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Papa Leone XIV: tenere lo sguardo sui beni futuri

“Cari fratelli e sorelle, oggi, Festa della Presentazione del Signore, il Vangelo ci parla di Gesù che, nel Tempio, è riconosciuto e annunciato come il Messia da Simeone e Anna. Ci presenta l’incontro tra due movimenti d’amore: quello di Dio che viene a salvare l’uomo e quello dell’uomo che attende con fede vigile la sua venuta”: nella Messa per la XXX Giornata della vita consacrata celebrata, nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha spiegato che la vita religiosa invita a seguire l’esempio di fondatori e fondatrici di congregazioni e famiglie religiose che hanno testimoniato Cristo anche fra ‘degrado’ ed ‘abbandono’.

Dopo aver benedetto le candele il papa ha sottolineato l’azione di Dio: “Da parte di Dio, l’essere Gesù presentato come figlio di una famiglia di poveri nel grande scenario gerosolimitano, ci mostra come Egli si offra a noi nel pieno rispetto della nostra libertà e nella piena condivisione della nostra povertà. Nel suo agire non c’è infatti nulla di costringente, ma solo la potenza disarmante della sua disarmata gratuità”.

Dio che si manifesta nell’attesa: “Da parte dell’uomo, di contro, nei due vegliardi, Simeone e Anna, l’attesa del popolo d’Israele è rappresentata al suo zenit, come apice di una lunga storia di salvezza, che si snoda dal giardino dell’Eden ai cortili del Tempio; una storia segnata da luci e ombre, cadute e riprese, ma sempre percorsa da un unico vitale desiderio: ristabilire la piena comunione della creatura con il suo Creatore. Così, a pochi passi dal ‘Santo dei Santi’, la Fonte della luce si offre come lampada al mondo e l’Infinito si dona al finito, in un modo così umile da passare quasi inosservato”.

Riprendendo la sollecitudine di papa Francesco a ‘svegliare il mondo’ il papa ha sollecitato ad essere profeti: “Carissimi, carissime, la Chiesa vi chiede di essere profeti: messaggeri e messaggere che annunciano la presenza del Signore e ne preparano la via. Per usare le espressioni di Malachia, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, essa vi invita a farvi, nel vostro generoso ‘svuotarvi’ per il Signore, bracieri per il fuoco del Fonditore e vasi per la lisciva del Lavandaio, affinché Cristo, unico ed eterno Angelo dell’Alleanza, presente anche oggi tra gli uomini, possa fonderne e purificarne i cuori con il suo amore, con la sua grazia e con la sua misericordia. E questo siete chiamati a fare prima di tutto attraverso il sacrificio della vostra esistenza, radicati nella preghiera e pronti a consumarvi nella carità”.

Ed ecco l’esempio dei fondatori: “I vostri fondatori e le vostre fondatrici, docili all’azione dello Spirito Santo, vi hanno lasciato modelli meravigliosi di come vivere fattivamente questo mandato. In continua tensione fra terra e Cielo, essi con fede e coraggio si sono lasciati trasportare, partendo dalla Mensa Eucaristica, chi al silenzio dei chiostri, chi alle sfide dell’apostolato, chi all’insegnamento nelle scuole, chi alla miseria delle strade, chi alle fatiche della missione”.

Tale missione si realizza davanti al Tabernacolo: “E con la stessa fede sono tornati, ogni volta, umilmente e sapientemente, ai piedi della Croce e davanti al Tabernacolo, per offrire tutto e ritrovare in Dio la sorgente e la meta di ogni loro azione. Con la forza della grazia si sono lanciati anche in imprese rischiose, facendosi presenza orante in ambienti ostili e indifferenti, mano generosa e spalla amica in contesti di degrado e di abbandono, testimonianza di pace e di riconciliazione in mezzo a scenari di guerra e di odio, pronti anche a subire le conseguenze di un agire controcorrente che li ha resi in Cristo ‘segno di contraddizione’, a volte fino al martirio”.

Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI papa Leone XIV sollecita alla carità: ““Anche oggi, infatti, con la professione dei consigli evangelici e con i molteplici servizi di carità che offrite, voi siete chiamati a testimoniare, in una società dove fede e vita sembrano sempre più allontanarsi l’una dall’altra, in nome di una concezione falsa e riduttiva della persona, che Dio è presente nella storia come salvezza per tutti i popoli. A testimoniare che il giovane, l’anziano, il povero, il malato, il carcerato, hanno prima di tutto il loro posto sacro sul suo Altare e nel suo Cuore, e che al tempo stesso ciascuno di loro è un santuario inviolabile della sua presenza, davanti al quale piegare le ginocchia per incontrarlo, adorarlo e glorificarlo”.

Infine riprendendo il Cantico di Simeone il papa ha sottolineato che la vita religiosa non è aliena dalla realtà: “La vita religiosa, infatti, col suo distacco sereno da tutto ciò che passa, insegna l’inseparabilità tra la cura più autentica per le realtà terrene e la speranza amorosa in quelle eterne, scelte già in questa vita come fine ultimo ed esclusivo, capace di illuminare tutto il resto. Simeone ha visto in Gesù la salvezza ed è libero davanti alla vita e alla morte. ‘Uomo giusto e pio’, assieme ad Anna, che ‘non si allontanava mai dal Tempio’, tiene fisso lo sguardo sui beni futuri”.

(Foto: Santa Sede)

Terza domenica di Avvento: Tempo di attesa, di gioiosa attesa

L’avvento è tempo di attesa: per noi cristiani è attesa gioiosa, attesa fiduciosa. Protagonisti nella Liturgia appaiono Isaia, il grande profeta, e Giovanni Battista, il precursore di Gesù. E’ l’attesa del popolo ebreo a cui è stata affidata la rivelazione attraverso i patriarchi e i profeti: verrà il liberatore, il Messia, il salvatore del popolo ebreo e dell’umanità: ‘Coraggio, dirà il profeta, non temete; irrobustite le mani fiacche, rendete solide le ginocchia vacillanti’. Il Signore non delude: ‘Si apriranno i cieli e scenderà il Giusto’. 

E’ l’attesa di Abramo, l’uomo dalla fede profonda, che crede in Dio anche se apparentemente sembra impossibile la promessa divina: dalla tua discendenza verrà il salvatore. Abramo infatti è anziano, non ha figli e Dio gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e  i granelli di sabbia nel deserto. Abramo ha fiducia nel Signore, lascia la sua terra e si trasferisce nella terra promessa; dirà il profeta: ‘Tu, Betlemme, non sei piccola se da te nascerà il Re dei Re; e il popolo attende sulla parola del Signore’. E’ l’attesa di Maria alla quale l’Angelo aveva detto: rallegrati, diventerai madre, nascerà un Bambino che avrà i Regno di David, suo padre; quando Maria  obietta: come è possibile? L’angelo la tranquillizza: è opera divina1 e Maria abbassa il capo: Sono la serva del Signore! 

E’ l’attesa di Giovanni Battista, il precursore, l’uomo di cui Gesù dirà: “tra i nati di donna non c’è un uomo simile a lui”. Giovanni allora era in carcere per difendere la verità di Dio: Giovanni, infatti, era in carcere per avere rimproverato il Re perché conviveva con la cognata dicendo: ‘Non ti è lecito!’ Dal carcere Giovanni invia i suoi discepoli per dire a Gesù: ‘Sei tu il Cristo che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro’.

Il Battista, che aveva annunciato la venuta del Giusto che avrebbe cambiato il mondo, adesso si accorge che i mondo è rimasto come prima; invia allora i suoi discepoli a chiedere: ‘Sei tu veramente il Messia o dobbiamo aspettarne un altro?’ Ai discepoli di Giovanni Gesù offre i segni messianici; dite quello che avete visto: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i morti risuscitano.

Gesù risponde in modo chiaro  e silenzioso: ‘Vedete quello che io ho fatto e riferite’; non ha fatto una rivoluzione cruenta, non ha cambiato con forza il mondo ma ha acceso tante luci nel mondo, luci che costituiscono nei millenni la grande strada illuminata da percorrere. Non è la rivoluzione violenta o le grandi promesse che cambiano il mondo ma la luce della verità, della bontà di Dio che è segno della sua presenza e dà la certezza che l’uomo non è dimenticato da Dio, l’uomo non è il prodotto del caso, ma siamo veramente figli del suo amore.

Tutta la Liturgia oggi ci parla di attesa e di attesa operosa. Noi andiamo verso Cristo Che è venuto a salvarci a prezzo del suo sangue e lo stesso Gesù verrà ancora una volta ma come giudice dei buoni e dei cattivi; Egli giudicherà non ‘per sentito dire’ ma ciascun uomo in chiave di fede vera e di amore profondo. Periodo di avvento, periodo di attesa operosa durante la quale è necessario operare la nostra conversione, cambiare vita in chiave di amore.

E’ l’attesa dell’agricoltore che, come scrive l’apostolo Giacomo, ha seminato ed aspetta con pazienza il frutto della terra, dopo essere stata irrorata dalle piogge d’autunno e di primavera: ‘Non lamentatevi, fratelli, siate pazienti, rinfrancate i vostri cuori perché la venuta del Signore è vicina’. Il cristianesimo, infatti, istituito da Gesù è gioia vera perché non siamo mai soli, il signore è sempre vicino.

Dio non abbandona mai la sua Chiesa, anzi ci sarà una strada appianata e la chiameranno ‘via Santa’; su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore, i pentiti di cuore ed allora gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e paura. L’avvento è allora attesa gioiosa ed operosa, attesa attiva dove infine trionferà la misericordia, la fraternità, l’amore. Le opere di misericordia concretizzate nella vita quotidiana sono il segno manifesto della conversione vera.

Il cristiano, allora, non è un uomo ‘rassegnato’, al contrario è una persona impegnata a curarsi perché Gesù con la sua risurrezione ha vinto la morte e come Cristo è risorto anche noi risorgeremo. L’uomo, purtroppo spesso cerca la felicità per strade che si rivelano sbagliate, il profeta annuncia la vera speranza, quella che non delude mai perché fondata sulla parola di Dio.

Ce ne dà conferma la Vergine Maria, che il Vangelo chiama beata perché ha creduto nell’adempimento della parola del Signore. Ci aiuti Maria, madre di Gesù e madre della Chiesa, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi. Allora e solo allora è Natale.

Perché la comunione è l’essenza del matrimonio anche nelle scelte economiche…

Nel 2026 saranno passati esattamente dieci anni dall’uscita del mio primo libro, ‘Non lo sapevo, ma ti stavo aspettando’ (Mimep Docete, 2106) un romanzo di formazione, una storia d’amore dove si inserisce, però, anche una relazione personale con Gesù come svolta della vita. Il mio sogno nel cassetto diventava realtà, il sogno che avevo dentro già da bambina e che rivelavo ai pranzi di Natale o agli adulti di passaggio che mi chiedevano cosa volessi fare da grande.

Scrivere. Ho sempre risposto questo. Però, un conto è dirlo a dieci anni, altro conto è mettere tutti i tasselli necessari perché la scrittura diventi, effettivamente, la propria strada, il proprio lavoro. Chi ci è passato sa che non è un sogno facile da realizzare. La casa editrice Mimep Docete, conosciuta nei miei anni universitari, a cui avevo sottoposto il libro, mi aveva dato l’ok per la pubblicazione esattamente un mese dopo che dicessi ‘sì’ alla proposta di matrimonio di mio marito. Era l’estate del 2015.

Nel 2016, poi, è uscito il romanzo a febbraio, a giugno mi sono laureata, a luglio il matrimonio. A settembre ero incinta. Tutto è avvenuto quasi in contemporanea e da quel momento queste sfere della mia vita sono andate avanti di pari passo.

In questi giorni ripensavo a come la vocazione di moglie e madre e quella di scrittrice si siano intrecciate, nella mia vita, al punto da diventare inseparabili. E sento di poter testimoniare che il segreto di un matrimonio realizzato non è assicurarsi in ogni modo una via d’uscita dalla relazione, ma scegliere di non sposarsi finché non si è pronti ad una piena comunione. Nello stesso modo in cui, in una casa, non inseriamo dieci uscite di emergenza, ma cerchiamo di metter su una struttura solida, sicura, prima di andare ad abitarci.

Per me, personalmente, è stato un dono incontrare una persona che sapeva vedermi nella mia unicità e voleva custodire anche i miei desideri. E’ stato un dono saper dire dei ‘no’, per attendere una storia che meritasse davvero il mio ‘sì’, per incontrare una persona che volesse far crescere un ‘noi’, senza che nessuno due perdesse sé stesso, ma, anzi, diventasse “più sé stesso” con l’altro.  

Cercando di attuare la logica del dono, e non del controllo o del sospetto, a casa nostra non c’è mai stata una guerra economica, non è mai stato importante da “chi” dei due venissero i soldi necessari per vivere. Al centro c’era la comunione. Ciascuno fa la sua parte, a suo modo, coi propri mezzi, per il bene della coppia e della famiglia. Senza ricatti, senza prevaricazioni. Se i soldi diventano motivo di rinfacci e mezzo di dominio il problema è a monte, il problema è che manca amore, manca unità, manca il desiderio di vivere davvero un progetto comune.

Prima di affermarmi come scrittrice, era esclusivamente mio marito a provvedere a noi economicamente. Così è stato nei primi anni di matrimonio. Io non facevo nulla? Certo che no. Ho messo al mondo due figli e ho continuato a scrivere, a cercare contesti in cui far sbocciare la mia passione. Se avessi dovuto trovarmi “un lavoro ad ogni costo” solo per principio (perché “Nella coppia non può lavorare solo lui, altrimenti sei solo una mantenuta!”) oggi non potrei tenere tra le mani i tanti libri che sono venuti dopo, non avrei girato l’Italia grazie alle tante presentazioni che sono nate soprattutto grazie a “Sei nato originale, non vivere da fotocopia”, legato a Carlo Acutis e pubblicato nel 2017, stesso anno di nascita del mio primo bambino.

Se avessi dovuto preoccuparmi di trovare un lavoro qualsiasi, non per necessità economica, ma solo per non dare a mio marito la “soddisfazione”, il “potere” su di me (che poi, comunque, un uomo con questi atteggiamenti di fondo non va proprio sposato, nemmeno se si lavora entrambi…), oggi non sarei pienamente me stessa, non starei esattamente dove da sempre desideravo essere.

Conosco tante donne indipendenti economicamente da molto prima del matrimonio che oggi vivono assoggettate emotivamente, o vengono persino raggirate da uomini che non hanno voglia di lavorare.

Le cose vanno sempre analizzate e valutate nel contesto. Aiutare una donna a trovare l’indipendenza economica è senza dubbio importante, anzi, fondamentale, ad esempio, quando viene maltrattata e non vede un’alternativa al rapporto di potere attuato da un uomo-padrone.

Eppure, non possiamo fermarci qui. Non possiamo dire solo questo alle giovani donne. La condizione “sine qua non” si può entrare in un matrimonio non è tanto che in quella casa entrino due, tre, quattro stipendi e che ciascuno abbia il suo, quanto che nella relazione siano stati individuati e sconfitti i nuclei di morte che affliggono tante coppie.

Perché, se la relazione è sana, gli sposi vivono tutto nella comunione e nell’unità: “ciò che è mio è tuo e ciò che tuo è mio”. Se l’amore è vero, non ci approfittiamo, non prevarichiamo: semplicemente, condividiamo tutto. D’altronde, siamo o no una sola carne, pur restando due persone libere e distinte?  

Al Centro Astalli di Roma presentato il rapporto

Nelle settimane scorse a Roma è stato presentato il Rapporto annuale del Centro Astalli: uno strumento per capire attraverso dati e statistiche quali sono le principali nazionalità degli oltre 24.000 rifugiati e richiedenti asilo assistiti, di cui 11.000 a Roma, che si sono rivolti nel corso dell’anno al Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Italia, quali le difficoltà che incontrano nel percorso per il riconoscimento della protezione e per l’accesso all’accoglienza o a percorsi di inclusione.

Durante l’evento, trasmesso anche in diretta sul canale YouTube dell’organizzazione, p. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, ha presentato i dati che raccontano una realtà che, grazie agli oltre 800 volontari che operano nelle 8 sedi territoriali (Roma, Bologna, Catania, Grumo Nevano, Padova, Palermo, Vicenza, Trento), si adatta a rispondere ai mutamenti sociali e legislativi di un Paese che stenta a dare la dovuta assistenza a chi, in fuga da guerre e persecuzioni, cerca protezione:

“Presentiamo il Rapporto 2025 in questo Anno Giubilare con la ferma convinzione che accompagnare, servire e difendere le persone richiedenti asilo e rifugiate sia un segno di speranza… Il 2024 è stato l’anno del Patto sulla migrazione e l’asilo adottato dal Consiglio Europeo lo scorso maggio. Come in più occasioni sottolineato dalla società civile e con documenti congiunti dall’Ufficio europeo del JRS, l’implementazione di questo Patto può portare, tra le altre cose, a un arretramento del diritto d’asilo, per l’aumento previsto delle procedure accelerate alla frontiera e un conseguente possibile aumento del numero delle persone detenute in modo arbitrario”.

Per quanto riguarda la situazione italiana ha sottolineato la creazione di centri di accoglienza in Albania: “Sul versante Italia il 2024 è stato poi l’anno del braccio di ferro sui centri in Albania. Al di là delle polemiche, quello che ci preoccupa è la creazione di un artificio legale, quello di centri in terra albanese sotto la giurisdizione italiana. Per fare questo si è sostenuto il principio di deportabilità delle persone (abbiamo visto qualche esempio), rispetto alle quali si è persa di vista la centralità della loro dignità, trattandole come carichi residuali non desiderati.

Non convince neppure la recente decisione di convertire queste strutture in Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR)… Non crediamo che l’utilizzo a tale scopo delle strutture in Albania possa migliorarne la funzionalità in vista del rimpatrio delle persone detenute e garantire nel contempo il rispetto dei diritti dei migranti trattenuti”.

Ed ha evidenziato il ‘lavoro’ fatto con i giovani: “Anche per il 2024 una parte importante del percorso di Astalli, attraverso i progetti ‘Finestre e Incontri’, è stato fatto con i giovani italiani delle scuole secondarie, anche se tra di loro ci sono molti ragazzi e ragazze (troppi) che non hanno ancora la cittadinanza, che sono cittadini di fatto anche se ancora non di diritto. Abbiamo continuato, non senza la fatica per le poche risorse, a far incontrare i rifugiati e i testimoni di diverse religioni e confessioni cristiane con studenti e studentesse andando nelle scuole, in 1.969 classi, per un totale di 38.700 studenti in tutta Italia”.

Il Rapporto annuale 2025 del Centro Astalli evidenzia un quadro di crescente complessità e vulnerabilità di cui i rifugiati assistiti sono portatori, in un contesto caratterizzato da politiche migratorie sempre più restrittive e dalle difficoltà di accesso a un sistema di accoglienza adeguato non sempre all’altezza del compito che è chiamato a svolgere.

Sono stati 65.581 i pasti distribuiti presso la mensa di Via degli Astalli, 1.114 le persone ospitate in strutture d’accoglienza, di cui, 227 a Roma, 10.044 le persone che hanno ricevuto assistenza sanitaria presso il Centro Sa.Mi.Fo., 1.161 le persone che si sono rivolte ai servizi di accompagnamento sociale, tra cui 710 quelle che hanno richiesto un accompagnamento ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione. Mentre sono stati 38.700 gli studenti e le studentesse incontrati nell’ambito dei progetti di sensibilizzazione ‘Finestre e Incontri’.

Dal rapporto si evince che sono sempre più numerosi i migranti vulnerati da tentativi negati di accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, intrappolati in un limbo giuridico: “La riduzione a soli sette giorni del termine per presentare ricorso contro decisioni negative alla richiesta di asilo da parte di migranti provenienti da Paesi considerati ‘sicuri’ ha reso difficile garantire un’efficace tutela giurisdizionale.

Sono lunghe mesi, invece, le attese per accedere alle Questure e per ottenere permessi di soggiorno, mentre si lamenta una disponibilità sempre più limitata di posti in accoglienza…. Il servizio di orientamento legale del Centro Astalli si è trovato a supportare 517 persone, tra le quali molte con permessi in scadenza e senza possibilità di rinnovo. A Catania sono state 965 le persone accompagnate nell’iter burocratico della procedura di asilo, 525 a Trento”.

Quest’evento era iniziato con la testimonianza di Khanum Yehoian, originaria dell’Armenia, in fuga dall’Ucraina in guerra: “Mi chiamo Khanum e sono nata in Armenia, un piccolo e antico Paese del Caucaso meridionale, tra Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. La civiltà armena è una delle più antiche del mondo, ha una storia millenaria e un popolo forte, che è sopravvissuto al genocidio del 1915, quando l’Impero Ottomano organizzò lo sterminio sistematico del mio popolo. Più di 3.000.000 di persone furono uccise e altre milioni furono costrette a lasciare la loro terra…

Vivo a Roma da tre anni e il mio percorso di adattamento in questo nuovo Paese continua. Cerco ancora delle risposte alle tante domande e continuo a crescere come persona. So che l’Armenia, la mia terra d’origine, l’Ucraina, il Paese dove sono cresciuta, e l’Italia, il luogo in cui ho trovato rifugio, fanno parte di me. Tre paesi, tre identità diverse. Ognuno di questi mi ha lasciato un segno e sono felice di poter condividere oggi questa esperienza con voi”.

(Foto: Centro Astalli)

Papa Francesco: nella Via Crucis l’attesa della vita

“La via del Calvario passa in mezzo alle nostre strade di tutti i giorni. Noi, Signore, andiamo solitamente nella direzione opposta alla tua. Proprio così può capitarci di incontrare il tuo volto, di incrociare il tuo sguardo. Noi procediamo come sempre e tu vieni verso di noi. I tuoi occhi ci leggono il cuore. Allora esitiamo a proseguire come se nulla fosse successo. Possiamo voltarci, guardarti, seguirti. Possiamo immedesimarci nel tuo cammino e intuire che è meglio cambiare direzione”: lo ha scritto papa Francesco nell’introduzione al testo delle meditazioni e delle preghiere, preparate da lui, per la Via Crucis, presieduta dal delegato del Santo Padre, il card. Baldassare Reina, vicario generale per la diocesi di Roma.

Nell’introduzione delle meditazioni papa Francesco ha sottolineato che occorre uscire dalla ‘città’ per ‘cambiare il mondo’: “Nei tuoi passi che escono dalla città c’è il nostro esodo verso una terra nuova. Sei venuto a cambiare il mondo: significa per noi cambiare direzione, vedere la bontà delle tue tracce, lasciare lavorare nel nostro cuore la memoria dei tuoi occhi”.

La Via Crucis è una ‘preghiera’ di chi accoglie l’invito di Gesù a mettersi in movimento: “La Via Crucis è la preghiera di chi si muove. Interrompe i nostri percorsi consueti, affinché dalla stanchezza andiamo verso la gioia. E’ vero, ci costa la via di Gesù: in questo mondo che calcola tutto, la gratuità ha un caro prezzo. Nel dono, però, tutto rifiorisce: una città divisa in fazioni e lacerata dai conflitti va verso la riconciliazione; una religiosità inaridita riscopre la fecondità delle promesse di Dio; persino un cuore di pietra può cambiarsi in un cuore di carne. Soltanto, occorre ascoltare l’invito: ‘Vieni! Seguimi!’ E fidarsi di quello sguardo d’amore”.

Per questo suo annuncio di libertà è stato condannato a morte: “Non andò così. Non ti rimise in libertà. Eppure, sarebbe potuta andare diversamente. E’ il drammatico gioco delle nostre libertà. Quello per cui, Signore, tanto ci hai stimati. Hai dato fiducia a Erode, a Pilato, ad amici e nemici. Sei irrevocabile nella fiducia con cui ti metti nelle nostre mani. Possiamo trarne meraviglie: liberando chi è ingiustamente accusato, approfondendo la complessità delle situazioni, contrastando i giudizi che uccidono. Persino Erode avrebbe potuto seguire la santa inquietudine che lo attraeva a te: non lo ha fatto, nemmeno quando si trovò finalmente in tua presenza. Pilato avrebbe potuto liberarti: già ti aveva assolto. Non lo ha fatto.

La via della croce, Gesù, è una possibilità che già troppe volte abbiamo lasciato cadere. Lo confessiamo: prigionieri dei ruoli da cui non siamo voluti uscire, preoccupati dei fastidi di un cambio di direzione. Tu sei ancora, silenziosamente, davanti a noi: in ogni sorella e in ogni fratello esposti a giudizi e pregiudizi. Ritornano argomenti religiosi, cavilli giuridici, l’apparente buon senso che non si coinvolge nel destino altrui: mille ragioni ci tirano dalla parte di Erode, dei sacerdoti, di Pilato e della folla. Eppure, può andare diversamente. Tu, Gesù, non te ne lavi le mani. Ami ancora, in silenzio. La tua scelta l’hai fatta, e ora tocca a noi”.

Per non rischiare di prendere posizione Gesù è condannato a morte: “Da mesi, forse da anni, quel peso era sulle tue spalle, Gesù. Quando ne parlavi, nessuno ti dava retta: resistenza invincibile, anche solo a intuire. Non te la sei cercata, ma hai sentito la croce venire verso di te, sempre più distintamente. Se l’hai accolta, è perché ne avvertivi, oltre che il peso, la responsabilità. La strada della tua croce, Gesù, non è solo in salita. È la tua discesa verso coloro che hai amato, verso il mondo che Dio ama. E’ una risposta, un’assunzione di responsabilità. Costa, come costano i legami più veri, gli amori più belli. Il peso che porti racconta il respiro che ti muove, quello Spirito ‘che è Signore e dà la vita’.

Chissà perché temiamo persino di interrogarti, su questo. In realtà, siamo noi ad avere il fiato corto, a forza di evitare responsabilità. Basterebbe non scappare e restare: tra coloro che ci hai dato, nei contesti in cui ci hai posto. Legarci, sentendo che solo così smettiamo di essere prigionieri di noi stessi. Pesa più l’egoismo della croce. Pesa più l’indifferenza della condivisione. Lo aveva annunciato il profeta: Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano in te riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi”.

Ma in questo calvario c’è il sostegno doloroso della Madre: “Tua madre c’è, sulla via della croce: fu lei la tua prima discepola. Con delicata determinazione, con la sua intelligenza che nel cuore custodisce e ripensa, tua madre c’è. Dall’istante in cui le fu proposto di accoglierti in grembo si voltò, si convertì a te. Piegò le sue vie alle tue. Non fu una rinuncia, ma una scoperta continua, fino al Calvario: seguirti è lasciarti andare; averti è fare spazio alla tua novità. Lo sa ogni madre: un figlio sorprende. Figlio amato, tu riconosci che tua madre e tuoi fratelli sono quelli che ascoltano e si lasciano cambiare. Non parlano, ma fanno. In Dio le parole sono fatti e le promesse sono realtà: sulla via della croce, o Madre, sei fra le poche che lo ricorda.

Ora è il Figlio che ha bisogno di te: lui sente che tu non disperi. Sente che stai generando ancora nel tuo grembo la Parola. Anche noi, Gesù, riusciamo a seguirti generati da chi ti ha seguito. Anche noi siamo rimessi al mondo dalla fede di tua madre e di innumerevoli testimoni che generano anche là dove tutto parla di morte. Quella volta, in Galilea, erano stati loro a volerti vedere. Ora, salendo al Calvario, tu stesso cerchi lo sguardo di chi ascolta e mette in pratica. Indicibile intesa. Alleanza indissolubile”.

Ma anche il sostegno, forse non cercato, dell’uomo di strada come il cireneo, che si lascia coinvolgere: “Non si offrì, lo fermarono. Simone tornava dal suo lavoro e gli misero addosso la croce di un condannato. Avrà avuto il fisico adatto, ma certo la sua direzione era un’altra, il suo programma era un altro. In Dio ci si può imbattere così. Chissà perché, Gesù, quel nome – Simone di Cirene – divenne presto indimenticabile fra i tuoi discepoli. Sulla via della croce loro non c’erano e noi nemmeno, Simone invece sì. Vale fino a oggi: mentre qualcuno offre tutto di sé, si può essere altrove, persino in fuga, oppure si può venire coinvolti. Noi crediamo, Gesù, di ricordare il nome di Simone perché quell’imprevisto lo cambiò per sempre. Non smise più di pensarti. Diventò parte del tuo corpo, testimone di prima mano della tua differenza da qualsiasi altro condannato.

E tu, Gesù, ami coinvolgerci nel tuo lavoro, che dissoda la terra, perché sia nuovamente seminata. Noi abbiamo bisogno di questa sorprendente leggerezza. Abbiamo bisogno di chi ci fermi, talvolta, e ci metta sulle spalle qualche pezzo di realtà che va semplicemente portato. Si può lavorare tutto il giorno, ma senza di te si disperde. Invano faticano i costruttori, invano veglia il custode della città che Dio non costruisce. Ecco: sulla via della croce sorge la Gerusalemme nuova. E noi, come Simone di Cirene, cambiamo strada e lavoriamo con te”.

O la Veronica che porta sollievo al condannato: “Nel tuo volto, Gesù, vediamo il tuo cuore. La tua decisione ti si legge negli occhi, scava il tuo viso, rende i tuoi lineamenti espressione di un’attenzione inconfondibile. Ti accorgi di Veronica, come di me. Io cerco il tuo volto, che racconta la decisione di amarci sino all’ultimo respiro: e anche oltre, perché forte come la morte è l’amore. A cambiarci il cuore è il tuo volto, che vorrei fissare e custodire. Tu ti consegni a noi, giorno dopo giorno, nel volto di ogni essere umano, memoria viva della tua incarnazione.

Ogni volta che ci volgiamo al più piccolo, infatti, diamo attenzione alle tue membra e tu resti con noi. Così ci illumini il cuore e l’espressione del viso. Invece di respingere, ora accogliamo. Sulla via della croce il nostro volto, come il tuo, può finalmente diventare raggiante e diffondere benedizione. Ne hai impressa in noi la memoria, presentimento del tuo ritorno, quando ci riconoscerai al primo sguardo, uno a uno. Allora, forse, ti somiglieremo. E saremo faccia a faccia, in un dialogo senza fine, nell’intimità di cui mai saremo stanchi, famiglia di Dio”.

Nonostante l’ingiusta condanna l’Uomo giusto sa consolare chi piange: “Nelle donne hai riconosciuto da sempre, Gesù, una particolare corrispondenza col cuore di Dio. Per questo, nella grande moltitudine di popolo che quel giorno cambiò direzione e ti seguiva, immediatamente vedesti le donne e, ancora una volta, stabilisti con loro un’intesa speciale. La città è diversa quando se ne portano gli abitanti in grembo, quando se ne allattano i bambini: quando, insomma, non si conosce soltanto il registro del dominio, ma le cose si vivono dal di dentro. Alle donne che per dovere svolgono il rito della compassione, tu colpisci il cuore…

La nostra convivenza ferita, o Signore, in questo mondo a pezzi, ha bisogno di lacrime sincere, non di circostanza. Altrimenti si avvera quanto predissero gli apocalittici: non generiamo più nulla e poi tutto crolla. La fede, invece, sposta le montagne. Monti e colli non ci cadono addosso, ma in mezzo a loro si apre una strada. E’ la tua strada, Gesù: una via in salita, su cui gli apostoli ti hanno abbandonato, ma le tue discepole (madri della Chiesa) ti hanno seguito”.

In questa via crucis di Gesù tutto si conclude con l’attesa del giorno nuovo, che arriverà nel ‘terzo giorno’: “In un sistema che non si ferma mai, Gesù, tu vivi il tuo sabato. Lo vivono anche le donne, alle quali aromi e profumi vorrebbero già parlare di risurrezione. Insegnaci a non fare niente, quando ci è chiesto solo di aspettare. Educaci ai tempi della terra, che non sono quelli dell’artificio. Deposto nel sepolcro, Gesù, condividi la condizione che tutti ci accomuna e raggiungi gli abissi che tanto ci spaventano.

Vedi come li sfuggiamo, moltiplicando le nostre attività. Giriamo spesso a vuoto, ma il sabato splende con le sue luci: ci educa e ci chiede riposo. Vita divina, vita a misura d’uomo, quella che conosce la pace del sabato… Gesù, che sembri dormire nel mondo in tempesta, portaci tutti nella pace del sabato. Allora la creazione intera ci apparirà molto bella e buona, destinata alla risurrezione. E sarà pace sul tuo popolo e fra tutte le nazioni”.

Ed ecco l’invocazione conclusiva, che riprende il tema delle sue encicliche, modellato dalla preghiera di san Francesco: “Abbiamo percorso la Via della Croce; ci siamo volti all’amore da cui nulla potrà separaci. Ora, mentre il Re dorme e un grande silenzio scende su tutta la terra, facendo nostre le parole di san Francesco invochiamo il dono della conversione del cuore: Alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. Dammi fede retta, speranza certa, carità perfetta e umiltà profonda. Dammi, Signore, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà. Amen”.

Da Novara mons. Brambilla invita a vivere la divina leggerezza della vita in speranza

“Bisogna dire che sperare è vivere in speranza, al posto di concentrare la nostra attenzione ansiosa sui pochi spiccioli messi in fila davanti a noi, su cui febbrilmente, senza posa, facciamo e rifacciamo il conto, morsi dalla paura di trovarcene frustrati e sguarniti. Più noi ci renderemo tributari dell’avere, più diverremo preda della corrosiva ansietà che ne consegue, tanto più tenderemo a perdere, non dico solamente l’attitudine alla speranza, ma alla stessa fiducia, per quanto indistinta, della sua realtà possibile.

Senza dubbio in questo senso è vero che solo degli esseri interamente liberi dalle pastoie del possesso sotto tutte le forme sono in grado di conoscere la divina leggerezza della vita in speranza”: da questo pensiero del filosofo francese Gabriel Marcel è partita la riflessione del vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, per la festa patronale di san Gaudenzio, che si è snodata intorno a due domande: ‘Cosa possiamo sperare? Come dobbiamo sperare?’

Partendo dal brano evangelico, in cui si narra la presenza di Gesù dodicenne nel Tempio, il vescovo di Novara ha sottolineato che fede e speranza si ricevono: “La fede e la speranza non si inventano, ma si ricevono nel cuore del popolo santo e della propria famiglia: prima che un compito, sono un dono, anzi sono la grazia della festa. Solo mettendosi dentro la ‘consuetudine’, conoscendola ed amandola, si apre lo spazio per l’inedito di Dio e il gioco della nostra libertà…

La prima cosa che ci dice il racconto di Nazareth è questa: se si vuole partire per l’avventura della vita, bisogna piantare le radici nella propria terra. Così ha fatto Gesù, di cui il racconto poco prima dice che ‘cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di Lui’. Su questo terreno ricco di minerali preziosi e succhi vitali (la sapienza e la grazia), irrompe la novità della speranza!”

E’ stato un invito ad allenarsi alla speranza: “Noi mettiamo al mondo figli come miracolo della vita, ma dobbiamo allenarli all’avventura della divina leggerezza della speranza. Ecco, allora, cosa significa sperare: la spes latina e l’elpís greca, che sembrano venire dalla radice indoeuropea vel-, si pongono nell’orizzonte del ‘volere’.  Per volere e decidere bisogna abitare un’attesa e una tensione verso un ‘non ancora’… In tal modo, la speranza è sorretta dalla fiducia, talvolta può attendere solo ciò che appare, può persino sbagliare mèta, ma fin quando essa spera, punta su qualcosa che ha da venire, è in comunione con una certezza che la precede e le viene incontro”.

E’ stato un invito ad insegnare il modo in cui essere nella speranza: “Insegniamo ai figli le azioni e le opere che anticipano il futuro: diciamo ai nostri adolescenti e giovani di osare, sperimentare, provare per trovare la loro strada. La speranza è avventura e rischio, è prova ed errore, è cercare un maestro e una guida che non leghi a sé, ma ti liberi per custodire il tuo sogno e per trovare il tuo cammino. La speranza è la virtù dei forti, è la postura dei nani che si mettono sulle spalle dei giganti del passato, per vedere meglio e oltre loro”.

Riprendendo la lettera di san Pietro il vescovo di Novara ha sottolineato che la speranza richiede la passione: “La speranza rende beati a caro prezzo coloro che sono ‘ferventi nel bene’ ed hanno ‘passione per la giustizia’, che lottano per cambiare la vita delle famiglie e costruire i legami della città, coloro che operano anche quando sono criticati o si mette in dubbio la loro buona fede. L’Apostolo proclama anzitutto la beatitudine di coloro che soffrono per la giustizia, richiamando una delle più caratteristiche beatitudini di Gesù. Colpisce che la beatitudine trovi riscontro nella vita delle comunità che devono soffrire per le persecuzioni”.

Eppoi ha tratteggiato tre atteggiamenti per vivere la speranza, di cui il primo passo riguarda la centralità di Cristo e di Dio nella vita personale: “In questo anno giubilare la speranza viva ci chiede anzitutto di mettere in ordine le cose della nostra esistenza, di porre al primo posto ciò che deve stare al centro, il Signore e le cose decisive della vita, del lavoro e della famiglia. Il Giubileo è un anno di riposo della terra, di ricostruzione dei legami, di remissione dei torti e dei debiti, di riconciliazione tra i popoli… Bisogna ridare ordine alla nostra vita mettendo al centro il primato dell’anima e dello spirituale, della carità e della compassione!”

Un ulteriore passo richiama alla testimonianza personale e civile: “Ecco il messaggio della Prima lettera di Pietro: al centro della nostra vita c’è una speranza a caro prezzo, che è Gesù sofferente divenuto il Signore Risorto! È la “speranza vivente”, cuore dell’esistenza cristiana (in voi) e della comunità cristiana (fra voi)! Oggi è diventata una testimonianza difficile nella vita familiare, lavorativa e sociale: vincono i poli estremi della contrapposizione o della mimetizzazione. Anche noi cristiani abbiamo paura che ‘rendere ragione’ della nostra fede e delle nostre convinzioni non ci faccia sentire accettati dagli altri, oppure orgogliosamente vogliamo far valere la nostra differenza, spacciandola subito per la speranza cristiana”.

Il terzo aspetto riguarda lo stile della vita: “Non dimentichiamo che il carattere disarmato e disarmante dello stile cristiano, anche di fronte alle calunnie riguardo al nostro essere e agire nella luce e nello stile di Cristo, è stato il fattore più importante per il diffondersi del Cristianesimo nei primi quattro secoli. La ‘gentilezza’ del tratto, su cui anche la nostra città di Novara ha investito molto, deve accompagnarsi al rispetto per la dignità delle donne e degli uomini, riconosciuta davanti a Dio, e per una coscienza pura e trasparente”.

Insomma, è un invito ad essere abitati da una ‘speranza viva’: “E’ quella che ogni giorno fa prevalere la fiducia sul sospetto, la tenerezza sulla rigidità, la vicinanza sulla solitudine, l’interesse sul menefreghismo, la compassione sulla rigidità, la generosità sull’egoismo, l’accoglienza sull’esclusione, la fiducia nel prossimo piuttosto che la rivalità sfrenata, la vita semplice e operosa anziché che la ricchezza sfarzosa e ostentata. In una parola la ‘speranza viva’ è l’umile vittoria della vita sulla morte, perché l’abbiamo ricevuta in dono e non possiamo non regalarla agli altri. Questa è la divina leggerezza della vita in speranza!”

(Foto: diocesi di Novara)

Papa Francesco: la gente è in attesa di speranza

“La gente chiede a Giovanni il Battista: ‘Che cosa dobbiamo fare?’ Che cosa dobbiamo fare? E’ una domanda da ascoltare con attenzione, perché esprime il desiderio di rinnovare la vita, di cambiarla in meglio. Giovanni sta annunciando l’arrivo del Messia tanto atteso: chi ascolta la predicazione del Battista vuole prepararsi a questo incontro, all’incontro con il Messia, all’incontro con Gesù”: papa Francesco ha concluso il viaggio apostolico in Corsica con la messa nella Place d’Austerlitz.

In questa domenica di Avvento il papa ha sottolineato il desiderio alla conversione: “Chi si ritiene giusto non si rinnova. Coloro invece che venivano considerati pubblici peccatori vogliono passare da una condotta disonesta e violenta a una vita nuova. E i lontani diventano vicini quando il Cristo si fa vicino a noi”.

La conversione ha bisogno di gesti concreti: “Giovanni, infatti, risponde così ai pubblicani e ai soldati: praticate la giustizia; siate retti e onesti. Coinvolgendo specialmente gli ultimi e gli esclusi, l’annuncio del Signore ridesta le coscienze, perché Egli viene a salvare, non a condannare chi è perduto. E il meglio che noi possiamo fare per essere salvati e cercati da Gesù, è dire la verità su noi stessi: ‘Signore, sono peccatore’. Tutti noi lo siamo, qui, tutti. ‘Signore, sono peccatore’. E così ci avviciniamo a Gesù con la verità, non con il maquillage di una giustizia non vera. Perché viene a salvare proprio i peccatori”.

Il papa propone alcuni segni di speranza a questa attesa: “Colui che viene è l’Emmanuele, il Dio con noi, che dona la pace agli uomini amati dal Signore. E mentre ci prepariamo ad accoglierlo, in questo tempo di Avvento, le nostre comunità crescano nella capacità di accompagnare tutti, specialmente i giovani in cammino verso il Battesimo e i Sacramenti; e in un modo speciale anche i vecchietti, gli anziani. Gli anziani sono la saggezza di un popolo. Non lo dimentichiamo!”

Inoltre ha rivolto un pensiero ai giovani: “E pensiamo ai giovani in cammino verso il Battesimo e i Sacramenti. In Corsica, grazie a Dio, ce ne sono tanti! E complimenti! Mai ho visto tanti bambini come qui! È una grazia di Dio! E ho visto solo due cagnolini. Cari fratelli, fate figli, fate figli, che saranno la vostra gioia, la vostra consolazione nel futuro. Questa è la verità: mai ho visto tanti bambini.

Soltanto a Timor-Leste erano tanti così, ma nelle altre città non tanti così. Questa è la vostra gioia e la vostra gloria. Fratelli e sorelle, purtroppo sappiamo bene che non mancano tra le nazioni grandi motivi di dolore: miseria, guerre, corruzione, violenze… Questi bambini non sorridono! Hanno dimenticato il sorriso. Per favore, pensiamo a questi bambini nelle terre di guerre, al dolore di tanti bambini”.

E la Chiesa annuncia questa speranza: “La Parola di Dio, però, ci incoraggia sempre. E davanti alle devastazioni che opprimono i popoli, la Chiesa annuncia una speranza certa, che non delude, perché il Signore viene ad abitare in mezzo a noi. Ed allora il nostro impegno per la pace e la giustizia trova nella sua venuta una forza inesauribile.

Sorelle e fratelli, in ogni tempo e in qualsiasi tribolazione, Cristo è presente, Cristo è la fonte della nostra gioia. È con noi nella tribolazione per portarci avanti e darci la gioia. Teniamo sempre nel cuore questa gioia, questa sicurezza che Cristo è con noi, cammina con noi. Non dimentichiamolo! E così con questa gioia, con questa sicurezza che Gesù è con noi, saremo felici e faremo felici gli altri. Questa dev’essere la nostra testimonianza”.

In precedenza,  nell’incontro con il clero ed le consacrate, aveva sottolineato la necessità della cura spirituale: “Perché la vita sacerdotale o religiosa non è un “sì” che abbiamo pronunciato una volta per tutte. Non si vive di rendita con il Signore! Al contrario, ogni giorno va rinnovata la gioia dell’incontro con Lui, in ogni momento bisogna nuovamente ascoltare la sua voce e decidersi a seguirlo, anche nei momenti delle cadute. Alzati, uno sguardo al Signore: ‘Scusami, aiutami ad andare avanti’. Questa vicinanza fraterna e filiale”.

E’ un invito a non trascurare la preghiera: “Ricordiamoci questo: la nostra vita si esprime nell’offerta di noi stessi, ma più un sacerdote, una religiosa, un religioso si donano, si spendono, lavorano per il Regno di Dio, e più diventa necessario che si prendano cura anche di sé stessi. Un prete, una suora, un diacono che si trascura finirà anche per trascurare coloro che gli sono affidati.

Per questo ci vuole una piccola ‘regola di vita’ (i religiosi già ce l’hanno), che comprenda l’appuntamento quotidiano con la preghiera e l’Eucaristia, il dialogo con il Signore, ciascuno secondo la spiritualità propria e il proprio stile. E vorrei anche aggiungere: conservare qualche momento di solitudine; avere un fratello o una sorella con cui condividere liberamente ciò che portiamo nel cuore (un tempo si chiamava il direttore spirituale, la direttrice spirituale); coltivare qualcosa di cui siamo appassionati, e non per passare il tempo libero, ma per riposarci in modo sano dalle stanchezze del ministero”.

Tale cura conduce alla fraternità: “Impariamo a condividere non soltanto le fatiche e le sfide, ma anche la gioia e l’amicizia tra di noi: il vostro Vescovo dice una cosa che mi piace molto, e cioè che è importante passare dal ‘Libro delle lamentazioni’ al ‘Libro del Cantico dei Cantici’. Lo facciamo poco questo. Ci piacciono le lamentazioni!.. Condividiamo la gioia di essere apostoli e discepoli del Signore! Una gioia va condivisa. Altrimenti, il posto che deve prendere la gioia lo prende l’aceto. E’ una cosa brutta trovare un prete con il cuore amareggiato. È brutto… Chiediamo al Signore di mutare il nostro lamento in danza, di darci il senso dell’umorismo, la semplicità evangelica”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: il cristiano nutre speranza nell’attesa della Sua venuta

“Seguo ogni giorno quanto sta avvenendo in Siria, in questo momento così delicato della sua storia. Auspico che si raggiunga una soluzione politica che, senza altri conflitti né divisioni, promuova responsabilmente la stabilità e l’unità del Paese. Prego, per intercessione della Vergine Maria, che il popolo siriano possa vivere in pace e sicurezza nella sua amata terra, e le diverse religioni possano camminare insieme nell’amicizia e nel rispetto reciproco per il bene di quella Nazione, afflitta da tanti anni di guerra…

E penso sempre alla martoriata Ucraina che sta soffrendo tanto di questa guerra. Preghiamo perché si trovi una via di uscita. E penso alla Palestina, a Israele, al Myanmar. Che torni la pace, che ci sia pace! La guerra sempre è una sconfitta. Preghiamo per la pace”: al termine dell’udienza generale papa Francesco ha ricordato e pregato per i conflitti che affliggono i popoli, in particolar modo per la Siria, l’Ucraina, il Medio Oriente ed il Myanmar.

E nella catechesi dedicata allo Spirito Santo il papa ha riflettuto sul tema della speranza del ‘ritorno’ di Cristo: “In quella fase più antica l’invocazione aveva uno sfondo che oggi diremmo escatologico. Esprimeva, infatti, l’ardente attesa del ritorno glorioso del Signore. E tale grido e l’attesa che esso esprime non si sono mai spenti nella Chiesa.

Ancora oggi, nella Messa, subito dopo la consacrazione, essa proclama la morte e la risurrezione del Cristo ‘nell’attesa della sua venuta’. La Chiesa è in attesa della venuta del Signore. Ma questa attesa della venuta ultima di Cristo non è rimasta l’unica e la sola. Ad essa si è unita anche l’attesa della sua venuta continua nella situazione presente e pellegrinante della Chiesa”.

Infatti la Chiesa ‘grida’ la venuta di Gesù: “Esso non è abitualmente rivolto solo a Cristo, ma anche allo Spirito Santo stesso! Colui che grida è ora anche Colui al quale si grida. ‘Vieni!’ è l’invocazione con cui iniziano quasi tutti gli inni e le preghiere della Chiesa rivolti allo Spirito Santo: ‘Vieni, o Spirito creatore’, diciamo nel Veni Creator, e ‘Vieni, Spirito Santo’, ‘Veni Sancte Spiritus’, nella sequenza di Pentecoste; e così in tante altre preghiere.

E’ giusto che sia così, perché, dopo la Risurrezione, lo Spirito Santo è il vero ‘alter ego’ di Cristo, Colui che ne fa le veci, che lo rende presente e operante nella Chiesa. E’ Lui che ‘annuncia le cose future’ e le fa desiderare e attendere. Ecco perché Cristo e lo Spirito sono inseparabili, anche nell’economia della salvezza”.

Ecco che lo Spirito Santo è linfa della speranza cristiana: “Lo Spirito Santo è la sorgente sempre zampillante della speranza cristiana… Se la Chiesa è una barca, lo Spirito Santo è la vela che la spinge e la fa avanzare nel mare della storia, oggi come in passato!”

Quindi la speranza è una certezza: “Speranza non è una parola vuota, o un nostro vago desiderio che le cose vadano per il meglio: la speranza è una certezza, perché è fondata sulla fedeltà di Dio alle sue promesse. E per questo si chiama virtù teologale: perché è infusa da Dio e ha Dio per garante. Non è una virtù passiva, che si limita ad attendere che le cose succedano”.

Perciò il cristiano deve portare speranza: “E’ una virtù sommamente attiva che aiuta a farle succedere… Il cristiano non può accontentarsi di avere speranza; deve anche irradiare speranza, essere seminatore di speranza. E’ il dono più bello che la Chiesa può fare all’umanità intera, soprattutto nei momenti in cui tutto sembra spingere ad ammainare le vele”.

Prima dell’udienza generale il papa aveva i membri del Movimento ‘Human Economic Forum’, che stanno svolgendo il loro convegno a Roma sul bene comune: “La ricerca di uno sviluppo umano sostenibile e integrale è decisiva per la salvaguardia e la promozione del bene comune universale.

Per questo è necessario porre la persona umana al centro del nostro interesse e delle nostre attività. Occorre tenere sempre lo sguardo sulle persone concrete, in tutte le loro dimensioni, per combattere la povertà, restituire la dignità agli esclusi e, nello stesso tempo, prendersi cura della casa comune”.

Mentre al termine dell’udienza generale papa Francesco ha incontrato una delegazione della ‘Onlus ResQ – People Saving People’, affermando che la vita è inalienabile: “Voi non guardate da un’altra parte. Alla base di questo atteggiamento c’è la convinzione che ogni essere umano è unico e la sua dignità è inviolabile, qualunque sia la sua nazionalità, il colore della pelle, l’opinione politica o la religione”.

Ed ha elogiato la loro attività: “Ben venga allora l’azione di coloro che non si limitano a osservare le cose, criticando da lontano, ma si mettono in gioco, offrendo un po’ del loro tempo, del loro ingegno e delle loro risorse per alleviare le sofferenze dei migranti, per salvarli, accoglierli e integrarli. Il migrante va accolto, accompagnato, promosso e integrato. Questa generosità, questa operosità è in sintonia con il Vangelo, che invita a fare del bene a tutti e in modo speciale agli ultimi, ai più poveri, ai più abbandonati, ai malati, alle persone in pericolo”.

(Foto: Santa Sede)

The Sun: senza te non si può fare

Il 31 maggio 2024 è stata una data storica per la musica in Italia e non solo! Con il nuovo singolo ‘Senza te non si può fare’, disponibile su tutte le piattaforme digitali, per la prima volta nel nostro Paese una band cattolica e un cantante evangelico, i più seguiti nei loro relativi contesti, collaborano insieme per un progetto straordinario.

The Sun e Angelo Maugeri, infatti, hanno unito le loro voci per celebrare l’uscita della nuova stagione dell’innovativo dramma storico ‘The Chosen’, la prima serie cinematografica dedicata alla figura di Gesù, diventata fenomeno mondiale con centinaia di milioni di spettatori, oltre 770.000.000 di visualizzazioni di singoli episodi ed oltre 12.000.000 di follower sui social media.

‘Senza te non si può fare’, come racconta Francesco Lorenzi nell’articolo apparso all’interno del suo blog Per Anime Libere, è frutto di una serie di giorni intensi trascorsi a riflettere sul rapporto di Dio con Mosè, e viceversa: “Vedevo di fronte a me in modo nitido come questa relazione parlasse al cuore di ogni uomo pronto a guardarsi dentro per lasciarsi guidare oltre l’Egitto interiore, superando il deserto e giungendo alla propria Terra Promessa. Così, parole e musica si sono mostrate in modo unitario, quasi come una dichiarazione di fiducia, vicinanza e supporto dal Padre verso ognuno di noi”.

Un brano suggestivo, pubblicato dall’etichetta discografica La Gloria, rivestito di un sound nettamente rock, in cui batteria e basso trainano l’ascolto dando alla melodia e alle parole una immediata energia che coinvolge mente e cuore:

“Questa canzone è una ennesima benedizione per noi e per le persone a noi vicine e speriamo possa esserlo anche per chiunque la ascolterà a cuore aperto, sottolinea sempre Francesco nel suo articolo. Nella vita di ognuno ci sono attese talvolta incomprensibili: momenti in cui dobbiamo decidere di fare un passo indietro o in cui qualcosa a cui teniamo ci pare venga tolta vita o visibilità o importanza. Ma se cerchiamo la volontà del Padre affinché diriga i nostri passi, se cerchiamo la Sua volontà nelle scelte che compiamo, avviene poi che si manifestano meraviglie… Meraviglie che avevano solo bisogno di un certo tempo per mostrarsi e della nostra personale adesione a quel tempo, proprio come Mosè”.

Angelo Maugeri, uno dei massimi esponenti di musica cristiana in Italia con all’attivo 9 album da solista e produttore di numerosi altri nella sua etichetta Hopeful Music, racconta che “in Mosè mi rivedo un po’ perché per otto lunghi anni della mia infanzia, sono stato un balbuziente cronico! Quando The Chosen Italia mi ha contattato per invitarmi a mettere in piedi il progetto della sigla finale della quarta stagione, non ci ho pensato due volte! Cantare di Gesù, farlo con degli amici speciali ed insieme innalzare la stessa bandiera credo sia un privilegio che in tempi come questi non è scontato”.

Ad accompagnare l’uscita di ‘Senza te non si può fare’ è stato realizzato un videoclip ufficiale, che uscirà la sera di venerdì 7 giugno alle ore 21.00 in occasione della premier al cinema dei primi due episodi della quarta serie di The Chosen, diretto da Damiano Ferrari e da Francesco Lorenzi, che verrà lanciato venerdì 7 giugno in occasione della premier al cinema dei primi due episodi della quarta serie di The Chosen.

(Foto: The Sun)

Papa Francesco ai consacrati: adorare il Bambino

“Mentre il popolo attendeva la salvezza del Signore, i profeti ne annunciavano la venuta, come afferma il profeta Malachia: ‘Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate. E l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire’. Simeone e Anna sono immagine e figura di questa attesa. Vedono entrare il Signore nel suo tempio e, illuminati dallo Spirito Santo, lo riconoscono nel Bambino che Maria porta in braccio. Lo avevano atteso per tutta la vita: Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele; Anna, che non si allontanava mai dal tempio”.

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