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La povertà non ha ferie. Una serie estiva ‘a puntate’, per conoscerla meglio. Primo focus: anziani

L’estate non sospende la povertà né la alleggerisce: in molti casi la aggrava, mentre l’attenzione politica e mediatica si riduce. I servizi (non tutti) restano aperti, spesso in formato ridotto: l’asfalto si infuoca e le città si surriscaldano, rendendo ancora più precaria la vita di chi non può permettersi non solo una vacanza, ma neanche di rinfrescare la propria casa. E di chi una casa non ce l’ha affatto. Il caldo non è democratico: rende evidenti, aggravandole, le diseguaglianze già esistenti.

Chi vive in alloggi inadeguati, in strutture di accoglienza o in strada trova nell’estate una minaccia concreta alla propria salute e sicurezza, non un periodo di tregua. Per questo, Alleanza contro la povertà non chiude per ferie, anzi proprio in questo periodo rafforza la propria attività di sensibilizzazione e comunicazione: lo fa attraverso una ‘serie a puntate’: ogni dieci giorni circa, un focus tematico, approfondimenti e declinazioni della povertà, da mettere al servizio dei giornalisti ma anche degli operatori dei servizi e dei decisori politici. Con qualche numero, qualche pensiero e, per ogni puntata, qualche proposta da cui ripartire a settembre.

Il primo focus (questo) è dedicato agli anziani, i più esposti non solo al caldo estivo, minaccioso per la loro salute, ma anche al rischio di isolamento in città che diventano deserti. Parleremo poi di persone con disabilità e caregiver, minori, persone senza dimora, lavoro stagionale. I numeri della povertà Intanto, ricordiamoci i numeri, quelli che dovremo sempre tenere a mente. 5.700.000 di persone in povertà assoluta (9,8% dei residenti): il livello più alto dell’ultimo decennio (Istat, dati 2024). 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta (8,4% del totale). Quasi 11.000.000 di persone (18,6%) a rischio povertà nel 2025. 1.300.000 di minori in povertà assoluta (13,8% della popolazione 0-17).

Chiusi in casa: anziani soli, caldo e povertà. La fragilità che non si vede Passiamo quindi al focus di questa prima puntata: l’estate, gli anziani e la povertà. Il caldo è un pericolo per la salute di tutti, ma per gli anziani che vivono soli e in condizioni economiche disagiate può diventare letale. Isolamento sociale e impossibilità economica di climatizzare la casa espongono gli anziani soli a un rischio che resta sommerso, ma che conosce bene chi lavora nei pronto soccorso. Secondo la Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza (SIMEU), durante i periodi di caldo intenso gli accessi ai Pronto soccorso delle grandi città aumentano in media del 1015%, soprattutto per il peggioramento di patologie croniche preesistenti più che per veri e propri colpi di calore. 

In questo contesto, la povertà energetica ha raggiunto il massimo storico: nel 2024 ha interessato 2.400.000 di famiglie, pari al 9,1% del totale. Essa colpisce soprattutto le famiglie più vulnerabili, rendendo difficile sostenere i costi per climatizzare adeguatamente l’abitazione durante le cosiddette ondate di calore.  Le buone prassi ci sono, le politiche no.

Sul territorio esistono già esperienze utili, che meriterebbero di diventare la regola invece dell’eccezione: pensiamo ai condizionatori dati in comodato d’uso alle famiglie più fragili; o ai ‘rifugi climatici’ allestiti in biblioteche, musei e altri spazi pubblici climatizzati e accessibili; o alle reti di volontari organizzate per il monitoraggio periodico degli anziani soli, con telefonate o visite durante le giornate più critiche.

Si tratta di modelli locali efficaci, ma ancora troppo frammentati e legati alla buona volontà di singole amministrazioni o realtà del terzo settore, senza un coordinamento e un finanziamento stabili su scala nazionale. A livello politico, esistono misure spot e limitate (come il decreto Bollette 21/2026) mentre mancano misure e politiche strutturali. 

Quattro proposte perché l’estate non sia nemica degli anziani. Di qui le proposte di Alleanza contro la povertà, per mettere in campo soluzioni più capaci di ridurre il rischio che l’estate e il caldo rappresentano oggi per la popolazione anziana.

● Un piano stabile e strutturale di sostegno alla climatizzazione delle abitazioni per le famiglie a basso reddito con anziani non autosufficienti, che vada oltre la buona pratica episodica e diventi un diritto esigibile su tutto il territorio nazionale. ● Il rafforzamento delle anagrafi della popolazione fragile previste dal Piano nazionale caldo, con risorse dedicate ai Comuni per renderle davvero operative e non solo previste sulla carta. ● Sostegni strutturali per gli anziani in povertà, con particolare attenzione al tema dell’alloggio, di fronte al costante innalzamento dei costi delle locazioni. ● Un’attenzione specifica al fenomeno del barbonismo domestico, che colpisce con particolare gravità gli anziani soli, aggravato dalle condizioni climatiche avverse e dalle barriere architettoniche ancora diffuse nei centri storici delle città italiane.

“La povertà è trasversale, colpisce giovani e anziani, singoli individui e famiglie, al nord come al sud come al centro Italia: d’estate, però, per gli anziani questa può diventare letale, associandosi a gravi rischi per la salute fisica, psichica e sociale, commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà. Sappiamo quanto i servizi e il terzo settore si sforzino di arginare l’emergenza, ma nell’era del riscaldamento globale, che pare inesorabile, questo non basta: la povertà è un problema strutturale e deve essere affrontata con misure strutturali, tanto più necessarie e urgenti quanto più la popolazione è fragile.

Chiediamo quindi che per le persone anziane (così come per quelle con disabilità e per i loro caregiver) che sono costrette a trascorrere l’estate in casa, siano messe in campo misure efficaci perché le mura domestiche siano una protezione e non una gabbia, come troppo spesso accade. L’estate arriva ogni anno. Ed ogni anno arriva più calda: nel 2027, non facciamoci cogliere impreparati”. 

Mons. Vincenzo Paglia a ‘Radici’: dall’infanzia in seminario alla cena con Bill Gates sull’IA

Nella nuova puntata del video-podcast condotto da Ughetta di Carlo, l’alto prelato si racconta a cuore aperto: i ricordi d’infanzia, il rapporto con otto papi, lo storico legame con la Comunità di Sant’Egidio e le grandi sfide etiche del nostro tempo. Dall’appello all’ONU per gli anziani all’aneddoto sul personal trainer.

Che cosa unisce le radici di un bambino entrato in seminario a soli 11 anni all’uomo che oggi dialoga con i grandi della Terra sul futuro della tecnologia? C’è tutto questo, e molto di più, nell’intensa e profonda intervista a mons. Vincenzo Paglia, ospite della nuova puntata di ‘Radici Beyond the name’.

Un viaggio intimo e retrospettivo in cui ‘Don Vincenzo’ ripercorre le proprie origini e la storia della sua famiglia, fino al precoce ingresso nel seminario di Roma, l’inizio di un percorso straordinario che lo ha portato a incontrare ben otto Pontefici. Una missione e un cammino umano che hanno visto i risvolti più importanti sotto i pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, affrontando in prima linea temi caldi e cruciali come l’inizio vita, il fine vita, l’aborto e le adozioni.

Da sempre profondamente legato alla Comunità di Sant’Egidio e già vescovo di Terni-Narni-Amelia, mons. Paglia ha ricoperto nel tempo ruoli apicali e di grandissimo rilievo per la Chiesa universale, tra cui la presidenza della Pontificia Accademia per la Vita e la carica di Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, fino alla creazione della Fondazione Età Grande.

Tra gli aneddoti più brillanti emersi durante il colloquio con Ughetta di Carlo, mons. Paglia ha raccontato di una cena privata con il fondatore di Microsoft, Bill Gates, focalizzata proprio sulle insidie e sul futuro dell’Intelligenza Artificiale.

‘Se non troviamo una chiave etica per gestirla, l’IA rischia di trasformarsi in un mostro’, ha ammonito mons. Paglia nel corso dell’intervista, ribadendo l’urgenza di governare il progresso tecnologico mettendolo sempre al servizio dell’essere umano.

Un altro passaggio chiave è stato dedicato alla longevità e alla tutela della terza età, pilastro antropologico al quale ha dato forma anche attraverso la Fondazione Età Grande. Di fronte a un’aspettativa di vita che oggi regala fino a trent’anni in più dopo il pensionamento, mons. Paglia ha lanciato una proposta provocatoria e visionaria:

“Questi anni in più non possono essere vissuti come un sacrificio o un abbandono; dobbiamo fare in modo che siano anni belli. Per questo mi sono ripromesso di andare all’ONU per chiedere la nascita di un organo internazionale di tutela degli anziani, che abbia la stessa potenza e lo stesso impatto che l’UNICEF ha per i bambini”.

Non mancano i momenti di grande simpatia e leggerezza che rivelano la straordinaria vitalità di don Vincenzo. Superati gli 80 anni con l’energia e la tempra di un ragazzino, il monsignore ha svelato il suo ‘segreto di giovinezza’: un percorso di fitness personalizzato. Divertente il retroscena sul suo personal trainer, che è arrivato a portargli direttamente il ‘piatto della memoria’, a dimostrazione di come una corretta alimentazione e il movimento siano fondamentali per preservare mente e corpo, un esempio pratico di come invecchiare restando in salute.

L’episodio di ‘Radici’ con mons. Vincenzo Paglia si rivela così un’intervista densa, capace di alternare riflessioni etiche di altissimo livello a dettagli inediti e ironici, offrendo al pubblico una chiave di lettura originale su uno dei volti più influenti e umani della Chiesa contemporanea.

Caritas italiana certifica che gli italiani sono sempre più poveri

“Il Report statistico di Caritas Italiana ci aiuta proprio a riconoscere quali ferite stanno diventando strutturali, quali legami si stanno assottigliando, quali domande bussano alle nostre parrocchie e ai nostri servizi chiedendo anzitutto di essere ascoltate e accompagnate. Ma ci invita anche ad avere il coraggio di pronunciare una parola pubblica sulle cause profonde che generano povertà, esclusione e disuguaglianze”: così il direttore della Caritas italiana, don Marco Pagniello, nei giorni scorsi ha presentato il Rapporto sulla situazione del Paese.

Dal Rapporto si evince che nello scorso anno sono state 282.539 le persone accompagnate, 3.520 i servizi attivi, 206 le diocesi coinvolte nella rilevazione: “Il segno di una Chiesa aperta, capace di intercettare il bisogno dentro la trama ordinaria dei territori. Anche la crescita dei presìdi parrocchiali ci dice che la povertà non è lontana, non è confinata, non è delegabile. E’ dentro i quartieri, accanto alle famiglie, nelle pieghe della nostra vita comune. Ed è proprio lì che scegliamo di incontrarla”.

Il rapporto della Caritas ha individuato tre dimensioni, di cui la più preoccupante è la durata della povertà: “L’aumento rispetto al 2024 è contenuto, pari al +1,7%, ma nell’ultimo decennio le persone accompagnate sono cresciute del 48%. Soprattutto, cresce la quota delle storie di lungo periodo: il 28,1% è seguito da almeno cinque anni e il numero medio di incontri annui per persona sale a 8,7.

Non siamo, dunque, davanti a una povertà episodica, ma a vulnerabilità che si sedimentano e chiedono tempi più lunghi, percorsi più pazienti, risposte più profonde. Quando quasi tre persone su dieci restano dentro un disagio che dura a lungo, l’emergenza ha già cambiato nome ed è diventata condizione ordinaria”.

L’altra dimensione riguarda il lavoro: “La povertà economica coinvolge il 78,1% degli assistiti e i problemi occupazionali il 44,2%, ma il dato che più interroga è quel 24% di persone occupate tra coloro che chiedono aiuto. In dieci anni gli occupati seguiti da Caritas sono quasi raddoppiati in termini di incidenza; nello stesso tempo, le famiglie con minori restano il 52% del totale e oltre due terzi degli assistiti possiedono un titolo di studio pari o inferiore alla scuola secondaria di primo grado. Il lavoro, insomma, non coincide più automaticamente con la possibilità di una vita dignitosa”.

Di conseguenza la terza dimensione riguarda le fragilità: “La vulnerabilità abitativa riguarda il 34,9% delle persone accompagnate; la fragilità sanitaria il 16,1%; gli over 65 sono il 15,4%; quasi un assistito su tre vive da solo. Tra le persone con fragilità sanitaria, quasi sei su dieci cumulano tre o più ambiti di bisogno, e quando è presente una sofferenza mentale la quota sale al 78,7%. Povertà, salute, casa, solitudine non sono capitoli separati, ma dimensioni di una stessa frattura che attraversa il Paese”.

Nello scorso anno la Caritas ha accompagnato 282.539 persone, numero che corrisponde ad altrettanti nuclei familiari poiché l’intervento mira sempre a rispondere ai bisogni dell’intero nucleo: è il livello più elevato di tutti gli anni dei report effettuati dalla Caritas, tantoché rispetto al 2024 c’è una crescita del +1,7%. Quindi in 10 anni il numero di persone accompagnate è cresciuto del +48%.

L’incremento più consistente si registra nel Nord Italia (+61,8) ed il numero medio di assistiti per centro si attesta intorno a 80 persone, in lieve calo rispetto al 2024 (83 persone), una diminuzione dovuta ad una maggiore diffusione territoriale dei punti di ascolto parrocchiali che dimostrano un progressivo rafforzamento del welfare di prossimità. Il Nord concentra la quota più elevata di persone accompagnate dalla rete Caritas e registra anche il carico medio più alto per servizio: quasi 100 assistiti per centro, con punte di 150 in Liguria e 106 in Piemonte-Valle d’Aosta.

Nel Mezzogiorno e nel Centro il numero medio di utenti per struttura risulta invece più contenuto (rispettivamente 72,8 e 65,5), pur con alcune eccezioni significative come la Calabria (116,9), la Sardegna (108,7) e la Campania (95), dove i livelli di presa in carico si attestano su valori superiori alla media delle rispettive aree. Complessivamente l’aiuto della rete Caritas ha raggiunto circa il 6 per mille dei nuclei familiari residenti in Italia e circa il 12% delle famiglie in povertà assoluta.

Le famiglie con figli continuano a rappresentare il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% ha figli minori, pari a circa 147mila nuclei ai quali corrisponde un numero almeno equivalente di bambini e ragazzi in ristrettezza economica supportati dalla rete Caritas. L’età media delle persone aiutate sale a 48 anni (era 46 due anni fa). Tra gli italiani raggiunge i 55 anni, mentre tra gli stranieri si ferma a 43. Particolarmente significativa la crescita degli anziani: gli over 65 rappresentano oggi il 15,4% del totale, contro il 7,7% di dieci anni fa: +191% in termini assoluti.

Diversamente dal passato, poi, il lavoro non è più un antidoto sufficiente contro la povertà: quasi la metà degli assistiti risulta disoccupata (47,3%), ma il 24% ha un lavoro, che però non garantisce risorse sufficienti per vivere dignitosamente. E’ il lavoro povero, che coinvolge soprattutto le fasce centrali dell’età lavorativa ( 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni). Dieci anni fa gli occupati rappresentavano appena il 13,3% degli assistiti.

Accanto ai problemi economici, ci sono quelli relativi alla casa, alla salute, alla solitudine: nel 2025 il 55,6% delle persone accompagnate cumula almeno due ambiti di bisogno, il 30,6% tre o più. Questo dimostra quanto  la povertà sia un fenomeno multidimensionale, come emerge anche dalla varietà di interventi della rete Caritas. Inoltre nella ‘classifica’ degli interventi, al secondo posto dopo le erogazioni di beni e servizi materiali, c’è quello dell’alloggio: nel 2025 la vulnerabilità abitativa coinvolge infatti il 34,9% delle persone seguite (era il 33% nel 2024): il 23,1% vive condizioni di grave esclusione abitativa (senza casa, senza tetto o in sistemazioni di emergenza), mentre l’11,8% fatica a sostenere i costi dell’abitazione tra affitti, utenze e spese domestiche. La grave esclusione abitativa è più alta nel Nord-Est (31,5%), mentre le difficoltà di gestione della casa risultano più diffuse nelle Isole (16,4%) e nel Nord-Ovest (14,9%).

Molto richiesto anche l’aiuto sanitario: anche curarsi per molti è difficile, se non impossibile: nello scorso anno il 16,1% degli assistiti (oltre 44.000 persone) presenta una fragilità sanitaria legata a malattie croniche, disabilità, problemi di salute mentale o condizioni di salute aggravate dalla povertà e dall’esclusione sociale. Numeri particolarmente alti in Basilicata, dove la quota raggiunge il 32,1%.

Tra le persone accompagnate da Caritas nel 2025, quasi una su tre (32,9%) vive da sola, a fronte di un’incidenza nazionale del 19,9% e con una crescita di quasi il 10% rispetto a 10 anni fa (23,8%).  La solitudine dilaga nel nostro Paese e colpisce pesantemente, accompagnandosi spesso a una crescita dei bisogni. In termini assoluti, le persone sole che si sono rivolte ai Centri di ascolto sono aumentate del 74,9%, a fronte del 48% dell’utenza complessiva.

Anche la solitudine è una fragilità multidimensionale: riguarda infatti spesso persone anziane (54,3 anni l’età media, contro i 48 anni dell’utenza complessiva), più frequentemente separate, divorziate o vedove e spesso con redditi molto bassi. Oltre un terzo (35,2%) presenta infatti un Isee inferiore ad € 3.000 e meno di un quinto (17,9%) ha un’occupazione.

Il dato più significativo riguarda l’accumulo delle difficoltà: quasi 6 persone sole su 10 (59,9%) sperimentano forme di povertà multipla, una quota più che doppia rispetto a chi vive in nuclei con due o più componenti (28%). Alle difficoltà economiche si associano infatti più frequentemente problemi sanitari, abitativi e di autonomia personale.

La longevità è una sfida etica per tutti

Il Centro di Formazione Integrale dell’Università Europea di Roma (UER) è lieto di promuovere il Vatican Longevity Summit, incontro internazionale sul tema della longevità che si terrà il 25 e 26 maggio 2026 nell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, a Roma, in via degli Aldobrandeschi 190.

L’aumento dell’aspettativa di vita ci pone di fronte a sfide etiche, sociali e culturali importanti. Il Vatican Longevity Summit si propone come spazio di dialogo internazionale su questo tema, con la partecipazione di autorevoli ricercatori ed esperti da ogni parte del mondo. L’incontro è promosso dall’Istituto Internazionale di Neurobioetica (IINBE) in collaborazione con Brain Circle Italia e con il patrocinio della Pontificia Accademia per la Vita.

Il programma affronterà il tema della longevità in modo integrale, con quattro aree tematiche: Scienza della longevità, Cervello e Neuroscienze, Rigenerazione e Biotecnologie, Arte, Filosofia ed Etica. Interverranno, fra gli altri: Thomas C. Südhof, Premio Nobel per la Medicina, Juan Carlos Izpisúa Belmonte, pioniere della riprogrammazione cellulare, Rusty Gage, leader mondiale nello studio delle cellule staminali neurali, Hiromitsu Nakauchi, della Stanford University e Guido Kroemer, tra i massimi esperti di senescenza cellulare.

“Riflettere sulla longevità significa mettere la persona al centro di tutto, con il suo immenso valore e le sue speranze per il domani”, afferma p. Alberto Carrara LC, Presidente dell’Istituto Internazionale di Neurobioetica e promotore del Vatican Longevity Summit. “Penso che sia importante incoraggiare un dialogo interdisciplinare costruttivo, per accompagnare i futuri passi dell’umanità”.

“Siamo felici di essere, come Università Europea di Roma, partner di questo progetto”, spiega Padre Enrico Trono LC, Direttore del Centro di Formazione Integrale UER. “Un invecchiamento integrale e sostenibile interpella direttamente la missione del Centro di Formazione Integrale, chiamato a promuovere lo sviluppo integrale dell’Uomo e ad affermare il valore di ogni fase della vita. Due giornate in cui premi Nobel, medici, filosofi e bioeticisti dialogano e si confrontano sul senso dell’invecchiamento e il valore della vita sono per i nostri studenti l’esperienza viva di quella ‘ragione aperta’ — capace di tenere insieme specializzazione scientifica e unità del sapere — di cui ci facciamo promotori e che è al cuore del nostro modello formativo”.

A conclusione dei lavori del Summit sarà presentata la Carta Etica sulla Longevità, frutto della riflessione tra i partecipanti all’incontro. Il programma completo del Vatican Longevity Summit è in questo link: https://vaticanlongevitysummit.org

Papa Leone XIV invita gli anziani a testimoniare la speranza

“Il Giubileo che stiamo vivendo ci aiuta a scoprire che la speranza è fonte di gioia sempre, ad ogni età. Quando, poi, essa è temprata dal fuoco di una lunga esistenza, diventa fonte di una beatitudine piena. La Sacra Scrittura presenta diversi casi di uomini e donne già avanti negli anni, che il Signore coinvolge nei suoi disegni di salvezza. Pensiamo ad Abramo e Sara: ormai anziani, restano increduli davanti alla parola di Dio, che promette loro un figlio. L’impossibilità di generare sembrava aver chiuso il loro sguardo di speranza sul futuro”: con queste parole inizia il messaggio di papa Leone XIV per la V Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, intitolato ‘Beato chi non ha perduto la sua speranza’, tratto dal libro del Siracide, in programma domenica 27 luglio, nel quale chiede alle chiese sul territorio ed alle istituzioni ecclesiali di iniziare una ‘rivoluzione della cura’.

Nel messaggio il papa prende a prestito la domanda di Nicodemo: “Vecchiaia, sterilità, declino sembrano spegnere le speranze di vita e di fecondità di tutti questi uomini e donne. E anche la domanda che Nicodemo pone a Gesù, quando il Maestro gli parla di una ‘nuova nascita’, sembra puramente retorica: ‘Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?’ Eppure ogni volta, davanti a una risposta apparentemente scontata, il Signore sorprende i suoi interlocutori con un intervento di salvezza”.

Quindi gli anziani sono ‘segni dei tempi’: “Il fatto che il numero di quelli che sono avanti negli anni sia oggi in aumento diventa allora per noi un segno dei tempi che siamo chiamati a discernere, per leggere bene la storia che viviamo. La vita della Chiesa e del mondo, infatti, si comprende solo nel susseguirsi delle generazioni, e abbracciare un anziano ci aiuta a capire che la storia non si esaurisce nel presente, né si consuma tra incontri veloci e relazioni frammentarie, ma si snoda verso il futuro”.

Inoltre nella Bibbia gli anziani sono anche stimolo per il futuro: “Nel libro della Genesi troviamo il commovente episodio della benedizione data da Giacobbe, ormai vecchio, ai suoi nipoti, i figli di Giuseppe: le sue parole li spronano a guardare con speranza al futuro, come al tempo delle promesse di Dio. Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani, è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire”.

Ed esempi di fede: “Quanto spesso i nostri nonni sono stati per noi esempio di fede e di devozione, di virtù civiche e impegno sociale, di memoria e di perseveranza nelle prove! Questa bella eredità, che ci hanno consegnato con speranza e amore, non sarà mai abbastanza, per noi, motivo di gratitudine e di coerenza”.

E’ un invito a vedere gli anziani in prospettiva giubilare: “Guardando alle persone anziane in questa prospettiva giubilare, anche noi siamo chiamati a vivere con loro una liberazione, soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono. Questo anno è il momento propizio per realizzarla: la fedeltà di Dio alle sue promesse ci insegna che c’è una beatitudine nella vecchiaia, una gioia autenticamente evangelica, che ci chiede di abbattere i muri dell’indifferenza, nella quale gli anziani sono spesso rinchiusi. Le nostre società, ad ogni latitudine, si stanno abituando troppo spesso a lasciare che una parte così importante e ricca della loro compagine venga tenuta ai margini e dimenticata”.

Per questo è necessario un cambio di passo: “Davanti a questa situazione, è necessario un cambio di passo, che testimoni un’assunzione di responsabilità da parte di tutta la Chiesa. Ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della ‘rivoluzione’ della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani, creando per loro e con loro reti di sostegno e di preghiera, intessendo relazioni che possano donare speranza e dignità a chi si sente dimenticato. La speranza cristiana ci spinge sempre a osare di più, a pensare in grande, a non accontentarci dello status quo. Nella fattispecie, a lavorare per un cambiamento che restituisca agli anziani stima e affetto”.

Infine, rivolgendosi agli anziani, il papa invita a trasmettere la fede: “Soprattutto da anziani, dunque, perseveriamo fiduciosi nel Signore. Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa. Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età”.

Papa Francesco ai giovani: non perdete la memoria

Papa Francesco ha lasciato Dili, capitale di Timor-Leste verso Singapore, ultima tappa, dopo l’Indonesia e la Papua-Nuova Guinea, del 45^ viaggio apostolico, salutando il presidente della Repubblica José Ramos-Horta, dopo l’ultimo incontro con i giovani, che l’hanno accolto nel Centro de Convenções con lo slogan ‘Noi siamo la gioventù del Papa!’, perché ‘i giovani fanno la Chiesa’, scritta sulle loro magliette.

Ed il papa ha augurato loro ‘buongiorno’, chiedendo di raccontare cosa fanno i giovani, se non sono più abituati a fare ‘chiasso’ in nome di Gesù: “Questo non scordatelo mai! Molto bene, molto bene. Ma c’è una cosa che fanno sempre i giovani, i giovani di diverse nazionalità, i giovani di diverse religioni. Sapete cosa fanno sempre i giovani?

I giovani fanno chiasso, i giovani fanno confusione. Siete d’accordo? Siete d’accordo su questo?.. Vi ringrazio per i saluti, le testimonianze e le domande. Vi ringrazio per i balli. Perché sapete che ballare è esprimere un sentimento con tutto il corpo. Conoscete qualche giovane che non sa ballare? La vita viene con la danza. E voi siete un Paese di gente giovane”.

Ringraziandoli per questa giornata conclusiva il papa ha elogiato la loro voglia di vivere: “C’è una cosa che dicevo stamattina a un vescovo: non dimenticherò mai i vostri sorrisi. Non smettete di sorridere! E voi giovani siete la maggioranza della popolazione di questa terra, e la vostra presenza riempie di vita questa terra, la riempie di speranza e la riempie di futuro.

Non perdete l’entusiasmo della fede! Immaginate un giovane senza fede, con una faccia triste. Ma voi sapete cos’è che butta giù un giovane? I vizi. State attenti. Perché arrivano quelli che si definiscono venditori di felicità. E ti vendono la droga, ti vendono tante cose che ti danno felicità per mezz’ora e basta”.

E’ stato un augurio a proseguire senza dimenticare le ‘radici’: “Vi auguro di andare avanti con la gioia della gioventù. Ma non dimenticatevi una cosa: voi siete gli eredi di coloro che vi hanno preceduto nella fondazione di questa Nazione. Pertanto, non perdete la memoria! La memoria di quelli che vi hanno preceduto e che con tanto sacrificio hanno costruito questa Nazione”.

Quindi è stato un invito a ‘sognare’ senza anestetizzanti: “Un giovane deve sognare… Vi invito a sognare, a sognare cose grandi. Un giovane che non sogna è un pensionato della vita. E qualcuno di questi giovani, di voi, è un pensionato?.. I giovani devono fare confusione, per mostrare la vita che hanno. Ma un giovane è nel mezzo del cammino della vita, è a metà, nel mezzo della strada della vita. Tra i ragazzi e i grandi”.

Ma al contempo anche ad ascoltare gli anziani: “Ma sono i nonni, sono gli anziani che danno la saggezza ai giovani…Gli anziani precedono sempre noi giovani nella storia, non è vero? Gli anziani sono un tesoro: i due tesori di un popolo sono i bambini e gli anziani. Capito? Vediamo, ripetetelo voi. Quali sono i due più grandi tesori di un popolo?.. I bambini e gli anziani. Ecco perché una società che ha tanti bambini come la vostra deve prendersi cura di loro. E una che ha tanti anziani che sono la memoria deve rispettarli e prendersene cura”.

Inoltre il papa ha sottolineato che a Timor-Leste, che ha definito il ‘Paese sorridente’, c’è ‘una meravigliosa storia di eroismo, di fede, di martirio e soprattutto di fede e riconciliazione’, attraverso tre raccomandazioni, libertà, impegno e fraternità con l’autogoverno, tradotto dalla parola ‘ukun rasik-an’, che ha un significato più complesso, in quanto un giovane che non è capace di autogovernarsi è dipendente, non è libero ed è schiavo del proprio desiderio di sentirsi onnipotente:

“Nella lingua tetum c’è un detto: ‘ukun rasik-an’, cioè essere in grado di governare sé stessi. Un giovane che non è in grado, una giovane, un giovane che non è in grado di governarsi, che non è in grado di vivere ‘ukun rasik-an’, che cos’è? Cosa dite? Uno che dipende dagli altri. Molto bene. E un uomo, una donna, un giovane, un ragazzo che non governa sé stesso è schiavo, è dipendente, non è libero… Un giovane che ama la compagnia dei fratelli, delle sorelle, che ha responsabilità, è un giovane che ama il suo Paese. Questo è molto importante”.

Per questo è necessaria la fraternità: “E’ un valore che dovete imparare: la fraternità. Essere fratelli, non essere nemici. I vostri anziani, i vostri genitori e nonni, magari con idee diverse, ma erano fratelli. Ed è bene che i giovani abbiano idee diverse? E questo perché? Per litigare con gli altri? O per rispettarci? Io credo che tu pensi questo: se io sono di questa religione e tu sei di quest’altra religione, ci scontreremo. Non è così, bisogna rispettarsi. Ripetiamo questa parola: rispettarsi”.

Il dialogo del papa con i giovani si è concluso con l’invito alla riconciliazione: “Cari giovani, siate eredi della storia tanto bella che vi ha preceduto! Siate eredi della storia così bella che vi ha preceduto. E portatela avanti. Abbiate coraggio, abbiate coraggio per portare avanti le cose. E se litigate, riconciliatevi. Vi ringrazio per tutto quello che fate per la patria, per il popolo di Dio. E ricordiamo quello che ci ha detto Ilham, che ha parlato poco fa: che dobbiamo amarci al di là di tutte le differenze etniche o religiose… Riconciliazione, convivenza con tutte le differenze”.

(Foto: Santa Sede)

Mario Marazziti: gli anziani sono la memoria del futuro

Oggi si celebra la IV giornata mondiale dei nonni e degli anziani con il tema tratto dal salmo 71 ‘Nella vecchiaia non abbandonarmi’, in cui si sottolinea come la solitudine sia l’amara compagna della vita di tanti anziani che, spesso, sono vittime della cultura dello scarto, valorizzando la preghiera di invocazione, come ha scritto nel messaggio per la giornata: “Dio non abbandona i suoi figli, mai. Nemmeno quando l’età avanza e le forze declinano, quando i capelli imbiancano e il ruolo sociale viene meno, quando la vita diventa meno produttiva e rischia di sembrare inutile.

Egli non guarda le apparenze e non disdegna di scegliere coloro che a molti appaiono irrilevanti. Non scarta alcuna pietra, anzi, le più ‘vecchie’ sono la base sicura sulla quale le pietre ‘nuove’ possono appoggiarsi per costruire tutte insieme l’edificio spirituale. La Sacra Scrittura, tutta intera, è una narrazione dell’amore fedele del Signore, dalla quale emerge una consolante certezza: Dio continua a mostrarci la sua misericordia, sempre, in ogni fase della vita, e in qualsiasi condizione ci troviamo, anche nei nostri tradimenti”.

Quindi nell’anno di preparazione al Giubileo, papa Francesco ha scelto di dedicare alla preghiera il tema di questa Giornata attraverso l’invocazione di un anziano che ripercorre la sua storia di amicizia con Dio.

Per comprendere meglio il messaggio di questa Giornata abbiamo colloquiato con lo scrittore e giornalista dott. Mario Marazziti, componente della Comunità di Sant’Egidio, partendo proprio dal titolo del tema (‘Nella vecchiaia non abbandonarmi’): per quale motivo papa Francesco riprende questa invocazione del salmista nel messaggio?

“E’ un’invocazione chiara. Come quella, estrema, di Gesù sotto la croce: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ (Mt 27,46). Ma è anche una condizione storica. Moltissimi anziani in istituti anonimi, a casa da soli, vivono questa condizione di espropriazione da sé, dalle proprie cose, dalla possibilità di condividere le proprie paure e le cose importanti. Come se non esistessero più, mentre esistono. Da questo dipende molto della nostra civiltà, se siamo capaci di riannodare questo rapporto”.

In quale modo gli anziani possono recuperare la ‘gioia’ di vivere?

“Vita è relazione. La ‘quarta età’ porta con sé anche minori forze e la necessità di convivere con le limitazioni di tante malattie croniche. Ma la vita e la felicità sono relazione. La vecchiaia rende tutto essenziale. Anche le relazioni si purificano, diventano gratuità, affetto ‘assoluti’, se si conta per qualcuno. Gli anziani più validi possono rompere la solitudine degli altri, visitandoli, a casa e in istituto. E poi il rapporto con i nipoti, la visita dei nipoti, che percepiscono questo amore pulito, diverso dai bellissimi ma a volte conflittuali rapporti con i genitori. Qui c’è una chiave del futuro, e di un futuro capace di memoria e trasmissione di quello che conta, diverso dalla civiltà ‘digitale’, che è tutta nel presente e nell’attimo”.

Nel messaggio il papa ha presentato il racconto di Rut: quale rapporto è possibile instaurare tra giovani ed anziani?

“La storia dell’anziana Noemi che è pronta a morire da sola e senza mezzi pur di dare un futuro alla giovane nuora Rut, che è anche una straniera, è un paradigma. E’ un doppio insegnamento, per una ‘controcultura’ capace di contrastare la solitudine e l’abbandono. Ce la spiega papa Francesco: ‘Rut, non si stacca da Noemi e le rivolge parole sorprendenti: Non insistere con me che ti abbandoni’ (Rut 1,16). Non ha paura di sfidare le consuetudini e il sentire comune, sente che quell’anziana donna ha bisogno di lei e, con coraggio, le rimane accanto in quello che sarà l’inizio di un nuovo viaggio per entrambe. A tutti noi (assuefatti all’idea che la solitudine sia un destino ineluttabile) Rut insegna che all’invocazione ‘non abbandonarmi!’ è possibile rispondere ‘non ti abbandonerò!’ Non esita a sovvertire quella che sembra una realtà immutabile: vivere da soli non può essere l’unica alternativa!”

Ed in quale modo gli anziani possono trasmettere la fede ai giovani?

“Per molti giovani Gesù, quando lo incontrano, amico e amore incondizionato, ha un fascino dirompente. Ma sono quasi sempre ignari del Vangelo e di come incontrarlo. C’è un vuoto in mezzo, una generazione, come se questa fosse una lingua straniera. I nonni hanno l’autorevolezza della vita, le loro parole e gesti hanno la forza della verità e dell’affetto. Possono loro trasmettere l’alfabeto della preghiera, il calore del Vangelo, anche attraverso il loro attaccamento alla preghiera”.

Gli anziani possono essere ‘protagonisti’ del futuro?

“Gli anziani costituiscono una riserva d’anima anche per il futuro, nella generazione dei giovani. Al tempo stesso rappresentano una occasione per aiutare un mondo travolto dalla pandemia dell’individualismo e dell’indifferenza per rientrare in sé stesso. Perché una società che si costruisce a misura degli anziani e dei deboli diventa vivibile, calda, umana per tutti. Ci sono due pandemie non dichiarate per le quali non c’è una mobilitazione generale per arrivare presto a un vaccino: l’individualismo, che attraversa credenti e non credenti, quasi fosse l’unica religione condivisa, e la solitudine. Di solitudine ci si ammala. Se siamo capaci di rifiutare la via dello ‘scarto’ per i 14.000.000 di anziani in Italia (ma lo saremo tutti) per un intero pianeta di anziani nel mondo, ci sarà un futuro. Loro stessi, nella solidarietà e nella relazione, nella capacità di sacrificio per gli altri, indicano la via del futuro”.

Per quale motivo è sorta una fondazione denominata ‘Età grande’?

“La Fondazione Età Grande vuole aiutare a costruire una visione: un mondo capace di fare degli anni in più non una maledizione, ma una benedizione. Per diffondere una nuova cultura e dare cittadinanza a un mondo di esclusi, a cui dobbiamo tutto, che è descritto come concorrente dei giovani. Da questa controcultura, come è la risposta resiliente di Rut, nascono anche le politiche, una organizzazione sociale e delle città incentrate sulla casa, la prossimità, i rapporti tra le generazioni, l’inclusione delle diversità e delle debolezze, la ricostruzione delle comunità.

Avremmo potuto capire dopo la pandemia: ‘siamo sulla stessa barca’.

Ma sembra che chi non è ancora anziano pensi sempre di avere un’altra barca e un altro destino. Nella pandemia di Covid-19 più del 40% di tutte le vittime della prima ondata, in Italia, in Spagna, in Europa, in Occidente, sono stati anziani in un qualche istituto. La casa da sola, senza servizi, senza medici, di per sé, ha protetto la vita di un anziano ricoverato 15 volte di più.  Questo doveva innescare un cambiamento radicale di tutto il welfare per gli anziani, creando modelli di prossimità, forme innovative di ‘co-housing’, piccole residenze assistite, un ‘continuum’ di servizi socio-assistenziali a rete centrati sulla casa, assistenza domiciliare sociale e sanitaria integrata, moltiplicando le dimissioni ospedaliere protette, visto che la maggior parte di patologie sono croniche, non acute.

Gli studi che dimostrano che la solitudine raddoppia, a parità di patologie croniche, il rischio di morte sono tanti. In Italia un passo avanti è la legge 33/2023, una svolta storica, che indica queste azioni almeno come percorso integrativo di welfare, ma è ancora sotto-finanziata. Può essere l’avvio di una contro-cultura e di un ripensamento. E poi c’è la Carta dei diritti dell’Anziano, che la Fondazione ‘Età Grande’ comincia a far circolare anche in Europa. Sono punti di partenza, da diffondere”.

Italia sempre più vecchia

Al 1° gennaio di quest’anno, certificato dall’Istat, la popolazione residente in Italia è pari a 58.990.000 unità, in calo di 7.000 unità rispetto alla stessa data dell’anno precedente (-0,1 per mille abitanti), che conferma quanto già emerso nel 2022 (-33.000 unità) proseguendo il rallentamento del calo di popolazione che, dal 2014 al 2021 (-2,8 per mille in media annua), ha contraddistinto l’Italia nel suo insieme.

La variazione della popolazione nel 2023 rivela un quadro eterogeneo tra le ripartizioni geografiche: nel Mezzogiorno la variazione è negativa, peraltro consistente nella misura del -4,1 per mille, mentre nel Nord, invece, la popolazione aumenta del 2,7 per mille. Stabile quella del Centro (+0,1 per mille). A livello regionale, la popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+4,6 per mille), in Lombardia (+4,4 per mille) ed in Emilia-Romagna (+4,0 per mille). Le regioni, invece, in cui si è persa più popolazione sono la Basilicata (-7,4 per mille) e la Sardegna (-5,3 per mille).

Però con appena 379.000 bambini nati, l’anno appena concluso ha messo in luce l’ennesimo minimo storico di nascite, l’undicesimo di fila dal 2013. Un processo, quello della denatalità, che dal 2008 (577.000nascite) non ha conosciuto soste. Calano anche i decessi (661.000), l’8% in meno sul 2022, dato più in linea con i livelli pre-pandemici rispetto a quelli che hanno caratterizzato il triennio 2020-22: emerge un saldo naturale ancora fortemente negativo (-281.000 unità).

Le iscrizioni dall’estero (416.000) e le cancellazioni per l’estero (142.000) determinano un saldo migratorio con l’estero positivo di 274.000 unità, compensando quasi totalmente il deficit dovuto alla dinamica naturale con una dinamica migratoria favorevole, con un sostanziale equilibrio.

La popolazione residente di cittadinanza straniera al 1° gennaio di quest’anno è 5.308.000 unità, in aumento di 166.000 individui (+3,2%) sull’anno precedente; di conseguenza l’incidenza sulla popolazione totale tocca il 9%. Il 58,6% degli stranieri, pari a 3.109.000 unità, risiede al Nord, per un’incidenza dell’11,3%; altrettanto attrattivo per gli stranieri è il Centro, dove risiedono 1.301.000 individui (24,5% del totale) con un’incidenza dell’11,1%, mentre è più contenuta la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 897.000 unità (16,9%), che raggiunge un’incidenza appena del 4,5%. Nel frattempo, sfiora 200.000 il numero di cittadini stranieri che nello scorso anno hanno acquisito la cittadinanza italiana, dato in linea con l’anno precedente (214.000), pur se in parziale calo.

Intanto i nati residenti in Italia sono 379.000, con un tasso di natalità pari al 6,4 per mille (era 6,7 per mille nel 2022) e la riduzione della natalità riguarda indistintamente nati di cittadinanza italiana e straniera. Questi ultimi, pari al 13,3% del totale dei neonati, sono 50.000, 3.000 in meno rispetto al 2022. La diminuzione del numero dei nati residenti del 2023 è determinata sia da una importante contrazione della fecondità, sia dal calo della popolazione femminile nelle età convenzionalmente riproduttive (15-49 anni), scesa a 11.500.000 al 1° gennaio, da 13.400.000 che era nel 2014 e 13.800.000 nel 2004. Anche la popolazione maschile di pari età subisce lo stesso destino nel medesimo termine temporale, passando da 13.900.000 nel 2004 a 13.500.000 nel 2014, fino agli odierni 12.000.000 persone.

Il numero medio di figli per donna scende così da 1,24 nel 2022 a 1,20 nel 2023, avvicinandosi di molto al minimo storico di 1,19 figli registrato nel lontano 1995: nel Nord diminuisce da 1,26 figli per donna nel 2022 a 1,21 nel 2023, nel Centro da 1,15 a 1,12; infine il Mezzogiorno, con un tasso di fecondità totale pari a 1,24, il più alto tra le ripartizioni territoriali, registra una flessione inferiore rispetto all’1,26 del 2022. In tale contesto, riparte la posticipazione delle nascite, fenomeno di significativo impatto sulla riduzione generale della fecondità, dal momento che più si ritardano le scelte di maternità più si riduce l’arco temporale disponibile per le potenziali madri. Dopo un biennio di sostanziale stabilità, nel 2023 l’età media al parto si porta a 32,5 anni (+0,1 sul 2022). Tale indicatore, in aumento in tutte le ripartizioni, continua a registrare valori nel Nord e nel Centro (32,6 e 32,9 anni) superiori rispetto al Mezzogiorno (32,2), dove però si osserva l’aumento maggiore sul 2022 (era 32,0).

Il Trentino-Alto Adige, con un numero medio di figli per donna pari a 1,42, continua a detenere il primato della fecondità più elevata del Paese, sebbene sia tra le regioni con la variazione negativa maggiore rispetto al 2022 (1,51). Seguono Sicilia e Campania, con un numero medio di figli per donna rispettivamente pari a 1,32 e 1,29 (contro 1,35 e 1,33 nel 2022). In queste tre regioni le neo-madri risultano mediamente più giovani che nel resto del Paese: 31,7 anni l’età media al parto in Sicilia; 32,2 anni in Trentino-Alto Adige e Campania.

La Sardegna continua a essere la regione con la fecondità più bassa. Stabilmente collocata sotto il livello di un figlio per donna per il quarto anno consecutivo, nel 2023 si posiziona a 0,91 figli (0,95 nel 2022). La precedono altre due regioni del Mezzogiorno: la Basilicata, dove il numero medio di figli per donna scende da 1,10 nel 2022 a 1,08 nel 2023; il Molise rimasto stabile a 1,10. La Sardegna e la Basilicata sono, insieme al Lazio, le tre regioni in cui il calendario riproduttivo risulta più posticipato, con età medie al parto rispettivamente pari a 33,2, 33,1 e 33 anni.

Scendendo a livello provinciale, il più alto numero medio di figli per donna si registra nella Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen (1,56), che presenta una significativa discesa rispetto al 2022 (era 1,64). Seguono le Province di Gorizia (1,42), Palermo (1,39), Reggio Calabria (1,37), Ragusa (1,36) e Catania (1,36). Tutte le Province sarde, ai minimi nazionali, presentano una fecondità inferiore al figlio per donna: da quelle di Cagliari e del Sud Sardegna (0,86 per entrambe) a quelle di Oristano (0,93), Sassari (0,95) e Nuoro (0,99). A queste seguono la Provincia di Massa Carrara (1,02), nel Centro, e quella di Verbano-Cusio-Ossola (1,06), nel Nord.

Quindi ad inizio di quest’anno la popolazione residente presenta un’età media di 46,6 anni, in crescita di due punti decimali (circa tre mesi) rispetto all’inizio dello scorso anno: la popolazione ultrasessantacinquenne, che nel suo insieme ad inizio anno conta 14.358.000 individui, costituisce il 24,3% della popolazione totale, contro il 24% dell’anno precedente; è anche in aumento il numero di ultraottantenni, i cosiddetti grandi anziani: con 4.554.000 individui, quasi 50.000 in più rispetto a 12 mesi prima, questo contingente ha superato quello dei bambini sotto i 10 anni di età (4.441.000 individui). Questo rapporto, che è ora sotto la parità, era di 2,5 a 1 venticinque anni fa e di 9 a 1 cinquanta anni fa.

Diminuiscono inoltre gli individui in età attiva e i più giovani: i 15-64enni scendono da 37.472.000 (63,5% della popolazione totale) a 37 milioni 447mila (63,5%), mentre i ragazzi fino a 14 anni di età scendono da 7.344.000 (12,4%) a 7.185.000 (12,2%). Il Centro e il Nord, caratterizzati da una struttura di popolazione relativamente più anziana, presentano una proporzione di giovani (0-14 anni) rispettivamente pari al 12,1% e all’11,8%. Nel Mezzogiorno la quota è invece del 12,5%, ancora la più alta pur se in calo. In conclusione il numero stimato di ultracentenari (individui di 100 anni di età e più) raggiunge a inizio 2024 il suo più alto livello storico, superando 22.500 unità, oltre 2.000 in più rispetto all’anno precedente.

Papa Francesco: la dama apre la mente

“Prendersi cura degli anziani è assumere un’eredità. E quell’eredità, consegnatela. Pertanto, l’altra estremità sono i bambini. Mi stavo divertendo a vedere con quanta gioia succhiava il biberon. Una promessa. Eredità e promessa. E noi siamo un ponte”: con queste pennellate papa Francesco ha incontrato i membri della fondazione ‘Memorial papa Francesco, a cui ha espresso gratitudine.

Inoltre ha ringraziato l’associazione spagnola per le attività che svolge, ricordando che è necessario prendersi cura di anziani e bambini: “Oggi vorrei mettere in risalto queste due cose: eredità e futuro, anziani e bambini; Dobbiamo prenderci cura di entrambi perché la storia continua. E poi, universalità nella collaborazione di tutti”.

Inoltre ha ricevuto anche i membri della Federazione Italiana Dama, in occasione del centenario della Federazione italiana, fondata nel 1924 ed attualmente presieduta da Carlo Andrea Bordini, elogiando questo ‘gioco’: “Il gioco della dama ha due belle caratteristiche: stimola la mente ed è accessibile a tutti. Infatti richiede intelligenza, abilità e attenzione, ma non grandi mezzi e strutture. E’ uno di quei giochi con cui, ovunque ci si trovi, si può facilmente creare un momento di incontro e di divertimento: bastano una scacchiera e le pedine, due giocatori, ed è un modo simpatico di stare insieme”.

Le origini della disciplina sono antiche, risalenti al 5.000 a.C. mentre diagrammi di damiere (le scacchiere su cui si gioca) sono stati trovati nella tomba egizia di Kurna, vicino a Fiv, datata 1350 a.C. Quanto alle moderne regole, il primo Paese ad adottarle fu la Spagna nel XVI secolo. In Italia il primo campionato nazionale si svolse nel 1925 e può essere praticato da tutti, perché sviluppa lalogica: “Questo fa sì che la dama sia un gioco per tutti, praticato in varie parti del mondo.

Ad esempio, risulta che sia uno degli svaghi più comuni tra i migranti che approdano sulle nostre coste: tanti di questi fratelli e sorelle, in situazioni di grande incertezza e apprensione, trovano sollievo giocando a dama, a volte anche insieme alla gente che li accoglie, nella semplicità e nella condivisione. E inoltre è un gioco che fa esercitare la capacità logica, e ce n’è bisogno, perché l’abuso dei nuovi media invece la fa addormentare!”

L’incontro si è concluso con un ringraziamento: “Perciò auguro ogni bene per la vostra attività; e vi incoraggio anche a tenere vivi i momenti di spiritualità che abitualmente associate agli eventi più importanti organizzati dalla Federazione. Vi ringrazio della vostra visita e vi benedico. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. E portate sempre i bambini, che sono una promessa!”

La giornata è stata conclusa dal colloquio con il presidente del Tadjghistan, Emomali Rahmon, piccola nazione dell’Asia Centrale, una delle ex repubbliche socialiste sovietiche, vertente sul dialogo con la Russia e sul rapporto con le altre fedi. Nel colloquio bilaterale in Segreteria di Stato, insieme con il card. Pietro Parolin, segretario di Stato, e mons. Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, sono state “rilevate le buone relazioni tra la Santa Sede e il Tadjikistan, e ci si è soffermati su alcuni aspetti della situazione politica e socioeconomica del Paese”.

(Foto: Santa Sede)

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