‘La pace sia con tutti voi’: per papa Leone XIV la pace è disarmante

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“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.

Così inizia il messaggio di papa Leone XVI per la 59^ Giornata mondiale della Pace, intitolata ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, presentata alcuni giorni fa dal prof. Tommaso Greco, docente ordinario di filosofia del diritto nell’Università di Pisa; don Pero Miličević, parroco della parrocchia di SS. Luca e Marco Evangelisti, Mostar (Bosnia); dalla dott.ssa Maria Agnese Moro, giornalista, figlia di Aldo Moro e dal card. Michael Czerny, prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ricordando che la pace non è un sogno ‘utopico’ con particolare riferimento al viaggio apostolico del papa in Libano:

“Il messaggio di papa Leone per il 2026 è una riflessione che va ben oltre la politica o la strategia. Esso colloca la pace nella sua sede primaria, il cuore umano, indipendentemente dalla sua fede e soprattutto se cristiano. Il nostro, però, non è solo un cuore che ama la pace, ma è anche aggressivo verso sé stesso e verso gli altri. Siamo tentati di esercitare ‘dominio sugli altri’ e di usare ‘pensieri e parole’ come armi. Sant’Agostino chiama questo impulso ‘libido dominandi’, la famosa brama di dominio”.

Da qui nasce l’importanza di disarmare il ‘cuore’: “Il Messaggio sottolinea l’importanza di intraprendere il disarmo del proprio cuore, nonostante la tentazione, di fronte all’orrore della nostra bellicosità, di abbandonare del tutto il desiderio di pace. Ciò si traduce in un ‘senso del realismo’ distorto o addirittura perduto. ‘Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato’. Ciò che è realistico, piuttosto, è che ognuno si assuma la responsabilità della pace”.

Ed ha concluso con un riferimento alla ‘Città di Dio’ di sant’Agostino: “Scrive: ‘Chiunque … considera con tristezza queste sventure così grandi, così orribili, così spietate, deve ammetterne l’infelice condizione’. E chiunque invece le subisce o le giudica senza tristezza della coscienza, ‘ha perduto il sentimento d’umanità’… Il Messaggio invita tutti a servire la vita, il bene comune e lo sviluppo integrale delle persone”.

Anche il prof. Greco ha ribadito la necessità di credere nella ‘realtà’ della pace: “Bisogna credere nella realtà della pace e nella sua capacità di strutturare i rapporti tra le persone e tra gli Stati. La forza delle parole che il Santo Padre ha voluto mettere nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, proviene dalla convinzione, direi dalla certezza, che la pace non è una condizione accidentale che può derivare da un provvisorio e sempre precario equilibrio (delle armi e delle potenze), ma è una precondizione per pensare le relazioni umane, e soprattutto per compiere le scelte più adatte a far sì che la pace possa essere, ancor prima che costruita, custodita e curata nei modi più efficaci”.

La pace è una sfida che interessa al cristiano: “Questa sfida, che riguarda tutti, è particolarmente urgente per il cristiano. Il quale deve sottrarsi all’accusa di impotenza (o addirittura di ‘intelligenza’ con il male) in cui molti vorrebbero racchiudere il messaggio di Cristo, che è messaggio di pace, quando questo si rifiuta di accettare la logica della forza e della violenza invocata a difesa del bene”.

Ed ha specificato cosa significa ‘scegliere la pace’: “Scegliere la pace non vuol dire essere ciechi davanti a una realtà che è spesso fatta di violenza e di impiego brutale della forza; così come non vuol dire lasciare da sole le vittime delle ingiustizie. Significa, invece, mettere in atto tutto ciò che il bene suggerisce e che la civiltà umana ha saputo elaborare nel corso dei secoli…

Se il cristiano (anche e soprattutto il politico cristiano) crede che queste cose siano inefficaci, e si ‘converte’ al discorso della forza, rischia di mettere da parte il messaggio del Cristo proprio là dove esso maggiormente chiede di essere messo alla prova della Storia; proprio là dove suggerisce di essere tradotto in azioni che plasmano il mondo e ne fanno un regno quanto più possibile alieno dalla violenza e dal terrore”.

Mentre don Pero Miličević ha ricordato un episodio: “Trentadue anni fa ho fatto esperienza del buio e del male della guerra. Vivevo in un villaggio di nome Doljani, nel comune di Jablanica. Mia madre Ruža ha dato alla luce nove figli: Branka, Miroslav, Branko, Damir, Dijana, Ivan, Anto, Marinko e Pero. L’infanzia felice di un bambino di sette anni si è spenta il 28 luglio 1993, quando le unità militari musulmane dell’Esercito della Bosnia ed Erzegovina hanno attaccato il nostro villaggio. Uccisero 39 persone. Ricordo quel giorno; stavo giocando accanto alla casa con mio fratello gemello Marinko e il fratello maggiore Anto. Il gioco fu interrotto da una raffica di colpi. I proiettili ci sono passati sopra la testa. Quando mia madre e mia sorella se ne accorsero ci portarono in casa per salvarci dalla morte.

Mio padre Andrija in quel momento non era a casa, era andato ad aiutare mia zia nel lavoro dei campi e là quel giorno fu ucciso. Aveva 45 anni. Mia madre rimase vedova a 44 anni con 9 figli, 7 minorenni. Quel giorno morirono anche la sorella di mia madre, zia Pava, bruciata nella sua casa dopo essere stata uccisa sulla soglia, e tre figli dell’altra sorella di mia madre, zia Kata: Pero, Ivica e Jure Soldo. Ivica era sposato da soli undici giorni e Jure era un giovane di ventun anni. Quando ne muore uno è già terribile, figurarsi tre figli.

Non so come il suo cuore non si sia spezzato per il dolore. La terza sorella di mia madre, Anica, sopravvisse nascondendosi in montagna. Quel giorno morirono anche Ruža, cugina di mia madre, e Slavko, mio cugino. Sembrava che tutto il male del mondo si fosse abbattuto su di noi e devo ammettere che non è facile ricordarlo”.

Concludendo l’intervento ha sottolineato che la fede può far superare l’odio: “Il periodo trascorso in prigionia è stato duro. Non avevamo abbastanza cibo, non c’era alcuna igiene e dormivamo su fredde lastre di pietra granitica. Dopo essere usciti dal campo abbiamo seppellito le ossa di nostro padre, il suo corpo era rimasto insepolto per sette mesi. Molti hanno chiesto a mia madre e a tutti noi come avessimo potuto sopportare tutto questo. Non avremmo mai resistito senza la fede, la preghiera e il bisogno di pace.

Proprio quell’educazione nella fede in Dio ci ha nutriti e aiutati a superare gli orrori di cui siamo stati testimoni. C’è stata rabbia per tutto ciò che ho vissuto? Sì. Ma quando sono diventato sacerdote, nel 2012, ed ho iniziato a confessare i fedeli, ho capito quanto sia necessario avere la pace interiore e che la pace non si può raggiungere senza perdono, senza confrontarsi con ciò che si è vissuto”.

Infine anche Agnese Maria Moro ha sottolineato che il perdono nasce dall’incontro: “Difficile farlo. Difficilissimo farlo da soli. Con l’aiuto di quello che la giustizia riparativa può offrire è impegnativo, ma se lo si desidera davvero decisamente fattibile anche per persone normali come me. E cosa offre? Intanto qualcuno che ti invita a partecipare. Qualcuno senza secondi fini, di cui puoi fidarti… Grazie a un luogo riservato, libero (si va se si vuole, si esce quando si vuole), rispettoso di tutti, dove si può dire e ascoltare, tacere o parlare anche del proprio dolore senza giudizio e senza censura. Dialoghi difficili, accompagnati e ritmati da mediatori competenti che sono ‘equiprossimi’, vicini a tutti e ad ognuno”.

E solo dall’ascolto può nascere il perdono: “L’ascolto vero è un reciproco riconoscimento di umanità. In questo dire e ascoltare c’è tutta la giustizia di cui noi e loro abbiamo bisogno per viere. I fantasmi li puoi odiare per sempre, le persone no. Non ce la fai. Ti appassioni alle loro vite difficili e al loro sforzo per risalire un abisso.

Dell’onestà con cui guardano sé stessi senza abbellire o omettere nulla. E loro si appassionano alla mia vita difficile, e gli fa ancora più male quello che hanno fatto. Il nostro comune compagno di strada è l‘irreparabile. Noi per averlo subito, loro per averlo creato. È il nostro comune inferno. Ma ora lo portiamo insieme. Legati da un affetto e da un’amicizia che illumina di quiete le nostre vite sempre un po’ travagliate”.

(Foto: Vatican Media)

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