Adolescenti coi modi difficili chiedono di essere amati. La parola ad Anna, liceale
Spesso parliamo dei giovani, ma non sempre siamo disposti a far parlare i giovani. Con i loro eccessi, ci sembrano sbagliati, esagerati, fuori posto. Sentiamo quasi la necessità di aggiustarli, di censurarli, oppure di ignorarli, come se l’adolescenza fosse una malattia e ‘speriamo passi in fretta’.
Eppure, l’adolescenza, con i suoi eccessi, con le emozioni sregolate, con le paure e le fragilità, è una stagione che va attraversata. Da soli? No. Sotto lo sguardo lucido, paziente, cosciente di adulti premurosi, solidi, che guidano e sostengono, senza giudicare.
A volte, in adolescenza affiorano le ferite che ci sono state procurate nell’infanzia. E’ in adolescenza che iniziamo a piangere le ingiustizie subite, a chiedere guarigione, a fare i conti con la rabbia e con la possibilità del perdono, soprattutto se la nostra famiglia ha lasciato segni che fanno male. Di seguito, troverete un testo scritto da una ragazza di 17 anni, combattuta in tanti aspetti, che vuole offrire agli adulti spunti per stare vicini ai giovani.
Studentessa del liceo coreutico di Tolentino, amante della danza, del canto e della poesia, scrive per dar voce ai suoi pensieri, per sfogare le sue sofferenze ma anche per aiutare i ragazzi a sentirsi meno soli e meno sbagliati. A lei spesso capita di sentirsi così. Sbagliata. E sta cercando di far pace con la sua storia, di perdonare, di trattenere il bene, anche se ha, ancora, tante ferite da curare.
Dietro alla rabbia e all’aggressività che a volte ha dimostrato agli altri, c’era poco amore per sé stessa; dietro alla strafottenza, il bisogno di essere vista, dietro alle parole forti o ai silenzi, la paura di non essere abbastanza. Lasciamo a lei la parola… e che gli adulti possano prendere nota.
“Sono la figlia di mio padre, quindi starò in silenzio finché questo silenzio pian piano non si trasformerà in rabbia, menefreghismo e disinteresse. Però sono anche la figlia di mia madre, e non importa quanto tu mi abbia fatto soffrire ma probabilmente finirò lo stesso per perdonarti, mettendo al primo posto il bene che ti voglio. Sono la figlia di mio padre, quindi conosco bene il silenzio che pesa più delle parole. So aspettare, so trattenere, so farmi piccola per non dare fastidio.
Sono la figlia di mia madre, quindi conosco anche la forza di chi ama senza misura, di chi perdona prima ancora di capire se dovrebbe. Sono la figlia di mio padre, e porto in me quella freddezza che a volte mi salva e a volte mi distrugge.
Quel distacco che sembra proteggermi, ma che in realtà costruisce muri che poi non so più abbattere. Sono la figlia di mia madre, e porto in me la sua capacità di abbracciare tutto, anche ciò che fa male, anche ciò che pesa. La sua tendenza a stringere ancora più forte quando gli altri si allontanano.
Sono la figlia di mio padre, e imparo a non tremare quando qualcuno alza la voce, perché dentro di me, ormai, il rumore l’ho spento da tempo. Sono la figlia di mia madre, e imparo a parlare anche quando la voce vacilla, perché il cuore, lei me lo ha insegnato, non va mai nascosto.
Sono la figlia di mio padre, e a volte scappo. Sono la figlia di mia madre, e a volte resto troppo. Sono la figlia di mio padre, e trattengo la rabbia finché diventa ghiaccio. Sono la figlia di mia madre, e trattengo l’amore finché diventa perdono.
Sono la figlia di mio padre, e porto nel sangue il suo silenzio duro, quello che ti insegna a non chiedere niente a nessuno, a stringere i denti anche quando fa troppo male. Sono la figlia di mia madre, e porto nel cuore la sua dolcezza ostinata, quella che ti fa restare anche quando dovresti andare, che ti fa perdonare anche quando non basterebbe. E sono queste due persone che vivono dentro di me.
Due poli opposti, due verità che tirano, che spingono, che mi dividono in modo sottile ma costante. Una mi difende, l’altra mi espone. Una mi fa chiudere, l’altra mi fa aprire. Una costruisce muri, l’altra tenta di scavalcarli. Sono la figlia di mio padre, e a volte divento fredda, distante, quasi invisibile. Sono la figlia di mia madre, e a volte divento calda, fragile, disposta a dare tutto anche quando non resta niente.
Sono figlia di mio padre, ma lui non c’è mai stato. E sì, sono figlia di mia madre, colei che mi ha cresciuta da sola, ha creato muri che non le appartenevano e ha morso le labbra fino a farle sanguinare pur di salvarmi e farmi esistere.
Quindi sì, a volte sono incapace e aggressiva da far paura alle persone che mi stanno accanto, ma ricordatevi sempre che, verso ogni atto spregevole che io possa farvi, c’è un odio profondo verso me stessa. (…). Ed allora sì, continuate pure a giudicarmi, se volete. Continuate a dirmi che esagero, che urlo troppo, che sento troppo, che sbaglio tutto. Perché io, nel bene o nel male, sono il risultato di ciò che ho visto, di ciò che ho perso e di ciò che ho dovuto imparare troppo presto.
Sono figlia di mio padre, e ho dentro buchi che nessuno ha mai provato a riempire. E sono figlia di mia madre, e ho dentro un amore che mi spacca in due, perché lei mi ha insegnato a dare anche quando resti senza. E così cammino: a volte cado, a volte spingo via chi vorrei abbracciare, a volte mi difendo così forte da sembrare crudele. Ma chi sa guardarmi davvero capisce che ogni ferita che posso infliggere è un’eco di quelle che porto sotto la pelle.
E nonostante tutto, continuo a esserci. Continuo a scegliere, a tornare, a provarci. Perché quello che offro, nel poco o nel tanto, è reale. E’ mio. E’ vero. Ed un giorno, forse, qualcuno capirà che amare una come me non è facile… ma è autentico, senza maschere, senza filtri, senza il bisogno di essere diversi da ciò che siamo. Ed allora sì: sono figlia di mio padre, soprattutto, sono figlia di mia madre e un giorno diventerò figlia di me stessa”.
Anna, 17 anni, Albacina


























