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Papa Leone XIV: l’accoglienza è per tutti
“E’una grande gioia potervi ricevere questa mattina, durante il pellegrinaggio che state compiendo alla sede di Pietro, per rendere grazie a Dio per la fecondità dei quarantacinque anni della vostra istituzione. Mi unisco a questa celebrazione particolare e chiedo al Signore che continui a benedire l’opera che svolgete. Un compito arduo, indubbiamente; con molto lavoro nascosto, che nessuno vede e che soltanto Dio può premiare, e dove è molto gratificante scoprire, nel volto di ogni persona, Gesù Cristo stesso. Con il vostro impegno, potete rendere testimonianza, in modo privilegiato, di ciò che ascoltiamo nel Vangelo: ‘In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’.
Saper riconoscere, nelle vite dei più deboli e vulnerabili, lo sguardo di Cristo che ci interpella, è qualcosa che ci fa crescere come società umana e cristiana”: con queste parole papa Leone XIV, riprendendo le udienze, dopo la pausa estiva, ha ricevuto la Federazione spagnola ‘Marsodeto’, che assiste oltre 2700 persone con disabilità e le loro famiglie, esortando a scoprire in chi è più vulnerabile lo sguardo di Cristo.
Attraverso la loro azione sono diventati autentici testimoni della vita solidale: “Sono molti i valori che caratterizzano il vostro modo di avvicinarvi a questa realtà delle persone con disabilità intellettiva e paralisi cerebrale: la solidarietà, la difesa della dignità umana e la piena inclusione. Grazie a tutto ciò, siete anche riusciti a suscitare il sostegno di una nutrita rappresentanza istituzionale, che vi accompagna oggi qui, rendendo così testimonianza del vostro impegno nella vostra attività e per il bene comune”.
Per questo ha ringraziato Dio per avere offerto tale ispirazione al fondatore: “Con uno sguardo retrospettivo, rendiamo grazie a Dio per l’ispirazione di don Marcelino Casas Puente che, più di quarant’anni fa, diede avvio a quello che allora sembrava un sogno e che oggi contempliamo come una realtà: che nessuna famiglia in cui ci fosse una persona con disabilità intellettiva restasse abbandonata a sé stessa”.
E li ha affidati alla Madre di Dio: “Cari fratelli e sorelle, vi affido alla protezione materna di Maria Santissima affinché vi accompagni continuamente nella vostra missione. Che vi incoraggi nei momenti di maggiore difficoltà e vi faccia volgere sempre lo sguardo al Signore, di modo che la vostra Federazione continui a essere un’autentica opera di riferimento ecclesiale e sociale”.
In precedenza aveva ricevuto una delegazione dell’Ordinariato Militare per il Portogallo ed e alcuni rappresentanti delle forze armate e di sicurezza, in occasione dei sessant’anni dell’istituzione: “Possa l’Ordinariato, dando il suo inestimabile contributo al bene spirituale e alla conoscenza dei valori cristiani, continuare a essere uno spazio di costruttiva collaborazione con le autorità statali, governative e militari”.
Per questo ha ricordato il valore del pellegrinaggio a Roma: “Per chi crede in Cristo, il pellegrinaggio a questa città rappresenta un’occasione unica di rinnovamento di sé, riconoscendo la centralità di Dio nella propria vita e rafforzando la fede attraverso la preghiera sulla tomba dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno, a ognuno di voi è affidata la nobile missione di difendere la sovranità della Patria e lo Stato di Diritto, tutelando la sicurezza dei vostri concittadini e proteggendoli dalle ingiustizie”.
Ed ecco il paragone con la parabola del centurione: “Siate forti nel Signore come il centurione che, a Cafarnao, si avvicinò a Gesù. Lui conosceva bene i valori che guidano la vostra vita: l’obbedienza, la disciplina, la rinuncia, la lealtà, il cameratismo, la dedizione, la responsabilità e il coraggio. Al tempo stesso, quel militare sentiva il bisogno di Dio, sapeva che l’essere umano non basta a sé stesso, ma aspira a qualcosa di più, a qualcosa che lo trascende. Avendo un servo che soffriva terribilmente, si avvicinò a Gesù, che gli assicurò che sarebbe andato a guarirlo”.
Un episodio in cui è sottolineato bene il concetto di autorità: “In questo atteggiamento è possibile constatare come il centurione considerasse importante la gerarchia e come questa dimensione della sua vita quotidiana lo abbia portato a interpretare il rapporto con Gesù di Nazaret, che professa come suo Signore, come suo Dio…
Se, da un lato, questo militare era consapevole della sua autorità, dall’altro, dinanzi al Figlio di Dio mostrò la forza della fede e il coraggio dell’umiltà. Di fatto, l’essere umano, per quanta responsabilità abbia, per quanto potere eserciti, per quanto irreprensibile sia, è sempre affamato di infinito e assetato di eternità. Ora, l’infinito e l’eternità sono alla nostra portata in Gesù Cristo: sono dono del Signore”.
Infine, rivolgendosi ai cappellani, ha chiesto di accogliere tutti: “Accogliete tutti, ascoltateli, illuminateli con la sapienza della Parola di Dio, rimanete al loro fianco agendo in nome di Cristo nella celebrazione dei Sacramenti, accompagnate ognuno di loro senza dimenticare le loro famiglie. Da questo vostro ministero specifico si raccoglieranno i frutti della crescita personale nella pratica della vita cristiana e del rafforzamento dell’esprit de corps delle Forze Militari e di Sicurezza che servite”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: autorevole è colui che ascolta
“Ci siamo radunati attorno all’altare del Signore, presso la tomba di San Pietro, per iniziare il Concistoro. Veniamo a celebrare questa Eucaristia provenendo da ogni parte del mondo: insieme alla nostra vita, offriamo dunque a Dio le comunità e i popoli che portiamo nel cuore, così come i progetti e le esperienze pastorali, liete e faticose. Questa varietà di affetti e di pensieri ora si concentra: trova cioè quel centro luminoso, che è Cristo. Egli stesso, in persona, si rivolge a noi dicendo: ‘Io sono la vite vera’. Mediante Gesù, la grazia e la verità fluiscono nella nostra vita, rinnovandoci intimamente: questi doni divini sono la linfa feconda anche del Concistoro che oggi inauguriamo”: nella messa di apertura del Concistoro presieduta nella Basilica di san Pietro, papa Leone XIV ha affidato ai cardinali tre criteri di discernimento: condividere nella fede la vera libertà, accogliere il dono della pace nell’unità e vivere la concordia nell’obbedienza.
Per questo ha sottolineato la data in cui esso si svolge: “Mentre dunque chiediamo a Dio di concederci forza e sapienza, è significativo che il nostro Concistoro avvenga alla vigilia della solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo. Sostiamo insieme in questa memoria, che ricorda le colonne della Chiesa cattolica e romana, i due missionari martiri la cui predicazione fece tutt’uno con la loro vita, al punto da diventare parte delle Sacre Scritture.
Ascoltando oggi le parole di san Paolo ai Corinzi, possiamo notare la felice consonanza con quelle del Vangelo. I diversi carismi, infatti, i ministeri e le attività ecclesiali sono come i tralci dell’unica vite, cioè del solo Signore che infonde lo Spirito Santo nella sua Chiesa. A questa organica unità corrisponde il criterio che fa buoni e gustosi tutti quei servizi ecclesiali: il criterio del bene comune”.
Ed ecco l’incoraggiamento alla missione dell’annuncio: “In primo luogo, l’esempio dei santi Pietro e Paolo ci incoraggia a condividere nella fede la vera libertà. Difatti, proprio la relazione con il Signore Gesù ci libera dal peccato e dalla paura: mentre chiama a seguirlo, Egli stesso ci invia nel mondo come successori degli Apostoli. Annunciare il Vangelo, celebrare i Sacramenti e dedicarci al gregge del Signore si attua e porta frutto nella misura del nostro credere in Lui, Pastore buono”.
Per il papa la fede si matura solo in Cristo: “La fede è quella virtù, mai scontata, che dà vita alla Chiesa, perché corrisponde alla grazia che nutre i tralci dell’unica vite. La Chiesa viva è la Chiesa che crede, per il dono dello Spirito Santo riversato nei nostri cuori: questa Chiesa porta molto frutto. Come dunque la grazia divina precede la libertà umana, così la fede della Chiesa precede la nostra e chiede di essere testimoniata con ardore”.
La seconda richiesta è la pace nell’unità: “Mentre invitiamo tutti i popoli alla fede, nella quale siamo davvero liberi, tensioni internazionali e conflitti feriscono gravemente la famiglia umana. Tuttavia, non mancano, anzi, si moltiplicano nella Chiesa e nel mondo iniziative ed esperienze che richiamano al rispetto della dignità umana, della giustizia, del diritto, semplicemente dell’umano. Questo è motivo di speranza, perché attesta la bellezza dell’opera di Dio, il quale ci ha creati a sua immagine e somiglianza, come segno della sua gloria nel mondo”.
E’ stato un invito a non rompere l’unità tra i popoli: “Quando questo segno viene ferito, tutti siamo feriti. Quando è corrotto, tutti ne soffriamo. Quando è ucciso, tutti ci sentiamo lacerati. Perciò la guerra non è mai degna dell’uomo, e non è mai benedetta da Dio, perché il Creatore ci ha dotati di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie, magari dotate di armi iper-tecnologiche. L’unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico. La pace è un dovere di giustizia perché siamo un’unica famiglia umana, una magnifica humanitas che trova in Cristo il proprio Capo e Redentore”.
Ciò si ottiene con l’obbedienza nella concordia: “In terzo luogo, gustiamo oggi e sempre la concordia nell’obbedienza, cioè nell’ascolto che riconosce il dono del Verbo, fatto carne per noi. Attraverso questo esercizio, lo Spirito Santo ci orienta, indicando Egli stesso problemi e opportunità pastorali, purificando le intenzioni e correggendo ciò che devia dal cammino comune.
L’attuazione del Sinodo, per la quale ci stiamo impegnando, invita tutti a procedere nell’unità della fede, nella promozione della pace, nell’obbedienza alla Parola vivente, che è Gesù… L’unico Verbo, fatto uomo, si esprime difatti in tutte le lingue: il Cristo morto e risorto è la vite vera, che porta frutto mediante tutte le culture che i cristiani trasformano dall’interno. Così, mentre appassiscono le ideologie del mondo, lo Spirito Santo fa fiorire nella Chiesa l’intesa fraterna, la carità, lo slancio missionario”.
Da questi passaggi ecco il nuovo significato di autorità: “Lavorando insieme, la nostra collegialità fa sintesi della sinodalità alla quale tutti i battezzati partecipano, nell’unità del popolo di Dio. Sinodalità e collegialità sono infatti forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi. Perciò l’aiuto che potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, trova in me chi chiede, non chi comanda. L’autorità del primato, infatti, è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna, sempre alla sequela dell’unico Maestro”.
(Foto: Santa Sede)
Cristianesimo e democrazia, analisi e prospettive
Potere e pensiero, autorità e partecipazione, laicità e diritti, libertà e verità, politica ed etica, giustizia e dignità, persona e servizio, solidarietà e sussidiarietà: sono alcune delle sfaccettature del binomio che lega l’esperienza cristiana e la cultura democratica, emerse nel convegno “Cristianesimo e democrazia” proposto dalla Facoltà teologica del Triveneto a Padova il 29 aprile 2026.
Un rapporto complesso, che è stato indagato con il contributo del giornalista Giampiero Gramaglia, del sociologo Roberto Francesco Scalon, del filosofo Rocco D’Ambrosio, dello storico Stefano Dal Santo, del giurista Gianfranco Maglio e del teologo morale Bruno Bignami, che all’analisi della situazione hanno unito aperture su possibili percorsi di riconciliazione tra fede autentica e partecipazione democratica.
In apertura dei lavori, il preside della Facoltà Maurizio Girolami ha richiamato due frasi bibliche che manifestano due convinzioni tra le più antiche della novità cristiana e sulle quali dobbiamo forse ancora ripensare la presenza cristiana nelle società odierne: “Dare ‘a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’, come disse Gesù, fu il primo passo per l’affermazione della laicità dello stato e di una mentalità nuova con la quale bisogna vedere il potere umano, che non trova la sua sorgente nella divinità”.
Circa la democrazia, ha citato la frase dell’apostolo Paolo (‘né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo e donna’): “Di fronte a Cristo e al dono della sua salvezza le distinzioni di carattere etnico, sociale e sessuale non possono diventare motivi di esclusione e di marginalizzazione di alcuno. Il che vuol dire che non possono essere criteri o elementi caratterizzanti la vita cristiana i nazionalismi etnici, i tribalismi familiari e le affermazioni di superiorità di genere. Oggi si parla molto di patriarcato, ma non meno intollerabile è la volontà di eliminare la distinzione sessuale biologica”.
Il giornalista Giampiero Gramaglia ha guardato all’attualità politica, osservando che “il mondo cristiano, il quale, specie dopo la seconda guerra mondiale, è stato all’avanguardia (in quello che, fino a poco tempo fa, era l’Occidente) nell’affermare i valori della democrazia, del rispetto dei diritti umani e sociali, della cooperazione internazionale, tende, oggi, in alcune sue componenti, evangeliche, ortodosse e pure cattoliche, a limitare o negare quei valori e a praticare il primato della forza sul diritto.
Sono, è vero, scelte di singoli leader, ma di leader che godono di sostegno popolare (ed in Russia anche ecclesiale) in Paesi culturalmente e religiosamente cristiani, nel mondo dagli Stati Uniti alla Russia, in Europa dalla Germania all’Italia passando per l’Ungheria”.
Abbiamo vissuto buona parte del XXI secolo in un contesto in cui “applausi e consensi andavano al Papa di turno e i voti invece a chi ne ignora le parole. Nelle ultime settimane, anche il freno del rispetto per il papa è venuto meno nelle parole del presidente Usa Donald Trump e del suo vice, il convertito cattolico JD Vance”.
Roberto Scalon (Università di Torino) ha portato l’indagine sul campo sociologico, con una relazione che ha avuto come filo conduttore l’attualizzazione del pensiero di Alexis De Toqueville sulla vera democrazia e sulle sue condizioni di possibilità. Nel cristianesimo, e in particolare nel cattolicesimo, la massima idealità collettiva, l’uguaglianza, e la massima idealità individuale, la libertà, vanno a sintesi in modo insuperabile, perciò “dalla matrice teologica cattolica scaturisce una società democratica di tipo comunitario che possiamo anche, e molto più efficacemente, definire relazionale, solidale e sussidiaria (tutte parole chiave della pensiero/dottrina sociale cattolico/a)”.
Rocco D’Ambrosio ha presentato un quadro della salute del sistema democratico a livello mondiale, sulla base del Democracy Index 2025 stilato dall’Economist Intelligence Unit, dove l’Italia si classifica al 37° posto su 167 Paesi, con un punteggio di 7,6 su 10, nella categoria delle ‘democrazie imperfette’ (flawed democracies, il gradino precedente i regimi ibridi e i regimi autoritari), con un trend negativo, perdendo posizioni rispetto all’anno precedente, con cali specifici nella cultura politica e nelle libertà civili, a fronte di un miglioramento nella funzionalità di governo.
La libertà di stampa, negli ultimi quattro anni, è peggiorata sensibilmente. Su come i cattolici italiani possano pensare nuove strategie di testimonianza e di intervento politico, ha affermato che “occorre innanzitutto sconfiggere il pregiudizio verso la politica, il ‘problema’ del partito, per così dire. L’etica dei cattolici in politica è al di là degli schieramenti: non esiste un partito che incarni tutto ciò in cui crediamo, ma la medesima fede cristiana può condurre a impegni in ambiti differenti”. I cattolici sono chiamati a lavorare per ridare un’etica, sia costituzionale che di ispirazione cristiana, al nostro paese: “Bisogna pensare alla coerenza dei politici e non all’appartenenza”, ha ribadito.
Il contributo di taglio storico, a cura di Stefano Dal Santo, è stato un excursus nella storia della chiesa e dei suoi rapporti con la realtà della democrazia in Europa, a partire dall’irruzione dei principi democratici contenuti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) fino alle soglie del concilio Vaticano II:
“Lo scontro-incontro avvenne in quattro fasi e su due aspetti principali: l’origine dell’autorità in democrazia (da Dio o dal popolo) e, di gran lunga più importante, la questione delle libertà democratiche e del loro fondamento. Solo con il pontificato di Giovanni XXIII e il magistero dei papi successivi si sarebbe risolta la questione della libertà religiosa, snodo centrale dei diritti dell’uomo, che la dichiarazione ‘Dignitatis humanae’ avrebbe fondato sulla dignità della persona umana».
Di una democrazia connaturata alla visione cristiana ha parlato Gianfranco Maglio, toccando i concetti di persona, stato e fine dell’attività politica: “Democrazia laica e fattore religioso possono certamente convivere con reciproco vantaggio ed in questo ambito l’etica sociale cristiana, nonostante la forte crisi della pratica religiosa, conserva un peso importante nella coscienza civile, come riferimento valoriale e culturale.
In questo senso si può parlare di una laicità positiva o collaborativa. Se è vero che lo stato, quale superiore punto di convergenza della socialità, non può arrogarsi il possesso di alcuna verità assoluta, «esso ha tuttavia il compito di realizzare storicamente le condizioni per il bene comune e per far questo ha bisogno di un orizzonte di valori che sono poi, in ultima analisi, quelli propri delle persone umane”.
Infine, don Bruno Bignami ha esortato a coltivare il pensiero per una politica generativa: “Spesso la politica preferisce i fans ai pensatori. Ma un pensiero puramente gestionale e amministrativo senza un pensiero di cultura politica è destinato a fallire. I problemi nascono quando le persone smettono di pensare. Ciò brucia alla radice ogni possibilità di speranza. L’assenza di pensiero ha come esito frasi di dura contrapposizione, slogan, atteggiamenti standard. Il nazismo si è nutrito di un pensiero infarcito di slogan semplificatori. Così è successo in molte autocrazie o regimi dittatoriali. L’antidoto è coltivare il pensiero”.
Il pensiero è generativo, la politica è generativa, quando fa sì che la società si rinnovi e lo faccia grazie alla partecipazione attiva delle persone, a partire degli ultimi: “Non servono leadership di persone sole al comando, perché replicano yes man e generano sudditi. In prima battuta sembra guadagnarne un decisionismo che supera la prova della velocità, ma non si attivano processi relazionali in grado di far crescere e sviluppare le comunità”.
Gesù Cristo – re dell’universo! Cristo Gesù, re d’amore!
Con la festa di Cristo re si chiude l’anno liturgico. Gesù, Figlio di Dio, si è incarnato, si è fatto uomo per realizzare il Regno di Dio sulla terra. Il popolo ebreo attendeva la nascita di questo bimbo, che avrebbe tenuto il regno di David: un regno eterno ed universale. Nel Vangelo la Chiesa oggi ci presenta il Cristo morente in croce, dove è posta una scritta: I. N. R. I. (Gesù di Nazareth, re dei Giudei). Essere re è l’accusa principale con la quale Gesù viene deferito dai suoi avversari (il Sinedrio e i Sommi sacerdoti ) ed accusato davanti al tribunale di Ponzio Pilato, governatore romano.
Con questa accusa Gesù viene schernito dai Capi del popolo, dai sommi sacerdoti e dalle autorità. Dopo averlo fatto flagellare, Pilato presenta Gesù al popolo dicendo: ‘ecco il vostro Re’. Gesù aveva rifiutato il titolo di re, dopo la moltiplicazione dei pani, ed ogni volta che questo titolo era inteso in senso politico, alla stregua dei ‘capi delle nazioni’. Davanti al governatore che lo interroga: ‘sei tu il re dei giudei?’ Gesù risponde in modo assai chiaro: ‘Sì, tu lo dici, Io sono Re!’
La regalità di Gesù è rivelazione ed attuazione del disegno del Padre, che governa tutte le cose con amore e giustizia. Dio Padre ha affidato a Gesù, vero uomo e vero Dio, la missione di conferire la vita eterna a tutti gli uomini, che ha amato sino all’estremo sacrificio della croce, e il potere di giudicare tutti gli uomini da vero uomo e vero Dio. Un ‘giudizio’ da giudice in chiave di amore. Il linguaggio di Gesù è assai semplice. Egli dirà ai buoni, che hanno amato in modo vero e concreto: “Venite, benedetti dal Padre mio perchè avevo fame, sete, ero nudo, solo, carcerato, malato… e vi ho trovato sempre accanto a me”.
Gesù è un Re che giudica, regna, dopo essere stato esempio vivo a tutti. Se mettiamo in pratica l’amore verso il prossimo solo allora facciamo spazio alla signoria di Cristo Gesù e il suo Regno si realizza in mezzo a noi. Gesù ha instaurato il Regno con il suo grande amore: il sacrificio della croce; amore con amore si paga. Gesù è veramente il nostro Re e lo stesso Pilato fece scrivere sulla croce: I.N.R.I. La storia registra molti regni, che sono esistiti e poi sono stati rovesciati; il regno di Cristo è regno eterno: le porte degli inferi non prevarranno mai.
La stabilità di questo regno non è dovuta ad eserciti o a bombe ed armi di qualsiasi sorta; regna solo l’amore: l’amore verso Dio e i fratelli trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia. Nel brano del Vangelo ascoltato figurano tre gruppi: a) il popolo , che sta lontano a guardare ( una volta correva dietro a Gesù implorando grazie e guarigioni. b) I capi del popolo, dei soldati e da un malfattore, crocifisso accanto a Gesù ma che non parla. c) un terzo personaggio crocifisso con Gesù, che si rivolge con fede e pentimento: Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno, e Gesù a lui: ‘oggi sarai con me in paradiso’.
In questo terzo gruppo ci sono anche Maria, sua madre; Giovanni, uno dei dodici apostoli e le pie donne. Il malfattore, crocifisso accanto a Gesù, pentito, riceve da Gesù il grande dono: ‘oggi sarai con me in paradiso’. Per il popolo, per i capi del popolo, per i soldati Gesù ha solo parole di comprensione: ‘Padre, perdona loro!’ Prima che si conclude il dramma del suo sacrificio Gesù rivolgendosi a sua madre esclama: ‘Donna, ecco tuo figlio … e a Giovanni: ecco tua madre’. Per questo motivo, amici carissimi, oggi rivolgiamoci supplici a Maria invocandola: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.
XXV domenica del Tempo Ordinario: autorità come servizio
Nel brano del Vangelo mentre si descrive il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, itinerario non solo geografico ma spirituale, Gesù per la seconda volta annuncia ai suoi discepoli la imminente Pasqua di passione, morte e risurrezione. La rivelazione che Gesù fa ai suoi discepoli è la via inattesa attraverso la quale egli realizzerà la sua missione salvifica ‘quando sarò innalzato tra la terra e il cielo io attirerò tutto a me’; discorso assai duro che gli apostoli cercano di sviare pensando ad un altro tipo di regno che Gesù sarebbe venuto ad instaurare e discutono tra di loro sul ruolo futuro di ciascuno di essi in questo nuovo regno.
Gesù parla di passione e morte, i dodici discutono invece chi dovrà occupare il primo posto in questo regno. Gesù si pone così ad una distanza abissale dai suoi discepoli: ‘se uno vuole essere il primo sia il servo’, e, come se ciò non bastasse, aggiunge ‘sia servo di tutti’ e con l’immagine del bambino evidenzia loro le virtù proprie del discepolo di Cristo: fiducia e umiltà. Propone un bambino come modello del credente. Il bambino non conosce né filosofia né teologia; è il più disarmato ed indifeso ma conosce bene la fiducia e si abbandona sicuro tra le braccia del papà o della mamma.
In questo Regno che Cristo dovrà instaurare il valore di una persona non dipende dal ruolo che ricopre ma si misura sul servizio che rende: non su quello che si ha, ma su quello che si dà. Vuoi primeggiare?, comincia a servire. La nostra fedeltà al Signore si misura dalla nostra disponibilità a servire. I discepoli mostrano di non essere ancora preparati a recepire questo messaggio rivoluzionario che parla di spirito di rinuncia e di sacrificio. Ecco perchè, laddove Gesù parla della sua passione e morte, essi appaiono presi da altri pensieri: chi sarà il primo nel regno di Gesù?, quali compiti, onori, governo avrà ciascuno di noi?
Due logiche, due processi mentali (quello di Gesù e quello degli apostoli) diametralmente opposti. Arrivati a destinazione e fermatisi, questa volta è Gesù ad interrogarli: di che cosa parlavate lungo la strada?, quale l’oggetto del vostro conversare? Domande che sono un richiamo, un rimprovero, un volere evidenziare ai suoi che stavano viaggiando su aree diametralmente opposte. E Gesù scende al pratico, al concreto: prende un bambino e dice ai suoi discepoli: se non diventate come questo bimbo non entrerete nel regno dei cieli.
Nasce spontanea una domanda: è un male volere primeggiare, sforzarsi di essere il primo? Certamente è un desiderio innato in ciascuno di noi emulare gli altri; adoperarsi a sviluppare il proprio essere, le proprie capacità, i doni e i talenti ricevuti da Dio per assestarsi ai primi posti. Questo è proprio della natura umana ed è voluto da Dio. Gesù non è contrario quando l’uomo cerca di realizzare i desideri innati, né allo sforzo di arrivare al primo posto; ciò che invece cambia è la motivazione: essere il primo per meglio aiutare gli altri e se stesso, questa è la vera grandezza.
Il Vangelo ci ricorda l’episodio di quella donna, la madre dei figli di Zebedeo, che prega Gesù onde i suoi figli possano sedere nel regno uno a destra, l’altro a sinistra: povera donna, non sapeva ciò che stava chiedendo. Gli apostoli, credendo imminente l’inaugurazione del regno, si candidano per i primi posti. La risposta di Gesù è di tutt’altro tenore: prende un bambino, lo mette in mezzo ed abbracciandolo dice: chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me.
‘Voi mi chiamate, dirà Gesù, signore e maestro ed io vi ho lavato i piedi; vi ho dato l’esempio: come ho fatto io , fate voi’, ecco la vera grandezza. La vera grandezza o autorità non consiste nel primeggiare, nello spadroneggiare sugli altri, nell’affermare se stessi e rendere schiavi o sottomessi gli altri; ma vera grandezza è mettere a fuoco i talenti ricevuti da Dio a beneficio di chi è meno dotato. Si ha così un rovesciamento dal concetto di autorità, del potere, del governo. Governare è servire; servire è amare come Gesù che ha dato la vita, è morto in croce per salvare l’uomo e riconciliare il cielo e la terra.
Amico che ascolti, se sei discepolo di Cristo devi persuaderti che il tuo lavoro, la tua intelligenza, il tuo cuore non è per te ma è per gli altri; ogni autorità è una paternità ed essere padre significa amore e sacrificio. L’autorità, diceva uno scrittore, non è una poltrona ma un timone; non è un titolo di nobiltà ma di responsabilità; non è un bastone ma una croce.
E’ necessario allora rivedere il programma della vita: se vuoi essere felice devi diventare come il bambino, che è felice solo tra le braccia del papà o della mamma; è necessario ridestare il “fanciullo che dorme dentro ciascuno di noi”, riamare la bontà e l’innocenza ed ancora una volta rivolgersi a Dio invocando: “Padre nostro che sei nei cieli”. La Vergine Maria ci aiuti a comprendere che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.
Papa Francesco: l’autorità è servizio
“Penso con dolore ai fratelli e alle sorelle che soffrono per la guerra: pensiamo a tutte le popolazioni ferite o minacciate dai combattimenti, che Dio le liberi e le sostenga nella lotta per la pace. E rendo grazie a Dio per la liberazione dei due sacerdoti greco-cattolici. Possano tutti i prigionieri di questa guerra tornare presto a casa! Preghiamo insieme: tutti i prigionieri tornino a casa”: ancora una volta papa Francesco, al termine dell’Angelus per la festa dei santi Pietro e Paolo, ha rivolto un appello per la pace in Ucraina e la liberazione dei prigionieri, ribadendo che l’autorità è un servizio:
“Per questo vediamo spesso San Pietro raffigurato con due grandi chiavi in mano, come nella statua che si trova qui, in questa Piazza. Quelle chiavi rappresentano il ministero di autorità che Gesù gli ha affidato a servizio di tutta la Chiesa. Perché l’autorità è un servizio, e un’autorità che non è servizio è dittatura”.
Ed ha spiegato il valore dell’autorità: “Stiamo attenti, però, a intendere bene il senso di questo. Le chiavi di Pietro, infatti, sono le chiavi di un Regno, che Gesù non descrive come una cassaforte o una camera blindata, ma con altre immagini: un piccolo seme, una perla preziosa, un tesoro nascosto, una manciata di lievito, cioè come qualcosa di prezioso e di ricco, sì, ma al tempo stesso di piccolo e di non appariscente. Per raggiungerlo, perciò, non serve azionare meccanismi e serrature di sicurezza, ma coltivare virtù come la pazienza, l’attenzione, la costanza, l’umiltà, il servizio”.
La missione affidata da Gesù è quella di permettere l’entrata a tutti: “Dunque, la missione che Gesù affida a Pietro non è quella di sbarrare le porte di casa, permettendo l’accesso solo a pochi ospiti selezionati, ma di aiutare tutti a trovare la via per entrare, nella fedeltà al Vangelo di Gesù. Tutti, tutti, tutti possono entrare. E Pietro lo farà per tutta la vita, fedelmente, fino al martirio, dopo aver sperimentato per primo su di sé, non senza fatica e con tante cadute, la gioia e la libertà che nascono dall’incontro con il Signore. Lui per primo, per aprire la porta a Gesù, ha dovuto convertirsi, e capire che l’autorità è un servizio”.
Precedentemente nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, papa Francesco ha benedetto i palli, presi dalla confessione dell’apostolo Pietro e destinati agli arcivescovi metropoliti nominati nell’anno, alla presenta di una delegazione del Patriarcato di Costantinopoli:
“E voglio dare, con fraterno affetto, il mio saluto alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico: grazie di essere venuti a manifestare il comune desiderio della piena comunione tra le nostre Chiese. Invio un sentito saluto cordiale al mio fratello, al mio caro fratello Bartolomeo”.
All’inizio dell’omelia papa Francesco ha invitato a guardare ai patroni di Roma: “Guardiamo ai due Apostoli Pietro e Paolo: il pescatore di Galilea che Gesù fece pescatore di uomini; il fariseo persecutore della Chiesa trasformato dalla Grazia in evangelizzatore delle genti. Alla luce della Parola di Dio lasciamoci ispirare dalla loro storia, dallo zelo apostolico che ha segnato il cammino della loro vita. Incontrando il Signore, essi hanno vissuto una vera e propria esperienza pasquale: sono stati liberati e, davanti a loro, si sono aperte le porte di una nuova vita”.
Nell’omelia si è soffermato sul significato della Porta santa: “Guardiamo ai due Apostoli Pietro e Paolo: il pescatore di Galilea che Gesù fece pescatore di uomini; il fariseo persecutore della Chiesa trasformato dalla Grazia in evangelizzatore delle genti. Alla luce della Parola di Dio lasciamoci ispirare dalla loro storia, dallo zelo apostolico che ha segnato il cammino della loro vita. Incontrando il Signore, essi hanno vissuto una vera e propria esperienza pasquale: sono stati liberati e, davanti a loro, si sono aperte le porte di una nuova vita”.
La Porta apre al Giubileo: “Il Giubileo, infatti, sarà un tempo di grazia nel quale apriremo la Porta Santa, perché tutti possano varcare la soglia di quel santuario vivente che è Gesù e, in Lui, vivere l’esperienza dell’amore di Dio che rinvigorisce la speranza e rinnova la gioia. Ed anche nella storia di Pietro e di Paolo ci sono delle porte che si aprono”.
Quindi la Porta apre alla Grazia: “Fratelli e sorelle, i due Apostoli Pietro e Paolo hanno fatto questa esperienza di grazia. Hanno toccato con mano l’opera di Dio, che ha aperto le porte del loro carcere interiore e anche delle prigioni reali dove sono stati rinchiusi a causa del Vangelo. E, inoltre, ha aperto davanti a loro le porte dell’evangelizzazione, perché sperimentassero la gioia dell’incontro con i fratelli e le sorelle delle comunità nascenti e potessero portare a tutti la speranza del Vangelo. Ed anche noi quest’anno ci prepariamo ad aprire la Porta Santa”.
(Foto: Santa Sede)
XXXI Domenica del Tempo Ordinario: Cristo Gesù è l’unico e vero Maestro
Il brano del Vangelo di questa domenica riguarda tutti e ciascuno di noi; è un invito alla riflessione, alla conversione personale, all’amore reciproco. E’ un brano che invita all’umiltà e al senso di responsabilità, alla coerenza e giammai all’ipocrisia. Cristo Gesù, come d’altronde il profeta Malachia, esordisce con un invito assai chiaro ed invita a vivere con coerenza e senza ipocrisia la Parola di Dio, l’insegnamento del Signore. Il monito è rivolto a tutti: sacerdoti e fedeli.
Ad Assisi un seminario alla ricerca dell’autorità
“L’autorità ci affascina e al contempo ci spaventa. Continuamente la ricerchiamo, deplorandone una crisi che sembra ormai definitiva, e continuamente la rifuggiamo. E tuttavia possiamo fare a meno dell’autorità? Ci interrogheremo su una delle questioni più affascinanti e più urgenti del nostro tempo”: questo è l’invito di un seminario alla Cittadella di Assisi, organizzato dalla rivista ‘Munera’, fino al 30 luglio sul tema ‘In cerca di autorità: famiglia, scuola, democrazia’.
Papa Francesco agli istituti religiosi: siate artigiani di pace
‘Fratelli Tutti: chiamati a essere artigiani di pace’ è stato il tema della 98ª assemblea dell’Unione superiori generali (Usg) tenutasi fino a sabato 26 25 novembre alla ‘Fraterna Domus’ a Roma, prendendo le mosse dall’enciclica di papa Francesco, ‘Fratelli tutti’, che, al punto 225, scrive: “In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia”.
V domenica di Quaresima. La nuova legge: misericordia e perdono
Dalla parabola del Figlio prodigo alla concretezza della misericordia e perdono; il Vangelo ci presenta oggi un fatto concreto: una donna colta in flagrante adulterio viene trascinata davanti a Gesù. Sono sempre gli scribi e i farisei desiderosi di cogliere in fallo Gesù per poterlo accusare alla legittima autorità: ‘Signore, dicono, abbiamo colto questa donna in flagrante adulterio; Mosè nella Legge ci ordina di lapidarla. Tu cosa dici?’
Gesù aveva parlato sempre di misericordia e perdono: Dio è il Dio della misericordia; è il Padre che abbraccia e perdona il figliolo prodigo ed invita il figlio maggiore a fare la stessa cosa. Gesù ora è chiamato a dare una risposta: dire ‘sì’ oppure ‘no’; è anche un tranello preparato contro Gesù perché se, agendo conforme alla legge di Mosè, avesse detto: ‘lapidatela’, poteva benissimo essere accusato all’autorità di Roma come sobillatore: in Palestina una esecuzione capitale doveva essere convalidata sempre dal governatore romano; se avesse detto: ‘non lapidatela, perdonatela’, allora dichiaratamente andava contro la legge di Mosè e doveva penalmente risponderne davanti al Sinedrio.
Scribi e farisei attendono una risposta da Gesù, ma Egli scrive a terra con il dito, mentre la donna tremante è a terra; gli interlocutori insistono e Gesù allora, conforme alla legge, dà la sua risposta: ‘Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra’.
Gesù invita i suoi interlocutori ad un esame di coscienza: i santi di Dio, gli amici veri del Signore è giusto che osservino la legge: chi è santo, vero amico di Dio, è giusto che, in nome di Dio, scagli la pietra!
Quelli (scribi e farisei) buttano via la pietra, ed uno ad uno vanno via tutti. Rimane solo Gesù e la donna sempre in mezzo alla strada. Dio ama il suo popolo e non vuole la morte del peccatore ma che si converta a viva.
Per questo ha liberato il popolo ebreo dalla schiavitù dell’Egitto e lo ha trasferito prima nel deserto, nutrendolo con la manna, poi nella Terra Promessa dando una legge: ‘Ascolta Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore … amerai il prossimo tuo come te stesso’.
Amare è perdono; il dono più bello: dimenticare tutto, se sei veramente pentito; l’apostolo Paolo ci ricorda che il sommo bene per l’uomo è salvare l’anima, avvicinarsi a Dio con l’amore. Gesù mostra il suo amore attraverso la sua passione, morte in croce e risurrezione. Gesù, infatti, è venuto ad instaurare la nuova Alleanza basata sulla misericordia e il perdono: a Gesù preme solo la salvezza dell’uomo.
In croce al buon ladrone dirà: ‘Oggi sarai con me in paradiso’. Gli scribi e i farisei buttano via la pietra e vanno via, Gesù alza gli occhi, vede la donna rimasta sola e tremante e le dice: ‘Dove sono? Nessuno ti ha condannata? Vai e d’ora in poi non peccare più’. Così trionfa la misericordia e il perdono.
L’episodio oggi è un monito anche per noi: siamo in quaresima, tempo di conversione; è il momento di seppellire l’uomo vecchio per rinascere a vita nuova. Per vivere bene è necessario rinascere, rinnovarsi ogni giorno: più profondo e vasto è il rinnovamento, più alta è la vitalità. ‘Navigare necesse est!’ bisogna migliorarsi ogni giorno, contrastare il passo alla vecchiaia rimanendo sempre giovani e pieni di vita.
Gesù fa appello alla coscienza; è pronto sempre a perdonare e ci offre una via nuova per andare avanti. Il perdono mentre ci riconcilia con Dio, ci dona la pace interiore e una spinta sempre avanti. La pagina del Vangelo colpisce, come ben vedi, le nostre abitudini: siamo purtroppo facili a vedere il male degli altri, mentre riflettiamo poco sulla nostra vita.
Siamo vicino alla Pasqua: Gesù non è venuto per condannare ma per redimere; dobbiamo solo sforzarci di correre per conquistare il premio: dimentichi del passato e protesi verso il futuro; questa è l’unica via: si chiama: misericordia e perdono. La Madonna delle grazie ci aiuti a testimoniare a tutti l’amore misericordioso di Dio; imploriamo la Santissima Madre di Gesù e nostra: ‘Rivolgi a noi, madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.





























