi studenti, ma purtroppo il sistema è ancora incompiuto. Non perché manchino le norme, ma perché nel tempo non sono state previste e messe a bilancio le risorse necessarie.

Quindi, siamo in un sistema ancora, da questo punto di vista, incompiuto. Ci auguriamo che, in questa prospettiva del 25^ della legge 62/2000, possa maturare una consapevolezza in tutti, ma in particolare nell’azione di governo, per fare passi decisi e significativi verso un’effettiva parità. Che significa libertà di educazione, capacità e possibilità di scelta e di orientamento in un contesto plurale. E’ un arricchimento per l’Italia”.

Jean Louis Ska: la Bibbia non è il libro delle risposte

Sacra Bibbia antica

Il biblista, gesuita belga, in un’intervista parla delle potenzialità e contraddizioni presenti nel rinnovato interesse per il testo sacro, che tuttavia oggi per molti rimane un ‘Great Unknown Book’, un grande libro sconosciuto.

Oggi appare diffuso il desiderio di conoscere e approfondire la Bibbia, uno dei testi fondamentali all’origine della tradizione culturale occidentale. Ma la Bibbia per molti è anche un ‘Great Unknown Book’, un grande libro sconosciuto. Le sue pagine non danno risposte, piuttosto contengono domande essenziali e stimolano percorsi di vita.

Potenzialità e contraddizioni di queste dinamiche sono messe in evidenza dal biblista Jean Louis Ska (gesuita belga, emerito di Esegesi dell’Antico Testamento al Pontificio Istituto Biblico di Roma, attualmente direttore dell’Associazione ex alunni), nell’intervista rilasciata in occasione della sua presenza a Padova, dove ha tenuto una lezione alle studentesse e agli studenti della Facoltà teologica del Triveneto, e pubblicata sul sito www.fttr.it.

“La Bibbia fa parte del patrimonio culturale del nostro mondo, in particolare del mondo occidentale, ma non solo – spiega Ska –. Lì dove sono presenti membri del popolo ebraico o è stato diffuso il cristianesimo, la Bibbia è entrata nella cultura”.

Il fascino della Bibbia è dovuto anche in parte alla secolarizzazione e alla scristianizzazione del nostro mondo occidentale, secondo il gesuita: “Per questo motivo, la Bibbia è diventata per molte persone un GUB, per usare una espressione di Umberto Eco, un Great Unknown Book, ‘un grande libro sconosciuto’. E’ diventato un libro misterioso, che ha avuto un grande influsso, oggi spesso dimenticato. Da lì alcune domande sulla sua natura, sul suo contenuto e sul suo significato”. Perché ha avuto tanto influsso e perché non ce l’ha più? ‘La Bibbia incuriosisce come tanti elementi o tanti personaggi del passato che riscopriamo oggi.

Eppure, il testo sacro è interpellato da tanti uomini e donne in cerca di risposte: “La Bibbia non dà risposta alle domande di oggi, così come non ha dato risposte alle domande di ieri – afferma il biblista –. Sono sicuro che sorprende assai la mia asserzione. Però sono convinto di quello che dico. La Bibbia, invece, contiene un bel numero di domande essenziali che il popolo d’Israele prima e poi le prime comunità cristiane si sono poste nelle diverse circostanze della loro storia.

E la Scrittura descrive alcuni percorsi di persone o di gruppi che hanno cercato di rispondere alle domande esistenziali della loro epoca. Non abbiamo soluzioni, abbiamo percorsi di vita che siamo invitati a rifare in compagnia dei grandi personaggi biblici, in situazioni analoghe”.

Sul rischio di un uso “funzionale” o parcellizzato – per non dire manipolato e strumentalizzato – del testo biblico Ska risponde: “I testi biblici, isolati dal loro contesto, servono a suffragare le opinioni avanzate in una molteplicità di circostanze e di contesti. Si enuncia l’idea e poi si cita il testo che la conferma. Il punto di partenza non è la Scrittura, bensì una verità dogmatica, una verità di fede, o un insegnamento morale. La Bibbia ‘serve’ a illustrare o a convalidare quanto proposto. In questo modo, si perde un elemento essenziale della Scrittura che – ribadisce – offre non soluzioni, bensì percorsi da fare per arrivare alle proprie risposte”.

Ogni lettore che percorre il testo rivive, a modo suo, l’esperienza descritta nel racconto. La rivive con la sua intelligenza, sensibilità e immaginazione, a patto però “di ‘spaesarsi’, cioè di lasciare il mondo della propria esperienza per entrare nel mondo delle esperienze altrui”, di lasciare parlare il racconto, «di scoprire nuovi paesaggi, nuovi territori dell’esperienza umana senza ridurre immediatamente quello che scopre a quello che conosce già”.

Una lettura ‘gratuita e disinteressata’ mette dunque al riparo dal rischio di ‘usare’ la Bibbia, invece di “interpretare” la Bibbia, così come la lettura comunitaria: “Non siamo soli nella lettura della Bibbia e non siamo i primi a leggerla – ricorda Ska –. Si legge la Bibbia in famiglia o in comunità, e spesso nella comunità ecclesiale o, più semplicemente, nella comunità dei lettori della Bibbia. Generazioni di lettori prima di noi hanno anche lasciato vestigia delle loro letture e, nel dialogo con altri lettori, è possibile correggere, migliorare, approfondire e arricchire la lettura personale”.

L’intervista integrale è pubblicata qui: https://www.fttr.it/jean-louis-ska-la-bibbia-non-e-il-libro-delle-risposte/

Il vino era finito, hanno ritrovato gioia in Cristo come a Cana. Storia di due sposi

C’è un brano che, sicuramente, se siamo cristiani e lettori della Bibbia, avremo letto e ascoltato tante volte: quello delle Nozze di Cana. I significati e i risvolti contenuti in questo testo sono, tuttavia, molteplici. Tanto ha da dire agli sposi di oggi questo passaggio del Vangelo di Giovanni. Lo testimoniano due coniugi che avevano finito il vino, ma hanno ritrovato in Cristo la gioia di stare insieme e amarsi ogni giorno più del precedente.

Dal Vangelo secondo Giovanni (2,1-11): Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’. E Gesù rispose: ‘Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora’. La madre dice ai servi: ‘Fate quello che vi dirà’. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili.

E Gesù disse loro: ‘Riempite d’acqua le giare’ e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: ‘Ora attingete e portatene al maestro di tavola’. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono’. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Il brano sopra riportato suscita negli sposi alcune domande. Perché Gesù compie proprio questo miracolo? Cosa rappresenta il vino? Perché l’evangelista mette l’accento sul vino buono che viene servito alla fine e non all’inizio?E poi: cosa significa per noi oggi? D’altronde, a nessun matrimonio abbiamo visto fisicamente Gesù trasformare l’acqua in vino.

Una prima riflessione che possiamo fare è che Gesù non è una sorta di mago. Questo brano ci parla di un’azione di grazia che Egli continua a compiere in ogni matrimonio, se gli permettiamo di prendere realmente parte della nostra vita coniugale, soprattutto quando ‘finisce il vino’ (la gioia di stare insieme, la capacità di perdono, la capacità di comprendersi, l’impegno di amarsi…).

Noi diamo l’acqua (la nostra parte dobbiamo farla: la grazia non è magia, appunto!), ma lui ci aiuta, col Suo amore. noi riempiamo le giare finché non sono colme. Mettiamo tutto: volontà, impegno, lavoro su noi stessi, preghiera, confronto con altre coppie, cammino in una comunità. E Gesù sana le nostre ferite, supplice alle nostre mancanze, ci dona pace ed entusiasmo quando vengono a mancare, trasforma la sofferenza in gioia. Per rendere concrete queste parole, prendiamo una coppia che aveva finito il vino (come a Cana) e lo ha ritrovato grazie a Gesù. Sono Alfonso ed Elisabetta, separati e poi ricongiunti.

Si sono sposati entusiasti e innamorati, dopo tre anni di relazione. Il matrimonio in Chiesa era bello, ai loro occhi, ma non ne avevano colto il significato. Lo hanno fatto più per tradizione che per fede.

I figli hanno portato gioie, ma anche fatiche e la necessità di trovare un nuovo modo per stare insieme, ma non sono riusciti a trovarlo. E così, hanno iniziato a vivere due vite separate, dedicandosi al lavoro, allo sport, al culto del corpo. Dopo ventitré anni di matrimonio e una serie problemi mai affrontati, sono stati costretti a guardare in faccia la crisi. ‘Betti, mi ami più?’, ‘No’.

Dopo quella risposta, data con assoluta freddezza, inizia l’iter per il divorzio. Nove mesi dopo, il giorno della sentenza, si accorgono che qualcosa è cambiato. Ciascuno, infatti, in quel tempo di solitudine, aveva gridato a Dio e ripreso un cammino di fede personale, accanto a degli amici. Persone speciali che hanno preso per mano lui e lei, in luoghi diversi, ma con un unico sguardo rivolto a Gesù. Sono stati un po’ come quei servi delle nozze a Cana, che hanno fatto ciò che Gesù comandava loro.

Il giorno della sentenza di divorzio, Elisabetta e Alfonso, hanno deciso di riprovarci, ma col Signore. Era il 2009. Da allora, il rapporto ha preso tutta un’altra luce. Testimoniano appena ne hanno occasione la potenza del sacramento del matrimonio e la bontà di Dio. Oggi il loro obiettivo è amarsi ogni giorno più del precedente, restando nella grazia del Signore. Hanno scoperto il valore del Sacramento del matrimonio, che rinnova ogni volta l’amore e trasforma la loro acqua in vino buono. 

Il video con la testimonianza: La storia di Betti e Alfonso, prima separati e poi ricongiunti

Papa Leone XIV invita a custodire il cuore attraverso l’educazione

Papa Leone XIV firma Lettera apostolica

“Disegnare nuove mappe di speranza. Il 28 ottobre 2025 ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’ sull’estrema importanza e attualità dell’educazione nella vita della persona umana. Con quel testo, il Concilio Vaticano II ha ricordato alla Chiesa che l’educazione non è attività accessoria, ma forma la trama stessa dell’evangelizzazione: è il modo concreto con cui il Vangelo diventa gesto educativo, relazione, cultura. Oggi, davanti a mutamenti rapidi e ad incertezze che disorientano, quell’eredità mostra una tenuta sorprendente”: così inizia la lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’, diffusa oggi, in occasione dei 60 anni dalla Dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’, integrandola con le sfide attuali.

La lettera sottolinea l’importanza di essere guidati dalla Parola di Dio: “Laddove le comunità educative si lasciano guidare dalla Parola di Cristo, non si ritirano, ma si rilanciano; non alzano muri, ma costruiscono ponti. Reagiscono con creatività, aprendo possibilità nuove alla trasmissione della conoscenza e del senso nella scuola, nell’università, nella formazione professionale e civile, nella pastorale scolastica e giovanile, e nella ricerca, poiché il Vangelo non invecchia ma fa ‘nuove tutte le cose’. Ogni generazione lo ascolta come novità che rigenera. Ogni generazione è responsabile del Vangelo e della scoperta del suo potere seminale e moltiplicatore”.

Quindi, nonostante gli anni trascorsi, tale Dichiarazione è ancora attuale: “La Dichiarazione ‘Gravissimum Educationis’ non ha perso mordente. Dalla sua ricezione è nato un firmamento di opere e carismi che ancora oggi orienta il cammino: scuole e università, movimenti e istituti, associazioni laicali, congregazioni religiose e reti nazionali e internazionali. Insieme, questi corpi vivi hanno consolidato un patrimonio spirituale e pedagogico capace di attraversare il XXI secolo, e rispondere alle sfide più pressanti”.

Ed è ancora una ‘bussola’: “Questo patrimonio non è ingessato: è una bussola che continua a indicare la direzione e a parlare della bellezza del viaggio. Le aspettative, oggi, non sono minori delle tante con le quali la Chiesa ebbe a confrontarsi sessant’anni orsono. Anzi si sono ampliate e complessificate. Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo che non hanno ancora accesso alla scolarizzazione primaria, come possiamo non agire?

Davanti alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata dalle guerre, dalle migrazioni, dalle diseguaglianze e dalle diverse forme di povertà, come non sentire l’urgenza di rinnovare il nostro impegno? L’educazione (come ho ricordato nella mia Esortazione Apostolica ‘Dilexi te) ‘è una delle espressioni più alte della carità cristiana’. Il mondo ha bisogno di questa forma di speranza”.

Quindi l’educazione cattolica è dinamica: “La storia dell’educazione cattolica è storia dello Spirito all’opera. Chiesa ‘madre e maestra’ non per supremazia, ma per servizio: genera alla fede e accompagna nella crescita della libertà, assumendo la missione del Divin Maestro affinché tutti ‘abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. Gli stili educativi che si sono succeduti mostrano una visione dell’uomo come immagine di Dio, chiamata alla verità e al bene, e un pluralismo di metodi al servizio di questa chiamata. I carismi educativi non sono formule rigide: sono risposte originali ai bisogni di ogni epoca”.

Si basa su una tradizione viva, in quanto comunità: “L’educazione cristiana è opera corale: nessuno educa da solo. La comunità educante è un ‘noi’ dove il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. Questo ‘noi’ impedisce che l’acqua ristagni nella palude del ‘si è sempre fatto così’ e la costringe a scorrere, a nutrire, a irrigare. Il fondamento resta lo stesso: la persona, immagine di Dio, capace di verità e relazione”.

Ricordando le parole di san Newman il papa ricorda che il rapporto tra fede e ragione non è un’opzione: “Occorre uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta a capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento. Per questo non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato. Il cuore, lì, dialoga col cuore, e il metodo è quello dell’ascolto che riconosce l’altro come bene, non come minaccia”.

L’educazione cristiana mette al centro la persona: “Mettere al centro la persona significa educare allo sguardo lungo di Abramo: far scoprire il senso della vita, la dignità inalienabile, la responsabilità verso gli altri. L’educazione non è solo trasmissione di contenuti, ma apprendistato di virtù. Si formano cittadini capaci di servire e credenti capaci di testimoniare, uomini e donne più liberi, non più soli. E la formazione non si improvvisa”.

E’ un invito a non disgiungere fede, cultura e vita: “Nella condivisione della comune missione educativa è necessario anche un cammino di formazione comune, ‘iniziale e permanente, capace di cogliere le sfide educative del momento presente e di fornire strumenti più efficaci per poterle affrontare’. E non bastano aggiornamenti tecnici: occorre custodire un cuore che ascolta, uno sguardo che incoraggia, una intelligenza che discerne”.

Inoltre l’educazione cristiana invita a contemplare il creato: “L’antropologia cristiana è alla base di uno stile educativo che promuove il rispetto, l’accompagnamento personalizzato, il discernimento e lo sviluppo di tutte le dimensioni umane. Tra esse non è secondario un afflato spirituale, che si realizza e si rafforza anche attraverso la contemplazione del Creato. Questo aspetto non è nuovo nella tradizione filosofica e teologica cristiana dove lo studio della natura aveva anche come proposito la dimostrazione delle tracce di Dio (vestigia Dei) nel nostro mondo”.

Per questo è necessaria anche una responsabilità educativa: “La responsabilità ecologica non si esaurisce in dati tecnici. Essi sono necessari, ma non bastano. Occorre un’educazione che coinvolga la mente, il cuore e le mani; abitudini nuove, stili comunitari, pratiche virtuose. La pace non è assenza di conflitto: è forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva e dello sguardo che giudica, per imparare il linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.

Tale dichiarazione aveva aperto ‘spazi’ da abitare: “Per abitare questi spazi occorre creatività pastorale: rafforzare la formazione dei docenti anche sul piano digitale; valorizzare la didattica attiva; promuovere service-learninge cittadinanza responsabile; evitare ogni tecnofobia. Il nostro atteggiamento nei confronti della tecnologia non può mai essere ostile, perché ‘il progresso tecnologico fa parte del piano di Dio per la creazione’. Ma chiede discernimento sulla progettazione didattica, sulla valutazione, sulle piattaforme, sulla protezione dei dati, sull’accesso equo. In ogni caso, nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”.

Per il papa la discriminate è l’uso della tecnologia: “Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza. Le università cattoliche hanno un compito decisivo: offrire ‘diaconia della cultura’, meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili, per toccare le ferite della storia e cercare, nello Spirito, sapienze che nascano dalla vita dei popoli”.

Ed ecco le priorità: “La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri; ‘Beati gli operatori di pace’ diventi metodo e contenuto dell’apprendere”.

In conclusione ecco le nuove mappe della speranza: “Le costellazioni non si riducono a neutri e appiattiti concatenamenti delle diverse esperienze. Invece di catene, osiamo pensare alle costellazioni, al loro intreccio pieno di meraviglia e risvegli. In esse risiede quella capacità di navigare tra le sfide con speranza ma anche con una coraggiosa revisione, senza perdere la fedeltà al Vangelo… Eppure, proprio qui, l’educazione cattolica può essere faro: non rifugio nostalgico, ma laboratorio di discernimento, innovazione pedagogica e testimonianza profetica. Disegnare nuove mappe di speranza: è questa l’urgenza del mandato.

Chiedo alle comunità educative: disarmate le parole, alzate lo sguardo, custodite il cuore. Disarmate le parole, perché l’educazione non avanza con la polemica, ma con la mitezza che ascolta. Alzate lo sguardo. Come Dio disse ad Abramo, ‘Guarda il cielo e conta le stelle’: sappiate domandarvi dove state andando e perché. Custodite il cuore: la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma”.

Giovani e dono, protagonisti di una nuova comunità solidale

In occasione del Giorno del Dono, previsto per legge il 4 ottobre di ogni anno, l’Istituto Italiano della Donazione (IID) e la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo (Fondazione CRC) promuovono, presso il Cinema Monviso (Via XX settembre 14, Cuneo) l’incontro ‘Giovani e dono, protagonisti di una nuova comunità solidale’ che si terrà venerdì 17 ottobre alle ore 10:00.

L’Italia, primo e unico Paese al mondo a celebrare con una Legge dedicata il Giorno del Dono, festeggia quest’anno il primo decennale della più grande festa nazionale del dono e della donazione. Scuole, Comuni, Associazioni, Fondazioni, Imprese e cittadini insieme per costruire la mappa dell’Italia che dona, un Paese capace di reagire alle difficoltà mettendo al centro la bellezza del Dono: nasce così il Giro dell’Italia che Dona – #10annidiDonoDay, rassegna nazionale che raccoglie tutte le iniziative realizzate dal 1° settembre al 31 ottobre 2025. Nel mese del dono 2025, questo speciale appuntamento è organizzato con Fondazione CRC per sottolineare quanto il dono sia un valore in grado di costruire comunità grazie ai giovani, protagonisti del loro futuro e dei territori.

Sottolinea il Presidente IID Ivan Nissoli: “L’Italia è il primo Paese al mondo ad aver sancito per legge il Giorno del Dono. Celebriamo nel mese di ottobre il decennale del progetto culturale di respiro nazionale ideato e realizzato da IID durante tutto l’anno grazie a partner d’eccezione come la Fondazione CRC, per il quinto anno al nostro fianco. Nel 2025 200 enti non profit e circa 90 tra Comuni e imprese hanno aderito al Giorno del Dono colorando la mappa del Giro dell’Italia che Dona – #10annidiDonoDay, con oltre 100 iniziative, 10 storie di dono e 5 spazi pubblici intitolati al dono in tutta Italia. Entusiasta l’adesione delle scuole all’edizione decennale con più di 100 elaborati in gara e 119 scuole partecipanti: numeri che testimoniano il grande coinvolgimento degli studenti e la forza creativa delle nuove generazioni, capaci di raccontare il valore del dono attraverso l’arte”.

“La partecipazione della nostra Fondazione a questa iniziativa, grazie alla collaborazione con l’Istituto Italiano di Donazione, è un’occasione ormai consolidata per diffondere la cultura del dono, leva strategica per la riduzione delle disuguaglianze nelle nostre comunità” aggiunge Mauro Gola, presidente di Fondazione CRC. “Un momento importante di approfondimento e confronto, caratterizzato dall’ampio coinvolgimento delle scuole del nostro territorio che hanno riflettuto su temi come l’accoglienza, la solidarietà e la cittadinanza attiva”.

L’intero progetto si svolge nell’ambito del Protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione e del Merito e con il patrocinio di ANCI, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani.

Mentre ieri, alla presenza di oltre 230 studenti, hanno aperto i lavori il Presidente Fondazione CRC Mauro Gola e il Presidente IID Ivan Nissoli con il documentario ‘Cara Tunisia’ per introdurre un dialogo aperto su giovani, comunità e futuro con interventi di Thomas Patriarca e Meriem Mejri, rispettivamente ideatore e protagonista del progetto ‘Cara Tunisia’, insieme a Nogaye Ndiaye, autrice e divulgatrice.

‘Cara Tunisia’ è un documentario sociale promosso da Caritas Italiana pensato per esplorare il tema delle seconde generazioni: nasce da un gruppo di giovani savonesi che, a partire dalla storia vera di Meriem Mejri, ragazza di origine tunisina, costruiscono un racconto intimo e politico attraversando il confine tra Italia e Tunisia. Il progetto è nato dal desiderio di coinvolgere direttamente i giovani sul tema del dialogo tra culture.

Sottolinea Thomas Patriarca: “Crediamo che i giovani debbano essere partecipi e protagonisti dei grandi temi del nostro tempo, perché il futuro che stiamo costruendo riguarda soprattutto loro e quindi la proiezione del documentario non è solo la restituzione di un lavoro audiovisivo ma è un invito a riconoscere la forza delle nuove generazioni come agenti di cambiamento, capaci di leggere la realtà e raccontarla con occhi lucidi, affettivi e politici. Il documentario, che racconta il tema delle seconde generazioni di immigrati, è stato messo nelle mani di un gruppo di giovani savonesi che, partendo dall’esperienza personale della loro concittadina Meriem Mejri di origine tunisina, hanno costruito un racconto intimo e politico, attraversando il confine tra Italia e Tunisia”.

Nata e cresciuta in Italia, Nogaye Ndiaye è un’attivista femminista e antirazzista, nota per la sua pagina Instagram ‘Le regole del diritto perfetto’, che vive e racconta in prima persona cosa significa crescere in Italia come figlia di immigrati, affrontando il tema dell’identità attraverso un punto di vista vissuto e consapevole. Nel 2023 ha pubblicato ‘Fortunatamente nera. Il risveglio di una mente colonizzata’ e nel 2024 ‘Universo parallelo. Il paradigma del privilegio’.

Nella seconda parte dell’evento sono state protagoniste le scuole della provincia di Cuneo che hanno partecipato attivamente al contest scuole Giorno del Dono 2025 – #10annidiDonoDay: la Scuola secondaria di primo grado Santorre di Santarosa di Savigliano con gli elaborati Il dono dell’amicizia, Il dono dell’ascolto,  Lettura…un dono senza tempo! e il Liceo G. B. Bodoni di Saluzzo che, tra tutte le scuole secondarie d’Italia partecipanti al contest, con il Podcast ‘Il manuale per sentirsi a casa’ si è aggiudicato il terzo posto nella categoria giuria popolare.

Commenta Emanuele Bertolini, professore della scuola di Savigliano: “La nostra scuola lavora da molto tempo sulla tematica del dono, inteso come solidarietà e incontro di scoperta reciproca. Quest’anno il progetto parte dall’idea che ognuno di noi porta un gioiello dentro di sé, unico e nascosto: trovarlo è l’impresa della vita. Questo gioiello, però, non va tenuto per sé: va condiviso, perché sia un vero e proprio dono.

Da qui il lavoro interdisciplinare che indaga l’idea di dono nella nostra cultura, la tematica della natura come dono da rispettare, l’idea di dono nella letteratura italiana, le modalità del dono di sé nel volontariato e nella donazione del sangue e degli organi. In arte, gli allievi lavoreranno in sinergia con il centro diurno Eta Beta di Savigliano proprio sul tema del dono come chiave dell’incontro con l’altro. In questo modo, le varie attività riusciranno a toccare la maggior parte delle discipline scolastiche: un modo in più per mostrare la varietà del dono, anche a scuola”.

Il progetto del Liceo Bodoni esplora in modo profondo i temi del dialogo interculturale, dell’accoglienza e della cittadinanza attiva prendendo l’avvio dall’analisi di una realtà molto presente nel territorio locale, quella dei migranti stagionali che risiedono a Saluzzo e nelle zone limitrofe.

Commenta la prof.ssa Serena Buzzi: “Grazie agli interventi della referente Caritas, Elena Pagnoni, gli studenti hanno avuto l’opportunità di riflettere su come poter offrire a queste persone un’accoglienza davvero significativa, che vada oltre il semplice aiuto materiale, ma che sia autentica e rispettosa delle loro esigenze culturali e umane. Da questa riflessione è nata l’idea di creare un manuale che possa fungere da vero e proprio ponte tra mondi diversi, favorendo un incontro autentico e promuovendo una comprensione reciproca. Il manuale non è solo un progetto didattico, ma uno strumento concreto per sensibilizzare e sensibilizzarsi sull’importanza dell’inclusione e dell’empatia, valori fondamentali per costruire una comunità più coesa e accogliente”.

‘Il melograno di san Gaspare’ è l’iniziativa solidale dei Missionari del Preziosissimo Sangue

Domenica 19 ottobre 2025, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale, i Missionari del Preziosissimo Sangue e i volontari saranno presenti presso le parrocchie San Gaspare del Bufalo e Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, entrambe situate nel quartiere Tuscolano, nonché presso la rettoria di Santa Maria in Trivio, accanto alla Fontana di Trevi, con un simbolo che li rappresenta: “Il melograno di san Gaspare”. L’iniziativa si inserisce nel contesto del mese missionario e della celebrazione di san Gaspare del Bufalo (21 ottobre), fondatore della Congregazione. Un’occasione per testimoniare la missione cristiana e la solidarietà che da oltre duecento anni accompagna il loro impegno non solo in Italia, ma anche in Africa.

Infatti, la missione dei Missionari del Preziosissimo Sangue si traduce in progetti a forte impatto sociale e umano nei settori della sanità, dell’istruzione e della promozione della dignità della persona. Tra le opere più significative spicca l’ospedale “San Gaspare” di Itigi, in Tanzania, nato nel 1989 in una delle aree più povere del Paese. Oggi, con i suoi 320 posti letto, oltre 7.500 visite, 10.000 ricoveri e 9.000 esami di laboratorio ogni anno, è riconosciuto come il sesto miglior istituto sanitario della Tanzania. Alla cura medica si affiancano programmi di educazione sanitaria e strutture educative per i bambini, segno di un impegno che unisce professionalità, solidarietà e speranza.

Non meno significativa è la comunità terapeutica per il recupero dalle dipendenze, associazione “Famiglie San Filippo Neri”, sorta a Putignano (BA) nel 1988 ad opera di don Rosario Pacillo. Il Missionario, che era allora parroco, volle rispondere al grido della povertà umana che negli anni ’80-’90 vedeva centinaia di migliaia di giovani intrappolati nel tunnel della tossicodipendenza. Oggi la comunità può ospitare fino a quindici giovani, è accreditata dalla Regione Puglia e gode della stima e del favore di tutte le istituzioni civili e sanitarie della regione. Questo a testimonianza del fatto che ogni persona, vale il Sangue di Cristo.

«L’iniziativa de “Il melograno di san Gaspare” è fondamentalmente un’attività di sensibilizzazione sulle opere della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue – afferma don Benedetto Labate direttore della Provincia Italiana e presidente di Fondazione Primavera Missionaria. Partiamo dal significato spirituale di questo frutto. Il melograno nella Sacra Scrittura è uno dei frutti che la “terra promessa” produce in abbondanza, segno della ricchezza e della provvidenza di Dio.

Ma è nel Cantico dei Cantici che il pomo di colore rosso richiama fortemente il colore dell’amore, e quindi all’alleanza tra Dio e il suo popolo. In diversi dipinti del XV e XVI sec., Gesù Bambino viene raffigurato con una melagrana in mano, che sempre per il colore rosso, richiama al suo sangue e alla passione che dovrà subire. Ecco che da qualche anno, noi Missionari del Preziosissimo Sangue abbiamo scelto questo frutto come simbolo della spiritualità del Sangue di Cristo.

Aderendo a questa manifestazione si può capire meglio come noi Missionari portiamo avanti l’annuncio del Vangelo del Sangue, che significa innanzitutto dare dignità all’essere umano in qualunque situazione si trovi e poi continuare, nel solco della tradizione della Chiesa, a incoraggiare l’umanità sul fatto che Dio ci ama, si prende cura di noi ed è disposto a tutto pur di ottenere la nostra salute, fisica, psichica e spirituale».

Missionari di speranza in Ghana, il racconto di don Nicola Ciarapica

Il Ghana, una delle democrazie più solide in Africa, che può vantare anche un sistema giudiziario indipendente ed una eccellente libertà di stampa (è stabilmente sul podio delle nazioni più virtuose del continente africano, mentre Reporters sans frontières la colloca al 50° posto su 180 nella sua classifica globale 2024), ha deciso di voltare pagina e di affidare la presidenza della Repubblica al progressista John Dramani Mahama, 66 anni, leader del National Democratic Congress (NDC), che già aveva ricoperto la carica dal 2012 al 2016.

Il neoeletto presidente Mahama, che per la prima volta nella storia del Paese ha voluto come vicepresidente una donna, Jane Naana Opoku Agyemang (ex ministra dell’istruzione, insegnante e attivista per i diritti umani), ha promesso il ripristino delle licenze revocate alle banche fallite con l’obiettivo non soltanto di restituire fiducia al settore bancario, ma di creare nuove opportunità di lavoro e dare un nuovo slancio alle attività economiche, soprattutto nelle realtà rurali e semi-urbane, con l’impegno ad aprire nuove filiali. Ed anche la promessa di arginare: il degrado ambientale causato dall’estrazione mineraria illegale delle migliaia di cercatori d’oro più o meno improvvisati, senza alcuna licenza, che stanno avvelenando i grandi fiumi e distruggendo le foreste.

Però tra aumento globale dei tassi di interesse, impennata dell’inflazione (+54% nel 2023) innescata dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina e con una spesa pubblica fuori controllo, il governo di Accra si è ritrovato in 15 anni con $ 30.000.000.000 di debito esterno, il 40% del quale in mano a creditori privati internazionali, ed altri $ 34.000.000.000 di debito interno.

Per comprendere la situazione abbiamo incontrato nella sua città natale, Tolentino, su invito dell’OdV Sermit (per effettuare offerte versamenti, utilizzare il c.c.p. n° 14616627 intestato a: ‘Sermit ODV’, V.le Bruno Buozzi, 121 – 62029 Tolentino MC; bonifico tramite UBI Banca con IBAN: IT 91 K 03111 69201 000000018001 (specificando la causale del versamento), il salesiano don Nicola Ciarapica, dove mancava da tre anni, chiedendogli innanzitutto un’opinione sull’Italia, prima di ritornare a Sunyani: “Tornare in Italia dopo tre anni in Ghana è come entrare in un mondo parallelo. Ho ritrovato volti familiari, luoghi cari, ma anche una società diversa da quella che avevo lasciato, o forse sono cambiato io.

La prima impressione? Un’Italia più stanca e affaticata. Si avverte un clima di incertezza, un senso di sfiducia nel futuro. Tanti sembrano camminare, presi da mille corse, ma con il cuore spesso disorientato. Ho notato che il raporto con il Dio che Gesu Cristo ci ha portato, sta diventando un valore non desiderato e ricercato, come pure la  dignità ed i diritti di ogni persona sono riconosciuti solo a singole Nazioni o alla Persona come singolo ignorando la Comunita globale e la Casa Comune. 

In Ghana vivo con gente che anche con poco può essere felice. Ho vissuto in villaggi poveri, ma ricchi di umanità, dove il tempo si condivide e la vita è fatta di relazioni vere. Tornato qui, ho incontrato una povertà diversa, più sottile ma altrettanto dolorosa: la solitudine degli anziani, l’isolamento dei giovani, la fatica delle famiglie a restare unite, stadi e discoteche piene e chiese sempre meno  frequentate.

Eppure, accanto a tutto questo, ho ritrovato tanta bellezza e speranza. Ho incontrato persone dal cuore grande, impegnate nella carità, nella scuola, nella pastorale. Comunità che, anche tra mille difficoltà, cercano di restare fedeli al Vangelo”.

Allora, ci racconti quale è la situazione in Ghana?

“In Ghana, la situazione attuale è caratterizzata da una crescita economica costante che non ha conosciuto guerre civili o colpi di stato militari.  Ci sono ancora sfide significative legate alla povertà, all’accesso all’istruzione e alla salute. Molti giovani sono privati di opportunità di istruzione e formazione professionale a causa di una serie di fattori, tra cui la mancanza di risorse economiche e infrastrutture adeguate, specialmente per coloro che vivono nelle campagne e nei villaggi lontani da città. Dove l’istruzione e la formazione sono carenti, l’educazione non è per tutti o non copre tutti gli aspetti della persona umana: cognitivi, spirituali, emozionali … la povertà è più diffusa ed è più difficile da sradicare”.

Però il 45% della popolazione vive con meno di $ 1 al giorno: come salesiani cosa fate?

“I Salesiani di Don Bosco a Sunyani, in Ghana, si dedicano principalmente all’educazione e alla formazione dei giovani. Le loro attività includono scuole, centri di formazione professionale e programmi di orientamento giovanile. Offrono anche supporto sociale e spirituale, cercando di migliorare le condizioni di vita dei ragazzi e delle loro famiglie attraverso attività ricreative, corsi di formazione e iniziative comunitarie. Inoltre, promuovono valori come la responsabilità, il rispetto e la solidarietà, in linea con la missione di don Bosco.

I giovani in Ghana affrontano diverse sfide significative oggi, tra cui la disoccupazione, la cui mancanza di opportunità di lavoro è una delle principali preoccupazioni. Molti giovani non riescono a trovare impieghi adeguati, nonostante abbiano completato l’istruzione. Altra sfida è quella dell’accesso all’istruzione: sebbene l’istruzione sia migliorata, ci sono ancora disparità nell’accesso, soprattutto nelle zone rurali. Le famiglie a basso reddito possono avere difficoltà a sostenere i costi scolastici.

Inoltre problemi di salute riguardanti l’HIV/AIDS, malattie mentali e cattive condizioni sanitarie sono preoccupazioni significative. La mancanza di accesso a servizi sanitari adeguati può aggravare questi problemi. Molti giovani vivono in condizioni di povertà, il che limita le loro opportunità di sviluppo personale e professionale e la ricerca di opportunità all’estero porta molti giovani a lasciare il Paese, spesso affrontando rischi significativi durante il viaggio. Anche se la tecnologia sta crescendo, non tutti i giovani hanno accesso a dispositivi digitali ed ad internet, limitando le loro possibilità di apprendimento e di connessione con il mondo.

Quindi sia ad Ashaiman-Accra che a Sunyani abbiamo il Centro Protezione dei Minori per ragazzi e ragazze a rischio e/o in difficoltà. Ad Ashaiman-Accra, a Tatale nel nord del Ghana, ed a Sunyani gestiamo gli  Istituti Tecnici Professionali.  Sotto il grande ‘ombrello’ del Segretariato Educativo Cattolico, ‘partnersship’ con il Governo del Ghana, ospitiamo gli studenti, ma dobbiamo mantenere tutte le spese per le infrastrutture, per la manutenzione, ordinaria e straordinaria.

Inoltre, aiutiamo i tanti ragazzi/e per i/le giovani degli Oratori- Centri Giovanilie degli Hostels,  con attività di mentoring e supporto emotivo e spirituale, a sviluppare la loro autostima e capacità di leadership. Mirano a creare una nuova generazione di giovani responsabili e impegnati. creando un ambiente sicuro in cui i giovani possono esprimere le loro preoccupazioni e aspirazioni”.

Ed a livello catechistico e di cammino di fede?

“A Tatale la nostra parrocchia raggiunge anche 57 piccole comunità di fedeli. A Sunyani abbiamo aperto 14 outstations (centri Pastorali) per piccole comunitá di agricoltori; alcune sono distanti anche un’ora di macchina.  Dieci di questi centri sono già stati forniti di una scuola primaria, del pozzo per l’acqua  potabile, di una Cappella/Chiesa  per le celebrazioni liturgiche.  Con l’aiuto di diversi benefattori è stata costruita e dedicata la Chiesa di Maria Aiuto dei Cristiani,  prima Chiesa  Mariana in Ghana con questo titolo. Questi segni di speranza non solo migliorano la vita dei giovani in Ghana, ma contribuiscono anche alla costruzione di un futuro migliore per la comunità. Inoltre, collaborando con alcune Ong internazionali stiamo portando avanti progetti per eliminare la migrazione illegale, per combattere la tratta delle persone umane, il sostegno e promozione della donna e delle persone a rischio. Un altro ambito dicui ci stiamo prendendo cura è l’accompagnamento e la formazione di questi giovani”. 

La Strenna (‘Ancorati alla speranza, pellegrini con i giovani) di quest’anno racconta di essere pellegrini di speranza con i giovani: in quale modo avviene in Ghana?

“Il programma pastorale della Conferenza Episcopale Cattolica del Ghana si basa su alcuni orientamenti principali, emersi durante l’Assemblea Plenaria dello scorso anno 2024. Questi sono i punti salienti: il tema centrale è ‘Proclamare Cristo come Speranza per la Chiesa e per il Ghana’. I Vescovi sottolineano l’importanza di rinnovare l’annuncio del Vangelo, considerato come la risposta alle attuali sfide sociali e spirituali, in seguito anche a un leggero calo demografico dei cattolici (rinnovo dello spirito missionario e formazione nei seminari) con una riflessione  comunitaria sui temi della speranza, riconciliazione e perdono (specie nelle aree di conflitto  come Bawku), collaborazione ecumenica (il 1^ luglio scorso è stata la giornata azionale di ringraziamento e preghiera) con attenzione all’attuazione dei diritti umani ed alla famiglia.

Inoltre i vescovi hanno anche evidenziato l’importanza dell’azione ambientale, incoraggiando i fedeli a prendersi cura del creato come parte integrante della loro missione pastorale (lotta al ‘Galamsey’, secondo l’enciclica ‘Laudato sì’ attraverso la formazione dei fedeli alla spiritualità ecologica ed alla cura del creato.

Per questo cerchiamo di promuovere un rinnovamento spirituale e pastorale attraverso la formazione continua dei laici ed un maggiore coinvolgimento nella vita della Chiesa. Ovviamente cerchiamo di valorizzare l’educazione cattolica con la richiesta al Governo di una partnership stabile con le scuole missionarie cattoliche, favorendo la promozione dell’istruzione tecnico professionale e chiedendo il riconoscimento del vasto ruolo educativo della Chiesa (5423 scuole primarie, 82 secondarie, 4 TVET, collegi)”.

‘Missionari di speranza tra le genti’ è il messaggio per la prossima giornata missionaria,  che racconta la speranza: in quale modo si può essere costruttori di speranza tra le genti?

“Essere costruttori di speranza tra le genti significa incarnare e testimoniare, con la vita e con le parole, la presenza viva del Vangelo nei luoghi più segnati dalla sofferenza, dall’ingiustizia, dalla solitudine e dallo scoraggiamento. Il messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale che racconta la speranza ci ricorda che la missione non è mai solo un’attività da compiere, ma uno stile di vita evangelico che fa fiorire la speranza là dove sembra che tutto sia arido.

Quindi è necessario annunciare con gioia e umiltà la bella notizia che c’è per tutti, una felicità senza fine. Questo vuol dire portare la Buona Notizia non come chi impone, ma come chi condivide un dono ricevuto. Il Vangelo è speranza viva, perché annuncia un Dio che non abbandona nessuno.

Chi crede davvero nella risurrezione e nella presenza di Cristo nella storia trasmette fiducia anche nei momenti più bui. Il missionario è un segno visibile che Dio non ha dimenticato nessuno. Questo significa stare con chi è dimenticato, ai margini, scartato: questo è il luogo privilegiato della speranza. Come Gesù si è fatto prossimo, così anche noi siamo chiamati a ‘toccare la carne’ della speranza nei poveri. La speranza cresce dove ci sono rispetto, ascolto, perdono. In contesti di conflitto o tensione sociale, il missionario diventa artigiano di riconciliazione, mostrando che un futuro di fraternità è possibile. Occorre costruire Chiese vive, accoglienti, aperte, capaci di prendersi cura gli uni degli altri. La speranza nasce anche dove c’è comunità vera, che sostiene e incoraggia.

Essere costruttori di speranza significa credere che Dio agisce ancora, e che la nostra piccola fedeltà quotidiana può trasformare il mondo. La missione è il volto concreto di questa speranza: una speranza che non delude, perché è radicata in Cristo. La missione non è finita. Anche qui c’è sete di Dio, fame di ascolto, bisogno di speranza. L’esperienza vissuta in Africa mi ha insegnato che ovunque si può essere missionari: basta saper guardare, ascoltare, accogliere. Basta scegliere ogni giorno di essere costruttori di speranza”.

(Tratto da Aci Stampa)

Accoglienza e solidarietà: San Vincenzo De Paoli e Consorzio Servizi Sociali per un progetto abitativo a Ovada

E’ stata ufficialmente sottoscritta la convenzione di co-progettazione tra il Consorzio Servizi Sociali dell’Ovadese, l’Associazione ‘La San Vincenzo ONLUS’ e la ODV Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Alessandria per l’avvio di un innovativo progetto di assistenza alloggiativa temporanea, destinato a persone singole e nuclei familiari in condizione di povertà estrema o senza dimora.

L’intervento, finanziato dall’Unione Europea – Next Generation EU, nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), tramite il Consorzio Servizi Sociali dell’Ovadese, si inserisce nella linea di investimento dedicata al modello Housing First, che pone la casa come primo passo per la ricostruzione di un progetto di vita, e mira a offrire un’alternativa concreta e stabile alla marginalità abitativa.

Non è un semplice servizio di accoglienza, ma un approccio innovativo che permette alle persone senza dimora o in grave marginalità di trovare immediatamente un’abitazione stabile, da cui ripartire con gradualità verso l’autonomia, grazie anche a un accompagnamento sociale personalizzato.

Cuore pulsante del progetto è l’Associazione ‘La San Vincenzo ONLUS’ che ha deciso di mettere in comodato d’uso gratuito tre immobili della “Casa della Solidarietà Antonietta Marini” al Consorzio Servizi Sociali. Queste abitazioni diventeranno rifugio e punto di ripartenza per chi ha perso tutto, accogliendo persone in difficoltà: un impegno importante, radicato nel territorio che trasforma l’accoglienza in futuro di speranza.

La convenzione è molto più di un accordo: è il frutto vivo di un percorso condiviso tra istituzioni pubbliche e Terzo Settore, un patto che nasce dalla convinzione che il welfare locale debba essere costruito insieme, con responsabilità condivisa, integrazione reale e la determinazione di dare risposte concrete e durature alle fragilità che la comunità vive.

Gli alloggi saranno abitati da persone in grave difficoltà socio-economica, selezionate dai Servizi Sociali. Saranno dei veri e propri spazi di ripartenza, in cui la casa rappresenterà non solo un tetto, ma il punto di partenza per la ricostruzione di un progetto di vita.

L’accoglienza sarà strutturata secondo un approccio personalizzato, basato sull’ascolto dei bisogni individuali, sulla definizione condivisa di obiettivi realistici e raggiungibili, sul sostegno relazionale e materiale, sul collegamento con servizi territoriali per salute, lavoro, formazione e cittadinanza attiva.

Attraverso l’accoglienza, il Consorzio Servizi Sociali dell’Ovadese e la ODV Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Alessandria intendono promuovere autonomia e dignità, aiutando ogni persona a superare una fase critica della propria vita, senza forzature, ma con una presenza costante e competente. Si lavorerà per costruire un rapporto umano basato sulla fiducia, sull’ascolto e sulla vicinanza quotidiana, capace di generare relazioni amicali che accompagnano, senza invadere. Le azioni messe in campo saranno adattabili e flessibili, così da rispondere alle situazioni complesse spesso associate alla condizione di senza dimora.

La ODV Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Alessandria, attraverso la Conferenza ‘Santo Spirito’ di Ovada, affiancherà i Servizi Sociali nell’accompagnamento delle persone accolte. L’intervento non è soltanto una risposta immediata a un bisogno urgente, ma anche una prima sperimentazione strutturata, con metodo e caratteristiche replicabili in altri contesti locali. Un modello che unisce visione sociale, prossimità e continuità, con l’ambizione di diventare riferimento per future azioni di accoglienza e, soprattutto, con la certezza che nessuno debba sentirsi solo davanti alla difficoltà.

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