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Papa Leone XIV: tenere lo sguardo sui beni futuri
“Cari fratelli e sorelle, oggi, Festa della Presentazione del Signore, il Vangelo ci parla di Gesù che, nel Tempio, è riconosciuto e annunciato come il Messia da Simeone e Anna. Ci presenta l’incontro tra due movimenti d’amore: quello di Dio che viene a salvare l’uomo e quello dell’uomo che attende con fede vigile la sua venuta”: nella Messa per la XXX Giornata della vita consacrata celebrata, nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha spiegato che la vita religiosa invita a seguire l’esempio di fondatori e fondatrici di congregazioni e famiglie religiose che hanno testimoniato Cristo anche fra ‘degrado’ ed ‘abbandono’.
Dopo aver benedetto le candele il papa ha sottolineato l’azione di Dio: “Da parte di Dio, l’essere Gesù presentato come figlio di una famiglia di poveri nel grande scenario gerosolimitano, ci mostra come Egli si offra a noi nel pieno rispetto della nostra libertà e nella piena condivisione della nostra povertà. Nel suo agire non c’è infatti nulla di costringente, ma solo la potenza disarmante della sua disarmata gratuità”.
Dio che si manifesta nell’attesa: “Da parte dell’uomo, di contro, nei due vegliardi, Simeone e Anna, l’attesa del popolo d’Israele è rappresentata al suo zenit, come apice di una lunga storia di salvezza, che si snoda dal giardino dell’Eden ai cortili del Tempio; una storia segnata da luci e ombre, cadute e riprese, ma sempre percorsa da un unico vitale desiderio: ristabilire la piena comunione della creatura con il suo Creatore. Così, a pochi passi dal ‘Santo dei Santi’, la Fonte della luce si offre come lampada al mondo e l’Infinito si dona al finito, in un modo così umile da passare quasi inosservato”.
Riprendendo la sollecitudine di papa Francesco a ‘svegliare il mondo’ il papa ha sollecitato ad essere profeti: “Carissimi, carissime, la Chiesa vi chiede di essere profeti: messaggeri e messaggere che annunciano la presenza del Signore e ne preparano la via. Per usare le espressioni di Malachia, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, essa vi invita a farvi, nel vostro generoso ‘svuotarvi’ per il Signore, bracieri per il fuoco del Fonditore e vasi per la lisciva del Lavandaio, affinché Cristo, unico ed eterno Angelo dell’Alleanza, presente anche oggi tra gli uomini, possa fonderne e purificarne i cuori con il suo amore, con la sua grazia e con la sua misericordia. E questo siete chiamati a fare prima di tutto attraverso il sacrificio della vostra esistenza, radicati nella preghiera e pronti a consumarvi nella carità”.
Ed ecco l’esempio dei fondatori: “I vostri fondatori e le vostre fondatrici, docili all’azione dello Spirito Santo, vi hanno lasciato modelli meravigliosi di come vivere fattivamente questo mandato. In continua tensione fra terra e Cielo, essi con fede e coraggio si sono lasciati trasportare, partendo dalla Mensa Eucaristica, chi al silenzio dei chiostri, chi alle sfide dell’apostolato, chi all’insegnamento nelle scuole, chi alla miseria delle strade, chi alle fatiche della missione”.
Tale missione si realizza davanti al Tabernacolo: “E con la stessa fede sono tornati, ogni volta, umilmente e sapientemente, ai piedi della Croce e davanti al Tabernacolo, per offrire tutto e ritrovare in Dio la sorgente e la meta di ogni loro azione. Con la forza della grazia si sono lanciati anche in imprese rischiose, facendosi presenza orante in ambienti ostili e indifferenti, mano generosa e spalla amica in contesti di degrado e di abbandono, testimonianza di pace e di riconciliazione in mezzo a scenari di guerra e di odio, pronti anche a subire le conseguenze di un agire controcorrente che li ha resi in Cristo ‘segno di contraddizione’, a volte fino al martirio”.
Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI papa Leone XIV sollecita alla carità: ““Anche oggi, infatti, con la professione dei consigli evangelici e con i molteplici servizi di carità che offrite, voi siete chiamati a testimoniare, in una società dove fede e vita sembrano sempre più allontanarsi l’una dall’altra, in nome di una concezione falsa e riduttiva della persona, che Dio è presente nella storia come salvezza per tutti i popoli. A testimoniare che il giovane, l’anziano, il povero, il malato, il carcerato, hanno prima di tutto il loro posto sacro sul suo Altare e nel suo Cuore, e che al tempo stesso ciascuno di loro è un santuario inviolabile della sua presenza, davanti al quale piegare le ginocchia per incontrarlo, adorarlo e glorificarlo”.
Infine riprendendo il Cantico di Simeone il papa ha sottolineato che la vita religiosa non è aliena dalla realtà: “La vita religiosa, infatti, col suo distacco sereno da tutto ciò che passa, insegna l’inseparabilità tra la cura più autentica per le realtà terrene e la speranza amorosa in quelle eterne, scelte già in questa vita come fine ultimo ed esclusivo, capace di illuminare tutto il resto. Simeone ha visto in Gesù la salvezza ed è libero davanti alla vita e alla morte. ‘Uomo giusto e pio’, assieme ad Anna, che ‘non si allontanava mai dal Tempio’, tiene fisso lo sguardo sui beni futuri”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV alla Rota Romana: nei giudizi cercare equilibrio tra verità e carità
“In questo nostro primo incontro vorrei anzitutto esprimere il mio apprezzamento per il vostro lavoro, che è un servizio prezioso alla funzione giudiziaria universale che compete al Papa e di cui il Signore vi ha chiamato ad essere partecipi. ‘Veritatem facientes in caritate’: ecco un’espressione che può essere applicata alla vostra missione quotidiana nell’amministrazione della giustizia”: con questa citazione papa Leone XIV ha ricevuto i prelati del Tribunale della Rota Romana per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, chiedendo di orientare l’attività giudiziale secondo i criteri di verità e carità.
Perciò ha ripreso questo importante punto già affrontato dai papi precedente, che riguarda l’esercizio della giustizia secondo la verità: “Si tratta del rapporto della vostra attività con la verità che è insita nella giustizia. In questa occasione intendo proporvi alcune riflessioni sullo stretto nesso che intercorre tra la verità della giustizia e la virtù della carità. Non si tratta di due principi contrapposti, né di valori da bilanciare secondo criteri puramente pragmatici, ma di due dimensioni intrinsecamente unite, che trovano la loro armonia più profonda nel mistero stesso di Dio, che è Amore e Verità”.
Per questo il papa ha evidenziato il rischio di relativizzazione: “Tale correlazione postula una costante e accurata esegesi critica, poiché, nell’esercizio dell’attività giurisdizionale, emerge non di rado una tensione dialettica tra le istanze della verità oggettiva e le premure della carità. Si ravvisa, talvolta, il rischio che un’eccessiva immedesimazione nelle vicissitudini, spesso travagliate, dei fedeli possa condurre a una pericolosa relativizzazione della verità.
Infatti, una malintesa compassione, pur apparentemente mossa da zelo pastorale, rischia di offuscare la necessaria dimensione di accertamento della verità propria dell’ufficio giudiziale. Ciò può accadere, oltre che nell’ambito delle cause di nullità matrimoniale, ove potrebbe indurre a deliberazioni di sapore pastorale prive di un solido fondamento oggettivo, anche in qualunque tipo di procedimento, inficiandone il rigore e l’equità”.
Di contro può accadere che si eserciti anche una giustizia troppo rigida: “D’altro lato, può a volte darsi un’affermazione fredda e distaccata della verità che non tiene conto di tutto ciò che esige l’amore alle persone, omettendo quelle sollecitudini dettate dal rispetto e dalla misericordia, che devono essere presenti in tutte le fasi di un processo”.
Quindi nell’orientarsi occorre tener conto delle parole dell’apostolo Paolo per un’azione secondo verità: “Veritatem facientes in caritate: non si tratta solo di adeguarsi a una verità speculativa ma di ‘fare la verità’, cioè una verità che deve illuminare tutto l’agire. E ciò deve essere compiuto ‘nella carità’, che è il grande motore che porta a fare giustizia vera…
Il vostro agire, pertanto, sia mosso sempre da quel vero amore al prossimo che cerca al di sopra di tutto la sua salvezza eterna in Cristo e nella Chiesa, che comporta l’adesione alla verità del Vangelo. Troviamo dunque l’orizzonte in cui va collocata tutta l’attività giuridica ecclesiale: la salus animarum quale suprema legge nella Chiesa. In questo modo, il vostro servizio alla verità della giustizia è un contributo d’amore alla salvezza delle anime”.
Alla luce di ciò l’azione deve essere impostata per adempiere ad una giusta sentenza: “Anzitutto, l’agire dei vari protagonisti del processo deve essere interamente improntato dal desiderio fattivo di contribuire a far luce sulla sentenza giusta cui pervenire, con una rigorosa onestà intellettuale, una competenza tecnica e una coscienza retta…
Lo scopo che accomuna tutti gli operatori nei processi, ciascuno nella fedeltà al proprio ruolo, è la ricerca della verità, che non si riduce all’adempimento professionale, ma è da intendersi come espressione diretta della responsabilità morale. A ciò muove in primo luogo la carità, sapendo però andare oltre le esigenze della sola giustizia, per servire nella misura del possibile il bene integrale delle persone, senza stravolgere la propria funzione ma esercitandola con pieno senso ecclesiale”.
Ecco lo scopo per cui è necessario trovare la verità nella carità: “Il servizio alla verità nella carità deve risplendere in tutto l’operato dei tribunali ecclesiastici. Ciò deve poter essere apprezzato da tutta la comunità ecclesiale e specialmente dai fedeli coinvolti: da coloro che chiedono il giudizio sulla loro unione matrimoniale, da chi è accusato di aver commesso un delitto canonico, da chi si considera vittima di una grave ingiustizia, da chi rivendica un diritto. I processi canonici devono ispirare quella fiducia che proviene dalla serietà professionale, dal lavoro intenso e premuroso, dalla dedizione convinta a ciò che può e deve essere percepito come una vera vocazione professionale”.
Per questo è necessaria la tempestività nei processi: “I fedeli e l’intera comunità ecclesiale hanno diritto a un retto e tempestivo esercizio delle funzioni processuali, perché è un cammino che incide sulle coscienze e sulle vite… In questo senso, uno stile ispirato alla deontologia deve permeare anche il lavoro degli avvocati quando essi assistono i fedeli nella difesa dei loro diritti, tutelando gli interessi di parte senza mai oltrepassare quanto in coscienza si ritiene giusto e conforme alla legge.
I promotori di giustizia e i difensori del vincolo sono cardini nell’amministrazione della giustizia, chiamati per la loro missione a tutelare il bene pubblico. Un approccio meramente burocratico in un ruolo di tale importanza recherebbe un pregiudizio evidente alla ricerca della verità”.
Per il papa il processo è un discernimento: “Il processo non è di per sé una tensione tra interessi contrastanti, come a volte viene frainteso, ma è lo strumento indispensabile per discernere la verità e la giustizia nel caso. Il contradittorio nel processo giudiziale, di conseguenza, è un metodo dialogico per l’accertamento del vero. La concretezza del caso, infatti, richiede sempre che siano appurati i fatti e confrontate le ragioni e le prove a favore delle varie posizioni, sulla base delle presunzioni di validità del matrimonio e di innocenza dell’indagato, fino a prova contraria.
L’esperienza giuridica maturata testimonia il ruolo imprescindibile del contraddittorio e l’importanza decisiva della fase istruttoria. Il giudice, mantenendo l’indipendenza e l’imparzialità, dovrà dirimere la controversia secondo gli elementi e gli argomenti emersi nel processo”.
E’ un invito a non abbandonare lo studio per una missione esigente: “Si rivela quindi fondamentale che si continui a studiare e applicare il diritto matrimoniale canonico con serietà scientifica e fedeltà al Magistero. Questa scienza è indispensabile per risolvere le cause seguendo i criteri stabiliti dalla legge e dalla giurisprudenza della Rota Romana, i quali, nella maggioranza dei casi, non fanno altro che dichiarare le esigenze del diritto naturale.
Cari amici, la vostra missione è alta ed esigente. Siete chiamati a custodire la verità con rigore ma senza rigidità e a esercitare la carità senza omissione. In questo equilibrio, che è in realtà una profonda unità, si deve manifestare la vera sapienza giuridica cristiana”.
Prima dell’incontro con il papa mons. Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, nell’omelia della messa per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana aveva invitato i prelati uditori, gli officiali e i collaboratori del Tribunale a non far mancare mai ‘carità e prudenza’ nel loro servizio, che li porta spesso ad esprimersi ‘su situazioni personali, matrimoniali e canoniche anche molto dolorose’.
(Foto: Santa Sede)
Seconda domenica del Tempo Ordinario: Gesù ‘luce delle Nazioni’
Siamo nel tempo ‘Ordinario’ dell’anno liturgico: sono 43 settimane durante le quali la Liturgia catechizza il popolo di Dio per prepararlo ad incontrare il Signore, il Salvatore che si presenta come ‘luce delle nazioni’. Nel Vangelo Giovanni nell’incontrarsi con Gesù lo addita: ‘Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo’. Giovanni chiama Gesù ‘l’Agnello che toglie i peccati’ e chiarisce al popolo che Egli (Giovanni) non conosceva Gesù, ma in una ispirazione divina aveva saputo che l’uomo, che egli aveva battezzato e sul quale si era posato lo Spirito Santo, quello era il Messia atteso.
Giovanni testimonia apertamente di avere visto lo Spirito Santo scendere sotto forma di colomba e posarsi su di Lui. Giovanni chiama Gesù: ‘l’Agnello’; il popolo ebreo conosceva due tipi di agnelli: a) quello che il popolo ebreo aveva immolato quando si trovò schiavo in Egitto e Dio liberò il suo popolo per mezzo di Mosè che ordinò di uccidere un agnello, segnare con il sangue gli stipiti delle loro porte perché l’angelo della morte colpisse solo le case degli egiziani; b)l’agnello metaforico di cui aveva parlato il profeta Isaia: l’agnello che toglie i peccati con la sua morte, l’agnello che rappresenta Cristo Gesù che muore per salvare l’umanità dal peccato e dalla morte.
Giovanni non solo riconosce Gesù, che egli aveva battezzato nel fiume Giordano, ma vede in Gesù proprio l’agnello di cui aveva parlato il profeta: Gesù non è solo Gesù di Nazareth che si confonde tra la folla per essere battezzato, ma è il vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ed evoca quanto avverrà nel sacrificio pasquale. Dio ama il suo popolo e non dimentica l’uomo creato a sua immagine e somiglianza; se Giovanni Battista non lo avesse indicato presente ed additato, nessuno si sarebbe accorto di Lui.
Il dramma dell’uomo di oggi, in questo momento storico, è il non riconoscere il passaggio dell’Agnello. Gesù salva veramente i peccatori ma bisogna riconoscersi tale, sentirsi peccatori per fruire della sua misericordia; egli infatti non è venuto per i giusti o per coloro che pretendono di essere giusti ma per coloro che prendono coscienza dei loro peccati e vogliono ravvedersi, convertirsi. E’ necessario avere il coraggio e l’umiltà del figlio prodigo e dire: mi alzerò e tornerò da mio padre: ‘Ho peccato contro il cielo e contro di te’; per costoro Gesù è l’Agnello che toglie i peccati.
Non è certamente da imitare Caino che uccide il fratello Abele e fugge mentre Dio lo incalza: Caino, dov’è tuo fratello Abele? né Adamo che fugge davanti a Dio che lo chiama: Adamo, dove sei? La vera schiavitù per l’uomo è il peccato, che ci tiene legati al male e ci fa vedere Dio come un rivale che castiga; Dio è amore ed ha mandato il suo Figlio, nato dalla Vergine, per salvare l’uomo nel rispetto della libertà di ciascuno. Va all’ inferno solo chi vuole andare; da parte di Dio non manca mai il suo abbraccio paterno. Vedi il buon ladrone sulla croce che per un atto di amore ascolta le parole di Gesù: oggi sarai con me in paradiso.
Nel Vangelo Giovanni, l’ultimo ed il più grande dei profeti, presenta Gesù al mondo: ‘Ecco l’agnello che toglie i peccati del mondo’ e su Gesù scende e si posa lo Spirito Santo mentre il Padre lo addita: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo’! Il peccato più grave oggi è rifiutare l’uomo, Gesù di Nazareth, come il Messia, vero uomo e vero Dio, il vero ed unico salvatore. Egli è colui che battezza con lo spirito santo, lo Spirito che porta nel mondo l’amore di dio e fa degli uomini dei veri figli di Dio; santi per vocazione, grazie a Cristo Gesù, l’Agnello che toglie i peccati del mondo.
Da qui la missione di Cristo è la vocazione di ogni cristiano, è la vocazione della Chiesa inviata da Cristo: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: fate del mondo la grande famiglia di Dio’. Tutti i fedeli, di qualsiasi parte del mondo sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità. Tale santità non è un fatto meramente intimo e personale ma deve riflettersi nella vita sociale. Compito primario del popolo di Dio è collaborare con l’opera di Cristo per eliminare il peccato dal mondo. Questa è una missione religiosa e non politica, sociale o economica.
Da questa missione scaturisce la morale cristiana e il compito della Chiesa ad essere ‘Luce del mondo e sale della terra’. Non si accende una luce per nasconderla sotto il tavolo ma deve illuminare l’ambiente e riscaldare i cuori. Da qui la necessità per il cristiano di mettersi alla sequela di Cristo e chiedersi: sono vera luce?, sono capace di illuminare quanti avvicino? Invochiamo la Santissima Vergine, Madre di Cristo e della Chiesa perché ci aiuti, ci sostenga, non venga mai meno il suo aiuto materno per essere testimoni credibili del Vangelo di Cristo Gesù.
Papa Leone XIV invita i diplomatici pontifici ad una ‘carità pensante’
“In occasione del 325° anniversario di fondazione, insieme con voi, rendo grazie al Signore per la lunga e feconda storia di questa benemerita Istituzione posta a servizio del Successore di Pietro”: in una Lettera alla Pontificia Accademia Ecclesiastica in occasione del 325^ anniversario di fondazione, il pontefice scrive che quella dei diplomatici del papa ‘non è tattica, ma carità pensante’.
Ha tracciato una piccola storia della diplomazia pontificia: “Nel 1701, per volontà di papa Clemente XI, prendeva avvio una missione tanto meritoria, della quale molti miei predecessori hanno custodito lo spirito e guidato la crescita, accompagnandone gli sviluppi alla luce delle esigenze che la Chiesa e la diplomazia hanno manifestato nel corso dei secoli. In anni più recenti, papa Francesco, con la Costituzione Apostolica ‘Praedicate Evangelium’ ha confermato la collocazione dell’Accademia all’interno della struttura della Segreteria di Stato, ponendola in connessione con la Sezione per il Personale di Ruolo Diplomatico della Santa Sede; poi, con il Chirografo Il Ministero Petrino, del 25 marzo 2025, l’ha qualificata come centro avanzato di alta formazione accademica e ricerca nelle Scienze Diplomatiche, quale diretto strumento dell’azione diplomatica della Santa Sede”.
Per il papa tale cammino offre una base non solo culturale, ma anche scientifica: “Queste ultime riforme manifestano lo scopo di offrire un curriculum formativo che, con una solida base scientifica, sia in grado di integrare competenze giuridiche, storiche, politiche, economiche e linguistiche e coniugarle con le doti umane e sacerdotali di giovani presbiteri. Ringrazio i Superiori e gli Alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica per il cammino di comunione e di rinnovamento intrapreso con spirito di fede e di disponibilità, accogliendo i cambiamenti senza dimenticare le radici”.
Infatti la diplomazia è una vocazione evngelica: “Auspico che questa fausta ricorrenza susciti negli Alunni un rinnovato impegno a perseverare nel cammino formativo, ricordando che il servizio diplomatico non è una professione, ma una vocazione pastorale: è l’arte evangelica dell’incontro, che cerca vie di riconciliazione là dove gli uomini innalzano muri e diffidenze. La nostra diplomazia, infatti, nasce dal Vangelo: non è tattica, ma carità pensante; non cerca né vincitori né vinti, non costruisce barriere, ma ricompone legami autentici”.
Inoltre la diplomazia necessita di ascolto per costruire ‘ponti’: “Per edificare questa comunione, ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta dall’ascolto: ascolto di Dio e ascolto dei piccoli, di coloro la cui voce spesso non viene udita. I diplomatici del papa sono chiamati a essere ponti: ponti invisibili per sostenere, ponti saldi quando gli eventi sembrano difficili da arginare e ponti di speranza quando il bene vacilla”.
Il messaggio si conclude con l’invito ad imitare sant’Antonio, la cui festa ricorre oggi, per un dialogo con Dio: “Imitando sant’Antonio Abate, vostro patrono, che seppe trasformare il silenzio del deserto in dialogo fecondo con Dio, siate sacerdoti dalla profonda spiritualità, per attingere dalla preghiera la forza dell’incontro con gli altri. E mentre lo sguardo si apre alla missione che vi attende, affido ciascuno a Maria, Madre della Chiesa, perché vegli su di voi e vi renda docili alla volontà di Dio nel servizio alla sede di Pietro”.
La Pontificia Accademia Ecclesiastica era originariamente Accademia dei Nobili Ecclesiastici, uno dei diversi collegi romani dedicati alla formazione di chierici indirizzati alla vita ecclesiastica, ma non necessariamente sacerdotale. Durante il pontificato di papa Pio VI (1775-1799) fu destinata a formare nobili ecclesiastici venuti a Roma a perfezionarsi negli studi teologici e giuridici e tra il XVIII e il XIX secolo fu considerata luogo di formazione dell’élite ecclesiastica che aspirava a una carriera nella curia romana.
Con il tempo divenne fucina di diplomatici pontifici e papa Pio IX, nel regolamento emanato nel 1850, specificò che il suo scopo era quello ‘di formare i giovani ecclesiastici o per il servizio diplomatico della Santa Sede o per il servizio amministrativo in curia e nello Stato Pontificio’.
Con il tramonto del potere temporale, avvenuto nel 1870, venne meno la possibilità di impieghi nell’amministrazione dello Stato e rimase possibile solo la carriera diplomatica. Il pontificato di papa Leone XIII (1876-1903) introdusse per l’Accademia novità significative.
Il regolamento dispose un concorso per l’accesso alla carriera diplomatica e nel corso del tempo il programma accademico venne più volte innovato. Nel secondo dopoguerra, in piena guerra fredda, la diplomazia vaticana si fece arte di creare e mantenere l’ordine internazionale, d’instaurare rapporti umani, ragionevoli e giuridici tra i popoli mediante un’aperta e responsabile regolazione, ma anche arte della pazienza, del produrre la pace negli animi e nelle relazioni internazionali.
Nel 1969, con il motu proprio Sollicitudo omnium ecclesiarum papa san Paolo VI ribadì il dovere del papa di rendersi presente in modo adeguato in tutte le regioni della terra per svolgere il suo ufficio primaziale, come perpetuo e visibile principio e fondamento di unità, per sostenere le Chiese anche con la sua presenza, un compito che viene affidato all’inviato pontificio. Ne derivò l’esigenza, per l’Accademia, di formare sacerdoti che non solamente avessero un’adeguata preparazione tecnica e intellettuale, ma che fossero in grado di rappresentare il Sommo Pontefice e che avessero, quindi, una visione approfondita e vissuta dell’indole sacerdotale della missione diplomatica.
Nella giornata il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, nella lectio magistralis ‘Pace e giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide’ aveva evidenziato il ‘contesto a dir poco critico per le relazioni internazionali’ caratterizzato dai ‘segni della guerra, le violazioni della vita umana, le distruzioni, le incertezze e un diffuso senso di smarrimento’.
Infatti la forza delle armi, la volontà di potenza sono ormai il sostegno per le decisioni politiche e bisogna prendere atto che “l’ordine internazionale non è più quello che 80 anni or sono veniva delineato con l’istituzione dell’Onu, del Sistema delle Nazioni Unite e di nuove forme di intesa e collaborazione tra gli Stati formulate secondo il diritto internazionale e nell’ambito del diritto internazionale”.
Necessario dunque offrire risposte efficaci e soluzioni che “abbandonino l’idea dell’uso della forza, la volontà di potenza, il disprezzo delle regole… E’ il momento di concorrere allo sviluppo di una dottrina rispondente alla situazione odierna, che sia al tempo stesso una proposta educativa, di formazione e di ricerca”.
Per il segretario di Stato vaticano “il diritto degli Stati di garantire la propria sicurezza non autorizza ad attivare azioni o attacchi preventivi in forme sempre più lontane dalla legalità internazionale”. La pace, nel sentire comune, sembra possibile se si annienta il nemico e il nemico “può diventare un popolo, una Nazione, un’Istituzione o uno spazio economico che si oppone alla visione del più forte di turno”.
(Foto: Vatican Media)
Un’Indulgenza plenaria per l’Anno Francescano
“Mentre sono ancora attuali ed efficaci i frutti di grazia del Giubileo Ordinario dell’anno 2025 appena conclusosi, nel quale siamo stati tutti spronati a renderci pellegrini di questa speranza che non delude, ecco aggiungersi a esso quale ideale prosecuzione una nuova occasione di giubilo e di santificazione: l’ottavo centenario del felice transito di san Francesco d’Assisi dalla vita terrena alla patria celeste (3 ottobre 1226)”: in occasione dell’ottavo centenario della morte del Santo d’Assisi un Decreto della Penitenzieria Apostolica annuncia che saranno concesse le indulgenze plenarie fino al 10 gennaio 2027.
Nel Decreto si sottolinea l’importanza dei precedenti giubilei francescani, che hanno culmine in quello di quest’anno: “In questi ultimi anni, altri importanti giubilei hanno riguardato la figura e le opere del Santo d’Assisi: l’ottavo centenario della creazione del primo Presepe a Greccio, della composizione del Cantico delle Creature, inno alla bellezza santa del creato e quello della impressione delle Sacre Stimmate, avvenuta sul Monte della Verna, quasi un nuovo Calvario, due anni prima della sua morte. Il 2026 segnerà il culmine e il compimento di tutti i precedenti festeggiamenti: esso sarà infatti Anno di san Francesco e tutti saremo chiamati a farci santi nella contemporaneità sull’esempio del Serafico Patriarca”.
Inoltre si evidenzia che san Francesco è stato un ‘alter Christus’: “Se è mirabilmente vero che ‘non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini’ all’infuori di Gesù Cristo, Redentore dell’umanità, è altrettanto straordinariamente vero che tra dodicesimo e tredicesimo secolo, in epoca di guerre cosiddette sante, rilassatezza di costumi, malinteso fervore religioso, ‘nacque al mondo un sole’: Francesco, che, da figlio di un ricco mercante, si fece povero e umile, vero alter Christus in terra, fornendo al mondo tangibili esempi di vita evangelica e reale immagine di perfezione cristiana”.
Come in quel periodo il santo di Assisi seppe proporre a modello la carità cristiana anche oggi essa è necessaria: “Il nostro tempo non è molto dissimile da quello in cui visse Francesco, e proprio alla luce di questo il suo insegnamento è forse oggi ancor più valido e comprensibile. Quando la carità cristiana langue, l’ignoranza dilaga come il malcostume e chi esalta la concordia tra i popoli lo fa più per egoismo che per sincero spirito cristiano”.
E’ un invito a non ‘vanificare’ l’Anno santo appena concluso per una carità più ‘attiva’: “…quando il virtuale prende il sopravvento sul reale, dissidi e violenze sociali fanno parte della quotidianità e la pace diventa ogni giorno più insicura e lontana, questo Anno di san Francesco sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, ad imitare il poverello d’Assisi, a formarci per quanto possibile sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo appena trascorso: la speranza che ci ha visti pellegrini si trasformi ora in zelo e fervore di fattiva carità”.
Con alcune parole di san Francesco ad un ministro (‘E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede’) il Decreto sottolinea il valore della misericordia francescana: “Con queste straordinarie parole, riportate nella nota Epistola ad quendam ministrum, san Francesco allo stesso tempo non solo dispensa consolazione e consigli a un anonimo confratello, ma soprattutto delinea e sottolinea il concetto fondamentale di misericordia, cui è indissolubilmente legato quello di perdono e di indulgenza”.
Una misericordia che si apre al perdono: “Ed è proprio un perdono, il noto ‘Perdono d’Assisi’ o ‘Indulgenza della Porziuncola’, che Papa Onorio III per eccezionale privilegio concesse direttamente a Francesco per coloro che, confessati e comunicati, visitassero il 2 agosto un’antica chiesetta presso Assisi, eretta 800 anni prima su una ‘piccola porzione di terra’ (da cui il nome Porziuncola)”.
Ed ecco a chi si applica l’indulgenza plenaria: “ai membri: delle Famiglie Francescane del Primo, del Secondo e del Terz’Ordine Regolare e Secolare; degli Istituti di vita consacrata, delle Società di vita apostolica e delle Associazioni pubbliche o private di fedeli, maschili e femminili, che osservino la Regola di san Francesco o siano ispirati alla sua spiritualità o in qualsiasi forma ne perpetuino il carisma”.
Però l’indulgenza plenaria è concessa a tutti coloro secondo tali condizioni: “a tutti i fedeli indistintamente che, con l’animo distaccato dal peccato, parteciperanno all’Anno di San Francesco visitando in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte del mondo intitolato a san Francesco o ad esso collegato per qualsivoglia motivo, e lì seguiranno devotamente i riti giubilari o trascorreranno almeno un congruo periodo di tempo in pie meditazioni e innalzeranno a Dio preghiere affinché, sull’esempio di san Francesco, nei cuori scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti di concordia e pace tra i popoli, concludendo con il Padre Nostro, il Credo ed invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d’Assisi, a Santa Chiara e a tutti i Santi della Famiglia Francescana”.
Inoltre dall’indulgenza plenaria non sono esclusi gli “anziani, gli infermi e quanti se ne prendono cura e tutti coloro che per grave motivo siano impossibilitati a uscire di casa, potranno ugualmente conseguire l’Indulgenza Plenaria, premesso il distaccamento da qualsiasi peccato e l’intenzione di adempiere appena possibile le tre consuete condizioni, se si uniranno spiritualmente alle celebrazioni giubilari dell’Anno di San Francesco, offrendo a Dio Misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della propria vita”.
L’Associazione Bambino Gesù del Cairo diventa Fondazione: un testamento d’amore voluto da Papa Francesco
L’Associazione Bambino Gesù del Cairo, presieduta da Monsignor Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco, è divenuta ufficialmente Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS, completando un passaggio giuridico, istituzionale e morale di straordinaria rilevanza.
La trasformazione da Associazione a Fondazione è stata solennemente sancita nel corso del tradizionale Concerto di Natale, evento che nel tempo aveva assunto un valore simbolico profondo, configurandosi come spazio di incontro tra arte, musica e spiritualità e come strumento di trasmissione dei valori universali di solidarietà, fraternità e responsabilità sociale.
L’edizione 2025 ha rappresentato un momento storico, poiché è stata la prima realizzata dopo il passaggio formale alla Fondazione, segnando l’ingresso dell’opera in una nuova fase di maturità, stabilità e riconoscimento pubblico. Tale evoluzione ha confermato la solidità dell’ente, la credibilità del suo operato e la dedizione instancabile dei volontari, rafforzando al contempo l’impegno istituzionale verso la tutela dei più vulnerabili.
L’Associazione Bambino Gesù del Cairo era nata nel 2020 in seguito alla storica sottoscrizione del Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayeb.
Fin dalla sua origine, l’Associazione aveva incarnato una visione profetica e universale, traducendo in azione concreta i principi di fraternità, dialogo e solidarietà enunciati nel Documento. Con il suo passaggio a Fondazione, tale visione ha trovato una forma istituzionale pienamente compiuta.
L’Associazione, oggi Fondazione, ha costituito un autentico testamento spirituale e d’amore di Sua Santità Papa Francesco, che l’aveva personalmente voluta, ispirata, accompagnata e benedetta, affidandole una missione chiara e irrevocabile: servire l’uomo sofferente, proteggere l’infanzia ferita, difendere la dignità umana senza confini geografici, religiosi o culturali.
Questo lascito morale, di altissimo valore ecclesiale e civile, è stato assunto come patrimonio vivo e operante dalla Fondazione, chiamata a custodirlo e svilupparlo con rigore, fedeltà e responsabilità storica. Nel corso della serata, le autorità civili, religiose e istituzionali intervenute hanno riconosciuto unanimemente il valore concreto e sistemico dell’azione della Fondazione, sottolineando l’efficacia dei progetti realizzati e la visione strategica di quelli futuri.
L’Onorevole Emanuele Prisco, Sottosegretario al Ministero dell’Interno, ha evidenziato l’impatto tangibile e misurabile dell’operato della Fondazione, lodando l’impegno dei volontari e la capacità dell’ente di coniugare solidarietà, cultura e responsabilità sociale. Ha definito la Fondazione Bambino Gesù del Cairo un modello virtuoso di organizzazione non profit, capace di incidere in modo strutturale nel tessuto sociale.
Il Prefetto Pierluigi Faloni, Consigliere di Presidenza della Fondazione, ha sottolineato come la trasformazione dell’Associazione in Fondazione abbia rappresentato un segnale inequivocabile di serietà istituzionale, continuità e impegno permanente nella promozione della Fratellanza Umana, dei diritti fondamentali e della protezione delle persone più fragili.
Mons. Yoannis Lahzi Gaid, Presidente della Fondazione, ha pronunciato un intervento di forte intensità morale e spirituale, richiamando il valore trasformativo del dono e della responsabilità quotidiana verso gli ultimi. Ha ribadito che la Fondazione aveva operato secondo criteri di trasparenza assoluta e gratuità, precisando che ogni contributo ricevuto era stato integralmente destinato ai beneficiari.
Nel 2024 erano stati distribuiti 35.000 pasti e garantite cure mediche, visite specialistiche e medicinali a oltre 10.000 bambini e persone vulnerabili. Mons. Gaid aveva inoltre richiamato l’attenzione sulla nascente ‘Casa della Speranza’, rifugio destinato a donne vittime di violenza e tratta e ai loro figli, auspicando che “la luce del Natale continuasse a illuminare le periferie del dolore umano”.
Gli interventi di Sua Eminenza il Card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, di Sua Eminenza il Card. Angelo Becciu e di Sua Eminenza il Cardi. Domenico Calcagno hanno espresso un convinto apprezzamento per l’azione della Fondazione, riconoscendone i risultati concreti e auspicando uno sviluppo costante della sua missione sociale e culturale. Mentre in un’intervista radiofonica, Biagio Maimone, direttore dell’Ufficio Stampa, aveva sottolineato come la comunicazione fosse chiamata a svolgere un ruolo strategico e fondamentale nella diffusione delle iniziative e dei valori fondativi della Fondazione.
Alla serata che ha solennemente suggellato il passaggio storico da Associazione a Fondazione hanno preso parte numerose autorità, tra cui Monsignor Antonio Raimondo Fois e gli Ambasciatori della Lega Araba, Azerbaigian, Repubblica Araba d’Egitto, Emirati Arabi Uniti, Honduras e FR Khalil e Lorenza Bonaccorsi, Presidente del Primo Municipio di Roma, in rappresentanza del Sindaco Roberto Gualtieri.
La Fondazione Bambino Gesù del Cairo si pone così come segno visibile di una carità che non si esaurisce nell’emergenza, ma si fa struttura, continuità e speranza. Un’opera che parla al cuore dell’uomo contemporaneo e testimonia che la fraternità non è un’utopia, ma una responsabilità concreta affidata alle coscienze, alle istituzioni e alla storia.
Papa Leone XIV ai sindaci: dare un volto alle città
“Sono lieto di incontrare tutti voi che rappresentate l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Viviamo questo appuntamento nel tempo di Natale e a conclusione di un anno giubilare: la grazia di questi giorni illumina certamente anche il vostro servizio e le vostre responsabilità. L’incarnazione del Figlio di Dio ci fa incontrare un bambino, la cui mite fragilità si scontra con la prepotenza del re Erode. In particolare, l’uccisione degli innocenti da lui ordinata non significa solo perdita di futuro per la società, ma è manifestazione di un potere disumano, che non conosce la bellezza dell’amore perché ignora la dignità della vita umana”: con queste parole iniziali oggi papa Leone XIV ha accolto in udienza i sindaci italiani per discutere insieme le sfide a cui sono sottoposte le città.
Affrontando il tema dell’autorità il papa ha preso occasione dal tema del Natale: “Al contrario, la nascita del Signore rivela l’aspetto più autentico di ogni potere, che è anzitutto responsabilità e servizio. Perché qualsiasi autorità possa esprimere queste caratteristiche, occorre incarnare le virtù dell’umiltà, dell’onestà e della condivisione. Nel vostro impegno pubblico, in particolare, siete consapevoli di quanto sia importante l’ascolto, come dinamica sociale che attiva queste virtù. Si tratta, infatti, di porre attenzione alle necessità delle famiglie e delle persone, avendo cura specialmente dei più fragili, per il bene di tutti”.
Ed ecco le sfide a cui i sindaci sono chiamati a confrontarsi per dare un ‘volto’ alla propria città: “La crisi demografica e le fatiche delle famiglie e dei giovani, la solitudine degli anziani e il grido silenzioso dei poveri, l’inquinamento dell’ambiente e i conflitti sociali sono realtà che non vi lasciano indifferenti. Mentre cercate di dare risposte, voi sapete bene che le nostre città non sono luoghi anonimi, ma volti e storie da custodire come tesori preziosi. In questo lavoro, si diventa sindaci giorno dopo giorno, crescendo come amministratori giusti e affidabili”.
Il sindaco da ‘seguire’ è Giorgio La Pira: “In proposito, vi sia d’esempio il venerabile Giorgio La Pira, il quale, in un discorso ai Consiglieri comunali di Firenze, affermava: ‘Voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia!’… Sia davanti alle difficoltà sia rispetto alle occasioni di sviluppo, vi esorto a diventare maestri di dedizione al bene comune, favorendo un’alleanza sociale per la speranza”.
Un richiamo particolare è stato quello dell’attenzione al gioco d’azzardo ed ad altre forme di malattia ‘sociale’: “Le nostre città conoscono purtroppo forme di emarginazione, violenza e solitudine che chiedono di essere affrontate. Vorrei richiamare l’attenzione, in particolare, sulla piaga del gioco d’azzardo, che rovina molte famiglie. Le statistiche ne registrano in Italia un forte aumento negli ultimi anni.
Come sottolinea Caritas Italiana nel suo ultimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale, si tratta di un grave problema educativo, di salute mentale e di fiducia sociale. Non possiamo dimenticare anche altre forme di solitudine di cui soffrono molte persone: disturbi psichici, depressioni, povertà culturale e spirituale, abbandono sociale. Sono segnali che indicano quanto ci sia bisogno di speranza. Per testimoniarla efficacemente, la politica è chiamata a tessere relazioni autenticamente umane tra i cittadini promuovendo la pace sociale”.
Per questo in conclusione ha citato don Primo Mazzolari, augurando un buon anno: “L’attività amministrativa trova così la sua piena realizzazione, perché fa crescere i talenti delle persone, dando spessore culturale e spirituale alle città. Carissimi, abbiate dunque il coraggio di offrire speranza alla gente, progettando insieme il miglior futuro per le vostre terre, nella logica di un’integrale promozione umana”.
In precedenza aveva incontrato un gruppo di pellegrini della parrocchia San Tommaso da Villanova di Alcalá de Henares, in Spagna, soffermandosi su alcuni tratti del religioso agostiniano: “Nella sua vita e nei suoi scritti, egli ci rivela una ricerca incessante della preghiera continua, cioè a dire una santa inquietudine di essere alla presenza di Dio in ogni momento. Questo implica una profonda interiorità e lo svuotarsi di se stessi per ascoltare e per lasciare agire il Signore”.
Altre caratteristiche sono state la laboriosità e l’amore per i poveri: “Oltre che per la sua vita spirituale, san Tommaso da Villanova si distingue per la sua laboriosità. Questo aspetto, in un mondo che sembra offrirci tutto in modo sempre più rapido, più facile, ci interpella. La sua sobrietà e semplicità, la sua abnegazione nel lavoro (soprattutto in ambito universitario) ed il suo zelo apostolico ci portano a pensare che dobbiamo riconoscere i talenti che abbiamo ricevuto e metterli al servizio della comunità, con impegno e dedizione, affinché si moltiplichino a beneficio di tutti. Infine, vorrei sottolineare il suo amore per i poveri, che gli è valso il titolo di ‘mendicante di Dio’. Mi hanno detto che nella vostra parrocchia questo aspetto è molto presente, in gesti e opere concrete”.
(Foto: Santa Sede)
Ricordando don Oreste Benzi. La profezia della missione
“Don Oreste Benzi è stato capace di cambiare il tempo che ha abitato, di scuotere cuori e menti, di attuare una rivoluzione culturale e sociale nel nostro Paese. Incontrarlo oggi significa comprendere che il suo desiderio di costruire un mondo nuovo è ancora attuale e possibile, proponendo un’idea alternativa di società, ‘la società del gratuito’, come don Oreste la chiamava. Una società che riporta al centro la persona, che va avanti seguendo il passo degli ultimi, inclusiva, rispettosa della diversità, che fa della diversità il suo anzi punto di forza”: con questa intenzione ad inizio settembre, in occasione dell’anniversario dei 100 anni della nascita, il Comitato Nazionale per le celebrazioni del Centenario, la Fondazione ‘Don Oreste Benzi’, il comune di Rimini e la diocesi di Rimini, hanno promosso tre giornate di eventi, musica e fede dedicati a lui per ricordare la sua figura e il suo sguardo, pieno di amore e attento agli ultimi, che continua a generare una tensione innovatrice anche oggi, attraverso le opere e le realtà che sono nate dall’incontro con lui.
Le giornate sono state aperte dalla celebrazione eucaristica del presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi : “Don Oreste continua a farci sentire famiglia e la luce del suo amore riflette quella eterna. E’ la stessa luce che portava nei luoghi e nei cuori più oscuri e che faceva trovare nei tanti piccoli che ha amato e difeso la loro straordinaria bellezza, altrimenti nascosta, umiliata. Don Oreste continua ad aiutarci a riconoscere il corpo di Gesù nell’Eucarestia e nei piccoli. Corpus Domini tutti e due! Uno del tutto Spirituale ma sempre materiale, l’altro tutto materiale ma sempre spirituale. Don Oreste continua a farceli ‘vedere’ con gli occhi di Gesù, a riconoscerlo nel tabernacolo che nella casa del Papa Giovanni XXIII è il cuore e l’intimità della famiglia e di ciascuno, e anche nella relazione affettiva, personale, nel legame di amore che ci unisce, tra noi, e con i più piccoli e fragili distratti osservatori o degli professionisti equilibrati che però smarriscono quella spinta in più che è la gratuità, l’amore”.
Partendo da queste sollecitazioni alla professoressa Elisabetta Casadei, postulatrice della causa di beatificazione e canonizzazione di don Oreste Benzi, abbiamo chiesto di raccontarci la profezia di don Oreste Benzi: “Aver rimesso al centro la relazione, quella gratuita, o meglio, la condivisione diretta, nella quale l’uomo diventa se stesso e si sente parte di un ‘noi’ per il quale desidera vivere. Don Benzi non è tanto un prete della carità, ma possedeva una visione sulla società e sul mondo conseguenza del Vangelo.
La sua profezia è dunque la ‘Società del Gratuito’, opposta a quella del ‘Profitto’, che descrive così, sulla falsariga di papa Francesco: ‘L’uomo investe denaro nel campo economico per riaverlo aumentato; impegna le proprie energie, le proprie capacità per riaverle aumentate: in questa impostazione l’uomo diventa il centro di se stesso e, potenzialmente, è nemico degli altri, nel senso che tutte le volte che nel suo cammino incontra qualcuno che va contro i suoi interessi lo combatte (homo homini lupus)… La guerra è strutturata nella società umana. Come conseguenza si ha che ogni uomo si difende dall’altro: così cresce la paura, la difesa, l’attacco’ (Oreste. Benzi, ‘Un’umanità nuova fondata sul gratuito’, 25.2.85).
La guerra è strutturale nella Società del Profitto, poiché ‘ogni persona che è senza padre e senza madre e viene tenuta rinchiusa in strutture emarginanti… subisce violenza e quindi è un focolaio di guerra. Ogni disoccupato subisce violenza ed è quindi un focolaio di guerra. Il focolaio di guerra è quella società che non vuole la guerra, ma che in realtà produce il disoccupato e quindi crea la guerra… Tutto il mondo lotta per uccidersi l’un l’altro: questa è una pazzia collettiva, che l’uomo vi è tanto dentro che non ci crede neanche più di essere pazzo’.
Per descrivere questa pazzia usa dei paragoni: ‘In noi può svilupparsi quella malattia autoimmune, in cui le cellule non si riconoscono più dello stesso corpo e si distruggono l’un l’altra, finché sono morte’. Questa Società non può essere aggiustata, ma va cambiata. La Società del Gratuito è fondata su una visione dell’uomo opposta a quella individualistica, ossia come persona, in cui le relazioni sono vitali; per cui, fondata sulle dinamiche positive della persona: realizzare le proprie capacità e parteciparsi nella gratuità. Nella Società del Gratuito le capacità non sono titoli di merito, ma di servizio, e la retribuzione è secondo il bisogno e non secondo i titoli (studio, carriera, livello); i beni sono usati come amministratori e non come proprietari. La Società del Gratuito è costituita dai ‘nuovi mondi vitali’, ossia da nuovi stili di vita sociale, in cui le persone si sentono accolte e amate per quello che sono: case famiglia, cooperative sociali, scuole del gratuito, professioni, aziende agricole, corpi di pace, centri educanti con i carcerati…
Principio di rinnovamento della società sono i piccoli, gli scartati (disabili, anziani, ex prostitute, carcerati e tutti coloro che non contano), poiché essi aiutano a rimanere umani: a riscoprire valori che rischiamo di perdere o addirittura di disprezzare: gratuità, tenerezza, compassione, il valore del tempo e della natura, dell’essere sull’avere. Dal 2006 l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII è accreditata con lo stato ‘Consultativo Speciale’ all’ECOSOC (Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite), organismo che tratta tematiche legate allo sviluppo sociale, alla giustizia e alla pace, allo scopo di promuovere a livello globale il paradigma della Società del Gratuito”.
Quale era il suo ‘metodo’ pastorale?
“Un secondo elemento di profezia è il metodo pastorale, che si può oggi definire sinodale e missionario. don Benzi lo ha applicato sia nella sua parrocchia sia nella Comunità Papa Giovanni XXIIII. I cui principi si possono così enucleare: partire dalla vita delle persone e non da piani pastorali predefiniti: ‘Quando la vita interpella la fede, riunisci i fedeli e rispondi alla vita con la fede”; “Quando si devono costruire strade, occorre prima guardare dove passa la gente’. Decidere tutti insieme: ascoltare tutti! (il consiglio pastorale era sempre aperto a tutti e si svolgeva la domenica pomeriggio, una volta al mese).
Le minoranze possono essere principi di rinnovamento nel futuro. Priorità della grazia: alle assemblee annuali ci si preparava spiritualmente anche mesi prima. Priorità della memoria: anzi tutto si faceva memoria di ciò che il Signore aveva fatto nella comunità gli anni precedenti (lettura teologica della storia). Priorità dell’ascolto e della condivisione delle esperienze di vita (in casa famiglia, nel quartiere, ecc) sulla conoscenza scientifica (ascolto degli esperti sui diversi temi: droga, educazione, disabilità. Conclusioni non solo teoriche, ma operative, stabilendo precisi obiettivi. Festa (sport, spettacoli)”.
Quali erano gli elementi costitutivi della sua spiritualità?
“Vivere non solo per Gesù e con Gesù, ma in Gesù per rinnovare il mondo. Nello specifico, conformare il proprio cuore a quello di Gesù servo, povero ed obbediente, che condivide in tutto la vita dell’uomo e prende su di sé i loro limiti e peccati (espiazione o diaconia dell’amore): questo è anche il carisma dell’associazione Papa Giovanni XXIII. Tutto ciò si esplica nella condivisione diretta (mettere la vita con la vita di chi non è voluto da nessuno), la fraternità, la vita da poveri (con loro, come loro) ed una intensa preghiera che non tralasciava mai, anche nei ritmi frenetici delle sue giornate in giro per l’Italia ed il mondo (Eucaristia quotidiana, Liturgia delle Ore, Rosario, adorazione, meditazione della Parola di Dio)”.
Allora per quale motivo era un apostolo della carità?
“Era un apostolo dell’amore di Dio, perché: ‘Nessuno deve essere lasciato soffrire da solo’. ‘Ci sono poveri (diceva) che ci vengono a cercare, ma tanti, la maggior parte non verranno mai: da quelli noi dobbiamo andare’. Sentiva empatia fortissima con chi non era considerato (scartato, si direbbe oggi), poiché suo padre apparteneva a quella categoria di persone ‘che credono talmente di non valere niente, che quasi ti chiedono scusa di esistere’. Aveva la certezza granitica che ogni uomo nasce con una missione da compiere nella storia e nel popolo di Dio e che è depositario di doni (carismi) particolari, per cui se qualcuno non corrisponde alla missione affidata, nella storia e nel popolo di Dio, rimarrà per sempre un buco”.
In quale modo riusciva a coinvolgere le persone?
“Prospettava alti ideali e li faceva percepire possibili da realizzare (aveva una grande capacità comunicativa); sapeva cogliere i carismi delle persone e valorizzarli (aveva grande conoscenza dell’umano, sia per dono naturale che per studio assiduo); dava fiducia e responsabilizzava; portava con sé sempre testimoni di resurrezione (es. ex tossici, disabili, ecc). Alcuni giovani che lo hanno seguito negli anni ’70 dicono: Non potevo credere che un prete poteva essere più matto di me, per cui l’ho seguito!”.
Quali erano gli aneddoti più ricorrenti?
“Non si sta in piedi se non si sta in ginocchio, L’uomo non è il suo errore, Le cose belle prima si fanno e poi si pensano’. Oggi sono tutti raccolti (oltre 600!) in Oreste.Benzi, ‘Aforismi, aneddoti e provocazioni’, (a cura di Elisabetta. Casadei, Sempre 2024, ndr.) e consultabili per argomento (oltre 300!) grazie ad un buon indice tematico”.
Per quale motivo si definiva ‘prete di tutti’?
“Perché sapeva raggiungere tutti: bambini, giovani, sposi, anziani; barboni, carcerati, nomadi, prostitute (andò perfino in un bordello in Bolivia), studenti, ma anche vescovi e cardinali. ‘Tutti hanno diritto alla Parola di Dio’, diceva, per cui quando scendeva in strada per incontrare le ‘sorelline’ (così chiamava le piccole fatte prostituire) diceva loro: ‘Sister, do you love Jesus’ e pregava con loro”.
A quale punto è il processo di beatificazione?
“E’ in fase romana, vale a dire si sta redigendo il dossier (positio) che sintetizza tutti i documenti e le testimonianze raccolte in quasi 8 anni (oltre 18.000 pagine, senza contare libri, articoli, interventi audio e video). Tante grazie, ma ancora nessun miracolo, almeno come lo intende la Chiesa per la beatificazione. Un pò si comprende, perché diceva sempre: ‘Non voglio essere santo da solo: meglio peccatore con i peccatori, che santo da solo!’ Ed aggiungeva: ‘Fra peccatori ci si capisce, coi santi è difficile intendersi!’Infine segnala tra gli eventi del Centenario il corso online ‘La profezia di don Oreste Benzi’, presso l’ISSR ‘A Marvelli’ di Rimini ed i pellegrinaggi ‘Sulle orme di don Oreste Benzi’. A richiesta, per gruppi (min 15 persone) si può concordare altri dati con gli organizzatori: mezza giornata, giornata intera, due giorni e tre giorni, a scelta”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV chiede salvezza anche per i detenuti
“Il Vangelo di oggi ci fa visitare in carcere Giovanni il Battista, che si trova prigioniero a motivo della sua predicazione. Ciò nonostante, egli non perde la speranza, diventando per noi segno che la profezia, anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia. Dal carcere, infatti, Giovanni il Battista sente ‘parlare delle opere del Cristo’, che sono diverse da quelle che lui si aspettava. E allora manda a chiedergli: ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?’ Chi cerca verità e giustizia, chi attende libertà e pace interroga Gesù. E’ proprio Lui il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio per bocca dei profeti?: dopo la recita dell’Angelus dell’ultima domenica giubilare dell’Anno Santo dedicata ai detenuti ed alle detenute papa Leone XIV ha invitato a non perdere la speranza dell’annuncio della giustizia e della verità.
E la risposta di Gesù è inequivocabile con l’invito a guardare le opere: “La risposta di Gesù porta lo sguardo su coloro che Lui ha amato e servito. Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono”.
Nei ‘poveri’ è possibile vedere Dio: “L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!”
E dalla prigione si può essere liberato attraverso la parola di Gesù: Dalla prigione dello sconforto e della sofferenza ci libera la parola di Gesù: ogni profezia trova in Lui il compimento atteso. E’ Cristo, infatti, che apre gli occhi dell’uomo alla gloria di Dio. Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo”.
Quindi la Parola di Dio libera dal male, come scrive san Paolo nella lettera ai Filippesi: “Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo… Proprio con questo invito si apre la Santa Messa di oggi, terza domenica di Avvento, chiamata perciò domenica Gaudete. Gioiamo, dunque, perché Gesù è la nostra speranza soprattutto nell’ora della prova, quando la vita sembra perdere senso e tutto ci appare più buio, le parole ci mancano e fatichiamo ad ascoltare il prossimo”.
Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica di questa domenica della ‘gioia’ il papa ha ricordato l’invito di papa Francesco durante l’apertura della prima porta santa aperta nel carcere di Rebibbia: “Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo, ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo”.
Per questo ha invitato a non scoraggiarsi: “Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli.
Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.
Per questo ha rilanciato l’amnistia: “A tal fine papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche ‘forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società’, ed ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento. Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”.
In ciò consiste la profezia del battesimo, che conduce alla terra promessa: “Anche il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo. Giovanni il Battista, mentre predicava e battezzava, invitava il popolo a convertirsi e ad attraversare di nuovo, simbolicamente, il fiume, come al tempo di Giosuè, per entrare in possesso della nuova ‘terra promessa’, cioè di un cuore riconciliato con Dio e con i fratelli.
Ed è eloquente, in questo senso, la sua figura di profeta: era retto, austero, franco fino ad essere imprigionato per il coraggio delle sue parole (non era ‘una canna sbattuta dal vento’); eppure al tempo stesso era ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare”.
Certo i problemi sono tanti ma il papa ha invitato affinchè tramite il ‘recupero’ tutti possano essere salvati: “Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che tutti ‘siano salvati’. Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo.
Mentre si avvicina il Natale, vogliamo abbracciare anche noi, con ancora più forza, il suo sogno, costanti nel nostro impegno e fiduciosi. Perché sappiamo che anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino, cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà”.
(Foto: Santa Sede)
Avvento di Carità per le famiglie della Striscia di Gaza
La diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca comunica che 14 Dicembre, III Domenica di Avvento, si svolgerà l’ ‘Avvento di Carità 2025’, durante la quale la questua straordinaria delle 43 Parrocchie diocesane sarà a sostegno delle famiglie martoriate della Striscia di Gaza per dare conforto e speranza in modo particolare ai bambini e ai giovani, nell’ambito del gemellaggio con il Patriarcato di Gerusalemme.
In questo Avvento di Carità la Diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca rinnova e rafforza il suo impegno a sostenere il flebile segno di PACE con la preghiera e con azioni concrete per dare conforto e speranza. La proposta di animazione comunitaria per vivere, nella solidarietà e nella generosità, il tempo che prepara al Natale è promossa dalla Caritas diocesana, dalla Fondazione ‘Mons. Vito de Grisantis’, da Amahoro e dall’ufficio Missio Ugento.
Il vangelo, Domenica Gaudete – 14 Dicembre 2025, annuncia che – Gesù rispose loro: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!” (Matteo 11,4-6). In Gesù, Buon Samaritano, ancora oggi le vite umane, ferite e umiliate da ogni forma di violenza, si risollevano e tornano a sorridere.
La situazione dei bambini a Gaza è catastrofica e senza precedenti, con un impatto sproporzionato dovuto al conflitto. Migliaia di bambini sono stati uccisi o feriti dall’inizio del conflitto. Il numero esatto è difficile da verificare, ma le stime indicano decine di migliaia di vittime totali tra morti e feriti, con i bambini che rappresentano una percentuale elevatissima.
In alcuni periodi si sono registrati numeri estremamente alti di bambini uccisi o feriti al giorno, riflettendo la natura volatile e distruttiva del conflitto che colpisce pesantemente i civili. Molti bambini sopravvissuti riportano ferite che alterano permanentemente le loro vite e richiedono interventi chirurgici complessi, spesso in strutture mediche al collasso e con risorse insufficienti.
A tutto questo si aggiunge la mancanza di cibo, acqua potabile e forniture mediche ha portato a livelli critici di malnutrizione. In alcune aree, in particolare nel nord di Gaza, la carestia è un rischio imminente e ci sono stati decessi accertati per malnutrizione. La mancanza di acqua pulita, servizi igienico-sanitari e le condizioni di sovraffollamento nei rifugi aumentano il rischio di diffusione di malattie trasmesse dall’acqua e respiratorie. L’ingresso degli aiuti umanitari è spesso insufficiente e l’ordine civile compromesso rende la distribuzione degli aiuti molto difficile e pericolosa.
La maggior parte della popolazione è sfollata internamente, costretta a fuggire più volte e a vivere in rifugi improvvisati o in condizioni estreme, spesso esposti alle intemperie. I bambini sono esposti a traumi psicologici incalcolabili, avendo perso familiari, case e la sicurezza. Molti mostrano segni di ansia, disturbi del sonno e stress estremo. Scuole e ospedali sono stati danneggiati o distrutti, privando i bambini del diritto all’istruzione e alle cure mediche essenziali.
Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S.Maria di Leuca, insieme ad un gruppo di sacerdoti e laici, farà visita, nella prima settimana di febbraio 2026, a Gerusalemme e Nazaret – Israele e a Cipro per mostrare la vicinanza dell’intera Diocesi alla popolazione di Gaza e rinsaldare il rapporto con il Patriarcato della Terra Santa.
Per aiutare concretamente è possibile effettuare un’ offerta detraibile a favore della Fondazione Mons. Vito De Grisantis,(braccio operativo della Caritas Diocesana) causale: Avvento di Carità 2025 – IBAN: IT23K0306234210000002904373. Per maggiori informazioni e dettagli sull’iniziativa si può contattare il Centro Caritas Ugento – S. Maria di Leuca in Piazza Cappuccini, 15 a Tricase – www.caritasugentoleuca.it – email: segreteria@caritasugentoleuca.it – Tel.0833219865.




























