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Tutto concorre al bene

In ogni parte del mondo ci sono vite provate in tutti i modi, eliminando quel flebile confine che c’è tra il bene e il male. Guerre, frane, trombe d’aria, terremoti, malattie, all’improvviso tutta la tua vita viene stravolta. Ma anche in Italia possono avvenire degli sconvolgimenti totali, tutto scorre in maniera più o meno normale e poi all’improvviso tutto cambia. E’ successo ad Anna Armentano sposa e madre di 51 anni, di Perugia, che ci racconta la sua vita partendo da quando, molto piccola, diventa orfana.

Sei diventata orfana all’età di 5 anni. Quando tuo padre uccise tua madre: “Sì, sono rimasta orfana di madre a soli 5 anni. Mio padre, in un gesto di follia, ha tolto la vita a mia madre. Sono cresciuta con mia nonna paterna, che da bambina mi portava persino a trovare mio padre in carcere. Quando lui uscì, venne ad abitare con noi. In quella casa, io e mia sorella siamo cresciute legate da un amore profondo, facendoci un po’da mamme a vicenda. Mia nonna non giustificava mai il gesto di mio padre, ma non lo abbandonava mai. Mentre per gli altri era “l’assassino”, per lei era un figlio da amare. Ci ha insegnato che l’amore di una madre non smette mai, anche quando un figlio non è per niente amabile. Ha lasciato la porta di casa aperta, mostrando concretamente che l’amore può perdonare senza annullare la verità”.

Tuo cognato, a cui eri molto legata, si ammalò di Parkinson. Tu hai pregato tanto, ma è peggiorato fino a morire: “Quando mia sorella Rosa si è fidanzata, avevo solo 11 anni. Mio cognato Pasquale, con la sua bontà, è stata la prima figura maschile positiva della mia vita. Mi ha mostrato che gli uomini potevano essere affidabili e buoni. Mi ha accompagnata all’altare ed è stato quasi un padre per me. Ma anche quella luce sembrava spegnersi: Pasquale, a soli 34 anni, si ammalò di Parkinson giovanile. Io, che frequentavo la chiesa sin da bambina, pregai tanto per lui, ma la sua salute peggiorava. Ricordo il giorno in cui, delusa e arrabbiata, gridai al cielo: ‘Dio, se ci sei, sei un Dio ingiusto. E se sei ingiusto, non posso credere in te’. Da quel momento chiusi ogni dialogo con Dio. Era il 2000”.

Il 5 agosto tua figlia Sara muore folgorata: “Mi sono sposata il 18 settembre 1999 con Michele. Nell’estate del 2006, con i nostri figli, partimmo per il mare. La sera del 4 agosto, prima di addormentarsi, Sara mi raccontò una storia: ‘Quando ero piccola piccola, ero in un posto lontano lontano, su una nuvoletta, con la mamma Morena… l’altra mia mamma, buonissima! Più buona di mamma Anna… capelli blu… occhi castani’. ‘E tu lasceresti mamma Anna per andare con mamma Morena?’ le domandai. ‘Sììì’ rispose con due occhi pieni di luce e gioia. Fui travolta da un turbamento profondo.

Il giorno dopo, mentre io e mio marito prendevamo un caffè, Sara appoggiò i piedi su una pedana metallica di un gioco e fu colpita da una scarica elettrica. Morì in un istante. Era una giornata di sole, ma per me si fece buio. Avrei voluto morire anch’io, aveva solo 3 anni e 7 mesi. Il 6 Agosto di quell’ìanno, nella camera ardente, vidi il suo volto sereno, sorridente. La luce che emanava attraversò la mia anima e sentii che Sara non era stata spezzata, ma trasformata. Era viva, viva più che mai.

Durante il viaggio verso Gubbio, mio marito suggerì: ‘E se Sara stesse parlando del velo della Madonna?’ Tre giorni dopo scoprimmo che in Bolivia la Madonna è venerata come ‘Virgen Morena’ e la sua festa è il 5 agosto, il giorno in cui nostra figlia è nata in cielo. Da allora, la nostra fede si è riaccesa. Abbiamo compreso che anche dentro il dolore più buio Dio può accendere una luce, e che la morte non ha l’ultima parola. I nostri cari in cielo vivono, camminano con noi e ci precedono nella gioia. Con questa nuova fede pregai per mio padre, recitando la Novena alla Divina Misericordia per la salvezza della sua anima.

Desideravo anche per lui il paradiso. Tre giorni dopo fu investito da un’auto e morì. Io e mia sorella facemmo celebrare 33 Sante Messe. Al termine, entrambe avemmo lo stesso sogno: un prato verde, Teresa e Domenico, i nostri genitori, insieme mano nella mano, luminosi e sorridenti. Dio si è servito del ‘sì’ di una bambina piccola per salvare un uomo. Ho imparato a guardare anche mia nonna paterna con occhi nuovi. L’avevo giudicata per averci portato in carcere da piccole e per aver accolto suo figlio (nostro padre) a casa con noi, dopo aver scontato la pena. Non ha mai giustificato il gesto di mio padre, ma non lo ha mai abbandonato. Come Dio, ha lasciato sempre la porta del cuore aperta: siamo noi a scegliere se entrarvi”.

Ad un certo punto hai conosciuto i volumi del ‘Libro di Cielo’ di Luisa Piccarreta. Cosa è cambiato nella tua vita?

“La Divina Volontà non l’ho cercata io: è Lei che ha cercato me. Tutto è iniziato per caso: una persona sofferente mi parlò di un gruppo dedicato alla Divina Volontà. Per amore verso di lei, iniziai a leggere i volumi del Libro di Cielo. Non riuscivo a smettere. In tre mesi lessi tutti e 36 i volumi, Le Ore della Passione e Maria nel Regno della Divina Volontà.

La Divina Volontà non aggiunge una nuova rivelazione: approfondisce ciò che la Chiesa ci insegna. Mi ha fatto vedere ciò che il mio cuore aveva sempre intuito: la creazione è un ‘Ti amo’ di Dio alla creatura. Da bambina sentivo che il cielo, il mare, il sole mi dicessero ‘Ti amo’. Ora anch’io posso rispondere con il mio ‘ti amo’ e diventare amore che sale.

Un passo per me molto caro, Volume 11°, Libro di Cielo 17.12.1914, vergato dalla Serva di Dio Luisa Piccarreta: ‘Ed ecco come anche tu puoi formare l’ostia… se manterrai puro il tuo corpo e la tua volontà, essi saranno i veli per potermi consacrare e vivere nascosto in te’. Oggi, ricevendo Gesù nell’Eucaristia, il cielo entra in me ed io nel cielo. Sara non è più lontana, ma dentro di me, come quando la portavo in grembo”.

Una storia molto forte quella di Anna che avrebbe steso chiunque, tanti dolori, il padre che uccise la madre, la morte di una figlia e tanti altri. Invece lei è piena di gioia e ha capito che in tutta la sua vita vi è un grande progetto d’amore di Dio, ora accolto pienamente. Vede tutto con occhi diversi, quelli della Divina Volontà.

(Tratto da L’altroparlante)

Il bene che ho: per un amore più grande

Dopo le riflessioni pasquali e mariane, Mela Indie e Gipo Montesanto tornano con una nuova opera musicale da ascoltare su Spotify e YouTubee le piattaforme musicali, intitolato ‘Il bene che ho’. Di cosa parlerà il testo dell’opera (non opera lirica ma Christian Music) musicale?

“Ci sono delle persone che amiamo immensamente… persone per cui siamo disposti a dare la vita, che rappresentano tutto il bene che abbiamo. Il nuovo singolo parlerà di questo amore grande”.

Da dove hai preso l’ispirazione?

 “Il testo è tratto da una poesia di Mela Indie che avete già conosciuto come autore e interprete dell’album uscito a settembre”, dice Gipo Montesanto (@gipomusica). “ Ci sono altri particolari da raccontarvi e non vedo l’ora di parlarne insieme”.

Per quale motivo il singolo martedì 21 ottobre?

 “ Il 21 ottobre è una data per me importante. Chi mi conosce più da vicino sa il perche”.

Quali altre informazioni puoi darci?

 “In un certo senso è un inno all’essenza. Rendersi conto che le persone che ci sono state donate sono il bene più prezioso. Un amore più grande del resto. Un amore che qualcuno ha trovato nel rapporto stesso con Dio.

Realizzando quell’amore con lo ‘stare’ è il modo che abbiamo per scoprire anche noi stessi. L’alternativa è sempre il fuggire o restare anestetizzati dall’indifferenza. Il verso finale infatti dice: ‘Sei tu la persona per cui oggi sono io’. Si capisce di essere qualcuno, rispetto alla relazione che abbiamo con qualcun altro”.

Lo stare accanto, dedicando il nostro tempo, illumina già il nostro stesso essere. Ho letto una frase interssante in un posto che parlava della prossima uscita, questo singolo, è una cosa che tocca da vicino anche me con le mie opere. Puoi riportare il pensiero? E’ molto importante perché dà l’idea che nonostante tutto è sempre bene provare.

“Riusciamo a cambiare il mondo? Non so… ma siamo certi che provarci è un qualcosa che cambierà sicuramente noi”.

(Foto: Spotify)

Francesco Belletti: case e città sono a misura di famiglia?

‘Case e città a misura di famiglia’ è il punto di osservazione del ‘CISF Family Report 2024’, basato su un’indagine (realizzata in collaborazione con la società Eumetra e con il contributo di Fondazione Cariplo) su 1.600 famiglie italiane, a cui è stato sottoposto un questionario a tutto campo, per valutare aspetti strutturali, giuridici, economici e sociali legati all’abitare. Un’analisi senza precedenti per la sua complessità, che ha mantenuto lo sguardo sulla dimensione relazionale dei luoghi, con l’obiettivo di verificare se e come le relazioni familiari vengono facilitate o penalizzate dalla qualità delle abitazioni e dei quartieri in cui si vive.

Il campione dell’indagine è un campione casuale stratificato per quote, rappresentativo per genere, età, area, ampiezza del comune di residenza e tipologia di famiglia. La distribuzione finale delle interviste risulta così configurata: la presenza di famiglie con figli conviventi caratterizza il 43,0% del campione (32,0% coppie con figli, 11,0% nuclei con un solo genitore): rimane prevalente, ma inferiore alla metà del campione; segue, come numerosità, la presenza di nuclei di un solo componente, pari al 32,1% (18,3% con sessant’anni o più, 12,8% di età inferiore); le coppie senza figli sono il 20,6% (10,8% con almeno un partner di 60 anni e più, 9,8% con entrambi i partner di età inferiore); – residuali, infine, gli ‘altri nuclei’ (famiglie estese, multigenerazionali, con membri aggiunti, ecc.), pari al 4,3%, come ha spiegato il dott. Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia):

“La casa che abitiamo è un bene ‘immobile’ che dice chi siamo. La casa è un confine aperto o chiuso, uno spazio che si trasforma nel tempo insieme alla nostra famiglia. La casa è un progetto di vita: può essere stata trasmessa dai nonni e dai genitori come bene di famiglia, oppure comprata con i risparmi faticosamente accumulati negli anni. La casa racconta dell’impegno giornaliero di ciascuno nella manutenzione degli spazi, nell’impegno di crescere i figli. La casa è un diritto riconosciuto universalmente, ma di difficile realizzazione”.

Allora, per quale ragione la pubblicazione di questo report?

L’abitazione è ovviamente un bene irrinunciabile per ogni essere umano, una sorta di diritto inviolabile; esiste una strettissima correlazione tra benessere delle persone, progetti di vita delle famiglie e spazi abitativi in cui si svolge la vita quotidiana. Questa consapevolezza ha avuto un momento di accelerazione potente ed imprevisto durante la pandemia, quando il prolungato lockdown ha agito da catalizzatore, rendendo tutti molto più coscienti di quanto gli spazi abitativi siano importanti nel determinare il benessere dei singoli e delle relazioni familiari. Per questi motivi era tempo di dedicare un Rapporto Cisf al tema casa; e lo abbiamo fatto con un gruppo di esperti di diverse competenze, ascoltando 1.600 famiglie, che abbiamo intervistato ad aprile dello scorso anno”.

Cosa rappresenta la casa per una famiglia?

“Dalle interviste si conferma la centralità della casa per l’identità stessa della famiglia. In fondo ‘fare famiglia’ e ‘mettere su casa’ sono sostanzialmente sinonimi, e infatti alla domanda: ‘Ma in sintesi, cosa significa per te la parola casa?’, la risposta più frequente è stata proprio ‘famiglia’’ (28,6%), ma anche ‘sicurezza’ (15,8%), ‘rifugio’ (15,3%) e ‘comfort’ (14,9%). C’è anche una piccola percentuale che esprime concetti negativi: ‘prigione’ (0,7%) o ‘costo’ (0,4%) associato al mantenimento della casa. Non basta cioè ‘avere casa’ per essere famiglia”.

In quale modo la famiglia abita la casa?

“Ogni casa (e ogni città, in fondo) si costruisce con un li­mite, con un perimetro che delimita il dentro e il fuori. Sarebbe illusorio imma­ginare una casa (o una famiglia) senza confini. Tuttavia que­sti confini possono essere aperti o chiusi, permeabili o im­permeabili, possono avere varchi, porte e finestre più o me­no aperti. La questione ‘casa’ può essere lo spazio privilegia­to di una nuova definizione dei confini tra pubblico e privato, in un rinnovato intreccio tra relazioni micro-socia­li e dinamiche macroeconomiche globali: luogo e spazio di affetti e di intimità, ma anche bene economico di investi­mento dei propri risparmi, con ricadute e implicazioni de­cisive sia sull’agire economico profit, sia sulle politiche pubbliche e sul bilancio dello Stato”.

Allora case e città sono a misura di famiglia?

“La strada è ancora lunga per poter dire che le nostre case e le nostre città sono a misura di famiglia. Ma ci pare fondamentale il tema del confine, soprattutto in una società così fluida. Le persone (e tutte le società, il mondo intero) sono oggi sfidate a rivedere i propri confini, per far sì che questi possano e sappiano essere sia un ‘limes’ (confine)definito, non incerto né am­biguo, sia un ‘limen’ (porta), una soglia che si può attra­versare, attraverso cui ci si incontra. Come tante città italiane, circondate da mura spesso molto alte e divisive, ma sempre interrotte da porte, attraverso cui poter entrare. Così anche le mura domestiche (e i confini familiari) non devono essere un rifugio in un mondo senza cuore, ma spazio di relazione, con porte e finestre aperte agli altri”.

Il disagio abitativo è in crescita?

“Dai dati Caritas (che ha realizzato un capitolo su questo tema) emerge che circa il 20,5% delle persone che si sono rivolte ai centri di ascolto della rete nazionale Caritas (260.000) segnalava anche un disagio abitativo. E questa quota, non marginale, è confermata anche dai dati dell’indagine Cisf, dove per esempio oltre un quarto delle famiglie negli ultimi tre anni ha avuto problemi almeno una volta o due a coprire i costi ordinari della casa, e un ulteriore 4,4% li ha avuti con molta maggiore frequenza. La scarsa disponibilità di abitazioni di edilizia pubblica e la scarsità di alloggi in affitto aggiunge ovviamente ulteriore criticità. Quindi sicuramente servirebbe un intervento organico da parte di Governo, Regioni e Comuni, con un ‘piano casa’ che però oltre ad aumentare l’offerta per le fasce più deboli sappia essere anche a misura di famiglia”.

A San Paolo fuori le Mura la Comunità di Sant’Egidio ha festeggiato 57 anni

Nella basilica di San Paolo fuori le Mura la Comunità di Sant’Egidio ha ‘festeggiato’ 57 anni di ‘vita’, nata nel 1968, a conclusione del Concilio Vaticano II, per iniziativa di Andrea Riccardi, in un liceo del centro di Roma. Con gli anni è divenuta una rete di comunità che, in più di 70 paesi del mondo, con una particolare attenzione alle periferie e ai periferici, raccoglie uomini e donne di ogni età e condizione, uniti da un legame di fraternità nell’ascolto del Vangelo e nell’impegno volontario e gratuito per i poveri e per la pace.

Per questa occasione il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, è stato ricevuto da papa Francesco, che ha ringraziato per l’impegno negli anni a favore dei poveri e, in particolare, in questo tempo difficile, per l’accoglienza e l’integrazione offerta ai migranti attraverso i corridoi umanitari, rallegrandosi, in modo particolare, per l’ultimo arrivo, in salvezza, di circa 140 profughi dalla Libia.

Nell’omelia della celebrazione eucaristica il card. Baldassarre Reina, vicario generale della diocesi di Roma, commentando le letture della liturgia, ha affermato: “In un tempo in cui sperimentiamo una solitudine, che è fonte di angoscia e sofferenza per tanti, è importante ribadire che non è bene che l’uomo sia solo, non è bene lasciare nessuno indietro: non possiamo accettare che nessuno sia schiacciato dalla povertà, dalla sofferenza, dalla malattia o da qualsiasi forma di disagio”.

Commentando il capitolo della Genesi sulla creazione il vicario generale ha riletto l’impegno della Comunità: “E rileggo in questa espressione l’impegno, il cammino, lo sforzo, la profezia della Comunità di Sant’Egidio, che ha creduto fortemente, e crede, nelle relazioni. Che vive nel promuovere queste relazioni, a tutti i livelli. E diventano relazioni di pace laddove ci sono i conflitti, purtroppo ancora oggi assai presenti e sanguinanti. Diventano relazioni diplomatiche, diventano relazioni tra le diverse fedi, tra le diverse sensibilità, tra le diverse religioni”.

Quindi è necessario ‘sentire’ la carne: “Sentire nostra la carne di tutta l’umanità, sentire nostra la fatica e la gioia di ogni essere che è sulla faccia della terra. Poter dire: questa è carne della mia carne. Non lo dice soltanto il marito alla moglie, l’uomo alla donna, ma lo dice ogni persona ritrovandosi davanti una creatura che gli è simile. Ed è il comandamento simile al primo: ama il prossimo tuo perché è come te stesso, perché è te stesso. Non è bene che l’uomo sia solo. Finalmente questa è carne della mia carne”.

Ed affrontando il tema giubilare ha citato don Tonino Bello: “Diceva don Tonino Bello: la speranza va organizzata. Ci vuole pazienza nel saper organizzare la speranza. Perché servono decisioni ferme, delle risposte puntuali, ma serve anche la pazienza di saper costruire futuro. Questo è un tempo che ha bisogno di persone, di uomini e donne che costruiscono futuro. Quella donna ha saputo aspettare.

Avrebbe potuto dire a se stessa: non ce la faccio, anche il Messia, anche il Signore mi ha girato le spalle, me ne vado. Ha saputo aspettare con pazienza, sotto la tavola. Ed è stata premiata: Per questa tua parola la tua figlioletta è guarita. Ed è, la parola di questa donna, una parola di fede e di pazienza, una parola coraggiosa, una parola umile, una parola forte”.

Infine un ringraziamento ma anche un invito a ‘guardare avanti’: “Ma l’anniversario nella logica cristiana è sempre l’occasione per guardare avanti. Perché la nostra non è una fede del passato, ma semmai una esperienza che getta lo sguardo sul futuro. Allora vogliamo chiedere al Signore, in questa celebrazione eucaristica, che continui ad accompagnare i passi della Comunità di Sant’Egidio, che continui a benedire questa Comunità così come ha fatto in questi 57 anni.

A tutti voi la gratitudine della nostra Chiesa, della Chiesa di Roma e, attraverso le mie parole, la gratitudine del Santo Padre. Ed è una gratitudine che vi responsabilizza, che vi chiede un impegno ancora maggiore”.

Al termine della celebrazione eucaristica il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha sottolineato la ‘responsabilità’ della speranza, fondata sull’ascolto della Parola di Dio: “Sentiamo la responsabilità di portare ‘la speranza che non delude’ e siamo consapevoli che solo con la forza dell’amicizia e del sostegno di tutti voi potremo essere all’altezza di questo compito. In questi anni abbiamo sempre cercato, in ascolto della Parola di Dio, ‘lampada ai nostri passi’, di non coltivare visioni di parte o ideologiche della vita e della vicenda storica”.

E la Parola di Dio si associa alla parola della libertà: “Abbiamo cercato di essere liberi dal guardare le situazioni in modo binario e contrapposto (come capita spesso nelle vicende dei conflitti) e dalla cultura del nemico, che vede tutto il male nell’altro. E di scoprire così risorse ed energie insospettate, liberandoci da un pessimismo scontato, nella riscoperta dei legami tra uomo e donna, tra i popoli, tra gente diversa. Con la convinzione di dover costruire giorno dopo giorno un destino comune da cui nessuno si senta escluso”.

Al termine della celebrazione è iniziata la festa con tutti i partecipanti: anziani in difficoltà, a cui Sant’Egidio è particolarmente vicino, persone senza dimora, alcuni dei quali usciti dalla strada grazie al sostegno della Comunità, persone con disabilità, molte delle quali inserite in percorsi artistici e lavorativi, i ‘nuovi italiani’ oggi integrati nel nostro paese e i rifugiati venuti con i corridoi umanitari. Ma anche un gruppo di profughi ucraini, toccati da un conflitto che proprio in questo mese sta arrivando dolorosamente ai suoi tre anni. La festa di Roma è stata la prima di tante altre che ci saranno negli oltre 70 Paesi in cui è presente Sant’Egidio, dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’America Latina.

(Foto: Comunità di Sant’Egidio)

Papa Francesco: la comunicazione cattolica è uno spazio aperto a tutti

“E’ bello vedervi qui vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, laiche e laici, chiamati a comunicare la vita della Chiesa e uno sguardo cristiano sul mondo. Comunicare questo sguardo cristiano è bello. Ci incontriamo oggi, dopo aver celebrato il Giubileo del Mondo della Comunicazione, per fare insieme una verifica e anche un esame di coscienza. Fermiamoci ancora a riflettere sul modo concreto in cui comunichiamo, animati dalle fede che, come è scritto nella Lettera agli Ebrei, è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”: il giorno successivo al giubileo della comunicazione oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza  ha salutato i vescovi, presidenti delle commissioni di comunicazione, ed i direttori nazionali degli uffici di comunicazione, che nei giorni scorsi hanno partecipato all’incontro promosso dal dicastero per la comunicazione.

Durante l’incontro il papa ha posto alcune domande riguardanti la trasmissione della speranza: “Comunicazione cristiana è mostrare che il Regno di Dio è vicino: qui, ora, ed è come un miracolo che può essere vissuto da ogni persona, da ogni popolo. Un miracolo che va raccontato offrendo le chiavi di lettura per guardare oltre il banale, oltre il male, oltre i pregiudizi, oltre gli stereotipi, oltre sé stessi. Il Regno di Dio è oltre noi. Il Regno di Dio viene anche attraverso la nostra imperfezione, è bello questo. Il Regno di Dio viene nell’attenzione che riserviamo agli altri, nella cura attenta che mettiamo nel leggere la realtà. Viene nella capacità di vedere e seminare una speranza di bene. E di sconfiggere così il fanatismo disperato”.

Come nei giorni precedenti, anche in questo incontro papa Francesco ha invitato i presenti a raccontare storie di ‘bene’ attraverso un lavoro che coinvolga tutti: “Questo, che per voi è un servizio istituzionale, è anche vocazione di ogni cristiano, di ogni battezzato. Ogni cristiano è chiamato a vedere e raccontare le storie di bene che un cattivo giornalismo pretende di cancellare dando spazio solo al male. Il male esiste, non va nascosto, ma deve smuovere, generare interrogativi e risposte. Per questo, il vostro compito è grande e chiede di uscire da sé stessi, di fare un lavoro ‘sinfonico’, coinvolgendo tutti, valorizzando anziani e giovani, donne e uomini; con ogni linguaggio, con la parola, l’arte, la musica, la pittura, le immagini. Tutti siamo chiamati a verificare come e che cosa comunichiamo. Comunicare, comunicare sempre”.

La sfida è quella di costruire un ‘modello diverso’ della comunicazione: “Sorelle, fratelli, la sfida è grande. Vi incoraggio pertanto a rafforzare la sinergia fra di voi, a livello continentale e a livello universale. A costruire un modello diverso di comunicazione, diverso per lo spirito, per la creatività, per la forza poetica che viene dal Vangelo e che è inesauribile. Comunicare, sempre è originale. Quando noi comunichiamo, noi siamo creatori di linguaggi, di ponti. Siamo noi i creatori. Una comunicazione che trasmette armonia e che è alternativa concreta alle nuove torri di Babele. Pensate un po’ su questo. Le nuove torri di Babele: tutti parlano e non si capiscono. Pensate a questa simbologia”.

E per tale costruzione il papa ha evidenziato due parole, quali rete ed insieme: “Solo insieme possiamo comunicare la bellezza che abbiamo incontrato: non perché siamo abili, non perché abbiamo più risorse, ma perché ci amiamo gli uni gli altri. Da questo ci viene la forza di amare anche i nostri nemici, di coinvolgere anche chi ha sbagliato, di unire ciò che è diviso, di non disperare. E di seminare speranza”.

L’invito è stato quello di raccontare la speranza, che però non significa affatto ottimismo: “Questo non dimenticate: seminare speranza. Che non è lo stesso di seminare ottimismo, no, per niente. Seminare speranza. Comunicare, per noi, non è una tattica, non è una tecnica. Non è ripetere frasi fatte o slogan e neanche limitarsi a scrivere comunicati stampa. Comunicare è un atto di amore. Solo un atto di amore gratuito tesse reti di bene. Ma le reti vanno curate, riparate, ogni giorno. Con pazienza e con fede”.

Quindi la speranza ha bisogno di una rete: “Rete è la seconda parola su cui vi invito a riflettere. Perché, in realtà, ne abbiamo smarrito la memoria, come se fosse una parola legata alla civiltà digitale. Ed invece è una parola antica. Ci ricorda, prima di quelle sociali, le reti dei pescatori e l’invito di Gesù a Pietro a diventare pescatore di uomini. Fare rete dunque è mettere in rete capacità, conoscenze, contributi, per poter informare in maniera adeguata e così essere tutti salvati dal mare della disperazione e della disinformazione. Questo è già un messaggio, è già di per sé una prima testimonianza”.

Quindi il compito è quello di costruire le reti della speranza, anche attraverso l’umorismo: “Il miracolo più grande fatto da Gesù per Simone e gli altri pescatori delusi e stanchi non è tanto quella rete piena di pesci, quanto l’averli aiutati a non essere preda della delusione e dello scoraggiamento di fronte alle sconfitte. Per favore, non cadere in quella tristezza interiore. Non perdere il senso dell’umorismo che è saggezza, saggezza di tutti i giorni”.

E la ‘rete’ della comunicazione cattolica è uno spazio aperto a tutti: “Sorelle, fratelli, la nostra rete è per tutti. Per tutti! La comunicazione cattolica non è qualcosa di separato, non è solo per i cattolici. Non è un recinto dove rinchiudersi, una setta per parlare fra noi, no! La comunicazione cattolica è lo spazio aperto di una testimonianza che sa ascoltare e intercettare i segni del Regno. E’ il luogo accogliente di relazioni vere… Dobbiamo fare uscire il Signore (bussa alla porta per uscire) e non averlo un po’ ‘schiavizzato’ per i nostri servizi. I nostri uffici, le relazioni fra noi, la nostra rete, sono proprio di una Chiesa in uscita?”

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco agli artigiani: il bene ha bisogno di talenti

Ricevendo oggi in udienza circa 300 rappresentanti della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della piccola e media impresa italiana, papa Francesco ha sottolineato il valore del lavoro artigianali, esortandoli a mettere a disposizione per la promozione del bene comune la loro creatività:

“L’artigianato mi è molto caro perché esprime bene il valore del lavoro umano. Quando creiamo con le nostre mani, nello stesso tempo attiviamo la testa e i piedi: il fare è sempre frutto di un pensiero e di un movimento verso gli altri. L’artigianato è un elogio alla creatività; infatti, l’artigiano deve saper scorgere nella materia inerte una forma particolare che altri non sanno riconoscere. E questo vi rende collaboratori dell’opera creatrice di Dio. Abbiamo bisogno del vostro talento per ridare senso all’attività umana e per metterla al servizio di progetti di promozione del bene comune”.

E’ stato un esplicito riferimento alla parabola evangelica dei talenti: “Un padrone consegna a tre servi dei talenti da far fruttare. Quello che ne ha ricevuti cinque si dimostra intraprendente e ne guadagna altri cinque. Quello che ne ha ricevuti due fa altrettanto e ne procura altri due. Entrambi vengono lodati dal padrone allo stesso modo. Non conta la quantità, ma l’impegno di far fruttare i doni ricevuti. Proprio ciò che manca al terzo servo, che per paura e per pigrizia nasconde il suo talento sottoterra. Ha rinunciato all’intraprendenza perché non ha coltivato un rapporto di fiducia verso il suo padrone, verso la vita e verso gli altri, un rapporto di fiducia con gli altri”.

Tale parabola è un invito ad abbandonare il timore di non essere capace e di avere fiducia: “Questa parabola è un inno alla fiducia in Dio, e un invito a una sana, positiva ‘complicità’ con Dio, che ci rende partecipi dei suoi beni e conta su di noi, conta sulla nostra responsabilità. Se nella vita si vuole crescere occorre abbandonare la paura e avere fiducia. A volte, specialmente quando aumentano le difficoltà, siamo tentati di pensare che il Signore sia un arbitro o un controllore implacabile più che Colui che ci incoraggia a prendere in mano la vita”.

Però tale fiducia ha necessità di uno sguardo di fede, che si concretizza nella storia di ciascuno: “Ma il Vangelo ci chiama sempre ad avere uno sguardo di fede; a non pensare che ciò che realizziamo sia frutto solo delle nostre capacità o dei nostri meriti. E’ frutto anche della storia di ognuno di noi, è frutto di tanta gente che ci ha insegnato ad andare avanti nella vita, incominciando dai genitori.

Il lavoro che faccio è frutto di una storia, che ci ha resi capaci di fare questo. Anche voi, se vi appassionate al vostro lavoro, e se qualche volta giustamente vi lamentate perché non è adeguatamente riconosciuto, è perché siete consapevoli del valore di ciò che Dio ha posto nelle vostre mani, non solo per voi ma per tutti”.

E la paura si esorcizza attraverso la partecipazione ad un progetto: “Tutti abbiamo bisogno di mettere da parte la paura che paralizza e distrugge la creatività. Possiamo farlo anche nel modo di vivere il lavoro quotidiano, sentendoci partecipi di un grande progetto di Dio, capace di sorprenderci con i suoi doni. Dietro alle nostre ricchezze non c’è solo bravura, ma anche una Provvidenza che ci prende per mano e ci conduce. Il lavoro artigianale può esprimere bene tutto questo, se è accompagnato giorno per giorno dalla consapevolezza che Dio non ci abbandona mai, che siamo capolavori delle sue mani, e per questo siamo capaci di realizzare opere originali”.

Da qui l’invito del papa ad ‘abbellire’ il mondo per costruire la pace: “Vorrei elogiare il vostro lavoro anche perché abbellisce il mondo. Noi viviamo tempi di guerra, di violenze; dappertutto le notizie sono così e sembrano farci perdere la fiducia nelle capacità dell’essere umano, lo sguardo alle vostre attività ci consola e ci dà speranza. Abbellire il mondo è costruire pace. Mi ha detto un economista che gli investimenti che danno più reddito oggi, in Italia, sono le fabbriche delle armi”. Quindi il papa ha incoraggiato gli artigiani ad essere costruttori di pace, come ha scritto nell’enciclica ‘Fratelli tutti’: “Questo non abbellisce il mondo, è brutto. Se tu vuoi guadagnare di più devi investire per uccidere. Pensiamo a questo. Non dimenticate: abbellire il mondo è costruire pace. L’enciclica, ‘Fratelli tutti’, ha definito i costruttori di pace come artigiani capaci di avviare processi di ripresa e di incontro con ingegno e audacia. Lo stesso ingegno e la stessa audacia che voi usate per realizzare le tante opere destinate ad arricchire il mondo”.

Ha concluso l’incontro esortandoli a mettere i loro ‘talenti’ a servizio del bene comune: “E Dio chiama tutti gli uomini e le donne a lavorare in modo artigianale, come Lui, lavorare a quel progetto di pace che Lui ha. Per questo Egli distribuisce in abbondanza i suoi talenti, perché siano messi al servizio della vita e non sotterrati nella sterilità della morte e della distruzione, come fanno le guerre, fomentate dal nemico di Dio.

Cari amici, grazie per quello che sapete realizzare attraverso il vostro lavoro; e grazie anche per l’impegno sociale: anche questo è un lavoro che richiede pazienza e progettualità! San Giuseppe artigiano vi ispiri sempre a vivere il lavoro con creatività e passione”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: la prudenza orienta la vita

“A san Giuseppe raccomandiamo anche le popolazioni della martoriata Ucraina e della Terra Santa (la Palestina, Israele), che tanto soffrono l’orrore della guerra. E non dimentichiamo mai: la guerra sempre è una sconfitta. Non si può andare avanti in guerra. Dobbiamo fare tutti gli sforzi per trattare, per negoziare, per finire la guerra”: con perentorietà al termine dell’udienza generale odierna papa Francesco ha lanciato un appello per la pace, mettendo sotto la sua protezione il mondo:

“Abbiamo celebrato ieri la solennità di san Giuseppe, patrono della Chiesa universale. Vorrei insieme a voi affidare al suo patrocinio la Chiesa e il mondo intero, soprattutto tutti i papà che in lui hanno un modello singolare da imitare”.

Mentre ai polacchi, che domenica prossima celebrano la Giornata della vita, il papa ha ricordato il suo valore: “Ogni anno il 24 marzo celebrate in Polonia la Giornata Nazionale della Vita. Pensando alla vostra patria, vorrei riferirvi il mio sogno, che ho espresso qualche anno fa scrivendo sull’Europa. Che la Polonia sia una terra che tuteli la vita in ogni suo istante, da quando sorge nel grembo materno fino alla sua fine naturale. Non dimenticate che nessuno è padrone della vita, né propria né di quella degli altri”.

Mentre, continuando il ciclo di catechesi su ‘I vizi e le virtù’, il papa ha incentrato la riflessione sul tema della virtù della prudenza, la cui lettura è stata ancora affidata a p. Pierluigi Giroli a causa del raffreddore che lo affligge: “Essa, insieme a giustizia, fortezza e temperanza forma le virtù cosiddette cardinali, che non sono prerogativa esclusiva dei cristiani, ma appartengono al patrimonio della sapienza antica, in particolare dei filosofi greci. Perciò uno dei temi più interessanti nell’opera di incontro e di inculturazione fu proprio quello delle virtù”.

La prudenza è parte di un organico delle virtù, che consentono l’orientamento dell’uomo nella vita: Negli scritti medievali, la presentazione delle virtù non è una semplice elencazione di qualità positive dell’anima. Riprendendo gli autori classici alla luce della rivelazione cristiana, i teologi hanno immaginato il settenario delle virtù (le tre teologali e le quattro cardinali) come una sorta di organismo vivente, dove ogni virtù ha uno spazio armonico da occupare. Ci sono virtù essenziali e virtù accessorie, come pilastri, colonne e capitelli. Ecco, forse niente quanto l’architettura di una cattedrale medievale può restituire l’idea dell’armonia che c’è nell’uomo e della sua continua tensione verso il bene”.

Però la prudenza non si addice ad una persona remissiva: “Dunque, partiamo dalla prudenza. Essa non è la virtù della persona timorosa, sempre titubante circa l’azione da intraprendere. No, questa è un’interpretazione sbagliata. Non è nemmeno solo la cautela. Accordare un primato alla prudenza significa che l’azione dell’uomo è nelle mani della sua intelligenza e libertà. La persona prudente è creativa: ragiona, valuta, cerca di comprendere la complessità del reale e non si lascia travolgere dalle emozioni, dalla pigrizia, dalle pressioni dalle illusioni”.

Ecco il motivo per cui il papa consiglia la riflessione sulla prudenza: “San Tommaso, sulla scia di Aristotele, la chiamava ‘recta ratio agibilium’. E’ la capacità di governare le azioni per indirizzarle verso il bene; per questo motivo essa è soprannominata il ‘cocchiere delle virtù’. Prudente è colui o colei che è capace di scegliere: finché resta nei libri, la vita è sempre facile, ma in mezzo ai venti e alle onde del quotidiano è tutt’altra cosa, spesso siamo incerti e non sappiamo da che parte andare”.

Per questo il prudente si fa consigliare, in quanto sa di sbagliare: “Chi è prudente non sceglie a caso: anzitutto sa che cosa vuole, quindi pondera le situazioni, si fa consigliare e, con visione ampia e libertà interiore, sceglie quale sentiero imboccare. Non è detto che non possa sbagliare, in fondo restiamo sempre umani, ma almeno eviterà grosse sbandate”.

Chi fa uso della prudenza sa ‘armonizzare’ diversi punti di vista: “Purtroppo, in ogni ambiente c’è chi tende a liquidare i problemi con battute superficiali o a sollevare sempre polemiche. La prudenza invece è la qualità di chi è chiamato a governare: sa che amministrare è difficile, che i punti di vista sono tanti e bisogna cercare di armonizzarli, che si deve fare non il bene di qualcuno ma di tutti”.

Il prudente non è in cerca dell’ottimo, ma del bene: “Il troppo zelo, infatti, in qualche situazione può combinare disastri: può rovinare una costruzione che avrebbe richiesto gradualità; può generare conflitti e incomprensioni; può addirittura scatenare la violenza”.

Quindi il prudente è anche previdente: “La persona prudente sa custodire la memoria del passato, non perché ha paura del futuro, ma perché sa che la tradizione è un patrimonio di saggezza. La vita è fatta di un continuo sovrapporsi di cose antiche e cose nuove, e non fa bene pensare sempre che il mondo cominci da noi, che i problemi dobbiamo affrontarli partendo da zero. E la persona prudente è anche previdente. Una volta decisa la meta a cui tendere, bisogna procurarsi tutti i mezzi per raggiungerla”.

Concludendo la catechesi il papa ha indicato tre passi evangelici, in cui si mette in luce la virtù della prudenza, capace di coniugare ‘semplicità e scaltrezza’: “Ad esempio: è prudente chi costruisce la sua casa sulla roccia e imprudente chi la costruisce sulla sabbia. Sagge sono le damigelle che portano con sé l’olio per le loro lampade e stolte quelle che non lo fanno. La vita cristiana è un connubio di semplicità e di scaltrezza. Preparando i suoi discepoli per la missione, Gesù raccomanda: ‘Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe’. Come dire che Dio non ci vuole solo santi, ci vuole santi intelligenti, perché senza la prudenza è un attimo sbagliare strada!”

(Foto: Santa Sede)

Mariella Matera: l’Intelligenza Artificiale apre alla pace

“La Sacra Scrittura attesta che Dio ha donato agli uomini il suo Spirito affinché abbiano ‘saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro’… La scienza e la tecnologia manifestano in modo particolare tale qualità fondamentalmente relazionale dell’intelligenza umana: sono prodotti straordinari del suo potenziale creativo”.

Papa Francesco a giovani ed anziani: cresciamo insieme

Prima della recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha spiegato che non è compito umano strappare la zizzania: “Un agricoltore, che ha sparso del buon seme nel suo campo, scopre che un nemico di notte vi ha seminato zizzania, una pianta dall’aspetto molto simile al grano, ma infestante. In questo modo Gesù parla del nostro mondo, che in effetti è come un grande campo, dove Dio semina grano e il maligno zizzania, e perciò crescono insieme bene e male. Lo vediamo dalle cronache, nella società, e anche in famiglia e nella Chiesa. E quando, assieme al buon grano, scorgiamo erbe cattive, ci viene voglia di strapparle via subito, di fare piazza pulita”.

Papa Francesco: il Signore va cercato nei poveri

Papa Francesco ha concluso la giornata della visita pastorale nella Repubblica democratica del Congo incontrando i rappresentanti delle Opere Caritative: Telema Ongenge, i Lebbrosi dell’ospedale del la Rive, l’Associazione Fasta, il Centro Dream con i Sordomuti del villaggio Bondeko, i ciechi delle Scuole di Petite Flamme del Movimento dei Focolari e le Monache Trappiste di Mvanda.

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