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Card. Zuppi: il cammino sinodale è rinnovamento in Cristo
“Senza alcuna presunzione e supponenza, anzi, umili ma forti di un cammino che ha coinvolto migliaia di persone e raccoglie il lavoro di tanti, oggi, a conclusione di questo tratto del Cammino sinodale, dopo quattro anni di strada insieme, finalmente ci sentiamo in diritto di ripetere quello che all’unisono i diversi componenti della Chiesa madre di Gerusalemme hanno detto duemila anni fa, mentre congedavano quel testo: ‘Questo è parso bene allo Spirito Santo e a noi’. Possiamo tornare anche noi a ripetere questa espressione perché il cammino di questi anni non è stato un mero sintonizzarsi di credenti (uomini e donne) dalle differenti opinioni. Le conclusioni non erano scritte prima di cominciare!”:
con queste parole iniziali il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi ha concluso la Terza assemblea sinodale, che ha approvato il documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, dal titolo ‘Lievito di pace e di speranza’, con 781 voti favorevoli e 28 contrari su 809 votanti; ora la Presidenza della CEI nominerà un gruppo di vescovi che, coadiuvato dagli Organi statutari, elaborerà, sulla base del Documento, priorità, delibere e note che saranno al centro dei lavori dell’Assemblea Generale del prossimo novembre.
Quindi ha ricordato il cammino percorso: “Solo la nostra fede nel Cristo Gesù, morto e risorto per noi e la missione per una messe che è abbondante, la spinta che nasce dalla commozione evangelica di Gesù per la folla stanca e sfinita, ci ha ispirato e orientato sin dai primi passi, nel 2021. Se dimentichiamo questo facilmente ci riduciamo alle polarizzazioni di sempre, a volte stupefacenti per la presunzione e la supponenza delle proprie convinzioni. Il dialogo non è stato complicare le cose semplici e l’ascolto non è stato omologarci al pensiero mondano, ma vivere quello che con tanta profondità ci ha indicato papa Leone”.
E’ stato un richiamo a vivere accanto al popolo: “Credibili e più credenti. Certo: se pensiamo che il dialogo sia cedevolezza o compromesso finiamo per essere come gli abitanti di Nazareth o come il fratello maggiore della parabola che non ha nessun interesse ad accogliere qualcuno che sente ormai come estraneo (dimenticando che è suo fratello) e che rimprovera il padre di poca responsabilità e verità. Ci siamo mossi, smettendo di ignorare i problemi e smettendo di credere possibile continuare a rimandare le scelte, seguendo solo il Signore Gesù che ci ha insegnato a non scappare e non avere paura, anzi, ad amare percorrendo le strade della sua terra, attraversando i luoghi in cui vivevano i suoi contemporanei, facendosi maestro itinerante e compagno di viaggio con i suoi discepoli”.
E’ stato un richiamo a ‘vivere’ il Concilio di Gerusalemme: “E’ proprio il cosiddetto Concilio di Gerusalemme (richiamato da padre Chialà nella sua meditazione introduttiva) l’immagine che corrisponde meglio al nostro Cammino sinodale. Allora i credenti in Cristo sono stati presto sfidati a incarnare in modo sapienziale la loro fede nel qui ed ora. Da una parte la fede nel Crocifisso Risorto e dall’altra la realtà, le domande che sorgono dalla vita. Hanno saputo tenerli insieme. E ora spetta a noi fare altrettanto. Ma come fare?”
Ed ecco l’aiuto dello Spirito Santo: “Insieme con lo Spirito abbiamo scoperto un altro soggetto del Cammino sinodale: è il ‘noi’ ecclesiale. La seconda fase, quella del discernimento, ci ha visti tutti coinvolti. Anche la Chiesa di Gerusalemme di cui parlano gli Atti ha scoperto e ha dato voce al suo interno a vari carismi e ruoli istituzionali: tutti sono stati liberi e capaci di intervenire secondo la propria sensibilità e competenza”.
Per questo il cammino sinodale ha richiamato alla responsabilità: “Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
Corresponsabilità come comunione: “Siamo soggetti ecclesiali diversi, con compiti diversi, non impegnati a difendere le posizioni singole e di parte, ma piuttosto impegnati a dialogare, a confrontarci, a cercare una sintesi che tenga conto delle sensibilità anche altrui, soprattutto in difesa dei più piccoli. Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
E’ stata questa la scelta della Chiesa di Gerusalemme, al termine di una lunga discussione, optando per la realtà: “La scelta finale della Chiesa di Gerusalemme è stata una scelta che ha distinto bene le priorità dalle cose accessorie, ciò su cui convergere subito tutti da ciò su cui consentire a ciascuno di esprimere la propria creatività. La profezia non è massimalista né minimalista: è evangelicamente realista. Sa, cioè, camminare nella storia, tenendo lo sguardo alto, allargando sempre gli orizzonti, tenendo le finestre aperte e le vele spiegate”.
Nello stesso modo la Chiesa italiana ha intrapreso questo cammino sinodale sulla strada della Chiesa di Gerusalemme, anche se non tutti accettano questo cammino di comunione: “E così abbiamo trasformato una sosta inattesa nel cammino in un’opportunità per ripartire insieme con nuovo slancio… Se il Cammino sinodale oggi è terminato, ci accompagnerà lo stile sinodale che ci spinge a realizzare nel tempo (consapevoli delle urgenze) quello che abbiamo intuito, discusso, messo per iscritto e infine votato. Questo cammino inedito, nella forma, rappresenta uno sviluppo dei convegni ecclesiali che hanno caratterizzato il cammino della Chiesa in Italia fin dal post Concilio. Sempre camminando insieme alla Chiesa universale, al suo Sinodo Generale, per vivere e trasmettere la fede nella tradizione e nella comunione”.
Per ripensare ‘Nostra Aetate’
A 60 anni dalla promulgazione della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, si pone l’esigenza di ripensarla alla luce degli sviluppi teologici, di decennali incontri interreligiosi e dei mutati scenari mondiali. E’ quanto si propone il convegno internazionale ‘Towards the Future. Re-Thinking Nostra Aetate today’ (‘Rivolti al futuro. Ripensare Nostra Aetate oggi’), organizzata dal Centro Studi Interreligiosi e dal Centro Cardinal Bea della Gregoriana, con il sostegno dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso e dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo.
‘Ripensare Nostra Aetate’ significa immaginare come essa verrebbe ‘riscritta’ oggi, in un quadro storico diverso e in un mutato scenario di complessità e pluralità religiose. Tradizioni religiose un tempo considerate minori hanno infatti acquisito una maggiore rilevanza, mentre problematiche inedite si sono affacciate nell’orizzonte della contemporaneità.
“L’introduzione del dialogo interreligioso come parte integrante della Missione universale della Chiesa è stato un cambiamento epocale, osserva il Prof. Ambrogio Bongiovanni, direttore del Centro Studi Interreligiosi della Gregoriana. Un cambiamento non privo di ostacoli, eppure gradualmente alcuni sono stati superati. In particolare le relazioni con il mondo islamico hanno dato frutti visibili incoraggiati, anche in aree di conflitto e nonostante le tensioni causate dalle varie forme fondamentalismo.
Non si tratta di ingenuità né di tatticismi: la Chiesa vuole accogliere le sfide del tempo presente per essere essa stessa una casa aperta al dialogo. Per questo motivo il convegno organizzato dal Centro Studi Interreligiosi insieme al Centro Cardinal Bea intende allargare la sfida di Nostra Aetate ad una riflessione a più voci e contesti, prestando ascolto anche a tutte quelle realtà religiose non menzionate direttamente nel documento».
“Dal punto di vista delle relazioni ebraico-cristiane, questo convegno cade in un momento storico che ha conosciuto e conosce difficoltà anche di non lieve conto, aggiunge il prof. Massimo Gargiulo, direttore del Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici. Gli spiragli che sembrano finalmente aprirsi sono in linea con il carattere di non mera celebrazione che abbiamo voluto dare al convegno. Riconosciuti i passi avanti fatti nell’arco di sessant’anni, così come le battute di arresto, gli interventi prenderanno in considerazione sfide presenti e future di un mondo in continua evoluzione. Se ‘crisi’ equivale a ‘decisione’, sarà interessante studiare insieme possibili direttrici per rilanciare un percorso che non si vuole interrompere e che è la nostra missione fondamentale”.
Il convegno si svolgerà alla Pontificia Università Gregoriana dal 27 al 29 ottobre 2025. Alla sessione di apertura, alle ore 10, interverranno il Rettore della Gregoriana, P. Mark Lewis, SJ; il Card. George Jacob Koovakad, Dicastero per il Dialogo Interreligioso; il Card. Kurt Koch, Dicastero per l’Unità dei Cristiani; e Prof. Elias El Halabi, Moderator of the Interreligious Dialogue Reference Group of the World Council of Churches.
Per tutelare le vittime degli abusi occorrono misure riparative
“E’ per me un onore presentare il secondo rapporto annuale della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, in qualità di nuovo presidente. Come ho accennato al momento della mia nomina, il 5 luglio, assumo la mia nuova missione con umiltà, alla luce delle sofferenze e delle sfide che comporta, e con gratitudine al Santo Padre, papa Leone XIV, per la sua fiducia. Permettetemi inoltre di esprimere il mio profondo apprezzamento a Sua Eminenza il Cardinale Seán O’Malley”: con queste parole è iniziata, ieri, la presentazione del documento pubblicato dalla Commissione pontificia, da parte di mons. Thibault Verny, arcivescovo di Chambéry, vescovo di Saint-Jean-de- Maurienne e Tarentaise; nonché presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.
Nell’intervento il presidente della Pontificia Commissione ha ringraziato le vittime degli abusi per la condivisione del percorso: “Camminando al fianco di vittime e sopravvissuti, abbiamo acquisito la profonda convinzione che la strada verso una cultura della protezione non sia semplicemente per vittime e sopravvissuti, ma con loro. Questo cammino di conversione richiede che ci lasciamo raggiungere da ciò che ascoltiamo…
Infine, vorrei ringraziare tutti i presenti oggi, compresi coloro che ci seguono online da tutto il mondo. La vostra presenza e attenzione alla Commissione testimoniano l’esistenza, l’importanza e la crescita di un approccio globale alle questioni relative alla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”.
Poi ha spiegato questo rapporto: “Come richiesto dalla nostra Commissione, il rapporto annuale è concepito “per fornire un resoconto affidabile di ciò che si sta facendo e di ciò che deve essere cambiato, in modo che le autorità competenti possano intervenire”. In quanto tale, il rapporto annuale intende essere uno strumento a supporto della missione di protezione della Chiesa.
E’ importante sottolineare che il rapporto annuale tiene conto del principio di sussidiarietà. Desideriamo sostenere le autorità ecclesiastiche (vescovi, superiori maggiori e responsabili laici) nelle loro missioni, nel rafforzamento degli strumenti di protezione e nella promozione di norme comuni a tutte le culture”.
Mentre la giurista, dott.ssa Maud de Boer-Buquicchio, incaricata del Rapporto Annuale, ha sottolineato il valore di questo Rapporto: “Il Rapporto Annuale riflette la competenza collettiva dei membri e del personale della Commissione, passati e presenti. Si tratta di professionisti multidisciplinari della tutela dei minori di altissimo livello. Il Rapporto Annuale è il miglior strumento della Commissione per condividere tale conoscenza con i nostri principali stakeholder e con il pubblico in generale. Questo è fondamentale per il nostro mandato di fornire una guida universale sia nella prevenzione che nella risposta”.
Ed ha sottolineato che l’impatto di ogni segnalazione è determinato dalla credibilità dei dati: “Dati affidabili sono al centro di qualsiasi sforzo di responsabilizzazione e la loro assenza mette a repentaglio la nostra lotta contro gli abusi sessuali sui minori. Per questo motivo, la nostra Commissione si è impegnata a elaborare una metodologia innovativa che presenti dati sempre più verificabili e linee guida pratiche. Così facendo, la Commissione, da parte sua, contribuisce anche ad affrontare il divario globale nei dati sulla violenza sessuale contro i minori”.
L’ascolto delle vittime è stato il centro di questo rapporto: “Ascoltare vittime e sopravvissuti è il primo passo verso la realizzazione di una Chiesa più sicura per i nostri figli. Dobbiamo una risposta onesta alle innumerevoli vittime e sopravvissuti (noti e sconosciuti ) che hanno avuto il coraggio di lanciare l’allarme sugli abusi, nonostante ostacoli inimmaginabili. Questo Rapporto Annuale è una testimonianza del ruolo sostanziale che svolgono nel lavoro della Commissione”.
Inoltre questo rapporto ha cercato di rappresentare il mondo: “Nel nostro primo rapporto, pubblicato lo scorso anno, abbiamo implementato una metodologia pilota di Focus Group in una delle nostre regioni. Questa è stata progettata per garantire un approccio incentrato sulle vittime al Rapporto Annuale, fin dai suoi primi sviluppi.
Quando abbiamo presentato la metodologia pilota, la Commissione ha riconosciuto apertamente la necessità di dare una rappresentanza molto più ampia a questa popolazione così importante. Con il Secondo Rapporto Annuale, abbiamo esteso il Focus Group iniziale a tutte e quattro le nostre regioni: Africa, Americhe, Asia-Oceania ed Europa. Il processo ha incluso sessioni di ascolto individuali, guidate da professionisti qualificati, con circa 40 partecipanti vittime/sopravvissute provenienti da tutto il mondo”.
Poi anche la testimonianza delle vittime è stata preziosa: “La loro testimonianza ha fornito un contributo fondamentale al nostro lavoro sul concetto di riparazione. Grazie al nostro studio su questo importante pilastro della Giustizia Conversionale, siamo riusciti a compilare un vademecum operativo. Lo offriamo come strumento pratico per guidare la Chiesa.
Il nostro studio ha chiaramente rivelato che la Chiesa deve ampliare la sua comprensione delle riparazioni oltre il mero risarcimento economico. Un approccio veramente completo alle riparazioni include: accoglienza, ascolto e cura; comunicazioni e scuse pubbliche e private; supporto spirituale e psicoterapeutico; sostegno finanziario; riforme istituzionali e disciplinari; ed iniziative di tutela in tutta la comunità ecclesiale”.
Nella Sezione 1, il rapporto esamina l’attività di tutela nelle Chiese locali di diversi Paesi, tra cui Italia, Gabon, Giappone, Guinea Equatoriale, Etiopia, Guinea (Conakry), Bosnia-Erzegovina, Portogallo, Slovacchia, Malta, Corea, Mozambico, Lesotho, Namibia, Mali, Kenya, Grecia e la Conferenza Episcopale regionale del Nordafrica (che comprende Algeria, Marocco, Sahara Occidentale, Libia, Tunisia). I dati si basano sull’analisi delle informazioni raccolte attraverso il processo ad limina della Commissione e integrate da ulteriori fonti.
Per quanto riguarda l’Italia, sono state visitate le diocesi di Lazio, Liguria, Lombardia, Sardegna, Sicilia, Emilia-Romagna e Toscana. Negli anni, si legge nel Rapporto, sono stati compiuti notevoli progressi nello sviluppo di ‘strumenti e politiche integrali’ di prevenzione e protezione. La Commissione riconosce il lavoro svolto dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nella creazione di un sistema multilivello (nazionale, regionale, diocesano e interdiocesano) di ‘coordinamento, formazione e supervisione’, volto a supportare le Chiese locali con personale professionale e adeguatamente formato.
La Conferenza riporta l’esistenza di 16 servizi regionali per la tutela, 226 servizi diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto. Essi offrono un servizio pastorale di accoglienza e ricezione delle segnalazioni. Permangono tuttavia alcune sfide: la Commissione osserva che, sebbene alcune Chiese locali abbiano realizzato iniziative pionieristiche e collaborazioni con la società civile, persistono ‘disparità tra le diverse regioni’ e la mancanza di un ufficio centralizzato di ricezione e analisi delle segnalazioni, necessario per garantire una gestione uniforme ed efficace dei casi.
A livello globale, rileva il documento, mentre alcune Chiese delle Americhe, dell’Europa e dell’Oceania mostrano un forte impegno nelle riparazioni, si registra un ‘eccessivo affidamento’ al risarcimento economico, che rischia di limitare una ‘comprensione integrale’ del processo di guarigione.
Inoltre, in molte aree dell’America Centrale e Latina, dell’Africa e dell’Asia mancano risorse adeguate per l’accompagnamento delle vittime. Tuttavia, sono segnalate prassi esemplari come la tradizionale pratica di guarigione comunitaria Hu Louifi a Tonga; il rapporto annuale sui servizi di accompagnamento per le vittime negli Stati Uniti; i processi di revisione delle linee guida in corso in Kenya, Malawi e Ghana; e il progetto di ricerca della verità ‘Il coraggio di guardare’, nella diocesi di Bolzano-Bressanone.
(Foto: Vatican Media)
A colloquio con Eraldo Affinati: educare con testa, cuore e mani
“Quando il mio pensiero si rivolge alla letteratura, mi viene in mente ciò che il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges diceva ai suoi studenti: la cosa più importante è leggere, entrare in contatto diretto con la letteratura, immergersi nel testo vivo che ci sta davanti, più che fissarsi sulle idee ed i commenti critici. E Borges spiegava questa idea ai suoi studenti dicendo loro che forse all’inizio avrebbero capito poco di ciò che stavano leggendo, ma che in ogni caso essi avrebbero ascoltato ‘la voce di qualcuno’.
Ecco una definizione di letteratura che mi piace molto:ascoltare la voce di qualcuno. E non si dimentichi quanto sia pericoloso smettere di ascoltare la voce dell’altro che ci interpella! Si cade subito nell’autoisolamento, si accede ad una sorta di sordità ‘spirituale’, la quale incide negativamente pure sul rapporto con noi stessi e sul rapporto con Dio, a prescindere da quanta teologia o psicologia abbiamo potuto studiare”.
Partendo dalla lettera di papa Francesco, scritta nell’agosto dello scorso anno. sul ruolo della letteratura nella formazione, iniziamo un colloquio con lo scrittore Eraldo Affinati, autore del libro ‘Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma’, in cui racconta molte figure che hanno ispirato il mondo dell’educazione; donne e uomini la cui storia si è intrecciata con quella della capitale italiana. Il suo saggio narrativo attraversa il tempo, a partire da grandi santi (Pietro e Paolo, Agostino, Ignazio di Loyola, Francesca Romana, Filippo Neri, Giuseppe Calasanzio), arrivando a grandi educatori quali Maria Montessori, Luigia Tincani, fino ad Alberto Manzi, Albino Bernardini e mons. John Patrick Carroll Abbing, il fondatore della Città dei Ragazzi, commissionato dal card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione:
“Viviamo un rischio fortissimo: quello di considerare le nostre parole libere, cioè sganciate dalla necessità del riscontro. I giovani spesso hanno l’illusione di poter dire, sognare, fare qualsiasi cosa. L’educatore, invece, deve riuscire a far capire ai ragazzi che non possiamo permetterci di essere tutto e il contrario di tutto. C’è il momento in cui bisogna scegliere di fronte alle opzioni che si hanno di fronte. Questa scelta non può essere sempre in uno stato di sospensione. E, riprendendo il pensiero di papa Francesco, la letteratura ti aiuta a discernere.
I grandi scrittori ti chiamano a prendere posizione. Prendere posizione significa rinunciare. E questo non è facile. Rinunciare è doloroso, significa mettere da parte una cosa in cui si crede per scegliere una cosa in cui si crede di più. La letteratura insegna che la libertà non è delirio e superamento del limite. La libertà è accettare il limite, un percorso di educazione sentimentale che oggi i giovani faticano a fare. La rivoluzione digitale li illude, li seduce, ne droga il desiderio”.
Da dove nasce il libro ‘Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma’?
“Questo libro mi è stato chiesto dal cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto per l’educazione e la cultura vaticana, con l’obiettivo di raccontare ai ragazzi presenti a Roma per il Giubileo, ma anche ad un pubblico più vasto, l’operato dei grandi educatori, cristiani e non, che hanno agito nella Città Eterna nel corso dei secoli. Ho accettato di buon grado pur sapendo di non essere un esperto. Mi sono immerso in luoghi caratteristici, stratificati nel tempo, facendo risuonare il carisma dei fondatori”.
Allora, diciamo subito quali sono questi grandi educatori a Roma?
“Dai capostipiti della cultura occidentale, come san Paolo, uomo in movimento e scrittore epistolare, a sant’Agostino, profeta del maestro interiore, da sant’Ignazio di Loyola, il cavaliere convertito che ci aiuta a scegliere in modo consapevole, a santa Francesca Romana, che, pur essendo madre e sposa, si mise al servizio di tutti, da san Giuseppe Calasanzio, inventore a Trastevere della prima scuola gratuita d’Europa, a san Filippo Neri, teso a restare sul posto, e Giovanni Borgi, affettuosamente soprannominato Tata Giovanni, senza dimenticare ciò che fece a Roma don Giovanni Bosco, fino a certe figure femminili meno note ma ugualmente importanti, come Lucia Filippini e Luigia Tincani, per arrivare agli educatori più recenti coi quali mi sono confrontato: don Luigi Orione, Alberto Manzi, Maria Montessori, Albino Bernardini, don Emilio Grasso, don Roberto Sardelli e mon. Carroll-Abbing”.
Per quale motivo per educare occorre la sinergia tra testa, cuore e mani?
“Questa espressione, rilanciata da papa Francesco, da cui abbiamo ricavato il titolo del libro, vuole indicare l’integralità dell’azione educativa. L’insegnante non può limitarsi a spiegare il programma e mettere i voto. Deve avere la testa, vale a dire il pensiero, il cuore, cioè la passione, e le mani, mostrandosi sempre pronto a verificare sul campo le proprie idee pedagogiche, le quali non possono restare allo stato teorico, ma hanno bisogno di essere messe alla prova dalla persona che abbiamo di fronte. Ed è questa qualità della relazione umana, a ben riflettere, l’essenza del cristianesimo”.
Allora, per quale motivo mons. John Patrick Carroll Abbing ha fondato la Città dei Ragazzi?
“Come molti educatori del passato, anche mons. Carroll-Abbing, sacerdote irlandese presente a Roma sin dagli anni Trenta del secolo scorso, era destinato a scalare i vertici della gerarchia ecclesiastica, ma quando, durante la Seconda guerra mondiale, vide lo scempio bellico, con tanti orfani abbandonati, decise di organizzare per loro una casa comune: non un semplice orfanotrofio, ma una città dove essi potessero diventare protagonisti, grazie al sistema dell’autogoverno, eleggendo un sindaco, battendo una moneta locale, essendo responsabili delle proprie azioni”.
Per questo nei mesi scorsi ha compiuto con alcuni ragazzi un cammino di pace lungo la via Francigena: come è stata questa esperienza?
“Abbiamo fatto un viaggio da Milano a Roma per consegnare a papa Leone XIV una lettera di pace composta con le parole dei migranti che frequentano le scuole Penny Wirton presenti lungo il percorso. Si tratta di associazioni, che agiscono in 65 località del territorio nazionale, nelle quali insegniamo gratuitamente la nostra lingua in un rapporto uno ad uno, senza classi e senza burocrazie. Il Santo Padre ci ha risposto con una lettera ufficiale. Una testimonianza di questa esperienza, in cui sono stato affiancato da Piero Arganini, responsabile della Penny Wirton di Parma, è stato il documentario ‘Nessun altra frontiera’, scritto da me e Gabriele Santoro, visibile sull’applicazione di Tv 2000: Play2000. Io ho pubblicato su ‘Avvenire’ un reportage in 8 puntate, nel quale racconto gli incontri avuti durante il tragitto”.
Cosa significa oggi educare?
“Secondo me vuol dire scommettere sulle nuove generazioni. Consegnare il testimone a chi verrà dopo di noi. Proprio su questo concetto si fonda il mio nuovo libro, gemello di ‘Testa, cuore e mani’, che verrà pubblicato i primi di ottobre nelle edizioni San Paolo, intitolato ‘Per amore del futuro. Educare oggi’”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Macerata una Cittadella della Carità per essere luogo ‘aperto’
Nella Quaresima la diocesi di Macerata ha iniziato la realizzazione di un luogo per ospitare le persone portatrici di fragilità, denominato ‘Cittadella della Carità’, dedicato a mons. Tarcisio Carboni, vescovo di questa diocesi negli anni ’90, che sarà aperto alla comunità civile, che è stato definito dall’attuale vescovo, mons. Nazzareno Marconi, ‘vicino’ alla gente: “Mons. Tarcisio Carboni è stato un uomo in ricerca, vicino alla gente, attento a portare la Parola di Dio a tutti (‘Predica Verbum’ era il suo motto episcopale) e disposto a farsi tutto a tutti perché ognuno potesse ricevere la presenza del Signore, si è adoperato perché moltissime realtà ecclesiali potessero nascere e crescere nella nostra diocesi”.
Al collaboratore della Caritas diocesana e referente della progettazione ‘ottopermile’, Emanuele Ranzuglia, chiediamo il motivo di una ‘costruzione della Cittadella della Carità: “Per poter tentare di rispondere alla multidimensionalità delle povertà che ascoltiamo abbiamo sentito la necessità, come Chiesa diocesana, di realizzare un luogo fisico in cui disporre e coordinare risorse umane e materiali da poter mettere a disposizione delle persone portatrici di bisogni e fragilità”.
Allora ci può spiegare come è strutturata?
“Il cuore pulsante della struttura sarà la cappellina in cui chi vuole potrà recarsi per pregare e trovare il Conforto che cerca. Nella cittadella della Carità ci sarà spazio per l’accoglienza delle persone che richiedono protezione internazionale, di coloro che a vario titolo non possono fruire delle azioni previste dai progetti ministeriali e di coloro che non riescono, in modo autonomo, ad avere a disposizione un’abitazione. L’accoglienza si rivolgerà a singoli e a piccoli nuclei famigliari; nella struttura si troveranno tutti i servizi necessari per poter realizzare un servizio di accoglienza che soddisfi in modo dignitoso i bisogni primari ovvero una cucina interna, un refettorio, un guardaroba, le docce e il servizio lavanderia. A supporto degli accolti e di persone esterne, precedentemente ascoltate, si avrà anche l’ambulatorio sanitario solidale.
Troverà sede il centro di ascolto diocesano, lo sportello dedito alla dimensione abitativa, quello del lavoro e quello del sovraindebitamento. Ci saranno locali ad hoc che saranno condivisi anche con altri uffici pastorali con i quali cammineremo insieme per la promozione della carità e della mondialità; per lo svolgimento di eventi si potrà contare sulla presenza di un teatrino e di un auditorium. All’esterno dell’edificio, realizzeremo degli orti e cureremo il grande uliveto già presente. Completa la dotazione della cittadella un campetto da calcio che sarà fruibile sia dagli ospiti che da realtà esterne con le quali collaboreremo per incentivare la conoscenza della struttura da parte dei più giovani”.
Chi potrà essere accolto?
“Consapevoli che ‘non si può accogliere tutto e tutti’ ci prefiggiamo, comunque, di tendere la mano e il cuore alle persone portatrici di fragilità che hanno bisogno di un luogo in cui essere viste, ascoltate e orientate”.
Per quale motivo un luogo aperto alla comunità?
“La cittadella nasce dopo un lungo percorso di ascolto e di vicinanza alle realtà, afferenti alla Chiesa diocesana, che in modo silenzioso testimoniano l’attenzione e la vicinanza a chi, superando con coraggio la propria vergogna, chiede aiuto. Seguendo lo stile proprio della Caritas (ascoltare, osservare e discernere) negli anni abbiamo progettato e realizzato delle risposte consone alle richieste che nel tempo sono mutate; la cittadella quindi nasce da questo ascolto e vivrà grazie al supporto di tutte quelle persone che vorranno contribuire non solo alla realizzazione di servizi ma a dare un volto, un’anima, alla struttura. I locali, come sopra anticipato, saranno messi a disposizione di altre realtà che, coordinandosi con la Caritas diocesana, vorranno proporre eventi, momenti di formazione civile e religiosa… Grazie a questo scambio ‘dentro/fuori’ vorremmo che si trasferisse la bellezza e la ricchezza dell’incontro”.
In quale modo può essere abbattuta la diffidenza?
“Con la conoscenza diretta, con il vivere accanto, nel condividere la quotidianità con chi viene da percorsi meno facili e meno ‘diritti’ da quelli più comuni”.
Allora in quale modo vivere il giubileo della speranza?
“Mettendosi a disposizione, nella semplicità e con le proprie risorse e fragilità (di cui tutti siamo portatori), di altri fratelli che hanno bisogno di non sentirsi soli difronte alle prove e alle sfide che si trovano ad affrontare e, insieme, guardare al futuro con più serenità”.
Per quale motivo è dedicata a mons. Tarcisio Carboni?
“Chi ha avuto la fortuna di conoscere mons. Carboni lo ha definito un pastore, che ‘profumava di pecore’, data la sua attenzione a tutte quelle persone che vivevano ai margini della società e alla sua volontà di stare con le persone lì dove vivevano. Inoltre, come ci ha ricordato il nostro vescovo, mons. Marconi, in occasione dell’intitolazione di una via a mons. Carboni: Gli faremo un torto se ci fermassimo invece di continuare ad avanti nelle vie del Signore, per aiutare la gente a crescere nella fede”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV invita gli Agostiniani ad alimentare lo spirito missionario
“Il Capitolo Generale è una preziosa occasione per pregare insieme e riflettere sul dono ricevuto, sull’attualità del carisma e anche sulle sfide e le problematiche che interpellano la comunità. Mentre si portano avanti le diverse attività, celebrare il Capitolo significa mettersi in ascolto dello Spirito, in un certo senso in analogia con quanto diceva il nostro padre Agostino richiamando l’importanza dell’interiorità nel cammino della fede”: con queste parole Papa Leone XIV ha salutato all’Istituto Augustinianum, i partecipanti al Capitolo Generale dell’Ordine di Sant’Agostino, apertosi il 1 settembre.
‘Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore’: questo pensiero tratto dal libro ‘De vera religione’, ha fatto da filo conduttore del colloquio del papa: “D’altra parte, l’interiorità non è una fuga dalle nostre responsabilità personali e comunitarie, dalla missione che il Signore ci ha affidato nella Chiesa e nel mondo, dalle domande e dai problemi urgenti. Si rientra in sé stessi per poi uscire in modo ancora più motivato ed entusiasta nella missione”.
Ed ha sottolineato l’importanza della relazione con Dio: “Rientrare in noi stessi rinnova lo slancio spirituale e pastorale: si ritorna alla sorgente della vita religiosa e della consacrazione, per poter offrire luce a coloro che il Signore pone sul nostro cammino. Si riscopre la relazione con il Signore e con i fratelli della propria famiglia religiosa, perché da questa comunione d’amore possiamo trarre ispirazione e affrontare meglio le questioni della vita comunitaria e le sfide apostoliche”.
Per questo è fondamentale la formazione iniziale, come ha scritto sant’Agostino nel Discorso 216: “Anzitutto, un tema fondamentale: le vocazioni e la formazione iniziale. Mi piace ricordare quell’esortazione di sant’Agostino: ‘Amate ciò che sarete’. Trovo che sia un’indicazione preziosa, soprattutto per non cadere nell’errore di immaginare la formazione religiosa come un insieme di regole da osservare o di cose da fare o, ancora, come un abito già confezionato da indossare passivamente. Al centro di tutto, invece, c’è l’amore”.
Infatti la vocazione nasce dall’attrazione: “La vocazione cristiana, e quella religiosa in particolare, nasce solo quando si avverte l’attrazione di qualcosa di grande, di un amore che possa nutrire e saziare il cuore. Perciò la nostra prima preoccupazione dovrebbe essere quella di aiutare, specialmente i giovani, a intravedere la bellezza della chiamata e ad amare ciò che, abbracciando la vocazione, potranno diventare. La vocazione e la formazione non sono realtà prestabilite: sono un’avventura spirituale che coinvolge tutta la storia di una persona, e si tratta anzitutto di un’avventura d’amore con Dio”.
Di conseguenza l’attrazione nasce dall’amore: “L’amore, che, come sappiamo, Agostino ha messo al centro della sua ricerca spirituale, è un criterio fondamentale anche per la dimensione dello studio teologico e della formazione intellettuale. Nella conoscenza di Dio non è mai possibile arrivare a Lui con la nostra sola ragione e con una serie di informazioni teoriche, ma si tratta anzitutto di lasciarsi stupire dalla sua grandezza, di interrogare noi stessi e il senso delle cose che accadono per rintracciarvi le orme del Creatore, e soprattutto di amarlo e di farlo amare.
A coloro che studiano, Agostino suggerisce generosità e umiltà, che nascono appunto dall’amore: la generosità di comunicare agli altri le proprie ricerche, perché ciò vada a vantaggio della loro fede; l’umiltà per non cadere nella vanagloria di chi cerca la scienza per sé stessa, sentendosi superiore agli altri per il fatto di possederla”.
E’ stato un invito alla fedeltà della ‘povertà’ evangelica, come è scritto nella Regola: “Al contempo, il dono ineffabile della carità divina è ciò a cui dobbiamo guardare se vogliamo vivere al meglio anche la vita comunitaria e l’attività apostolica, mettendo in comune i nostri beni materiali, come pure quelli umani e spirituali… Restiamo fedeli alla povertà evangelica e facciamo in modo che diventi criterio per vivere tutto ciò che siamo e che abbiamo, compresi i mezzi e le strutture, al servizio della nostra missione apostolica”.
Da qui l’invito a non dimenticare la vocazione missionaria: “A partire dalla prima missione nel 1533, gli Agostiniani hanno annunciato il Vangelo in tante parti del mondo con passione e generosità, prendendosi cura delle comunità cristiane locali, dedicandosi all’educazione e all’insegnamento, spendendosi per i poveri e realizzando opere sociali e caritative. Questo spirito missionario non deve spegnersi, perché anche oggi ce n’è molto bisogno. Vi esorto a ravvivarlo, ricordando che la missione evangelizzatrice a cui tutti siamo chiamati esige la testimonianza di una gioia umile e semplice, la disponibilità al servizio, la condivisione della vita del popolo a cui siamo inviati”.
(Foto: Santa Sede)
Pedagogia cristiana e nuove correnti pedagogiche: un dialogo fecondo per l’educazione contemporanea
La pedagogia cristiana, lungi dall’essere un sistema chiuso e dogmatico, si presenta oggi come una proposta educativa capace di dialogare con le nuove correnti pedagogiche, offrendo una visione integrale dell’essere umano. In un tempo segnato da pluralismo culturale, crisi valoriale e frammentazione educativa, essa si distingue per la sua capacità di coniugare verità e libertà, trascendenza e immanenza, interiorità e relazione.
Il cuore della pedagogia cristiana è l’idea che ogni persona sia unica, irripetibile e chiamata a realizzare pienamente la propria vocazione. Questo principio si traduce in un metodo educativo centrato sull’incontro, sull’ascolto e sulla valorizzazione della libertà. Come afferma Luigi Giussani, ‘educare è introdurre alla realtà totale’, ovvero accompagnare il soggetto nella scoperta del senso profondo dell’esistenza.
Le nuove correnti pedagogiche, come la pedagogia umanistica, la pedagogia dell’ascolto, la pedagogia narrativa e la pedagogia esperienziale, condividono molte delle istanze fondamentali della pedagogia cristiana. Esse pongono al centro la persona, promuovono l’empatia, la riflessione critica, la partecipazione attiva e il dialogo. Tuttavia, la pedagogia cristiana aggiunge una dimensione ulteriore: quella spirituale, che apre alla trascendenza e alla ricerca del senso ultimo della vita.
In questo contesto, l’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) si configura come spazio privilegiato per l’attuazione della pedagogia cristiana. Non si tratta di una catechesi scolastica, ma di una disciplina che, nel rispetto della libertà di coscienza, offre strumenti per comprendere il cristianesimo come chiave di lettura della cultura europea e come proposta di senso per l’esistenza.
L’IRC favorisce il dialogo interculturale e interreligioso, promuove la riflessione critica e stimola la ricerca personale. Come sottolinea il Documento CEI del 2019, “l’IRC contribuisce alla formazione integrale della persona, offrendo contenuti e metodi che aiutano a cogliere il nesso tra fede e vita, tra religione e cultura”.
Proposta didattica concreta. Si propone un percorso didattico interdisciplinare dal titolo ‘Il viaggio dell’uomo: tra libertà, responsabilità e trascendenza’, rivolto agli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Il progetto prevede: Lettura e analisi di testi filosofici e religiosi (es. Guardini, Giussani, Lévinas); Laboratori narrativi in cui gli studenti raccontano esperienze significative;
Attività di role-playing su dilemmi etici e scelte di vita; Incontri con testimoni (educatori, volontari, religiosi); Produzione finale di un elaborato multimediale che esprima il percorso personale di ricerca del senso.
Questo approccio consente di integrare le istanze della pedagogia cristiana con le metodologie attive e partecipative delle nuove correnti, favorendo una formazione autentica e profonda..
Bibliografia essenziale
- Giussani, L., Il rischio educativo, Milano, Rizzoli, 1995
- Guardini, R., La coscienza cristiana, Brescia, Morcelliana, 2001
-CEI, Insegnare Religione Cattolica oggi, Roma, 2019
– Lévinas, E., Totalità e infinito, Milano, Jaca Book, 1980 –
– Lorizio, G., Pedagogia cristiana e nuove sfide educative, Roma, Città Nuova, 2020
Papa Leone XIV agli agostiniani: ascoltare Dio e lavorare per l’unità
“Prima di iniziare l’omelia formale che è stata preparata, desidero solo salutarvi tutti. E per quelli di voi che capiscono l’inglese ma non capiscono l’italiano: pregate per ricevere il dono dello Spirito Santo! E forse, durante questo breve momento di riflessione sulla Parola di Dio e su ciò che il Signore chiede a tutti voi, a voi che state per iniziare questo Capitolo Generale Ordinario, vi sarà dato non necessariamente il dono di comprendere o parlare tutte le lingue, ma il dono di ascoltare, il dono di essere umili e il dono di promuovere l’unità, all’interno dell’Ordine e attraverso l’Ordine, in tutta la Chiesa e nel mondo”: con queste parole in inglese papa Leone XIV ha iniziato l’omelia per l’apertura del 188^ capitolo generale dell’Ordine di Sant’Agostino con la messa votiva dello Spirito Santo celebrata nella basilica di sant’Agostino.
Prima dell’inizio della celebrazione eucaristica il papa si è fermato a pregare nelle cappelle di santa Monica e di san Nicola da Tolentino, sottolineando nell’omelia la ‘forza’ della Pentecoste, commentando il sermone 269 di sant’Agostino:
“Meditando sulla Pentecoste, il nostro Padre sant’Agostino, rispondendo alla domanda provocatoria di chi chiedeva perché, oggi, non si ripeta, come un giorno a Gerusalemme, il segno straordinario della ‘glossolalia’, fa una riflessione che penso possa tornarvi molto utile nel mandato che state per compiere. Agostino dice: ‘In un primo momento ciascun fedele… parlò tutte le lingue…. Ora l’insieme dei credenti parla in tutte le lingue. Perciò anche ora tutte le lingue sono nostre, poiché siamo membra del corpo che parla’…
Vivete, perciò, questi giorni in uno sforzo sincero di comunicare e di comprendere, e fatelo come risposta generosa al dono grande e unico, di luce e di grazia, che il Padre dei Cieli vi fa convocandovi qui, proprio voi, per il bene di tutti”.
E’ stato un invito a fare ciò con umiltà: “Sant’Agostino, commentando la varietà dei modi in cui lo Spirito Santo, nei secoli, si è effuso sul mondo, legge tale molteplicità come un invito per noi a farci piccoli di fronte alla libertà e all’imperscrutabilità dell’agire di Dio. Nessuno pensi di avere da sé tutte le risposte. Ciascuno condivida con apertura ciò che ha.
Tutti accolgano con fede ciò che il Signore ispira, nella consapevolezza che ‘quanto il cielo sovrasta la terra’ tanto le sue vie sovrastano le nostre vie e i suoi pensieri i nostri pensieri. Solo così lo Spirito potrà ‘insegnare’ e ‘ricordare’ciò che Gesù ha detto, incidendolo nei vostri cuori perché da essi se ne diffonda l’eco nell’unicità e irripetibilità di ogni battito”.
L’altra riflessione ha riguardato il valore dell’unità: “L’unità sia un oggetto irrinunciabile dei vostri sforzi, ma non solo: sia anche il criterio di verifica del vostro agire e lavorare insieme, perché ciò che unisce è da Lui, ma ciò che divide non può esserlo…. Ascolto, umiltà e unità, ecco tre suggerimenti, spero utili, che la liturgia vi dona per questi prossimi giorni”.
(Foto: Santa Sede)
La Strenna salesiana invita a vivere la libertà da credenti
“Anno dopo anno la Strenna si presenta come una opportunità per tutta la Famiglia Salesiana per convenire attorno ad un tema particolare, affinché, attraverso la preghiera e la riflessione, l’ascolto e la condivisione, la chiamata di ogni Gruppo possa trovare cibo per il proprio cammino spirituale, carismatico e pastorale”: così inizia la ‘Strenna 2026’, intitolata ‘Fate quello che vi dirà: credenti, liberi per servire’, presentata dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard.
Se la speranza è stato il tema centrale della Strenna di quest’anno 2025 quello del prossimo anno è dedicato all’evento del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana: “L’evento del 150° anniversario della prima spedizione missionaria salesiana è stato un’opportunità molto concreta e reale, attraverso cui abbiamo riscoperto come per don Bosco la forza della speranza generava nel suo cuore quel coraggio che lo ha sostenuto nella scoperta del progetto di Dio e nel deciso impegno di metterlo in pratica. Leggendo a fondo questo evento possiamo dire che la speranza è stata il motore del cuore pastorale di don Bosco. E’ la speranza che lo ha reso capace di leggere i segni dei tempi e di guardare al mondo sostenuto dalla sua fede in Dio”.
Ed ha ripercorso lo spirito missionario di san Giovanni Bosco: “Se è vero che don Bosco viveva a Torino, è ancor più vero che il suo cuore e la sua mente abitavano il mondo intero. La sua speranza, una volta scoperto il progetto di Dio, diventava fonte di certezza e di piena convinzione che bisogna seguirlo, con fede, fino in fondo, senza timore e senza tentennamenti. I primi salesiani intuivano la forza della speranza che animava il cuore e la mente di don Bosco”.
L’espressione ‘Fate quello che vi dirà’ attinge al brano biblico delle nozze a Cana, dal vangelo di Giovanni per aderire ad una chiamata ‘cristiana’: “Fate quello che vi dirà non è una semplice citazione biblica, ma un vero e proprio manifesto spirituale e pastorale. L’invito, il comando esce dalla bocca di Maria proprio all’inizio dello stesso Vangelo. Il contesto che prevedeva un momento di festa d’un tratto rischia di finire male, un fallimento totale: manca il vino. In questa situazione di crisi e di difficoltà, Maria, la madre premurosa, semplicemente invita i servi a stare attenti a quello che Gesù dirà quando arriva la sua ora”.
Il passo evangelico, infatti, è un invito all’ascolto: “Le parole di Maria ai servi di Cana racchiudono una pedagogia dell’ascolto come anche della risposta. Una pedagogia che contrasta ogni forma di obbedienza passiva. Maria non dice semplicemente ‘obbedite’, ma invita a un ascolto personale, attivo e pro-attivo: ‘quello che vi dirà’. E’ un invito alla fiducia nella persona di Cristo, una fiducia che diventa un gesto di responsabilità che a sua volta genera libertà autentica”.
Mentre il sottotitolo della Strenna (‘Credenti, liberi per servire’) traccia “una traiettoria esistenziale: dalla fede nasce la libertà, dalla libertà scaturisce il servizio, cioè una libertà che, vissuta, rende gli altri liberi. Non si tratta di una sequenza cronologica, ma di una dinamica vitale, dove ogni elemento alimenta e si sostiene dagli altri. Non si può essere credenti stando lontani e distaccati da ciò che può e deve generare vita, gioia e comunione.
Credere significa scommettere, scommettere tutto se stesso. Credere spinge fuori del recinto della comodità che si rassegna soltanto a ‘commentare’ la storia. Credere è un’esperienza che fa nascere e contribuisce alla costruzione di una società più giusta. Credere diventa energia che alimenta quei processi verso una umanità più riuscita”.
Per questo occorre percorrere il cammino di una fede generativa, come sosteneva san Giovanni Bosco, chiedendo ai ragazzi di essere ‘buoni cristiani ed onesti cittadini’: “La proposta della Strenna segue una progressione che richiama il metodo del discernimento cristiano: riconoscere – interpretare – scegliere. E’ un percorso che evita sia l’attivismo cieco e sottomesso che una spiritualità disincarnata e intimistica.
E’ un invito a intraprendere quella strada che si apre davanti a noi quando accettiamo con fede l’invito della Parola. Una strada segnata dalla fiducia e dalla responsabilità. E’ la strada che caratterizza la migliore tradizione salesiana: aiutare i giovani ad avere e dare fiducia, accompagnarli ed educarli a fare scelte che li responsabilizzano, in vista dell’obiettivo di formarsi buoni cristiani e onesti cittadini”.
Per questo occorre comprendere i segni dei tempi: “La storia che abitiamo, con le sue sfide, va ‘incontrata’ con empatia. Questo atteggiamento esprime un gesto d’amore attivo verso la realtà che ci circonda. Come educatori e pastori credenti, non accettiamo di cadere in quell’immobilismo che ci fa solo subire passivamente gli eventi. La nostra è una chiamata a ‘riconoscere’ le sfide con intelligenza spirituale. E’ un passo cruciale e decisivo: il riconoscimento è frutto del discernimento, cioè di quella capacità che sa leggere in profondità ciò che accade. Solo in questo modo si evitano letture catastrofiche e disfattiste”.
Per tale motivo fede e ragione non devono essere separate: “Nel contesto salesiano, fede e ragione sono sempre considerate alleate, portate avanti con la consapevolezza che il necessario equilibrio è un cammino delicato quanto urgente. Il rischio di un approccio puramente orizzontale nasce da scelte egocentriche che pretendono di misurare tutto con criteri esclusivamente umani. La conseguenza è che si riduca la fede, e per conseguenza ogni proposta di educazione alla fede, a mera proposta razionale.
Qui abbiamo l’invito a chiarire il fatto che non si tratta di svalutare la ragione, ma di evitare che essa diventi l’unico criterio di giudizio, oscurando la dimensione del mistero e della grazia. Sono dimensioni irrinunciabili per ogni ecosistema di educazione integrale”.
In conclusione la Strenna è un invito alla libertà, seguendo il ‘sogno’ di san Giovanni Bosco: “In questa logica viviamo la nostra chiamata con libertà autentica. E’ una libertà che ci spinge a fare scelte a favore dei giovani e di tutti coloro a cui sta mancando il ‘vino’ della speranza. E’ una libertà che ci porta a rafforzare l’impegno per una promozione umana integrale. Don Bosco fin dall’inizio ‘immaginava’ un grande movimento di persone che insieme a lui e come lui potessero contribuire per il bene della gioventù. Ebbene, questo è il sogno di don Bosco che continua oggi”.





























