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Quarta domenica di Quaresima: Signore, fa’ che io veda

Il brano del Vangelo continua la catechesi battesimale; il Battesimo è il sacramento che ci fa ‘uomini nuovi’, veri figli di Dio. Questa domenica è detta ‘lastre’, la domenica della gioia nella quale vediamo la luce e scopriamo la nuova dignità di figli di Dio. Perché la luce di Cristo risplenda in noi è necessario l’amore di Dio e avere il coraggio e la buona volontà di immergerci nella ‘piscina di Siloe’, il sacramento della riconciliazione.

Nel Vangelo il protagonista oggi è un mendicante, cieco dalla nascita; un uomo che non ha mai veduto né il sole, né la pioggia; non ha visto con i suoi occhi né il papà, né la mamma, un uomo costretto a vivere ai margini della società. Gesù lo vede, si commuove; fa un poco di fango con la saliva, spalma il fango negli occhi e lo invia alla piscina: ‘Vai, lavati ed avrai la vista’. Il cieco credette, andò, si lavò ed ebbe finalmente la vista. La salvezza operata da Gesù non è mai un atto magico, ma è sempre un atto relazionale: ognuno deve fare la sua parte: Dio opera ma l’uomo deve avere fede in Dio.

Ecco perché al cieco Gesù ordina: ‘Vai a Siloe e lavati!’, il cieco obbedì, andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Per i farisei presenti quanto è successo non è motivo di stupore, di riconoscenza a Dio, ma la convinzione che Gesù è un peccatore  per avere agito così in giorno di sabato. Al centro invece dell’agire di Cristo Gesù non c’è una norma di legge, ma c’è l’uomo e il suo bisogno. Ogni legge è scritta per servire l’uomo e riscattarlo nella sua dignità di persona umana.

Il miracolo operato da Gesù evidenzia una verità fondamentale: la preziosità della vista, non solo la vista fisica degli occhi, del corpo, ma soprattutto dell’anima, dello spirito. La vista fisica ci permette di cogliere l’apparenza delle cose: ciò che appare, che si può toccare con le mani, sentire con gli orecchi, cogliere anche nei suoi aspetti variopinti.  La vista dell’anima ci fa cogliere l’essenza delle cose, la verità che Dio ha profuso in esse; ci porta al cuor, ci porta a Dio. Chi non ha la luce della fede si ferma all’apparenza e si accontenta di essa; chi ha fede vede le cose in Dio, che ha creato tutta le realtà e l’uomo a sua immagine e somiglianza.

L’episodio del Vangelo è singolare: davanti a Gesù c’è quel povero cieco ormai guarito: una guarigione nel giorno di sabato, giorno di preghiera e del Signore; dall’altra parte ci sono i farisei, i dottori della legge. Quelli che si fermano alla lettera, all’apparenza, ed interrogano il guarito: chi sei?, come ci vedi?, chi ti ha dato la vista?, perché ti sei lavato in giorno di sabato? E’ peccato!  I farisei stimano il guarito un imbroglione ed interrogano i suoi genitori: è vostro figlio?, era cieco?, come ora ci vede? In giornata di sabato non si va in piscina a lavarsi.

Sembra un interrogatorio di quarto grado ed i genitori se ne lavano subito le mani per non essere coinvolti e rispondono: è nostro figlio, era cieco, chiedetelo a lui come ci vede; noi non lo sappiamo. Il cieco guarito ha ormai la vista degli occhi ma anche quella dell’anima e risponde da maestro: se Gesù è peccatore, io non lo so; so di certo che ero cieco ed ora ci vedo; ma, penso, può Dio operare miracoli attraverso un peccatore’ ? a meno che voi volete diventare suoi discepoli.

Ora il cieco è divenuto vero maestro destando l’ira dei farisei che dubitano della sua cecità; vorrebbero svuotare il miracolo dicendo: ‘Non è il cieco nato, ma uno che gli somiglia’; ma il cieco guarito ribatte: sono proprio io; mi ha guarito Gesù ma non so ora dove Egli sia. Nel cieco guarito i farisei vedono ora crollare tutti i loro sogni di grandezza, di un Dio tutto proprio perché si ritengono sani, saggi, pagano le tasse e sono rispettati dalla gente.

Ai farisei interessava la reputazione della gente; a Gesù interessa l’uomo, l’uomo creato ad immagine di Dio, l’uomo che deve essere salvato e riportato alla sua dignità: interessa salvare l’uomo. Sconfitti e delusi, i farisei si allontanano, mentre Gesù si avvicina al guarito; seppe che lo avevano cacciato fuori come peccatore e gli rivolge la domanda: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo?’ e il cieco guarito chiede: ‘Chi è Signore’? e Gesù aggiunge: ‘E’ colui che parla con te’; il guarito si prostrò e l’adorò. Il cieco guarito imbocca la strada della fede; scopre la luce vera, si prostra ed adora.

Nel cammino della vita l’uomo è chiamato a scoprire l’opera divina, che si impone senza compromessi, sempre per chiarezza e splendore. Il sabato, i comandamenti di Dio, la legge del Signore non mirano a schiavizzare l’uomo ma a renderlo veramente libero per amare Dio e i fratelli. Dio guarda sempre il cuore; il cuore deve essere sempre puro e libero.

Il Battesimo ci ha fatto rinascere a vita nuova e ci insegna una cosa: Amare perché Dio è amore. Con il Battesimo abbiamo ricevuto con lo Spirito Santo i tre semi teologali: la Fede, la Speranza e la Carità; come ogni seme la Fede deve crescere per segnare  la strada e la meta da raggiungere: luce vera che guida l’uomo nella giustizia e verità di Dio. Andiamo verso la Pasqua di risurrezione; ma sarà vera Pasqua se nel cuore regna l’amore.       

Domenica al pozzo di Samaria

Avvolta in abiti orientali, con un viso dolcissimo, avanzava lentamente con la maestà di una principessa. Un’anfora sulle spalle, portata con elegante leggerezza, la definiva subito: era la Samaritana. Blessy, una ragazza filippina aveva accolto volentieri questo impegno. Mentre Son, seminarista vietnamita, l’accompagnava con la musica di un flauto traverso. Il sapore orientale era tutto lì, in quei passi lenti e in quelle note.

‘Mi sembrava di essere proprio in Samaria!’, vi confesserà, poi, Pina, ancora piena di emozione. La Samaritana era sbucata di sorpresa alle spalle dell’’assemblea domenicale di sant’Agostino (Reggio Calabria), per percorrere calmamente tutta la navata centrale e sedersi ai piedi dell’altare, accanto ad un pozzo. Preparato nottetempo, infatti, questo era spuntato come un fungo da terra, tra sassi, decori e piante grasse: ‘Anche i bambini – vi dirà Enza – rimanevano conquistati, incantati dalla magia della scena’.

Mentre scorreva, poi, il racconto del Vangelo… Gesù, Parola viva, iniziava il dialogo con la donna Samaritana, rompendo per primo il silenzio. I loro sguardi si incrociano, i loro cuori entrano in sintonia. La Samaritana si fa ascolto. Sofferenza e umiliazione erano state fin qui sue compagne, ma ora si sente finalmente amata. A lei, donna straniera e di un’altro credo, il Messia dona l’acqua che disseta. Una sorgente, in lei ormai inaridita, ricomincia a sgorgare… si fa speranza e sorprendente energia missionaria.

La celebrazione si conclude, infine, mentre tutta l’assemblea si raccoglie in preghiera ai piedi della statua di Maria, la più umile ed eccelsa tra le donne. Proprio oggi, infatti, domenica 8 marzo, queste festeggiano la loro grande Giornata. Sopraggiunge, poi, la nostra Samaritana. Ed è per offrire un enorme bouquet di mimosa alla Madonna.

Il pensiero corre alle donne del nostro tempo, fragili, maltrattate e vittime di violenza, assetate di rispetto e dignità. Al canto finale, uscendo, ai fedeli sono distribuite frasi del vangelo in bocca a Gesù, preparate dai ragazzi della catechesi. Come a dissetare ad uno ad uno ogni discepolo con un’acqua viva: la Sua parola. Alle donne, evidentemente, anche un rametto di mimosa benedetta dallo sguardo di Maria. Strappa, così, spontaneo il loro sorriso… Sì, l’attesa della Pasqua apre sentieri di speranza davanti ad ognuno.

Papa Leone XIV: il centro della vita parrocchiale è l’Eucarestia

“E come siamo radunati noi qui questo pomeriggio, così Gesù vuole arrivare da noi, a casa nostra, in famiglia, tra gli amici, anche quando ci troviamo insieme in parrocchia, nei gruppi, nelle diverse attività (attività di carità) e soprattutto nella preghiera. E quanto è importante che tutti impariamo a pregare. Ad ascoltare Dio, ma anche a parlare con Dio, con le preghiere che abbiamo memorizzato e che diciamo sempre, ma anche con le nostre parole: parlare con Gesù, portare a Gesù le nostre preoccupazioni, le difficoltà, i dolori che viviamo tutti i giorni. Gesù è vicino a noi. Apriamo gli occhi.

Riconosciamo che anche nella persona accanto a noi, o nella persona che soffre, la persona che non ha dove vivere, dove dormire, che si trova per strada, la persona malata”: nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV è arrivato nella parrocchia di ‘Santa Maria della Presentazione’ a Torrevecchia, penultima visita quaresimale nelle chiese della diocesi di Roma, e prima della celebrazione eucaristica ha incontrato bambini del catechismo e gruppi giovanili, esortandoli a rifiutare la violenza e ad accogliere Gesù, aprendosi agli altri.

Ed agli anziani ed alle anziane ha ricordato la figliolanza di Dio: “Allo stesso tempo, però, vorrei sottolineare una cosa: ognuno di voi, anche la persona più anziana, la persona più malata, la persona più debole, ognuno di voi ha tantissimo valore, perché tutti siamo creati a immagine di Dio, tutti condividiamo questa dignità di essere figli e figlie di Dio. E tante volte il mondo di oggi vorrebbe farci dimenticare questo fatto, ma non è così.

E quindi la vostra presenza anche qui, questo pomeriggio, parla tantissimo: è una testimonianza bellissima del fatto che tutti noi, uniti come in una famiglia, abbiamo un grandissimo valore, perché siamo figli di Dio, creati a Sua immagine, amati da Dio, e allora chiamati, anche noi, a condividere questo amore con gli altri. E quindi la vostra voce, la vostra presenza, le vostre preghiere, anche la vostra sofferenza: tutto questo ha un valore grandissimo nel mondo di oggi”.

Nell’omelia della celebrazione eucaristica ha ricordato l’importanza di questa domenica quaresimale: “E’ una tappa importante nella nostra sequela di Gesù, fino alla sua Pasqua di passione, morte e risurrezione. In questo itinerario si intrecciano profondamente la vicinanza di Dio e la nostra vita di fede: rinnovando in ciascuno la grazia del Battesimo, il Signore ci chiama a convertirci, proprio mentre purifica il nostro cuore col suo amore e con le opere di carità che ci propone di compiere. A questo proposito, l’incontro tra Gesù e la donna samaritana ci coinvolge con grande intensità. Il Vangelo di oggi, infatti, oltre che parlare a noi, parla di noi e ci aiuta a rivedere il nostro rapporto con Dio”.

La sete di ricerca della Samaritana è la nostra: “La sete di vita e di amore della samaritana è la nostra sete: quella della Chiesa e dell’umanità intera, ferita dal peccato ma ancor più intimamente abitata dal desiderio di Dio. Lo cerchiamo come l’acqua, anche quando non ce ne rendiamo conto, ogni volta che ci chiediamo il senso degli avvenimenti, ogni volta che avvertiamo quanto ci manca il bene che vogliamo per noi e per chi ci sta accanto”.

Nella ricerca si trova Gesù: “Egli è già lì, al pozzo, dove la samaritana lo trova solo, sotto il sole di mezzogiorno, stanco del viaggio. La donna va al pozzo a quell’ora insolita forse per evitare gli sguardi carichi di pregiudizi delle altre donne. Gesù le legge nel cuore il motivo di questa emarginazione: i suoi matrimoni falliti e l’attuale convivenza la rendono indegna di accompagnarsi alle figlie, alle mogli e alle madri del villaggio.

Eppure, Gesù siede presso il pozzo come ad aspettarla. Questo appuntamento sorprendente è uno dei modi con cui, come amava ripetere papa Francesco, Cristo rivela il Dio delle sorprese: le più belle, quelle che cambiano la vita, dovunque la incontrino e comunque essa si presenti davanti al Signore”.

Ed è Gesù che prende l’iniziativa: “Sì, proprio per te, che non lo conoscevi, che ti ritenevi lontana e condannata. Questo dono ti trasformerà: diventerai tu stessa sorgente che zampilla per la vita eterna. In cambio della sete di prima, colma di amarezza e di aridità spirituale, il Figlio di Dio offre in dono una vita rinnovata dall’acqua che sgorga dalla misericordia del Padre. Tutto si trasforma nell’incontro con il Signore: la donna assetata diventa sorgente, l’esclusa diventa confidente”.

Da questo incontro nasce la missione della samaritana: “La donna piena di vergogna ora è ricolmata di gioia; colei che stava muta nel villaggio diventa missionaria per tutti i suoi abitanti. Mai avrebbe immaginato che proprio lei, così disorientata e sconfitta dalla vita, avrebbe potuto un giorno gustare l’acqua fresca, puro dono di Dio, diventando a sua volta dono per gli altri. Come accade questo? Incontrando Gesù, dialogando con Lui, Verbo vivente di Dio fatto uomo per la nostra salvezza”.

Ed ecco il riferimento alla parrocchia: “Come al pozzo del Vangelo, in questa parrocchia arrivano uomini e donne feriti nell’animo, offesi nella dignità e assetati di speranza. A voi il compito, urgente e liberante, di mostrare la prossimità di Gesù, la sua volontà di riscattare la nostra esistenza dai mali che la minacciano con una proposta di vita giusta, vera, piena”.

Però tutte le attività parrocchiali hanno la fonte nell’Eucarestia: “Partendo dall’Eucaristia, cuore pulsante di ogni comunità cristiana, vi incoraggio a fare in modo che le attività parrocchiali siano segno di una Chiesa che – come una madre – si prende cura dei propri figli, senza condannarli, anzi accogliendoli, ascoltandoli e sostenendoli di fronte al pericolo. La parola del Vangelo, che zampilla in noi come fonte di verità, aiuti ciascuno ad aprire gli occhi, per saper valutare con saggezza ciò che è bene e ciò che è male, formando così coscienze libere e adulte”.

(Foto: Santa Sede)

Terza domenica di Quaresima: Gesù è acqua viva che disseta

Tema dominante nella Liturgia  oggi è l’ acqua; l’episodio si svolge nelle vicinanze di Sicar, dove è sito il pozzo di Giacobbe. Una donna samaritana  va ad attingere acqua, ma, forse, cercava anche un altro tipo di acqua, quando arriva Gesù stanco, assetato, nel momento in cui gli Apostoli erano andati a provvedersi di cibo. Si intavola un dialogo tra Gesù e la samaritana, che, dopo aver ascoltato Gesù, inizia  un vero itinerario di fede. E’ un cammino a tappe. La donna si accorse subito che Gesù era un giudeo speciale, atipico, ma non lo riconosce come il Messia, il Figlio di Dio.

Tutto si svolge nel simbolismo dell’acqua: simbolismo singolare negativo perché l’acqua risveglia l’idea del diluvio, del naufragio, alluvione; ma anche simbolismo altamente positivo: l’acqua è un dono che disseta, pulisce, purifica, dà vita e salvezza. L’acqua è il simbolo del Battesimo e della purificazione del corpo e dello spirito. E’ Gesù che cerca la pecorella smarrita; è Gesù  che   apre il dialogo dicendo: donna, mi dai da bere?, mi dai un sorso d’acqua?. Il ghiaccio si rombe e si trasforma man mano in un dialogo religioso. La donna meravigliata chiede: tu sei ebreo, come mai chiedi a me, samaritana, dell’acqua?

Ebrei e samaritani erano avversari e tra loro c’era più odio che rispetto reciproco. Gesù chiarisce: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio, se tu sapessi chi ti ha chiesto dell’acqua, allora,  sono certo, che tu l’avresti chiesto a me ed io ti avrei dato acqua viva’. Proprio al pozzo, che Giacobbe aveva dato per dissetare la sua famiglia, il suo popolo, Gesù gli rivela un’altra acqua, ma acqua viva. La donna ora desidera gustarla: ‘Signore, dammi di quest’acqua perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua’. 

Parole vere che Gesù utilizza per un autentico esame di coscienza: ‘Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno’. E’ la prima volta che questa donna si trova davanti ad un uomo che non ha eguali: dirà, chi sei tu? Sei più grande di Giacobbe che ci ha regalato questo pozzo?; come puoi attingere acqua se non hai con te un secchio né una corda? Questa donna cerca allora di mettere Gesù, questo ebreo sconosciuto, davanti ad una prova.

‘Voi ebrei andate a pregare nel tempio di Gerusalemme, noi samaritani saliamo sul monte per essere più vicini a Dio’; chi ha ragione?, dove è Dio? Gesù risponde con una espressione assai chiara e tagliente da lasciare la donna assai sorpresa: ‘Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre. Dio è spirito e quanti lo adorano, debbono adorarlo in spirito e verità’.

E’ la prima volta che quella donna è costretta a darsi per vinta e, benché  è consapevole che Gesù non ha né corda, né secchio, è costretta ad avanzare la sua proposta: ‘Signore, dammi quest’acqua perché io non abbia più sete!’ E Gesù di rimando: sì, ma vai prima a casa, chiama tuo marito e torna. Gesù stimola l’interesse della donna invitandola ad una vera revisione di vita e, dopo la risposta della donna: ‘Io non ho marito’, la rincalza: ‘Cinque ne  avesti, ed ora non è tuo questo che con te vive e non amò’.

Gesù le ricorda così il suo passato, le chiede di dare un nome alla sua sete, al suo malessere, un volto al suo disagio; Gesù si era servito  dell’acqua che disseta il corpo per condurre la donna verso un altro tipo di acqua: quella che disseta l’uomo (anima  corpo). La risposta della samaritana è spontanea: chi sei tu?, dirà, sei profeta?, sei Dio?, perché non ti sveli? La donna lascia l’anfora sull’orlo del pozzo, corre in città e conduce ai piedi di Gesù gli abitanti di Samaria. La donna diventerà un apostolo, è annoverata tra le primizie del cristianesimo; è  ricordata con il nome di Fotina e la Chiesa ne fa memoria il 20 marzo. 

Il cuore dell’uomo ha sete di una vera di gioia, di felicità, perché Dio lo ha creato con questa sete innata. Ci sono due modi per dissetarsi: o bere l’acqua delle pozzanghere, delle creature, cercare la vera gioia nelle cose terrene (denaro, sesso, fama, prestigio): tutte cose belle e buone se usate nel giusto modo ( non come fine a se stesso, ma come mezzo per andare avanti); oppure bere l’acqua della Verità, che è Dio; allora e solo allora la verità di Dio dilata il cuore, disseta la nostra sete d’infinito, permette di guardare la vita come itinerario verso il cielo.

Come la samaritana in questa quaresima dobbiamo operare la stessa richiesta a Cristo Gesù: ‘Signore, dacci quest’acqua’. Dio infatti vuole essere adorato in spirito e verità. Forse possiamo incontrare anche noi Gesù stanco, affaticato, che ci viene incontro come alla pecorella smarrita; sarà allora una vera Pasqua di risurrezione se abbiamo il coraggio della donna della Samaria, pronti ad essere non solo suoi ammiratori ma veri apostoli del regno di Dio.

Ieri come oggi il Signore si rivela sempre e a tutti.; è necessario aprire il cuore e la mente. La donna del Vangelo dalla conversazione con Cristo, scoprì il Messia e ne divenne apostolo; gli Ebrei nel deserto riconobbero che il Signore era in mezzo a loro dal miracolo dell’acqua che sgorgò dalla roccia per mezzo di Mosè; noi riconosciamo Dio in mezzo a noi dal miracolo del suo amore: Cristo muore in croce per noi; Cristo è presente nell’Eucaristia, nostro cibo; Cristo ci dà Maria, sua madre, come nostra madre. Da qui la nostra preghiera: Signore, dammi la tua acqua perché io non abbia più sete.      

Il vino era finito, hanno ritrovato gioia in Cristo come a Cana. Storia di due sposi

C’è un brano che, sicuramente, se siamo cristiani e lettori della Bibbia, avremo letto e ascoltato tante volte: quello delle Nozze di Cana. I significati e i risvolti contenuti in questo testo sono, tuttavia, molteplici. Tanto ha da dire agli sposi di oggi questo passaggio del Vangelo di Giovanni. Lo testimoniano due coniugi che avevano finito il vino, ma hanno ritrovato in Cristo la gioia di stare insieme e amarsi ogni giorno più del precedente.

Dal Vangelo secondo Giovanni (2,1-11): Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’. E Gesù rispose: ‘Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora’. La madre dice ai servi: ‘Fate quello che vi dirà’. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili.

E Gesù disse loro: ‘Riempite d’acqua le giare’ e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: ‘Ora attingete e portatene al maestro di tavola’. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono’. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Il brano sopra riportato suscita negli sposi alcune domande. Perché Gesù compie proprio questo miracolo? Cosa rappresenta il vino? Perché l’evangelista mette l’accento sul vino buono che viene servito alla fine e non all’inizio?E poi: cosa significa per noi oggi? D’altronde, a nessun matrimonio abbiamo visto fisicamente Gesù trasformare l’acqua in vino.

Una prima riflessione che possiamo fare è che Gesù non è una sorta di mago. Questo brano ci parla di un’azione di grazia che Egli continua a compiere in ogni matrimonio, se gli permettiamo di prendere realmente parte della nostra vita coniugale, soprattutto quando ‘finisce il vino’ (la gioia di stare insieme, la capacità di perdono, la capacità di comprendersi, l’impegno di amarsi…).

Noi diamo l’acqua (la nostra parte dobbiamo farla: la grazia non è magia, appunto!), ma lui ci aiuta, col Suo amore. noi riempiamo le giare finché non sono colme. Mettiamo tutto: volontà, impegno, lavoro su noi stessi, preghiera, confronto con altre coppie, cammino in una comunità. E Gesù sana le nostre ferite, supplice alle nostre mancanze, ci dona pace ed entusiasmo quando vengono a mancare, trasforma la sofferenza in gioia. Per rendere concrete queste parole, prendiamo una coppia che aveva finito il vino (come a Cana) e lo ha ritrovato grazie a Gesù. Sono Alfonso ed Elisabetta, separati e poi ricongiunti.

Si sono sposati entusiasti e innamorati, dopo tre anni di relazione. Il matrimonio in Chiesa era bello, ai loro occhi, ma non ne avevano colto il significato. Lo hanno fatto più per tradizione che per fede.

I figli hanno portato gioie, ma anche fatiche e la necessità di trovare un nuovo modo per stare insieme, ma non sono riusciti a trovarlo. E così, hanno iniziato a vivere due vite separate, dedicandosi al lavoro, allo sport, al culto del corpo. Dopo ventitré anni di matrimonio e una serie problemi mai affrontati, sono stati costretti a guardare in faccia la crisi. ‘Betti, mi ami più?’, ‘No’.

Dopo quella risposta, data con assoluta freddezza, inizia l’iter per il divorzio. Nove mesi dopo, il giorno della sentenza, si accorgono che qualcosa è cambiato. Ciascuno, infatti, in quel tempo di solitudine, aveva gridato a Dio e ripreso un cammino di fede personale, accanto a degli amici. Persone speciali che hanno preso per mano lui e lei, in luoghi diversi, ma con un unico sguardo rivolto a Gesù. Sono stati un po’ come quei servi delle nozze a Cana, che hanno fatto ciò che Gesù comandava loro.

Il giorno della sentenza di divorzio, Elisabetta e Alfonso, hanno deciso di riprovarci, ma col Signore. Era il 2009. Da allora, il rapporto ha preso tutta un’altra luce. Testimoniano appena ne hanno occasione la potenza del sacramento del matrimonio e la bontà di Dio. Oggi il loro obiettivo è amarsi ogni giorno più del precedente, restando nella grazia del Signore. Hanno scoperto il valore del Sacramento del matrimonio, che rinnova ogni volta l’amore e trasforma la loro acqua in vino buono. 

Il video con la testimonianza: La storia di Betti e Alfonso, prima separati e poi ricongiunti

Papa Leone XIV: Cristo risorto fonte di acqua viva

“Nelle catechesi dell’Anno giubilare, fino a questo momento, abbiamo ripercorso la vita di Gesù seguendo i Vangeli, dalla nascita alla morte e risurrezione. Così facendo, il nostro pellegrinaggio nella speranza ha trovato il suo fondamento saldo, la sua via sicura. Ora, nell’ultima parte del cammino, lasceremo che il mistero di Cristo, culminante nella Risurrezione, sprigioni la sua luce di salvezza a contatto con la realtà umana e storica attuale, con le sue domande e le sue sfide”: oltre 60.000 fedeli per ascoltare in piazza san Pietro l’udienza generale di papa Leone XIV che nella sua catechesi indica ‘Gesù morto e risorto’ come Colui che si fa ‘compagno di viaggio’ nel ‘faticoso, doloroso, misterioso’ cammino della vita.

Nell’odierna udienza generale il papa ha iniziato l’ultima parte del ciclo giubilare ‘Gesù Cristo nostra speranza’ con la riflessione ‘Il Risorto, fonte viva della speranza umana’: “La nostra vita è scandita da innumerevoli accadimenti, colmi di sfumature e di vissuti differenti. A volte ci sentiamo gioiosi, altre volte tristi, altre ancora appagati, oppure stressati, gratificati o demotivati. Viviamo indaffarati, ci concentriamo per raggiungere risultati, arriviamo a conseguire traguardi anche alti, prestigiosi.

Viceversa, restiamo sospesi, precari, in attesa di successi e riconoscimenti che tardano ad arrivare o non arrivano affatto. Insomma, ci troviamo a sperimentare una situazione paradossale: vorremmo essere felici, eppure è molto difficile riuscire a esserlo in modo continuativo e senza ombre. Facciamo i conti con il nostro limite e, allo stesso tempo, con l’insopprimibile spinta a tentare di superarlo. Sentiamo nel profondo che ci manca sempre qualcosa. In verità, non siamo stati creati per la mancanza, ma per la pienezza, per gioire della vita e della vita in abbondanza, secondo l’espressione di Gesù nel Vangelo di Giovanni”.

Ciò è un desiderio illuminato dalla speranza: “Questo desiderio abissale del nostro cuore può trovare la sua risposta ultima non nei ruoli, non nel potere, non nell’avere, ma nella certezza che c’è qualcuno che si fa garante di questo slancio costitutivo della nostra umanità; nella consapevolezza che questa attesa non sarà delusa o vanificata. Tale certezza coincide con la speranza. Ciò non vuol dire pensare in modo ottimistico: spesso l’ottimismo ci delude, vede implodere le nostre attese, mentre la speranza promette e mantiene”.

Tale speranza è incarnata nella resurrezione di Gesù: “Sorelle e fratelli, Gesù Risorto è la garanzia di questo approdo! E’ Lui la fonte che soddisfa la nostra arsura, l’infinita sete di pienezza che lo Spirito Santo infonde nel nostro cuore. La Risurrezione di Cristo, infatti, non è un semplice accadimento della storia umana, ma l’evento che l’ha trasformata dall’interno”.

Ed ha portato l’esempio della fonte d’acqua: “Pensiamo a una fonte d’acqua. Quali sono le sue caratteristiche? Disseta e rinfresca le creature, irrora la terra, le piante, rende fertile e vivo ciò che altrimenti resterebbe arido. Dà ristoro al viandante stanco offrendogli la gioia di un’oasi di freschezza. Una fonte appare come un dono gratuito per la natura, per le creature, per gli esseri umani. Senza acqua non si può vivere”.

Così Gesù è per l’umanità come ha sottolineato da sant’Agostino: “Il Risorto è la fonte viva che non inaridisce e non subisce alterazioni. Resta sempre pura e pronta per chiunque abbia sete. E tanto più gustiamo il mistero di Dio, tanto più ne siamo attratti, senza mai restare completamente saziati. Sant’Agostino, nel decimo Libro delle Confessioni, coglie proprio questo inesauribile anelito del nostro cuore e lo esprime nel celebre Inno alla bellezza”.

Però anche la Resurrezione pone alcuni interrogativi: “Gesù, con la sua Risurrezione, ci ha assicurato una permanente fonte di vita: Egli è il Vivente, l’amante della vita, il vittorioso su ogni morte. Perciò è in grado di offrirci ristoro nel cammino terreno e assicurarci la quiete perfetta nell’eternità. Solo Gesù morto e risorto risponde alle domande più profonde del nostro cuore: c’è davvero un punto di arrivo per noi? Ha senso la nostra esistenza? E la sofferenza di tanti innocenti, come potrà essere riscattata?”

Ed ecco la risposta di Gesù che cammina con l’umanità: “Gesù Risorto non fa calare una risposta ‘dall’alto’, ma si fa nostro compagno in questo viaggio spesso faticoso, doloroso, misterioso. Solo Lui può riempire la nostra borraccia vuota, quando la sete si fa insopportabile. Ed Egli è anche il punto di arrivo del nostro andare. Senza il suo amore, il viaggio della vita diventerebbe un errare senza meta, un tragico errore con una destinazione mancata”.

Cammina insieme per ricondurre ‘a casa’ chi intraprende un viaggio: “Siamo creature fragili. L’errore fa parte della nostra umanità, è la ferita del peccato che ci fa cadere, rinunciare, disperare. Risorgere significa invece rialzarsi e mettersi in piedi. Il Risorto garantisce l’approdo, ci conduce a casa, dove siamo attesi, amati, salvati. Fare il viaggio con Lui accanto significa sperimentare di essere sorretti nonostante tutto, dissetati e rinfrancati nelle prove e nelle fatiche che, come pietre pesanti, minacciano di bloccare o deviare la nostra storia. Carissimi, dalla Risurrezione di Cristo sgorga la speranza che ci fa pregustare, nonostante la fatica del vivere, una quiete profonda e gioiosa: quella pace che Lui solo ci potrà donare alla fine, senza fine”.

In precedenza il papa aveva accolto le suore agostiniane recollette della federazione del Messico: “Questo amore non è qualcosa che si conquista con la fatica, ma si riceve come dono… Il nostro cammino si concretizza così a partire dal cuore… Care sorelle, invochiamo la materna protezione della Madre del Buon Consiglio e l’intercessione di san Tommaso da Villanova, che tanto amò la missione in America, per percorrere con pazienza e coraggio questo cammino di perfezione fino alla fine”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV al clero romano: urgente una pastorale sociale e missionaria

“Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole con cui ha introdotto questo incontro, che vivo come un grande abbraccio del Vescovo con il suo popolo. Saluto i membri del Consiglio episcopale, i parroci, tutti i presbiteri, i diaconi, le religiose, i religiosi e tutti voi che siete qui in rappresentanza delle parrocchie. Vi ringrazio per la gioia del vostro discepolato, per il lavoro pastorale, per i pesi che portate e per quelli che sollevate dalle spalle dei tanti che bussano alla porta delle vostre comunità”: nel pomeriggio il vescovo di Roma ha abbracciato il suo popolo all’Assemblea diocesana in san Giovanni in Laterano.

Papa Leone XIV ha sottolineato il dono dell’acqua ‘viva’: “La parola rivolta alla Samaritana da Gesù, che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo, in questo tempo storico difficile, è ora diretta a noi Chiesa di Roma: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio!’ A quella donna affaticata, che giunge presso il pozzo nell’ora più calda della giornata, Gesù rivela che c’è un’acqua viva che disseta per sempre, una sorgente zampillante che non si esaurisce mai: è la vita stessa di Dio donata all’umanità”.

Quindi è opera dello Spirito Santo il rinnovamento ‘ecclesiale’: “ Questo dono è lo Spirito Santo, che estingue le nostre arsure e irriga le nostre aridità, facendosi luce sul nostro cammino… Attraverso il processo sinodale, lo Spirito ha suscitato la speranza di un rinnovamento ecclesiale, in grado di rivitalizzare le comunità, così che crescano nello stile evangelico, nella vicinanza a Dio e nella presenza di servizio e testimonianza nel mondo”.

Infatti il cammino sinodale ha valorizzato i carismi: “Il frutto del cammino sinodale, dopo un lungo periodo di ascolto e di confronto, è stato anzitutto l’impulso a valorizzare ministeri e carismi, attingendo alla vocazione battesimale, mettendo al centro la relazione con Cristo e l’accoglienza dei fratelli, a partire dai più poveri, condividendone le gioie e i dolori, le speranze e le fatiche”.

Da qui il ‘carattere sacramentale’ della Chiesa, come ha sempre sottolineato papa Francesco: “In questo modo, viene messo in luce il carattere sacramentale della Chiesa che, come segno dell’amore di Dio per l’umanità, è chiamata a essere canale privilegiato perché l’acqua viva dello Spirito possa giungere a tutti. Ciò richiede l’esemplarità del popolo santo di Dio.

Come sappiamo, sacramentalità ed esemplarità sono due concetti-chiave dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II e dell’ermeneutica di papa Francesco. Ricorderete quanto caro gli fosse il tema patristico del ‘mysterium lunae’, cioè della Chiesa vista nel riverbero della luce di Cristo, della relazione a Lui, sole di giustizia e luce delle genti”.

Riprendendo la ‘nota di accompagnamento del Documento finale della XVI Assemblea sinodale’ di papa Francesco, il papa ha affidato ai presenti il compito di annunciare il Vangelo: “Ebbene, ora tocca a noi metterci all’opera affinché la Chiesa che vive a Roma diventi laboratorio di sinodalità, capace, con la grazia di Dio, di realizzare ‘fatti di Vangelo’, in un contesto ecclesiale dove non mancano le fatiche, specialmente in ordine alla trasmissione della fede, e in una città che ha bisogno di profezia, segnata com’è da numerose e crescenti povertà economiche ed esistenziali, con i giovani spesso disorientati e le famiglie spesso appesantite”.

Quindi è necessaria una Chiesa missionaria: “Una Chiesa sinodale in missione ha bisogno di abilitarsi a uno stile che valorizzi i doni di ciascuno e che comprenda la funzione di guida come un esercizio pacificante e armonioso, affinché, nella comunione suscitata dallo Spirito, il dialogo e la relazione ci aiutino a vincere le numerose spinte alla contrapposizione o all’isolamento difensivo”.

Ecco il motivo per cui è necessaria una partecipazione attiva: “Si tratta anzitutto di lavorare per la partecipazione attiva di tutti alla vita della Chiesa. A questo proposito, uno strumento per incrementare la visione di Chiesa sinodale e missionaria è quello degli organismi di partecipazione. Essi aiutano il Popolo di Dio a esercitare pienamente la sua identità battesimale, rafforzano il legame tra i ministri ordinati e la comunità e guidano il processo che va dal discernimento comunitario alle decisioni pastorali. Per questo motivo vi invito a rafforzare la formazione degli organismi di partecipazione e, a livello parrocchiale, a verificare i passi fatti fino ad ora o, laddove tali organismi mancassero, di comprendere quali sono le resistenze, per poterle superare”.

E’ stata una richiesta ci una collaborazione unitaria, abbandonando i propri schemi: “Oggi, come sappiamo, in un mondo diventato più complesso e in una città che corre a gran velocità e dove le persone vivono una permanente mobilità, abbiamo bisogno di pensare e progettare insieme, uscendo dai confini prestabiliti e sperimentando iniziative pastorali comuni. Perciò, vi esorto a fare di questi organismi dei veri e propri spazi di vita comunitaria dove esercitare la comunione, luoghi di confronto in cui attuare il discernimento comunitario e la corresponsabilità battesimale e pastorale”.

Tale collaborazione porta al discernimento: “Il primo che vi suggerisco è la cura del rapporto tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, tenendo presente che la richiesta dei Sacramenti sta diventando un’opzione sempre meno praticata. Iniziare alla vita cristiana è un processo che deve integrare l’esistenza nei suoi vari aspetti, abilitare gradualmente alla relazione con il Signore Gesù, rendere le persone confidenti nell’ascolto della Parola, desiderose di vivere la preghiera e di operare nella carità”.

Annuncio che ha bisogno di linguaggi nuovi: “Occorre sperimentare, se necessario, strumenti e linguaggi nuovi, coinvolgendo nel cammino le famiglie e cercando di superare un’impostazione scolastica della catechesi. In questa prospettiva, occorre curare con delicatezza e attenzione coloro che esprimono il desiderio del Battesimo in età adolescenziale e adulta. Gli uffici del Vicariato a ciò preposti devono lavorare con le parrocchie, avendo particolare cura della formazione continua dei catechisti”.

L’altro obiettivo è il coinvolgimento dei giovani: “Un secondo obiettivo è il coinvolgimento dei giovani e delle famiglie, su cui oggi incontriamo diverse difficoltà. Mi pare urgente impostare una pastorale solidale, empatica, discreta, non giudicante, che sa accogliere tutti, e proporre percorsi il più possibile personalizzati, adatti alle diverse situazioni di vita dei destinatari. Poiché poi le famiglie faticano a trasmettere la fede e potrebbero essere tentate di sottrarsi a tale compito, dobbiamo cercare di affiancarci senza sostituirci ad esse, facendoci compagni di cammino e offrendo strumenti per la ricerca di Dio”.

Quindi anche una pastorale nuova: “Si tratta, dobbiamo dirlo onestamente, di una pastorale che non ripete le cose di sempre, ma offre un nuovo apprendistato; una pastorale che diventa come una scuola capace di introdurre alla vita cristiana, di accompagnare le fasi della vita, di tessere relazioni umane significative e, così, di incidere anche nel tessuto sociale specialmente a servizio dei più poveri, dei più deboli”.

Il terzo obiettivo è la formazione: “Infine vorrei raccomandarvi la formazione a tutti i livelli. Viviamo un’emergenza formativa e non dobbiamo illuderci che basti portare avanti qualche attività tradizionale per mantenere vitali le nostre comunità cristiane. Esse devono diventare generative: essere grembo che inizia alla fede e cuore che cerca coloro che l’hanno abbandonata. Nelle parrocchie c’è bisogno di formazione e, laddove non ci fossero, sarebbe importante inserire percorsi biblici e liturgici, senza tralasciare le questioni che intercettano le passioni delle nuove generazioni ma che interessano tutti noi: la giustizia sociale, la pace, il complesso fenomeno migratorio, la cura del creato, il buon esercizio della cittadinanza, il rispetto nella vita di coppia, la sofferenza mentale e le dipendenze, e tante altre sfide. Non possiamo di certo essere specialisti in tutto, ma dobbiamo riflettere su questi temi, magari mettendoci in ascolto delle tante competenze che la nostra città può offrire”.

Tutto ciò è spinto dalla missione, prendendo spunto dal brano evangelico della Samaritana: “Sono certo che anche nella nostra Diocesi il cammino avviato e accompagnato negli ultimi anni ci porterà a maturare nella sinodalità, nella comunione, nella corresponsabilità e nella missione. Rinnoveremo in noi il gusto di annunciare il Vangelo a ogni uomo e a ogni donna del nostro tempo; correremo verso di loro come la donna samaritana, lasciando la nostra brocca e portando, invece, l’acqua che disseta in eterno”.

(Foto: Santa Sede)

Don Andrea Albertin: il cordoglio dei frati della Basilica e del Messaggero di sant’Antonio

Con profondo dolore, i frati della Basilica di Sant’Antonio e del Messaggero hanno appreso dell’improvvisa scomparsa di don Andrea Albertin, presbitero della Diocesi di Padova, direttore dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Padova, stimato docente di Sacra Scrittura in diverse realtà ecclesiali locali e autore particolarmente apprezzato della casa editrice padovana.

La notizia ha lasciato increduli quanti, tra le mura antoniane, hanno avuto modo in questi anni di apprezzarne l’intelligenza, la verve e al contempo la genuinità, dai frati fino ai collaboratori di EMP (Edizioni Messaggero Padova), che ricordano un uomo e un autore vivace e brillante, sempre pronto a cimentarsi con temi spirituali di particolare intensità e attualità, con un taglio divulgativo e dialogico.

Classe 1976, Andrea Albertin, con EMP aveva all’attivo vari volumi, tra i quali: A che ora è la fine del mondo? I testi apocalittici nella Bibbia (2017); Leggere con sapienza la Bibbia. Un percorso di consapevolezza (2023); Ricominciare a credere. Itinerario biblico-liturgico per giovani e adulti (2023), Speranza per tempi incerti. Il futuro alla prova della fede (2024); Un Gesù ‘deludente’? I ‘no’ che rendono figli nel Quarto Vangelo (2025); e, appena pubblicato, L’acqua fa venire tutto a galla. Crisi idriche, Bibbia e morale, scritto a quattro mani con Giorgio Bozza, presbitero padovano (2025).

I frati del Santo e il personale delle Edizioni Messaggero Padova si uniscono al dolore della sua famiglia e della grande famiglia della Chiesa di Padova. Anche l’Azione cattolica italiana si unisce con profonda commozione al dolore della Chiesa di Padova per la prematura scomparsa di don Andrea Albertin. Già Assistente ecclesiastico nazionale della Fuci, presbitero dal 2001, avrebbe compiuto 50 anni il prossimo 13 settembre.

Studioso attento e appassionato della Parola di Dio, don Andrea è stato docente di Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica del Triveneto e professore ordinario di Nuovo Testamento presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, di cui era anche Direttore. La sua intelligenza spirituale, la sua sensibilità educativa e il suo amore per i giovani hanno lasciato un’impronta profonda nei tanti studenti, educatori e membri dell’associazionismo cattolico che lo hanno conosciuto:

“Come Azione cattolica vogliamo ricordare con gratitudine il tratto gentile, la competenza luminosa e il servizio ecclesiale svolto da don Andrea. Sempre con discrezione e passione. Specialmente accanto ai giovani universitari della Fuci, che ha accompagnato con dedizione e amicizia nella ricerca della verità e nella crescita nella fede.

Alla sua famiglia, alla diocesi di Padova, ai colleghi e agli studenti, va l’abbraccio sincero e la preghiera di tutta l’Azione cattolica italiana. Nel mistero della Pasqua del Signore, affidiamo don Andrea all’abbraccio del Padre. Certi che ora contempla il volto di Colui che ha amato e annunciato con la sua vita”.

Nell’ultimo libro sull’acqua scritto con don Giorgio Bozza, egli scrive: “La passione per ciò che è morto ha soppiantato l’interesse per la vita in tutte le sue forme. Così anche le persone vengono trattate alla stregua di uno dei tanti elettrodomestici che, una volta terminato il loro servizio, vengono messi da parte come degli scarti. Ogni scelta politica che intende tutelare questa preziosa risorsa deve prendere atto di questa desertificazione morale, altrimenti le tante proposte rischiano di rimanere inefficienti. Ogni progetto, infatti, deve essere accompagnato da un’adeguata formazione della coscienza del cittadino. Questo significa cambiare i propri stili di vita per evitare di percorrere strade oramai insostenibili e impraticabili.

Prendere coscienza che l’acqua è un bene prezioso è il primo passo per un’autentica conversione ecologica, nel suo significato etimologico di ‘svoltare’, ‘cambiare strada’ ed accostarci alla natura, alle altre forme di vita e all’acqua come luoghi in cui possiamo scorgere la presenza del Creatore”.

(Foto: diocesi di Padova)

Gaza è a corto di acqua: la carenza di carburante minaccia di paralizzare i rifornimenti nel sud del Paese

La crisi umanitaria già senza precedenti si sta ulteriormente aggravando. Una grave carenza di carburante in tutta la Striscia di Gaza, infatti, sta per paralizzare la fornitura di acqua potabile in diverse aree meridionali, soprattutto a Khan Younis, dove il 96% dell’acqua distribuita ogni giorno rischia di scomparire.

Secondo le valutazioni dell’equipe di Azione Contro la Fame sul campo, la distribuzione giornaliera di acqua da parte dei fornitori pubblici ha registrato un deficit di oltre il 60% e di quasi l’85% per i fornitori privati. Questa situazione rischia di compromettere criticamente l’accesso all’acqua potabile per almeno 78.000 persone nel sud del Paese nei prossimi giorni.

Dall’inizio della guerra, circa il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie di Gaza sono state danneggiate o distrutte, compresi oltre 230 pozzi d’acqua e parti essenziali della principale conduttura idrica di Gaza, la conduttura Mekerot. Gli impatti sugli impianti di desalinizzazione, sui pozzi d’acqua e i sistemi di pompaggio hanno più che dimezzato la produzione di acqua dei livelli pre-crisi, lasciando quasi la totalità della popolazione di Gaza senza accesso all’acqua potabile.

Se non sarà possibile accedere alle riserve di carburante, si stima che oltre 120 strutture municipali, tra cui pozzi e stazioni di pompaggio delle acque reflue, rimarranno senza carburante entro la fine di giugno, con un impatto evidente sulle modalità di sostegno ad 1.000.000 di persone in tutta Gaza.

Senza carburante, infatti, le infrastrutture umanitarie e la fornitura di servizi non potranno regolarmente funzionare e migliaia di persone non avranno accesso all’acqua potabile. Per esempio: gli impianti di trattamento dell’acqua hanno bisogno di 10.000 litri di carburante al giorno per funzionare; un’organizzazione umanitaria che distribuisce acqua ha bisogno di 260 litri di carburante al giorno; un’azienda locale che distribuisce acqua nell’area centrale e meridionale ha bisogno di oltre 440 litri al giorno per funzionare regolarmente; solo un accesso umanitario immediato e senza ostacoli (a tutti i valichi di Gaza, ai movimenti all’interno di Gaza, alle famiglie bisognose e alle scorte di carburante) eviterà una grave catastrofe.

Azione Contro la Fame gestisce più di 100 punti di rifornimento idrico a Gaza, Deir el Balah e nel sud, mentre tutti i punti nel nord di Gaza sono attualmente soggetti a ordini di spostamento e le restrizioni di movimento continuano a influenzare le operazioni. In più, Azione Contro la Fame continua a sostenere i centri sanitari e i campi per sfollati con attività di educazione alimentare, igienico-sanitaria, assistenza in denaro per le famiglie e fornitura di cibo in collaborazione con le cucine comunitarie.

Sebbene Azione Contro la Fame continui a rimuovere i rifiuti solidi, le squadre locali hanno osservato una netta diminuzione della quantità di rifiuti prodotti. Ciò è in parte dovuto al fatto che i rifiuti vengono spesso bruciati e usati come combustibile, una pratica pericolosa e tossica che testimonia la crescente inaccessibilità e scarsità di risorse nella Striscia.

Azione Contro la Fame è un’organizzazione umanitaria internazionale impegnata a garantire a ogni persona il diritto a una vita libera dalla fame. Specialisti da 46 anni, prevediamo fame e malnutrizione, ne curiamo gli effetti e ne preveniamo le cause. Siamo in prima linea in 57 paesi del mondo per salvare la vita dei bambini malnutriti e rafforzare la resilienza delle famiglie con cibo, acqua, salute e formazione. Guidiamo con determinazione la lotta globale contro la fame, introducendo innovazioni che promuovono il progresso, lavorando in collaborazione con le comunità locali e mobilitando persone e governi per realizzare un cambiamento sostenibile. Ogni anno sono aiutate 26.500.000 persone.

Giornata del Turismo: la Chiesa chiede che sia sostenibile

“La bellezza del creato e il patrimonio culturale dell’umanità educano tutti noi a leggere i segni della sapienza di Dio. In questa prospettiva, anche il turismo è occasione di crescita, incontro e reciproca conoscenza: mentre arricchisce le relazioni tra i popoli, l’esperienza del viaggio invita ciascuno a prendersi cura della casa comune”: con queste parole inizia il messaggio che mons. Rino Fisichella, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo, ha inviato in occasione della 46^ Giornata Mondiale del Turismo che si celebra il 27 settembre prossimo, che si intitola ‘Turismo e trasformazione sostenibile’, scelto dall’Organizzazione Mondiale del Turismo.

Nel messaggio mons. Fisichella ha coniugato le due parole del tema: “Il legame così espresso è lungimirante e trova significativo riscontro nell’enciclica ‘Laudato sì’ di papa Francesco, che afferma: ‘La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale’. Questo atteggiamento di salvaguardia interessa anche il turismo: ogni anno aumenta, infatti, il numero di persone che si muovono da una parte all’altra del pianeta per gli scopi più disparati e con vari mezzi di trasporto”.

Con la crescita della mobilità turistica è importante rispettare l’ambiente: “Questa mobilità globale richiede un impiego di risorse che ha un impatto notevole sulla salute delle persone e sulla natura. Mentre cresce la consapevolezza di abitare un mondo che diventa sempre più piccolo proprio in forza della mobilità, è importante entrare nell’orizzonte della trasformazione sostenibile anche per gli operatori del turismo.

L’ampiezza delle risorse in campo può far trovare strumenti più coerenti per rendere più agevole il trasporto e la salute dei passeggeri. D’altronde, il turista stesso valuta con favore quelle situazioni che rispettano la sostenibilità dell’ambiente. La preoccupazione e la cura per il creato richiedono, dunque, la responsabilità personale e collettiva, perché nulla vada perduto di quanto abbiamo ricevuto”.

Quindi un viaggio ‘sostenibile’ consente maggiore consapevolezza nella conoscenza della realtà: “Mettersi in viaggio stimola a sviluppare una visione più ampia della realtà; favorisce la contemplazione della bellezza naturale e artistica presente in ogni angolo del mondo. Il turismo è anche occasione di incontro tra le persone e può consentire di rendere migliore la relazione tra i popoli favorendo il rispetto reciproco e la solidarietà”.

Un ramo importante è rivestito anche dal turismo religioso: “Non si può trascurare, quindi, il grande impatto relazionale che il turismo possiede e che assume aspetti ancora più profondi quando la meta è un luogo sacro. Mentre recuperano le forze del corpo e dello spirito, infatti, i turisti possono trovare speciale edificazione nei Santuari, meditando sia sul proprio cammino di fede, sia sull’impegno per la sostenibilità che abbraccia ormai grandi spazi della vita sociale”.

Per questo il messaggio della Chiesa chiede di valorizzare il bene dell’acqua: “Si pensi al bene prezioso dell’acqua e al suo consumo. Chi ammira le grandi cascate, ad esempio, dovrebbe riflettere sul fatto che l’acqua non è nostra esclusiva proprietà: è un bene che ci è stato donato e come tale richiede rispetto e difesa. Auguriamo pertanto a quanti godranno qualche giorno di riposo al mare o in montagna di apprezzare il valore dell’acqua, considerando come essa sia un bene che non può essere sprecato o, peggio, inquinato. E possa tale consapevolezza indurre a stili di vita più saggi nell’uso quotidiano di questa risorsa”.

Però l’uso sostenibile non riguarda solo l’acqua, come ha scritto papa Benedetto XVI nell’enciclica ‘Caritas in veritate’: “L’uso sostenibile ovviamente non riguarda solo l’acqua, ma si estende a tanti altri elementi che permettono l’esistenza di un ecosistema: poiché tutti siamo ospiti, non possiamo delegare la cura dell’ambiente comune ai pochi che intuiscono la problematica della sua custodia e la drammaticità del momento storico… Di questo amore siamo testimoni anche come turisti, mentre beneficiamo di un mondo meraviglioso, che proprio per questo dobbiamo custodire intatto”.

Per questo il turismo sostenibile rimanda al tema del sovraffollamento: “E’ inevitabile che l’aumento dei viaggiatori debba trovare corrispondenza nelle offerte per loro disponibili. Gli operatori turistici potrebbero allora cadere nella tentazione di fare del turismo un oggetto di speculazione. Gli esempi negativi, purtroppo, sono molti e suscitano non poche perplessità.

La crescita sproporzionata dei turisti in alcuni luoghi ha portato le autorità a fissare dei limiti agli ingressi. Si riscontrano perfino contestazioni dei residenti che vorrebbero chiudere le porte ai turisti. Certo, il sovraffollamento di alcune località pone seri problemi, ma li si può prevenire attraverso opportuni interventi e avvalendosi anche degli strumenti che la tecnologia ci offre. Sono gli stessi turisti che chiedono di essere tutelati, mentre si studiano progetti per favorirne l’incremento”.

Un altro tema collegato al turismo responsabile riguarda il tema del lavoro: “La precarietà, cui spesso i giovani sono sottoposti, non è mai fonte di un futuro sostenibile. La giustizia non può essere eclissata dalla sete di guadagno né da condizioni che feriscono la dignità del lavoratore. Una vera giustizia diventa sostegno per combattere la povertà e per aiutare le persone a esprimere le proprie capacità lavorative”.

Richiamando l’enciclica ‘Laudato sì’ di papa Francesco il messaggio invita a mettere in pratica le ‘buone pratiche’ del turismo: “Ciò che piuttosto si riscontra sembra essere il desiderio del mero profitto, realizzato in fretta senza molta fatica: questa frenesia abbaglia e porta a soluzioni che umiliano i dipendenti, i turisti e gli stessi operatori… Al contrario, l’autentica promozione del turismo si accompagna sempre a buone pratiche di giustizia sociale e al rispetto dell’ambiente”.

Infine un richiamo al turismo in chiave giubilare: “La comunità cristiana non solo è direttamente partecipe del turismo, ma spesso ne è artefice attraverso una rete di servizi creati per esprimere l’accoglienza ai pellegrini e ai turisti. E’ dovere dei responsabili dei Santuari vigilare attentamente affinché questi luoghi rimangano sacri spazi di autentica spiritualità, dove il cuore trova conforto ed è favorita la riflessione sulle domande umane di fondo, attraverso il silenzio, la preghiera e il dialogo con uomini e donne di Dio.

In proposito, la preparazione dei sacerdoti e degli operatori pastorali che hanno la responsabilità dei Santuari è un’esigenza che non può essere trascurata. Queste oasi di pace e serenità sono una risorsa preziosa e possono diventare una scuola di vita che, attraverso il patrimonio spirituale antico e sempre attuale, aiuta a guardare con fiducia al futuro”.

Il messaggio si chiude con un richiamo ad impegnarsi per rendere chiara la speranza: “E’ bene che, come i Santuari, così anche le comunità parrocchiali, soprattutto quelle che per tradizione sono luoghi di turismo, si aprano alle istanze di uno stile sostenibile, contribuendo a preparare un avvenire promettente per le giovani generazioni. L’impegno per la salvaguardia del creato inizia dall’attenzione alle piccole cose: da qui possiamo muovere i primi passi per farci carico di quel ‘debito ecologico’ che coinvolge l’umanità intera. In questo Anno giubilare, auspichiamo dunque che quanti operano nel settore del turismo esprimano segni concreti, che rendano tangibile la speranza cristiana, investendo su un uso sostenibile delle risorse naturali e strutturali a nostra disposizione”.

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